Nel 2023 i reati che colpiscono l’attività d’impresa hanno registrato un incremento del 5,6% su scala nazionale, con una crescita ancora più marcata in Piemonte, dove l’aumento ha toccato l’11,8%. A evidenziarlo è un’elaborazione dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese, secondo cui nel corso dell’anno si sono registrati 24 delitti ogni 100 imprese.
In particolare, il Piemonte risulta sempre più esposto ai crimini informatici. I reati di natura digitale, infatti, sono cresciuti nella regione del 10,8% nell’ultimo anno, superando la media nazionale del 7,8%. Un trend preoccupante che emerge anche guardando agli ultimi cinque anni: tra il 2019 e il 2023, la crescita dei crimini informatici in Piemonte ha toccato il +47%, contro il +45,5% della media italiana.
Un altro fronte critico è quello della contraffazione, che colpisce duramente il comparto del Made in Italy. Secondo l’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese, almeno un’attività su quattro è esposta a questo fenomeno. In Piemonte si contano 7.219 imprese potenzialmente colpite, di cui il 70,1% è costituito da realtà artigiane. I settori maggiormente coinvolti sono tessile, abbigliamento e pelletteria, ma anche cosmetici, elettronica, ottica, giocattoli e gioielleria.
I dati provengono dal report “La sicurezza in asset per le imprese in una congiuntura dominata dall’incertezza”, realizzato dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese. Il documento include una vasta gamma di reati legati all’attività economica, come furti, estorsioni, truffe, frodi informatiche, contraffazione di marchi e prodotti industriali, violazioni della proprietà intellettuale, ricettazione, riciclaggio, usura, danneggiamenti e contrabbando.
Secondo l’indagine, il 91% dei reati contro le imprese è rappresentato da truffe e frodi informatiche – come il phishing o la manipolazione dei sistemi informatici – mentre il restante 9% riguarda delitti informatici più specifici, come accessi abusivi, danneggiamenti tramite software o hardware e diffusione illecita di codici di accesso.
Le minacce digitali non risparmiano nessuno: anche le piccole realtà artigiane, comprese botteghe, officine e laboratori digitalizzati del Piemonte e in particolare del Torinese, sono sempre più spesso bersagliate. Il cybercrime agisce senza distinzione di dimensioni, colpendo anche le imprese più piccole attraverso phishing, truffe via PEC, ransomware e furti di dati.
Secondo i dati Istat, nel 2023 le forze di polizia hanno denunciato in Piemonte 89.414 reati alle autorità giudiziarie. Si tratta di crimini che comprendono una vasta gamma di illeciti, tra cui furti, rapine, estorsioni, contraffazione, violazione della proprietà intellettuale, ricettazione, riciclaggio, usura, danneggiamenti, contrabbando e reati informatici.
“Quando un’azienda artigiana subisce un attacco informatico il danno è doppio – chiarisce Dino De Santis, Presidente di Confartigianato Torino – per noi che siamo costretti a fermarci ma anche per le grandi aziende per le quali lavoriamo come terzisti, con il rischio di perdere definitivamente il cliente. Purtroppo, i crimini informatici stanno diventando il nuovo business, un mercato destinato, purtroppo, a crescere. Serve una cultura della sicurezza informatica, che parta dalla formazione degli imprenditori e dei lavoratori fino all’adozione di buone pratiche e tecnologie adeguate e accompagnare le imprese in percorsi di consapevolezza, protezione e risposta rapida agli attacchi: la cybersicurezza non è un costo, ma un investimento strategico per la sopravvivenza e la competitività delle imprese artigiane”.
“La contraffazione è un furto di reputazione che colpisce soprattutto le piccole imprese, quelle che con fatica e dedizione costruiscono ogni giorno valore autentico – conclude De Santis – servono controlli più efficaci, ma anche una cultura diffusa della legalità e del consumo consapevole. Difendere l’artigianato del nostro territorio significa proteggere il cuore del nostro sistema produttivo e il futuro di migliaia di imprese oneste.”








Il Salone sta entrando nel pieno delle sue attività e la direzione di Annalena Benini lo porterà al successo, anche se su alcuni aspetti bisogna meditare criticamente perché non basta sostituire Lagioia con Benini per fare del Salone l’optimum in assoluto. La pagina pubblicitaria del Salone 2025, ad esempio, indica tra gli ospiti italiani Alessandro Barbero, Donatella di Pietrantonio, Mariangela Gualtieri, Luciano Ligabue, Dacia Maraini, Roberto Saviano e Ornella Vanoni. Capisco che la letteratura italiana d’oggi è in crisi e sia quindi necessario ricorrere ai cantanti, ma non accetto che quelli ignorati possano essere liquidati dalle parole “e tanti altri”. Non sto ad elencare chi avrebbe meritato di essere citato, ma credo invece di poter dire che lo sbilanciamento politico dei nomi citati appaia del tutto evidente. Un altro fatto va messo in evidenza ed è in linea di continuità fin con il remoto passato di Ferrero e Picchioni: la frequentazione di allievi di scuole primarie che alzano i numeri del Salone, ma non possono trarre nessun giovamento da una visita di gruppo. I gruppi di studenti contribuiscono a intasare il Salone, ma non producono alcunché in termini scolastici e culturali per gli alunni. Vedendo il diluvio di inviti sui social, si ha l’impressione che tutti, davvero tutti, salvo gli analfabeti, abbiano trovato al Salone la loro ora e mezz’ora di notorietà. E’ giusto aprire a tutti il salone meno opportuno fare migliaia di eventi con protagonisti/e di carta pesta che declassano il livello della manifestazione. Chi scrive si è battuto in passato per la libera circolazione delle idee al Salone contro i divieti ideologici di Lagioia, Chiamparino e Appendino. Andai al Salone, esibendo il trattato sulla tolleranza di Voltaire. Ma qui, quest’anno, c’è troppa piccola gente che, forse pagando qualche soldo, ha l’occasione di sognare per poco tempo la celebrità letteraria al Salone. E’ umano sognare, ma un minimo di qualità va garantita a chi paga un biglietto perché altrimenti più che un salone internazionale (parola troppo altisonante per Torino) c’è il rischio che diventi la fiera delle vanità frustrate. Mi piange il cuore scrivere queste parole, ma il Salone nei suoi eventi non può abbassarsi oltre un certo limite. L’oves et boves non può valere per il Salone. La massima apertura alle idee, non può significare che i visitatori professionali a scrocco del passato che si esibivano con il cartellino, possano diventare neppure in parte minima coprotagonisti. Il dramma italiano è che ci sono pochi lettori, ma uno degli aspetti più folkloristici del Bel Paese è rappresentato dal fatto che abbondano i poeti e gli scrittori. Sessant’anni fa Mario Soldati premiando con un certo imbarazzo dei poetastri ad un concorso al circolo della Stampa disse che, paragonati ai terroristi che allora sparavano pallottole, i poeti erano di gran lunga migliori perché sparavano versi inoffensivi anche se deludenti. E’ passato più di mezzo secolo e i poeti sono sempre più numerosi al Salone e fuori dal Salone. Per fortuna i terroristi che sparano non ci sono più o non sono ancora tornati.