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ECONOMIA SOCIETA’ E COSTUME - page 309

Masbedo, dalla Mostra di Venezia alla Fondazione Mertz

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L’incomunicabilità è il tema centrale di “Todestriebe”, 9 opere video che ripercorrono l’ultimo  decennio di lavoro (3 sono nuove) della coppia artistica; tutte accomunate dal respiro  cinematografico ed intrise di psicanalisi; non a caso, il titolo rimanda al concetto freudiano della pulsione di morte

 

MASBEDO1Doppio appuntamento con i Masbedo, acronimo del duo Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni che a Torino sono autori-protagonisti del progetto “Todestriebe”, alla Fondazione Merz dal 4 ottobre all’11 gennaio 2015. In concomitanza, il loro primo film “The Lack” (prodotto da Beatrice Bulgari) sarà proiettato il 15 ottobre al Cinema Massimo, dopo il successo ottenuto alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di  Venezia nella sezione “Giornate degli  autori”.

 

L’incomunicabilità è il tema centrale di “Todestriebe”, 9 opere video che ripercorrono l’ultimo  decennio di lavoro (3 sono nuove) della coppia artistica; tutte accomunate dal respiro  cinematografico ed intrise di psicanalisi; non a caso, il titolo rimanda al concetto freudiano della pulsione di morte.

 

Scenario ideale, in cui le  persone sembrano quasi sculture, sono le immagini di una natura matrigna e affascinante (soprattutto d’Islanda), lande deserte, ghiaccio, rocce, acqua e vulcani. E’ la storia del genere umano, pericolante verso l’autodistruzione, l’impossibile relazione con se stessi, con gli altri viandanti dell’esistenza, con il creato. Le riflessioni,  in  suoni e  immagini, di questa coppia di  artisti,  scrutatori dell’intima esistenza, esplorano anche il rapporto creativo con altri alfabeti come  teatro, musica, cinema, danza e letteratura, in un gioco visionario  dell’umano esistere. E l’allestimento è pensato come un’installazione globale in cui il  visitatore può intraprendere un viaggio (interiore) ispirato dai lavori che intrecciano i vari mezzi  espressivi.MASBEDO 2

 

Il curriculum dei Masbedo include importanti tappe, anche internazionali. Sono stati selezionati come  unici  artisti italiani per la mostra”Moving Stories”, progetto della Comunità Europea sostenuto dai principali Festival e biennali per  l’arte. Hanno intrapreso anche geniali e strategiche collaborazioni con altri artisti. L’attrice Fanny Ardant ha partecipato alla video audio performance tratta da “Le Remède de Fortune” di Guillaume de Machault; mentre dal 2002 collaborano con lo scrittore Michel Houellebecq. Insieme hanno scritto e prodotto le opere 11.22.03, dialogo tra un uomo e una donna in cui l’intento è la sopraffazione reciproca, e “Il mondo non è un panorama”, video d’arte in cui recita l’attrice premio Oscar Juliette Binoche, presentato in anteprima al Gran Palais di Parigi.

 

Poi, come  da  tradizione, la Fondazione prevede anche un momento  di  dialogo e confronto con la figura e l’opera di Mario Merz. Gli artisti hanno scelto il video “Lumaca” realizzato da Gerry Schum nel 1970,  in  cui  Merz disegna una spirale su un vetro davanti a lui. I Masbedo hanno allora pensato ad un’opera collettiva e chiamato all’appello 33 artisti internazionali, ognuno  a riflettere su  quel lavoro storico, con un  video personale che finisce in un’unica installazione a spirale, una sequenza di  video, tanti frammenti  di un dialogo.

 

Laura Goria

Mito, fede e rito: viaggio nella magia e dintorni

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STREGONERIAMAGIA3La stregoneria è una caratteristica fisica che si trasmette per via ereditaria, di padre in figlio. I figli di uno stregone sono tutti stregoni, ma non è detto che mettano in pratica la magia

 

La magia non esiste, l’occidente, permeato di razionalità scientifica, ne è più che certo. E’ facile prendere come punti di riferimento quelli della propria cultura, ed è anche corretto, perché permette di relazionarsi con l’ambiente e con gli altri avendo delle coordinate precise. Però, ed questa è la sfida che le grandi migrazioni di popoli ci mettono davanti agli occhi ogni giorno, è bene comprendere che il nostro punto di vista è solamente uno dei punti di vista possibili.

 

Gli Azande dell’Africa centrale credono nella stregoneria: alcuni individui vengono considerati stregoni e possono fare del male agli altri senza nessuna formula magica nè pozioni particolari, ma tramite una sostanza che risiede nel corpo degli stregoni, precisamente nell’intestino tenue.

 

La stregoneria è una caratteristica fisica che si trasmette per via ereditaria, di padre in figlio. I figli di uno stregone sono tutti stregoni, ma non è detto che mettano in pratica la magia: finchè non viene messa in pratica la sostanza magica si considera “fredda”. Quando invece c’è una vittima, la famiglia disconosce l’individuo, che si ritrova improvvisamente senza clan parentale.

 

Come spiegare agli Azande che nell’intestino tenue c’è solo l’intestino tenue? Per loro non solo la stregoneria esiste, ma si potenzia man mano che l’individuo invecchia. E’ una parte del corpo umano, che viene mandata in missione durante la notte, quando la vittima dorme: per questo non può colpire da lontano, ma solo da vicino, perché l’”anima” deve raggiungere fisicamente chi intende colpire.

 

Uno stregone non distrugge subito la sua vittima: la morte giunge attraverso un lento peggioramento, finchè lo stregone non ha “divorato” l’intera anima di un organo vitale. Alla morte della vittima, vicino alla tomba si ha una vera e propria autopsia pubblica: si cerca all’interno dell’intestino la presenza del veleno in base al modo in cui gli intestini escono dal ventre.

 

Come molti episodi “magici” e mitici la spiegazione eziologica è la più comune: il desiderio di comprendere alcuni fenomeni, come la malattia improvvisa, inspiegabili a livello razionale e in questi casi anche a livello scientifico, dà vita a numerose credenze. La spiegazione del reale, soprattutto quando si parla di eventi traumatici come la morte, viene così affidata a una mitologia che in qualche modo giustifica e ordina il reale, e a riti, che danno una parvenza di “ordine” al caos in cui improvvisamente ci si trova.

 

Lo storico e filosofo De Martino, riferendosi ai riti funerari dei nostri tempi, parla di “crisi della presenza”: l’unico modo per non impazzire, per provare ad andare avanti di fronte ad una morte tragica e improvvisa , è seguire i riti funebri della società e comunità religiosa a cui apparteniamo. Avete presente i funerali, in cui si ripetono in coro le stesse formule liturgiche come tanti automi e si segue uno schema fisso e immutabile?

 

L’assurdità della morte, così inesplicabile e disumana, viene esorcizzata riportando chi la subisce come spettatore all’interno di un contesto, di una società, di una comunità di persone, di una liturgia ben precisa, di una tradizione. Quindi chi perde un caro viene proiettato all’istante nella tradizione, perde la sua dolorosa soggettività per entrare in una dimensione mitico-rituale che si ripete immutata da moltissimo tempo di fronte a un tale evento. De Martino fa l’esempio delle realtà marginalizzate della Lucania, del pianto funebre, rito diffuso prima del Cristianesimo in tutta l’area mediterranea, di origine antichissima. Anche il pianto rituale nasce per fronteggiare la crisi del cordoglio , per elaborare culturalmente il lutto.

 

Siamo individui profondamente permeati dalla cultura in cui viviamo, e se questa cambia, cambiano anche le nostre credenze, volontà, azioni; la dignità di ogni sistema culturale (se socialmente accettabile e a sua volta rispettoso delle credenze altrui) è il minimo per una convivenza pacifica e –si spera- fruttuosa. Non dimentichiamolo di fronte all’incontro con l’Altro, chiunque esso sia.

 

Federica Billone

 

(fonti: Cfr. Edward E. Evans — Pritchard, Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande, Franco Angeli Editore).

Torna la domenica ecologica, occhio alle multe

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Già dalla giornata di sabato e per tutta la domenica i portici di piazza Carlo Felice, via Roma e piazza San Carlo ospiteranno la libreria più lunga del mondo, i due chilometri di scaffali di “Portici di Carta”

 

Tutti a piedi per godersi la città, questa domenica. La Città di Torino indice infatti una “domenica ecologica” il 5 ottobre. L’area della ZTL Centrale sarà chiusa al traffico dalle 10 alle 19. I dettagli e le esenzioni nell’ordinanza che determina il provvedimento. L’elenco delle iniziative collegate è disponibile sul sito Torino in Bici.

 

Già dalla giornata di sabato e per tutta la domenica i portici di piazza Carlo Felice, via Roma e piazza San Carlo ospiteranno la libreria più lunga del mondo, i due chilometri di scaffali di “Portici di Carta”, manifestazione giunta alla sua ottava edizione: 120 librerie tematiche, 30 editori piemontesi, decine di migliaia di volumi, uno spazio bambini in Galleria San Federico ed incontri, spettacoli ed animazioni. In programma un ricordo di Giorgio Faletti.

 

Dopo il successo dello scorso anno torneranno le passeggiate guidate alla scoperta dei luoghi e delle case dove hanno vissuto gli scrittori ed i loro personaggi e dove sono nate case editrici e librerie storiche, e gli amanti delle due ruote avranno l’occasione di partecipare a “Pagine a pedali. Il giro di Torino nell’immaginario degli scrittori” lungo le sponde del Po. La UIPS proporrà invece dalle 10’ alle 18 in piazza San Carlo ed in via Roma , nell’ambito della settimana europea dedicata allo sport e all’attività motoria, “QUISPort, movimento per tutti”. L’iniziativa comprende proposte di fitness, calcio, danza, ginnastica artistica, pallavolo, rugby, arti marziali e giocoleria, per tutte le fasce di età: si svolgerà in piazza anche un torneo di basket a 3 e sarà disponibile un simulatore di wind surf.

 

Per favorire la partecipazione a questi eventi ed incentivare il, più possibile la mobilità a piedi ed in bicicletta la Giunta ha deciso anche la chiusura della ZTL Centrale al traffico delle auto private tra le 10 e le 19 di domenica. I 37 varchi di accesso alla zona a traffico limitato saranno presidiati da volontari di varie associazioni, affiancati da pattuglie della Polizia Municipale: per i trasgressori la sanzione sarà di 84 euro.L’area della ZTL Centrale sarà chiusa al traffico dalle 10 alle 19

 

 

 

 

(www.comune.torino.it)

Il suono del silenzio

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Renato Luparia presenta stampe fotografiche bianco/nero “Fine Art” su carta cotone, numerate e firmate in edizione di 10. Le immagini rappresentano paesaggi del Monferrato con nebbia e neve nei quali, come su un foglio da disegno bianco, spiccano solo pochi elementi. Quando neve e nebbia cancellano ogni dettaglio superfluo, solo i soggetti principali sono evidenti

luparia

Si inaugura sabato 4 ottobre alle ore 17.30 la mostra fotografica “Il suono del silenzio” di Renato Luparia, allestita nella galleria Casa d’ Arte di Vercelli, in via Vibio Crispo, 3. Renato Luparia presenta stampe fotografiche bianco/nero “Fine Art” su carta cotone, numerate e firmate in edizione di 10. Le immagini rappresentano paesaggi del Monferrato con nebbia e neve nei quali, come su un foglio da disegno bianco, spiccano solo pochi elementi. Quando neve e nebbia cancellano ogni dettaglio superfluo, solo i soggetti principali sono evidenti.

 

In tutto questo bianco sono gli alberi che, con i rami spogli, rivelano la bellezza della loro struttura. Alberi a volte raccolti in bosco, a volte allineati lungo un viale, oppure isolati in mezzo alla campagna come testimoni dell’alternarsi delle stagioni, del tempo che passa cambiando ogni cosa. Spiccano i vigneti che sdegnano le colline del Monferrato, quella zona del Piemonte tanto amata dal fotografo Renato Luparia. 

 

Renato Luparia nasce a Casale Monferrato e risiede a Conzano (AL). Fin da giovanissimo si interessa di fotografia. Collabora con giornali e riviste e le sue immagini sono state pubblicate su libri e calendari. I soggetti preferiti sono la natura, fiori e giardini e in modo particolare il paesaggio, rappresentato con diverse interpretazioni tutte molto personali.Le sue stampe fotografiche “Fine Art” sono state esposte a mostre di fotografia e d’arte contemporanea nazionali e internazionali e fanno parte di collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero.

 

Scrive la critica Luisa Facelli: Lo dico chiaro e tondo: pochi elementi della natura interpretano il silenzio, anzi lo personificano, meglio di un albero. Pura armonia: guardare e ascoltare. A orecchie dritte, come quelle delle piccole lepri all’erta sulle colline del Monferrato. Le stesse colline di Renato Luparia, nelle stampe fotografiche “fine art” digigraphie numerate e firmate, in tiratura limitata, intitolate “Il suono del silenzio”, a suggerire evocazioni di atmosfere sospese, in assenza totale di animali e di esseri umani. In occasione della Collettiva di Fotografia d’autore del 2013, a Villa Vidua, nella presentazione di questi lavori, rilevavo il clima rarefatto della natura innevata, assorta misteriosa protagonista. Nelle immagini, infatti, la nebbia si fa complice della neve in un bianco/nero dalle sfumature fiabesche, da paesaggio nord-europeo; il respiro antico della stagione invernale rappresentato con essenzialità, restituisce visioni suggestive: la serie s’incardina sul tema arboreo, caro alla sensibilità di questo foto-artista, con significati reali e allusioni forse metaforiche. Altre riflessioni analoghe, più avanti: perché ora mi preme dire che Luparia è un fotografo appassionato, ma di grande controllo: non esagera mai.

 

Nessuna sudditanza tecnologica nei confronti del mezzo usato, per fedeltà a un’idea di fotografia alta, antica (non antiquata): non servirebbe uno strumento formidabile se lo sguardo fosse spento, tutto preso più dalla tecnica che della visione. Non è questo il caso: ogni scatto viene da un sentire immediato, ma che parte “da lontano”; senza chiederglielo, perché non m’interessa stabilire né i suoi modelli né altre somiglianze, azzardo che quanto a cultura fotografica, sul tema in questione, vengono in taglio esemplarmente forse il “Cipresso nella nebbia” di Ansel Adams, il “Sottobosco” di Man Ray, il grande albero solitario (Senza titolo) di Jerry N. Uelsmann. Bastano e avanzano: riferimenti siderali in bianco e nero. Ora, scendendo con i piedi per terra, credo che senza qualcosa di questa e tanta altra cultura non si vada da nessuna parte. La sobrietà nitida con cui si muove Luparia, la sa lunga in proposito. Lì da vedere: di per sé già prova di uno stile e di un tratto del carattere, improntato alla consapevolezza che non si deve mai smettere di studiare, con discrezione, perfino nel porre domande cruciali, a voce bassa: il silenzio austero degli alberi insegna l’umiltà. Piccola summa della miglior tempra della nostra gente piemontese?

 

Ma sì, sfido chiunque a confondere questa sua cifra personale così seria e onesta con la baraonda delle derive semplicistiche di stampo “localistico” fine a se stesse (per capirci: circolazione fotografica rozza di vigne, di campi, di fronde; quante frasche in primo piano con in lontananza il solito edificio: niente altro che cartoline anni Cinquanta, a volte perfino color pastello). Riconfermo, quindi, con fermezza, il giudizio espresso sulle digigraphie ora esposte alla Casa d’Arte: “L’albero nudo, solo in mezzo alla distesa bianca, induce a ragionare sul sentimento di unicità con cui va osservato ogni elemento del cosmo? E come interpretare lo sguardo sui boschi di pioppi nel contrasto luce-ombra, acuito dall’effetto lattiginoso? O le ondulate colline di vigneti a mezza via sulla carta tra terra e cielo… e le teorie di gelsi, ingoiati, come in dissolvenza, dalla nebbia? La riflessione è spirituale: il libro della natura, spalancato sotto i nostri occhi, è ancora in grado di stupirci. Così l’attrazione per la geometria dei luoghi: tagli in diagonale, angolazioni non convenzionali, prospettive ardite, l’intera grammatica formale di Luparia può virare verso l’astrazione.

 

La purezza delle inquadrature, l’originalità dell’intera composizione suggeriscono ipotesi, ma ad avere la meglio è l’emozione davanti all’immagine: fra tentazioni sperimentali e perizia tecnica spicca l’autorevolezza di una straordinaria vocazione per il landscape”. Insomma, non seducono solo le piante rare della natura più esotica, ormai dietro l’angolo: si viaggia tutti, oggigiorno, che diamine. Ostinatamente, con o senza valigia in mano, io sto con i poeti: il gelso, il pioppo, la quercia, l’ontano, l’acacia, e tanti altri, sempre e ancora, da Pascoli a Pasolini, magari via il Rigoni Stern di “Arboreto selvatico”o più ancora il Conti del recente “Il grande fiume Po”: presenze di bellezza, ovunque, e anche qui da noi, attorno ad acque placide e temibili, a volte selvagge da addomesticare. Il nostro stupore si rinnova così, anche attraverso gli alberi di Renato Luparia. Nell’abbraccio di colline, risuonano di questo sentimento tenace e silenzioso, come lo scorrere del tempo.

 

La mostra gode dei Patrocini del Comune di Vercelli e della Provincia di Vercelli.

Informazioni utili: “Il suono del silenzio” di Renato Luparia – Mostra fotografica è visitabile fino al 31 ottobre, tutti i giorni su appuntamento telefonico 347 2554103  – 39 328 672545. Casa d’Arte Viadeimercati – Vercelli – Via Vibio Crispo 3. Ingresso libero.

 

 

 

 

 

 

 

Alla Gam: Roy Lichtenstein, non solo fumetti e puntini

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royInsieme ai disegni, che abbracciano un arco temporale che va dai primi anni Quaranta al 1997,  anche alcuni strepitosi grandi dipinti e una documentazione fotografica, testimonianza dell’artista al lavoro

 

GAM Torino presenta una grande esposizione dedicata ai lavori su carta di Roy Lichtenstein, maestro indiscusso della Pop Art, nato a New York (1923-1997). Per la prima volta arrivano in Italia circa 200 opere, grazie alla stretta collaborazione con l’Estate e la Roy Lichtenstein Foundation, oltre a importanti prestiti provenienti dalla National Gallery di Washington, dall’Art Institute di Chicago, e da molte collezioni pubbliche e private europee e italiane.

 

Insieme ai disegni, che abbracciano un arco temporale che va dai primi anni Quaranta al 1997, GAM presenta anche alcuni strepitosi grandi dipinti e una documentazione fotografica, testimonianza dell’artista al lavoro.

 

Un’occasione straordinaria che GAM offre al pubblico perché è rara la possibilità di ammirare un tanto rilevante quanto ricco corpus di opere su carta del maestro americano.

 

In mostra dunque la parte più intima e privata di Roy Lichtenstein e tra le opere, le Prime Idee, ovvero le idee primigenie, fonte di ispirazione di lavori che in un secondo tempo sono divenuti i grandi capolavori conosciuti nel mondo.

 

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Roy Lichtenstein, una delle principali figure dell’arte americana nel XX secolo, nasce a New York nel 1923. Nell’estate del 1940 studia presso la Art Students Legue di New York prima di iscriversi all’Università Statale dell’Ohio dove consegue la laurea di primo livello nel 1946 e di secondo livello nel 1949.Qui Lichtenstein si interessa allo studio sulla percezione visiva che porterà avanti per tutta la sua carriera. Chiamato alle armi nel 1943, Lichtenstein serve l’esercito militare degli Stati Uniti e presta servizio attivo in Europa all’inizio del 1945. Nel 1951 si tiene la sua prima mostra personale a New York. Viene riconosciuto internazionalmente come caposcuola della Pop-Art Americana nel 1962 quando espone le tele raffiguranti immagini di serie di fumetti e di prodotti comuni con tecniche prese in prestito dai mass media come l’utilizzo di colori primari e ombreggiati con il puntinato Ben-Day. Nella decade successiva, si trasferisce a Southampton, New York, ed espande l’uso delle riproduzioni oltre alla pubblicità e alle riviste di fumetti per includere stili e movimenti della storia dell’arte, dell’architettura e delle arti decorative. Questa decade testimonia anche il compimento di un certo numero di lavori pubblici e privati di grande scala. Le indagini di Lichtenstein intorno all’illusionismo, all’astrazione, alla serializzazione, alla stilizzazione e all’appropriazione continuano ininterrotte attraverso tutte le tecniche negli anni ’90. Nel 1994 completa un murales lungo più di 16 metri in seguito allestito nella stazione della metropolitana di Times Square a New York. Nel 1995, gli viene conferita la Medaglia Nazionale delle Arti, una delle onorificenze più prestigiose degli Stati Uniti. In aggiunta alla lista delle sue speculazioni visive, Lichtenstein inizia ad analizzare un’altra nuova realtà conquistata dagli anni ’90: i dipinti virtuali. Tuttavia le sue sperimentazioni sono presto stroncate dalla sua morte nel 1997.

 

“In quasi mezzo secolo di carriera ho dipinto fumetti e puntini per soli due anni. 

Possibile che nessuno si sia mai accorto che ho fatto altro?”

R.L.

 

(www.gamtorino.it)

 

Musei a portata di mouse

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google artGOOGLEspanzottiLa piattaforma online che permette al pubblico di tutto il mondo  di collegarsi in rete e vivere l’esperienza di un tour virtuale nelle sale in cui sono esposti grandi capolavori

 

Se avete sete di bello e cultura, ma poca voglia di uscire, nessun problema perché ora il museo arriva direttamente a casa vostra e potrete godervelo comodi, seduti davanti al computer e in tutta tranquillità. Ecco una delle tante meraviglie tecnologiche odierne. D’ora in poi la Fondazione Torino Musei entra infatti a far parte del progetto Google Art Project, la piattaforma online che permette al pubblico di tutto il mondo  di collegarsi in rete e vivere l’esperienza di un tour virtuale nelle sale in cui sono esposti grandi capolavori.

 

GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea), Palazzo Madama (Museo Civico di Arte Antica), MAO (Museo d’Arte Orientale) e Borgo Medievale di Torino sono le new entry, con un primo corpus di ben 280 immagini ad alta risoluzione delle principali opere dei 4 musei. L’avventura nell’arte, ma restando in poltrona nel vostro studio, può iniziare cliccando  direttamente sul  sito di Google Art Project che, grazie alle tecnologie sofisticate di ripresa a 360 gradi di Google Street View, vi apre le meraviglie del museo che scegliete.

 

Se avete voglia di Arte moderna e contemporanea, sulla piattaforma di  Google Art Project, sono state caricate 56 immagini in alta risoluzione della Gam. Potrete così ammirare le  principali opere   dell’Ottocento italiano, da Fontanesi a Pellizza da Volpedo e Modigliani; del Novecento con artisti  della levatura di  Morandi e Casorati; per arrivare ai lavori di Arte Povera di Giulio Paolini, Mario Merz e Alighiero Boetti.

 

Se  invece è Palazzo Madama che vi attrae, allora il viaggio online si snoda attraverso 83 immagini (sempre in alta risoluzione). La storia dell’arte in Piemonte, dal Medioevo al  Barocco, scorre  nelle opere di  Gaudenzio  Ferrari  e Giovanni  Battista Crosato. Ma  si possono ammirare anche capolavori  di  caratura internazionale come il “Ritratto d’uomo” di  Antonello  da Messina,  le  pregevoli  miniature di Jan van Eyck e le preziose manifatture delle collezioni  di arte decorativa.

 

E’ invece l’arte orientale ad affascinarvi? Il Mao arriva dritto  a casa vostra con 90 immagini a rappresentare  tutte le aree storico-geografiche del museo. Tra i lavori visibili online: il celebre “Tughra di Solimano” della Galleria Paesi  Islamici dell’Asia; poi un  raro esemplare di albero delle monete di  epoca Han, della Galleria Cinese; e anche l’imponente statua del Kongō Rikishi della sezione dedicata ai capolavori del Giappone.

 

Due passi nel  Borgo  e nella Rocca Medievale sono possibili attraverso  le 51 immagini storiche che provengono dall’Archivio Fotografico della Fondazione Torino Musei e raccontano l’evoluzione del complesso, nato come Sezione di Arte Antica all’Esposizione Generale Italiana  di Torino, nel lontano 1884.

 

Ma il viaggio continua. Il  progetto targato Google ha reso possibile caricare sulla piattaforma anche le immagini in 7 Gigapixel di tre grandi capolavori delle collezioni museali torinesi.

 

Così sugli schermi  dei vostri computer potrete studiare dettagli delle opere, altrimenti non visibili ad occhio nudo, grazie alla straordinaria risoluzione.

 

 – dalla GAM, “Orange Car Crash” (Orange Disaster) (5 Death 11 Times in Orange) di Andy Warhol, del 1963.

– da Palazzo Madama una delle opere principali, “Madonna con  Bambino sul trono con quattro Angeli” di Giovanni Maria Spanzotti, di fine 400.

– dal MAO, una “Thang-ka tibetana” raffigurante un mandala delXV-XVI secolo.

 

Laura Goria

 

 

Design orientale al Valentino: un ponte tra est e ovest

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La manifestazione si concentra soprattutto sui giovani, la loro voglia di sperimentare e le loro idee innovative, che sono il fulcro di una nutrita rosa di appuntamenti. Largo alle nuove leve, innanzitutto, nel progetto “DESIGnato”, cantiere espositivo per talenti in erba, orientali ed occidentali, che si sentono “nati sotto la stella del design”

 

design2All’insegna di “Make a bridge moving in the cities” il 30 settembre parte la prima edizione torinese di “Oriental Design Week”e fino al 5 ottobre la Promotrice delle Belle Arti ospita i designer più innovativi di Cina, India, Iran e Corea. Arrivano da lontano per confrontarsi e dialogare con l’occidente e costruire un ponte tra est ed ovest, da percorrere sulle orme di nuove opportunità economiche. “Opportunità” è proprio la parola chiave del progetto, che raccoglie il testimone dal Fuori Salone Sarpi Bridge della settimana milanese dedicata al design, e fissa  nel capoluogo subalpino una tappa importante.design3

 

Nella settimana in cui il design si  declina  tra workshop, installazioni, mostre e performance, l’idea è  quella di creare nuove chance di lavoro per creativi ed aziende, accorciando così le distanze. La manifestazione si concentra soprattutto sui giovani, la loro voglia di sperimentare e le loro idee innovative, che sono il fulcro di una nutrita rosa di appuntamenti. Largo alle nuove leve, innanzitutto, nel progetto “DESIGnato”, cantiere espositivo per talenti in erba, orientali ed occidentali, che si sentono “nati sotto la stella del design” e qui trovano il palcoscenico giusto per esprimere il loro Dna artistico. Niente di meglio, poi, che farlo in compagnia di grandi artisti affermati, come Sakura Adachi, John Bennet e Brian Sironi.

 

design1Il paese capofila è la Cina, con numerose mostre ed installazioni; come il mega video “Made in Chinitaly” che lascia il visitatore oscillante tra fascinazione e sconcerto, alle prese con un  messaggio forte, chiaro, e allarmante. La velocità con cui sta cambiando la produzione tessile è simboleggiata da schermi che riproducono i frenetici aghi delle macchine da cucire, audio a tutto volume e colonne di stoffe colorate che scorrono in loop, no stop.altri eventi ruotano intorno al cibo e al design industriale che permettere di portarlo in tavola: le creazioni dei designer cinesi, selezionati dalle migliori scuole, sono in mostra a “The dinner”. Invece alle tante suggestioni della cucina orientale (in genere) si ispira l’installazione  olfattiva-sonora “Opium”.

 

Uno sguardo agli altri paesi ospiti conduce dalle tante applicazioni della versatile carta coreana Hanji alle creazioni dei designer indiani che, scopriamo, sono abili ad innovare, ma non rinnegano le loro tradizioni. L’Iran, un po’ a metà del ponte, è il paese del Medio Oriente con cui si vuole ampliare il dialogo e i riflettori sono allora puntati sul graphic design e sui poster dei giovani creativi; mentre a far la parte del leone sono le opere del famoso Reza Abedini, che nel disegno grafico individua la principale innovazione artistica di questo secolo.

 

Testimoniano quanto l’unione faccia la forza alcuni progetti multiculturali. La partnership tra Cina-Italia ha prodotto “902 Project”, collaborazione tra giovani designer cinesi ed aziende tessili/manifatturiere italiane. Sul fronte delle trasformazioni urbane c’è “Watersheds”: 4 progetti, messi a punto da un team interdisciplinare di studiosi, su come rigenerare le città di Guangzhou, Hong Kong, Torino e Venezia, sulla base del loro rapporto con l’acqua (nel caso subalpino, il fiume Sangone). Frutto della collaborazione tra Cina e India è invece “Barcode”, prima serie di tappeti dedicata all’artista cinese Zhang Rui e ai suoi dipinti che puntano il dito contro l’eccessivo e ormai globalizzato consumismo.

 

A Torino  vengono riproposti anche due lavori già presentati, in parte, alla Milano Design Week. L’installazione “Fragment’s Collection”, che esprime la sfaccettata e complessa realtà cinese attraverso pannelli trasparenti in cui è simbolica la sovrapposizione di piccoli pezzi (o frammenti) di immagini e volti. Il rapporto con il sesso, più o meno  tabù, a seconda dei tanti paesi e culture dello scacchiere  mondiale, lo racconta la collezione “Menage a Quatre” che, tra gli oggetti in mostra, vanta anche una collezione di vibratori di inizio 900.

 

E last but not least, ci sono progetti collaterali nuovi e interessanti: arrivano da Shangai le “Silent Protest” del fotografo Eric Leleu e le performance di arte contemporanea cinese & sperimentazioni di teatro sociale di Xiao Ke e Zhou Zihan. Mentre a raccontare “I coraggiosi anni 70” italiani, c’è un grande nome nostrano. L’imprenditore chierese Beniamino Bonetto che, partito da una falegnameria, è arrivato a concepire e creare la sua innovativa linea di  arredamento; tra cui i primi “ultrapiatti”, costruiti in collaborazione con grandi maestri artigiani. In mostra un’ importante riedizione dei suoi arredi che rappresentano pagine importanti della storia del design Made in Italy.

 

 Laura Goria

 

Famiglia al centro della società, una giornata per riflettere

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Spiega Giampiero Leo, uno dei promotori: “Noi crediamo che la famiglia sia veramente una delle cellule fondamentali della società e, se si deteriora questa cellula, non può che risentirne l’organismo sociale intero”

 

famileo2Grande partecipazione alla  Giornata per la Famiglia promossa dal Forum delle Associazioni Familiari, svoltasi per tutta la giornata di domenica in Piazza Carlo Alberto, col titolo “La Famiglia Alleanza fra generazioni Ricchezza per la nostra città”. famileo1

 

famileo3Spiega Giampiero Leo, uno dei promotori: “Noi crediamo che la famiglia sia veramente una delle cellule fondamentali della società e, se si deteriora questa cellula, non può che risentirne l’organismo sociale intero. Questa valenza della famiglia esiste da sempre ma, oggi, in una società parcellizzata, disarticolata e individualista come questa (non a caso i sociologi la definiscono società liquida, e parlano di coriandolizzazione della società), la sua funzione è fondamentale come non mai”.famileo5famileo4

 

Volontari in festa all’Open day

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volontari1volontari2Particolarmente riuscita la presentazione ai cittadini delle attività associative torinesi, con la presenza di decine di stand

 

Successo di partecipanti alle numerose manifestazioni svoltesi in Piemonte, in occasione dell’Open Day del volontariato regionale. Sono in tutto circa 3000 le realtà del settore che operano nella nostra regione. Particolarmente riuscita la presentazione ai cittadini delle attività associative torinesi, con la presenza di decine di stand, domenica, in piazza San Carlo (nelle foto).

 

“Il volontariato – ha affermato l’assessore alle Politiche sociali, Augusto Ferrari  – rappresenta una grande risorsa non soltanto per il Piemonte, ma per l’intero Paese. Nella nostra Regione operano 3.000 Associazioni delle quali fanno parte 500.000 volontari impegnati in settori diversi, dal socio-assistenziale, all’ambiente, dai beni culturali alla protezione civile, dalla sanità allo sport”. “La nuova modalità organizzativa scelta quest’anno per la Giornata regionale del volontariato – ha proseguito Ferrari – non si limiterà ad un convegno nella città di Torino, ma si estenderà a tutto il territorio piemontese, consentendo così il coinvolgimento delle associazioni presenti e attive nelle diverse realtà che potranno presentare i servizi e le attività ai cittadini” . “Lo scopo della Giornata regionale del Volontariato – ha continuato l’assessore – è quello di dare a tutte le Associazioni che, quotidianamente, si impegnano ad erogare prestazioni sotto forma di servizi e consulenza ai cittadini, un’opportunità di promozione e di ricerca di nuovi volontari e di consentire ad esse di coinvolgere, maggiormente, gli Amministratori locali nelle diverse attività”

 

(Foto: il Torinese)

Don Imad prega per il suo popolo

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

IRAQ ESODO 2Iraq esodoIl prete caldeo cattolico di 36 anni, parla al telefono con amici iracheni del Kurdistan. Nato a Dohuk,città della regione curda (diocesi di Zakho), trasformata, a causa dell’Isis, in un immenso campo profughi, è ospite di una parrocchia di Moncalieri. L’esodo dei cristiani dall’Iraq e dal Medio Oriente è al centro delle preoccupazioni della chiesa irachena. Il rischio di abbandonare del tutto il Paese è concreto e serio

 

“Se l’Isis avesse puntato direttamente sulla capitale invece di concentrarsi a nord,forse le mura di Baghdad non avrebbero retto alle torri di assedio del Califfo e chissà con quali conseguenze sull’Iraq e sugli equilibri della regione mediorientale. C’è mancato davvero poco e ora saremmo qui a raccontare un’altra storia. Posso dire che siamo stati fortunati pur nella tragedia infinita che vive il mio Paese”. E’ preoccupato ma non teme per il futuro Imad Gargees, prete caldeo cattolico di 36 anni, al telefono con amici iracheni del Kurdistan. Nato a Dohuk,città della regione curda (diocesi di Zakho),trasformata, a causa dell’Isis, in un immenso campo profughi, Imad è ospite di una parrocchia di Moncalieri. 

 

E’ lontano dalla tragedia del suo popolo ma la segue costantemente e presto tornerà nella sua terra,appena completerà gli studi di Diritto canonico per le chiese orientali a Roma. A Dohuk,un’ora e mezza di auto da Erbil,capoluogo del Kurdistan,è un brulicare di gente disperata,fuggita dagli orrori di Mosul e dai villaggi della Piana di Ninive,in cui detta legge l’esercito del conquistatore,il califfo Abu Bakr al Baghdadi. “Mosul è una città chiusa,isolata dal mondo,in cui regna il terrore,Dio solo sa quel che sta accadendo nella seconda città dell’Iraq,quasi due milioni di abitanti,molti dei quali sono fuggiti in tempo mentre tanti altri non ce l’hanno fatta e sono ora sottoposti alle dure e barbare norme imposte dal califfato”.La travolgente avanzata dell’Is,lo“Stato islamico”creato in poche settimane a cavallo tra Siria e Iraq da Al Baghdadi,ha travolto città e villaggi e da un giorno all’altro oltre 120.000 cristiani sono stati costretti a fuggire senza niente in mano,lasciando la casa e i loro beni.

 

“Un fiume umano che si è riversato sulle città di Erbil,Suleymaniye e Dohuk,gente stravolta e terrorizzata ma viva,racconta Imad, che ora ha bisogno di tutto. Sono stati accolti nelle case dei parenti,nelle chiese e nelle scuole mentre i meno fortunati hanno trovato rifugio nei giardini pubblici,sotto gli alberi o vicino al deserto”. Dalla pianura di Ninive filtra per fortuna anche qualche buona notizia. Alcuni villaggi cristiani occupati dai fondamentalisti islamici sono stati liberati dai peshmerga,i combattenti curdi,con l’appoggio dell’aviazione americana e irachena ma finora solo ad Alqosh hanno potuto rientrare alcune famiglie di cristiani siriaci.

 

L’esodo dei cristiani dall’Iraq e dal Medio Oriente è al centro delle preoccupazioni della chiesa irachena. Il rischio di abbandonare del tutto il Paese è concreto e serio. “Se lasciamo l’Iraq saremo tagliati fuori per sempre dalle nostre origini e dalla nostra storia,osserva don Imad,eravamo più di un milione prima della guerra del 2003 e ora siamo meno di 300.000.Noi cristiani rischiamo di sparire dall’Iraq,come sono spariti gli ultimi ebrei negli anni Settanta”. Come fermare l’esodo dei cristiani di fronte all’avanzata dell’integralismo islamico? Imad risponde con ottimismo: “non credo che il califfato durerà molto tempo e i territori occupati verranno liberati anche se il post califfato sarà tutto da costruire. Il “califfo” farà prima o poi la fine di Bin Laden,sarà costretto a nascondersi in qualche grotta e poi sarà scovato. La soluzione deve venire dai Paesi arabi le cui autorità dovrebbero controllare capillarmente le moschee e ciò che gli imam predicano nei luoghi di culto.

 

Non basta aderire a parole alla Coalizione internazionale anti-Isis,e i Paesi arabi,alcuni dei quali sono responsabili di averlo finanziato e armato,devono inviare contingenti militari combattendo sul campo gli estremisti islamici. E’ necessario prendere le distanze,in modo chiaro,dai terroristi e denunciare apertamente i crimini dell’Isis. Solo così si volta pagina”. E’ giovane Imad,tutta una vita davanti e il sogno di vivere un giorno in un Kurdistan iracheno indipendente:“uno Stato vero,con una vera capitale,musulmani,cristiani e yazidi insieme per ristabilire una coesistenza pacifica”.Il ritorno alla normalità diventa difficile anche nel Kurdistan dove i profughi cristiani rischiano quest’anno di non frequentare le scuole trasformate d’urgenza in centri di accoglienza e soccorso. Centinaia di scuole tra Erbil,Zakho e Ankawa ospitano chi è fuggito da Mosul e dintorni e sono tutte piene di sfollati.
          

Filippo Re

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