Lady Oscar è indubbiamente un classico che sopravvive nel tempo. Adattamento del manga creato da Riyoko Ikeda nel 1972, ispirato alla biografia di Maria Antonietta scritta da Stefan Zweig, il cartone animato arrivò in Italia nel 1982 con il titolo di “Lady Oscar”, in onda su Italia 1, in quegli anni fucina mondiale di talenti animati.

Il titolo originale della serie trasmessa per la prima volta sugli schermi giapponesi il 10 ottobre 1979 era “Le rose di Versailles”, e da subito riscosse un enorme successo in tutto il mondo. All’eroina che ha fatto appassionare intere generazioni agli intrighi, alle battaglie, ai famosissimi balli ed agli immancabili amori della Reggia di Versailles è dedicata sino a domenica 23 luglio una mostra con venti opere di artisti da tutta Italia che hanno interpretato con le loro tecniche personali e con tanta passione il celebre anime e manga Lady Oscar.

Il tutto ideato e coordinato da Antonella Bovino e da una vera e propria cultrice del genere, Elena Romanello che dal 2021 cura anche un blog multimediale dal titolo ” 40 anni e oltre con Lady Oscar”: ” sono una creativa da sempre con una gran passione oltre che per i gatti, per tutti gli universi di fumetti e dell’immaginario del fantastico e tutto quello che è Lady Oscar”.

L’esposizione si può visitare dalle ore 11 alle ore 19, all’Hotel Adalesia di via XX settembre, 7.
Igino Macagno









Le cronache ufficiali affermano che, quando nel 1919 Enrico Scavini e la moglie Elena König, torinese di nascita da madre austriaca e padre tedesco, fondarono a Torino la fabbrica che aveva in sé l’obiettivo di dar vita a una produzione di giocattoli, bambole, confezioni, articoli di vestiario e arredamenti per la casa, coniarono il marchio Lenci, più facile acronimo del superbo “Ludus est nobis constanter industria”. Una trottola come immagine, il tutto invenzione di Ugo Ojetti. Quelle familiari ricamano che l’invenzione di quel nome racchiuso in cinque lettere altro non fosse che il diminutivo di Helen, di quel Elenchen con cui il padre vezzeggiava la sua bambina e che lei, piccolissima, non riusciva a pronunciare, storpiandolo in “Lenci” appunto. Nel 1925, in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi dedicata alle arti decorative, si affacciò l’idea di una nuova produzione di statuette in terraglia smaltata, rientrando con garbo in quello che verrà definito lo “Stile 1925”, pronto ad indirizzarsi verso l’Art Déco. Un’avventura che attraverserà circa quarant’anni, sino al 1964, incontrando la crisi dell’inizio dei Trenta, la scomparsa del fondatore, il periodo della guerra, il boom, altre scelte, l’entrata di nuovi soci.
devotamente affezionato. S’affezionarono – o forse il termine è troppo debole, riduttivo, si innamorarono perdutamente – Giuseppe e Gabriella Ferrero, industriali torinesi (con sede in corso Crimea, la SIED svolge attività di produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare idroelettrico), avviando una storia di collezionismo che prese il via sul finire degli anni Ottanta, il mattino di una domenica, passeggiando tra le bancarelle di un mercatino. La riproduzione di un pellerossa, l’altezza di una trentina di centimetri, “le fattezze perfette, i colori splendidamente e vivacemente lucidi, un incanto, “se ti piace perché non te lo compri?”, mi spinge mia moglie – racconta Ferrero, con la gentilezza e la signorilità d’altro tempo -, “la nostra collezione è nata da quel pellerossa”. Poi arrivò l’epoca degli antiquari e dei piccoli negozi di modernariato ormai scomparsi, soprattutto nelle vie del centro, luoghi e occasioni d’obbligo per appassionati e ricercatori, poi internet e le aste con i primi anni del nuovo millennio, in seguito la Consulta – attiva da 36 anni, la SIED è uno dei 40 attuali soci -, la fatica in primo luogo nel convincere gli altri collezionisti a cedere i pezzi già in loro possesso; e il primo approccio con Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali. Nel 2010, in veste di direttrice di Palazzo Madama, Pagella ospitò una prima mostra con i tesori che già facevano parte della collezione Ferrero; oggi, a discorsi avviati e definiti, quella collezione, 132 opere ideate da diciassette artisti attivi per la manifattura Lenci, nella sua fase più creativa, tra il 1928 e il 1936, sono stati donati dai coniugi, in perfetto accordo con le figlie Silvia e Paola, a creare una nuova sezione permanente posta al terzo piano della Manica Nuova di Palazzo Reale, in un ambiente (l’immensità della luce, “da qui l’idea di creare per la collezione una scatola scura, che semplifica la percezione del luogo, in cui la luce naturale dà verticalità allo spazio, mentre il candore delle pareti lascia il passo a un nastro bianco dalla linea sinuosa che accoglie e guida il pubblico alla scoperta delle collezioni, consentendo di avere sempre una visuale dell’intera sala”) giocato tra colori luci e ombre, un abbraccio ben visibile, in cui la collezione si sposa con le opere di vari pittori operanti nella Torino tra le due guerre. L’allestimento è di Loredana Iacopino, moderno, essenziale, segnato da una eleganza tutta particolare.
Ad allinearsi e a proseguire idealmente il “progetto Gualino” a cui i Musei Reali hanno dato vita nei mesi scorsi, nelle vetrine, un’eccellente illuminazione e targhette nitidamente leggibili, in un percorso articolato in dieci temi – la donna moderna, la donna ideale, la donna reale, il tempo e le stagioni, innamorati, scene di vita, miti e storie, il mondo nel vaso, la fiaba e le maschere, animali – trovano spazio le 132 opere, repertorio degli Scavini affidato alla leggerezza, alla maestria, all’ironia, al gusto di artisti come Mario Sturani (del gruppo del d’Azeglio e di Monti, grande amico di Cesare Pavese) – si guardino i suoi “vasi con frutta” o il suo “Ragazzo su elefante” del 1929, Gigi Chessa con i suoi nudi femminili (“Le due sorelle”, ancora del ’29), Ines e Giovanni Grande, che riproducono con grande bellezza quadri di vita contadina e popolare (di lui, i gruppi di “Castore” e “Polluce” e quei piccoli capolavori che sono ”Don Chisciotte e Sancho Pancia”, 1929, e “Il trionfo di Bacco”, 1928 ), di Massimo Quaglino (“Danza campagnola” del ’30), della stessa Elena König di cui “la signorina grandi firme” citata in “Al caffè” del 1933. Ancora Giulio Da Milano, Massimo Quaglino, Giuseppe Porcheddu e Giovanni Riva, autore nel 1930 dell’Angelica di piazza Solferino.




