Magnifica Torino: notturno torinese
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Lunedì. Al Lambic suona il fisarmonicista Richard Galliano. Al Teatro Alfieri arriva Edoardo Bennato.
Mercoledì. Al teatro Colosseo si esibisce Filippo Graziani. All’Off Topic è di scena il trio Fonema- Garau- Giachino. All’Hiroshima Mon Amour suonano i Mùm.
Giovedì. All’Hiroshima sono di scena gli Studio Murena. Al Magazzino sul Po si esibiscono gli Aldways + Dirty Noise. Al Blah Blah suonano i Fvzz Popvli + Giulia.
Venerdì . Al teatro Colosseo si esibiscono i 40 Fingers. All’Off Topic è di scena Anna And Vulkan. Al Magazzino sul Po suonano gli Earth Ball + Shizune. All’Hiroshima si esibiscono i Sarafine. Al Cap 10100 sono di scena Generic Animal and Devin YU. Al Circolino suonano gli After Dark Experience. Al Blah Blah si esibiscono I Monaci del Surf.
Sabato. Allo Spazio 211 è di scena Mille. Al Blah Blah suonano gli Scream 3 Days + Deathox.
Domenica. Alla Divina Commedia si esibiscono i Girinsoliti. Al Blah Blah suona Bob Wayne special guest Munly J Munly.
Pier Luigi Fuggetta
La signora Amelia era davvero una gran signora. Nonostante la non più giovane età era sempre, quotidianamente, in piena attività. Il portamento aveva un tratto che poteva definirsi persino nobile, se non fosse per il trucco troppo accentuato.

Non ho mai capito perché non fosse considerata per la grande disponibilità che, in tanti decenni, aveva dimostrato nel risolvere i problemi altrui. Specialmente, se non addirittura in via esclusiva, quelli di tanti uomini d’ogni età ed estrazione sociale. Forse perché svolgeva il mestiere più antico del mondo? C’era, nel non considerarne fino in fondo la delicata funzione che – senza false ipocrisie e dubbi moralismi – le avrebbe fatto meritare se non un attestato di benemerenza almeno una più generica riconoscenza, qualcosa di profondamente immorale. Sì, immorale. Come non tener conto che la signora Amelia, in arte “Rosa Scarlatta“, aveva svolto in condizioni non propriamente agevoli e spesso senza entusiasmo, una funzione – per così dire – “sociale” a beneficio di buona parte della comunità di sesso maschile non solo bavenese ma anche stresiana e di chissà quanti altri comuni che si affacciano sulle rive del Verbano. Dopo una fase d’avvio della propria impresa, sotto “padrona”, in una di quelle case che non andavano nominate per non inciampare nella già citata “morale”, appena superati i venticinque anni, si mise in proprio. Sì, perché la “premiata ditta della Rosa Scarlatta”, alla prova di quello che potremmo definire come “il mercato”, dimostrò competenza, professionalità e spirito d’iniziativa. Con una sorprendente dose di “savoir-faire” che, nel breve volgere di qualche anno, le fece guadagnare rispetto e simpatia.
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Ovviamente, non da parte di tutti. Le signore, anch’esse senza distinzione d’età, la guardavano in malo modo, commentando con parole poco garbate e lusinghiere le sue “gesta” e commiserando energicamente quella sua “professione” che – detta da loro – “turbava la quiete delle famiglie e portava discredito all’intera comunità”.Non ho mai fatto caso al fatto che potessero avere torto o ragione. Forse, a ben guardare, ci stavano sia l’una che l’altra. Certo è che la signora Amelia non prestava molto orecchio alle chiacchiere, meno che meno a quelle più malevole. “Io professo e tiro dritto. Non rompo le scatole e pago le tasse. Dopotutto sono i loro uomini che mi cercano. Se non volessero basterebbe, quando gli chiedo se sono d’accordo a darmi una mano a tener aperta l’impresa, dire di no. Non li obbligo certo io a fermarsi, lungo la strada che, a volte, è persino accaduto qualche tamponamento. Una volta, tra due bei tipi, son volate persino parole grosse e qualche sberlone, per stabilire a chi toccava per primo a far la propria parte“. Eppure, come mi raccontava il Carlino di Loita, la “nostra” Amelia aveva dato fatto fare il salto tra l’adolescenza e l’età adulta ad un bel po’ di ragazzi, accompagnandoli alla scoperta di se stessi durante la loro pubertà. “ Tu, che sei ragioniere e hai studiato, dai, dimmelo un po’ tu: ti par possibile che, per aver fatto del bene, in anni in cui c’era ancora tanta ignoranza e tanto pregiudizio, si debba essere considerati come dei delinquenti, come dei poco di buono?“. Il Carlino, a differenza di me e di tanti altri, faceva parte della schiera di quelli che avevano “provato” a fare i conti con l’impresa della Rosa Scarlatta e si erano dichiarati soddisfatti. Non sopportava l’ipocrisia dei benpensanti. Gli faceva saltare la mosca al naso. “Roba da matt. In sempar lì a criticà a destra e sinistra, a cùra in gesa a confessare i peccati per poi, lasciato alle spalle il portone e svoltato l’angolo, a fare di nuovi”. E sgranava giù, come un rosario, i tanti peccati che le “signore-bene”, come le chiamava lui, erano d’uso commettere: accidia, avarizia, invidia, superbia,ira. La lussuria, invece, era – secondo lui – praticata dai loro compagni benché a loro stesse suscitasse ( senza dirlo, senza ammetterlo, per carità..) ben più che un vago interesse e ben più che un semplice desiderio. In materia, però, nessuna poteva battere l’offerta della “premiata ditta” individuale che faceva capo alla signora Amelia.
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Vera e propria artigiana del piacere, con una carriera ultra decennale sulle spalle, non temeva la concorrenza di quelle povere dilettanti. Così andò avanti e indietro, per un bel po’ d’anni, sulla litoranea del lago Maggiore. Sempre in ghingheri, sempre a testa alta, mostrando fieramente la sua “impresa” anche se il tempo l’aveva ormai irrimediabilmente consumata. Finché , da un giorno con l’altro, non si vide più. Come dire? Sparita. Volatilizzata. Puff..! Più o meno come la colomba nelle mani di un prestigiatore. Solo dopo un annetto si seppe che si era “ritirata” in una casa di riposo sulle rive del lago d’Orta. L’andirivieni l’aveva logorata e le gambe gli cedevano. Così, per non farsi commiserare del tutto e lasciare un buon ricordo di sé, se n’era andata senza neanche fare un “ciao” ai suoi vecchi amici, ai “clienti” più fidati che erano anch’essi cresciuti ed invecchiati con lei. Il Giustino propose addirittura a quel deputato che aveva potuto godere in gioventù, pure lui, dell’attività della “premiata ditta”, un intervento affinché fosse riconosciuto alla signora Amelia se non proprio la pensione almeno un piccolo vitalizio, come segno tangibile della riconoscenza nei confronti di una persona che aveva fatto molto nel campo del “sociale”. Dopotutto, diceva il Giustino, “l’Amelia di marchette ne ha messe insieme un bel po’ che bastano ed avanzano per la pensione“. Forse in altri paesi, dove la mentalità è più aperta e tollerante, la “premiata ditta” della signora Amelia sarebbe stata riconosciuta alla stregua di un servizio sociale e le prestazioni sarebbero state, con ogni probabilità, prescritte dal servizio sanitario e quindi mutuabili. Ma, per sua sfortuna, e per disappunto dei più tra i suoi “beneficiati”, questo non si rese possibile. E così non se ne fece un bel nulla. L’onorevole allargò le braccia e chiese, in relazione al suo passato, l’omissis o – quantomeno – una corretta applicazione della privacy. Le ormai vecchie iraconde, rinsecchite e acide, continuarono a pensare il peggio del peggio e, in fondo al cuor loro, a provare invidia per quella “impresaria” che si era fatta dal niente, utilizzando al meglio le doti naturali che aveva avuto in dono dalla nascita. I suoi clienti rimasero con i loro ricordi e con il rimpianto, forse, di non aver potuto approfittare più quanto non avessero fatto delle offerte di quella gran professionista del piacere altrui. Che dirvi, ancora? La signora Amelia se n’è andata per sempre. E’ ormai da un paio d’anni che, come è d’uso dire, “ha lasciato questa valle di lacrime“. Probabilmente, essendo – a dispetto di chi la mal giudicava – credente e praticante, è salita direttamente in paradiso. Ci sarà pure un angolino anche per chi, come lei, ha operato tutta la vita per far felici gli altri rinunciando, almeno in parte, alla felicità propria. O no?
Marco Travaglini
SOMMARIO: I professori gabbati e difesi dalla CGIL – Giù le mani dalla Lancia – La vivandiera delle Br – Lettere




LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Foliage al grattacielo Intesa Sanpaolo. La foto è della lettrice Ana Maria Dinu.
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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI SELLA SETTIMANA
Martedì. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Mezzosangue.
Mercoledì. All’Auditorium del Lingotto arriva Francesco De Gregori. All’Hiroshima è di scena Cimini.
Giovedì. In occasione dell’inaugurazione delle Nitto ATP Finals, l’Inalpi Arena ospita Max Pezzali e i Pinguini Tattici Nucleari. All’Hiroshima per 2 sere consecutive suonano I Ministri. Al Magazzino sul Po si esibisce Belize. Entra nel vivo Moncalieri Jazz. Alle Fonderie Limone suona il Leonardo Sestilli Quartet. A seguire Nico Gori Swing 10 TET. Al Blah Blah si esibiscono i Bezoar + Repulso.
Venerdì. Per Moncalieri Jazz alle Fonderie Limone “The Koln Concert”, omaggio ai 50 anni dalla prima esecuzione e agli 80 anni di Keith Jarrett. Con Cesare Picco al pianoforte e Gloria Campaner. A Seguire Gegè Telesforo Big Mama Legacy. Al Vinile si esibisce Savo e I Precisi. Al Circolo Sud concerto di Andrea Mazzari. Al teatro Garybaldi di Settimo suonano Le Orme. Al Folk Club si esibisce Moni Ovadia, Michele Gazich e Giovanna Famulari. Al Magazzino sul Po sono di scena i Fratelli Lambretta. Al Blah Blah suonano i Flyng Disk + Elepharmers.
Sabato. Al Peocio di Trofarello si esibiscono i Voodoo Lake. Per Moncalieri Jazz alle Fonderie Limone, suona Albert Hera & Friends. A seguire “Blues For Pino” . Omaggio a Pino Daniele con un quintetto di musicisti che hanno suonato con lui. Presenta la serata il critico musicale della Stampa Marco Basso. Al Peocio di Trofarello si esibisce Lari Basilio. Al Folk Club suona il trio Hasa-Chemirani-Khalife. Al teatro Colosseo arriva Raf. Allo Spazio 211 è di scena Management Del Dolore Post Operatorio. Al Blah Blah suonano i SudDisorder.
Domenica. Chiusura di Moncalieri Jazz alle Fonderie Limone con il Viden Spassov Trio. A seguire il trio Pèrez- Patitucci Cruz Trio. Presenta la serata il giornalista Gino Li Veli. Al Blah Blah si esibiscono i Paerish + Emathoma.
Pier Luigi Fuggetta
SCOPRI -To ALLA SCOPERTA DI TORINO
Al ristorante Urbani, a Torino, ogni dettaglio è parte di un racconto. L’accoglienza, la tavola, la cura degli ambienti: tutto parla di famiglia, di tradizione intrecciata a un gusto contemporaneo che non ha paura di evolvere. È la quarta generazione della famiglia Urbani a custodire questo luogo, guidando una visione che non riguarda solo il mangiare bene, ma l’esperienza nella sua interezza.
La zia Emanuela, con la sua sensibilità estetica e il suo sguardo poetico, ha trasformato gli spazi del ristorante in un piccolo mondo a sé: un bosco luminoso, una casa sospesa tra Piemonte e Parigi, tra memoria e immaginazione.
Ed è proprio all’interno di questo mondo che nasce la nuova pasticceria delle “frutte”, un progetto che porta la firma di Marco Matera Urbani, fratello di Paolo, che con dedizione e pazienza ha studiato, provato, sperimentato finché quelle forme, quelle consistenze, quella bellezza non sono diventate realtà. Un lavoro che non è solo tecnica, ma emozione: Marco mette in questi dolci un desiderio semplice e profondo “fare qualcosa che faccia felici gli altri”.
Intervista a Paolo Matera Urbani
D: Partiamo dall’inizio. Com’è nato tutto?
R (Paolo Matera Urbani): Tutto nasce dal funghetto, che ormai è diventato un po’ il simbolo del ristorante. È nato quasi per gioco, ma è piaciuto subito. È composto da tre cioccolati, un beignet craquelin zuccherato sopra, crema gianduia dentro — che è proprio Torino — il gambo in cioccolato bianco e un crumble fondente alla base. Un dolce che racconta chi siamo: semplice, ma curato in ogni dettaglio. Da lì ci siamo detti: perché non inserire una pasticceria moderna, che dialoghi con la nostra identità?
D: E questa idea evolve nei frutti.
R: Esatto. Abbiamo guardato ai lavori di Cédric Grolet, che ha portato il trompe l’oeil in pasticceria ad altissimi livelli. Ma noi non volevamo copiarlo: volevamo interpretarlo. La frutta, per noi, è un simbolo semplice, quotidiano, ma potente. E ci piaceva l’idea di portare al tavolo qualcosa che stupisce all’occhio, ma poi riporta al gusto vero del frutto. Siamo stati i primi a Torino a ricreare questo tipo di pasticceria e a portarla nel mondo Urbani dove si abbina perfettamente con la nostra location che ricorda un bosco incantato.
D: Come sono costruiti i frutti?
R: Ogni frutto ha tre consistenze del frutto stesso all’interno.
Il guscio esterno è croccante, ottenuto con burro di cacao e cioccolato bianco. Abbinato all’inserto c’è una ganache montata, che cambia per ogni frutto, la pera è con vaniglia e gocce di cioccolato, la mela con cannella e un pan di spagna leggerissimo, per ricordare una torta di mele, il fico invece ha all’interno il caramello.
Ora stiamo lavorando alla castagna e alla nocciola, che dialogano molto bene con l’atmosfera del ristorante.
D: Quanto è importante per voi l’unicità di ciò che proponete?
R: È fondamentale: noi non vogliamo mille dolci anonimi, tutti uguali, “impacchettati” in carta. Ne vogliamo pochi. Pochi, ma perfetti. Vivi. Dolci che respirano il tempo, le stagioni, il bosco che si intravede dal ristorante.
È un lavoro lento e profondamente artigianale: ogni frutto è modellato a mano, uno per uno, come una piccola scultura golosa. E questi frutti non sono soltanto dolci: sono presenze. Si intrecciano con l’ambiente, con i legni, le foglie essiccate, i colori morbidi delle pareti e delle luci.
Il locale stesso, creato con un’attenzione amorevole e quasi fiabesca dalla zia, ricorda un bosco vivo. Non solo nelle forme, ma nello spirito. Ci sono oggetti che evocano radici, cortecce, licheni, piccole meraviglie trovate durante le passeggiate in montagna. Ogni elemento è scelto con cura, con memoria, con affetto.
Così i nostri frutti non “decorano” il ristorante: vi appartengono. Si fondono. Creano una magia silenziosa, quella sensazione di essere in un luogo dove il tempo rallenta, dove la natura non è imitata ma custodita.
Dove ogni dolce è un incontro. Un pezzo di bosco portato in tavola. Un gesto, non una produzione.
D: Parliamo di tuo fratello Marco Matera Urbani, pasticcere e creatore di questi meravigliosi frutti.
R: Marco ha sempre avuto una sensibilità particolare. Non è solo un pasticcere: è uno che sente le cose. Ci mette tempo, pazienza, cura. Si emoziona quando qualcosa riesce. E si emoziona quando qualcuno lo apprezza.
Questi frutti sono la sua voce.
Per noi è bellissimo vedere che la cucina è diventata un modo per ritrovarci come famiglia.
D: E infatti tutto questo si ritroverà nell’evento del 15 novembre.
R: Sì, la Degustazione d’Autunno sarà il primo momento in cui racconteremo davvero questi dolci. Ci saranno quattro frutti d’autunno, un calice di prosecco, acqua, caffè, e la possibilità di visitare Maison Urbani, lo spazio creato da mia zia Emanuela. È un luogo piccolo, delicato, pieno di storia, quindi si entra solo su prenotazione, massimo 10-12 persone per volta.
D: Si potranno prendere da asporto i frutti?
R: Certo. Ci saranno box da due, tre o quattro, perfette anche come regalo. Molti li stanno già prenotando come si prenotano le torte delle occasioni. E questa è una cosa che ci emoziona.
Grazie Paolo!
Questi frutti non sono una moda. Sono un gesto d’amore. Nascono dalla mano di Marco, dal pensiero di Paolo, dallo sguardo di Emanuela e dalla storia della famiglia Urbani.
Sono il risultato di tempo, di ascolto, di rispetto e in fondo, è questo che accade quando la pasticceria smette di essere tecnica e diventa racconto, si resta con qualcosa addosso, non solo il sapore, ma la sensazione di essere stati accolti.
NOEMI GARIANO

GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Martedì. Al Blah Blah suonano i Divide And Dissolve +Ramon Moro.
Mercoledì. Al teatro Alfieri si esibisce Edoardo Bennato. Al Blah Blah è di scena Mapuche. Al teatro Concordia si esibisce il cantautore Carl Brave.
Giovedì. Inaugurazione del festival di musica elettronica CNC alle OGR con l’esibizione di Jenny Hval. Il Festival propone fino a domenica 2 novembre anche al Lingotto diversi musicisti tra i quali: Blood Orange, Los Thuthanaka, Yhwh Nailgun, Danielm Blumberg e tanti altri. Al Cafè Neruda suona il trio di Alberto Marsico. Al Banco si esibisce il trio Denitto- Azzaro, Palazzo. Al Vinile è di scena il Miky Bianco Projet. Al Blah Blah suonano i Mao Funk.
Venerdì. Al Circolino si esibiscono i Stay tuned. Alla Divina Commedia suonano i Yourmother. Al Folk Club sono di scena i Huun-Huuur-To. Al Teatro Colosseo si esibisce Marco Masini.
Sabato. Al Vinile suona il gruppo The Soul Women //Soul Night. Al Circolo Sud sono di scena i Boogianen. Al Peocio di Trofarello suona Michael Angelo Batio. Al Blah Blah sono di scena i The Jackets. Allo Ziggy suonano i Conjurer + Frail Body.
Domenica. Al teatro Colosseo si esibisce la London Symphonic Rock Orchestra.
Pier Luigi Fuggetta
SOMMARIO: Papa Leone e la kefiah – Franco Reviglio della Venaria – Sul treno con la Cgil – Da “Armando al Pantheon”- Lettere
Papa Leone e la kefiah
Che il papa Leone XIV abbia accettato la kefiah palestinese “come simbolo di lotta contro l’occupazione” è una notizia molto triste. Fa il paio con l’intervista del segretario di Stato Parolin silente per molti mesi, improvvisamente risvegliatosi antisraeliano. Che il dono venga da un attivista palestinese aggrava la cosa.
Quel copricapo è conosciuto in tutto il mondo come un simbolo ostile ad Israele. Il Papa deve restare neutrale, esercitando una funzione di pace tra i contendenti. Questi sono episodi che sarebbero comprensibili in Papa Francesco, anche se di per sé censurabili perché la demagogia non deve mai lambire il solio di Pietro.
Franco Reviglio della Venaria
La morte a 90 anni di Franco Reviglio non è stata ricordata come meritava il personaggio. La statura morale e scientifica del professore ha portato a scrivere di lui come del ministro di Craxi che per altro lo sostituì con il commercialista di Bari Formica. Ho conosciuto personalmente Reviglio ed ho anche presentato dei suoi libri.

Era un gentiluomo e un uomo di cultura degno della massima stima. Non aveva neppure quel giacobinismo che gli è stato attribuito per lo scontrino fiscale, un qualcosa oggi totalmente accettato. Il demagogo semmai fu l’ex azionista Visentini, uomo di rara, superba antipatia. Ricordo con nostalgia quando ci trovavamo al vecchio “Firenze“ a cena. Alla vedova Paola Thaon di Revel, ai figli esprimo la mia vicinanza affettuosa.
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Da “Armando al Pantheon”

A cena da “‘Armando al Pantheon“, il mio ristorante preferito a Roma ho incontrato Peppone Calabrese il conduttore della trasmissione domenicale su Rai 1 che valorizza le tradizioni enogastronomiche italiane. Si è subito creato un rapporto tra di noi. Mi conosceva anche come amico di Mario Soldati di cui è un estimatore. È stata una bella sorpresa incontrarlo. Alla domenica vedo sempre la sua trasmissione, un antidoto al tg pieno di notizie di guerra e di violenze. La campagna e i suoi prodotti e la vita semplice degli abitanti: un’alternativa alla vita frenetica e stupida a cui siamo condannati.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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