La protesta proclamata dalla redazione di la Repubblica rappresenta uno dei passaggi più delicati nella recente storia del quotidiano e riflette le tensioni emerse all’interno del gruppo editoriale GEDI, controllato dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann. Alla base dello sciopero vi sono le preoccupazioni dei giornalisti riguardo al progetto di riorganizzazione aziendale, percepito come un intervento che potrebbe ridurre gli organici, modificare la struttura del lavoro redazionale e incidere sulla linea editoriale della testata.
Secondo la rappresentanza sindacale interna, il timore principale riguarda un possibile indebolimento dell’autonomia giornalistica e una diminuzione degli investimenti destinati alla produzione di contenuti di qualità. La trasformazione del settore editoriale, segnata dal calo delle vendite della carta stampata e dalla necessità di rafforzare il digitale, impone nuove strategie industriali che tuttavia, secondo i lavoratori, rischiano di comprimere il ruolo culturale e informativo che il giornale ha storicamente svolto nel panorama nazionale. Le incertezze legate alla ridefinizione degli asset del gruppo contribuiscono inoltre ad alimentare timori sul futuro occupazionale e sulla stabilità della testata.
La vicenda si inserisce in un quadro più ampio che riguarda la figura di John Elkann e l’evoluzione delle strategie della famiglia Agnelli. Negli ultimi anni la holding Exor ha progressivamente orientato i propri investimenti verso scenari internazionali, ampliando il portafoglio in diversi settori economici e riducendo il peso delle attività storicamente radicate nel territorio torinese. Questa trasformazione ha alimentato un dibattito pubblico sul rapporto tra la dinastia industriale e la città di Torino, che per decenni ha rappresentato il centro nevralgico del sistema Fiat e della rete produttiva ad essa collegata. Alcuni osservatori interpretano questa scelta come un fisiologico adattamento alla globalizzazione, mentre altri la leggono come un progressivo allontanamento da un territorio che ha costruito parte della propria identità attorno alla presenza della famiglia Agnelli.
A incidere sull’immagine pubblica della famiglia contribuiscono anche le complesse vicende legate alla successione ereditaria. Le dispute sorte negli anni attorno alla gestione del patrimonio familiare hanno riportato al centro dell’attenzione beni artistici di grande valore, tra cui alcune opere pittoriche di pregio la cui collocazione e titolarità hanno alimentato polemiche e accertamenti. Questi episodi hanno rafforzato l’interesse mediatico sulla gestione dei beni storici della famiglia e sulle dinamiche interne alla successione patrimoniale.
Sul piano industriale, il gruppo Stellantis, nato dalla fusione tra FCA e PSA, sta affrontando una fase caratterizzata da forti trasformazioni del mercato automobilistico. Le oscillazioni registrate dal titolo in Borsa riflettono le difficoltà di un settore impegnato nella transizione verso la mobilità elettrica, nella competizione con nuovi produttori globali e nell’adattamento a normative ambientali sempre più stringenti. Questi elementi contribuiscono a creare un contesto complesso anche per l’intero sistema economico legato alla galassia Exor.
Nel complesso, le tensioni nel mondo dell’editoria, le questioni ereditarie e le sfide industriali delineano una fase di cambiamento profondo per la tradizione imprenditoriale della famiglia Agnelli-Elkann. Le scelte strategiche adottate negli ultimi anni evidenziano il tentativo di consolidare una presenza economica sempre più internazionale, ma al tempo stesso sollevano interrogativi sul futuro dei rapporti con il territorio torinese, sul ruolo delle storiche realtà industriali e sulle ricadute sociali e occupazionali che queste trasformazioni potrebbero comportare.
GiovedìScienza: appuntamento con Nerina Dirindin
In un momento storico in cui il diritto alla salute è sempre più al centro del dibattito pubblico, GiovedìScienza dedica un nuovo appuntamento, previsto per giovedì 12 febbraio prossimo alle 17.45, presso la Sala dei Mappamondi dell’Accademia delle Scienze Albertine, a uno dei temi più urgenti e decisivi per il futuro del Paese: la tenuta del sistema sanitario pubblico.
Riuscireste a vivere in uno Stato in cui se vostro figlio avesse bisogno di un trapianto di cuore potreste non riuscire a garantirgli le cure, nonostante la medicina possa salvarlo?
È uno scenario che sembra lontano ma che in alcune realtà è già concreto. Eppure la sanità non è solo una voce di spesa: è un investimento sociale, economico e civile. Parlare oggi di sanità
significa parlare di equità, di diritti e di futuro.
A guidare i partecipanti in questa riflessione sarà Nerina Dirindin, una delle voci più autorevoli del panorama italiano sui temi della sanità pubblica e del welfare. Economista pubblica, già docente all’Università di Torino, Dirindin ha unito ricerca accademica e responsabilità istituzionali di primo piano: è stata direttrice generale del Ministero della Salute, Assessore alla sanità della Regione Sardegna e Senatrice della Repubblica. Da anni è inoltre in prima linea nella difesa del Servizio sanitario nazionale come promotrice e coordinatrice della rete “Non possiamo restare in silenzio. La società civile per la sanità pubblica”.
Attraverso dati, esempi e una profonda conoscenza dei meccanismi decisionali, la relatrice offrirà al pubblico gli strumenti per comprendere cosa sta cambiando nel nostro sistema sanitario e perché difenderne i principi fondativi di universalità, equità, solidarietà è una responsabilità collettiva.
Ingresso libero fino a esaurimento posti.
La conferenza si svolge in presenza e sarà disponibile online sul canale YouTube di GiovedìScienza a partire dalle ore 17:45 di venerdì 13 febbraio 2026.
Info: gs@centroscienza.it – 0118394913
Mara Martellotta
Cade in un pozzo profondo 6 metri: giardiniere al Cto
Cade in un pozzo artesiano profondo 6 metri durante i lavori di potatura: 23enne trasportato al Cto. Questo l’ennesimo incidente sul lavoro, questa volta avvenuto in una villetta-cascina privata lungo la strada comunale di Superga, sulla collina di Torino, nella mattina di oggi.
Il giardiniere, un ragazzo di 23 anni di origini albanesi, è scivolato dentro e, per recuperarlo, sono intervenuti i vigili del fuoco con una squadra del distaccamento Stura e del nucleo speleo-alpino-fluviale del comando provinciale. Sul posto sono giunti anche i soccorritori del 118 Azienda Zero, che lo hanno trasportato al Cto. Nonostante le sue condizioni non siano gravi, ha riportato diversi traumi al bacino e agli arti a seguito della caduta. Intervenuti anche gli agenti delle volanti della Polizia di Stato e gli ispettori dello Spresal per ricostruire la dinamica e verificare la sicurezza dei lavori.
VI.G
L’auto si ribalta in un canale a bordo della carreggiata ed esce di strada: morto il conducente. È accaduto nel pomeriggio di oggi in via Mappano, a Caselle Torinese, quando la vettura, una Fiat Panda diretta verso il centro, è sbandata fuori strada e si è capovolta sul ciglio destro.
Sul posto sono intervenuti i soccorsi del 118 Azienda Zero, con l’elisoccorso, che hanno tentato invano di salvare l’uomo, ma purtroppo il conducente, un 55enne residente sul posto, ha perso la vita. Presenti anche i vigili del fuoco con le squadre dei distaccamenti di Caselle Torinese, Torino Stazione e del nucleo speleo-alpino-fluviale. I carabinieri della Compagnia di Venaria Reale hanno effettuato i rilievi per ricostruire la dinamica dell’incidente. Per le operazioni di soccorso e rimozione, la polizia locale ha chiuso al traffico la strada provinciale 12.
VI.G
Auto si ribalta nel canale. Morto il conducente
C’è un convitato di pietra nelle Olimpiadi invernali del 2026: Torino. Una città che aveva già dimostrato di saper ospitare i Giochi, che disponeva di impianti, competenze e memoria organizzativa, e che tuttavia è rimasta ai margini di Milano-Cortina. Col senno di poi, l’assenza di Torino è stata causata solo per una scelta politica a nostro avvisto sbagliata e miope, dettata più da equilibri politici e da una visione ristretta del progetto olimpico che da una reale valutazione delle opportunità.
In origine, l’idea di un’Olimpiade a tre poli – Milano, Cortina e Torino – rappresentava una soluzione coerente con l’evoluzione del modello olimpico: meno nuove costruzioni, più riuso, più territori coinvolti, maggiore distribuzione dei benefici. Una visione che, però, è stata progressivamente ridimensionata fino a lasciare Torino fuori dal perimetro ufficiale.
Una città già pronta
Torino non partiva da zero. Al contrario, partiva da un’eredità concreta: quella dei Giochi del 2006. Impianti funzionanti, professionalità consolidate, un sistema urbano abituato a gestire grandi eventi internazionali. Escluderla ha significato rinunciare a un patrimonio già disponibile, preferendo in alcuni casi soluzioni più costose o complesse.
Se Torino fosse stata inclusa, avrebbe potuto ospitare una parte rilevante delle discipline su ghiaccio indoor. L’Oval Lingotto, progettato proprio per il pattinaggio di velocità, avrebbe potuto tornare alla sua funzione originaria con interventi limitati. Il Palavela, simbolo del 2006, era ed è uno spazio ideale per il pattinaggio di figura e lo short track. Non ipotesi teoriche, ma opzioni realistiche, basate su strutture esistenti.
Anche sul fronte delle discipline di scivolamento, l’area olimpica torinese offriva una possibilità concreta. La pista di Cesana, oggi abbandonata, avrebbe potuto essere riqualificata e rimessa in funzione, evitando nuove costruzioni altrove e trasformando un’infrastruttura inutilizzata in una risorsa.
Un’Olimpiade più equilibrata e più nazionale
L’assenza di Torino ha contribuito a rendere Milano-Cortina un progetto fortemente sbilanciato. Milano come centro mediatico e finanziario, Cortina come vetrina alpina: due poli forti, ma anche due poli molto distanti tra loro, sia geograficamente sia simbolicamente. Torino avrebbe potuto rappresentare l’anello di congiunzione, il terzo pilastro di un’Olimpiade davvero nazionale.
Una candidatura a tre città avrebbe permesso di distribuire meglio flussi turistici, investimenti e visibilità internazionale. Avrebbe alleggerito la pressione su alcune località montane e rafforzato il ruolo delle Alpi occidentali, spesso rimaste in secondo piano rispetto a quelle orientali.
Comunicazione: un’occasione narrativa persa
Dal punto di vista della comunicazione, l’esclusione di Torino ha privato i Giochi di un racconto potente: quello della continuità olimpica. Torino è stata la prima città italiana a sperimentare con successo un’Olimpiade invernale diffusa, capace di trasformare il territorio e la propria immagine internazionale.
Inserirla nel progetto 2026 avrebbe consentito di costruire una narrazione a tre voci:
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Milano, simbolo dell’innovazione e dell’economia contemporanea
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Cortina, icona della montagna e dello sport invernale
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Torino, capitale dell’eredità olimpica e della trasformazione urbana
Un racconto più ricco, più credibile e più attrattivo anche per il pubblico internazionale.
Logistica e infrastrutture: una sfida gestibile
È vero: coinvolgere Torino avrebbe richiesto una macchina organizzativa più complessa. Ma sarebbe stata una complessità governabile. I collegamenti ferroviari con Milano sono già una realtà, la città dispone di una ricettività ampia e di spazi adatti a ospitare atleti, media e delegazioni.
Torino avrebbe potuto diventare un hub logistico per le discipline su ghiaccio, un centro di produzione mediatica, un punto di riferimento per eventi culturali e cerimonie collaterali. Invece, si è scelto di concentrare tutto su altri territori, rinunciando a una distribuzione più equilibrata dei carichi organizzativi.
Una scelta miope, non inevitabile
L’esclusione di Torino non è stata una necessità tecnica, ma una decisione politica. Una decisione che ha guardato al breve periodo, trascurando il valore strategico di una città che aveva già dimostrato cosa significa ospitare i Giochi.
Oggi Torino resta spettatrice di un evento che avrebbe potuto coinvolgerla direttamente, rilanciando impianti, turismo e identità sportiva. Un’occasione persa che pesa non solo sulla città, ma sull’idea stessa di un’Olimpiade italiana davvero condivisa.
Milano-Cortina 2026 sarà comunque un grande evento. Ma con Torino sarebbe potuto essere qualcosa di più: un progetto più equilibrato, più sostenibile e più lungimirante.
Aggredita da uomo con machete: arrestato
La Polizia di Stato ha arrestato a Torino un trentacinquenne marocchino per tentata rapina aggravata.
Gli agenti dell’U.P.G.S.P. sono intervenuti in via Bologna a seguito della segnalazione di una rapina ai danni di una ragazza che, nel fare rientro a casa, era stata aggredita e minacciata da un uomo con un grosso coltello per farsi consegnare il suo smartphone.
Giunti sul posto, gli operatori hanno intercettato subito l’uomo che, alla vista della Volante, ha lasciato cadere il machete tra le auto parcheggiate, per poi darsi alla fuga. Dopo un breve inseguimento, gli agenti hanno bloccato il cittadino marocchino, recuperando lo smartphone sottratto alla ragazza, oltre che al coltello di cui aveva tentato di liberarsi poco prima.
La Rete di Atena: ogni giorno accanto alle donne
Un bel gruppo di donne unite ed affiatate ha festeggiato al Centro Sabir di via Dego, alla Crocetta, i 15 anni dell’associazione “La Rete di Atena” che offre servizi di ascolto, aiuto e consulenza legale e psicologica.

“In particolare – racconta la coordinatrice Julia Marzocchi – ci siamo specializzate negli anni, nel supporto delle vittime del gaslighting, quell’insidiosa forma di violenza morale effettuata attraverso la manipolazione mentale della vittima con la quale si fa credere alla donna di vivere in una realtà diversa da quella effettiva; la si fa sentire sbagliata, mina le sue sicurezze e certezze esistenziali con forme che sfociano in alcuni casi in un vero e proprio lavaggio del cervello.” Contrasto, ascolto, consulenza e sostegno per maltrattamenti, violenze e fragilità sono le parole chiave delle numerose attività della Rete di Atena che ha sede in via Dego, al civico 6, presso il Centro Sabir: “cerchiamo ogni giorno di stare accanto alle donne che devono affrontare queste problematiche e per questo organizziamo con una certa cadenza eventi incontri di sensibilizzazione e informazione portando avanti anche progetti didattici alla legalità, ai diritti umani e alla parità di genere”.
Durante l’incontro al quale ha partecipato la Consigliera della Circoscrizione 1 Centro- Crocetta Grazia Poggio Sartori, sono stati inoltre ricordati e presentati perché molto richiesti e frequentati, i corsi di difesa personale e gestione del pericolo e quelli di yoga anche per le persone con disabilità.
Igino Macagno
Delli Carri (Nursing Up): «Così si perde un’intera generazione di infermieri e professionisti sanitari»
Torino, 10 febbraio 2026 – La sanità assume senza trattenere, recluta senza valorizzare. Ennesimo paradosso del sistema sanitario: mentre si bandiscono nuovi concorsi per infermieri e professionisti sanitari, la mobilità resta bloccata o fortemente limitata. Il risultato? Professionisti costretti a lavorare a centinaia di chilometri da casa, reparti che restano scoperti e una sanità sempre meno attrattiva.
«È una scelta incomprensibile – dichiara Claudio Delli Carri, segretario regionale Nursing Up Piemonte e Valle d’Aosta – continuare a fare concorsi senza prima sbloccare seriamente la mobilità. Abbiamo infermieri e professionisti sanitari che lavorano lontano dalle loro famiglie e che vorrebbero rientrare nei propri territori, ma non possono farlo, alimentando un circolo vizioso che non risolve nulla».
Sempre più professionisti sanitari rinunciano o cambiano strada perché costretti a una vita fatta di trasferimenti forzati, tutti massacranti e distanza dagli affetti.
«Così si sacrifica la motivazione -. prosegue Delli Carri – Non si può pretendere qualità dell’assistenza se si trattano gli infermieri e professionisti sanitari come pedine da spostare senza criterio. Questo è uno dei motivi della crisi vocazionale che tutti fingono di non vedere».
Il sindacato ribadisce la necessità di un cambio di rotta immediato: prima la mobilità, poi i concorsi.
«Gli infermieri, ma in generale tutto il personale sanitario, ha bisogno di un piano serio che permetta loro di rientrare a casa e che valorizzi chi già lavora nel servizio sanitario, invece di costringerlo a scegliere tra lavoro e vita privata. La sanità pubblica non si salva con i proclami ma con scelte concrete -. conclude Delli Carri – La prima è proprio rispettare chi ogni giorno manda avanti gli ospedali senza infermieri e professionisti motivati, il sistema semplicemente non regge».
Nursing Up