CULTURA- Pagina 2

Soumaila Diawara a Torino: raccontare l’Africa per rileggere il presente

Anche Torino celebra il Black History Month, il mese dedicato alla storia, alle voci e alle esperienze delle comunità nere, nato negli Stati Uniti e oggi riconosciuto a livello internazionale come spazio di memoria, riflessione e confronto. Per tutto il mese di febbraio, la città ospita incontri, presentazioni e dibattiti che mettono al centro narrazioni spesso trascurate, fondamentali per comprendere il presente globale.

In questo contesto si è inserito l’incontro con Soumaila Diawara, attivista e scrittore maliano, ospitato dalla Libreria Trebisonda, luogo simbolo del dibattito cittadino, dove le storie e i vissuti di persone e comunità diverse trovano spazio e attenzione. Un appuntamento intenso, che ha superato la classica presentazione letteraria, trasformandosi in una vera e propria lezione di storia e geopolitica.
Durante l’incontro, Diawara ha parlato del suo libro L’Africa martoriata, ma soprattutto ha guidato il pubblico in una riflessione più ampia sul continente africano, unendo storia, politica e attualità. Il libro ripercorre le ferite storiche lasciate dal colonialismo, dai massacri e dallo sfruttamento delle potenze occidentali, ma racconta anche le lotte per l’indipendenza e il coraggio di leader come Patrice Lumumba, Thomas Sankara e Nelson Mandela.
Più che una cronaca, l’opera è una voce critica che interpella il presente: Diawara invita a comprendere le conseguenze del colonialismo ancora oggi, come conflitti etnici, disuguaglianze economiche e instabilità politica, ma evidenzia anche le potenzialità straordinarie del continente africano. L’incontro ha quindi unito analisi storica e geopolitica, mostrando come il passato africano continui a influenzare le dinamiche globali.
Come sottolineato dallo stesso Diawara durante l’incontro, “non sempre c’è bisogno di un risarcimento, ma almeno di un riconoscimento”.
Soumaila Diawara è nato a Bamako, capitale del Mali, dove ha conseguito una laurea in Scienze Giuridiche e Politiche, specializzandosi in diritto privato internazionale. Fin dagli anni universitari si è impegnato attivamente nella vita politica del paese, partecipando ai movimenti studenteschi e aderendo al partito di opposizione Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance (SADI), assumendo ruoli di responsabilità nella guida dei giovani e nella comunicazione del partito.
Nel 2012, a seguito di un colpo di Stato che ha destabilizzato il Mali, Diawara è stato accusato ingiustamente di aggressione contro il Presidente dell’Assemblea Legislativa. Costretto alla fuga, ha attraversato Burkina Faso, Algeria e Libia, affrontando detenzioni e condizioni disumane, fino al 2014, quando è giunto in Italia grazie all’intervento di una nave della Marina Militare italiana, ottenendo la protezione internazionale e vivendo oggi come rifugiato politico.
Accanto a L’Africa martoriata, Diawara ha pubblicato altri libri che intrecciano esperienza personale, analisi politica e riflessione sociale: Sogni di un uomo, La nostra civiltà e Le cicatrici del porto sicuro, quest’ultimo un diario-testimonianza arricchito da fotografie e interviste, che documenta le cause profonde delle migrazioni e le violenze vissute dai rifugiati.

L’appuntamento alla Libreria Trebisonda non è stato solo un evento letterario, ma un’occasione di ascolto, confronto e apprendimento, in perfetta sintonia con lo spirito del Black History Month. La voce di Soumaila Diawara ha restituito complessità a una storia troppo spesso semplificata, mostrando come la memoria, il riconoscimento e la consapevolezza siano strumenti essenziali per costruire un futuro più giusto. Raccontare l’Africa oggi significa anche interrogare il nostro presente e le nostre responsabilità.

Per chi desidera consultare il programma completo del Black History Month Torino 2026, prenotarsi ad altri eventi, è possibile visitare il sito ufficiale
👉 https://www.blackhistorymonthtorino.it/

GIULIANA PRESTIPINO

A Settimo Torinese torna il “Festival di lettura 0-6 anni”

“Mi fai una storia?”, pensato per piccolissimi, in un’età in cui ancora (solitamente) non si legge

Venerdì 6 e sabato 7 settembre

Settimo Torinese (Torino)

Iniziativa unica del genere in Italia, “Mi fai una storia?”, torna in quel di Settimo Torinese per la sua (attesa) quinta edizione. Si tratta dell’ormai celebre “Festival di lettura e ascolto” pensato per bimbe e bimbi la cui età va dagli 0 ai 6 anni, età in cui (tranne rarissime, da plauso, eccezioni) ancora non s’è dotati della capacità del “leggere”. Ma dell’“ascoltare” e dell’“intendere”, hai voglia!

Organizzata dall’Associazione “Il bambino naturale” (nota in Italia anche come casa editrice “Il Leone Verde”, fondata a Torino nel 1997 da Anita Molino e Fabio Tizian, forte oggi di oltre 300 titoli su maternità, prima infanzia, saggi sul “Metodo Montessori” e volumi su “spiritualità” e “cucina”), con il sostegno di “Regione Piemonte”, in collaborazione con la settimese  “Biblioteca Civica Multimediale Archimede” e la “Fondazione ECM – Esperienza di Cultura Metropolitana”, l’iniziativa è ospitata, ormai per la terza volta, presso la “Biblioteca Archimede”in piazza Campidoglio 50, a Settimo Torinese e risponde – spiegano gli ideatori – a un’esigenza del bambino mettendo al centro un comportamento al quale andrebbe abituato fin da piccolissimo: leggere con i propri genitori, ascoltando la voce, seguendo e interpretando i disegni, commentando gli spunti offerti dalle pagine”.

Il titolo si ispira ad un libro di Elisa Mazzoli, ospite anche di questa edizione (autrice di libri per l’infanzia da sempre residente a Cesenatico e due volte “Premio Nati per Leggere”) e riprende una domanda che, sovente, i più piccoli pongono ai genitori, per soddisfare il loro piacere e desiderio di ascoltare “storie (più o meno) inventate”.

Voci e ospiti dell’edizione 2026 saranno, insieme alla Mazzoli, Lara Tassini, giovane illustratrice di Novara, diplomata alla scuola “Ars in Fabula”, Elena Corniglia, responsabile del “Centro di Documentazione e Ricerca sul Libro Accessibile”, e Laura Bossi, musicista e insegnante del “Metodo Gordon”. L’idea è quella di promuovere la letturaad alta voce’ e ‘condivisa’, quale gesto di cura e di relazione, sin dalla più tenera età, in un’atmosfera di festa e di accoglienza”.

Il programma prevede due giorni di “iniziative gratuite” dedicate a bambini, genitori, educatori, insegnanti. La mattinata di venerdì è dedicata alle scuole, la giornata di sabato ai bambini. Non mancheranno laboratori e conferenze sempre gratuite. “L’iniziativa – dicono gli organizzatori – guarda anche a genitori, tate, nonni, educatori,insegnanti, bibliotecari. Chiunque voglia avvicinarsi alla letteratura dedicata alla prima infanzia, sarà il benvenuto nelle attività previste e agli interessati sarà dedicato un convegno, in programma il venerdì pomeriggio. Si parlerà di come leggere con il corpo, di gestualità e interazione nella lettura da 0 a 6 anni, e di lettura inclusiva tra movimento e dimensione corporea”.

Altro importante ingrediente di questa quinta edizione del “Festival” sarà un laboratorio di riscoperta delle “filastrocche della tradizione”(sabato 7 febbraio, ore 11/12), con un’attività di ascolto musicale per i più piccoli, sempre gratuita.

Assolutamente soddisfatta la sindaca di Settimo Torinese, Elena Piastra che dichiara: Il Festival ‘Mi fai una storia’ non è solo un evento, ma un progetto culturale che valorizza competenze, professionalità e reti territoriali. Attraverso la collaborazione tra istituzioni, biblioteche e operatori del settore, la Città consolida un modello virtuoso di promozione culturale, capace di generare ricadute durature sul piano educativo, sociale e civile.

L’ingresso è gratuito per tutti gli appuntamenti.

Per info sul programma dettagliato: tel. 011/8028722/723/724 o www.mifaiunastoria.it o www.bibliotecarchimede.it

g.m.

Nelle foto: immagine di repertorio e Elisa Mazzoli

Serata speciale di GiovedìScienza al Polo delle Rosine

L’appuntamento speciale sera di GiovedìScienza, intitolato “Le stelle erranti. Viaggio narrativo e sonoro tra scienza, musica e poesia”, è in programma giovedì 5 febbraio prossimo, alle ore 20.30, presso il Polo artistico e culturale delle Rosine, in via Plana 8/C, centro vivo della scena culturale torinese. Si tratta di un’esperienza immersiva che intreccia narrazione, scienza e suono per raccontare una delle rivoluzioni più profonde della storia del pensiero: la visione copernicana, che ha spostato la Terra dal centro dell’universo, rendendola parte consapevole del grande disegno cosmico. Sul palco, l’astrofisico Giovanni Covone guiderà il pubblico in un viaggio tra esopianeti, astrobiologia, materia oscura e meraviglie dell’universo, accompagnato dalle musiche dal vivo di Paolo Coletta, che intrecceranno brani originali e riletture di Beethoven, Schubert, Sakamoto, Ärvo e Ivano Fossati.

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Gian Giacomo Della Porta

Per dire no alla violenza

Nel giardino Maria Magnani Noya dell’Anagrafe centrale di Torino, in via della Consolata numero 23,  sono state inaugurate contemporaneamente l’installazione “Insieme fermiamo la violenza” e la mostra, all’interno degli uffici, “Rosso Indelebile-Sentieri antiviolenza”.

Un progetto ideato da Rosalba Castelli che intreccia arte, educazione ed impegno civile coinvolgendo le scuole, numerose artiste e le detenute della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, insieme alle reti ed alle realtà attive nel contrasto della violenza di genere.

Igino Macagno

Perù: il cammino diventa soglia

Informazione promozionale

Foto Silvia Bessone

C’è un momento, nel viaggio come nella vita, in cui non si va più “verso qualcosa”, ma si attraversa. Il Perù è quel punto. Non una meta da raggiungere, ma una soglia da varcare.

Arrivare in Perù significa accettare che il confine non è mai solo geografico. È un confine interiore, sottile, silenzioso. Tra ciò che eravamo prima e ciò che siamo pronti a integrare. Qui, sulle Ande, la terra non è mai solo terra: è madre, è memoria, è presenza sacra. La Pachamama non è un concetto folkloristico, ma una relazione viva, quotidiana, fatta di rispetto, di gesti lenti, di offerte semplici. Camminare in Perù non è un’attività: è un linguaggio. Ogni passo ha un peso simbolico. I sentieri che portano a Machu Picchu, le strade di Cusco, i villaggi dell’Altiplano non chiedono velocità, chiedono ascolto. Il cammino qui è sacro perché è consapevole: insegna che non si attraversa un luogo senza lasciarsi attraversare.

La spiritualità andina non separa l’umano dal divino. Li intreccia. Non c’è un altare che non abbia radici nella terra, non c’è rito che non passi dal corpo. Tutto è integrazione: cielo e montagna, passato e presente, individuo e comunità. È una visione del mondo che non grida, non conquista, non esibisce. Accoglie.

Ed è forse questo che rende il Perù un luogo profondamente umano. Qui l’incontro non è mediato dalla performance, ma dalla relazione. I volti portano storie antiche, le mani lavorano ancora come facevano i nonni, i mercati sono luoghi di scambio reale, non scenografie. Viaggiare in Perù richiede rispetto: non si fotografa senza chiedere, non si consuma senza comprendere, non si attraversa senza gratitudine.

In un’epoca che corre, il Perù invita a fermarsi sul limite. A sostare. A riconoscere che ogni viaggio autentico è fatto di soglie, non di checklist. Qui si impara che l’integrazione non è cancellare ciò che siamo stati, ma includerlo in una visione più ampia.

E forse non è un caso che questo viaggio arrivi ora, a chiusura di un percorso narrativo che ha attraversato il mondo come si attraversa un’esistenza.

Il Bhutan ci ha insegnato l’ascolto.
Il Marocco la relazione.
L’India l’abbandono alla trasformazione.
L’Islanda il rispetto del silenzio.
Il Vietnam la lentezza che cura.

Il Perù raccoglie tutto questo e lo tiene insieme.

È il luogo dove il viaggio smette di essere movimento e diventa integrazione. Dove il confine non divide, ma unisce. Dove il cammino non porta altrove, ma più vicino.

E quando si riparte, non si torna a casa uguali. Si torna con un passo diverso.
Più consapevole.
Più umano.
Più intero.

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Aregoladarte celebra San Francesco a 800 anni dalla morte

All’ Educatorio della Provvidenza

Si terrà mercoledì 4 febbraio, alle 18.30, presso l’Educatorio della Provvidenza, in via Trento 13, a Torino, un incontro multidisciplinare dedicato a San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. L’appuntamento reca il titolo “San Francesco, un uomo, molti sguardi”, e anticipa un anniversario di grande rilievo. Nel 2026 ricorreranno gli 800 anni dalla morte del Santo di Assisi. L’incontro rientra nelle iniziative del percorso culturale “Aregoladarte”, associazione culturale fondata dalla storica dell’arte Claudia De Feo, che si basa sulla contaminazione dei linguaggi e delle competenze. San Francesco rappresenta certamente una figura che, più di ogni altra, si presta a una lettura trasversale, avendo lasciato tracce profonde nell’arte, nella letteratura, nella musica e nell’architettura. Durante la serata verranno trattati gli affreschi del ciclo di Giotto, la rappresentazione di Francesco nella storia del cinema e la mistica presente nel suo capolavoro “Il Cantico delle Creature”, nonché l’eco che ha avuto nella letteratura europea, un tema estremamente attuale.

Mara Martellotta

Gli States… in cornice

Al “Forte di Bard”, grande mostra fotografica incentrata sul “racconto” degli Stati Uniti d’America con foto in arrivo dall’Agenzia “Magnum Photos”

Fino all’8 marzo 2026

Bard (Aosta)

Polo culturale d’eccellenza della Vallée, il sabaudo “Forte di Bard” appare sempre più orientato a diventare un vero e proprio “centro nevralgico” per quanto riguarda le esposizioni dedicate all’arte fotografica. Da poco conclusesi le rassegne “Oltre lo scatto” e “Gianfranco Ferré, dentro l’obiettivo”, e ancora in corso “Bird Photographer of the Year 2025”, l’ottocentesca Fortezza torna a proporre una nuova esposizione, a soggetto gli “States”, attingendo niente meno che dagli Archivi dell’Agenzia “Magnum Photos”, una delle più importanti Agenzie Fotografiche a livello mondiale, oggi guidata da Cristina de Middel e fondata ( inizialmente con due sedi, a New York e a Parigi) nel 1947 da Maestri del calibro di un Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger, William (detto Bill) e Rita Vandivert.

“Magnum America. United States”, é il titolo dell’attuale rassegna allestita nelle sale delle “Cantine” fino a domenica 8 marzo 2026, promossa, nel solco di un’ormai consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e del costume dal “Forte” valdostano e da “Magnum”, e curata dalla critica d’arte Andrèa Holzherr, responsabile della promozione dell’“Archivio Magnum”. Organizzata in capitoli decennali, dagli anni ’40 ai giorni nostri, “l’esposizione – sottolineano gli organizzatori – ha quale primo obiettivo quello di porre a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro”. Il futuro di un Paese, cui “Magnum Photos” fin dai suoi inizi ha guardato con interesse e profonda analisi critica, com’era e com’é necessario per una nazione da sempre simbolo di “libertà” e “abbondanza”, ma anche di tensioni sociali, sconvolgimenti culturali e divisioni politiche non di poco conto e quasi sempre proiettate, nel bene e nel male, sul destino del resto del Pianeta.

Ecco allora, fra gli scatti in parete, l’iconica immagine di profilo di “Malcolm X” (Malcolm Little) attivista politico, leader nella lotta degli afroamericani per i “diritti umani”, assassinato durante un discorso pubblico ad Harlem all’età di soli 39 anni, da membri della “NOI – Nation of Islam”, gruppo “nazionalista nero” che predicava la creazione di una “nazione nera” separata all’interno degli States. Lo scatto è a firma della fotografa americana Eve Arnold, la prima free lance donna della “Magnum”. Di Bruce Gilden, ritrattista eccezionale di gente comune incontrata a Coney Island, piuttosto che a New York centro, è toccante il primo piano sofferente e affaticato di “Nathen”, ragazzo di campagna dell’Iowa, che non nasconde all’obiettivo la libera “voce” delle sue lacrime. E poi la grandiosa “Ella Fitzgerald” di Wayne Forest Miller, fra i primi fotografi occidentali a documentare la distruzione di Hiroshima, insieme al curioso caotico intrecciarsi di mani fra “John Fitzgerald Kennedy” e la folla dei sostenitori in un comizio per le “Presidenziali” del 1960.

Per molti dei fondatori europei di “Magnum”, l’America rappresentava “sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica”Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese “con uno sguardo distaccato e antropologico”. Con la crescita dell’Agenzia, fotografi americani come Eve ArnoldElliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto o quasi: dal movimento per i diritti civili e le proteste contro la “Guerra del Vietnam”, ai ritratti di comune quotidianità nelle piccole città e nelle grandi metropoli. Dai grandi trionfi ai più profondi traumi: il “V-day” (“Victory in Europa Day”), la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. “Insieme, queste immagini formano un mosaico – concludono gli organizzatori – a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America e cosa potrebbe diventare”.

Gianni Milani

“Magnum America”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino all’8 marzo 2026

Orari: mart. – ven. 10/18; sab. – dom. e festivi 10/19. Lunedì chiuso

Nelle foto: Eve Arnold / Magnum Photos “Malcolm X”, Chicago, USA, 1961; Bruce Gilden / Magnum Photos “ Nathen, a farm boy”, Iowa, USA, 2017; Wayne Miller / Magnum Photos “Ella Fitzgerald”, Chicago, USA, 1948

“Io ricordo”, spettacolo teatrale sulla vita della senatrice Liliana Segre

 

In occasione del Giorno della Memoria presso l’Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Avere memoria significa ricordare perché non accada più, questo è il senso delle iniziative nel Giorno della Memoria della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, quando verrà ospitato lo spettacolo “Io ricordo”, ispirato alla vita di Liliana Segre, con la compagnia teatrale Alma Rosé di e con Elena Lolli, venerdì 30 gennaio alle 11.30, presso l’Auditorium Vivaldi di piazza Carlo Alberto 5, a Torino.

La rappresentazione teatrale è una fedele narrazione della senatrice Liliana Segre, una delle poche ragazzine sopravvissute allo sterminio nel lager di Auschwitz, una narrazione ricostruita da materiale d’archivio e dalle sue pubblicazioni. Liliana Segre ha vissuto tante vite in una sola. Bambina espulsa dalla scuola, clandestina, deportata, e poi madre, moglie, testimone, attivista e senatrice. Solo la forza di guardare la bambina che è stata, di inabissarsi nel suo passato, le ha permesso di aprirsi una nuova stagione della vita, una vita da nonna, ma ancora con la forza di battersi, conoscere, opporsi, studiare e di lasciare una traccia nella coscienza civile.

“In occasione del Giorno della Memoria, la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino esporrà eccezionalmente alcuni materiali significativi del proprio patrimonio legati alla Shoa, e ospiterà lo spettacolo ‘Io ricordo’, ispirato alla vita di Liliana Segre e realizzato dalla compagnia teatrale Alma Rosé. L’evento performative sarà dedicato in particolare alle scuole secondarie di primo e secondo grado sul territorio. In un tempo complesso e conflittuale, segnato anche dal risorgere di nuovi fenomeni di antisemitismo, appare urgente rafforzare nelle giovani generazioni gli strumenti critici di conoscenza delle fonti e disseminate la memoria di una delle pagine e più utenti della storia europea, perchè gli errori del passato non debbano ripetersi”.

Prima dello spettacolo, porteranno i saluti la Direttrice Marzia Dina Pontone, il Presidemte della Comunità Ebraica di Torino Dario Disegni e la Vicepresidente del Memoriale della Shoah di Milano Milena Santerini. Sul palco, a interpretare le mille vite di Liliana Segre, una sola attrice, Elena Lolli, con una lunga carriera costellata di successi fin dal 1997. L’attrice, che insieme a Manuel Ferreira ha ideato lo spettacolo, nelle note di scena spiega: “Ho voluto immaginare che la donna di oggi parli alla bambina che è stata. Quella bambina di otto anni che per tanto tempo non ha avuto il coraggio di guardare, la cui vita è stata stravolta dal momento in cui è stata espulsa da scuola. Ho voluto immaginare che la bambina arrivasse di notte: è lei a voler incontrare quell’anziana signora che, nel frattempo, si è costruita una vita normale. Le ferite non si possono nascondere o negare, prima o poi affiorano, e il mondo in cui ho immaginato che Liliana Segre si muovesse, non seguendo la linearità del tempo, vagando tra un ricordo e l’altro, guardando indietro e avanti per cercare di restituire la vitalità appassionata di una donna che come una matrioska si reinventa ogni volta non per sopravvivere ma per vivere”.

Il palco è volutamente spoglio. Allineate ai margini, due file di neon, a mezza altezza, e il suono di un treno lontano mescolato alle note di una vecchia canzone degli anni Cinquanta. Il regista Claudio Orlandini, nelle note, ha voluto in qualche modo richiamare il binario 21 alla Stazione Centrale di Milano, da cui partivano i treni diretti ai lager, e l’inizio di un periodo, quella della ricostruzione, che solo i sopravvissuti hanno potuto vivere.

“Passato e presente si mescolano per tutta la durata di un dialogo tra l’anziana donna di oggi e la bambina che è stata. L’attrice, nella parte della Ssgre, attraversa i momenti salienti della sua vita, quelli lontani e quelli più recenti, votati all’impegno politico. Di volta in volta, la scena diventa una scuola, un vagone piombato, Palazzo Madama, ogni volta ci riporta un momento della sua vita in un flusso di momenti che ci radicano nel nostro presente. È questo il senso di un teatro che non vuole relegare la memoria a quell’unica data del 27 gennaio, dentro al perimetro di Auschwitz, ma che vuole, attraverso la storia di Liliana Segre, raccontare quanto la memoria possa diventare azione concreta che riguarda tutti e tutto ciò che ci circonda”.

“Io ricordo” – produzione compagnia teatrale Alma Rosé – progetto di Manuel Ferreira e Elena Lolli, con Elena Lolli e per la regia di Claudio Orlandini.

www.almarose.it

Gian Giacomo Della Porta

Black History Month Torino, quinta edizione

Sabato 31 gennaio 2026 si alza il sipario sulla quinta edizione del Black History Month Torino, la rassegna culturale promossa dall’Associazione Donne dell’Africa Subsahariana e II Generazione, sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, diffusa sul territorio della città metropolitana di Torino e articolata in un ampio programma di iniziative culturali, artistiche e sociali.

 

Anche quest’anno i Musei Reali di Torino, partner della manifestazione fin dalla sua nascita, collaborano all’iniziativa proponendo una serie di eventi serali speciali, con l’apertura straordinaria di alcuni spazi museali e ospitando musica dal vivo e performance, per offrire al pubblico un’occasione di incontro tra patrimonio storico e linguaggi artistici contemporanei.

 

Il Black History Month Torino si inserisce in una tradizione storica che risale al 1926 e si propone di celebrare e diffondere la storia e le culture afro-discendenti, contrastando stereotipi e narrazioni discriminatorie e promuovendo consapevolezza, dialogo e riconoscimento dei contributi delle comunità nere nella storia e nella contemporaneità.

 

Black History Month Torino 2026 si concentra su tre temi principali: colonialismo commercialedonne e potereprotagonisti nell’arte e nello sport. Attraverso questi argomenti, la rassegna invita a una rilettura critica delle dinamiche economiche, sociali e culturali del passato e del presente, valorizzando pratiche di autodeterminazione, empowerment e rappresentazione.

 

Il programma del Black History Month Torino si apre sabato 31 gennaio proprio ai Musei Reali, con una serata che dalle 19.45 alle 22.30 propone la visita libera alla Cappella della Sindone con la Sagrestia e, alle 20.30, un concerto di musica lirica per voce e pianoforte. Protagonisti sono Emanuela Scirea (voce) e Fabio Volpi (pianoforte) con un repertorio di musica da camera e operistica, capace di regalare un’esperienza musicale raccolta e immersiva, inserita in un contesto di grande valore storico e simbolico come il Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale.

Il secondo appuntamento, venerdì 6 febbraio, presenta il concerto di Chris Obehi, musicista e cantautore di origine nigeriana, tra le voci emergenti della scena afrobeat contemporanea. I suoi brani, che intrecciano afrobeat, soul e sonorità contemporanee, raccontano esperienze di migrazione, identità e resilienza.

Anche in questa occasione, i Musei Reali rimangono aperti dalle 19.30 alle 22.30 con la possibilità di visitare liberamente la Cappella della Sindone, la Cappella Regia e la Sagrestia.

 

Black History Month Torino ai Musei Reali si chiude sabato 7 febbraio con una Sfilata Afro Fashion, dedicata alla valorizzazione della creatività nel campo della moda e del design. Stiliste e stilisti afro-discendenti mostrano le loro creazioni, indossate da modelli di origine africana e nativi, in un evento che mette in dialogo moda, identità e narrazione culturale contemporanea.

I Musei Reali rimangono aperti tra le 19.30 e le 23.30, con possibilità di visitare liberamente la Cappella della Sindone, la Cappella Regia e la Sagrestia.

 

Per ciascuna serata è previsto l’acquisto di un biglietto unico (€ 5,00), comprendente la visita libera al percorso espositivo dei Musei Reali aperto straordinariamente per l’occasione.

 

Prevendita biglietti online su https://museireali.midaticket.com

Informazioni: mr-to.eventi@cultura.gov.it