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Torino dall’alto: l’esperienza gastronomica che conquista al Piano 35

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
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Torino sa stupire, e questa volta lo fa con l’eleganza sospesa del Ristorante Piano 35, all’interno del Grattacielo Intesa Sanpaolo, il più iconico della città. Da qui, la vista è qualcosa che va oltre il semplice panorama: un respiro ampio su tetti, viali, colline fino all’arco delle alpi. L’occhio si perde tra i dettagli urbani mentre la luce filtra attraverso la serra bioclimatica, trasformando ogni pranzo o cena in una parentesi sensoriale fuori dal tempo. Non è solo cucina d’alta quota, è un modo diverso di vivere la città.
Un viaggio tra sapori audaci e tecnica impeccabile. A guidare questo percorso enogastronomico ci sono Marco Sacco e Christian Balzo, chef che non temono di osare. I loro tre percorsi degustazione propongono un equilibrio perfetto tra inventiva e precisione. L’esperienza è multisensoriale, ogni piatto racconta una storia fatta di consistenze, abbinamenti inaspettati, ricordi rielaborati. Uno su tutti, lo storione con pesche, umeboshi, marshmallow, warasoya e wasabi: un piatto che sorprende e lascia il segno. Impeccabile il risotto all’aglio nero con gamberi di fiume, robiola e ciorella, eseguito con una tecnica che sfiora la chirurgia. L’atmosfera è rilassata ma attenta, mai rigida, con piatti dinamici e giocosi, pensati per incuriosire.
Un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Il ristorante propone anche la celebre carbonara au coq, piatto iconico del ristorante Piccolo Lago, da comporre direttamente al tavolo. Un’idea che parla di partecipazione, di gioco, ma anche di grande tecnica: la preparazione si trasforma in un piccolo rito condiviso, che unisce convivialità e alta cucina. È uno dei momenti più apprezzati del menu, capace di coinvolgere anche i palati più tradizionali. A completare l’esperienza, un servizio misurato e attento. Ogni dettaglio è curato con eleganza e precisione, in perfetto equilibrio tra formalità e calore umano. Il personale è preparato, disponibile, capace di guidare senza invadere, di raccontare i piatti senza mai renderli ostentati.
In questo spazio sospeso tra vetro, acciaio e cielo, la cucina si fa racconto e la città diventa scenografia. Il Piano 35 è più di un ristorante panoramico: è un luogo dove Torino si lascia riscoprire a ogni boccone, dove la tradizione incontra la sperimentazione e dove ogni elemento – dal design al menu parla la lingua della qualità. Una destinazione da vivere almeno una volta, per chi cerca un’esperienza che vada oltre il semplice mangiare bene. L’esperienza al Piano 35 non si esaurisce con l’ultimo piatto servito. È un percorso che rimane addosso, che continua anche dopo aver lasciato il tavolo. La carta dei vini, curata con grande attenzione, accompagna ogni portata con scelte che valorizzano tanto il territorio quanto le etichette più internazionali, selezionate per armonizzarsi perfettamente con l’identità del menu. La stessa filosofia si ritrova nei dolci, che chiudono il pasto con leggerezza e creatività, senza mai perdere in coerenza.
In un’epoca in cui l’alta cucina rischia di diventare spettacolo fine a sé stesso, qui si riscopre l’equilibrio tra emozione e contenuto. Piano 35 non cerca di stupire a ogni costo: preferisce raccontare, evocare, far riflettere. E ci riesce con la discrezione di chi sa, e non ha bisogno di dimostrarlo. Che siate torinesi in cerca di una nuova prospettiva sulla vostra città o viaggiatori curiosi con il desiderio di esplorare Torino anche con il palato, questo è un indirizzo che vale la salita. Letteralmente.
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Noemi Gariano

Petto di pollo al limone: la bontà delle cose semplici

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Una ricetta appetitosa, sorprendentemente profumata che vi stupirà per la sua leggerezza, morbidezza e bontà

 

La carne di pollo apprezzata per le sue propreita’ nutritive e’ adatta a tutta la famiglia. Pochi semplici ingredienti per una ricetta appetitosa, sorprendentemente gustosa e profumata che vi stupira’ per la sua leggerezza, morbidezza e bonta’.

 

Ingredienti:

1 Petto di pollo intero

1 bicchiere di vino bianco secco

1 limone non trattato

1 spicchio di aglio

Olio,sale,pepe, rosmarino q.b.

 

In una pentola scaldare l’olio con l’aglio e il rametto di rosmarino. Rosolare a fuoco vivace il petto di pollo, salare, pepare e sfumare con il vino bianco, abbassare la fiamma, lasciare insaporire e cuocere coperto per circa un quarto d’ora. Lavare il limone e con un rigalimoni o un coltellino affilato, prelevare striscioline di scorza sottilissime da aggiungere al pollo poi, aggiungere tutto il succo filtrato del limone. Lasciar cuocere lentamente per circa mezz’ora aggiungendo, se necessario, un mestolino di acqua calda. Lasciar consumare la salsa, affettare la carne e servire caldo.

Paperita Patty

Budinetti primaverili di asparagi 

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Gli asparagi, prelibati protagonisti della primavera, sono gustosi, ricchi di proprietà benefiche e molto versatili in cucina. Eccovi una facile e raffinata ricetta da proporre ai vostri ospiti

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Ingredienti per 8 sformatini: 
500gr. (puliti) di asparagi verdi 
200ml. di panna liquida 
2 uova intere 
50gr. di parmigiano grattugiato 
Sale, pepe, burro, olio, foglie di menta q.b. 
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Pulire e lavare gli asparagi, cuocerli a vapore poi scolarli e tagliarli a pezzi. Tenere da parte qualche punta per guarnire.  Frullare gli asparagi con la panna, unire le uova, un pizzico di sale, pepe a piacere e il parmigiano. Mescolare bene e versare negli stampini in acciaio precedentemente imburrati. Cuocere in forno a bagnomaria a 180 gradi per circa mezz’ora. Preparare la salsina emulsionando nel mixer l’olio con poche foglie di menta e sale.  Sformare i budinetti, guarnire con le punte di asparago ed un filo di olio alla menta. Servire tiepidi. 

Paperita Patty

Quante uova di Pasqua vi sono avanzate?

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PENSIERI SPARSI  di Didia Bargnani
Per qualche giorno ancora dopo Pasqua ci piace mangiare le uova di cioccolato ma arriva il momento in cui vorremmo non averle più in casa o perché ci hanno stufato, si sa, anche l’aragosta mangiata tutti i giorni, che barba, che noia o semplicemente perché non vogliamo più avere la tentazione di cedere alla golosità.
E allora finiamola una volta per tutte: una torta tenerina meravigliosa, fondente, umida e cioccolatosa è la soluzione perfetta.
Per uno stampo di circa 18/20 cm. mi serviranno:
200 gr. di cioccolato, 70 gr. di olio di semi, 3 uova, 90 gr. di zucchero a velo, 20gr. di farina o fecola.
Accendo il forno a 180 in modalità ventilato, sciolgo il cioccolato a bagno maria, faccio raffreddare, aggiungo l’olio.
In un’altra ciotola monto con le fruste elettriche le uova con lo zucchero e unisco la farina setacciata. Aggiungo il cioccolato precedentemente sciolto e mescolo il tutto.
Verso l’impasto nello stampo foderato con carta forno e possibilmente un po’ imburrato.
La Tenerina è pronta per essere infornata; il forno deve essere già a temperatura.
Dopo circa 30 minuti il dolce sarà pronto, se desidero una consistenza meno umida lascerò cuocere qualche minuto in più, cospargo di zucchero a velo e con una tazza di tè o un caffè dico addio alle uova di Pasqua, almeno fino al prossimo anno.

Guerra!

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IL PUNTASPILLI  di Luca Martina

Alcuni storici ritengono che Hitler non avesse alcuna intenzione di scatenare una guerra mondiale (ignorando il rischio di vedere schierato contro di sè tutto il mondo occidentale).

Fu il lassismo e la sottovalutazione dei rischi da parte degli altri paesi europei (sancita dalla Conferenza di Monaco) a consentire alla Germania di occupare impunemente, a partire dal1938, l’Austria (annettendola), la Polonia e, via via, gli altri Paesi che riteneva dovessero appartenere alla Germania rendendo quindi inevitabile l’esplosione di un conflitto su scala globale.

Detto per inciso: gli Stati Uniti erano in quegli anni nel pieno di un’ondata isolazionista, concentrati sulla ripresa del loro Paese, fiaccato dalla Grande Depressione e dalla politica economica protezionista varata sotto la presidenza Hoover (lo Smoot-Hawley Tariff Act impose dazi fino al 59% sulle importazioni Usa) che non aveva fatto altro che prolungarne la durata.

Il New Deal del presidente Roosevelt, varato nel 1934, stava allora faticosamente cercando dispiegare i suoi effetti, anche attraverso la firma di trattati di libero scambio, ma l’opinione pubblica (la Depressione ancora lungi dall’essere dimenticata) era decisamente ostile ad un coinvolgimento in un conflitto così lontano dai confini americani ed estraneo ai suoi interessi.

Venendo ai giorni nostri, non sappiamo se la dichiarazione di guerra (commerciale) pronunciata da Trump derivi da una inconsapevolezza delle sue potenziali conseguenze, se sia una precisa strategia (mal concepita) di “conquista” dei mercati mondiali o semplicemente un passo, più lungo della gamba, della volontà di imporre agli altri Paesi le sue regole di negoziazione.

Quello che è certo è che gli atti di ostilità commerciali (e si spera restino solo tali) si stanno moltiplicando con una violenza impensabile anche solo pochi mesi fa e la possibilità di una decisa contrazione degli scambi internazionali (uno dei maggiori motori della crescita mondiale degli ultimi ottant’anni), dalle conseguenze imprevedibili, è diventata estremamente reale.

Non voglio dilungarmi oltre sull’analisi di quanto sta ponendo in atto l’inquilino della Casa Bianca in quanto diventerebbe obsoleta prima ancora che l’inchiostro abbia il tempo di asciugarsi…o così almeno si sarebbe detto nell’era della carta stampata.

 

Quello che volevo affrontare è, invece, il comportamento dei mercati finanziari.

È ben noto come gli investitori detestino le situazioni d’incertezza: è impossibile attribuire un valore ad un’azienda (è questo che fanno i mercati azionari attraverso le loro quotazioni) se non si riesce a prevedere quale sarà il loro andamento futuro e con quale livello dei tassi di interesse si attualizzeranno i loro flussi di cassa futuri (il valore di una somma percepita va riportata ad oggi, scontandola per un tasso di interesse).

Quando sta avvenendo costituisce senza dubbio il massimo livello di indeterminatezza alla quale abbiamo mai assistito e fa impallidire le crisi russa e dei paesi asiatici dei primi anni ‘90, la bolla dot-com del 2000 e la grande recessione del 2007-8 nonché l’esplosione della pandemia scatenata dal Covid.

Stiamo parlando di quella che verrà probabilmente ricordata come la prima recessione consapevolmente (?) auto-indotta.

Come reagire di fronte a un simile salto nell’ignoto? L’unica arma in possesso degli investitori è quella di vendere ciò che è in loro possesso, provocando così pesanti ribassi dei listini.

La discesa dei prezzi ha, a sua volta, effetti devastanti sulla psicologia dei risparmiatori (gli studi in materia di Kahmeman e Tversky hanno fruttato loro un Nobel per l’economia nel 2002) e questo scatena nuove ondate di panico e nuove discese dei prezzi.

Il meccanismo è destinato ad esaurirsi quando l’incertezza si riduce o, nel caso peggiore, quando le vendite hanno svuotato completamente i portafogli degli investitori più emotivi.

Va infatti, ricordato, per citare Warren Buffet, che “il mercato azionario è un meccanismo (infernale, n.d.r.) per trasferire la ricchezza dagli impazienti ai pazienti” e che occorre “essere impauriti quando gli altri sono avidi e avidi quando tutto sono impauriti”.

Un altro vecchio e pur sempre valido adagio di Wall Street recita, infatti, che i mercati salgono inerpicandosi sui ripidi muri delle preoccupazioni (“markets climb a wall of worry”).

Ma, si sa, la storia, la logica e il sano buon senso tendono ad essere ignorati quando ci si convince (non sempre a torto) che a governare i mercati (e il mondo) sia l’imponderabile.

Eh sì perché mai avevamo assistito a qualcosa di assimilabile agli eventi delle ultime settimane e assai raramente la reazione dei mercati era stata così scomposta.

Ma allora chi ha ragione? Chi vende per evitare atterraggi ancora più duri, conseguenti ad un salto nel vuoto, o chi si tappa le orecchie, come Ulisse, per evitare di essere ammaliato (terrorizzato) dalle sirene (di allarme)?

Nel breve termine, spesso vendere diventa una via d’uscita non solo ragionevole, serve per alleggerire il pesante fardello psicologico delle notizie che quotidianamente funestano umore e portafogli, ma anche corretta (se non si vende sui minimi assoluti, per qualche tempo si avrà la sensazione di essere usciti “bene”, viste le circostanze).

Nel medio e lungo termine, al contrario, si potrebbe trattare (la storia insegna, anche se sul futuro non possiamo avere certezze) di una scelta inopinata in quanto le fasi negative (correzioni temporanee o più prolungati “bear markets”) sono sempre state brillantemente superate: l’economia prima o poi migliora, e con lei i profitti aziendali, e il progresso (sociale, tecnologico…) riprende il suo cammino senza guardarsi troppo indietro.

In questo momento i mercati stanno indicando chiaramente la via da seguire, “suggerendo” la negoziazione di tariffe ragionevoli (se proprio devono essere imposte) e consentendo coì all’economia di evitare di subire più di una semplice “recessione tecnica” (di breve durata), ritornando velocemente al suo percorso di crescita che potrebbe essere rinforzata presto dal completamento dell’agenda elettorale, composta in larga parte da tagli delle tasse e deregolamentazioni.

Ma cosa succederà allora nella situazione assolutamente unica che stiamo vivendo?

Occorre, innanzitutto, ricordare che tutto passa e che il presidente degli Stati Uniti non è un sovrano assoluto.

Questo significa che buona parte delle decisioni del presidente devono essere approvate o possono essere bloccate dal Congresso.

Purtroppo il “Trade Act of 1974”, una legge approvata dal Congresso durante la presidenza di Gerald Ford, attribuisce al presidente l’autorità di imporre dazi allo scopi di proteggere le industrie domestiche dalle importazioni estere (Safeguard Measures: acciaio e pannelli solari sono stati in passato oggetto di dazi per questo motivo), come risposta a pratiche scorrette (Unfair Trade Practices: una di queste è il caso dei dazi sulle esportazioni USA superiori a quelli imposti dagli Stati Uniti) o per proteggere la sicurezza nazionale (National Security: nei confronti delle importazioni che minaccino l’approvvigionamento da parte delle industrie nazionali di settori chiave, come quello militare o aerospaziale).

Ciononostante, in un Paese democratico è difficile (vorrei dire impossibile) governare a lungo senza il consenso del proprio corpo elettorale (e dei rappresentanti eletti) e da qualche settimana la compattezza della maggioranza repubblicana incomincia pericolosamente a scricchiolare.

Inoltre, a novembre 2026 le Midterm elections rinnoveranno tutta la camera dei rappresentanti ed un terzo dei senatori oltreché una buona parte dei governatori: arrivare a quella data nelle attuali condizioni porterebbe ad una severa sconfitta del partito del presidente (che ha promesso di cancellare l’inflazione e di innescare un boom economico) tramutandolo in una goffa e impotente “anatra zoppa” per il resto del suo mandato.

Questo potrebbe creare una situazione di stallo nell’economia (con un forte rischio di stagflazione, bassa crescita ed inflazione) o, nel caso più favorevole, incoraggiare al ritorno al tavolo negoziale, correggendo e limitando gli errori fatti nei primi mesi del nuovo mandato.

L’azione del presidente è ancora una volta la dimostrazione che cercare di forzare i meccanismi dei liberi mercati genera instabilità, incertezze e un danno economico (lo si vedrà nei prossimi mesi) e finanziario (già “contabilizzato” da azioni e obbligazioni).

Infatti, gli impatti disordinati delle forzature (è bastato l’effetto annuncio dei dazi) si sono già potuti vedere chiaramente non solo sui prezzi delle azioni (come ricordato in precedenza) ma anche sui tassi di interesse, sul tasso di cambio e sui prezzi delle materie prime.

La prospettiva di una guerra commerciale all’ultimo sangue con la Cina pone a rischio la sottoscrizione in massa delle emissioni di bond statunitensi (lo si è ben osservato nel balzo dei tassi delle scadenze più lunghe). Questo, unitamente alla possibilità che i forzieri cinesi decidano di iniziare a vendere parte dei titoli governativi statunitensi detenuti, rende più oneroso il debito e rischia così di avere un effetto recessivo.

Il dollaro, in balia dei timori sulla sua futura centralità negli scambi internazionali, sembra a sua volta avviato ad indebolirsi ulteriormente e ad essere così meno attrattivo per gli investitori.

Le materie prime risentono, infine, del peggioramento delle prospettive economiche e, nel caso del petrolio e del gas naturale, della possibilità di un eccesso di produzione sollecitato dall’agenda di Trump (Drill, baby, drill).

Gli Stati Uniti hanno costruito la propria grandezza sul libero mercato e pensare di renderla “nuovamente grande” riportando in auge pratiche protezioniste sembrava fin dall’inizio una pessima idea.

Farlo con i modi propugnati in questi primi mesi di presidenza rischia davvero di generare delle conseguenze molto severe per l’economia mondiale.

Per fortuna, sembra proprio il caso di dirlo, un presidente non è per sempre (il mandato è quadriennale) e i danni provocati da una mal concepita politica economica sono destinati ad essere limitati: possono essere molto gravi ma contenuti nel tempo e, perciò, non arrivare a cambiare in modo irrimediabile il mondo che ci sembrava di conoscere così bene, a partire almeno dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Siamo certamente in viaggio verso una Terra Incognita e chissà dove ci porterà ma la storia insegna che proprio uno di questi viaggi ha consentito, per puro caso, la scoperta del continente nel quale si è sviluppata poi la prima superpotenza del pianeta; proprio quella dalla quale provengono adesso segnali così preoccupanti…

Agli investitori spaventati e disorientati non si può allora altro che ribadire il mantra reso celebre dallo sfortunato film “Il corvo”: non può piovere per sempre…

Pur gocciolanti e infreddoliti non rimane che attendere che in cielo si riaffacci il sole che, anche se accecati dalle gocce d’acqua non lo vediamo, è sempre lassù, sornione e sorridente, dietro le nuvole, pronto a tornare a risplendere.

La versione originale, in lingua inglese, di questo articolo è stata pubblicata al seguente indirizzo: https://en.irefeurope.org/publications/online-articles/article/terra-incognita/  dall’Institute for Research in Economic and Fiscal Issues (IREF)

Golosi involtini pasquali in gelatina

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Un detto popolare recita ”Non c’e’ Pasqua senza uova”

Nel rispetto della tradizione, per una Pasqua all’insegna della convivialita’ e degli antichi sapori, vi propongo un facile e fresco antipasto ideale per il pranzo o per il picnic di Pasquetta che vede le uova come immancabili protagoniste del menu’ in una festa di colori e sapori.

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Ingredienti per 8 persone:

 

8 fette di prosciutto cotto tagliato spesso

6 uova sode

100 gr. di tonno sott’olio

1 cucchiaio di capperi

2 cucchiai di mayonnaise

1 cucchiaio di peperoni sott’aceto tagliati a striscioline

1 dado per gelatina

2,5 dl. di vino bianco

2,5 dl. di acqua

cucchiaio di aceto bianco

sale q.b.

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Tritare quattro uova sode con i capperi, il tonno, la mayonnaise;

farcire le fette di prosciutto, arrotolare ad involtino e sistemare in una pirofila preferibilmente in vetro. Nel frattempo preparare la gelatina: portare ad ebollizione l’acqua, far sciogliere il dado, mescolare, aggiungere il vino bianco e il cucchiaio di aceto, mescolare nuovamente e versare sugli involtini di prosciutto. Guarnire con le striscioline di peperone e le rimanenti uova tagliate a piacere. Lasciar raffreddare in frigo per almeno 3 ore.

Buona Pasqua a tutti i lettori.

Paperita Patty

Evitiamo di farci manipolare / 2

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Seconda parte 

Molto spesso non ci rendiamo conto di essere manipolati. Le emozioni che proviamo dovrebbero però metterci in guardia dal rischio che corriamo, ma non sempre siamo in grado di “tradurle” e di darci le corrette spiegazioni a livello razionale.

Quali sono queste emozioni e sensazioni? O almeno quelle che più facilmente si accompagnano alle situazioni manipolatorie? In questi casi è probabile che ne proviamo di due tipi principali, cioè la paura oppure il senso di colpa, a seconda delle modalità e dei comportamenti adottati dalle persone manipolatrici.

Che fondamentalmente possono avere o atteggiamenti più o meno aggressivi, che hanno appunto lo scopo di spaventarci, o più subdolamente comportamenti vittimistici, che vengono messi in atto con lo scopo di farci sentire inadatti nei nostri comportamenti e quindi di stimolare in vari modi in noi differenti sensi di colpa.

L’essenza del comportamento manipolatorio, che tende a far sì che le nostre reazioni siano confacenti con gli obiettivi del manipolatore, consiste nel farci fare qualcosa che in realtà noi, se non condizionati in qualche maniera, non faremmo o non vorremmo fare.

Questo condizionamento, dunque, viene attuato o attraverso atteggiamenti intimidatori carichi di una certa spesso sotterranea aggressività, e a volte con minacce più o meno velate, che hanno lo scopo di spaventarci, oppure con modalità vittimistiche.Dandoci la sensazione che il manipolatore stia subendo torti.

O che sia una persona sfortunata, maltrattata, offesa, ferita, non rispettata, ecc., in modo da sollevare in noi sentimenti pietistici che ci inducono a sentirci in colpa nei suoi confronti e quasi in dovere di riparare i torti che ha subito, anche se magari con quei torti noi non c’entriamo per nulla…

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.

(Fine della seconda parte)

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Allantè: La Creperia Torinese che Conquista i Palati

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Nel cuore di Rivalta, un angolo di Torino che riesce a mescolare tradizione e innovazione, c’è un luogo che sta rapidamente diventando il punto di riferimento per gli amanti della crepes: la creperia Allantè. Non è solo un locale dove mangiare una crepes; è un’esperienza che unisce sapori unici, ingredienti freschi e l’ospitalità torinese, che riesce a rendere ogni visita speciale. Quello che rende questo posto unico non è solo la qualità dei suoi piatti, ma anche la passione con cui ogni creazione viene preparata, a partire dalla scelta degli ingredienti, fino alla realizzazione finale.
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Un Vero Esempio di Eccellenza Torinese
Quello che più colpisce dei torinesi è la loro voglia di scoprire e apprezzare le eccellenze gastronomiche locali. La creperia Allantè è senza dubbio un riflesso di questa filosofia. Situata a Rivalta, ma a pochi passi dal centro di Torino, Allantè non è solo un luogo dove fare uno spuntino veloce, ma un angolo di Torino che invoglia ad assaporare crepes preparate con ingredienti freschi e ricercati, scelti per offrire al pubblico un’esperienza culinaria indimenticabile. Ogni crepes racconta una storia fatta di tradizione e passione per la cucina, ed è proprio questo che rende il locale così speciale agli occhi dei torinesi.
La proposta culinaria di Allantè si distingue per l’uso di prodotti di alta qualità, che spaziano dalle crepes salate a quelle dolci, tutte realizzate con maestria e attenzione al dettaglio. Non c’è dubbio che i torinesi apprezzino la possibilità di gustare piatti che parlano il linguaggio del territorio, arricchiti da ingredienti stagionali e sapori autentici.
Sapori Salati che Raccontano il Territorio
Tra le crepes salate, spiccano alcune combinazioni che raccontano perfettamente il gusto della stagione e la qualità dei prodotti utilizzati. Ad esempio, quando arriva la stagione della zucca, Allantè offre una crepes davvero speciale, con la dolcezza della zucca abbinata a sapori intensi come quelli del prosciutto e della toma. Non meno apprezzata è la crepes con gli asparagi, una scelta che esalta la freschezza e la qualità degli ingredienti locali. Per gli amanti dei piatti più saporiti, la crepes con il pâté di olive e la toma piemontese rappresenta un incontro perfetto tra tradizione e creatività. Ma non finisce qui: ogni ingrediente, dal bacon croccante alle uova alla Bismark, passando per funghi freschi, patate e prosciutti di altissima qualità, viene combinato in modo sapiente all’interno di una crepes leggera, ma ricca di sapore.
Anche le crepes preparate con farina di grano saraceno offrono una variante altrettanto gustosa, ideale per chi cerca un’alternativa senza glutine ma non vuole rinunciare al gusto. L’attenzione alla qualità dei prodotti, l’uso di materie prime fresche e il rispetto per la stagionalità degli ingredienti sono elementi distintivi che hanno permesso alla creperia Allantè di conquistare i cuori dei torinesi, diventando un punto di riferimento per chi cerca una cucina genuina e saporita.
Le Crepes Dolce Tentazione per Ogni Palato
Se le crepes salate sono una delizia per i buongustai, quelle dolci non sono da meno. Allantè offre un’ampia selezione di crepes che soddisfano anche i palati più golosi. La classica crepes alla Nutella è un must, ma non meno invitante è quella con il gelato alla viola, un connubio di freschezza e dolcezza che saprà conquistare anche i più scettici. Per chi cerca qualcosa di più particolare, la crepes con caramello salato è una vera delizia per chi ama i contrasti tra dolce e salato. Non mancano poi le versioni più golose, come quella con cioccolato bianco e crema di castagne, che fanno venire l’acquolina in bocca solo a sentirle nominare.
Ogni crepes dolce è una vera e propria coccola, perfetta per chi vuole concedersi una pausa golosa, ma senza rinunciare alla qualità e alla freschezza degli ingredienti. La creperia Allantè sa come stupire con ogni preparazione, creando piatti che si adattano a tutte le preferenze, ma sempre con un tocco di classe che la distingue.
Per i torinesi, Allantè è ormai un appuntamento fisso, un luogo dove ritrovarsi con gli amici o in famiglia per gustare una crepes preparata ad arte, in un ambiente accogliente e rilassato. Non è solo una questione di cibo, ma di un’esperienza che si lega alla passione e alla cura per la cucina che i proprietari mettono in ogni piatto.
La creperia Allantè rappresenta un esempio perfetto di come la tradizione gastronomica torinese possa essere reinterpretata in modo originale, senza mai perdere di vista la qualità e la genuinità degli ingredienti. Ecco perché, se siete a Torino o nei dintorni, non dovete assolutamente perdervi questa meravigliosa creperia, dove ogni crepes è un viaggio nel gusto che merita di essere vissuto. Ogni piatto servito è il risultato di un’attenta selezione dei migliori prodotti del territorio, un lavoro che non solo valorizza la tradizione piemontese, ma che porta con sé un’innovazione che sa come conquistare i palati più esigenti. Un piccolo angolo di Torino dove il tempo sembra rallentare, permettendo ai clienti di vivere una pausa gastronomica indimenticabile, che lascia sempre il desiderio di tornare.
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NOEMI GARIANO