Torino e la Scuola
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Anche gli artisti studiano: l’equipollenza Albertina
10 Anche gli artisti Studiano: l’equipollenza Albertina
Da bambina volevo fare la paleontologa. Un giorno però mi resi conto che quella passione era sì grande ma non abbastanza stimolante, così mi ritrovai a rimuginare su che cosa mi coinvolgesse veramente. Non ci misi poi molto a capire che ciò che mi rendeva davvero felice era “creare”, “inventare”, utilizzare le mani per rendere visibili i mie pensieri; disegnavo molto, mi piacevano tutti i tipi di colori, dalle matite, ai pennarelli, agli acquerelli, mi divertivo a copiare i personaggi dei cartoni animati ma ricordo anche che mi cimentavo a riprodurre le illustrazioni dei libri sugli animali, soprattutto quelli marini.
Crescendo i miei interessi di bambina maturarono con me. Al disegno si affiancò la curiosità per la storia degli artisti e delle loro opere, al bisogno di manualità si affiancò quello della ricerca intellettuale e al desiderio creativo corrispose un giusto studio degli autori del passato, poiché se prima non ci si confronta con il passato come si può dire la propria sul presente?
Cosa vogliamo fare da grandi in realtà lo decidiamo da piccoli. In quegli anni in cui l’ingenuità la fa da padrone, quando il mondo fuori appare così enorme da pensare che ci sia sicuramente posto anche per la realizzazione del nostro desiderio, in quel lasso di tempo durante il quale convinzioni e obiettivi si fondono, ci mettevamo le mani sui fianchi, a mo’ di Superman, e affermavamo impettiti: “Io da grande sarò…”
Volevo fare l’artista. Ecco, l’ho detto, l’ho confessato. E forse sarebbe stato meglio se fossi rimasta dell’idea di diventare paleontologa. Ma quelli nati sotto il segno dell’ariete, come me appunto, sono noti per la loro testardaggine e una volta che si mettono in testa una cosa, non c’è niente che li faccia desistere. Decisi quindi che avrei frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, e questa mia ineluttabile convinzione si alimentava giorno dopo giorno, quando, uscendo dal Gioberti, andavo a prendere il pullman per tornare a casa proprio alla fermata davanti all’ingresso dell’istituzione artistica e vedevo tutti quei ragazzi “strani”, con i capelli colorati e i vestiti alternativi, armati di grosse tele o altrettanto scomode cartelline contenenti chissà quali opere. Non c’erano dubbi: quello doveva essere il mio mondo.
Oggi, quando mi chiedono se consiglierei a qualcuno di iscriversi in Accademia mi viene da storcere un po’ il naso, non di certo per la preparazione che la scuola offre, su cui non ho assolutamente nulla da obiettare, quanto per l’impatto con “il mondo vero” che si deve affrontare al termine degli studi. Al contrario, quando mi viene domandato se, potendo tornare indietro, rifarei la stessa scelta, la risposta è immediata: certo che sì.
L’ “Università dei Pittori, Scultori e Architetti”, è presente a Torino già dalla prima metà del Seicento, nel 1652 prenderà il nome di “Compagnia di San Luca”, la quale, a sua volta, verrà poi nominata “Accademia dei Pittori, Scultori e Architetti” per volere di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, vedova di Carlo Emanuele II, che si ispirò volutamente alla Académie Royale de Paris.
Dopo circa un secolo dalla prima fondazione dell’istituzione, iniziano le riforme del regno di Vittorio Amedeo III, il quale porta avanti una politica di promozione e di aggiornamento culturale; tra i primi provvedimenti che inaugurano tale periodo, nel 1778 viene costituita la “Reale Accademia di pittura e scultura”.
Successivamente Carlo Alberto, grande appassionato d’arte e uomo di raffinata cultura, decide, nel 1833, di riformare tale istituzione, denominandola “Regia Accademia Albertina”.
Sempre grazie al sovrano, la sede della scuola per gli artisti trova la sua sistemazione definitiva in un palazzo donato proprio da Carlo Alberto, situato in Via Accademia Albertina 6. Al luogo di formazione si affianca una pinacoteca, con scopi prevalentemente didattici, i cui dipinti sono stati per la maggior parte donati da Monsignor Mossi di Morano, tra questi è il caso di segnalare la preziosa pala d’altare di Filippo Lippi. In pochi anni la pinacoteca si arricchisce di opere, non solo quadri, ma anche varie riproduzioni in gesso di statue in bronzo, marmo o terracotta e diversi volumi preziosi, stampe pregiate, schizzi e fotografie di grande valore, ampliando così la sua originaria funzione e diventando a tutti gli effetti anche gipsoteca e biblioteca.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’Accademia è un luogo d’avanguardia per qual che riguarda la particolare transizione artistico-culturale che dal realismo porta alle nuove correnti artistiche, a sostegno di tale affermazione basti pensare alla presenza all’interno della scuola di artisti quali Antonio Fontanesi, Giacomo Grosso, Vincenzo Vela, Odoardo Tabacchi ed Edoardo Rubino.
Successivamente, intorno agli anni Quaranta del Novecento, l’Accademia si trova di nuovo a vivere un periodo di particolare prestigio, grazie al lavoro di altre personalità illustri che sostennero l’importanza della scuola, tra di essi mi piace ricordare Felice Casorati, Enrico Paulucci, Francesco Menzio, Sandro Cherchi, Mario Calandri.
Questi nomi altisonanti dovrebbero bastare per far capire che, quindi, anche gli artisti studiano, e molto.
Negli ultimi anni l’edificio ha subito molti restauri e interventi di modifica soprattutto degli spazi laboratoriali. Anche la Pinacoteca è stata riorganizzata e resa più fruibile al pubblico.
Non solo in passato, ma ancora tutt’oggi gli studenti dell’Accademia hanno la fortuna di studiare a contatto con importanti nomi di artisti o personalità rilevanti nel settore, due esempi per tutti, gli storici dell’arte contemporanea Luca Beatrice e Maria Teresa Roberto.
Prima di proseguire ci terrei a soffermarmi sul motto dell’Accademia, che è “J’attends mon astre”. Carlo Alberto, nel 1843, fece incidere tale frase su una medaglia in cui era riprodotto un sigillo del 1373 appartenuto ad Amedeo VI di Savoia, detto il Conte Verde. La versione originale in francese antico era “Je atans mon austre”.
Sulla medaglia si vede una sfinge con Calea, abbassata sul volto con maschera di Scimmia. La sfinge schiaccia col corpo un serpente (l’Austria) e ha il collare di catene spezzato, attorno il motto “Je atans mo: astre”. Si potrebbe incominciare un interessante quanto complesso discorso a proposito dell’Ordine dei Cavalieri del Leone e della Scimmia, misteriosa associazione costituita in Germania verso il 1780, ramo della massoneria templaria, diretto discendente di un ordine templare dell’ XI secolo, ma le fonti sono assai poche e poi si andrebbe eccessivamente fuori argomento, vi basti sapere che in massoneria il leone rappresenta il potere e la gloria, mentre la sfinge è sinonimo di mistero esoterico.
Ora posso dire che il mio sogno di ragazzina è stato realizzato per ben cinque anni, sia durante il Triennio di Scenografia, e soprattutto durante il Biennio Specialistico di Decorazione.
Per tutta la durata della mia Alta Formazione Artistica (questa la definizione ufficiale del corso accademico) mi sono sentita totalmente coinvolta in quella realtà così peculiare, ho dato tutta me stessa sia nello studio sia nella realizzazione degli elaborati; mi preme tuttavia sottolineare che far parte di quella realtà non si esaurisce nel solo ruolo di studente, frequentare l’Accademia vuol dire rimanere in laboratorio quasi tutti i giorni fino a tardi, finché la scuola chiude, o, talvolta, “tagliare” e andare al bar di fronte, dove però ci si incontra con altri compagni di scuola e con cui si discute di arte, di artisti, di mostre da andare a visitare; e poi ci sono i mesi in cui fa bel tempo e il luogo di ritrovo diventa il cortile, dove si chiacchiera, si studia, si disegna, si fa amicizia con i ragazzi di altri corsi, ed è sempre tutto un continuo “crescere senza accorgersene”.
Sono sempre stata conscia della mia scelta di studi poco ortodossa, ci ho sempre scherzato sopra, sia con gli amici che mi dicevano che frequentavo “la scuola del pongo”, sia con i miei compagni di corso, con i quali ridevamo riguardo al difficile trasporto dei nostri lavori sui pullman (tra cui modellini in scala in compensato o tavole formato minimo 50×70 cm), oppure per quei fogli scritti a penna appiccicati alla porta della classe con scritto che la lezione era stata rinviata, peccato che noi eravamo carichi come muli e la lezione doveva tenersi all’ultimo piano senza ascensore.
Sono molti i ricordi che mi porto appresso, troppi da raccontare. Così come sono numerose le persone che ringrazio di aver incontrato, tra compagni e professori, che più o meno inconsciamente hanno contribuito alla mia formazione e alla mia crescita intellettuale e personale. Con loro ho condiviso non solo le fatiche degli esami e la preparazione delle due tesi, ma anche momenti di vita quotidiana, con loro ho parlato dei miei dubbi e delle mie idee, di cosa mi capitava nel frattempo al di fuori del laboratorio e a mia volta li ho ascoltati, studenti e docenti, cercando di carpire gli insegnamenti che sempre sono presenti quando il dialogo è vero e privo di barriere.
Ma tutto ha un prezzo e quello che sto ancora pagando io per aver perseguito i miei desideri si chiama “equipollenza”.
Non sto nemmeno a spiegarlo, dopo la tesi specialistica (110 su 110 e lode) non ci ho messo tanto a capire che il “momento artista” era terminato e che ora c’era “il mondo vero” da affrontare.
Permettetemi l’espressione colloquiale, ma è stata proprio “una bella botta!”
Reimpostare la bussola significa doversi guardare dentro, questa volta con la maturità intellettuale di un’adulta e non più con la frivolezza dell’adolescenza, accettare i proprio successi così come i propri errori, rimuginare ancora sul dove si vuole andare e soprattutto sul come arrivarci.
Il mio nuovo percorso aveva il sapore amaro dell’accettazione dei miei limiti, ma come sappiamo i fiori non nascono dai diamanti, e da quei pesanti pensieri è sorto il nuovo e attuale obiettivo di diventare insegnante di arte.
Ma torniamo a noi e a quella strana parola: “equipollenza”.
Se vi chiedessi che differenza c’è tra uno studente dell’Accademia di Belle arti e uno dell’Università, cosa rispondereste? Non è una barzelletta, è una semplice riflessione. In entrambi i casi si pagano le tasse universitarie, si viene immatricolati, gli studenti sono tenuti a frequentare le lezioni e a sostenere gli esami a cadenza regolare, i sacrifici delle famiglie per mantenere gli studi dei figli sono gli stessi da una parte e dall’altra eppure la situazione non sembra così semplice. Certo, siamo nella patria della burocrazia e tutto ruota attorno a cavilli e terminologie che hanno tutta l’aria di essere delle vere e proprie prese in giro, ma la questione resta: chi esce dall’Università ha una “Laurea” mentre chi ha frequentato l’ Accademia o il Conservatorio ha un “Diploma di Secondo Livello”. E, cari lettori, non avete idea di quando quel termine “diploma” possa risultare fastidioso dopo cinque anni di studio e fatica.
La lotta dei titoli tra Università e istituzioni AFAM è tutta dibattuta a suon di norme e leggi e va avanti dagli albori del tempo. Ma come in tutte le battaglie a rimetterci sono sempre i poveri fanti appiedati. Nella Legge 509 del ’99, che assegna alle istituzioni dell’Alta Formazione Artistica e Musicale un ruolo centrale nel sistema formativo italiano, si legge che: “L’Accademia con la riorganizzazione dell’assetto didattico, pedagogico, tecnologico ha perseguito l’intento di privilegiare anche il diritto allo studio. I corsi presenti (…) dialogano efficacemente con il variegato e affascinante mondo delle sperimentazioni (…). Appare sempre più evidente che produzione dell’arte ed elaborazione teorica non possono più essere viste come funzioni distaccate, ma devono divenire patrimonio comune di un fare e di un sapere contemporaneo in grado di sostenere il confronto dialettico con la complessità. Oggi, infatti, inevitabilmente i campi si intrecciano, poiché non esiste produzione senza riflessione teorica, né teoria che possa prescindere dalla creatività.“
Il sistema AFAM è costituito dai Conservatori statali, dalle Accademie di Belle Arti (statali e non statali), dagli Istituti musicali ex pareggiati promossi dagli enti locali, dalle Accademie statali di Danza e di Arte Drammatica, dagli Istituti Statali Superiori per le Industrie Artistiche, nonché da ulteriori istituzioni private autorizzate dal Ministero al rilascio di titoli aventi valore legale.
I titoli di Alta Formazione Artistica e Musicale hanno valore legale equiparato ai titoli universitari. Detto così sembra proprio che si possa dire che “siamo pari”, ma a tutti gli effetti non è così, come ben si evince, ad esempio, dal fatto concreto degli sconti sull’acquisto dei libri: gli studenti delle Accademie non ne possono quasi mai beneficiare poiché “quella non è Università”.
In attesa del completamento del processo di riforma del sistema AFAM, la costituzione di nuove istituzioni statali è possibile esclusivamente attraverso specifiche disposizioni di legge.
Il “contentino” ci è stato dato grazie alla Legge 228 del 24/12/2012, Art. 1, Commi da 102 a 107, in cui si attesta che, “al fine esclusivo dell’ammissione ai pubblici concorsi per l’accesso alle qualifiche funzionali del pubblico impiego per le quali ne è prescritto il possesso, è dichiarata l’equipollenza dei titoli di studio rilasciati dalle Accademie di Belle Arti del Decreto del Presidente della Repubblica 8 luglio 2005, n. 212”.
Quanto mi sta facendo faticare il mio sogno di bambina, ma è pur vero che “Solo nei sogni gli uomini sono davvero liberi, è da sempre così e così sarà per sempre.” (John Keating, “L’attimo fuggente”).
Alessia Cagnotto
L’assalto al Senato e’ di una gravità senza pari. Non uso mai a sproposito la parola fascismo, ma qui Trump e’ paragonabile al duce che pure non ebbe mai il coraggio di far aggredire dalle squadracce la Camera .Si accani’ da vigliacco contro il deputato Giacomo Matteotti , fatto rapire e uccidere. Mussolini disse che avrebbe potuto fare dell’aula sorda e grigia della Camera “il bivacco” per le camicie nere, ma non lo fece, non oso’ farlo. Se pensiamo alla storia della democrazia americana, quella citata ad esempio da Tocqueville e se pensiamo alla terribile guerra civile americana evocata ieri sera da Marcello Pera un tv, abbiamo chiaro chi siano davvero il bullo americano e i suoi rivoltosi assoldati. Al voto, un democratico si inchina, un autoritario nega il valore della volontà popolare. Non mi è mai piaciuto Obama ed ho espresso ripetute critiche ai Clinton.
E tante cose negative del Ventennio non si realizzarono a pieno proprio per questo motivo che divenne quasi una virtù. Ma oggi, di fronte ad un nemico come il COVID, l’indisciplina diventa micidiale. Non parliamo solo di movide e di assembramenti, ma anche delle recentissime code all’IKEA. La disciplina, secondo certe persone , vale solo per la cultura, i teatri, i musei considerati superflui che di norma sono frequentati da persone colte, equilibrate, civili, disciplinate. Circa le scuole invece si vorrebbe un’auto disciplina che risulta impossibile perché in primis le famiglie non formano i figli alla responsabilità. La parola obbedire e’ sconosciuta ai più. I giovanissimi sono di per se‘ incontenibili per natura,quelli più grandicelli guardano spesso al bullismo come ad un modello di vita. Come si può realizzare a scuola una vera sicurezza se manca in tanti giovani l’auto controllo
più disciplina ben prima che venisse abolito il servizio militare obbligatorio. Nei momenti difficili non servono ne’ Rousseau ne’ Montessori, serve la docilità, come diceva un mio vecchio professore. Una docilità a tutela di se’ stessi e degli altri. Serve soprattutto riscoprire i “Doveri dell’uomo “di Mazzini. Una società liquida priva di valori non è in grado di affrontare e di vincere i momenti difficili. Può dare fastidio a qualcuno leggerlo, ma è la verità che deriva dalla storia. Scaricare sui presidi tutte le responsabilità e’ indegno di un paese civile.
Vedendo i giornali, ho letto che ha parlato della necessità in politica di “ costruttori”. Un’idea non particolarmente originale, anche se certamente rispettabile e condivisibile. Ho letto anche il commento ai “costruttori” di Mattarella fatto dal direttore de “ La Stampa”, su segnalazione dell’amico Salvatore Vullo che giustamente metteva in evidenza le sue perplessità nell’aver individuato nei costruttori del Paese solo certi personaggi politici con l’esclusione a priori di altri.
Il ragazzo bocciato in ginnasio che rimediò un diploma professionale, ha sicuramente fatto molta strada.E’ stato direttore de “L’Unità”, leader, con scarso successo, del Pd, ministro, Sindaco di Roma per dieci anni, deputato e tanto altro. Nei rapporti istituzionali che ho avuto con lui si è sempre rivelato corretto, forse anche per la stima che aveva per Mario Soldati. Un politico di lungo corso ha inevitabilmente fatto cose buone e cose cattive e non basta il suo amore per il cinema a riscattarlo dagli errori. Il grande Giampaolo Pansa nel suo Bestiario lo definiva il “perdente giulivo “, già immaginando le sue aspirazioni quirinalizie Tra i tanti leader comunisti e poi del PD non è certamente stato dei peggiori. Pur avendo aderito al PCI giovanissimo, diceva di sé di non essere mai stato comunista, senza mai aver spiegato una frase abbastanza contraddittoria, non essendo l’Italia un partito unico come l’URSS. Certo, rispetto al ferreo D’Alema è stato meno dottrinario, ma è anche molto meno colto anche se ambedue non sono laureati… Quando moderai un dibattito tra Amato e D’Alema, mi resi conto del valore di quest’ultimo anche rispetto al dottor Sottile che avrei visto bene al Quirinale al posto di Mattarella e che ritengo l’unico statista sopravvissuto. La classe politica italiana di destra e di sinistra fa pena e c’è in questo Parlamento una sola candidata valida per cultura, equilibrio, terzietà, la Presidente del Senato Casellati che potrebbe anche guidare un Governo di salute nazionale che estrometta Conte. Si tratta di una donna umanamente ed intellettualmente straordinaria apprezzata, al di là delle valutazioni politiche di parte, come difensore ferreo delle prerogative parlamentari spesso calpestate dall’attuale governo senza che dal Colle siano giunti rilievi significativi.
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Poi nella sua vita irrompe una ventata di aria fresca e giovane. Si chiana Joseph, ha 22 anni, è di colore e si arrabatta tra più lavori per sbarcare il lunario. E’commesso in una macelleria (adocchiato dalle donne per il suo sex appeal), fa anche l’allenatore sportivo, ma il suo grande sogno è diventare un deejay.
“Si chiamava Magda. Nessuno saprà mai chi è stato. Non l’ho uccisa io. Qui giace il suo cadavere” Il romanzo inizia con questo messaggio scritto su un biglietto e lasciato in un bosco, che viene ritrovato dalla 72enne Vesta Gul, durante la sua passeggiata insieme al suo cane Charlie.
E’ il primo romanzo dell’inglese Beth Morrey che ha la passione della scrittura da quando aveva 20anni e ha già pubblicato alcuni racconti.
L’antropologa forense Kathy Reichs, una delle autrici di thriller di maggior successo ci regala un’altra storia mozzafiato.
A chi si rivolge il consorzio The W Place?