Magnifica Torino / Piazza Castello
Un’idea deliziosa per gustare il cavolfiore. Ideale come antipasto o contorno, sono facilissimi da preparare e raffinati da presentare.
Ingredienti per 8 sformatini
1 cavolfiore viola
3 uova intere
30gr.di parmigiano grattugiato
100ml di panna liquida fresca
Sale, pepe, burro
per guarnire
Parmigiano grattugiato
Latte
Nocciole tostate
Cuocere a vapore il cavolfiore. Quando cotto, lasciar raffreddare poi frullare in mixer con le uova, il parmigiano, il sale ed il pepe.
Imburrare 8 stampini da creme caramel, versare il composto e cuocere a bagnomaria coperto con un foglio di alluminio per circa 30/40 minuti. Preparare la salsa facendo fondere il parmigiano con poco latte o panna liquida e tritare le nocciole. Servire lo sformatino capovolto nel piatto nappato con la salsa e spolverizzato con il trito di nocciole. Servire tiepido.
Paperita Patty




Una preparazione dedicata ad un momento di festa che soddisfera’ anche i palati piu’ raffinati
Eccovi una proposta deliziosa a base di pesce per un antipasto originale e d’effetto. Una ricetta delicata, un’armonia di sapori resi ancora piu’ invitanti dalla presentazione in conchiglie di capesante, una preparazione dedicata ad un momento di festa che soddisfera’ anche i palati piu’ raffinati.
Ingredienti per 8 persone:
300gr. di filetto di nasello
300gr. di salmone fresco
10 code di gaberoni
250gr. di besciamella
100gr. di parmigiano grattugiato
100gr. di emmenthal
Sale, pepe, prezzemolo q.b.
Cuocere a vapore il nasello, il salmone e le code di gambero, lasciar raffreddare. In una ciotola sminuzzare il pesce, salare, pepare, aggiungere tre cucchiai di parmigiano, l’emmental tagliato a cubetti, il prezzemolo tritato e la besciamella. Mescolare con cura, riempire con il composto ottenuto i gusci delle capesante, cospargere di parmigiano e infornare a 200 gradi per 10 minuti poi lasciar gratinare sotto il grill sino a completa doratura. Servire la conchiglia calda su un letto di insalatina.
Paperita Patty
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Lunedì. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce EroCaddeo.
Martedì. Al Blah Blah suonano i Dust e i My Supremacy.
Mercoledì. All’Hiroshima si esibiscono i Ketama 126. Al Blah Blah suonano gli All You Can Hate + Neyja.
Giovedì. Al teatro Colosseo va in scena “Da quarant’anni… Fra la Via Emilia e il West”, riproposizione del concerto del 21 luglio 1984 in piazza Maggiore a Bologna davanti a 150000 persone. Verrà eseguito dai Musici di Guccini. Al Vinile si esibisce Sergio Moses & Tony Gruttola. All’Hiroshima è di scena Matteo Mancuso. Alla Divina Commedia suonano gli Acusticomanie. Al Blah Blah si esibiscono i Ulan Bator. Allo Ziggy sono di scena Le Capre a Sonagli + Kairoskiller. Al teatro Garibaldi di Settimo, debutta come cantante Moni Ovadia con il disco”Yiddish Blues” affiancato sul palco da Gazich e Famulari. Al Magazzino sul Po suona Larsen + Lori Goldston.
Venerdì. Al teatro Colosseo va in scena “Break Free -Long Live The Queen” con la miglior tribute band europea. Al Magazzino sul Po si esibisce Marxos + Melee X Cardine. Al Folk Club suona Sarah Lee Guthrie & Radoslav Lorkovic. Al Peocio di Trofarello è di scena John Macaluso And Friends. Al Circolo Sud si esibisce Giustino. Al Circolino suonano Only Pleasure Swing & Roll.
Sabato. Allo Ziggy sono di scena Deathless Legacy + Stave The Grave. Al Blah Blah suonano gli Infall + Noise Trail Immersion.
Domenica. All’Inalpi Arena arriva Gianni Morandi. Al Magazzino sul Po suonano i Mombao. Alla Divina Commedia si esibisce La Bbbanda.
Pier Luigi Fuggetta
All’osteria del Crocevia ci si trovava in compagnia. Soprattutto il sabato sera. Nel locale l’aria era densa come la nebbia di Milano. Solo che non era la fitta bruma che saliva dai Navigli ma il fumo dei sigari toscani e delle “nazionali” senza filtro. Un’aria malsana e spessa, da tagliare con il coltello. Sui tavoli infuriavano discussioni “ a molteplice tema” ( come diceva l’ex agente del dazio, Alfonso Merlone). Sport – con ciclismo e calcio a far da padroni -, politica, vicende del paese s’intrecciavano in una baraonda dove sfiderei tutti voi a trovare il bandolo della matassa , tant’era intricata. E le partite a carte? Combattutissime, “tirate” allo spasimo tra segni e parole, “liscio e busso” e compiaciute manate sulle spalle tra i soci. Il “campionario umano”, come avrebbe detto il dottor Segù, era di prim’ordine.

Il più vecchio era il “Babbo”, un toscanaccio tutto nervi che aveva superato gli ottant’anni da un pezzo. Quando lo tiravano fuori dai gangheri urlava “Ti sbuccio!”, minacciando l’interlocutore con un coltellino che non serviva nemmeno a far schiudere il gheriglio di una noce dal tanto che era piccino. Tutta scena, ovviamente, perché non sarebbe mai stato capace di far male ad una mosca. Nemmeno quella volta che Dante Marelli, gli offri una Golia. L’ometto era golosissimo della liquirizia e quelle caramelline lo facevano impazzire. La scartò al volo e se la infilò in bocca …sputandola, disgustato, un attimo dopo. Nella carta della Golia il perfido Dante aveva avvolto una piccola pallina di cacca di capra. A prima vista sembrava proprio una caramella e la golosità aveva tradito l’anziano che diede fondo, in breve, al suo repertorio di parolacce e bestemmie, giocandosi le residue “chance” di poter accedere – se non proprio al paradiso – quantomeno al purgatorio. Una sera entrò tutto trafelato anche Quintino, con il volto e le mani “sgarbellate“, cioè graffiate. Aveva lasciato da meno di un’ora l’osteria, salutando tutti, ubriaco da far paura, ed insieme a Berto Grada erano partiti alla volta di Oltrefiume. I due, traditi dal vino e dall’asfalto bagnato, erano finiti con la Vespa giù dritti per la scarpata della ferrovia, infilandosi tra i rovi sul greto del torrente. Berto, più per lo spavento che per la botta, era svenuto. E Quintino, dopo averlo cercato al buio, gridando il suo nome, spaventatosi per il silenzio dell’amico, era tornato all’osteria – barcollando – per chiedere aiuto. Erano una coppia di “originali“. Berto lavorava come muratore e a tempo perso dava una mano ad Alfonso che di mestiere faceva il becchino al cimitero di Baveno, in cima al viale dei Partigiani. Lavorava come una ruspa e capitava spesso che bisognava intimargli “l’alt” mentre scavava una fossa perché, se stava per lui, non era mai abbastanza profonda, con il rischio di rimanere lui stesso sepolto vivo se gli franava addosso l’enorme cumulo di terra. All’osteria lo prendevano in giro perché era tanto buono ma anche un pò tontolone. Mario il Milanese l’aveva preso di mira con i suoi scherzi. Quando Berto comandava un piatto di trippa in umido o di minestra di fagioli, lo faceva distrarre per allungargliela con un mestolo d’acqua tiepida. Il Berto continuava a mangiare finché nel piatto restava solo un brodo insipido e leggero come l’acqua. Per fortuna c’era Maria, cuoca dal cuore d’oro, a difenderlo quando s’esagerava. Brandendo il grosso mestolo che serviva per girare la polenta, minacciava i burloni gridando: “Basta adesso. Il gioco è bello se dura poco. Lasciate stare il Berto, altrimenti vi faccio assaggiare questo bastone sulla gobba e vi assicuro che sono di mano pesante”. Maria metteva d’accordo tutti. Aveva un certo stile, deciso e convincente. Ma, essendo d’animo buono, perdonava tutti. A volte capitava che si venisse accolti per una rapida visita alla cucina esterna dell’osteria. Era quello il suo vero “regno“, ricavato dall’antica stalla. Accedervi era un privilegio. Il pavimento era stato ribassato rispetto al resto della costruzione. Il grande camino veniva utilizzato per l’essiccazione delle castagne ed i ganci appesi al soffitto servivano per asciugare i salami, che dopo la macellazione venivano appesi per una decina di giorni a “sudare”, sgocciolando il grasso. Nella cucina Maria aveva conservato diversi attrezzi che venivano utilizzati in passato: la cassetta per la conservazione della farina per la polenta o per quella di castagne; le terracotte, i tund, cioè i piatti e il paiolo di rame per la polenta; il querc, il coperchio che veniva utilizzato per servire le portate , come nel caso delle frittate; il putagé, un fornello a braci dove si poteva fondere il lardo. Attorno al camino, vicino alla soglia in pietra c’erano le molle, il barnasc (la paletta per le braci), il frustino in legno di bosso utilizzato per mescolare la polenta. La semplicità e l’accoglienza di quell’ambiente ci ricordava i tempi della nostra gioventù, la sobrietà dell’alimentazione a base di polenta, consumata tutti i giorni, e di minestra, preparata la sera, il cui avanzo costituiva la colazione del mattino dopo. I ricordi erano come una bacchetta magica che faceva tornare d’incanto la serenità ed anche Mario il milanese, a quel punto, prendeva sottobraccio Berto, scusandosi in una maniera che il Grada accettava subito – scusate il gioco di parole – di buon grado : offrendo pane, formaggio e vino buono.
Marco Travaglini
Una ricetta insolita un dolce a base di zucchine, vero? Il risultato credetemi vi stupira’, e’ un dolce soffice e profumato, veloce da realizzare, adatto a tutti, ideale per ogni momento della giornata, provare per credere!
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Ingredienti
250gr. di farina 00
3 uova intere
180gr. di zucchero
80ml di olio di semi
30gr. di uvetta
50gr. di cioccolato fondente
20gr. di noci
200gr. di zucchine fresche
1 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di cannella (facoltativo)
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Lavare le zucchine, grattugiarle e lasciarle scolare per almeno un’ora per eliminare l’acqua di vegetazione. Nel mixer sbattere lo zucchero con le uova, aggiungere la farina, la bustina di lievito e l’olio di semi. Aggiungere all’impasto le zucchine, il cioccolato ridotto a scaglie, l’uvetta precedentemente ammollata in acqua tiepida e strizzata, le noci tritate e un pizzico di cannella in polvere. Mescolare bene e versare in uno stampo da plum cake foderato con carta forno. Cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 45 minuti. Lasciar raffreddare e servire a fette.
Paperita Patty
Questi scatti suggestivi e anche curiosi (da notare Batman in una delle foto…) ci sono stati inviati dalla lettrice Daniela Ceron che ringraziamo.


Sugli schermi “È l’ultima battuta?”, per la terza volta Bradley Cooper alla regia
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Ci riprova, e ci riprova benissimo, Bradley Cooper a buttare le sue opere in veste di regista e noi stessi giù dentro il mondo dello spettacolo, sia che lo faccia con una nuova trascrizione di “È nata una stella” (2018) – omaggio all’arte di Lady Gaga -, o con “Maestro” (2023) dedicato alla bacchetta di Leonard Bernstein (camuffato lui dietro un ben gossippato all’epoca naso posticcio) e al suo matrimonio, pieno di tradimenti, con l’attrice Felicia Montealegre, oppure oggi con “È l’ultima battuta?”, il drammatico, tutto sorrisi e lacrime, autentico, sfacciatamente aperto panorama familiare che sta alle spalle e intorno al protagonista. Una bisturizzata crisi di coppia, un legame senza fine che non accenna a finire, con due bambini al seguito, attraversata da una scrittura che affascina, dovuta alle penne dello stesso regista e del protagonista Will Arnett in compagnia di Mark Chappell, a far da collante tra idea e realizzazione il cabarettista inglese John Bishop che Arnett aveva avuto modo di incontrare e di ascoltare nel racconto delle traversie del suo divorzio.
Il matrimonio tra Alex e Tess dopo vent’anni è arrivato al capolinea, lui procede a fatica e lei è decisamente scontenta di quel trantran, crisi di mezza età tout court, forse non hanno più niente da dirsi, vorranno mantenere rapporti d’amicizia nel proposito di non sciupare quelli d’amore e coinvolgimento (paterno) che hanno con i marmocchi, farlo magari in punta di piedi (“dobbiamo lasciarci vero?”, “credo anch’io di sì”), lei a chiedere il divorzio in una serata in cui si è in bagno e ci si lava i denti, lui che sloggia dalla solida bella villa alle porte di New York per trovare rifugio in un più o meno rassicurante appartamentino da scapolo o per incappare nei consigli di genitori più o meno apprensivi a cui affidare i bambini. È per non pagare in una serata vuota l’ingresso in un locale che Alex si esibisce, d’obbligo, per la prima volta in vita sua, è chiaro, in una sorta di assolo comico – ma non staremo, con il passar del tempo, dalle parti di una lunga seduta psicanalitica? – di quelli che vanno sotto il nome di stand-up comedy, una pedana e un microfono, un pubblico di poche persone ma pur sempre un palcoscenico, a raccontare un po’ dei fatti propri più recenti, tra un sorriso e un’ansia. Ma il pubblico lo applaude e lo applaudirà nelle serate successive, perché lui da quella pedana non può più staccarsi. una seconda pelle. Un confessionale non trovato mai. Anche la vita di Tess può cambiare, da quando, forte del suo passato, le è stato proposto di diventare assistente allenatrice della squadra femminile degli States per le prossime Olimpiadi estive. Tra una visita e l’altra, con una scusa o per portare i figli a scuola (Alex è il padre degli anni Duemila che dà la mano al vecchio Ted del Dustin Hoffman di “Kramer contro Kramer”, eravamo nel ’79 come dei tanti altri padri tornati single pronti a dare una mano in quella direzione che negli anni abbiamo visto al cinema), tra un momento di rappacificazione e qualche bisticcio, tra il continuare a frequentare una coppia di amici che soffrono dei loro stessi mali e delle insicurezze quotidiane, la vita prosegue con qualche ripensamento. Mentre una sera, entrando nel locale in compagnia, Tess scopre l’altra faccia di Alex, lì a dipanare il racconto della sua vita.
Ottima scrittura dicevamo, film dove la regia di Cooper appare appartata, mai ingombrante, pronta a lasciare tutto lo spazio possibile alla bravura di una coppia che pare essere vissuta insieme da sempre, Arnett – felicissima scoperta – eccezionale nei tempismi e nel buttar fuori parole, nel proporsi a chiunque gli stia intorno, alla platea come all’amico di sempre che ha il faccione di Cooper stesso (lui viaggia tra i minimi successi e il ripetersi di provini per pellicole di serie B, percorso amaro ma abituale per chi voglia sfondare nella Grande Mela), nei momenti di sconforto come in quelli d’allegria e di risalita; lei, Laura Dern, bravissima, anche se per chi scrive ha qualcosa di fisico che combacia a fatica con il partner in questione. C’è la nevrosi e una certa frenesia di Allen, c’è il cinema di Tom Hanks e Meg Ryan ma toglietegli per carità tutto il dolciastro, qualche punta rabbiosa di Baumbach, c’è un montaggio che corre a mille e incanta, c’è tutta New York e le passeggiate a due la sera, i ristoranti e i localini, la notte e il giorno e i viali alberati, le battute mozzafiato e la metropolitana: un ampio panorama a circondare un senso di vuoto, pronti a scoprire che anche quel vuoto è un angolo non secondario delle nostre storie. C’è il grandissimo Cassavetes. C’è il robusto vivace intrigante cinema americano degli anni Ottanta. È la vita, quella vera, riportata in un taccuino d’appunti che i bambini scoprono e cominciano a leggere e a fare domande, piccole e angosciose: è una vita che si vuol far annegare nella fantasia, ma non sarà mai vero, per cui bisogna farla vivere, questa vita. È la vita, quella vera, seguita passo passo, da vicinissimo, con la fotografia dell’abituale Matthew Libatique ma con la macchina da presa nelle mani di Cooper, ben salda sulla sua spalla e portata sul viso e sulla nuca dell’uomo e della donna, ossessivamente.
In un happy end che lascia un po’ l’amarognolo in bocca, c’è una frase dentro la coppia, qualcosa che suona più o meno “va bene, lo voglio, voglio continuare a vivere la mia infelicità ma viverla con te.” Suona difficile a volte allontanarsi, staccarsi completamente da un vissuto che anche i litigi e le amarezze (“mi hai lasciata molti anni da sola in questa relazione”) hanno attraversato, giorno dopo giorno. Purché si rimanga “infelici insieme”, portandoci appresso imperfezioni e ripensamenti, tutti i forse del mondo.