Sino al 5 aprile nelle sale del Castello Visconteo di Novara
Alla Triennale milanese del 1891 risale l’atto di nascita del Divisionismo, allorché vengono esposti Le due madri di Giovanni Segantini e Maternità di Gaetano Previati, una derivazione tecnica del neoimpressionismo e per molti versi consanguineo di quel pointillisme che accresceva da pochi anni il proprio successo Oltralpe con le opere di Georges Seurat (la Grande Jatte) e di Paul Signac (Le port de Saint-Tropez).
Il nostro non certo da ascrivere ad un vero e proprio movimento pittorico, non ne ha mai avuto l’aria, dal momento che nessuno tra i suoi rappresentanti ha mai sfoderato l’ardire di mettere su carta un manifesto artistico: per cui per lui si può siglare una definizione che suoni “fenomeno artistico”, con tutto quel che di ribelle si possa coccolare all’interno nei confronti di un passato più o meno recente (anche la Scapigliatura andava già messa in soffitta).
Tecnicamente, il Pointillisme dei cugini francesi trattava i colori complementari accostandoli sulla tela attraverso una serie di puntini e scartando le pennellate, una visuale che abbracciava non soltanto un intendimento pittorico ma altresì un interesse scientifico: considerando il raggiungimento della scomposizione del colore, nell’obbedienza delle ultime acquisizioni scientifiche, e il suo totale assorbimento a livello retinico. Dovrà in altre parole essere la retina dell’osservatore a riconsiderare la lettura di un oggetto, i suoi toni coloristici, quelle sfumature che derivano da un tale percorso “per punti”, che ci appariranno nettamente individuabili se quegli oggetti verranno osservati da vicino, mentre tenderanno all’uniformità se visti di lontano (di “…una funzione intellettiva sulle forme e i colori del vero” parlava Previati).
Il Divisionismo italiano – con la sua culla nel Nord d’Italia, grazie soprattutto al sostegno di Vittore Grubicy de Dragon, mercante d’arte, critico, pubblicista e ancora pittore, che con il fratello Alberto gestisce dal 1876 una galleria d’arte a Milano – scavalcherà i punti degli artisti francesi per rivolgersi al tratteggio, ad una serie di tratti allineati, di filamenti di colore ripiegati su se stessi, arabescati, spiralati, pronti in una calma posatura a seguire l’andamento circolare dell’oggetto. In tale andamento ondivago, a tratti sognante, dove gli artisti intravedono la vita, troveranno spazio non solo gli ariosi scenari colti tra pianure e montagne, tra casolari e distese innevate ma pure le componenti personali e no della religiosità come i momenti drammatici della vita quotidiana e le rivendicazioni sociali, quei fermenti di socialismo che sempre più andavano invadendo le necessità di una classe popolare in ristrettezze o povertà e che Pellizza da Volpedo o Plinio Nomellini o ancora Previati mettevano in primo piano come i personaggi principali e irrinunciabili di molte loro opere.

Come raccogliendo all’indietro un filo di nozioni e di ricordi, a questo e a molto altro ancora si pensava nei giorni addietro (non contaminati dal Coronavirus che chiude e serra anche mostre e musei) nell’attraversare quegli spazi chiari e pieni di luce del Castello Visconteo di Novara in cui sino al 5 aprile (una proroga?) è ospitata la mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce, con tutto il suo prezioso carico di suggestioni, curata da Annie-Paule Quinsac, tra i primi storici dell’arte ad essersi dedicata al Divisionismo fin dal termine degli anni Sessanta, un passato e un presente carichi di esposizioni e fondamentali pubblicazioni, una mostra che vede la promozione del Comune di Novara e dell’Associazione METS Percorsi d’Arte con i patrocini della Commissione Europea e con il sostegno, tra gli altri, di Banco BPM quale main sponsor.
Circa settanta opere suddivise in otto sezioni, ad introdurre il vasto percorso, a pian terreno del palazzo, quel capolavoro che è Maternità (1890-91) di Previati, i sei angeli a fare da languido riparo alla Vergine che allatta, mentre un reticolo di fili sottili di colori s’inerpica lungo l’altezza della tela (l’opera fu la “più controversa e derisa” della Prima Triennale di Brera dove la critica non era ancora pronta ad accettare un misticismo veicolato dalla nuova tecnica), esempio di una certa solitudine pittorica dell’artista, “irriducibilmente antirealista sin dagli esordi”, che fa sua una visione simbolista scaturita “dal mito, da un’interpretazione visionaria della storia o dall’iconografia cristiana”, ben lontana dalla visione di Segantini che amò al contrario percepire una ben più precisa radice naturalistica, dichiaratamente panica.
Un prologo, un’isola a sé che apre a nuovi orizzonti, può essere considerata la Pensierosa di Tranquillo Cremona (1872-73), ma accanto trovano immediatamente posto titoli del decennio successivo, La partita alle bocce (1885) di Angelo Morbelli – la bellezza dello slancio del giocatore, il secondo piano del paesaggio affondato tra le colline dell’alessandrino, gli amici e gli spettatori al riparo ombroso, il tessuto filamentoso che s’impone in tutta la sua stesura -, il ricamo prepotente del ramo di pesco che avanza sulle due monache nelle Capinere (1883) di Emilio Longoni e soprattutto la crudele istantanea, fermata in pieno abbandono, delle Fumatrici di hashish (1887) di Previati (suo anche, in una sala successiva, stupefacente e nuovo nell’impostazione, Le tre Marie ai piedi della Croce del 1888). Come una moderna istantanea, potente nel proprio taglio fotografico, finisce con l’essere la ribellione sociale dell’operaio nell’Oratore dello sciopero (1891) di Longoni, autore ancora capace di mettere in primo piano le nuove istanze con una personale visione, semplice e immediata al tempo stesso, della differenza di classi, con Riflessioni di un affamato, un ragazzo che, in un finissimo gioco di luci del giorno, cattura attraverso la vetrina opaca di un caffè la ricchezza di una coppia benestante.
La mostra è un omaggio altresì a Pellizza da Volpedo, una sala ne raccoglie cinque opere fondamentali nel suo percorso d’artista, per tutte La processione (1893-95) e Sul fienile pensato nell’estate del 1892, uno stacco netto tra luce e ombra, una meditazione sulla morte che accompagna gli ultimi istanti di un uomo su di un semplice giaciglio di paglia, ancora i filamenti di colori complementari che occupano lo spazio in controluce, alle spalle nel bagliore quasi accecante la continuità della vita, tra la vegetazione e la geometria delle case assolate. Come è un omaggio ai paesaggi innevati di Giacomo Segantini – ma con lui hanno anche indagato intorno ai chiarori delle bianche e vaste distese Cesare Maggi e Matteo Olivero, Morbelli e Pellizza e Tominetti -, sarebbe sufficiente il celebre Savognino sotto la neve (1890) con la sua lunga distesa di case ariose contro la montagna e quel mantello candido che lascia trasparire tutta le tecnica del Divisionismo, su cui s’imprimono le ali nere che rimandano a van Gogh, unione simbolica di vitalismo e di presagi di morte.

Tappe di armonie, di chiaroscuri, di voci diverse, di colori che s’allineano e che portano ai primi decenni del nuovo secolo, il Novecento, il secolo dei grandi conflitti: un quadro di Plinio Nomellini, sullo sfondo, quasi al termine dell’esposizione, quel Baci di sole che “è un inno alla gioia di vivere”, un inno alla calura estiva e al rigoglio della vegetazione al cui interno l’autore immerge la moglie ed il figlio Vittorio, tra lo scorrere dell’acqua e la riva, tra studiati giochi di luci che si liberano in chiazze dal folto delle piante, in un alternarsi continuo e frenetico di luci e di ombre, occasione per Nomellini per allontanarsi dai suoi compagni di viaggio e tornare per citazioni al Renoir del Déjeuner des Canotiers o al Monet che ritrae i giardini di Giverny: “è una pittura che si affida al colore come cromatismo, luce e trascrizione dei piani, anche se lo scopo è di esprimere un senso panico della natura nella più pura valenza dannunziana”.
Elio Rabbione
Nelle immagini
Gaetano Previati, “Maternità” 1890 – 1891, olio su tela, 175,5 x 412 cm, firmato in basso a destra, Banco BPM
Emilio Longoni, “Riflessioni di un affamato. Contrasti sociali” 1894, olio su tela, 190 x 155 cm, firmato in basso a destra, Museo del Territorio Biellese, Biella
Giovanni Segantini, “Savognino sotto la neve”, non datato (1890), olio su tela, 35 x 50 cm, firmato e dedicato “All’intelligente in arte Luigi Dell’Acqua”, coll. privata
Plinio Nomellini, “Baci di sole” 1908, olio su tela, 93 x 119 cm, Galleria d’Arte Moderna Paolo e Adele Giannoni, Novara
Prende il via sotto il segno di Giambattista Bodoni nel giorno dei sui 280 anni la collaborazione tra le città di Saluzzo e di Parma siglato nel 2019 da un protocollo di che guarda agli eventi dell’anno in cui la città emiliana è Capitale italiana della cultura.


all’opera più tarda con il ritratto per “Vanity Fair” di Leni Riefenstahl, fotografa attrice e regista di Hitler, ritratta nel 2000 – alla soglia dei cent’anni – e fermata nella stupefacente grandiosità di un’immagine che cattura i segni ancora percettibili di una remota bellezza, impietosamente tormentata dagli sberleffi del tempo.








“Panni stesi al vento” nelle sale della Galleria “Arte per Voi” di Avigliana
Sicuramente non era intenzione di Curto scalpellare via il nome dei Savoia da una storia che appartiene al Piemonte e che nessuno può disconoscere. Curto è infatti uno studioso che perpetua la tradizione di suo padre, nobilmente espressa al Museo Egizio, anch’esso voluto dai Savoia, e come tale si è comportato anche questa volta.
“Dipingere l’Asia dal vero”. Fino al 14 giugno in mostra al MAO /
dall’intensa attrazione per i romanzi di Jules Verne. Ancora giovanissimo – per bagaglio, scrisse lui stesso, solo pennelli, colori, taccuini vari e una pistola – gira il mondo in lungo e in largo, visitando prima alcuni paesi dell’Africa settentrionale e dell’America, per poi muoversi verso l’Asia: Cina, Giappone (nell’isola di Hokkaido, fu il primo occidentale ad entrare in contatto con il popolo allora del tutto sconosciuto degli Ainu), Corea, Tibet e Nepal. Ovunque dipinge. Annota. Documenta. Con uno sguardo da eccentrico “colonialista” come lo definisce il curatore della mostra. In quei luoghi misteriosi e, ai più, privi di connotazioni geografiche e culturali, dipinge con buona tecnica centinaia di opere “dal vero” in uno stile rapido, immediato e piacevolmente materico d’impronta decisamente impressionistico-macchiaiola. Le sue avventure, non poche e non da poco (in Tibet fu catturato e torturato a lungo, in Brasile si trovò faccia a faccia con un boa constrictor e sopravvisse a
16 giorni di assoluto digiuno) gli fornirono anche materiale di prima mano per i suoi 11 libri, tutti di gran successo e illustrati con le riproduzioni dei quadri dipinti in viaggio o con le fotografie da lui stesso scattate. L’esposizione al MAO (che segue quella realizzata sei anni fa alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze) raduna il corpus più consistente e a noi noto della sua produzione artistica: circa 130 dipinti ad olio, 10 acquerelli e 5 disegni. Il tutto proveniente da più collezioni private e capace di rendere la meritata gloria a un pittore ancora tutto da rivalutare dopo decenni d’immeritato oblio, a un artista decisamente “moderno” con i suoi soggetti “en plein air”, ben lontani “dallo stile minuziosamente classico della pittura di genere orientalista allora in voga”. Dalla realistica “Ragazza Ainu con bambino sulle spalle” alle poetiche “Figure sotto i ciliegi in fiore” fino alla coreografica “Danza delle donne Ainu”, ma anche nei soggetti paesistici come lo “Scorcio con il portale principale del Palazzo Reale a Seoul”, appare del tutto evidente la singolarità documentaristica di una pittura capace di “fotografare” con immediatezza “luoghi e persone che di lì a qualche decennio sarebbero completamente cambiati per effetto dell’incipiente globalizzazione”. Oltre ai dipinti realizzati in Asia, in mostra sono presenti anche alcune opere eseguite da Savage Landor durante l’adolescenza a Firenze, nel corso dei suoi viaggi in Europa e nella sua prima esperienza oltre confine, in Egitto, oltreché tutti i volumi da lui stesso pubblicati. Per l’occasione è stato anche realizzato un catalogo bilingue italiano/inglese, edito da SAGEP, con saggi di Francesco Morena e Silvestra Bietoletti.
“Dipingere l’Asia dal vero”
L’intervento del gruppo Palazzetti. Nel Salone delle Guardie Svizzere a Palazzo Reale
attraverso le sale del palazzo. Una dignità che, finalmente, torna a parlarci del nostro territorio e della sua ricchezza, rimettendo a vista, dopo un restauro durato tre mesi e per cui sono occorse 774 ore di lavoro, la bellezza dei marmi usati (di “musicalità di colori” parla ancora Pagella), taluni oggi scomparsi. Dieci persone all’opera, sotto la guida di Annarosa Nicola, le radici ad Aramengo, la competenza e la passione riunite in una sola famiglia ed in un gruppo vincente, un accanito lavoro di pulizia, una webcam a riprendere giorno dopo giorno le tante tappe dei risultati raggiunti, la salvaguardia di questo piccolo gioiello ma imponente e prezioso, l’alternarsi di marmi policromi e di pietre dure, una struttura nobilitata da colonne binate, dai putti di Quadri (forse un riciclo di epoca più antica) e dai busti antichi di imperatori romani (Giulio Cesare al centro, di sapore ellenistico quello a destra di chi guarda), in marmo bianco di Carrara, l’eleganza e il gusto modernamente legati alla corte da Carlo Emanuele II, sovrano mecenate pronto a riunire a Torino quelle opere antiche che andava acquistando durante i suoi viaggi a Roma.