Rubriche- Pagina 18

La crosta di mandorle rende il pollo prelibato

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Un secondo prelibato, particolarmente invitante, il petto di pollo intero reso appetitoso da una croccante crosta di frutta secca, mandorle, nocciole o pistacchi, a voi la scelta. Cotto in forno con pochissimi grassi risultera’ leggero e tenerissimo, da servire caldo o freddo, perfetto accompagnato da una fresca insalatina.

 

Ingredienti

1 Petto di pollo intero

1 uovo intero

80gr. di mandorle

1 rametto di rosmarino

Scorza di limone grattugiata

Sale, pepe, olio q.b.

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Nel mixer tritare finemente le madorle con gli aghi di rosmarino, sale e pepe. Sbattere leggermente l’uovo. Passare il petto di pollo prima nell’uovo e poi nel trito di mandorle al quale avrete aggiunto la scorza del limone grattugiata. Preriscaldare il forno a 200 gradi, sistemare il petto di pollo in una teglia foderata con carta forno, irrorare con un filo d’olio, cuocere per 15 minuti poi, abbassare la temperatura a 180 gradi e proseguire la cottura per altri 10 minuti. Buon appetito !

Paperita Patty

“Certe fantasie finiscono Come stelle della radio addormentate in un jukebox”

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Music Tales, la rubrica musicale 

“Certe fantasie finiscono
Come stelle della radio addormentate in un jukebox
Dimmi: “Sei bellissima”
Io così, tristissima
Sognando Las Vegas in una sala slot””
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C’è chi torna da Sanremo con una hit in tasca e si affretta a replicare la formula. Margherita Carducci, in arte Ditonellapiaga, fa l’opposto.
Chi l’ha ritrovata e apprezzata all’Ariston 2026 con “Che fastidio!” (oltre 16 milioni di stream su Spotify) la ascolterà oggi con un brano decisamente sorprendente, che cambia passo e tono e lascerà a bocca aperta.  Perché “Hollywood” non ha niente della ragazza frenetica e ironica di prima.
C’è qualcosa di più fermo, più maturo, a mio avviso, più coraggioso.
Il brano è una ballad dolce e amara sospesa tra introspezione e il disincanto che nasce dalla realtà che ci circonda, con un ritmo lento armonizzato da un perfetto incastro di archi e pianoforte.  In superficie racconta una storia d’amore che non funziona. Sotto, però, per chi sa ascoltare, racconta qualcosa di molto più universale: l’amarezza di chi si accorge di essersi trasformato inseguendo un ideale di successo, fino a non riconoscersi più.
Lo dice lei stessa senza giri di parole: «Ho volutamente scelto di parlare di una relazione con un uomo, ma il soggetto cui faccio riferimento è una personificazione della celebrità. L’ho scritto in modo che avesse una doppia interpretazione.»
Il titolo, allora, non è un omaggio. È una trappola consapevole. Hollywood come promessa di perfezione, di grandi finali, di identità costruite per piacere. E poi quel verso che smonta tutto: “Ma baby non è Hollywood.” Non siamo dentro un film. Non ci sarà nessun grande finale che sistema tutto.
A metà brano arriva persino una svolta rap che rende il tutto più ruvido e affascinante; il momento in cui la scenografia cade e resta solo la voce che dice la verità.
In un pop italiano che spesso premia il rumore e l’immediato, “Hollywood” ha il coraggio della lentezza. È un brano che non si offre tutto al primo ascolto. Si apre, pian piano, come una confessione. A me è piaciuto parecchio, spero di avervi regalato qualcosa di bello in questo lunedì.
Buon ascolto
“Un giorno incontrai un bambino cieco… mi chiese di descrivergli il mare, io osservandolo glielo descrissi, poi mi chiese di descrivergli il mondo… io piangendo glielo inventai…”
JIM MORRISON
Chiara De Carlo
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Ecco a voi gli eventi da non perdere

Rock Jazz e dintorni a Torino: Gianni Morandi e Moni Ovadia

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce EroCaddeo.

Martedì. Al Blah Blah suonano i Dust e i My Supremacy.

Mercoledì. All’Hiroshima si esibiscono i Ketama 126. Al Blah Blah suonano gli All You Can Hate + Neyja. 

Giovedì. Al teatro Colosseo va in scena “Da quarant’anni… Fra la Via Emilia e il West”, riproposizione  del concerto del 21 luglio 1984 in piazza Maggiore a Bologna davanti a 150000 persone. Verrà eseguito dai Musici di Guccini. Al Vinile si esibisce Sergio Moses & Tony Gruttola. All’Hiroshima è di scena Matteo Mancuso. Alla Divina Commedia suonano gli Acusticomanie. Al Blah Blah si esibiscono i Ulan Bator. Allo Ziggy sono di scena Le Capre a Sonagli + Kairoskiller. Al teatro Garibaldi di Settimo, debutta come cantante Moni Ovadia con il disco”Yiddish Blues” affiancato sul palco da Gazich e Famulari. Al Magazzino sul Po suona Larsen + Lori Goldston.

Venerdì. Al teatro Colosseo va in scena “Break Free -Long Live The Queen” con la miglior tribute band europea. Al Magazzino sul Po si esibisce Marxos + Melee X Cardine. Al Folk Club suona Sarah Lee Guthrie & Radoslav Lorkovic. Al Peocio di Trofarello è di scena John Macaluso And Friends. Al Circolo Sud si esibisce Giustino. Al Circolino suonano Only Pleasure Swing & Roll.

Sabato. Allo Ziggy sono di scena Deathless Legacy + Stave The Grave. Al Blah Blah suonano gli Infall + Noise Trail Immersion.

Domenica.  All’Inalpi Arena arriva Gianni Morandi. Al Magazzino sul Po suonano i Mombao. Alla Divina Commedia si esibisce La Bbbanda.

Pier Luigi Fuggetta

Plum cake dolce di zucchine

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Una ricetta insolita un dolce a base di zucchine, vero? Il risultato credetemi vi stupira’, e’ un dolce soffice e profumato, veloce da realizzare, adatto a tutti, ideale per ogni momento della giornata, provare per credere!

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Ingredienti

250gr. di farina 00

3 uova intere

180gr. di zucchero

80ml di olio di semi

30gr. di uvetta

50gr. di cioccolato fondente

20gr. di noci

200gr. di zucchine fresche

1 bustina di lievito per dolci

1 pizzico di cannella (facoltativo)

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Lavare le zucchine, grattugiarle e lasciarle scolare per almeno un’ora per eliminare l’acqua di vegetazione. Nel mixer sbattere lo zucchero con le uova, aggiungere la farina, la bustina di lievito e l’olio di semi. Aggiungere all’impasto le zucchine, il cioccolato ridotto a scaglie, l’uvetta precedentemente ammollata in acqua tiepida e strizzata, le noci tritate e un pizzico di cannella in polvere. Mescolare bene e versare in uno stampo da plum cake foderato con carta forno. Cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 45 minuti. Lasciar raffreddare e servire a fette.

Paperita Patty

Quella vita di litigi e amarezze che non vorremmo mai lasciare

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Sugli schermi “È l’ultima battuta?”, per la terza volta Bradley Cooper alla regia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ci riprova, e ci riprova benissimo, Bradley Cooper a buttare le sue opere in veste di regista e noi stessi giù dentro il mondo dello spettacolo, sia che lo faccia con una nuova trascrizione di “È nata una stella” (2018) – omaggio all’arte di Lady Gaga -, o con “Maestro” (2023) dedicato alla bacchetta di Leonard Bernstein (camuffato lui dietro un ben gossippato all’epoca naso posticcio) e al suo matrimonio, pieno di tradimenti, con l’attrice Felicia Montealegre, oppure oggi con “È l’ultima battuta?”, il drammatico, tutto sorrisi e lacrime, autentico, sfacciatamente aperto panorama familiare che sta alle spalle e intorno al protagonista. Una bisturizzata crisi di coppia, un legame senza fine che non accenna a finire, con due bambini al seguito, attraversata da una scrittura che affascina, dovuta alle penne dello stesso regista e del protagonista Will Arnett in compagnia di Mark Chappell, a far da collante tra idea e realizzazione il cabarettista inglese John Bishop che Arnett aveva avuto modo di incontrare e di ascoltare nel racconto delle traversie del suo divorzio.

Il matrimonio tra Alex e Tess dopo vent’anni è arrivato al capolinea, lui procede a fatica e lei è decisamente scontenta di quel trantran, crisi di mezza età tout court, forse non hanno più niente da dirsi, vorranno mantenere rapporti d’amicizia nel proposito di non sciupare quelli d’amore e coinvolgimento (paterno) che hanno con i marmocchi, farlo magari in punta di piedi (“dobbiamo lasciarci vero?”, “credo anch’io di sì”), lei a chiedere il divorzio in una serata in cui si è in bagno e ci si lava i denti, lui che sloggia dalla solida bella villa alle porte di New York per trovare rifugio in un più o meno rassicurante appartamentino da scapolo o per incappare nei consigli di genitori più o meno apprensivi a cui affidare i bambini. È per non pagare in una serata vuota l’ingresso in un locale che Alex si esibisce, d’obbligo, per la prima volta in vita sua, è chiaro, in una sorta di assolo comico – ma non staremo, con il passar del tempo, dalle parti di una lunga seduta psicanalitica? – di quelli che vanno sotto il nome di stand-up comedy, una pedana e un microfono, un pubblico di poche persone ma pur sempre un palcoscenico, a raccontare un po’ dei fatti propri più recenti, tra un sorriso e un’ansia. Ma il pubblico lo applaude e lo applaudirà nelle serate successive, perché lui da quella pedana non può più staccarsi. una seconda pelle. Un confessionale non trovato mai. Anche la vita di Tess può cambiare, da quando, forte del suo passato, le è stato proposto di diventare assistente allenatrice della squadra femminile degli States per le prossime Olimpiadi estive. Tra una visita e l’altra, con una scusa o per portare i figli a scuola (Alex è il padre degli anni Duemila che dà la mano al vecchio Ted del Dustin Hoffman di “Kramer contro Kramer”, eravamo nel ’79 come dei tanti altri padri tornati single pronti a dare una mano in quella direzione che negli anni abbiamo visto al cinema), tra un momento di rappacificazione e qualche bisticcio, tra il continuare a frequentare una coppia di amici che soffrono dei loro stessi mali e delle insicurezze quotidiane, la vita prosegue con qualche ripensamento. Mentre una sera, entrando nel locale in compagnia, Tess scopre l’altra faccia di Alex, lì a dipanare il racconto della sua vita.

Ottima scrittura dicevamo, film dove la regia di Cooper appare appartata, mai ingombrante, pronta a lasciare tutto lo spazio possibile alla bravura di una coppia che pare essere vissuta insieme da sempre, Arnett – felicissima scoperta – eccezionale nei tempismi e nel buttar fuori parole, nel proporsi a chiunque gli stia intorno, alla platea come all’amico di sempre che ha il faccione di Cooper stesso (lui viaggia tra i minimi successi e il ripetersi di provini per pellicole di serie B, percorso amaro ma abituale per chi voglia sfondare nella Grande Mela), nei momenti di sconforto come in quelli d’allegria e di risalita; lei, Laura Dern, bravissima, anche se per chi scrive ha qualcosa di fisico che combacia a fatica con il partner in questione. C’è la nevrosi e una certa frenesia di Allen, c’è il cinema di Tom Hanks e Meg Ryan ma toglietegli per carità tutto il dolciastro, qualche punta rabbiosa di Baumbach, c’è un montaggio che corre a mille e incanta, c’è tutta New York e le passeggiate a due la sera, i ristoranti e i localini, la notte e il giorno e i viali alberati, le battute mozzafiato e la metropolitana: un ampio panorama a circondare un senso di vuoto, pronti a scoprire che anche quel vuoto è un angolo non secondario delle nostre storie. C’è il grandissimo Cassavetes. C’è il robusto vivace intrigante cinema americano degli anni Ottanta. È la vita, quella vera, riportata in un taccuino d’appunti che i bambini scoprono e cominciano a leggere e a fare domande, piccole e angosciose: è una vita che si vuol far annegare nella fantasia, ma non sarà mai vero, per cui bisogna farla vivere, questa vita. È la vita, quella vera, seguita passo passo, da vicinissimo, con la fotografia dell’abituale Matthew Libatique ma con la macchina da presa nelle mani di Cooper, ben salda sulla sua spalla e portata sul viso e sulla nuca dell’uomo e della donna, ossessivamente.

In un happy end che lascia un po’ l’amarognolo in bocca, c’è una frase dentro la coppia, qualcosa che suona più o meno “va bene, lo voglio, voglio continuare a vivere la mia infelicità ma viverla con te.” Suona difficile a volte allontanarsi, staccarsi completamente da un vissuto che anche i litigi e le amarezze (“mi hai lasciata molti anni da sola in questa relazione”) hanno attraversato, giorno dopo giorno. Purché si rimanga “infelici insieme”, portandoci appresso imperfezioni e ripensamenti, tutti i forse del mondo.

Quante uova di Pasqua vi sono avanzate?

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PENSIERI SPARSI  di Didia Bargnani
Per qualche giorno ancora dopo Pasqua ci piace mangiare le uova di cioccolato ma arriva il momento in cui vorremmo non averle più in casa o perché ci hanno stufato, si sa, anche l’aragosta mangiata tutti i giorni, che barba, che noia o semplicemente perché non vogliamo più avere la tentazione di cedere alla golosità.
E allora finiamola una volta per tutte: una torta tenerina meravigliosa, fondente, umida e cioccolatosa è la soluzione perfetta.
Per uno stampo di circa 18/20 cm. mi serviranno:
200 gr. di cioccolato, 70 gr. di olio di semi, 3 uova, 90 gr. di zucchero a velo, 20gr. di farina o fecola.
Accendo il forno a 180 in modalità ventilato, sciolgo il cioccolato a bagno maria, faccio raffreddare, aggiungo l’olio.
In un’altra ciotola monto con le fruste elettriche le uova con lo zucchero e unisco la farina setacciata. Aggiungo il cioccolato precedentemente sciolto e mescolo il tutto.
Verso l’impasto nello stampo foderato con carta forno e possibilmente un po’ imburrato.
La Tenerina è pronta per essere infornata; il forno deve essere già a temperatura.
Dopo circa 30 minuti il dolce sarà pronto, se desidero una consistenza meno umida lascerò cuocere qualche minuto in più, cospargo di zucchero a velo e con una tazza di tè o un caffè dico addio alle uova di Pasqua, almeno fino al prossimo anno.