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ECONOMIA SOCIETA’ E COSTUME - page 3

Scontrino elettronico: i vantaggi per i consumatori

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

Di Patrizia Polliotto, Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori

 

Dal 1° gennaio 2020 è scattato l’obbligo di emissione dello scontrino elettronico per tutti gli esercenti

Al nuovo sistema devono attenersi artigiani, albergatori, ristoratori, partite Iva al regime dei minimi e forfettari con redditi annui inferiori ai 65.000 euro e tutti quegli operatori economici che emettono ricevute fiscali.

Il passaggio al nuovo sistema era già entrato in vigore dal luglio dello scorso anno per circa 200mila soggetti che nel 2018 avevano dichiarato un volume d’affari superiore a 400.000 euro.

L’Agenzia delle Entrate ha invece posticipato al 30 giugno 2020 l’introduzione delle sanzioni per chi non rispetterà l’obbligo.

Per sostituire o aggiornare i registratori di cassa, omologandoli così ai nuovi registratori telematici, gli esercenti hanno dovuto spendere tra gli 800 e i mille euro. Si tratta di una spesa che però è stata in parte ammortizzata da un contributo statale, sotto forma di credito d’imposta, pari al 50% della cifra investita. Il contributo arriva a un massimo di 250 euro in caso di acquisto e di 50 euro in caso di adattamento. Con il nuovo sistema gli esercenti non dovranno più tenere il regime dei corrispettivi, conservando le copie dei documenti commerciali rilasciati ai clienti.

Con i registratori telematici l’Agenzia delle Entrate è infatti in grado di acquisire tempestivamente e correttamente i dati fiscali delle operazioni effettuate durante il giorno per metterli poi a disposizione degli operatori Iva o dei loro intermediari. Per non incorrere in sanzioni, la trasmissione dei dati fiscali attraverso i registratori telematici dovrà essere eseguita dagli esercenti nella stessa giornata in cui è stata effettuata la vendita o al massimo entro e non oltre 12 giorni.

Presidio in piazza Castello: i lavoratori Mahle ricevuti da Cirio

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

«La Regione non accetterà altra soluzione che non sia la revoca del licenziamento, per consentire il tempo necessario al salvataggio degli stabilimenti di La Loggia e Saluzzo

Che si tratti di una riconversione, ipotesi per cui chiediamo all’azienda di chiarire quanto questa possibilità sia fondata, o di qualunque altra strada percorribile».
Sono le parole del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio , al termine dell’incontro stamattina a Torino con una rappresentanza di lavoratori della Mahle. Presente all’incontro anche l’assessore al Lavoro Elena Chiorino , che nei giorni scorsi ha sollecitato il Mise per la convocazione del tavolo di crisi. «Ognuno deve fare la propria parte – ha spiegato l’assessore Chiorino – chiederemo che al Mise siano rappresentati tutti i soggetti coinvolti, compresa la Provincia di Cuneo, Città Metropolitana e i Comuni di La Loggia e Saluzzo. Quando si tratta di difendere il lavoro non possono esserci divisioni politiche o istituzionali, ma occorre lavorare tutti nella stessa direzione per raggiungere gli obiettivi». Il tavolo al Mise dovrebbe essere in programma per il 29 gennaio, come anticipato al presidente Cirio telefonicamente dal vice capo di Gabinetto del Ministro Patuanelli , Giorgio Sorial , durante l’incontro di questa mattina.

Gli Alpini incontrano le scolaresche di Rivoli

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

Ieri presso la Caserma “Ceccaroni”, sede del Reggimento logistico “Taurinense”, ha preso il via il  progetto “Alpini a Scuola 2020 – La Protezione Civile A.N.A. Associazione Nazionale Alpini incontra la scuola”,  patrocinato dal Comune di Rivoli e organizzato dal locale Gruppo dell’Associazione Nazionale Alpini.

Il progetto è finalizzato a far conoscere alle nuove generazioni, attraverso un percorso didattico di educazione civica, le tradizioni e i valori fondanti dello spirito alpino tendendo la mano ai piccoli alunni, in qualità di cittadini del domani, quali depositari dell’insegnamento tratto dal sacrificio di quanti immolarono la propria vita per la Patria e il bene della collettività.

Accolti dal Comandante di Reggimento, Colonnello Giulio Arseni, circa 300 tra alunni e docenti hanno preso parte alla cerimonia dell’Alzabandiera, alla presenza del Vice Sindaco di Rivoli, Laura Adduce, e ad una significativa rappresentanza dell’Associazione Nazionale Alpini, guidata dal Capo Gruppo Carlo Cattaneo.

Particolarmente toccante per i giovani ospiti è stato il momento della deposizione di una corona commemorativa in onore della Medaglia d’Oro al Valor Militare Maggiore Mario Ceccaroni, cui è intitolata la caserma, nel 79° anniversario dell’avvenuta morte in combattimento, durante il secondo conflitto mondiale. Grande coinvolgimento è stato dimostrato dalle scolaresche nel corso della visita alla caserma, in particolare quando i piccoli ospiti hanno avuto la possibilità di rivolgere le loro domande direttamente a due giovani alpini dell’Esercito e ad alcuni rappresentanti dell’Associazione Nazionale Alpini.

L’attività, che ha evidenziato ancora una volta lo stretto legame che unisce il personale del Reggimento logistico “Taurinense” ai cittadini rivolesi e agli Alpini in congedo, proseguirà nei prossimi mesi con una serie d’incontri in aula, con la partecipazione di volontari ANA di Protezione Civile che racconteranno la storia e il funzionamento della Protezione Civile nelle sue diverse componenti e i maggiori rischi che riguardano il territorio in cui è collocato il plesso scolastico, ponendo l’attenzione sugli aspetti relativi ai comportamenti corretti da assumere in caso di emergenza.

Lo scorso 21 dicembre il Reggimento Logistico “Taurinense”  ha ricevuto l’attestato di Civica Benemerenza del Comune di Rivoli, “per l’abnegazione ed il valore con cui, in Patria e all’estero, ha servito e serve il Paese testimoniando i più alti valori ai quali si ispirano l’Italia tutta ed il Comune di Rivoli terra di reclutamento Alpino”, sancendo ufficialmente il profondo rapporto di stima tra la Città ed i suoi Alpini.

Libia, speranze dalla Conferenza di Berlino

in Dall Italia e dal Mondo/ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

L’obiettivo della Conferenza di pace sulla Libia in programma domenica a Berlino è quello di far sedere allo stesso tavolo tutti gli attori della crisi libica, grandi potenze, potenze regionali e alleati che da quasi dieci mesi si combattono nel Paese nordafricano

Sarà il primo passo importante per avviare un processo politico che dovrà pacificare e stabilizzare la Libia. Mentre sul terreno il cessate il fuoco sembra tenere si continua a negoziare tra speranze di una tregua permanente e timori di una ripresa delle ostilità su larga scala.

 

L’ostacolo principale è costituito dall’atteggiamento del generale Khalifa Haftar che non ha firmato l’accordo di Mosca e se ne è andato sbattendo la porta. Il documento siglato nella capitale russa, secondo l’uomo forte di Bengasi la cui offensiva militare è possibile grazie all’appoggio russo, avrebbe ignorato alcune delle sue richieste tra cui quella di far entrare le sue truppe a Tripoli, di formare un governo di unità nazionale e di far ritirare le forze turche insieme alle milizie alleate giunte dalla Siria.

 

L’intesa di Mosca, poi saltata per il dietrofront di Haftar, prevedeva la sospensione dell’intervento turco nel Paese, l’invio di militari russi per la supervisione del cessate il fuoco, il rientro dei soldati nelle caserme e il disarmo delle milizie. Una forza di peacekeeping non armata dell’Onu prenderebbe posizione tra le truppe avversarie. Nonostante la fragile tregua la situazione sul terreno resta piuttosto complicata. La Libia ha due governi rivali dal 2014 e la guerra tra le forze delle due fazioni ha distrutto l’economia del Paese nordafricano alimentando il flusso dei migranti, bloccando le forniture di petrolio e favorendo i gruppi jihadisti. La Turchia appoggia Sarraj a Tripoli, sede del governo riconosciuto dall’Onu, mentre la Russia è con il generale Haftar aiutato da centinaia di mercenari russi agli ordini di Putin. Ma gli altri alleati di Haftar non sono favorevoli alla tregua. Vorrebbero infatti che il leader della Cirenaica conquistasse Tripoli per spazzare via il regime di Sarraj sostenuto dalla Fratellanza musulmana appoggiata da Turchia e Qatar. Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita consideranno terroristi i Fratelli musulmani e temono che in Libia si insedi un regime islamista filo-turco.

 

Ma al di là del processo politico in corso la Libia si sta avviando verso la divisione del territorio. La parola d’ordine che risuona con forza nel Maghreb è infatti spartizione del territorio libico in zone di influenza. Una Libia metà russa e metà turca, la Cirenaica alla Russia e la Tripolitania alla Turchia. É ciò che Erdogan e Putin vogliono per il futuro del Paese nordafricano ma prima di raggiungere l’obiettivo devono costringere Khalifa Haftar, alleato dei russi, e Fayez al Sarraj, fedelissimo dei turchi a far tacere le armi e a stabilizzare il territorio. Il negoziato di Mosca è il primo passo per arrivare a una pax russo-turca da gestire sul campo attraverso i rispettivi alleati locali che però sono nemici tra loro. I russi ci sono già da tempo in Libia attraverso gruppi di mercenari schierati con il generale Haftar mentre i primi soldati turchi sono appena sbarcati a Tripoli insieme a miliziani siriani armati da Ankara che aiuteranno le tribù vicine al primo ministro al Sarraj.

 

In Libia rispunta così il disegno geopolitico già creato nel nord della Siria da russi e turchi. Per entrambe le potenze si tratta di un ritorno dal sapore storico e nostalgico. I russi erano presenti ai tempi di Gheddafi, fin dagli anni Settanta, con basi militari, armi e consiglieri e con la caduta del colonnello libico furono costretti a lasciare il Paese nel quale sono pronti a tornare oggi per riottenere quei contratti militari ed energetici perduti con il crollo del regime di Gheddafi. I russi conoscono bene la Libia. I primi rapporti commerciali e di forniture di armamenti risalgono alla metà degli anni Settanta con Gheddafi che faceva incetta di armi russe. L’Unione Sovietica è stato il principale fornitore del colonnello libico inviando nei porti di Tripoli e Bengasi navi cariche di carri armati, mezzi blindati, cannoni, aerei ed elicotteri da assalto. Un legame privilegiato continuato fino alla caduta del Muro di Berlino. Con Eltsin al Cremlino i rapporti si sono raffreddati e sono ripresi in grande stile nel 2008 quando Putin si è recato in Libia per firmare una serie di accordi, dalla realizzazione di una ferrovia tra Bengasi e Sirte a una collaborazione sempre più stretta tra il colosso russo Gazprom e la compagnia petrolifera nazionale libica, all’apertura di basi militari e all’aumento della vendita di materiale bellico.

 

Tra i piani dello zar russo c’è anche quello di ottenere uno sbocco sul mare in Cirenaica con l’appoggio di Haftar dopo aver mantenuto il porto di Tartus in Siria durante la guerra civile. La Russia è pienamente rientrata nel grande gioco libico da primo attore e insegue interessi economici e strategici da spartirsi con Erdogan. Dal canto suo, il sultano turco sfoglia pagine di storia ottomana: “siamo tornati nei luoghi dove i nostri antenati hanno scritto la storia” ricordando che “Ataturk è rimasto ferito in Libia e che prima della guerra italo-turca del 1911 questi territori ci appartenevano. La difesa dei nostri interessi comincia ben oltre le nostre frontiere. La Turchia continuerà a difendere i suoi interessi in Iraq, in Siria e nel Mediterraneo”. A differenza che in Siria, Ankara non ha bisogno di occupare la Libia ma garantirsi un governo amico e alleato a Tripoli per tutelare i propri interessi direttamente dal Bosforo come avveniva al tempo dell’Impero dei sultani quando nella Tripolitania ottomana regnavano dinastie locali con al vertice un bey (governatore di provincia) che, nominato da Costantinopoli, governava la sua provincia con ampia autonomia politica. Il piano di Erdogan è quello di far tornare la Turchia in Libia per rifondare un Califfato economico e politico e mettere le mani sui giacimenti petroliferi e sui contratti per ricostruire il Paese. L’eventuale accordo finale consentirebbe da un lato di soddisfare gli interessi economici e geopolitici di turchi e russi in Libia e dall’altro di dividersi un Paese ricchissimo di idrocarburi. Con questa posta in palio l’asse tra Mosca e Ankara non dovrebbe correre seri pericoli. L’incidente di cinque anni fa quando un jet russo fu abbattuto da un missile turco in Siria sembra un ricordo molto lontano. I rapporti tra le due potenze vanno a gonfie vele anche in altri settori. Mosca ha venduto alla Turchia i sistemi antimissili S-400 e sta costruendo la prima centrale nucleare turca ad Akkuyu.

 

L’inaugurazione, pochi giorni fa a Istanbul, del Turkstream, il gasdotto che trasporta il metano russo in Europa attraversando il territorio turco rafforza ancora di più i già saldi legami tra Russia e Turchia e non frena le rivendicazioni di Ankara verso i giacimenti di gas nel mare attorno a Cipro dopo la contestata intesa marittima ed energetica stipulata a novembre con Sarraj. Reggerebbe un’eventuale pax russo-turca? I giannizzeri di Erdogan cavalcheranno insieme ai cosacchi dello zar nei deserti libici? Se guardiamo al passato, tra russi e turchi non regnò mai la pace e le guerre tra le armate ottomane e quelle zariste sono state innumerevoli. Va ricordato che la strana alleanza, storicamente quasi paradossale, tra la Turchia e la Russia in Siria e magari domani anche in Libia ha del miracoloso. Mai nella storia le due nazioni sono state così vicine e legate da un Patto. Antichi e potenti imperi, ottomano e zarista, rialzano la testa e tornano a giocarsi la partita da soli. Mosca e Istanbul risvegliano sogni imperiali, i negoziati che contano si fanno nelle due città e soprattutto a Istanbul, capitale di fatto come un tempo Costantinopoli, dove Erdogan riceve i potenti della terra. Il cessate il fuoco è fondamentale: se Sarraj dovesse essere sconfitto, per Erdogan sarebbe la fine delle sue ambizioni in terra libica. E se l’asse russo-turco si spezza i giannizzeri del sultano torneranno presto a scontrarsi con i soldati dello Zar.

dal settimanale “La Voce e il Tempo” 

Una donna erede dei Savoia? Idea di parità che merita rispetto

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

Di Pier Franco Quaglieni

Il principe Vittorio Emanuele, Duca di Savoia e Principe di Napoli, capo della Casa,  ha decretato la fine della medievale legge Salica  che regolava la successione al trono dei soli figli maschi

Con questo provvedimento si è stabilito un criterio di parità uomo-donna che solo i parrucconi incipriati non accettano e stentano a capire. La sedicente consulta dei sedicenti senatori del regno con sede a Saluzzo, provincia di Cuneo, ha stabilito, non si sa in base a quale titolo,  che Vittorio Emanuele non poteva abolire  la legge Salica.
La monarchia inglese è un esempio virtuoso di alternanza tra re e regine che ha fatto la storia  della Gran Bretagna  e costituisce la forza della monarchia britannica. Semmai l’abolizione di questa legge obsoleta forse avrebbe potuto decretarla Umberto II di Savoia che fu re aperto alle novità più avanzate e varò il voto alle donne, anche perché scelse come suo ministro il socialista Falcone Lucifero, uomo che ebbe un ruolo determinante nella nuova monarchia voluta da Umberto II è fondata sull’autogoverno di popolo e sulla giustizia sociale.
Che abbiano da eccepire dei  repubblicani convertitisi improvvisamente  alla Monarchia in tarda età, appare una cosa eccentrica ed incomprensibile. Questi signori di Saluzzo e dintorni vogliono stabilire nella loro arroganza del tutto autoreferenziale niente meno che   la linea di successione  nella millenaria dinastia sabauda. Vittorio Emanuele ha stabilito del tutto   legittimamente   la successione del capo della Casa. Il suo matrimonio con una borghese  fu una scelta controcorrente che prefigurò una visione moderna della monarchia che andava oltre certi schemi.
L’Italia e’ una repubblica dal 1946 e non è in agenda un cambio istituzionale, ma va  riconosciuto al Principe sabaudo  il diritto di una scelta che gli fa molto onore. Il Duca d’Aosta che porta  casualmente solo nel nome Amedeo la gloria del Principe dell’Amba Alagi che morì eroicamente in prigionia a Nairobi, ha voluto sgomitare rispetto al legittimo erede, supportato dalla sedicente consulta che si è autoproclamata tale. Forse è il caso che lui e suo figlio facciano un passo indietro. Una donna erede dei Savoia è un’ idea molto convincente che merita rispetto e non tollera personalismi dinastici  che contrastano con  la grande storia sabauda del passato. Umberto II che chi scrive ha conosciuto di persona, sarebbe indignato del comportamento di Amedeo e dei sedicenti  consultori. Come sarebbero indignati dignitari di corte come Vittorio Prunas Tola e Umberto Provana di Collegno che fecero della fedeltà al re una ragione di vita.Un altro mondo che esige rispetto ed è un esempio
ancora oggi.
.
(nelle foto grandi il prof. Quaglieni con Emanuele filiberto di Savoia e Umberto II)

Rete oncologica in Bosnia grazie a Città della Salute

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

Nasceranno una Rete Oncologica ed un programma di Screening dei tumori del collo dell’utero e della mammella in Bosnia Herzegovina, grazie alla Città della Salute di Torino ed alla Rete Oncologica del Piemonte, progetto finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri

 

Nasceranno una Rete Oncologica ed un programma di Screening dei tumori del collo dell’utero e della mammella in Bosnia Herzegovina. Un grande progetto di cooperazione internazionale che vede protagonisti i professionisti della Città della Salute di Torino e della Rete Oncologica del Piemonte e Valle d’Aosta, finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri.

Nel quadro dell’Accordo di gemellaggio tra la Regione Piemonte ed il Kantone di Zenica-Doboj, il Protocollo d’Intesa tra la Città della Salute, le Facoltà di Medicina dei due Paesi, il Ministero della Salute Federale della Bosnia Herzegovina ed il Ministero Cantonale di Zenica, coordinati dall’ONG RE.TE., è partito il progetto, finanziato per circa 800 mila euro. Nei prossimi tre anni la Città della Salute di Torino è chiamata a fornire tutta la propria esperienza nella gestione e realizzazione dei servizi afferenti alla Rete Oncologica ed ai programmi di Screening.

Si è riunito ieri, presso la sede della Rete Oncologica di Piemonte e Valle D’Aosta, il gruppo di riferimento per la gestione e realizzazione del progetto, che coinvolge la Città della Salute di Torino nella realizzazione di una Rete Oncologica e di un programma di Screening dei tumori del collo dell’utero e della mammella in Bosnia Herzegovina.

L’incontro di ieri, al quale hanno partecipato, Giulio Fornero, in rappresentanza della Direzione aziendale; Oscar Bertetto, direttore della Rete Oncologica di Piemonte e Valle D’Aosta; Libero Ciuffreda e Silvana Storto, in rappresentanza delle specialità oncologiche necessarie al progetto; Umberto Ricardi e Mauro Papotti, in rappresentanza della Scuola di Medicina; e Livia Giordano, quale referente del CRPT; Daniela Guasco e Luca Giliberti, quali coordinatori del progetto a nome di RE.TE. ONG, è servito per aggiornare tutti i partecipanti sulla situazione locale in Bosnia dalla quale partire per impostare un piano operativo di tutte le azioni e procedure necessarie.

Lo stesso gruppo si recherà in Bosnia Herzegovina a metà febbraio per una prima missione operativa di lavoro con gli omologhi colleghi in Bosnia.

Le prime mosse passeranno dalla costituzione di un comitato scientifico misto italo-bosniaco per la verifica degli effettivi avanzamenti del progetto e della capacità locale di promuovere questi servizi.

Questo progetto, ufficialmente iniziato con l’incontro di ieri, è finanziato dalla Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri.

Così come nella tradizione di questo partenariato si potranno curare le patologie tumorali in Bosnia Herzegovina.

A  partire dal dicembre 1995, subito dopo la devastante guerra nei Balcani, Rete Ong, in collaborazione con la Regione Piemonte, èimpegnata in azioni di cooperazione con il Cantone di Zenica Doboj. Una parte di esse si sono sviluppate in ambito sanitario con progetti di supporto all’assistenza medica rivolta alla popolazione, in particolare con l’implementazione locale di un programma pilota di screening presso l’ospedale Cantonale di Zenica.

L’insieme di queste azioni, oltre ad aver incrementato il livello di assistenza sanitaria,  ha dato origine a protocolli di intesa tra diversi Enti italiani e bosniaci, per la realizzazione congiunta di azioni di cooperazione in ambito sociale, della formazione universitaria e sanitaria.

Il  progetto propone un’insieme di azioni secondo i  seguenti assi di intervento:

1) La sensibilizzazione ed educazione della popolazione con la diffusione delle 12 raccomandazioni del Codice Europeo contro il Cancro, per ridurre il rischio di sviluppare un cancro. https://cancer-code-europe.iarc.fr

2) La realizzazione locale di un’attività di screening per il tumore della mammella e di implementazione dello screening dei tumori della cervice uterina, secondo un modello già utilizzato nel Progetto Prevenzione Serena della Regione Piemonte.

3) L’attivazione di un progetto di Rete Oncologica, secondo il modello della Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta, eventualmente da estendere progressivamente agli altri Cantoni della Bosnia Herzegovina.

Questi tre ambiti di azione sono tra loro strettamente collegati e permetterebbero di sviluppare un Servizio Sanitario, in grado di diagnosticare e prendere in carico i pazienti affetti dalle più diffuse patologie tumorali, secondo standard medici riconosciuti a livello europeo ed internazionale.

 

I dati epidemiologici, relativi a incidenza, mortalità e disabilità in Bosnia sono stati raccolti attraverso i database dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) e dei database del Globocan Cancer Observatory dell’Agenzia per la Ricerca contro il Cancro (IARC).

 

Dal punto di vista epidemiologico, dalle stime dell’IHME, in Bosnia l’88% dei decessi nella popolazione femminile è dovuto a malattie croniche non trasmissibili (MCNT). Dei circa 18.000 decessi femminili che ogni anno sono imputabili ad una MCNT, circa 3700 sono causati da tumori. Considerando insieme gli anni di vita persi e gli anni di vita trascorsi con disabilità (Disability Adjusted Life Years –DALYs), le MCNT causano ogni anno tra le donne in Bosnia Erzegovina circa 450 mila DALYs (di questi circa 85 mila DALYs causati dai tumori). Molto rilevante è l’aumento delle MCNT, ed in particolare delle neoplasie, tra le donne bosniache negli ultimi anni 20 anni 1. Sulla base di tali dati e considerando che la tendenza all’invecchiamento della popolazione avrà anche un impatto in termini di aumento del carico assistenziale da patologie croniche non trasmissibili, è cruciale cercare di ridurne l’occorrenza o ritardarne l’insorgenza 2. Negli ultimi anni la ricerca ha mostrato una correlazione tra l’impatto delle MCNT e dei tumori e lo sviluppo umano. Condizioni socioeconomiche sfavorevoli e bassi livelli di sviluppo umano significano spesso bassi investimenti nelle infrastrutture di salute, servizi sanitari ed educativi, dunque minore disponibilità di risorse per il miglioramento della salute pubblica e delle iniziative di prevenzione e controllo dei tumori (Fonte).

In Bosnia Erzegovina, malgrado non esista un registro ufficiale è evidente dai dati pubblicati dall’IHME, che tra le donne, in particolare nella fascia 50-69, i tumori sono la principale causa di morte (41,7% della mortalità totale) e di disabilità (22,7% dei DALYs totali).

Il tumore al seno è la prima causa di morte tumorale tra le donne in Bosnia con il 7,4% della mortalità totale, seguito dal 6,3% dei tumori ai polmoni e bronchi e al terzo posto i tumori del colon-retto con il 4,9%. 1

 

  1. Institute for Health Metrics and Evaluation. Global Burden of Disease (GBD). Washington 2014. www.healthdata.org/gbd
  2. Fries JF et al. Compression of Morbidity 1980-2011: a focused review of paradigms and progress. J Aging Res 2011;2011:261702.

Allontanamento zero, la Regione incontra l’Università

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME

Una delegazione di rappresentanti del mondo accademico torinese, promotrice del Comitato che contesta il disegno di legge sull’Allontamento zero, è stata ricevuta questa mattina dall’assessore alle Politiche della Famiglia e dei Bambini, Chiara Caucino

“Le porte del mio assessorato sono sempre aperte all’ascolto e oggi mi sono resa disponibile ad un dialogo rispettoso dei ruoli. Sono profondamente rammaricata, però, che l’incontro con il mondo accademico sia avvenuto solo ora e dopo le numerose polemiche che si rincorrono da mesi sui media.

L’obiettivo del provvedimento è l’esclusiva tutela dei minori e lo ribadisco in primis proprio come madre”. Nel corso dell’incontro la delegazione, rappresentata dal vice rettore alla Ricerca e direttore del Dipartimento di studi storici dell’Università di Torino, Gianluca Cuniberti, ha espresso le motivazioni di disaccordo su alcune linee d’intervento del progetto di legge.“Non arretreremo rispetto a quanto già presentato e approvato dalla Giunta – ha sottolineato Caucino – ma siamo disponibili a cercare di migliorare un sistema che, ad oggi, presenta evidenti lacune. Non dobbiamo mettere sul tavolo di lavoro differenze politiche ma tutelare i bambini e la loro crescita all’interno della famiglia di origine, laddove possibile. Solo così scongiureremo traumi inutili di cui, ogni giorno, sentiamo parlare sui quotidiani, intervenendo anche a sostegno dei genitori eviteremo poi l’allontanamento, favorendo la famiglia e valutando il distacco dal nucleo originario come ultima possibilità”.Per l’Università degli Studi di Torino, all’incontro, hanno partecipato i docenti: Paola Ricchiardi, Cecilia Marchisio, Isabella Pescaramona, Gallina Adelaide, Paola Molina Franco Prina, Marilena Dellavalle e Paolo Bianchini.

dr – Regione Piemonte

Contro lo smog si lavano le strade

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Amiat, società del Gruppo Iren, ha avviato ieri un piano straordinario di lavaggi stradali per verificare gli eventuali effetti sulla presenza di polveri nell’aria. Privilegiate al momento le arterie principali, i percorsi di grande viabilità

L’intervento è iniziato ora grazie alle temperature più miti, evitando in questo modo che l’acqua riversata in strada si trasformi in ghiaccio, e proseguirà compatibilmente con le temperature e con le condizioni meteo. Per evitare il sollevamento di grandi masse di polvere gli operatori Amiat non utilizzeranno nei prossimi giorni, per la raccolta di foglie secche, i soffioni il cui uso sarà limitato ai mercati, dove peraltro il lavaggio del suolo è frequente, e in pochi altri casi eccezionali.

“Effettuiamo questo servizio pur consapevoli che potrà limitare la risospensione delle polveri sottili in misura assai ridotta, come già riscontrato in precedenti sperimentazioni. Ogni azione rivolta alla riduzione delle polveri è comunque utile, ma è necessario che ciascuno di noi contribuisca con le proprie scelte e possibilità cambiando qualcosa nel proprio stile di vita e collaborando alla riduzione delle emissioni”. Lo ha affermato l’assessore all’Ambiente della Città di Torino Alberto Unia.

(mm – Città di Torino)

Un confronto tra Regione e Poste

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La Giunta regionale ha avviato un confronto con Poste Italiane per risolvere i problemi sul territorio piemontese: si valuterà anche il funzionamento del protocollo d’intesa siglato nel 2017 e recentemente scaduto, con la proposta d’un nuovo schema di collaborazione. Lo ha annunciato  il vicepresidente della Giunta Fabio Carosso rispondendo in Aula all’interrogazione del consigliere Raffaele Gallo (Pd) in merito alla chiusura di uffici postali in Piemonte.

L’interrogazione nasce dalla decisione di Poste Italiane di chiudere alcuni uffici postali – tra gli ultimi quelli di Mirafiori Sud, Barriera di Milano e Pilone e Pilonetto a Torino – di limitare gli orari e i giorni di apertura previsti dal piano nazionale e dall’osservazione di alcuni disservizi vissuti dagli utenti come un segnale di abbandono dei territori.

“Poste Italiane – ha osservato l’assessore – sta sviluppando un piano di riorganizzazione delle proprie attività sulla base di un progetto elaborato da alcuni anni, che fa leva su un più forte utilizzo delle tecnologie informatiche e una ‘riorganizzazione’ della presenza sul territorio che ha creato ed evidenziato varie criticità nell’erogazione dei servizi sul territorio”.

Regioni ed enti locali hanno più volte tentato di svolgere un ruolo attivo nell’ambito del Contratto di programma 2015-2019 tra Ministero dello Sviluppo e Poste Italiana e il Piemonte ha sottoscritto, nel gennaio 2017, un Protocollo d’intesa tra Regione, Anci Piemonte e Poste Italiane.

“Con il protocollo – ha aggiunto – è stato istituito un gruppo di lavoro con il compito di esplorare e attivare un’offerta di nuovi servizi da parte di Poste Italiane agli enti locali, alle istituzioni pubbliche e ai cittadini piemontesi, di esaminare i piani di razionalizzazione degli uffici postali e di concordare progetti per migliorare la qualità dei servizi già offerti ai cittadini”.

L’assessore alle Infrastrutture Marco Gabusi ha invece risposto all’interrogazione del consigliere Domenico Rossi (Pd) in merito alla realizzazione della tratta Masserano-Ghemme della Pedemontana piemontese. L’assessore ha ribadito che “la Giunta sta facendo un pressing incessante sul Governo affinché si sblocchino i fondi e si possa iniziare a pensare ai cantieri, che rappresentano anche una fonte di occupazione immediata”.

“Stop Bullying 2.0”, contro bullismo e cyber-bullismo

in ECONOMIA SOCIETA' E COSTUME
bullismo

Con la peer education e lo storytelling, in collaborazione con l’ Istituto Alfred Adler

 

“Stop Bullying 2.0” è il titolo del progetto che viene implementato dall’Istituto di Psicologia Individuale Alfred Adler di Torino su incarico di SIPEA (Società Italiana di Psicologia Educazione e Arti terapie), e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. SIPEA, con il partner CSEN, da anni si occupa di educazione giovanile, rivolta alla prevenzione dei fenomeni di bullismo e cyber-bullismo diffusi tra i bambini ed i ragazzi dagli 8 ai 16 anni, in venti regioni italiane, attraverso una serie di azioni di prevenzione e contrasto, capaci di coinvolgere non solo i ragazzi, ma anche gli insegnanti ed i genitori.

Ne parliamo con la Dottoressa Elisa Menchini, psicologa clinica –Psicoterapeuta -Socia dell’Alfred Adler Institute, la professionista che effettuerà gli interventi formativi presso una delle scuole selezionate.

“Si tratta di un progetto per la prevenzione ed il contrasto del bullismo – spiega la dottoressa Elisa Menchini – e del cyber-bullismo tra i ragazzi, fenomeni che si sono trasformati sempre più in un’emergenza sociale. Il bullismo on line non è, infatti, meno pericoloso di quello tradizionale, al contrario i numeri confermano la diffusione e la gravità di questo fenomeno”.
“STOP BULLYING 2.0 ha come obiettivo – aggiunge la dottoressa Menchini – quello di collaborare con gli istituti scolastici e con i centri di aggregazione giovanile, per realizzare un programma di individuazione, prevenzione e contrasto a tutte le forme di violenza e, in particolar modo, di bullismo e cyber-bullismo tra bambini e ragazzi dagli 8 ai 16 anni, per limitare la dipendenza da internet e l’uso non consapevole dei social media”.
In Piemonte il progetto pilota verrà sviluppato in tre istituti scolastici presso i quali gli psicoterapeuti dell’Adler Institute, sotto la guida della dottoressa Emanuela Grandi (Psicoterapeuta – Analista), effettueranno interventi formativi ed educativi rivolti a genitori, insegnanti e studenti.
“Ritengo sia necessario – afferma la dottoressa Elena Menchini – dotare di strumenti adeguati insegnanti e genitori, affinché acquisiscano la capacità di individuare e gestire, da subito, l’insorgere di fenomeni di bullismo e cyber-bullismo. Altrettanto importante è sviluppare l’empatia dei ragazzi e delle ragazze e rafforzare la loro capacità di aiutarsi vicendevolmente nel gestire e contenere i fenomeni di bullismo e violenza psicofisica.
La mia esperienza come psicoterapeuta mi ha insegnato quanto sia importante per i giovani lavorare sulle proprie emozioni, al fine di rendere più armoniche le relazioni con gli altri, rafforzare l’autostima e raggiungere obiettivi di vita costruttivi.
Questi interventi formativi sul territorio sono essenziali per stimolare nei ragazzi la capacità di riflettere su se stessi e sulla realtà che li circonda, così da renderli più consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni sugli altri e su di sé.
La presenza di psicologi e psicoterapeuti nelle scuole permette, altresì, a chi ne sentisse la necessità, di venire a contatto con professionisti con i quali confrontarsi per l’incremento del proprio benessere psicologico; per questo ritengo che il Ministero abbia dimostrato particolare sensibilità e lungimiranza nel finanziare il progetto Stop Bullying 2.0”.
“Gli obiettivi del progetto – aggiunge la dottoressa Menchini – sono sensibilizzare e istruire i bambini e i ragazzi sulle caratteristiche del fenomeno e dotarli degli strumenti per affrontarlo; identificare le vittime di bullismo e provvedere alla loro tutela mediante programmi di intervento individuali; identificare “i bulli” e limitare gli atti di bullismo, mediante lo studio e la realizzazione di programmi individuali per il recupero dei casi “a rischio”; individuare e sperimentare strategie innovative per affrontare il fenomeno. Gli obiettivi di carattere globale per contrastare i pericoli provenienti da Internet ed il cyberbullismo sono quelli volti a sensibilizzare, informare e formare le famiglie sull’utilizzo di strumenti di parental control, che limitino l’accesso a contenuti potenzialmente pericolosi in rete; sensibilizzare, informare e formare gli educatori (insegnanti e genitori) in merito agli strumenti di comunicazione/interazione della rete; far conoscere e riconoscere ai bambini e ragazzi i pericoli della Rete, rappresentati da pedofilia e cyber – bullismo; istruire i bambini e i ragazzi in merito alle strategie comportamentali per ridurre i rischi di esposizione; promuovere interventi di collaborazione, tutoring aiuto reciproco; attuare percorsi di educazione alla convivenza civile e alla cittadinanza; predisporre momenti di formazione/autoformazione per i docenti sulle strategie di gestione del fenomeno”.

 

Mara Martellotta

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