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Petto di pollo al limone: la bontà delle cose semplici

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Una ricetta appetitosa, sorprendentemente profumata che vi stupirà per la sua leggerezza, morbidezza e bontà

 

La carne di pollo apprezzata per le sue propreita’ nutritive e’ adatta a tutta la famiglia. Pochi semplici ingredienti per una ricetta appetitosa, sorprendentemente gustosa e profumata che vi stupira’ per la sua leggerezza, morbidezza e bonta’.

 

Ingredienti:

1 Petto di pollo intero

1 bicchiere di vino bianco secco

1 limone non trattato

1 spicchio di aglio

Olio,sale,pepe, rosmarino q.b.

 

In una pentola scaldare l’olio con l’aglio e il rametto di rosmarino. Rosolare a fuoco vivace il petto di pollo, salare, pepare e sfumare con il vino bianco, abbassare la fiamma, lasciare insaporire e cuocere coperto per circa un quarto d’ora. Lavare il limone e con un rigalimoni o un coltellino affilato, prelevare striscioline di scorza sottilissime da aggiungere al pollo poi, aggiungere tutto il succo filtrato del limone. Lasciar cuocere lentamente per circa mezz’ora aggiungendo, se necessario, un mestolino di acqua calda. Lasciar consumare la salsa, affettare la carne e servire caldo.

Paperita Patty

Con spinaci e ricotta la torta è speciale e stuzzicante

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Le torte salate sono apprezzate per la loro versatilità. Molto facili e veloci da preparare sono ottime servite tiepide o fredde, stuzzicanti e fantasiose

Ideali per un aperitivo con amici, una cena veloce, un antipasto o un pic nic,  le torte salate sono molto apprezzate per la loro versatilita’. Molto facili e veloci da preparare sono ottime servite tiepide o fredde, stuzzicanti e fantasiose. Un must per tutte le stagioni.

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Ingredienti:

2 rotoli di pasta sfoglia rotonda

½ kg. di spinacini freschi

1 fetta di prosciutto cotto (100gr.)

250gr. di ricotta piemontese

100gr. di taleggio

1 uovo intero, 4 tuorli

1 spicchio di aglio

50gr.di parmigiano grattugiato

sale, pepe,burro, noce moscata q.b.

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Lavare gli spinacini, saltarli in padella con una noce di burro e l’aglio, lasciar raffreddare. In una ciotola mescolare il prosciutto e il taleggio tagliati a dadini, aggiungere il parmigiano, l’uovo intero, gli spinacini, sale, pepe e un pizzico di noce moscata. Stendere la pasta sfoglia in una teglia rotonda foderata di carta forno,bucherellare il fondo, disporre il ripieno, coprire con la ricotta, fare 4 fossette in ognuna delle quali sistemare il tuorlo. Coprire con la sfoglia rimanente, saldare bene i bordi, spennellare con poco latte e cuocere in forno per 35-40 minuti a 200 gradi. Servire tiepida.

 

Paperita Patty 

“Perché tu, così come sei, sei l’unica cosa di cui avrò mai bisogno”

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CHIARA DE CARLO

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Un libro ripercorre la nascita del Barolo tra storia e figure leggendarie

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PENSIERI SPARSI  di Didia Bargnani

Un antico podere, un’imprenditrice ante litteram e un uomo vulcanico

Pierpaolo Ferrero, nonostante gli 87 anni compiuti, è l’emblema dell’esuberanza, della vitalità, dell’inventiva e dell’energia appassionata ed esplosiva che lo accompagnano da sempre. Dopo una vita rocambolesca, vissuta quasi come un romanzo in parte a Torino ed in parte in Costa Azzurra, a Cap d’Ail con l’adorata moglie Carla, pensa sia arrivato il momento di raccontare gli episodi più particolari della sua vita che riguardano la famiglia, il lavoro, le amicizie, i personaggi incredibili incontrati negli anni ed è così che nascono i primi libri autobiografici: Magic moments, White memories, Souvenirs de Cap d’Ail, scritti durante la pandemia da Covid nel suo ‘buen retiro’ in riviera.
“ A 85 anni ho avuto il desiderio fortissimo di conoscere mio cugino Roberto che non vedevo dal ‘49 quando i nostri genitori litigarono per questioni ereditarie e così gli ho telefonato, ci siamo incontrati , conosciuti e capiti perfettamente, stesso amore per il lavoro, la famiglia e le cose belle”, mi racconta Pierpaolo come un fiume in piena.
Cerco di farlo parlare dell’ultimo libro, La Saga dei Ferrero, che vuole pubblicare in un numero ristretto di copie, solo per famigliari ed amici ma si affollano i ricordi di una vita iniziata da bambino nelle Langhe poi da ragazzo a Torino, in cantiere, dove non voleva andare per non sporcarsi gli abiti ( ancora adesso Pierpaolo è un vero dandy) , inizia così come assistente di cantiere per poi essere assunto alla Recchi  e in seguito alla Stroppiana di Moncalieri che verrà acquisita da una società inglese, la Ready-mixed concrete spa, leader mondiale nel settore calcestruzzi dove a 34 anni diventa dirigente per l’Italia. Dopo qualche anno la società viene venduta al gruppo Ferruzzi e Pierpaolo assume il ruolo di capo area Piemonte.
“ Sono i primi anni ‘80 e la contestazione sindacale  in Piemonte è fortissima- mi dice Pierpaolo- il sindacato aveva distrutto la meritocrazia e i miei rapporti con loro erano molto duri ; durante i lavori preparatori per la costruzione della Rinascente in via Lagrange, inizia uno sciopero selvaggio e così , furibondo me ne vado e passo all’Unicem”.
A fatica, tra ricordi di auto sportive, belle donne e vacanze in Costa Azzurra, riesco finalmente a farmi raccontare l’amore per la terra di Langa e per il Barolo, “il vino più buono del mondo “.
La grande promotrice del Barolo, Virginia Ferrero, nasce nel 1865 a Torino da genitori originari di Serralunga che fondarono la casa vinicola nel 1856; Tota Virginia rappresenta tra le famiglie dei ‘barolisti’ ancora oggi un ricordo vivido e concreto. La prozia di Pierpaolo si avventurava, negli anni tra le due Guerre Mondiali, con il proprio calesse in Val d’Aosta, in Svizzera, Austria e Costa Azzurra per far conoscere il Barolo; questa donna che oggi sarebbe una grande imprenditrice, aveva intuito il potenziale della terra di Langa e aveva fatto crescere in modo esponenziale la sua azienda, negli anni ‘30 era diventata la più importante produttrice di vini con oltre 400.000 bottiglie prodotte in un anno.
I filari di uva di Tota Virginia erano stati messi a dimora nelle vicinanze del ‘palasot’, dove si faceva il vino,  oggi grazie all’imponente restauro voluto da Roberto Ferrero, il cugino di Pierpaolo, e’ diventato uno splendido Relais, Antico Podere Tota Virginia, in ricordo dell’intraprendente, tenace a coraggiosa prozia.
Didia Bargnani

La rassegna dei libri del mese

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Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

 

Il più discusso tra i titoli presenti sul nostro Gruppo FB nel mese appena concluso è La rosa inversa, di Maria Attanasio. La storia si apre agli inizi del Novecento quando Giacomo Flerez, retrogrado conservatore e anti-unità d’Italia, discendente della casata Henares, prende possesso di un’ala del palazzo di famiglia e vi scopre una stanza segreta.

 

 

Novità in arrivo

 

Ben venga maggio, coi suoi libri: nel mese più importante per l’editoria italiana, vediamo insieme cosa propongono le case editrici, tra i molti titoli a disposizione.

 

Liz Moore, Le Canzoni Di New York (NN) racconta il lato nascosto dell’industria musicale nella New York degli anni Duemila sullo sfondo di un palcoscenico di sogni evanescenti e concreti allo stesso tempo.

 

La Cacciatrice Di Comete  di Penny Haw (TRE60) si ispira alla vita vera di Caroline Herschel, una delle figure più straordinarie della storia della scienza .

 

Assassinio A World’s End di Ross Montgomery (Longanesi) è un giallo brillante ambientato in Cornovaglia nel 1910, durante il passaggio della cometa di Halley, una lettura elegante e piena di sorprese.

 

Consigli per gli acquisti

 

La Scimmia Antropomorta, di Olivia Ninotti (Solferino 2026) , un saggio che illustra brillantemente come il passaggio dalle comunità tribali originarie alle relazioni digitali di oggi, abbia trasformato profondamente la nostra mente e la nostra società.

 

Kaal Il Figlio Della Pietra, di Michele Spanu (Jolly Roger, 2026) Ambientato nel 600 avanti Cristo, durante il periodo dell’invasione cartaginese della Sardegna e vede protagonista  il figlio adolescente del capo tribù dei Sossinati, decisi a resistere a un nemico all’apparenza invincibile.

 

Incontri con gli autori

 

Abbiamo intervistato per voi gli autori più richiesti del momento: leggete le nostre interviste a Ilaria RossettiDario FerrariAlessandro Robecchi, François MorlupiEnzo LinariMichele Spanu.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

La giusta severità della maestra Pedrelli

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Quando mi hanno detto che la maestra Pedrelli è andata via dal paese ho provato una grande tristezza. Ora sta nel ricovero per anziani, tra le colline. Non che la notizia sia giunta inaspettata: dopotutto, pur essendo arrivata quasi a novant’anni ancora lucida, aveva da tempo dei problemi alle gambe che le impedivano di far da sola.

Andrò a trovarla, la mia maestra. Lo farò perché ogni volta che passo davanti al vecchio edificio delle scuole elementari il pensiero corre a lei, rigorosa ed esigente, sempre vestita con abiti quasi monacali e dotata di una incrollabile fede nel fatto che ci avrebbe, volenti o nolenti, insegnato a leggere, scrivere e far di conto. Era severa, la Pedrelli, ma giusta. Una sola volta perse del tutto la pazienza, quando prese Riccardo per le orecchie , gridandogli “esci dal banco“, tirandolo energicamente. Ricordo la scena: quello resisteva, avvinghiandosi al doppio banco come un polipo. Era uno di quei banchi di una volta, a due posti, con i buchi per infilarci il calamaio. Era pesante, pesantissimo. La maestra, rossa in volto, lo tirava per le orecchie. Riccardo, a denti stretti, con le labbra bianche per il dolore e le orecchie ormai violacee, non mollava la presa. Toccò alla Pedrelli gettare la spugna e chiamare a gran voce il bidello perché accompagnasse il mio compagno di classe al giusto castigo, dietro alla nera lavagna d’ardesia. Se avesse insistito ancora un po’, le orecchie di Riccardo le sarebbero rimaste in mano. E, nonostante le avesse infilato un rospo ripugnante nella borsetta, non meritava il distacco dei padiglioni auricolari. Per quanto mi riguarda, a scuola mangiavo le matite. Rosicchiavo il rivestimento di legno  fino alla mina e a vlte rimaneva l’ombra della grafite sulle  labbra. Mi rimproverava ma quel vizio era più forte di me. Una perdizione.  C’è voluto del tempo per  farmelo passare anche se alle matite sostituii le unghie delle mani. Le povere unghie , indifese, diventarono il bersaglio contro il quale mi scagliavo quando dentro di me si agitavano paure, disagi e insoddisfazioni. Sarà pure un brutto vizio ma, credetemi, faceva meno male che mangiarsi le matite. Per raggiungere la scuola di strada non dovevo farne tanta. Dalla casa di ringhiera al centro della frazione c’era, più o meno, un chilometro. Scendevo fino al “triangolo”, un prato cintato da un muretto basso che formava quella forma geometrica, dividendo  in due la strada. A destra il lungo il viale alberato che portava al crocevia, al Circolo Operaio e alla vecchia passerella sul Selvaspessa. A sinistra si finiva dritti nel “cuore” del paese. La cartella, a quei tempi, non pesava come quelle dei ragazzini di oggi che viaggiano piegati in due sotto il peso degli zaini affardellati. Avevo avuto la fortuna di ereditarne, da uno zio, una di pelle. Era consumata ( oggi si direbbe “vissuta”)  ma faceva ancora egregiamente la sua parte ospitando la coppia di quaderni a righe e a quadretti, il sussidiario, la cannuccia e i pennini, la matita e la gomma bicolore. Fino all’avvento della cinghia d’elastico, sono andato avanti così, sfruttandone la comodità. Ovviamente avevo il mio bel grembiule blu con un gran fiocco bianco che, immancabilmente, scioglievo senza riuscire a rifarlo: tant’è che la maestra incaricava Laura – più grandicella di un anno –  a rifarmi la galla. Lei, a dire il vero, sembrava ben contenta di quest’incombenza e io la lasciavo fare,  ringraziandola a denti stretti, più per timidezza che per imbarazzo. A quell’epoca, con i capelli tagliati corti e con la riga di lato, mi pareva di mettere in evidenza un orecchio a sventola. Uno solo, il sinistro che, pur essendo appena pronunciato – a causa  della postura a cui ero stato costretto quando avevo pochi mesi di vita, causa una lunga degenza ospedaliera per una brutta gastroenterite – mi pareva un orribile difetto al punto da paragonarmi al brutto anatroccolo. Così cercavo di pareggiare i miei limiti studiando a testa bassa. Quando suonava la campanella, entrava in classe l’insegnante. Tutti in piedi, di scatto, cantilenando un “Buongiorno, signora maestra” accompagnato dall’immancabile preghiera del mattino. Mi annoiavo alle prime prove di scrittura, sotto dettato: pagine di aste e dirampini per imparare a fare il punto interrogativo, seguite a ruota dai cerchi tondi delle “o” a cui s’aggiungeva una timida gambetta in basso a destra per trasformarle in “q di quaderno“. M’annoiavo perché sapevo già leggere e scrivere grazie alla Tv, al maestro Alberto Manzi e alla sua trasmissione “Non è mai troppo tardi“. Realizzate allo scopo di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che avevano superato l’età scolare per contrastare l’analfabetismo, le trasmissioni del maestro Manzi ( che accompagnava le sue parole con degli  schizzi a carboncino su una lavagna a grandi fogli bianchi ) erano di una  semplicità disarmante e anch’io, a poco più di cinque anni, avevo imparato a tenere in mano la penna e ad usare le lettere dell’alfabeto per formare le parole. Sono stati anni felici quelli passati a scuola con la maestra Pedrelli. Ne conservo un buon ricordo, forse annebbiato e ammorbidito dal tempo, ma credo che siano stati davvero così. Del resto, l’età dei bambini è quella per cui si prova la maggior nostalgia e anche i doveri erano tollerati. Ricordo i giochi durante l’intervallo quando – vocianti – invadevamo come delle cavallette il giardino spelacchiato della scuola, dove allo scalpiccio delle nostre scarpe resistevano solo rari e tenaci ciuffi d’erba. Ricordo la pazienza di Giulio Stracchini, operaio del comune addetto alla caldaia che durante inverno alimentava con ciocchi di legno e pezzi di carbone. I più disperati gli nascondevano il berretto per scherzo ma lui non se la prendeva mai: faceva finta di minacciarli, agitando la mano aperta, ridendo con bonomia sotto quei suoi baffoni grigi. E i bidelli? La signora Lia e il signor Gianni: quanta pazienza anche loro. Dovevano pulire le aule, ramazzare i corridoi e sovrintendere al buon funzionamento della scuola. Oggi non ci sono più  ma sono certo che, per aver dovuto sopportare generazioni di ragazzini, si saranno certamente guadagnati un posto tranquillo nel paradiso dei bidelli, dove si può lavorare a maglia o leggere il giornale senza che nessuno dia loro il benché minimo grattacapo. I ricordi me li ravvivano alcuni dei compagni di scuola di allora con i quali, talvolta, ci si incontra per strada. E poi c’è la maestra Pedrelli. Uno di questi giorni andrò a trovarla alla casa di riposo. Sono pronto a scommettere che, dopo avermi salutato, il suo sguardo si poserà sulle mie mani e mi dirà, con tono critico: “Ma come? Ti mangi ancora le unghie, alla tua età?”.

Marco Travaglini