ARTE- Pagina 8

La straordinaria “anima pittorica” di Paolo Conte. “Original”

Nella sua città natale la più ampia mostra mai dedicata al grande Maestro astigiano

Fino al 1° marzo 2026

Asti

“Il disegno è uno dei miei due vizi capitali, più antico di quello per la musica e le canzoni”. A confessarlo, rivolgendosi a quanti ancora non lo conoscessero sotto questa veste artistica, è proprio lui. Icona indiscussa della storia della canzone d’autore, pianista di singolare formazione jazz e compositore dalle straordinarie risorse acclamato dai più prestigiosi palcoscenici mondiali, dall’“Olympia” di Parigi alla “Scala” di Milano nel 2023 (primo e unico artistica della scena cantautorale internazionale a calcare il palco del “Tempio” assoluto della Lirica), Paolo Conte (classe ’37) – dopo la breve parentesi dedicata all’“avvocatura” – dal ’74 decide di dedicarsi esclusivamente al “mestiere d’artista”, esercitato in quei due campi di passione e infinita visionarietà che sono per l’appunto la “musica” e la “pittura”. La “sua” musica e la “sua” pittura. Ancora Conte: “La composizione musicale manovra su di me in forma di eccitazione, mentre pittura e disegno mi danno calma e leggerezza”.

Dunque, passioni antiche, perseguite su strade parallele che spesso non hanno reticenza alcuna (anzi!) ad intrecciarsi fra segni, note, libertà di parola, di gesto e colore (quanta forza, in tal senso, in quell’uomo-scoiattolo “Squirrel – Uomo Circo” del ’74 e in quei “Fiori in un vento novecentista del 2000”) che, insieme, configurano “tanta, tanta roba”, ma soprattutto quella “malandrina originalità” d’espressione che subito ti fa capire da chi proviene il tutto. “Originalità” …  e di qui il titolo perfetto – “Original” – dato alla mostra, la più ampia (dopo quelle dedicategli nel 2000 dal “Barbican Hall” di Londra fino al 2023, quando Conte è invitato ad esporre addirittura agli “Uffizi” di Firenze) mai dedicata in Italia e all’estero  dalla sua Asti ed ospitata, fino al 1° marzo 2026, al barocco “Palazzo Mazzetti”, sede della “Pinacoteca Civica” astigiana. Qui hanno trovato posto, a firma del grande Maestro, e in una cornice che parla allo spettatore di una poetica “elegante, malinconica, jazzata e ironica”, ben 143 lavori su carta, realizzati con tecniche diverse e in un arco temporale durato quasi settant’anni. Curata da Manuela Furnari– saggista e autrice dei più importanti testi critici dedicati all’ opera di Paolo Conte – e organizzata, fra le varie Istituzioni, dalla “Fondazione Asti Musei”“Fondazione Cassa di Risparmio di Asti”“Regione Piemonte” e “Città di Asti” (con il contributo del “Ministero della Cultura”), l’esposizione dà anche ai visitatori la possibilità di accostarsi ad opere mai prima d’ora esposte, tra cui “Higginbotham del 1957, tempera e inchiostro, dedicata a uno dei primi “swinganti” trombonisti jazz americani.

Altro nucleo importante della mostra è costituito dalla selezione di tavole tratte dalle oltre 1800 di “Razmataz, l’undicesimo album registrato in studio e interamente scritto, musicato e disegnato da Paolo Conte. Ambientata in una Parigi anni ‘20, l’opera celebra – dietro la misteriosa scomparsa di una ballerina – l’attesa e l’arrivo in Europa della giovane musica americana, il jazz, interpretato nelle sue forme e figure più esotiche – spesso contorte, strette strette e alte alte – in una libertà formale che richiama le “Avanguardie del primo Novecento”, dai movimenti “futuristici” all’“espressionismo” più convulso e ribelle, “un periodo – afferma l’artista – carico per me di sensualità e di una immediata danzabilità che lo contraddistingue”.

Infine una terza sezione di opere (29) su “cartoncino nero” in cui Paolo Conte si affida alla suggestione delle linee e dei colori “in un omaggio garbato, talvolta venato di ironia, alla musica classica, al jazz, alla letteratura, all’arte”. Racconta Conte: “In un fornito negozio di belle arti, mi sono imbattuto in alcuni album di cartoncino nero che mi hanno immediatamente attratto. Quando li ho riguardati a casa non ho provato la ‘sindrome della pagina bianca’ come capita sovente agli scrittori, ma la curiosità del ‘foglio nero’ su cui ho fatto danzare i pastelli colorati. Tra curiosità e divertimento ho difeso questo mio esercizio di stile cercando la complicità nella cultura (musica classica, jazz, teatro, letteratura, arte)”“Esercizio di stile”: così definisce l’artista questa nuova “pensata”. Ma anche in quei “cartoncini” c’è molto di più. C’è soprattutto quello che si chiama “il ritmo della composizione: linee, piani colorati, forme irregolari che si intersecano o si susseguono in un omaggio cordiale e divertito”. Da sottolineare ancora, fra le specificità della mostra, il singolare “percorso espositivo”. Le opere viaggiano affiancate secondo una scelta che non poteva che essere determinata, in maniera “original”, dallo stesso Maestro, con una sola avvertenza: “Lasciare al pubblico – sue parole  la possibilità di immaginare con libertà massima”.

Gianni Milani

Paoli Conte. “Original”

Palazzo Mazzetti, Corso Vittorio Alfieri 357, Asti; tel. 0141/530403 o www.museidiasti.com

Fino al 1° Marzo 2026 – Orari: dal lun. alla dom. 10/19

Nelle foto: Paolo Conte “Squirrel – Uomo Circo”, 1974; “Danza cinese vestita”, 2000; “Red Hot Mama, da Ramataz”, 1996; “Valigetta creola”, 1988

Stefano Unterthiner. “Una finestra sull’Artico”

L’ottocentesco “Forte di Bard” dedica una suggestiva personale all’imponente lavoro realizzato dal fotografo valdostano nell’arcipelago delle Svalbard

Fino al 3 maggio 2026

Bard (Aosta)

Se già solo a trovartele di fronte in solitarie immagini fotografiche di acque e ghiacci (un tempo perenni!) ti ribaltano e ti bloccano occhi e cuore – per l’inimmaginabile abbagliante surrealtà tanto lontana dal nostro vivere comune – figurarsi pensare di viverle in una concreta, pur se solo momentanea, quotidianità! “E’ un mondo talmente estremo che una volta che lo provi fai fatica a dimenticarlo e sogni di tornarci”; così commentava in una recente intervista a “Vanity Fair Italia”, Stefano Unterthiner, fotografo valdostano (classe ’70 e da vent’anni collaboratore del “National Geographic”) il complesso lavoro da lui realizzato, fra il 2018 e il 2025, nell’arcipelago delle Svalbard, le terre abitate più a nord del Pianeta, oggi – e fino a domenica 3 maggio 2026, ospitato nelle “Sale degli Alloggiamenti del Museo delle Alpi” al “Forte di Bard”. Sessanta, di un ben più ampio nucleo di scatti, articolati sotto il titolo “Una finestra sull’Artico”, sono le opere esposte nella Fortezza sabauda, suddivise in “nove sezioni” e frutto di un lavoro iniziato da Unterthiner in un momento storico particolare per la vita del Pianeta. E di tutti noi. “Quando è finita la notte artica – ancora parole del fotografo – tre mesi di buio totale, ed è tornata la luce, è arrivato il Covid e, improvvisamente, non c’era più nessuno. Mi sono ritrovato a vivere le Svalbard di 50 anni fa”. Non quelle dei tempi del leggendario esploratore norvegese Roald Amundsen (che con il suo equipaggio compì in tre anni l’intero viaggio dalla Groenlandia all’Alaska), ma quasi. E, con Unterthiner, alle Svalbard c’erano anche la moglie, la divulgatrice scientifica Stéphanie Françoise, e i due figli.  Ancora il fotografo: “Tutto si è bloccato … Ma in quel periodo, senza l’ombra di un turista, ho potuto trovare la connessione con la natura che cerco sempre per me e per le mie fotografie. Andavo in motoslitta per chilometri senza vedere mai nessuno. Si sono create anche le condizioni per vedere l’orso polare che va cercato con cautela e con imbarcazioni particolari. La mostra al ‘Forte di Bard’ racconta tutto quello che ho realizzato in questi anni, 60 immagini da un archivio di circa 25mila scrupolosamente selezionate”. E, negli occhi e nella memoria “la bellezza nascosta dell’Artico che, se non la si vede, non si riesce a capire”. Ma raccontata in maniera davvero eccezionale in quei 60 scatti (comprendenti anche la produzione inedita realizzata in quattro successive spedizioni) esposti nella rassegna di Bard, parte dovutamente limitata del Progetto “Una famiglia nell’Artico” e raccolti in uno dei suoi dieci volumi fotografici (pubblicati dal 2000 ad oggi) dal titolo “Un mondo diverso” (Ylaios, 2022).

Al “Forte di Bard”, Unterthiner racconta tutta la sua passione per quella straordinaria area situata a nord del Circolo Polare Artico (non un continente unico, ma ricco di enormi giacimenti di petrolio, gas naturale e minerali, dal nichel al rame a rare pietre preziose) e per la sua umanità non meno che per la sua fauna, colta (anche dopo ore di appostamenti) nelle diverse stagioni: dagli orsi polari alle renne alle sterne e ai fulmari (uccelli d’alto mare, particolarmente diffusi nell’Oceano Atlantico).

“Un affresco intenso ed emozionante, originale e potente – si è scritto – di un mondo purtroppo fragile, in rapido mutamento e sempre più condizionato dall’impatto dei cambiamenti climatici”. Una iattura cui non si sottraggono purtroppo neppure le Svalbard, che sono il luogo – è stato appurato – dove il cambiamento climatico si manifesta più rapidamente che in qualunque altra regione del mondo. Per centoundici mesi consecutivi è stata, infatti, registrata una temperatura media mensile al di sopra del normale (marzo 2020 ha interrotto la sequenza negativa, tornando sotto la media di 0,5° C). In generale, tutto l’Artico – dicono gli esperti – si sta riscaldando più del doppio rispetto al resto del pianeta.

A completare la mostra diciotto ritratti in bianco e nero realizzati da Unterthiner tra i residenti della piccola comunità di Longyearbyen (Svalbard), accompagnati da testimonianze sulla percezione dei mutamenti climatici e un pannello in grande formato dedicato alle “climate stripes”. Lungo il percorso espositivo è disponibile anche un documentario realizzato da “Raitre” (della durata di 20’), che racconta il Progetto “Una famiglia nell’Artico”.

Gianni Milani

Stefano Unterthiner. “Una finestra sull’Artico”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele, Bard (Aosta); tel. 0125/833824 o www.fortedibard.it

Fino al 3 maggio 2026

Orari: dal mart. al ven. 10/18; sab. dom. e festivi 10/19. Lun. chiuso

Nelle foto: Stefano Unterthiner “Fulmari fotografati dalla finestra della M/S Mälmo, Tempelfjorden; “Combattimento tra maschi di renna durante la stagione riproduttiva”, 2018; Volpe artica in abito invernale e permafrost”, 2018

Torino, la settimana delle arti chiude in crescita: boom di visitatori tra fiere e mostre

Artissima 2025 chiude nel segno della vitalità e della visione internazionale: la fiera mette alla prova la nuova IVA al 5% e si conferma laboratorio del contemporaneo

 Si è conclusa la trentaduesima edizione di Artissima, la principale fiera italiana dedicata all’arte contemporanea e la più internazionale del Paese.

Con 34.000 presenze complessive, 176 gallerie provenienti da 36 Paesi e 5 continenti, 26 nuovi espositori, 63 progetti monografici, 13 premi e 1 fondo di acquisizione, Artissima conferma la propria vitalità di mercato e la sua centralità come osservatorio internazionale.

Quest’anno, la fiera ha anche rappresentato il primo banco di prova concreto per la nuova aliquota IVA al 5% sulle opere d’arte, una misura strategica per la competitività del sistema italiano, osservata per la prima volta nel contesto di un mercato internazionale e in confronto con i regimi fiscali europei.

«Artissima è stata il primo momento di verifica per l’IVA al 5%, ma soprattutto la sua cartina di tornasole – sottolinea Luigi Fassi, direttore della fiera dal 2022 –. Questa misura non è solo un provvedimento fiscale, ma un fatto culturale, che ridefinisce la posizione dell’Italia nel sistema dell’arte. Restituisce al nostro Paese la possibilità di competere ad armi pari, ma anche di proporre un modello fondato su qualità, consapevolezza e responsabilità. Artissima ha avuto il privilegio e la responsabilità di metterlo alla prova, dimostrando come una fiera possa essere anche un luogo di diplomazia culturale, capace di far dialogare politica, economia e visione».

The Others Art Fair 2025 chiude la XIV edizione nel segno della qualità, dell’inclusione e della sperimentazione

Si è conclusa con successo anche la XIV edizione di The Others Art Fair, che ha confermato la fiera torinese come uno dei principali osservatori internazionali sulla ricerca artistica emergente e la sperimentazione dei linguaggi contemporanei.

«È stata un’edizione caratterizzata da una straordinaria qualità nella ricerca e nella sperimentazione dei progetti presentati dalle gallerie ospiti – commenta Roberto Casiraghi, fondatore e ideatore della Fiera insieme a Paola Rampini – Un obiettivo che ci eravamo posti due anni fa e che riteniamo pienamente raggiunto in questa XIV edizione, mentre già guardiamo alla nuova sede che ci accoglierà il prossimo anno».

I flussi di pubblico sono rimasti in linea con lo scorso anno, con un incremento nelle giornate di sabato e domenica, confermando l’interesse costante di pubblico e addetti ai lavori. «Per noi – aggiunge Casiraghi – resta prioritario rafforzare la qualità e la solidità delle proposte delle gallerie nei prossimi anni».

Flashback Art Fair 2025: “Senza Titolo”, ma con un’anima profonda. Oltre 26 mila visitatori per la fiera che trasforma l’arte in relazione

Si è chiusa infine la tredicesima edizione di Flashback Art Fair, la manifestazione torinese che ogni anno trasforma Flashback Habitat (Corso Giovanni Lanza 75, Torino) in un organismo vitale, capace di unire arte e vita, mercato e pensiero, memoria e trasformazione.

Dal 30 ottobre al 2 novembre 2025, con 48 progetti espositivi e 26.230 visitatori (dato aggiornato alle ore 18.15 di domenica 2 novembre), Flashback ha confermato la propria natura di fiera d’arte unica nel panorama nazionale: un luogo dove l’esperienza non è solo visione, ma incontro, dialogo e condivisione.

Un’edizione “Senza Titolo”, eppure fortemente identitaria. Le sale dell’IPI – Istituto Provinciale per l’Infanzia si sono animate di voci, sguardi e riflessioni: galleristi e artisti italiani e internazionali, collezionisti, curatori e visitatori hanno riconosciuto in Flashback una casa dell’arte aperta e consapevole, dove ogni stanza diventa un laboratorio curatoriale e ogni incontro un gesto di fiducia reciproca.

“Chi sceglie di partecipare a Flashback – spiegano le direttrici Ginevra Pucci e Stefania Poddighe e il direttore artistico Alessandro Bulgini – sceglie una dimensione diversa, in cui la fiera è prima di tutto un gesto di accoglienza. Qui il mercato entra nella vita reale, l’arte si avvicina alle persone e il collezionismo diventa pratica quotidiana, concreta, emotiva.”

Tra le opere esposte, nomi che attraversano i secoli – Dürer, Ribera, Genovesino, Modigliani, Morandi, Ontani, Mondino, Marini, Von Stuck – accanto all’immagine guida affidata, con affetto, alle opere di Antonello Bulgini, fratello del direttore artistico.
Il Circolino si è trasformato in un luogo di parola e immaginazione, grazie alla scrittura di Alexander Mostafa Fazari e alla mostra “Gaza, Opera Viva”, che ha ricordato il ruolo dell’arte come spazio di responsabilità e testimonianza.

La riflessione contemporanea ha attraversato anche il Public Program, con talk e incontri tra arte e attualità (Monica Biancardi, Alessandro Bulgini, Christian Caliandro), presentazioni su Carol Rama e sul Legnanino ritrovato, laboratori creativi dedicati al mito di Ulisse e momenti musicali di jazz dal vivo.

“Flashback è una fiera che vive nella relazione – conclude la direzione –. È un ecosistema in cui il valore non si misura solo in termini economici, ma nel tempo e nella qualità dell’incontro. In un mondo complesso, crediamo nel potere dell’arte di costruire empatia, generare consapevolezza, offrire rifugio e prospettiva.”

Spente le luci della Fiera, l’Habitat continua a vivere: la mostra “Compassione” rimarrà visitabile fino a marzo 2026, mentre dal 21 al 23 novembre gli spazi di Corso Giovanni Lanza 75 ospiteranno la prima edizione del MAF – Mater Film Festival, rassegna dedicata al cortometraggio d’autore.

Più di 26mila visitatori per Flashback Art Fair

Si chiude all’insegna del successo, confermandosi con 26 mila e 230 visitatori (aggiornamento del 2 novembre, alle 18.15), e 48 progetti espositivi la XIII edizione di Flashback Art Fair, la manifestazione che ogni anno trasforma Flashback Habitat in un organismo vitale, capace di unire arte e vita, mercato e pensiero, memoria e trasformazione.
Un’edizione “senza titolo”, eppure fortemente identitaria, che ha confermato Flashback come un modello unico di fiera, dove l’esperienza è prima di tutto relazione: tra artisti e galleristi, tra pubblico e opere, passato e presente. In questi giorni le sale dell’IPI – Istituto Provinciale per l’Infanzia, si sono popolate di voci, incontri, sguardi e riflessioni. Gallerie italiane e internazionali, collezionisti, curatori e visitatori hanno colto in Flashback una casa riconosciuta dell’arte, un luogo affettuoso e consapevole dove ogni stanza diventa laboratorio curatoriale, ogni incontro un atto di dialogo e fiducia.

“Chi sceglie di partecipare a Flashback – spiegano le direttrici Ginevra Pucci e Stefania Poddighe, e il direttore artistico Alessandro Bulgini – sceglie una dimensione diversa, in cui la fiera è principalmente un gesto d’accoglienza. Qui il mercato entra nella vita reale, l’arte si avvicina alle persone e il collezionismo diventa pratica quotidiana, concreta ed emotiva”.

Accanto ad opere, tra gli altri, di Dürer, Ribera, Genovesino, Morandi, Ontani, Modigliani, Mondino, Marini e Von Stuck, all’immagine guida affidata con infinito affetto alle opere del fratello del direttore artistico, Antonello Bulgini, e agli spazi del Circolino, ricoperti dalla scrittura potente e immaginifica di Alexander Mostafà Fazari, e della capacità dell’esposizione di “Gaza Opera Viva” nell’importanza di trattenere il pensiero sulle urgenze della contemporaneità, la fiera ha offerto al pubblico un viaggio esperienziale tra linguaggi e tempi, attraversando la responsabilità dell’arte come filo conduttore: la capacità di farsi testimonianza, gesto politico umano, spazio di compassione e consapevolezza.

A intrecciarsi con la sezione espositiva, anche il “Public Program” ha dato voce alla riflessione contemporanea, dai talk dedicati alla relazione fra arte e attualità, con Monica Biancardi, Alessandro Bulgini e Christian Caliandro, alle presentazioni dedicate a Carol Rama e al Legnanino ritrovato, fino ai laboratori “Io sono Nessuno”, ispirati al mito di Ulisse e alla musica jazz.

“Flashback è una fiera che vive nella relazione – conclude la direzione – è un ecosistema il cui valore non si misura solo in termini economici, ma nel tempo e nella qualità dell’incontro. In un mondo difficile, crediamo nel potere dell’arte di costruire empatia, di generare consapevolezza e offrire rifugio e prospettiva. È qui che si ritrova la bellezza, quella che unisce e non divide”.
Spente le luci sulla fiera, resta vivo l’Habitat: non solo la mostra “Compassione” continuerà a vestire gli spazi del Circolino fino al prossimo marzo.
Gli spazi di corso Giovanni Lanza 75 sono gia pronti ad accogliere da venerdi 21 a domenica 23 novembre il MAF – Mater Film Festival, rassegna di cortometraggi alla sua prima edizione.

Mara Martellotta

Torino, l’arte come esperimento globale: “The Others”

La rassegna ha trasformato l’ILO in un laboratorio di visioni contemporanee

Nel fine settimana che Torino ha interamente dedicato all’arte, tra mostre, inaugurazioni e fiere diffuse in tutta la città, “The Others” si è confermata una delle tappe più vive e sorprendenti del calendario. Ospitata quest’anno negli spazi dell’International Training Centre of the ILO, la manifestazione ha offerto anche l’occasione di riscoprire un luogo poco conosciuto dai torinesi, trasformato per l’occasione in un crocevia di linguaggi, culture e prospettive artistiche.

Giunta alla sua XIV edizione, la fiera ha riunito 57 espositori provenienti dall’Italia e da otto Paesi stranieri – tra cui Slovacchia, Spagna, Perù, Lituania, Francia, Svizzera, Argentina e Portogallo – animando il Padiglione Americas 2 con installazioni, performance e progetti pensati ad hoc per questa edizione.

Quest’anno, “The Others Art Fair” si è presentata con un titolo che suona come un manifesto: “The future is here, right now!”. Un invito a non attendere il futuro ma a viverlo e riscriverlo, attraverso le proposte di gallerie emergenti e consolidate, spazi indipendenti, artist-run space e home gallery.

Accanto alle esposizioni, un fitto programma culturale di performance, talk, installazioni sonore e videoarte ha arricchito la manifestazione, confermando la vocazione interdisciplinare di un evento che continua a reinventarsi, anno dopo anno, come piattaforma di dialogo e sperimentazione.

Il percorso espositivo si sviluppa lungo tre direttrici concettualila soglia e la città, il viaggio e l’interculturalità, il corpo e gli inganni della visione – che guidano il visitatore in un’esperienza immersiva e riflessiva, capace di interrogare i confini tra spazio urbano, identità e percezione.

La sensazione, muovendosi tra le Suites e le Roomsdel padiglione, è quella di un continuo scambio tra dimensioni underground e realtà più strutturate: un dialogo fluido in cui le energie dei giovani artisti si intrecciano con la solidità di gallerie affermate. Ogni sala si presenta come un piccolo mondo autonomo, capace di restituire al pubblico visioni dirette, a volte crude, ma sempre autentiche e comunicative.

Tra i temi più ricorrenti spicca quello del viaggio, inteso non solo come spostamento fisico, ma come esperienza dello spazio e del “qui e ora”, esteso alla dimensione interculturale e alla possibilità di far convivere prospettive differenti. Centrale anche la riflessione sul corpo, spesso mostrato nella sua nudità più esplicita e simbolica – come nelle opere di Duprè– a rappresentare una fisicità esposta, vulnerabile e potente allo stesso tempo.

Con la sua energia inclusiva e la pluralità di voci che la compongono, The Others si conferma una vera e propria factory dell’arte indipendente, dove trovano spazio le sperimentazioni più vitali del panorama italiano e torinese, in dialogo costante con la scena internazionale.

Valeria Rombolá

La fiera dedicata alle realtà emergenti, The Others. Performance sonore e video-art

The Others Art Fair è giunta alla sua quattordicesima edizione e annuncia i 57 espositori che partecipano alla fiera in programma dal 30 ottobre al 2 novembre prossimi, negli spazi dell’International Training Centre of the ILO, in viale Maestri del Lavoro 10, a Torino.

The Others presenta espositori dall’Italia e dall’estero, tra cui Slovacchia, Spagna, Perù, Cuba, Lituania, Francia, Svizzera, Argentina e Portogallo, rivelando novità sui focus dedicati a performance, video d’arte e opere sonore. Presenta anche tre percorsi trasversali, che sono chiavi di lettura per questa edizione: la soglia e la città, il viaggio e l’interculturalità, il corpo e gli inganni della visione. A guidare questo processo è il direttore artistico Lorenzo Bruni, curatore indipendente con una lunga esperienza internazionale. Il Patron è Roberto Casiraghi, affiancato da un board curatoriale composto da Caterina Angelucci, Carolina Ciuti, Lydia Pribišová e Elisabetta Roncati, le quali approfondiranno i temi di questa edizione per mezzo di focus, visite guidate e tavole rotonde. Un gruppo che ha lavorato insieme per mantenere fede alla vocazione di The Others di essere un laboratorio critico e relazionale più che un semplice appuntamento fieristico.
Per il secondo anno consecutivo, The Others trasforma il campus dell’International Training Center of the ILO in un organismo culturale vivo, un luogo dove realtà internazionali pongono in dialogo tecniche tradizionali e algoritmi, corpo e città, memoria e futuro. Visitare The Others significa confrontarsi con il mosaico ricco di spazi no-profit, gallerie emergenti consolidate, home galleries che confermano la vocazione della fiera, quella di coniugare opere e pratiche capaci di dialogare non solo con lo spazio fisico che le accoglie, ma anche con le tensioni del nostro tempo.

L’immagine guida della nuova edizione di The Others porta la firma di Simone Rotella, noto illustratore e grafico pubblicitario torinese riconosciuto per uno stile distintivo frutto di una rigorosa ricerca tra combinazioni di colori e punti di vista cinematografici. Per la fiera, Rotella ha realizzato “Allegoria nel futuro”, un’illustrazione evocativa dal tono distopico che interpreta in chiave creativa il tema centrale di questa edizione: “The Future is here right now”. L’immagine ritrae tre figure d’età diversa, due umane e una robotica, che si alternano in modo ciclico, suggerendo un percorso evolutivo nel tempo. Questa immagine è stata ispirata all’artista da un quadro di Tiziano di metà del Cinquecento, in cui sono presenti tre teste maschili che simboleggiano rispettivamente la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.

I 57 espositori animano la palazzina del TC ILO con proposte elaborate appositamente per l’occasione e suddivise in 3 grandi macroaree, che diventano chiave di lettura dell’edizione 2025. La prima riguarda la soglia cittadina tra spazio cittadino e privato. L’idea di soglia diventa esperienza condivisa in relazione alla natura, come accade con Solocontemporaneo dell’Argentina, che mette in scena “ I viaggiatori del tempo” con le opere di Karina Chechik, Juan Si-Gonzalez, Arturo E. Mosquera, Edgardo Mizhrai e Alexandra Verga, che rifiutano di delegare alla IA la propria immaginazione, invitando il pubblico a un tempo lento; il progetto della galleria Bunker di Firenze orchestra connessioni tra segni astratti dell’artista Monograff, che invade lo spazio con un intervento pittorico site-specific, e le riflessioni sul concetto di oggetto d’uso elaborate da Filippo Mannucci, Davide D’Alessandro e Jonathan Bocca, che parlano direttamente con i limiti e le potenzialità del contenitore architettonico. Il concetto di esperienza di soglia si moltiplica in forme diverse da MAG Magazzeno Art Gaze di Bologna, dove si costruisce un ponte generazionale e linguistico tra i quadri di Giovane Ceruti, le visioni intime di Margherita Paoletti e l’energia urbana di Eron, oppure la soglia come esperienza politica centrale nel progetto di A7 Gallery della Slovacchia che, con Helena Toth, Dorota Holubova e Jan Kostaa affronta i temi di futuro, diritti e sostenibilità.

Un altro tema è quello del dialogo interculturale e del viaggio. Il tema della soglia non è solo collegato all’esperienza dello spazio e del qui e ora, ma si amplia con molti progetti all’idea di esperienza Interculturale e a come far convivere punti di vista culturali differenti, un aspetto amplificato dalla sede in cui si svolge l’edizione. In alcuni casi diventa una necessità principale con la galleria Collage Habana di Cuba, che stimola il dialogo tra due artisti cubani, Alberto Domínguez e Andrés Maurette, dove la funzione dell’oggetto si trasforma in pura contemplazione, ma anche con Bloc Art Perù, che espone pitture e performance legate a spiritualità andina, natura e identità femminile, per esperire il presente da una prospettiva extraeuropea con opere di artiste peruviane come Patica da Lipsia. ODP Gallery, dalla Germania, intreccia memoria, geometria e natura per proporre diversi modi di intendere il disegno e la pittura per una mappa europea delle vulnerabilità contemporanee. Dall’Europa Centro Orientale arriva la Bánska St A Nica Contemporary della Slovacchia, che presenta gli esiti di residenze collettive, dove la vita di studio diventa forma espositiva e l’opera è il risultato di un processo aperto tramite le opere di Martin Groch, Alessia Armeni e Svätopluk Mikyta. Questi progetti mostrano che l’internazionalità è un’esperienza di convivenza di linguaggi.

Altre gallerie hanno scelto il corpo come elemento principale, in grado di creare una connessione tra spazi fisici e mentali. Tra chi sceglie il corpo come terreno di indagine possiamo citare il BOA Spazio Arte di Bologna, che dà voce a 5 giovani artiste tra Cina e Italia: Flavia Bucci, Roberta Cacciatore, Federica Gonnelli, Tullia Mazzotti, Jilan Wu, capaci di trasformare il vissuto personale in paesaggi interiori. In altri casi il corpo, nella sua eccessiva rappresentazione nel tempo dei selfie e dei programmi di riconoscimento facciale, punta a insinuare dei dubbi sull’autenticità della visione. Tra le varie proposte, Raw Messina di Roma mette al centro il sentimento come “bussola” nell’iperdigitale, con opere che intrecciano pitture, video e performance (Eleonora Rossi, Erendira Reyes, Pax Paloscia) e che rispondono all’IA riaffermando l’esperienza emotiva. Altre gallerie scelgono il corpo come terreno di ambiguità, come Arteria Art Gallery, dalla Spagna, che intreccia i paesaggi emotivi di Samantha Torrisi con i corpi visionari di Carlos Enfedaque e Laura Fridman. Infine, Garage Fontana, di Modica, mette a confronto gli autoritratti pittorici di Michelangelo Menù con le ferrotipie e l’archivio Ultramar di Romanic Tisserand, offrendo due prospettive complementari tra pittura e fotografia d’archivio.
The Others propone una molteplicità di voci che costruiscono una mappa cittadina che parla diversi linguaggi artistici: da CRAG, che intreccia pittura e fotografia sull’architettura come memoria, Bea Sarias (Chiara Ferrando) a Spazio Pirotecnico, che apre un ponte generazionale tra disegno, scultura e video con Piero Brarda, Ditjan Muça, Francesca Lo Petuso e Paula Daer, passando per Febo e Dafne, capace di tenere insieme fotografia, ceramica, astrazione e fumetto con Diego Dominici, Pier De Felice, Sarah Rossiter e Marco D’Aponte.

Mara Martellotta

Acquisite 5 opere di 5 artisti a favore della GAM

Con il budget più alto degli ultimi tredici anni, anche quest’anno la Fondazione Arte CRT, Ente art oriented di Fondazione CRT, che quest’anno celebra il suo 25esimo anniversario, ha confermato di credere alle proposte delle gallerie presenti ad Artissima acquisendo, nel corso dell’edizione 2025, 26 nuove opere realizzate da 11 artiste e artisti, destinandole come sempre alla fruizione pubblica; importanti lavori di John Giorno, Cian Dayrit, Majd Abdel Hamid, John Menick, Felix Shumba e Valentina Furian confluiranno nella collezione permanente del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, mentre le opere di David Schutter, Simon Callery, Alessandro Pessoli, Marco Cingolani e Franciszka and Stefan Themerson saranno rese disponibili per le sale della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino.

Da venticinque anni la Fondazione Arte CRT è tra i partner principali di Artissima, la fiera internazionale d’arte contemporanea di Torino, che sostiene attraverso diversi contributi, in particolare con la campagna di acquisizioni. Una collaborazione che nasce dalla convinzione che Artissima rappresenti per la città un’occasione unica per consolidare e proiettare il proprio ruolo sulla scena artistica internazionale.

In occasione del suo 25esimo anniversario, la Fondazione Arte CRT rinnova e rafforza questo impegno, aumentando ulteriormente lo storico fondo destinato alle acquisizioni da 280 mila euro dello scorso anno a 300 mila euro. Si tratta del budget più alto degli ultimi tredici anni, a conferma della volontà della Fondazione di continuare a investire nella valorizzazione dell’arte contemporanea e nel patrimonio culturale condiviso di Torino e del suo territorio.

“La Fondazione Arte CRT, che opera per conto della Fondazione CRT, rinnova con convinzione il proprio impegno nei confronti di Artissima, la principale fiera d’arte contemporanea in Italia e una delle più riconosciute a livello internazionale – ha  commentato Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Presidente della Fondazione Arte CRT – In occasione del nostro 25esimo anniversario, abbiamo voluto rafforzare ulteriormente questo legame, incrementando il fondo acquisizioni a 300 mila euro, lo stanziamento più consistente degli ultimi anni, per sostenere in modo concreto il lavoro delle gallerie e degli artisti presenti in fiera. Attraverso le acquisizioni effettuate anche grazie al prezioso supporto del nostro Comitato scientifico, le opere entreranno a far parte delle collezioni della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, andando ad arricchire due patrimoni pubblici di straordinario valore e contribuendo a rafforzare il ruolo di Torino come capitale dell’arte contemporanea.”

La Fondazione sostiene le gallerie e le artiste e gli artisti presenti in fiera attraverso l’acquisizione di opere, alimentando così una estesa collezione di lavori di arte contemporanea, oggi tra le più prestigiose: oltre 950 opere che spaziano dalla pittura alla scultura, dal video alla fotografia, dalle grandi installazioni agli NFT, realizzate da circa 380 artisti, per un investimento complessivo di oltre 42 milioni di euro. A conferma della mission della Fondazione, le opere che entrano a far parte della propria collezione vengono immediatamente rese disponibili alla collettività e ai due Musei per le rispettive attività espositive e per i prestiti ad altre istituzioni, consentendo a Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e a GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea un continuo aggiornamento delle proprie esposizioni e un dialogo costante con i principali attori della scena artistica internazionale.

Come consuetudine degli ultimi anni, era presente ad Artissima per il terzo anno il Comitato Scientifico della Fondazione Arte CRT, rappresentato quest’anno da Hans Ulrich Obrist (Direttore artistico Serpentine Galleries, Londra), Susanne Pfeffer (Direttrice Museum MMK für Moderne Kunst, Francoforte), e Vicente Todolì (Direttore artistico Fondazione Pirelli HangarBicocca, Milano); Manuel Segade Lodeiro (Direttore Museo Nacional de Arte Reina Sofía, Madrid) e Suhanya Raffel (Direttrice Museum M Plus, Hong Kong) hanno contributo da remoto.

Da sempre organo consultivo della Fondazione in materia di acquisizioni, il Comitato ha partecipato alla scelta delle acquisizioni in fiera, in sinergia con i Direttori e i Capo curatori del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, e selezionando opere che valorizzeranno ulteriormente il patrimonio artistico di entrambi i musei, centri di eccellenza piemontese e punti cardine nell’avvicinare all’arte un pubblico esteso ed eterogeneo, a livello locale, nazionale e internazionale.

In merito alle acquisizioni il Comitato Scientifico della Fondazione Arte CRT ha dichiarato:
“Un momento molto speciale a Torino, città d’arte che Artissima anima insieme alle mostre delle diverse istituzioni culturali del territorio – ha dichiarato il Comitato Scientifico della Fondazione Arte CRT – Quest’anno molte di esse festeggiano anniversari importanti, tra cui la Fondazione Arte CRT, che celebra i suoi 25 anni.
Un momento dinamico, perché, per parafrasare Italo Calvino, a Torino si riesce a scrivere, perché qui passato e futuro convivono nel presente con una forza che altrove è più rara. Questo si percepisce ancor di più ad Artissima, attraverso le sezioni curate, dove artisti e gallerie pionieri ribadiscono questa attitudine: in un’epoca in cui circola molta informazione ma anche molta amnesia, è necessario ‘protestare contro l’ovvio’.
Per questa ragione Artissima presenta opere di artisti pionieri, talvolta dimenticati, che meritano di essere riscoperti e riletti. Come affermava Erwin Panofsky, ‘il futuro si inventa talvolta con frammenti del passato’. Da qui nasce l’esigenza di custodire la memoria e, al tempo stesso, sostenere gli artisti emergenti: perché la storia passata è anche l’anticipazione del futuro.
È impressionante vedere a Torino il numero di direttori, curatori e professionisti del mondo dell’arte che si incontrano in questi giorni.
Torino vale sempre un viaggio. E, come diceva Alighiero Boetti, ‘l’arte porta il sole e la luce a Torino’.”

MARA MARTELLOTTA

 

Le arcaiche “creature” di pietra di Savin

Oggi fra i più apprezzati e noti artisti – artigiani della Vallée

“Stele. Donato Savin” al valdostano “Forte di Bard” 

Fino al 31 dicembre

Rocce allungate verso il cielo o verso cime più alte. “Stele” come divinità protettrici o guerrieri posti in difesa di mura e ardui luoghi fortificati o ancora (perché no?) presenze aliene, sicuramente pacifiche, radicate in costoni di pietra diventati ormai protettivo rifugio terreno. Da alcuni giorni, e fino a mercoledì 31 dicembre, chi è salito o salirà lungo l’ultima parte della strada interna che porta alla sommità del “complesso fortificato” di Bard, troverà lungo il cammino, a fargli buona e piacevole compagnia, le opere di Donato Savin (classe ’59), valdostano doc di Cogne, residente e operante in frazione Epinel. La mostra, curata da Aldo Audisio in collaborazione con l’“Associazione Forte di Bard”, presenta dopo una serie di importanti esposizioni in Italia e all’estero,  una selezione di 30 opere del progetto “Stele” avviato dall’artista alcuni anni fa: si tratta di rocce posizionate su essenziali basi di ferro che ben si integrano con la maestosità delle grandi murature e creano un’inedita esposizione “en plein air”.

Gli inizi artistici di Savin risalgono piuttosto indietro negli anni, allorchè un bel giorno, visitando la celebre “Fiera di Sant’Orso” ad Aosta, scopre l’artigianato tradizionale, ricco di espressioni artistiche. Per Donato è un’autentica folgorazione. Alla vista di quelle opere che spesso é troppo riduttivo chiamare “artigianali”, gli si apre un nuovo entusiasmante mondo. Lì, sceglie un suo nuovo percorso di lavoro e di vita, avvicinandosi alla pietra che inizia a scolpire instancabilmente. Tanto che, nel 1987, partecipa lui stesso alla “Fiera” e vince uno dei più prestigiosi premi. È l’inizio della sua carriera, che lo vede scegliere definitivamente a materia del suo “produrre” le rocce delle sue montagne, tastandole, scolpendole, modificandone con avveduta oculatezza le forme, soffermandosi sui verdi acidi dei licheni mescolati alle venature del marmo o alla lieve porosità della pietra.

“L’idea della ‘Stele’ – racconta Savin – mi venne ad Aosta al ‘Museo Archeologico’. Vidi in quelle forme di rocce allungate ‘Dèi di Pietra’ e iniziai a cercare pezzi di scisti di quel tipo, cosparsi di licheni. Le mie opere restano aperte ad ogni interpretazione. Io ci vedo degli Dèi, specialmente femminili, che salgono verso l’alto; quando non ci sarò più, saranno i testimoni del mio passaggio nella vita terrena”. Un mondo di pietra, immobile, grandioso, fermato nel tempo a raccontare l’amore di Savin per la sua terra. Opere di pietra solide, dure, inamovibili ma palpitanti nel battere di un loro “cuore” che è il “cuore” dell’artista, che le rende ”uniche” ed “irripetibili”. Proprio come sono i frutti di un infinito amore.

“Toccare la roccia, sentirla con le mani e poi modificarla – sottolinea ancora Savin – è un modo per estraniarsi dal mondo. Liberarsi e sognare, far rivivere tante cose che ho appreso da bambino osservando i montanari. Un mondo di cui sono parte che, con le mie opere, cerco di perpetrare nel futuro, rinnovandolo”. Una sorta di “universo parallelo”, eppure così tenacemente radicato ad un paesaggio che ne è grembo materno, da cui prende vita e forma nella sua essenziale verticalità e in quel suo voluto, suggestivo gridare, di voce alta, al cielo.

Spiega la presidente del “Forte di Bard”, Ornella Badery“Siamo lieti di presentare ai tanti visitatori che ogni giorno percorrono il camminamento interno del ‘Forte’ questo iconico progetto firmato da Donato Savin, maestro dell’artigianato contemporaneo che interpreta e rivisita le rocce delle sue montagne in modo essenziale. Le rocce di Savin creano un potente dialogo con le pietre del ‘Forte’ e si fondono con armonia nel paesaggio circostante creando un itinerario artistico ricco di suggestione”.

Arte, spiritualità e natura. I tre elementi che fanno da ideale collante alle “rocciose” opere dell’artista cogninese (o cougnèn, in patois valdostano), che sarà altresì presente, da lunedì 28 luglio e per tutta l’estate, a Cogne nella mostra diffusa “Donato Savin. La vita attorno a me”, organizzata da “Fondation Grand Paradis” nell’ambito del 28° “GPFF – Gran Paradiso Film Festival”.

Gianni Milani

“Stele. Donato Savin”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino al 31 dicembre

Orari: dal mart. al ven. 10/18; sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Donato Savin: “Stele”

Al Castello di Rivoli è in mostra Enrico David

Con la personale “Domani torno”, visitabile dal 30 ottobre al 22 marzo 2026

“Domani torno” è la più ampia personale che sia stata dedicata a Enrico David, nato ad Ancona nel 1966, la più importante delle mostre realizzate in Italia. I suoi lavori sono stati esposti maggiormente all’estero, dove vive e opera da circa quarant’anni, che in patria, dove spiccano le sue partecipazione alla Biennale d’Arte di Venezia. Curata da Marianna Vecellio, la mostra include oltre 80 opere in un percorso articolato attorno a sei grandi ambienti, che rappresentano altrettanti pilastri della produzione creativa dell’artista, ripensati in una nuova installazione.
L’ampia retrospettiva dà conto di tre decenni di pratica artistica, un bagaglio che si raccoglie intorno a linguaggi rappresentati da un percorso non cronologico che mescola passato e presente, sperimentazioni e grandi installazioni, materiali e strumenti espressivi, immergendo il pubblico in un viaggio quasi nevrotico, a tratti isterico intorno a territori che sfiorano il carnevalesco, il grottesco, il teatro e il folklore.
L’allestimento, progettato dall’artista nella Manica Lunga del Castello, si snoda attorno a “Madreperlage”, prima grande installazione creata per la personale dedicata a David nella galleria Cabinet di Londra, nel 2003; “Ultra Paste” è stata esposta all’Institute of Contemporary Art di Londra nel 2007; “Absuction Cardigan” è stata selezionata nella short list per il Turner Prize 2009, ed esposta alla Tate Britain in quella occasione; “Tutto il resto spegnere” è parte del lavoro esposto al padiglione Italia della 58esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel 2019.
Si tratta di quattro opere che sono simboliche rappresentazioni dei pilastri angolari di una dimora costruita al termine di un viaggio di ritorno, il celebre “Nostos” greco ideale. Il percorso della mostra si snoda in una successione di fermo immagini, quasi dei fotogrammi onirici, con funzione  a volte teatrale, altre quasi rituale, funeraria e religiosa, che si legano sempre alla scena madre della vita dell’artista, ossia la morte improvvisa del padre nel corso di una cena, quando David era ancora adolescente. Partendo dalle origini ad Ancona, seguite dal trasferimento a Londra nella metà degli anni Ottanta, la mostra segue la nascita di una pratica fondata sulla ricerca di uno spazio linguistico in cui esistere . Questo spazio si ritrova, non a caso, in un altro riferimento al mondo paterno: l’allestimento. La messa in scena evoca infatti l’atmosfera delle fiere campionarie negli anni Settanta, che l’artista frequentava da bambino con il padre, attraverso l’utilizzo di elementi sospesi, tra l’oggetto e l’opera d’arte, pedane da esposizioni, arazzi e quadri rotanti. Un invito a immaginare un “mondo altro” rispetto a quello in cui siamo immersi. Partendo da opere esili, si arriva a sculture realizzate con i materiali più disparati, tra cui il gesso artificiale. Tutte le sue opere partono dal disegno, inteso come l’armatura che tiene la scultura. Il contatto quotidiano, nell’adolescenza, con le maestranze artigiane dell’azienda paterna, dove si realizzavano mobili di design, ha influenzato il lavoro di David. La manualità nutre il suo retroterra, e trova espressione nella sua opera attraverso una molteplicità di strumenti: dall’art nouveau alle brochures, dall’uso delle arti applicate al gesamtkunstwerk.

Oltre a lavori già noti come “Trenches Reason”(Trincee della Ragione, 2021), “Le bave” (Solar Anus, 2023), “Aurora” (2014-2024) e “Racket II”(2017) sono presenti nuove opere, una particolarmente significativa, “Il centro dei miei occhi è 160”(1995-2025), non a caso posta all’inizio dell’esposizione, un quinto elemento a completamento di quattro pilastri e che si integra con uno di essi: l’immagine di una donna in neon, esplicito richiamo al nome dell’azienda paterna, la Neon Ancona, che si affianca a “Ultra Paste”, riproposizione in chiave surreale di un ambiente domestico, ossia la cameretta da bambino, che realizzò il padre per lui, riprodotto in tinta verde smeraldo e con un letto a ribaltina, abitato da un ragazzo ritratto di spalle.
In dialogo con i lavori di David, sei opere provenienti dalla collezione di Villa Cerruti, tra cui un Giorgio De Chirico.

“Se in un modo dominato dalle tecnologie digitali – afferma la curatrice Marianna Vecellio – in cui l’IA stabilisce il nuovo confine umano, le opere di Enrico David esprimono una resistenza assoluta alla decodificazione, sono altrettanto un elogio del corpo fisico, materiale e dell’esperienza del singolo. Quello che stiamo vivendo oggi è erosione dell’immaginazione. Di fronte a noi, ostaggi della digitalizzazione, la mostra di David è la celebrazione  dell’immaginario”.
“Rifletto spesso sul ruolo dell’immaginazione – osserva Enrico David in un dialogo con Francesco Manacorda – e sulla responsabilità che abbiamo di salvaguardarla come un sacrosanto diritto. Potrei dire che il soggetto unificante del lavoro sia l’autorità, che come artista ho il compito di mantenere il massimo controllo della mia immaginazione”.

La mostra sarà anche l’occasione per presentare in Italia l’opera “Il centro dei miei occhi è 160”(1995-2025), prodotta dal Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea in collaborazione con la Kunsthaus Zürich, grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nell’ambito del programma “Italia Council 2025”.

Info: Castello di Rivoli – piazza Mafalda, Rivoli / info@castellodirivoli.org / tel: 011 9565222

Orari d’apertura: mercoledì-venerdì 10/17 – sabato, domenica e festivi dalle 11 alle 18

Mara Martellotta

The Others: assegnati il Premio Zenato Academy e il Premio Behnoode Foundation

Nella giornata di venerdì 31 ottobre,nell’ambito della XIV edizione di The Others Art Fair, sono stati assegnati il Premio Zenato Academy e il Premio Behnoode Foundation.

Il Premio Zenato Academy per la fotografia contemporanea, giunto alla sua sesta edizione, è stato conferito all’opera Danza miope cyano #2 (2025) di Annalaura Tamburrini (Fasano, 1994), rappresentata da Crumb Gallery di Firenze. La giuria composta da Luca Panaro (direttore artistico di Zenato Academy), Lucia Benedini (Zenato) e Lorenzo Bruni (direttore artistico di The Others) ha premiato la giovane artista “per avere reinterpretato in chiave contemporanea la pratica analogica della cianotipia, raccontando la vita, l’esperienza e la propria visione del mondo attraverso l’acqua, con una serie di corpi che fluttuano nel mare in un silenzio ovattato”.

 

La Behnoode Foundation, istituzione con sede a Parigi impegnata nel sostegno agli artisti attraverso pubblicazioni, mostre, programmi pubblici e residenze, ha invece scelto di premiare Forest Mirage (2021) di Jūratė Kazakevičiūtė, presentata da Contour Art Gallery (Vilnius, Lituania). L’artista tessile è stata selezionata per la sua capacità di reinventare il concetto di paesaggio, creando un’immagine speculare che stimola una riflessione sulla rappresentazione della natura: una composizione fotografica stampata su tela che richiama la forma di una traccia sonora e, al contempo, evoca la tradizione dell’astrazione.

 

THE OTHERS OFFICIAL AFTER PARTY DI QUESTA SERA SABATO 1 NOVEMBRE

Questa sera, sabato 1° novembre si prosegue con The Others Official After Partyin occasione della Torino Art Week che farà vibrare la città con SWING CIRCUS IS BACK IN TOWN ad OFF TOPIC nell’ambito della rassegna FUORI CAMPO diretta e ideata da Francesco Astore.

 

Sul palco dell’hub culturale della città, due progetti simbolo della scena italiana tra vintage groove, energia live e spirito da festival con i Freeshots, fra le band swing più travolgenti d’Italia capace di fondere ritmo, ironia e spettacolo in una formula irresistibile, e The Sweet Life Society, fondati nel 2008 dai produttori Gabriele Concas e Matteo Marini con il loro DJ set.

 

I Freeshots porteranno a OFF TOPIC un’onda che fonde il pop contemporaneo con l’energia dello swing moderno: la band genovese, nella formazione attuale dal 2014, ha conquistato il pubblico con performance impetuose e cariche di entusiasmo. Nel 2021 ha rappresentato l’Italia all’Expo Internazionale di Dubai, esibendosi per tre serate presso il Padiglione Italia. Il debutto discografico arriva nel 2017 con Vorrei tanto dir, album composto da sette brani inediti e tre cover (disponibile su Spotify, Deezer e iTunes).
The Sweet Life Society hanno conquistato invece l’Europa portando un mix unico di melodie vintage, groove caraibico, hip-hop americano e bass music britannica sui palchi di Glastonbury, Boomtown, Lovebox, Fusion e molti altri festival internazionali.

La rassegna FUORI CAMPO è un progetto di Bis Servizi per lo Spettacolo con il sostegno di Ministero della Cultura, Fondazione CRT e Comune di Moncalieri, in collaborazione con Aria di Note, Sofà So Good, Magazzino sul Po, OFF TOPIC, Blah Blah e Club Supermarket.

 

 

PROGRAMMA CULTURALE DI DOMENICA 2 NOVEMBRE 2025

 

Apertura al pubblico h. 11.00 – 21.00

 

Assegnazione PREMIO SPAZIO88 h. 12.00

 

 

PERFORMANCE

H. 13

GAZE – OFF & FRANCO MARINOTTI, Lugano – Barcellona
Aldo Runfola: Ssuperrationall, Ssupernnaturall

L’azione performativa si interroga sullo stato di salute dell’artista oggi: è sano, è malato, sofferente o in via di guarigione, e da quale infermità? Implicitamente, Aldo Runfola vuole anche sottoporre a verifica la tradizione di pensiero che vede l’artista o il filosofo in veste di critico e clinico della società, capace di diagnosticarne l’eventuale patologia, misurarne il grado di malessere; tutto ciò in vista se non della piena guarigione, almeno di una salute migliore.

H.14

SILVIAROSSI | ARTGALLERY, Bibbiena (AR)
Sara Lovari: A World of words

Sara Lovari propone una performance che conferisce significato ad un gesto minimo, libero dal filtro della tecnologia. L’artista invita il pubblico a pescare da un sacchetto una lettera dell’alfabeto, chiedendo in cambio una parola che inizi con quella lettera. È un atto semplice, quasi infantile, che diventa resistenza: un modo per rimettere al centro la nostra capacità di nominare, immaginare, costruire senso senza delegarlo a un algoritmo. Un incontro intimo, in cui ogni parola raccolta si fa traccia, memoria, relazione.

 

 

TALK

H. 15.30
Performance Reloaded: corpo, clubbing e attivismo
Una panoramica sulla performance contemporanea come linguaggio politico e comunitario con un focus speciale su pratiche ibride tra club culture, ritualità e attivismo queer/femminista.
Ospiti: Francesco Sarcone (Sound Artist, Food Ensemble), Alice Cappelli (artista), Alessandra Franetovich (affiliate researcher New York University Abu Dhabi, curatrice Cripta 747 Torino), MTM Manifatture Teatrali Milanesi

 

Assegnazione PREMIO MU RO h 17.00

 

PRESENTAZIONE LIBRO h 17.30 – Juan-sí González, American Playgrounds
(Paesaggi mentali (tra) realtà e simulazione). Rialta ediciones, Fluxus, 2025

 

 

 

 

THE OTHERS 2025: I PERCORSI E LE CHIAVI DI LETTURA DI LÝDIA PRIBIŠOVÁ DEL BOARD CURATORIALE

 

The Others 2025: The future is here, right now! pone al centro dell’attenzione la questione dell’alterità come fonte di rinnovamento creativo.

 

La storia dell’arte dimostra che l’altro è sempre stato il motore dell’immaginazione – nelle azioni radicali di Wolfgang Vostell (Galleria Davide Di Maggio), che attraverso il concetto di de-collage e gli happening fluxus trasformava la quotidianità in scena critica; nelle maschere iconoclaste e nei miti di Luigi Ontani (Niccolò Bonechi Arte Moderna e Contemporanea); o nell’energia gestuale di Giovanni Asdrubali (Artra Projects), dove l’immagine diventa uno spazio dinamico di relazioni. Questi esempi dimostrano che superare i confini tra il familiare e l’estraneo non è solo un gesto estetico, ma anche politico.

 

L’edizione contemporanea di The Otherssviluppa queste linee attraverso un dialogo multistrato tra gallerie, artisti e culture. I progetti esplorano il concetto di mostro (Wonder Gallery – Monster Party) come immagine critica della contemporaneità, traducendo la tensione tra astrazione e figurazione in ambienti site-specific e ponendo la domanda su cosa significhi restare umani nell’era dell’intelligenza artificiale.

 

A7 Gallery e BANSKÁ ST A NICA CONTEMPORARY presentano artisti slovacchi le cui opere combinano visioni ambientali con attivismo e responsabilità sociale, mentre le gallerie lituane Contour Art Gallery e Godò Gallery aprono riflessioni sul corpo e sul suo rapporto con la vegetazione e l’ambiente urbano. Il progetto della galleria peruviana Bloc Art Perù introduce nella discussione antiche conoscenze del territorio e dimensioni spirituali, mentre le iniziative italiane esplorano memoria, architettura, esperienza intima e la tensione tra digitale e analogico, evidenziando l’unicità della creatività e dell’originalità.

 

Il filo comune che lega tutti gli artisti e le gallerie partecipanti è la convinzione che il futuro non nasca da visioni astratte, ma da gesti concreti di immaginazione, empatia e collaborazione. Ogni galleria e ogni artista contribuiscono a creare una costellazione in cui il locale incontra il globale, l’umano si confronta con il non umano, il personale si intreccia con il collettivo. The Others diventa così una piattaforma in cui l’alterità non è un ostacolo, ma una condizione per una nuova sensibilità – un futuro che è qui e ora.