CULTURA- Pagina 2

Alberto Fortis: Ci vuole un nuovo umanesimo

 

 “L’arte può aiutarci a cambiare paradigma”

 

Per Alberto Fortis la musica non è soltanto una professione, ma uno strumento per interrogarsi sulla società, sulle relazioni, sull’educazione e sulla possibilità di costruire un futuro auspicabile. Da qui nasce anche il suo impegno sul fronte della pace che lo trasporterà verso una nuova esperienza internazionale: l’ufficializzazione della candidatura al segretariato del Summit mondiale dei Premi Nobel per la pace.

Che cosa rappresenta per lei questa candidatura?

È un percorso che sento coerente con ciò che ho sempre fatto. Ho ricoperto il ruolo di testimonial nazionale per diverse associazioni e ho capitanato anche un’ambasceria UNICEF dedicata ai bambini della Navajo Nation. È un excursus che mi ha accompagnato nel tempo e che probabilmente deriva anche dalla mia formazione e dalla mia esperienza di studente di medicina.

Quanto può incidere l’arte in un momento storico come quello attuale?

Moltissimo. Oggi siamo davanti a una vera lotta tra bene e male e l’arte, inclusa la musica, viene spesso svilita. Ci troviamo davanti a prodotti che vengono definiti arte pur trasmettendo messaggi di violenza. Io credo invece che l’arte debba avere una funzione diversa: creare consapevolezza, relazioni e opportunità.

C’è bisogno di un nuovo umanesimo?

Credo di sì. Stiamo vivendo una sorta di neo feudalesimo nel quale l’economia e il potere sembrano prevalere sulla persona, ma la storia ci insegna che se cadono le basi della piramide, prima o poi cade anche il vertice. La gente è più consapevole, ma soprattutto stanca, c’è voglia di cambiamento.

Dove vede i segnali di questa volontà di trasformazione?

Ai concerti quando parlo di determinati temi vedo una reazione molto forte e trasversale. Non importa se siamo al Nord o al Sud, se il pubblico è giovane o adulto, è tangibile il desiderio di risveglio. Le persone sono stanche di essere continuamente preoccupate, distratte e bombardate dalla paura.

Anche i giovani la sorprendono?

Molto. Mi capita di incontrare ragazzi che non mi conoscevano e che, dopo il concerto, vengono a parlarmi. Mi raccontano che si sentono molto coinvolti dai temi di cui parlo, questa è una cosa che mi fa sperare. Nei licei, nelle università e nei teatri ho visto che esiste un humus straordinario: ragazzi che ascoltano trap e rap, ma contemporaneamente amano la lirica. Non è vero che le nuove generazioni non abbiano sensibilità.

Secondo lei dove bisogna intervenire?

Nell’educazione. Dovremmo insegnare ai bambini anche attraverso esperienze concrete e il nord Europa può rappresentare un modello in questo senso.

Questi esempi li ha sperimentati da vicino?

Sono stato in Islanda e sono rimasto colpito dal livello medio di serenità e civiltà collettiva e anche nei ragazzi giovani ho trovato un grande senso delle regole, rispetto per la natura e una certa tranquillità sociale. È una società che ha una storia particolare, con una forte tradizione parlamentare e democratica.

E sul piano internazionale quale futuro immagina?

Personalmente vedrei con interesse un possibile asse tra Europa, India e Canada. Potrebbe essere un terzo polo, non soltanto dal punto di vista geografico, ma anche culturale. L’Europa rappresenta una grande culla culturale, l’India ha una tradizione spirituale molto forte e una grande preparazione tecnologica, mentre il Canada ha dimostrato una propria capacità di difendere identità e valori. Potrebbe nascere una terza via.

È una posizione politica?

Io non mi colloco più in uno schema tradizionale di destra e sinistra. Non mi riconosco in determinati pensieri della destra, ma vedo anche una sinistra che spesso si perde in guerre interne che considero suicide. Credo che serva un nuovo paradigma fondato sul bene comune.

È qui che entra in gioco anche il lavoro con Michelangelo Pistoletto?

Certamente. Il concetto di Terzo Paradiso e quello di demopraxia, cioè l’azione democratica, vanno proprio nella direzione di una responsabilità collettiva. È un concetto profondamente gandhiano: non aspettare semplicemente che qualcosa cambi, ma agire.

Lei cita spesso Gandhi.

Perché credo nella possibilità di una presa di coscienza. Non dobbiamo essere ingenui: politica ed economia condizionano il mondo, ma non possiamo rinunciare alla speranza. Siamo, come dico spesso anche da ex studente di medicina, cellule di un unico organismo e ciascuno di noi ha una responsabilità enorme.

La musica può essere uno strumento di questa ritrovata responsabilità?

La musica può diventare un collante. Il successo dei concerti, al di là della qualità degli spettacoli, dimostra che esiste ancora una grande voglia di aggregazione. Le persone hanno bisogno di stare insieme e condividere

È questa la sua idea di futuro?

Immagino un mondo nel quale tornino centrali la dignità, l’educazione, la cultura e il rispetto. Non so se sarà facile e non so quanto tempo servirà, ma credo che deporre le armi, metaforicamente parlando, in questo caso sarebbe un errore. Bisogna continuare a lavorare perché qualcosa cambi.

 

Maria La Barbera

Massimino, la perla della Val Tanaro

Nella verde Val Tanaro, al confine tra Piemonte e Liguria, in Provincia di Savona, esiste un borgo circondato da castagneti, che con i suoi 106 abitanti rappresentata il più piccolo Comune del Savonese: si tratta di Massimino.
Il paese, ubicato a 540 metri sul livello del mare, deve molto probabilmente il suo nome alla Grangia benedettina di San Massimo, posta sulle sue alture e appartenuta per un certo periodo all’Abbazia di S. Pietro in Varatella di Toirano.
Il suo fascino autentico e la sua aria incontaminata lo rendono una sosta irrinunciabile per il viaggiatore che percorrendo la SS 490 del Colle del Melogno, attraversa questi incantevoli luoghi diretto verso le spiagge della Riviera di Ponente.

LA SUA STORIA

Massimino, come testimoniato da un diploma del 967 d.C. dell’Imperatore dei Romani Ottone I di Sassonia, fece parte della Marca Aleramica, il cui sovrano fu Aleramo I ed il cui capoluogo era Savona.
Aleramo ebbe, tra gli altri, i seguenti figli: Anselmo, che fu il capostipite dei Marchesi di Savona e Ottone, che fu il capostipite di quelli del Monferrato.
Il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, bisnipote di Anselmo, dopo il 19 dicembre 1091, anno della morte di sua zia materna Adelaide di Torino, vedova di Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della Dinastia Sabauda, occupò le Contee di Asti, Alba, Albenga, Auriate e Bredulo. Si spense nel 1125 e nel 1142 i figli avuti dalla seconda moglie
Agnese di Vermandois, si divisero i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, diede origine ai Marchesi di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo ereditò Clavesana, mentre ad Enrico andarono Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e alcuni castelli e borghi minori, tra i quali Altare, Calizzano e Sassello. Alla morte del fratello Bonifacio il Minore, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia, con castelli e ville delle Langhe, tra i quali Novello. Egli da Beatrice del Monferrato, figlia del Marchese Guglielmo V, ebbe tra gli altri i seguenti figli: Enrico II e Ottone i, quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Anselmo di Ceva ebbe tra gli altri i seguenti figli: Guglilemo, che portò avanti il ramo di Ceva e Bonifacio, il quale alla morte senza figli dello zio paterno Ugo di Clavesana ereditò i suoi possedimenti e fu il capostipite dei Marchesi di Clavesana.
Massimino divenne possedimento dei Marchesi di Ceva; essi nel XII secolo fecero costruire un maniero del quale rimangono pochi ruderi delle mura che lo circondavano e che cingevano anche il borgo cresciuto ai suoi piedi.
Negli anni ’20 del Duecento, quando regnava il Marchese Guglielmo II di Ceva, passò a suo cugino il Marchese Enrico II Del Carretto, il quale aveva ereditato dal padre, il sopraccitato Enrico I, un feudo vastissimo che andava da Finale Ligure fino ad Alba. Alla morte di Enrico II nel 1233 i suoi possedimenti passarono al figlio Giacomo, il quale da Caterina da Marano, figlia naturale dell’Imperatore dei Romani Federico II di Svevia, ebbe cinque figli, tra i quali Aurelia, che avendo sposato in seconde nozze Francesco Grimaldi detto “Malizia”, divenne la prima Signora di Monaco e tramite il suo figlio di primo letto Ranieri I è l’antenata dell’attuale Principe sovrano Alberto II. Alla dipartita di Giacomo Del Carrretto nel 1268 i suoi tre figli maschi si spartirono i possedimenti paterni: Enrico III fu il capostipite dei Del Carretto di Novello; Corrado di quelli di Millesimo e Antonio di quelli di Finale Ligure.
Massimino entrò a far parte del Marchesato di Finale e per la sua posizione al confine con il Comune piemontese di Bagnasco, che faceva parte del Marchesato di Ceva e dal 1558 del Ducato di Savoia,
ospitò numerose bande di contrabbandieri e briganti che dal Piemonte cercavano rifugio nel Marchesato di Finale Ligure.
Nel 1602, alla morte dell’ultimo marchese Sforza Andrea, il marchesato, incluso Massimino passò a Re Filippo II di Spagna. Gli spagnoli, che possedettero queste terre fino al 1713, destinarono il Castello di Massimino a sede della loro guarnigione.
Con il Trattato di Utrecht del 1713 il Marchesato di Finale Ligure andò all’Austria, la quale lo cedette subito alla Repubblica di Genova, con il vicolo che la popolazione continuasse a beneficiare degli statuti e delle autonomie godute fino a quel momento. Massimino divenne quindi genovese e lo rimase fino al Congresso di Vienna, con il quale venne sancita l’annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna. Il maniero venne definitivamente distrutto durante il periodo napoleonico.

L’ECONOMIA

Una delle fonti principali di reddito per la popolazione erano i castagneti che circondano ancora oggi il paese. Molti abitanti con i loro muli e i loro buoi aiutavano il transito dei convogli al Valico dei Giovetti, importante arteria commerciale che collega Calizzano e Murialdo con Massimino e l’alta Val Bormida all’alta Val Tanaro. La loro attività era simile a quella svolta dai “marrons”, i quali aiutavano mercanti e viandanti a valicare il Colle del Moncenisio.

LE BELLEZZE DI MASSIMINO

Nella Borgata di San Vincenzo, sede comunale, si erge la Chiesa Parrocchiale di San Donato, edificata nel 1813.
Nelle vicinanze vi è la chiesetta di San Vincenzo Ferreri, Oratorio dei Disciplinati, risalente al 1797.

Il fiore all’occhiello del paese è la Chiesa di San Giuseppe, edificata a fianco del castello come Oratorio della Compagnia dei Disciplinati prima del XVI secolo.
Al suo interno vi sono tre altari: quello centrale dedicato a San Giuseppe e i due laterali, dedicati rispettivamente a San Rocco e a San Massimo. Gli affreschi che decorano l’abside sono stati realizzati nel 1543, ma parte di essi sono stati ricoperti di calce durante una disinfestazione susseguente ad una delle numerose epidemie pestilenziali che colpirono questo territorio.

Ad un centinaio di metri da questa chiesa, nei verdi boschi, ci sono i ruderi dell’antica Chiesa Parrocchiale di San Donato, che sulla carta topografica di Massimino del 1762 è riportata come Parrocchiale S. Nicolò.

Molti luoghi di culto sono disseminati nelle frazioni.
In Frazione San Pietro c’è l’antichissima chiesetta, intitolata a Sant’Antonio Abate, restaurata nel 1773, mentre in Frazione Costa sorge la Chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la più antica di Massimino, che presenta ancora pregevoli affreschi.
In Frazione Muraglia sorge la cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova, edificata nel 1744 dalla popolazione.

In località Boscogrande si trovano due cavità naturali ellittiche, scavate sopra un masso affiorante lungo un sentiero, che la fantasia popolare ha trasformato in impronte lasciate dal diavolo.
Tra i Comuni di Massimino, Calizzano e Murialdo c’è l’area protetta del Bric Zerbi, un sito di interesse comunitario della Regione Liguria, istituito nell’ambito della Direttiva 92/43/CEE e designato come Zona Speciale di Conservazione
.
Quest’area di 711 ettari è caratterizzata da una flora composta da faggi e castagni di età e dimensioni notevoli e da una foresta riparia popolata da ontani, salici e dalla calta palustre. Sono inoltre presenti varie specie di orchidee e la bellissima aquilegia scura.
La fauna comprende varie specie di rapaci, tra i quali lo sparviero e il falco pecchiaiolo. Nelle zone umide sono presenti il pesce sanguinerola e alcune specie di anfibi.
La zona occidentale di quest’area protetta è attraversata dall’itinerario escursionistico A51A che collega il Colle dei Giovetti con la Bocchetta di Vetria.

ANDREA CARNINO

 

Germinale Monferrato Art Fest, un museo diffuso

Fino al 4 novembre si svolge la terza edizione di Germinale Monferrato Art Fest, mostra di arte contemporanea promossa da quasi Fondazione Carlo Gloria, in Provincia di Asti

Germinale Monferrato Art Fest è giunta alla sua terza edizione e prosegue il suo cammino trasformando le colline del Monferrato in un museo diffuso, in cui arte contemporanea, storia, tradizione e bellezza naturale si incontrano in un viaggio sensoriale alla scoperta del territorio.

Sono diciannove i Comuni del Monferrato coinvolti, trenta le sedi espositive e 65 gli artisti  interessati in un’edizione che proseguirà fino al 4 ottobre.

Obiettivo del festival è promuovere l’arte e la cultura contemporanea, ma anche valorizzare il paesaggio e il patrimonio unico di queste terre.

La rassegna ormai da tre anni mette in rete  numerosi comuni tra le province di Asti e Alessandria, creando un itinerario artistico ramificato in cui ogni borgo non rappresenta soltanto una tappa di un percorso culturale, ma anche un’opportunità di partecipazione e di condivisione.

Le sedi espositive che compongono la costellazione di Germinale sono state selezionate per il profondo legame che presentano con la storia, l’architettura e la tradizione locale.

Si tratta di chiese sconsacrata, di castelli, costruzioni di pregio storico architettonico e spazi dalla forte valenza simbolica, che diventano lo scenario perfetto in cui ambientare le opere d’arte contemporanea, contribuendo alla loro tutela e valorizzazione.

La mostra d’arte è stata inaugurata venerdì 11 settembre scorso a Rinco di Montiglio Monferrato, in provincia di Asti ed è stata promossa dalla Quasi Fondazione Carlo Gloria.

In questa grande mostra diffusa espongono artisti affermati, mid-career, affiancati da giovani talenti coinvolti in progetti speciali come SELVAartprize o le Residenze d’arte.

Le opere sono collocate in sedi uniche e fortemente simboliche, invitando i visitatori a scoprire attraverso i linguaggi contemporanei gli spazi più suggestivi e le realtà peculiari di questo territorio così vario.

L’offerta della rassegna non si limita all’esposizione visiva di mostre e installazioni open air, ma si arricchisce  di un calendario che affiancherà i contenuti espositivi durante tutto il corso dell’evento, con talk, incontri culturali, pratiche esperienziali e workshop. Un ricco programma di spettacoli e performing arts, curato da Casa degli Alfieri, animerà i giorni di apertura e le varie sedi per l’intero periodo del festival.

Il tema di questa edizione di Germinale, il cui scopo è la produzione di almeno un’opera per ogni edizione che possa rimanere in modo permanente sul territorio, è “Di marne feconde, un mare”, rassegna curata da Francesca Canfora e titolo che invita a un’esplorazione profonda, verticale del territorio. Si parte da un percorso che si addentra nelle sue fondamenta geologiche, laddove il tempo si è fatto roccia. L’identità del Monferrato rappresenta un paradosso geografico: le sue colline sono l’esito di un’antica marina. Le marne, un mix di argilla e calcare, non sono semplici sedimenti, ma archivi biologici che conservano la memoria di un oceano scomparso. Questa “eredità oceanica” ancora oggi agisce nel presente, e rappresenta la materia che trattiene l’umidità, il fossile che riaffiora tra i solchi ricordandoci che ogni paesaggio rappresenta una sovrapposizione di ere. Il rapporto con la marna definisce l’anima del Monferrato anche nel suo farsi architettura. L’uomo ha riconosciuto in questa pietra una docilità feconda, scavando gli infernot, le cattedrali sotterranee nate per custodire il vino e oggi riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio mondiale. In queste stanze ipogee il confine tra natura e cultura si annulla, dove l’architettura rivela il cuore profondo della terra.

“Di marne feconde, un mare” rappresenta una sollecitazione a guardare sotto ciò che calpestiamo: il sottosuolo diventa metafora dell’inconscio, della riserva di risorse, della memoria che non svanisce, ma si trasforma.

Germinale 2026 non celebra solo la terra, ma la sua profondità generatrice: è un invito a scoprire che il terreno su cui camminiamo è un amore solido, un giacimento di storie millenarie che attendono di essere nuovamente narrate.

Sessantacinque sono gli artisti che danno vita alla rassegna, e tra questi sono rilevanti i nomi di Luigi Mainolfi, di cui viene esposta una scultura in bronzo nell’atrio Soltitan nel palazzo di Città, ad Asti; Riky Ferrero, che presenta un‘installazione in un infernot di Vignale Monferrato; Domenico Borrelli, che presenta un’installazione a palazzo Mazzetti, ad Asti, e Carlo Gloria, che ha realizzato un murale dato in omaggio alla comunità di Rinco di Montiglio Monferrato, dove è stata inaugurata la terza edizione di Germinale Monferrato Art Fest.

Mara Martellotta

Festa della Nascita 2026 alla Reggia di Venaria

Domenica 20 settembre prossimo, dalle ore 10 alle ore 19, la Reggia di Venaria torna ad ospitare la Festa della Nascita, la giornata dedicata ad accogliere i bambini e le bambine nati nel 2025 e nel 2026 insieme alle loro famiglie. Giunta alla sesta edizione, si tratta di un gioioso rito collettivo di benvenuto che si è affermato come efficace dispositivo territoriale a favore delle famiglie: il programma, inizialmente partito incontrandosi sulla cultura, è andato abbracciando anche gli ambiti della sanità, del sociale, dell’educazione, promuovendo una rete sempre più integrata e una collaborazione stabile. La valutazione di impatto presentata lo scorso giugno conferma l’efficacia dell’iniziativa nel rafforzare la collaborazione tra istituzioni e servizi, e nel favorire la fiducia nelle famiglie verso le reti territoriali di sostegno. Ogni edizione coinvolge circa mille famiglie, oltre 4 mila partecipanti, 15 mila dagli esordi, che accedono gratuitamente ai giardini della Reggia con il passaporto culturale del 9rogramma “Nati con la Cultura”, promosso dalla Fondazione Medicina a misura di Donna e Abbonamento Musei, scaricabile liberamente dal sito www.naticonlacultura.it. Lem32 amministrazioni comunali aderenti invitano nuove famiglie a partecipare alla festa e, in quell’occasione, prevedono alla consegna del passaporto. La festa offre alle famiglie l’opportunità di conoscere i servizi del territorio in un contesto accogliente e rilassante, vivendo esperienze emozionanti, momenti di condivisione con professionisti della salute, dell’educazione e della cultura. La giornata propone incontri, laboratori e attività dedicati alla lettura condivisa, alla musica e al canto, e promuove pratiche da coltivare nella quotidianità, costituendo occasioni di confronto sulla genitorialità, sul benessere delle famiglie e sulla crescita nei primi anni di vita. Numerose r8cerche scientifiche dimostrano come il contatto con la natura e le esperienze culturali favoriscano lo sviluppo cognitivo, emotivo, biologico e sociale già dai primi, cruciali giorni di vita del neonato, contribuendo al ben-essere dell’interno nucleo familiare. La Festa della Nascita è organizzata e curata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, CCW-Culture Welfare Center ETS e La Rete delle Donne, in collaborazione con numerosi partner. L’edizione 2026 sarà dedicata al tempo, inteso come “tempo da dedicare alla crescita delle nuove vite, alle relazioni, alla curae alla condivisione delle esperienze in famiglia”.

Prenotazioni entro il 18 settembre al link festanascita2026.eventbrite.it – info su lavenaria.it

Mara Martellotta

La Scuola Urbana continuativa raccontata in un documentario da Scuoletta Montessori

Portare la scuola fuori dalle aule e trasformarla in territorio, natura, vita quotidiana e luoghi di apprendimento. È l’obiettivo di “Fare Anima”, progetto educativo sviluppato da Scuoletta Montessori di Orbassano, in provincia di Torino, che integra il metodo Montessori con la pedagogia all’aperto attraverso l’esperienza della Scuola Urbana Continuativa, proponendo un percorso nel quale gli studenti dagli 11 ai 14 anni imparano, attraverso l’esperienza diretta, la relazione con gli altri e il confronto con il mondo che li circonda. A raccontarlo è l’omonimo documentario realizzato dall’agenzia creativa “Serotonina”, che segue trenta adolescenti durante un periodo di vita comunitaria in un ecovillaggio. Il progetto nasce dalla convinzione che la crescita dei ragazzi non passi soltanto solo dall’apprendimento delle discipline scolastiche, ma anche dall’esperienza concreta, dall’autonomia e dalla capacità di costruire relazioni. Per questo il percorso educativo di Scuoletta Montessori affianca ai principi del Metodo Montessori la pedagogia all’aperto, trasformando gli altri naturali e i luoghi della vita quotidiana in ambienti di apprendimento. La scuola urbana continuativa nasce proprio con l’obiettivo di sperimentare direttamente ciò che studiano, mettendo in relazione e conoscenze, esperienze e vita reale. Dopo i primi due anni di sperimentazione sul territorio torinese, il progetto ha compiuto un ulteriore passo con un’esperienza residenziale all’ecovillaggio Lumen, in provincia di Piacenza, dove trenta ragazzi, accompagnati da cinque educatori, hanno condiviso un periodo di vita comunitaria durante il quale studio, attività pratiche e gestione delle relazioni sono diventati parte di un unico percorso formativo. È da questa esperienza che prende forma “Fare Anima”, espressione coniata da James Hillmann e pensata per coltivare responsabilità, autenticitàe consapevolezza nella crescita delle nuove generazioni.

A documentare questo percorso, il film di Christian Torelli, direttore creativo di “Serotonina”, che ha scelto di seguire con la macchina da presa i gesti della quotidianità dei ragazzi senza costruire una dimostrazione teorica, ma lasciando parlare l’esperienza stessa. Il documentari restituisce così uno sguardo dall’interno sul modello educativo che mette al centro la persona parte integrante dell’apprendimento. Più che raccontare una scuola diversa, “Fare Anima” propone una riflessione sul significato stesso dell’educazione e sul ruolo che esperienze condivise tra natura e comunità possono avere nella formazione degli adolescenti. Il documentario diventa così testimonianza di un percorso educativo che continua a evolversi e che attraverso la Scuola Urbana intende aprire a nuove possibilità di apprendimento. Il documentario è disponibile in streaming su Amazon, Prime Video gratuitamente dal 21 luglio.

Mara Martellotta

Il castello di Miradolo presenta Gaza in HeART

Dopo la pausa estiva  il Castello di Miradolo e il suo parco riaprono eccezionalmente le porte in due fine settimana di settembre,  sabato 19 e domenica 20 settembre , dalle 10 alle 19, quando sarà  possibile tornare a passeggiare nel parco e visitare il castello, nuovamente aperto da sabato 26 a mercoledì 30 settembre. In queste date il castello di Miradolo ospita Gaza in HeART, un progetto dell’associazione Granello di Senape ODV che mette in dialogo i disegni dei bambini e delle bambine di Gaza con le parole, le immagini, la musica e le opere realizzate dagli studenti delle scuole di Pinerolo.
Esposizioni, concerti, laboratori, incontri di e per la pace. Si tratta di un dialogo a distanza che attraversa confini e differenze e trova nell’arte uno spazio per esprimere emozioni, vicinanza e desiderio di non restare in silenzio.

Martedì 15 settembre alle ore 17.30 sarà  la volta di un appuntamento con la scuola, in cui verranno presentate le attività didattiche della Fondazione Cosso per l’anno scolastico 2026-2027.
Si tratta di un’occasione per conoscere nuove proposte , approfondire il metodo di lavoro  e confrontarsi sulla possibilità di costruire percorsi tra scuola, arte, natura e cultura.
La Fondazione organizza anche momenti di incontro e formazione dedicati agli insegnanti, nell’ottica di una comunità educante che condivida conoscenze e buone pratiche.
Per gruppi e scuole il castello e il parco sono visitabili tutti i giorni su prenotazione.

Info e prenotazioni  0121502761

Prenotazioni@fondazionecosso.it

Mara Martellotta

Musei Reali, nuovo allestimento per la Collezione Lenci

SABATO 12 SETTEMBRE 2026 RIAPRE AL PUBBLICO

In occasione della Notte Bianca promossa dalla Città di Torino, i Musei Reali saranno straordinariamente aperti dalle ore 19.30 alle ore 24 sabato 12 settembre con tariffa speciale di 10 euro ( under 18 gratuito e tessere convenzionate, 2 euro dai 18 ai 25 anni).
Da sabato 12 settembre , in occasione appunto della Notte Bianca promossa dalla  Città di Torino per la pedonalizzazione di via Roma, la Collezione Lenci dei Musei Reali di Torino riapre al terzo piano della Galleria Sabauda con un allestimento rinnovato e un’apertura straordinaria dalle 19.30 alle 24 con tariffa speciale.
Nel corso della serata sarà  fatta una presentazione della collezione al pubblico da parte delle curatrici dei Musei Reali di Torino.
Da domenica 13 settembre la sezione sarà  aperta ogni fine settimana, venerdì,  sabato e domenica,  e rientrerà nel percorso museale ordinario, incluso nel prezzo del biglietto.

La collezione Lenci raccoglie 132 tra le ceramiche storiche e rare realizzate dalla manifattura torinese negli anni della sua migliore produzione, tra il 1928 e il 1936, collezionate con passione  e generosamente donate per una pubblica fruizione ai Musei Reali di Torino dai coniugi Giuseppe e Gabriella Ferrero nel 2022.

“Desideriamo che giunga a tutti il nostro più sincero apprezzamento per l’appassionata collaborazione della Direttrice Paola D’Agostino e di tutto il personale dei Musei Reali” dichiarano i coniugi Ferrero – Questa iniziativa condivisa, che onora la nostra Collezione, contribuisce a una più  approfondita conoscenza di un periodo storico, imprenditoriale e artistico importante per Torino”.

“La collezione Lenci è un dono che i coniugi Ferrero hanno fatto ai torinesi e ai tantissimi turisti che vengono a visitare i Musei Reali di Torino – dichiara la Direttrice Generale Paola D’Agostino.

Il terzo piano della Galleria Sabauda, dedicato alle arti decorative, conclude un viaggio temporale iniziato con la produzione in argilla antica e termina con l’eccellenza della progettualità manifatturiera e artistica della Torino dei primi decenni del Novecento. Queste opere così ingegnose, che abitano lo spazio, anche all’interno delle vetrine, sono raccontate  nuovamente con apparati didattici accresciuti e un approfondimento multimediale sulle tecniche delle ceramiche Lenci”.
L’allestimento della raccolta, aperta per la prima volta al pubblico nel giugno 2023, con il sostegno della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, prevede una cadenza tematica suddivisa in otto settori, l’immagine della donna, il tempo, le stagioni, gli innamorati, scene di vita, miti e storie, il mondo nel vaso, in scena la fiaba e le maschere, gli animali.

I Musei Reali di Torino hanno arricchito, grazie alla generosità dei coniugi Ferrero, il percorso espositivo con nuovi strumenti di approfondimento. Il progetto ha infatti previsto il rinnovamento degli impianti didattici attraverso contenuti multimediali e audiovisivi dedicati alla storia della manifattura, alle tecniche specifiche di lavorazione e alle opere principali degli artisti che contribuirono alla sua produzione,  oltre alla traduzione in lingua inglese dei testi per rendere la collezione accessibile al pubblico internazionale.

Il nuovo video interattivo illustra la tecnica del coraggio, metodo di formatura degli oggetti all’interno di uno stampo, utilizzato per la produzione delle ceramiche, per scoprire le diverse fasi del procedimento attraverso la realizzazione di un pezzo originale, ideato appositamente dai ceramisti ispirandosi alle opere della collezione.
In stretta connessione con l’esposizione della collezione Lenci , si presenta parte della raccolta di opere del Novecento dei Musei Reali di Torino.
Dalla metà degli anni Trenta del Novecento all’inizio del decennio successivo, la Soprintendenza piemontese ha iniziato un’importante acquisizione di opere contemporanee che rispondono all’obiettivo di rappresentare gli esiti dell’attività di artisti emergenti sul territorio torinese e regionale.
Gli acquisti comprendono ottantadue opere alle quali si aggiungono, nel dopoguerra, donazioni di dipinti, acqueforti e litografie. Il nucleo di pitture e sculture del primo Novecento si caratterizza da subito per una grande omogeneità culturale, trattandosi di opere che provengono dal Sindacato Fascista di Belle Arti e organizzate a Torino dal Centro d’Azioni per le Arti. Tra gli artisti figurano pittori e scultori attivi anche per la Lenci come Chessa, Da Milano, Deabate e Riva, oltre a importanti comprimari della scena torinese tra le due guerre.
Emerge in primo piano il ruolo del paesaggio, al quale si affiancano altri filoni tematici, come i ritratti, le nature morte e le scene di genere, che evidenziano  la vitalità della cultura figurativa piemontese in rapporto agli indirizzi di ricerca dell’arte nazionale.

Nel contesto successivo alla seconda guerra mondiale, quando alla modernizzazione industriale continua ad affiancarsi una solida tradizione artigianale legata alla moda e alle arti decorative, nel 1919 Enrico Scavini e la moglie Elena König fondano a Torino una manifattura di giocattoli e bambole, decorazioni per l’abbigliamento, articoli di moda, arazzi e oggetti in feltro.
La ditta è  denominata Lenci dal diminutivo di Elena, poi trasformato nell’acronimo latino Ludus est Nobis Constanter Industria, dallo scrittore Ugo Ojetti, teorico della rinascita delle arti decorative in Italia.
Tra il 1927 e il 1928 l’azienda avvia una raffinata produzione di ceramiche, caratterizzata da un linguaggio moderno ed elegante. Il successo viene sancito nel 1929 da una mostra alla galleria Persano di Milano, curata dallo stesso Ojetti, che consacra Lenci come fenomeno culturale e sociale di rilievo internazionale,  capace di confrontarsi con le coeve ceramiche viennesi, tedesche e danesi.
Protagonista della cifra stilistica di queste sculture d’arredo, eleganti e adatte ad un pubblico borghese, è Mario Sturani, amico di Ponti e di Casorati, che elabora un linguaggio ispirato alle fortunate invenzioni di Fortunato Depero quanto al gusto francese.
Accanto a queste suggestioni emergono scene di vita contadina e popolare, in cui primeggiano i coniugi Ines e Giovanni Grande, i nudi arcaici di Gigi Chessa, i temi naturalistici dell’animalista Felice Toselli e le figure femminili di Nillo Beltrami, Claudia Formica e Sandro Vacchetti, fino all’interpretazione della donna moderna proposta da Elena König  Scavini e da Abele Jacopi.
Nel decennio ’27-’37 la fabbrica viene ad impiegare seicento dipendenti  e, grazie all’innovazione tecnica e all’attività di importanti artisti impegnati anche nel campo della pittura, della grafica, della scenografia e dell’arredo, elabora modelli aggiornati sul gusto déco e sulla tradizione figurativa europea.
La produzione sarebbe continuata fino agli anni Sessanta, ma con un’ispirazione lontana dalle felici invenzioni degli anni Trenta.

Musei Reali di Torino

Piazzetta Reale,1

https://museireali.beniculturali.it
Mara Martellotta

“Visite suonate” al Museo Mario Giansone

Nei sabati 12, 19 e 26 settembre, alle 17.30, il Museo Mario Giansone di Sant’Ambrogio Torino ospita l’iniziativa “Visite suonate”, che propone tre appuntamenti in cui il jazz diventa chiave di lettura per esplorare la collezione dell’artista piemontese, tra le più originali della scultura del Novecento. Gli eventi, patrocinato dalla Città metropolitana di Torino, sono pensati per ridefinire la fruizione del patrimonio locale con un approccio interdisciplinare capace di porre in dialogo le opere con linguaggi espressivi contemporanei.

Il Museo Giansone è stato inaugurato lo scorso 17 aprile negli spazi riqualificati dell’ex maglificio Fratelli Bosio, e custodisce oltre 260 opere, tra cui 160 sculture, 30 quadri, 23 xilografie e numerosi disegni e incisioni, articolate lungo sette sale per una superficie complessiva di oltre 750 mtq. Durante le “Visite suonate”, il clarinettista e sassofonista Giuseppe Golisano guiderà il pubblico lungo l’itinerario espositivo, traducendo in note i concetti cardine della poetica di Giansone: il dinamismo, la proporzione e la scultura intesa come svelamento della forma celata della materia. Il percorso si snoda attraverso sei tappe; dopo l’introduzione all’ascolto sensoriale, si accede alla Stanza delle Ombre, dove i pieni e i vuoti dialogano con alternanza di suono e silenzio. Nella Sala dei Bronzi, l’improvvisazione restituisce il vigore della fusione e la moltiplicazione ritmica delle forme. So prosegue nella Sala Giuseppe Floridia, incentrata su trame geometriche strutturali, per poi entrare nella Sala delle Pietre e dei Marmi, dove l’architettura sonora ripercorre l’evoluzione dell’apprendimento umano. L’esperienza culmina nell’Opera Omnia, dove l’esperienza spirituale del Requiem e la musica meditativa conducono verso la pura astrazione. Il viaggio trova nella musica un tramite naturale: la passione per il jazz, infatti, percorre tutta la produzione di Mario Giansone.

Mara Martellotta

Agliè, pomeriggio con Debora Bocchiardo

Sabato 19 settembre, ad Agliè, si terrà un pomeriggio letterario promosso dalla scrittrice Debora Bocchiardo nell’isolotto che fu di Guido Gozzano
Sabato 19 settembre, alle 16.30, il Comune di Agliè, in provincia di Torino, propone un pomeriggio letterario in collaborazione con la scrittrice Debora Bocchiardo presso la suggestiva radura dell’isolotto di via Meleto, che fu di Guido Gozzano. L’ingresso è gratuito. Il sito restituisce oggi l’atmosfera serena e raffinata che, un tempo, ispirò le opere del grande poeta e scrittore, che qui si ritirava per comporre in totale armonia con la natura. Sono ancora visibili i piccoli scali per la barchetta del fossato e il ponticello. Si parlerà di tre volumi delle edizioni Pedrini: “Straordinario quotidiano”, un’antologia di racconti, “Invisibile”, il settimo romanzo di Debora Bocchiardo, e “Un calice di Erbaluce”, una novità appena arrivata in libreria che raccoglie ben sedici racconti dedicati a uno dei vini simboli Canveseavese, l’Erbaluce. In caso di maltempo, l’iniziativa si terrà in viale della Rimembranza 10, presso il Centro Anziani, e saranno presenti gli autori.
Mara Martellotta

Vent’anni di Casa del Teatro Ragazzi e Giovani: una storia che guarda al futuro delle nuove generazioni

Inclusione, attrattività del territorio, investimenti e capacità di accompagnare i giovani nella crescita. Sono stati questi i temi al centro dell’incontro Generare futuro – Cura per le Nuove Generazioni, organizzato ieri alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino in occasione dei vent’anni di attività della struttura.

Un anniversario diventato occasione per guardare oltre la storia della Casa del Teatro, nata nel 2006 da una collaborazione tra istituzioni e realtà del territorio, e interrogarsi sulle condizioni necessarie per costruire una città e una comunità capaci di offrire alle nuove generazioni opportunità, relazioni e prospettive per il futuro.

La Casa del Teatro è nata con l’obiettivo di creare uno spazio nel quale bambini e ragazzi potessero incontrare il teatro e la cultura in un ambiente accogliente e pensato per loro. La scelta del nome “Casa” richiama proprio l’idea di un luogo nel quale sentirsi accolti, riconosciuti e parte di una comunità. A vent’anni di distanza, quella stessa intuizione è diventata il punto di partenza per un confronto più ampio sul ruolo delle istituzioni, delle fondazioni e del territorio nel costruire le condizioni di vita delle nuove generazioni.

Due domande per guardare al futuro

Il confronto si è sviluppato attorno a due questioni principali: quali siano oggi le politiche, i servizi e i programmi più importanti per il benessere e le opportunità dei giovani e se queste iniziative siano sufficientemente forti e riconoscibili da rendere Torino e il Piemonte luoghi nei quali le nuove generazioni desiderino restare o tornare e nei quali le famiglie scelgano di vivere.

A introdurre la riflessione è stata Chiara Daniela Pronzato, presidente della Fondazione TRG e docente di Demografia, che ha posto l’accento sulla necessità di investire sulle nuove generazioni in una società sempre più longeva e con una componente giovanile in diminuzione.

L’investimento sui giovani, in questa prospettiva, non riguarda soltanto istruzione e lavoro, ma anche tutte quelle esperienze che contribuiscono fin dall’infanzia a sviluppare competenze personali e sociali: la capacità di collaborare, ascoltare, adattarsi, affrontare i problemi e prendere decisioni. Gioco, sport, teatro e occasioni di incontro diventano quindi strumenti importanti di crescita. Una sfida che riguarda anche l’equità, affinché l’accesso a queste opportunità non dipenda dal reddito della famiglia o dal quartiere nel quale si nasce.

Lo Russo: la grande sfida è l’inclusione

Particolarmente centrale, nell’intervento del sindaco di Torino Stefano Lo Russo, è stato il tema dell’inclusione e dell’integrazione. Torino, con una presenza di cittadini stranieri che si aggira intorno al 16 per cento, presenta una percentuale significativamente superiore alla media nazionale, indicata intorno al 9 per cento.

Un dato che si inserisce nella storia stessa della città. Torino è infatti da sempre una realtà caratterizzata dai fenomeni migratori: prima l’arrivo di migliaia di persone dal Mezzogiorno, oggi i flussi provenienti soprattutto da altri continenti. Lo Russo ha richiamato con ironia anche il proprio cognome, ricordando come la storia migratoria faccia parte della stessa identità della città.

Torino, dunque, ha nel proprio Dna una dimensione attrattiva nei confronti di chi arriva alla ricerca di una vita migliore. La sfida, secondo il sindaco, è fare in modo che questa caratteristica continui a rappresentare un elemento di forza e si traduca in reali percorsi di inclusione, integrazione e inserimento nella società.

Un tema che, nella prospettiva proposta da Lo Russo, dovrebbe superare le tradizionali contrapposizioni politiche e le logiche legate alla ricerca del consenso. Costruire una società inclusiva significa infatti creare le condizioni per una comunità più coesa e, allo stesso tempo, porre le basi per il futuro della città.

Attrattività, talenti e investimenti

Al confronto hanno partecipato anche Gian LucaVignale, assessore della Regione Piemonte, Anna Maria Poggi, presidente della Fondazione CRT, e Marco Gilli, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo.

Dai loro interventi è emersa una visione condivisa sulla necessità di rendere il territorio sempre più attrattivo, non soltanto per le nuove generazioni che già lo abitano, ma anche per talenti, competenze e investimenti provenienti dall’esterno.

In questo quadro, l’internazionalizzazione assume un ruolo strategico. Torino e il Piemonte sono chiamati a rafforzare la propria capacità di dialogare con l’estero, intercettare nuove opportunità e attirare professionalità qualificate, giovani talenti e investimenti strategici in grado di sostenere lo sviluppo economico e sociale del territorio.

Attrattività e inclusione diventano così due facce della stessa sfida. Un territorio che vuole trattenere i propri giovani deve essere anche capace di attrarne di nuovi, offrendo condizioni favorevoli a chi studia, lavora, investe e sceglie di costruire qui il proprio futuro.

Dopo l’aperitivo, la lectio magistralis di Matteo Lancini

La serata è proseguita, dopo un momento conviviale, con la lectio magistralis di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, dedicata al rapporto tra adolescenza, adulti e nuove tecnologie.

Al centro della riflessione, il tema Il teatro dell’adolescenza nell’epoca dell’intelligenza artificiale, una lettura dell’adolescenza contemporanea che parte da una domanda più ampia: come diventano grandi i ragazzi in una società nella quale gli adulti sono sempre più connessi, ma non necessariamente più disponibili a una relazione autentica?

Il teatro è diventato così una metafora efficace per descrivere la condizione degli adolescenti. Ragazzi continuamente fotografati, raccontati e osservati attraverso social network e piattaforme digitali, ma non sempre realmente visti e ascoltati. Una generazione che dispone di una libertà sempre più ampia di fare, scegliere e mostrarsi, ma che rischia al tempo stesso di avere meno spazio per essere se stessa.

È uno dei paradossi della contemporaneità: gli strumenti della connessione si sono moltiplicati, ma questo non significa necessariamente avere più relazioni significative.

In questo scenario si inserisce anche l’intelligenza artificiale, capace di conversare, rispondere e produrre parole in tempi rapidissimi, ma non in grado di sostituire quella particolare esperienza umana nella quale una relazione reale permette a una persona di sentirsi riconosciuta e vista.

Il punto, nella riflessione di Lancini, non è demonizzare la tecnologia, ma ricordare il ruolo insostituibile degli adulti. Gli adolescenti hanno bisogno di figure capaci di esserci, di tollerare il conflitto, l’incertezza e il silenzio, senza trasformare ogni fragilità in un problema da correggere o risolvere.

Ed è proprio in questo spazio che il teatro può assumere un valore particolare. Un luogo come la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani offre ai ragazzi la possibilità di sperimentarsi, sbagliare, improvvisare, provare emozioni, stare davanti agli altri e soprattutto stare con gli altri. Una dimensione di relazione reale che assume un significato ancora più importante in un’epoca dominata dalla connessione digitale.

La sfida educativa, dunque, non consiste semplicemente nel riportare i ragazzi fuori dagli schermi, ma nel costruire intorno a loro relazioni abbastanza significative perché la vita reale continui ad avere un luogo nel quale accadere.

A vent’anni dalla sua nascita, la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani si trova così al centro di una riflessione che va ben oltre il teatro. Prendersi cura delle nuove generazioni significa costruire spazi di cultura e relazione, promuovere inclusione, attrarre talenti e offrire prospettive concrete.

Significa, soprattutto, creare le condizioni perché i giovani non siano soltanto spettatori del futuro, ma possano diventare protagonisti del proprio percorso e della comunità nella quale scelgono di vivere.

GIULIANA PRESTIPINO