abitare con stile

Torino cambia pelle: il nuovo Piano Regolatore tra visione urbana e fase di transizione

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Torino si prepara a riscrivere il proprio futuro urbano. Dopo oltre trent’anni, il nuovo Piano Regolatore Generale entra nella fase decisiva del suo iter, segnando un passaggio storico per la città.

Non si tratta semplicemente di un aggiornamento tecnico, ma di una vera e propria evoluzione culturale: un cambio di paradigma nel modo di progettare, vivere e trasformare lo spazio urbano.

Eppure, accanto alla visione, si apre oggi una fase più delicata, meno raccontata ma estremamente concreta: quella della transizione.

Il nuovo PRG nasce per rispondere a sfide che negli anni ’90 non esistevano: una città non più in crescita, ma stabile e in trasformazione; un’economia plurale, fatta di servizi, innovazione, cultura e turismo; una forte pressione ambientale legata al cambiamento climatico ed una maggiore attenzione alle disuguaglianze tra quartieri.

Per questo, il Piano si struttura attorno a tre grandi visioni: Torino come città dell’innovazione, Torino città del welfare e della prossimità ed una Torino città ecosistema. Insomma, Una nuova idea di città.

Queste tre direttrici puntano a rendere la città più accessibile, inclusiva e sostenibile per crescere meglio, non di più.

Il principio che guida il nuovo Piano, infatti, è chiaro: non espandere, ma trasformare.

Le nuove volumetrie saranno possibili, ma legate a un ritorno per la collettività: verde urbano, servizi e spazi pubblici.

È un modello più evoluto, in cui lo sviluppo privato contribuisce attivamente alla qualità urbana.

La città della mobilità e dei quartieri

Lo sviluppo si concentrerà nelle aree meglio collegate dalla metropolitana, dal passante ferroviario e quindi dalle principali direttrici urbane.

Allo stesso tempo, il Piano restituisce centralità ai quartieri, superando la logica centro-periferia e lavorando su una città fatta di identità locali, differenze e potenzialità.

Rigenerazione urbana e flessibilità

Il cuore del nuovo PRG è la rigenerazione con il recupero delle aree dismesse prediligendo la trasformazione degli spazi industriali e la riattivazione dei vuoti urbani.

A questo si aggiunge un elemento chiave: maggiore flessibilità nelle destinazioni d’uso.

Siamo però giunti alla fase più delicata: il tempo della transizione

Accanto a questa visione, si apre infatti una fase estremamente sensibile.

Con l’adozione del Piano preliminare entrano in vigore le cosiddette misure di salvaguardia: un meccanismo tecnico che impone alle nuove pratiche edilizie di essere conformi sia al piano vigente sia a quello in corso di approvazione.

Questo passaggio, necessario per evitare trasformazioni incoerenti, introduce inevitabilmente una fase di incertezza. Le pratiche già approvate proseguono, ma tutte quelle in istruttoria, non ancora autorizzate o basate su previsioni del vecchio piano possono subire rallentamenti, richieste di adeguamento o, in alcuni casi, sospensioni.

Il rischio di un “limbo urbanistico”

È in questo spazio intermedio che si crea quello che potremmo definire un limbo attuativo.

Un tempo sospeso in cui le regole stanno cambiando e le decisioni diventano più caute

Facendo sì che gli investimenti richiedono maggiore attenzione.

Le stesse associazioni di categoria hanno già evidenziato alcune criticità:

•aumento dei costi

•incertezza sulle bonifiche

•difficoltà nei cambi di destinazione d’uso

•rallentamenti nei permessi

Il rischio, se non gestito con strumenti adeguati, è quello di generare un temporaneo blocco del mercato.

Una sfida per il sistema pubblico

Dal dibattito emerge una consapevolezza condivisa: questa fase dovrà essere accompagnata con attenzione. Sarà fondamentale introdurre delle norme transitorie chiare, procedure più snelle e leggibili e strumenti di dialogo tra pubblico e privato.

Perché una città non si trasforma solo con le regole, ma con la capacità di renderle applicabili.

Un momento critico… ma anche strategico. Ogni fase di cambiamento porta con sé una doppia lettura. Da un lato incertezza, rallentamenti e possibile complessità; dall’altro: nuove opportunità, margini di negoziazione e possibilità di anticipare il mercato con intelligenza.

Per chi opera nel settore immobiliare, questo è un momento che richiede non solo competenza tecnica, ma soprattutto capacità di lettura e visione.

Abitare il cambiamento

Il nuovo Piano Regolatore non è solo uno strumento urbanistico.

È una lente attraverso cui leggere il futuro della città.

E oggi, più che mai, abitare significa scegliere non solo uno spazio, ma un contesto, una direzione, un modo di vivere.

In questa fase di transizione, la differenza non la farà chi si limita a seguire il mercato, ma chi saprà interpretarlo.

Perché è proprio nei momenti di passaggio che si costruiscono le città di domani.

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Case che respirano: dalle pareti verdi ai materiali che catturano lo smog

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Torino è una città elegante, ricca di storia e di architetture straordinarie. Eppure negli ultimi anni si trova a fare i conti con un primato poco invidiabile: secondo l’Indice del clima 2026, il capoluogo piemontese è la città italiana dove l’aria ristagna di più.

La ragione è anche geografica. Torino si trova in una sorta di conca naturale, circondata su tre lati dalle montagne e chiusa dalla collina sul quarto. Questo assetto ostacola il ricambio dell’aria e favorisce fenomeni di inversione termica, che intrappolano smog e polveri sottili nei bassi strati dell’atmosfera.

Quando il vento manca — cosa frequente soprattutto nei mesi invernali — gli inquinanti si accumulano, rendendo più intensi fenomeni come le notti tropicali, le ondate di calore e gli episodi di smog.

Le politiche urbane stanno giustamente lavorando su mobilità sostenibile e riduzione del traffico privato. Ma esiste anche un altro livello di intervento, più vicino alla nostra quotidianità: la casa.

Oggi l’architettura e il design stanno sviluppando soluzioni sempre più sofisticate per migliorare la qualità dell’aria negli ambienti domestici e persino contribuire alla purificazione dell’aria urbana.

Case che respirano: i materiali che catturano l’inquinamento

Negli ultimi anni la ricerca sui materiali da costruzione ha fatto passi da gigante. Esistono oggi superfici e rivestimenti progettati per neutralizzare o assorbire le sostanze inquinanti presenti nell’aria.

Tra i più interessanti:

  • Cementi e intonaci fotocatalitici, che grazie alla luce solare attivano un processo chimico capace di trasformare gli ossidi di azoto e alcune particelle inquinanti in composti innocui.

  • Pitture murali purificanti, contenenti biossido di titanio o altri componenti attivi che aiutano a ridurre smog, batteri e odori negli ambienti interni.

  • Materiali naturali traspiranti, come calce, argilla e fibre vegetali, che favoriscono un microclima interno più sano regolando umidità e qualità dell’aria.

 

Questi sistemi non sostituiscono naturalmente le politiche ambientali, ma rappresentano un piccolo contributo diffuso: migliaia di case che respirano meglio contribuiscono a città più sane.

Le pareti verdi: quando l’architettura diventa un filtro naturale

 

Un’altra soluzione sempre più diffusa nelle città europee sono le facciate verdi e i giardini verticali.

A Milano, Parigi, Madrid o Vienna interi edifici vengono progettati con superfici vegetali capaci di:

  • assorbire parte delle polveri sottili

  • ridurre la temperatura urbana

  • migliorare il microclima

  • aumentare la biodiversità urbana

Le piante, infatti, funzionano come filtri naturali, intrappolando particelle inquinanti e rilasciando ossigeno.

Non è solo una questione estetica — anche se l’effetto visivo è spesso straordinario — ma una vera strategia di rigenerazione ambientale.

La tecnologia che migliora l’aria dentro casa

Anche all’interno degli edifici la qualità dell’aria è diventata un tema centrale. Le nuove abitazioni progettate secondo criteri di sostenibilità integrano sistemi come:

  • ventilazione meccanica controllata (VMC) con filtri anti-smog

  • purificatori d’aria integrati negli impianti

  • sensori che monitorano CO₂ e particolato

  • materiali low-VOC, privi di sostanze tossiche.

La casa contemporanea non è più soltanto un rifugio estetico o funzionale. Sta diventando un ecosistema intelligente, capace di proteggere il benessere di chi la abita.

Abitare il futuro

Torino ha sempre avuto una grande tradizione di innovazione urbana e architettonica.

Se da un lato il problema della qualità dell’aria è reale e richiede interventi strutturali, dall’altro il mondo dell’architettura, del design e dei materiali sta aprendo scenari interessanti.

In un’epoca in cui le città diventano sempre più dense e complesse, la vera sfida sarà progettare case che non si limitino a consumare spazio e risorse, ma che contribuiscano attivamente al benessere dell’ambiente urbano.

Perché abitare con stile, oggi, significa anche questo:

vivere in spazi belli, ma soprattutto sani

Il ritorno alla materia: scandinavo, Japandi, rustico e shabby chic

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Il nostro viaggio tra gli stili dell’abitare continua. Dopo aver attraversato l’eleganza della tradizione, le linee essenziali del contemporaneo e il carattere urbano degli spazi industriali riconvertiti, questa settimana entriamo in un territorio più intimo.

Gli stili naturali e accoglienti nascono da un bisogno sempre più evidente nel nostro tempo: riportare la casa a una dimensione di benessere, calma e autenticità. In un mondo veloce e urbano, l’abitare torna a cercare materiali naturali, luce, tessuti morbidi, atmosfere rassicuranti. Non si tratta solo di estetica, ma di qualità della vita.

Tra i linguaggi più diffusi oggi troviamo lo stile scandinavo, il Japandi – una delle tendenze più interessanti degli ultimi anni – il rustico contemporaneo e lo shabby-chic (il cui termine si è un pò abusato). Ognuno di questi interpreta in modo diverso il rapporto tra spazio, natura e comfort.

Stile Scandinavo

Lo stile scandinavo nasce nei paesi nordici, dove la luce naturale è preziosa e gli ambienti domestici diventano rifugi caldi durante i lunghi inverni. Per questo gli interni sono progettati per amplificare la luminosità e creare una sensazione di serenità.

Le palette cromatiche sono dominate da bianco, beige, grigi chiari e tonalità naturali del legno. I materiali sono semplici e autentici: legno chiaro, lana, lino, cotone. Gli arredi hanno linee pulite ma non fredde, con forme morbide e funzionali.

È uno stile particolarmente adatto ad appartamenti urbani di dimensioni contenute, dove la luminosità e la leggerezza visiva aiutano a far percepire gli spazi più ampi e armoniosi. Funziona molto bene in case contemporanee, ristrutturazioni di alloggi cittadini e nuove costruzioni con grandi finestre.

Japandi

Negli ultimi anni si è affermato uno stile che nasce dall’incontro tra minimalismo giapponese e funzionalità scandinava: il Japandi. Il risultato è un equilibrio raffinato tra essenzialità e calore.

Gli interni Japandi si distinguono per materiali naturali, colori neutri ma più profondi – sabbia, terra, tortora, carbone – e arredi dalle linee basse e leggere. Ogni oggetto è scelto con attenzione, evitando accumuli visivi. La filosofia è quella dell’essenziale: pochi elementi, ma di qualità.

Questo stile è perfetto per abitazioni contemporanee dove si desidera creare ambienti meditativi e ordinati. Si adatta molto bene a loft moderni, attici luminosi o case con spazi aperti, dove il dialogo tra architettura e arredamento può esprimersi con grande equilibrio.

Rustico contemporaneo

Quando si parla di stile rustico, spesso si pensa immediatamente alla casa di campagna tradizionale. Oggi però questo linguaggio si è evoluto, dando vita a una versione più contemporanea che mantiene il calore della materia ma con un’estetica più pulita.

Le caratteristiche principali sono travi in legno a vista, pavimenti in pietra o parquet importante, camini, superfici materiche. Gli arredi mescolano elementi artigianali e pezzi più moderni, creando un equilibrio tra tradizione e comfort attuale.

Questo stile trova la sua espressione ideale in cascine ristrutturate, case di montagna, casali di campagna o abitazioni immerse nel verde. Tuttavia, se reinterpretato con misura, può funzionare anche in città, soprattutto in appartamenti d’epoca dove materiali naturali e dettagli architettonici raccontano già una storia.

Shabby Chic

Lo shabby chic nasce invece da un’estetica romantica e delicata, ispirata alle case di campagna francesi e inglesi. Il termine “shabby”, letteralmente “consumato”, fa riferimento a mobili decapati o volutamente vissuti, che creano un’atmosfera morbida e nostalgica.

I colori sono chiari e polverosi: bianco latte, avorio, cipria, verde salvia, azzurro polvere. I tessuti sono leggeri e naturali, spesso con motivi floreali o texture morbide. Gli arredi hanno forme classiche ma alleggerite da finiture chiare.

È uno stile che si presta molto bene a case di campagna, seconde abitazioni al mare o contesti rurali dove si desidera creare ambienti romantici e rilassati. In città può funzionare in appartamenti luminosi o in piccoli alloggi dove si vuole ricreare un’atmosfera accogliente e personale.

Abitare con equilibrio

Ciò che accomuna tutti questi stili è una ricerca di autenticità. Legno, fibre naturali, luce, semplicità. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla tecnologia, la casa torna a essere uno spazio dove rallentare.

Naturalmente, come accade per ogni linguaggio dell’abitare, non esiste uno stile giusto in assoluto. Esiste lo stile giusto per uno spazio, per un contesto architettonico e soprattutto per la personalità di chi lo abita.

 

Ed è proprio questo il filo conduttore del nostro viaggio: comprendere gli stili non significa copiarli, ma imparare a interpretarli. Perché una casa ben riuscita non è mai la replica di una tendenza, ma il risultato di un equilibrio tra architettura, materiali e identità personale.

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Dalle fabbriche ai Loft: l’eleganza metropolitana dell’abitare contemporaneo

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Dopo aver esplorato le radici storiche dell’eleganza e le linee essenziali del contemporaneo, il nostro viaggio tra gli stili dell’abitare entra nel cuore della città. Negli ultimi anni, infatti, sono proprio i quartieri urbani a raccontare le trasformazioni più interessanti, non solo dal punto di vista immobiliare ma anche culturale.

Gli stili urbani e metropolitani nascono da un cambiamento reale: la riconversione degli spazi produttivi. Ex fabbriche, officine, magazzini, laboratori artigianali diventano case, studi creativi, showroom. L’architettura non viene cancellata, viene reinterpretata.

A Torino questo processo è evidente.

Barriera di Milano, per esempio, è uno dei quartieri che più ha vissuto questa metamorfosi. Capannoni e spazi industriali dismessi si sono trasformati in loft con doppi volumi, grandi vetrate, soppalchi in ferro e legno. Qui lo stile industriale non è un’imitazione estetica: è memoria autentica. Mattoni a vista, travi metalliche, cemento, tubazioni lasciate visibili non sono decorazione, ma tracce della storia produttiva del luogo.

L’industrial nasce così: materico, urbano, sincero. I colori sono neutri e profondi – grigi, ruggine, nero, legno naturale – gli arredi mescolano metallo e superfici grezze. È uno stile che piace a chi ama spazi aperti, fluidi, non convenzionali. Richiede equilibrio: l’eccesso può renderlo freddo, ma dosato con luce e materiali caldi diventa estremamente affascinante.

Un’evoluzione più raffinata è l’Urban Chic.

Qui l’anima industriale incontra dettagli più sofisticati: superfici pulite, elementi di design, finiture eleganti. Il mattone dialoga con il velluto, il metallo con il marmo, la struttura originaria con arredi contemporanei. È uno stile che interpreta la città con maggiore misura, mantenendo il carattere metropolitano ma alleggerendolo.

Anche Aurora racconta molto di questa trasformazione. L’area, per anni percepita come marginale, ha cambiato volto grazie a interventi di riqualificazione importanti come la nascita del complesso della Nuvola Lavazza, che ha portato nuova energia, servizi e qualità architettonica. Attorno a questi poli si sono sviluppati nuovi spazi creativi, coworking, residenze ristrutturate con un linguaggio urbano contemporaneo.

Lo stile metropolitano, in fondo, è questo: capacità di leggere il contesto e trasformarlo in identità. Non si tratta solo di lasciare un muro in mattoni o inserire una lampada industriale. Si tratta di comprendere la vocazione dello spazio, il suo passato e il suo potenziale.

In una città come Torino, con una forte eredità industriale, questi linguaggi non sono una tendenza passeggera. Sono parte del suo DNA. E raccontano un modo nuovo di abitare: più libero, più creativo, più connesso alla trasformazione della città stessa.

Perché quando cambia un quartiere, cambia anche il modo in cui lo abitiamo. E lo stile, ancora una volta, diventa il riflesso di un’evoluzione urbana prima ancora che estetica.

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L’eleganza della sottrazione: moderno, minimal e contemporaneo

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La scorsa settimana abbiamo attraversato i secoli attraverso immagini di ambienti dall’eleganza solenne degli stili d’ispirazione storica, è quindi naturale oggi fare un passo in avanti nel tempo.

Se il Classico, il Neoclassico e il Barocco raccontano la casa come rappresentazione, gli stili contemporanei e minimal raccontano la casa come scelta consapevole.

Meno scenografia, più intenzione.
Meno decorazione, più funzione.

Con il Novecento e poi con il nuovo millennio, l’abitare cambia profondamente: si riducono le superfici, si semplificano i nuclei familiari, si cercano luce, fluidità, praticità. Lo spazio non deve più dimostrare, ma funzionare. E possibilmente farlo con eleganza.

Dobbiamo dunque distinguere tra stile moderno , minimale e contemporaneo che spesso vengono confusi tra loro:

Stile Moderno

Lo stile moderno nasce con il razionalismo e con l’idea che la forma debba seguire la funzione. Linee pulite, geometrie chiare, volumi netti. Gli arredi si alleggeriscono, le superfici diventano lisce, i materiali industriali – vetro, acciaio, cemento – entrano nella quotidianità domestica.

I colori sono spesso neutri, con contrasti calibrati tra chiari e scuri. Non c’è spazio per l’ornamento superfluo: ogni elemento deve avere una ragione. È uno stile che comunica ordine mentale prima ancora che estetico.

A Torino lo si ritrova spesso nelle nuove costruzioni, negli appartamenti ristrutturati con taglio contemporaneo, nelle case di chi desidera pulizia visiva e rigore.

Stile Minimal

Il minimalismo è un passo ulteriore. Non è solo riduzione, è sottrazione.
“Less is more” non è uno slogan, ma un principio progettuale.

Gli ambienti minimal sono ariosi, essenziali, quasi silenziosi. Le palette cromatiche si muovono tra bianco, beige, grigi chiari, talvolta interrotti da un unico accento deciso. Gli arredi sono pochi, selezionati, spesso integrati nell’architettura stessa.

Il rischio del minimal è la freddezza; la sua forza è la purezza. Funziona quando è accompagnato da materiali di qualità, luce naturale ben studiata e proporzioni corrette. Non è povertà decorativa: è disciplina.

Stile Contemporaneo

Spesso confuso con il moderno, lo stile contemporaneo è in realtà più fluido. Non si lega a un’epoca precisa ma interpreta il presente, accogliendo innovazioni tecnologiche, nuove sensibilità ambientali e contaminazioni.

Linee pulite sì, ma con maggiore morbidezza. Spazi aperti, cucina e living integrati, attenzione alla sostenibilità dei materiali. Le palette restano neutre, ma possono accogliere nuance calde, texture materiche, elementi di design iconico.

È lo stile più diffuso oggi nelle abitazioni urbane: rassicurante, elegante, adattabile. Permette di mescolare con equilibrio pezzi moderni e dettagli più personali.

Il filo conduttore

Ciò che accomuna moderno, minimal e contemporaneo è una nuova idea di abitare: la casa non come vetrina, ma come organismo funzionale. Un luogo che deve semplificare la vita, non complicarla.

In un momento storico in cui i metri quadri si riducono e la qualità dello spazio diventa centrale, questi linguaggi rispondono a un bisogno reale: ordine, luce, proporzione, leggerezza.

Eppure, anche qui, la differenza non la fa l’etichetta. La fa il progetto.
Un minimal improvvisato può diventare anonimo. Un contemporaneo mal calibrato può risultare impersonale. È sempre la misura a determinare l’eleganza.

Nel prossimo appuntamento della rubrica continueremo questo viaggio attraversando gli stili urbani e naturali, quelli che mescolano industriale e materia, Nord Europa e Mediterraneo. Perché conoscere i linguaggi dell’arredo non serve a catalogare le case, ma a comprendere quale spazio ci rappresenta davvero.

L’eleganza che nasce dalla storia: viaggio tra gli stili classici d’arredo

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Entrare in una casa, in qualunque parte del mondo, significa entrare in una visione a volte personale. Ogni abitazione racconta una scelta estetica, una memoria culturale, un modo preciso di intendere lo spazio e il vivere quotidiano.

C’è chi si riconosce nell’eleganza senza tempo del classico, chi cerca la pulizia razionale del moderno, chi ama l’essenzialità del minimal o il calore luminoso dello stile scandinavo. Alcuni si lasciano sedurre dall’anima urbana dell’industrial, altri dalla delicatezza romantica dello shabby chic o dal fascino stratificato del boho. C’è chi predilige il rigore geometrico dell’Art Déco, chi l’armonia organica del mid-century modern, chi le atmosfere mediterranee, provenzali o marocchine. E poi le tendenze più recenti: l’organic modern, il wabi-sabi, il ritorno alla materia, alla luce, all’imperfezione consapevole.

Gli stili d’arredo non sono semplici etichette decorative. Sono linguaggi. Parlano di epoche, di geografie, di società. Raccontano ciò che consideriamo bello, funzionale, rassicurante o aspirazionale. E spesso, senza che ce ne accorgiamo, parlano anche di noi.

Per questo ho deciso di dedicare le prossime settimane della rubrica a un viaggio tra gli stili che caratterizzano le abitazioni di tutto il mondo. Non una lista tecnica, ma un percorso per comprenderne l’origine, l’evoluzione e il significato contemporaneo.

Si parte dalle radici. Questa settimana ci immergiamo negli stili di ispirazione storica: il Classico, il Neoclassico e il Barocco/Rococò. Tre espressioni diverse di eleganza, accomunate da una forte identità culturale e da un senso profondo di rappresentanza dello spazio.

Approfondiremo cosa definisce davvero uno stile classico oltre i cliché, come il neoclassico riesca a dialogare con l’abitare contemporaneo, e perché il barocco e il rococò, con la loro teatralità decorativa, continuino ancora oggi a influenzare l’immaginario dell’abitare di prestigio.

Perché comprendere uno stile non significa copiarlo, ma imparare a leggerlo. E solo quando sappiamo leggere uno spazio possiamo davvero iniziare ad abitarlo con consapevolezza.

Se vogliamo comprendere davvero gli stili di ispirazione storica, dobbiamo guardarli non come semplici scelte decorative, ma come espressioni di un’idea precisa di bellezza e di società. Il Classico, il Neoclassico e il Barocco/Rococò nascono in epoche diverse, ma condividono un principio fondamentale: lo spazio non è solo funzionale, è rappresentazione.

Stile Classico

Lo stile classico affonda le radici nella tradizione europea, ispirandosi all’armonia dell’architettura greco-romana e alle dimore aristocratiche tra Rinascimento e Ottocento. La parola chiave è equilibrio.

Gli ambienti sono impostati su simmetrie rigorose, proporzioni studiate, assi visivi centrali. Le boiserie incorniciano le pareti, i soffitti possono essere decorati con cornici e rosoni, i pavimenti spesso in marmo o parquet posato con disegni tradizionali. I colori tendono ai toni caldi e neutri – avorio, crema, tortora – arricchiti da dettagli dorati o bronzati.

L’arredo è importante ma mai casuale: mobili in legno massello, intarsi, tessuti preziosi come seta o velluto. È uno stile che comunica solidità, continuità, prestigio. In una città come Torino, con i suoi palazzi storici e i piani nobili affacciati su cortili interni eleganti, il classico non è una moda: è una memoria ancora viva.

Stile Neoclassico

Il neoclassico nasce come reinterpretazione più misurata e razionale del linguaggio classico. Mantiene l’ordine e la simmetria, ma alleggerisce l’apparato decorativo. È meno opulento, più raffinato, più contemporaneo nella percezione.

Le modanature sono presenti ma più sottili, i colori si schiariscono ulteriormente – grigi chiari, bianchi luminosi, beige delicati – e l’oro lascia spazio a finiture più discrete. Le linee degli arredi diventano più pulite, pur conservando un’eleganza formale.

È uno stile che dialoga molto bene con l’abitare di oggi, soprattutto negli appartamenti d’epoca ristrutturati con sensibilità. Permette di conservare l’anima storica di uno spazio inserendo elementi moderni con equilibrio. Non è nostalgia: è reinterpretazione consapevole.

Barocco e Rococò

Con il Barocco e, successivamente, con il Rococò, l’equilibrio lascia spazio alla teatralità. Qui lo spazio diventa scenografia.

Il barocco è potenza visiva: curve, dorature, stucchi ricchi, contrasti forti tra luce e ombra. I volumi sono dinamici, le decorazioni abbondanti, i materiali preziosi. È uno stile che nasce per stupire, per affermare grandezza e autorità.

Il rococò, evoluzione più leggera e intima del barocco, introduce maggiore grazia e movimento sinuoso. I colori si fanno più chiari – cipria, verde salvia, azzurro polvere – le decorazioni diventano più minute e decorative. È meno monumentale, più raffinato, ma altrettanto scenografico.

Oggi questi linguaggi sono raramente riprodotti in modo integrale, ma continuano a influenzare l’idea di lusso, soprattutto in contesti dove l’impatto visivo è parte dell’esperienza. Inseriti con misura, possono trasformare un ambiente in un luogo fortemente identitario.

Comprendere questi tre stili significa riconoscere che l’abitare non è mai neutro. È sempre una scelta culturale. E conoscere le radici storiche dell’arredo ci aiuta a non confondere l’eleganza con l’eccesso, la tradizione con la replica, il prestigio con l’ostentazione.

Nelle prossime settimane continueremo questo viaggio, attraversando stili più contemporanei e ibridi. Perché ogni casa, prima di essere arredata, va capita. E ogni stile, prima di essere scelto, va interpretato.

Edifici “liberati” e restituiti alla città

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Negli ultimi giorni si parla molto di edifici liberati, di spazi restituiti, di immobili che tornano finalmente visibili dopo anni di abbandono. Al di là delle cronache e delle letture contingenti, il tema apre una riflessione più ampia e necessaria: che cosa significa oggi recuperare l’esistente, soprattutto quando un edificio porta con sé un valore storico, artistico o socioculturale?

Abitare con stile non riguarda solo l’interno di una casa o la qualità di un progetto d’arredo. Riguarda il modo in cui una città sceglie di prendersi cura dei propri spazi, della propria memoria e delle trasformazioni future.

Recuperare un edificio non significa semplicemente ristrutturarlo. Significa reinterpretarne il ruolo, comprenderne la vocazione, inserirlo nuovamente nel tessuto urbano con una funzione viva, sostenibile e coerente con il contesto. È un atto culturale prima ancora che edilizio.

Torino, in questo senso, è un laboratorio straordinario.

Città industriale per eccellenza, ha attraversato profonde trasformazioni economiche e sociali, lasciando dietro di sé grandi contenitori vuoti: fabbriche, complessi militari, edifici pubblici dismessi. Proprio da questi vuoti sono nati alcuni dei più interessanti esempi di rigenerazione urbana.

Un caso emblematico è la Cavallerizza Reale. Un complesso monumentale di enorme valore storico, rimasto a lungo in una condizione sospesa, oggi al centro di un percorso di recupero che punta a restituirlo alla città come spazio culturale, creativo e pubblico. Qui il progetto non cancella la memoria, ma la amplifica: l’architettura storica diventa contenitore di nuove funzioni, dialogando con il presente senza perdere identità.

Un altro esempio significativo è quello delle OGR Torino. Le Officine Grandi Riparazioni, un tempo cuore pulsante dell’industria ferroviaria, sono oggi uno dei poli culturali e innovativi più dinamici della città. Il recupero ha mantenuto la forza spaziale originaria, reinterpretandola per ospitare arte, musica, ricerca e impresa. Un intervento che dimostra come anche l’archeologia industriale possa diventare motore di nuova vitalità urbana.

Lo stesso vale per Parco Dora, dove le strutture industriali non sono state cancellate, ma integrate nel paesaggio. Pilastri, travi e volumi preesistenti convivono con il verde, creando uno spazio pubblico unico, identitario, profondamente contemporaneo. Un esempio virtuoso di come il recupero possa essere anche paesaggio, esperienza, qualità della vita.

Accanto ai grandi progetti simbolici, esistono poi interventi più silenziosi ma altrettanto rilevanti: ex aree produttive trasformate in residenze, edifici abbandonati riconvertiti in spazi abitativi, culturali o di servizio. Qui il recupero dell’esistente diventa anche risposta concreta al bisogno di nuove case, di quartieri più equilibrati, di una città che cresce senza consumare nuovo suolo.

Il valore di questi progetti non sta solo nel risultato architettonico, ma nel metodo. Recuperare significa lavorare sull’identità dei luoghi, sulla sostenibilità ambientale, sull’equilibrio tra memoria e innovazione. Significa progettare con responsabilità, evitando soluzioni standardizzate e puntando su interventi sartoriali, calibrati sul contesto.

In un momento storico in cui le città sono chiamate a ripensarsi, il recupero degli edifici esistenti rappresenta una delle risposte più intelligenti e lungimiranti. Non solo per preservare il passato, ma per costruire un futuro urbano più consapevole, inclusivo e autentico.

Abitare con stile, oggi, passa anche da qui: dalla capacità di leggere ciò che esiste, valorizzarlo e trasformarlo in una nuova opportunità di vita, di relazione e di bellezza.

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Cit Turin: dove il Liberty incontra la Torino che cambia

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
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Cit Turin è il quartiere più piccolo di Torino per estensione, ma uno dei più densi di identità, storia e qualità urbana. Un microcosmo elegante e coerente, incastonato tra il centro e l’asse ovest della città, che nel tempo ha saputo rinnovarsi senza perdere la propria anima.

Le origini di Cit Turin risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, quando l’area iniziò a svilupparsi come quartiere residenziale borghese, destinato a professionisti, imprenditori e famiglie benestanti. Il nome stesso, “Cit Turin”, ovvero “piccola Torino” in piemontese, racconta la sua natura raccolta e ordinata, quasi un centro nel centro. Fin da subito il quartiere si distingue per un impianto urbanistico razionale, strade ampie, alberate, e una forte attenzione alla qualità architettonica degli edifici.

È proprio qui che si concentra una delle più alte densità di palazzi Liberty della città. Tra fine Ottocento e primi del Novecento, Cit Turin diventa un vero laboratorio di sperimentazione architettonica: facciate decorate, ferri battuti, bow-window, mosaici, motivi floreali e geometrici. Edifici iconici come Casa Fenoglio-Lafleur, Casa La Fleur, Casa Tasca o Casa Masino non sono solo esempi di stile, ma vere e proprie opere d’arte abitate, che ancora oggi definiscono il carattere distintivo del quartiere. A questo si affiancano palazzi eclettici e primi esempi di razionalismo, creando un tessuto urbano colto, stratificato e sorprendentemente armonico.

Per molti anni Cit Turin ha mantenuto una dimensione quasi sospesa nel tempo, protetta dalla sua natura prevalentemente residenziale. La svolta arriva con la grande trasformazione urbana legata alla riqualificazione di Porta Susa. L’interramento della linea ferroviaria e la nascita della nuova stazione hanno ridisegnato completamente l’assetto dell’area, creando uno dei principali nodi di mobilità del Nord Italia. Da qui prende forma il cosiddetto “triangolo” urbano che connette centro, Cit Turin e la zona direzionale ovest, rafforzando il ruolo strategico del quartiere.

La nuova Porta Susa non è stata solo un’infrastruttura, ma un catalizzatore di cambiamento: spazi pubblici rinnovati, nuove funzioni direzionali, servizi, uffici, hotel, e un miglioramento complessivo della qualità urbana. Cit Turin, pur restando fedele alla propria identità elegante e residenziale, entra così in una fase di evoluzione moderna, diventando sempre più attrattiva per chi cerca una posizione centrale, ben collegata, ma lontana dalla frenesia del centro storico.

Oggi il quartiere è al centro di nuovi investimenti immobiliari mirati e selettivi, spesso legati a interventi di riqualificazione dell’esistente e a nuove costruzioni di alto livello, pensate per dialogare con il contesto storico. La presenza della metropolitana, già attiva e destinata ad ampliarsi con le future linee, rafforza ulteriormente l’accessibilità dell’area, rendendola strategica sia per la residenza di qualità sia per investimenti a medio-lungo termine.

Il futuro di Cit Turin si gioca su un equilibrio delicato ma virtuoso: conservare il patrimonio architettonico e l’atmosfera raffinata che lo rendono unico, integrando al contempo innovazione, sostenibilità e nuove infrastrutture. Un quartiere piccolo solo nelle dimensioni, ma grande per valore culturale, qualità abitativa e visione urbana. Un luogo che racconta bene come Torino sappia evolvere senza rinnegare se stessa.

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Affitti brevi: quando il progetto fa la differenza

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
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Negli ultimi anni il tema degli affitti brevi è diventato uno dei più dibattuti nelle grandi città e nei territori a forte vocazione turistica. Da un lato rappresentano un’importante opportunità economica per i proprietari, dall’altro vengono spesso indicati come una delle cause della crescente difficoltà nel reperire alloggi destinati alla residenza stabile.

La realtà, come spesso accade, è più complessa e merita uno sguardo meno ideologico e più progettuale.

Il nodo centrale non è tanto l’esistenza degli affitti brevi, quanto come vengono gestiti, regolati e inseriti nel tessuto urbano. Un’abitazione destinata alla locazione turistica non è, di per sé, un elemento di disturbo: lo diventa quando è improvvisata, concentrata in modo eccessivo, scollegata dal contesto e priva di una visione di lungo periodo.

Negli ultimi mesi il dibattito si è riacceso anche sul piano normativo, con un’attenzione crescente da parte dei Comuni al tema dell’equilibrio tra turismo e residenzialità. È un segnale chiaro: la città non è solo un contenitore di flussi, ma un organismo delicato, fatto di relazioni sociali, servizi, tempi e ritmi che vanno rispettati.

Tuttavia, il rischio è affrontare la questione per categorie rigide – affitto breve contro affitto lungo – che non rispecchiano il funzionamento reale del mercato immobiliare.

Molti proprietari oggi utilizzano i propri immobili in modo flessibile e intelligente: locazioni turistiche per alcuni periodi dell’anno, affitti di medio termine per professionisti o studenti, e momenti di utilizzo diretto dell’abitazione. Una flessibilità che, se ben regolata, può diventare una risorsa e non una distorsione.

Il vero tema, quindi, non è vietare o demonizzare, ma progettare.

Progettare un affitto breve significa:

  • pensare all’immobile non solo come fonte di reddito, ma come parte della città;

  • curare la qualità degli spazi, dell’arredo e della manutenzione;

  • selezionare il target giusto, evitando un turismo “mordi e fuggi” poco rispettoso;

  • affidarsi a una gestione professionale che garantisca regole, controllo e continuità.

Un alloggio ben progettato e ben gestito riduce l’impatto sul contesto, valorizza il patrimonio edilizio esistente e contribuisce alla qualità complessiva dell’offerta abitativa. Al contrario, una gestione approssimativa genera conflitti, degrado e alimenta la percezione negativa che oggi grava su questo settore.

C’è poi un altro aspetto spesso trascurato: l’impatto ambientale e sociale. Non è scontato che un’abitazione occupata stabilmente produca meno consumo di risorse rispetto a un alloggio turistico utilizzato in modo saltuario. Senza dati e analisi puntuali, il rischio è costruire politiche basate su percezioni più che su numeri reali.

Per questo, il futuro degli affitti brevi passa da una parola chiave: responsabilità.

Responsabilità dei proprietari, chiamati a fare scelte consapevoli.

Responsabilità dei professionisti, che devono guidare e strutturare il processo.

Responsabilità delle amministrazioni, che dovrebbero favorire modelli equilibrati anziché soluzioni drastiche.

Abitare con stile, oggi, significa anche questo: saper conciliare redditività e rispetto del territorio, interesse privato e bene collettivo, flessibilità e visione urbana.

Gli affitti brevi possono continuare a essere una risorsa preziosa – per chi investe e per le città – solo se smettono di essere improvvisazione e diventano progetto.

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Il Po e i suoi quartieri: anime diverse lungo lo stesso fiume

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
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In una Torino spesso raccontata attraverso le sue architetture monumentali e la sua anima industriale, il Po rappresenta la dimensione più intima e contemplativa della città. Un confine morbido tra natura e tessuto urbano, tra movimento e quiete, capace di offrire una lettura diversa dell’abitare contemporaneo.

Il Po scorre lento, silenzioso, mai invadente, eppure imprime un carattere preciso a tutto ciò che lo circonda. Vivere vicino al fiume non è soltanto una scelta abitativa, ma un vero e proprio stile di vita: significa abitare la città senza subirla, trovare uno spazio di respiro all’interno del ritmo urbano, ristabilire un rapporto quotidiano con il paesaggio.

L’acqua, in città, ha un valore che va ben oltre l’estetica. È luce che cambia durante il giorno, riflettendo il cielo e ammorbidendo i volumi architettonici. È aria che si muove e respira, un microclima naturale, uno scenario che rende gli spazi più vivibili, più umani. Abitare lungo il Po significa convivere con un paesaggio che non è mai statico: le stagioni si leggono nei colori delle rive, nei riflessi invernali o nelle ombre lunghe delle sere estive. Una presenza discreta ma costante, che accompagna la quotidianità senza sovrastarla.

Il Po come filo urbano

Il Po non attraversa Torino in modo neutro. La accompagna, la sfiora, la modella. E, nel farlo, incontra quartieri molto diversi tra loro, restituendo a ciascuno un’identità distinta. Vivere lungo il fiume significa scegliere non solo una vista privilegiata, ma un’atmosfera, un ritmo, un modo specifico di abitare la città.

Gran Madre: il salotto elegante sul fiume

Il tratto del Po che incontra Gran Madre è forse il più iconico. Qui il fiume dialoga con la monumentalità della chiesa, con i viali alberati e con una dimensione urbana composta, borghese, quasi parigina.

Abitare in questa zona significa vivere il Po come estensione naturale del proprio spazio domestico: una passeggiata mattutina lungo il fiume, una corsa al tramonto, uno sguardo che si posa sull’acqua prima di rientrare a casa. È il quartiere di chi cerca equilibrio, centralità e bellezza senza eccessi.

Crimea: residenzialità alta e silenzio

Poco più in alto, il Po lambisce la Crimea, una delle zone residenziali più riservate e prestigiose della città. Qui il fiume non è protagonista scenografico, ma presenza discreta, quasi protettiva.

Ville, palazzi immersi nel verde, strade tranquille: il Po diventa elemento di valore ambientale e simbolico. È il quartiere di chi sceglie la qualità della vita come priorità assoluta, lontano dal rumore ma perfettamente connesso al centro urbano.

Borgo Po e Cavoretto: tra città e collina

Nel tratto che accompagna Borgo Po e sale verso Cavoretto, il fiume dialoga con la collina. Qui l’abitare si fa più intimo, quasi sospeso tra piano e panorama.

È una zona di passaggio e di connessione: tra città e natura, tra il quotidiano e la dimensione più contemplativa. Il Po accompagna questa transizione, rafforzando l’idea di un vivere “a misura”, dove architettura e paesaggio convivono con naturalezza.

Il Valentino e San Salvario: il Po come spazio pubblico

Scendendo verso sud, il fiume incontra il Parco del Valentino e lambisce il quartiere di San Salvario. In questo tratto il Po diventa spazio pubblico, vissuto, attraversato, condiviso.

Il parco restituisce al fiume una dimensione sociale e culturale: studenti, famiglie, sportivi, cittadini di ogni età. È il volto più dinamico del Po, quello che racconta una città viva, in movimento, capace di mescolare energie e funzioni diverse.

I Murazzi: memoria e trasformazione

Infine, i Murazzi del Po. Un luogo che per anni ha incarnato la notte torinese, la movida, l’eccesso, ma che oggi si prepara a una nuova identità. Qui il Po è stato confine e movimento; oggi diventa opportunità di rigenerazione urbana.

Per lungo tempo i Murazzi hanno rappresentato l’altra faccia del fiume: rumorosa, informale, notturna. Una stagione intensa che ha lasciato il segno, ma che ha anche mostrato criticità legate al degrado e alla convivenza con il contesto residenziale. Oggi, però, il racconto sta cambiando.

Il progetto di riqualificazione annunciato dal Comune di Torino segna un passaggio simbolico importante: non una semplice riapertura, ma una ridefinizione profonda del rapporto tra città e fiume.

L’obiettivo è restituire i Murazzi come spazio pubblico continuo, vissuto durante tutto l’arco della giornata. Meno concentrazione di locali notturni, più funzioni ibride: attività culturali, ristorazione di qualità, botteghe creative, spazi per lo sport leggero e il tempo libero. Il fiume torna così a essere paesaggio urbano, non semplice sfondo.

Un nuovo modo di abitare il lungo Po

Questa trasformazione ha un impatto diretto sull’abitare. I quartieri affacciati sul Po — da Gran Madre alla Crimea — vedono rafforzarsi la loro vocazione residenziale di pregio, sempre più legata alla qualità dello spazio urbano e al benessere quotidiano.

I Murazzi diventano una cerniera tra centro e natura, tra memoria storica e progetto contemporaneo, tra vita sociale e quiete residenziale. Una visione più matura, più europea, che guarda ai waterfront urbani come infrastrutture culturali e ambientali.

Vivere vicino al fiume significa scegliere una relazione diversa con la città: più profonda, più armonica, più autentica.

C’è anche un valore simbolico, quasi archetipico. L’acqua è passaggio, trasformazione, continuità. Non a caso le città più affascinanti si sono sviluppate lungo i fiumi. Il Po, in questo senso, è memoria viva: ha visto cambiare Torino, ne ha accompagnato le trasformazioni, restando fedele a se stesso.

Il Po non uniforma: distingue. Attraversa la città come una linea continua che cambia voce a ogni quartiere. Ed è proprio questa la sua forza: offrire molte possibilità di abitare senza perdere coerenza. In una Torino che riscopre il valore dei suoi spazi d’acqua, il Po continua a essere non solo un elemento geografico, ma un vero luogo dell’anima urbana.

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