Laboratori, passeggiate, installazioni, performance, attività per famiglie, incontri pubblici e momenti di ricerca condivisa costruiscono un programma diffuso che trasforma il paesaggio fluviale in uno spazio aperto di sperimentazione. Tra gli ospiti figurano l’artista portoghese Maja Escher, il collettivo berlinese Perperúna Ensemble, ricercatrici e ricercatori provenienti da università e centri di ricerca europei.
Il Festival nasce nell’ambito del progetto europeo Horizon Europe ClimaGen – Climate, Imagination, Engagement, che si propone di trasformare quartieri urbani vulnerabili in luoghi rigenerati, resilienti e a basse emissioni. In questa prospettiva il Sangone diventa molto più di un corso d’acqua: è un’infrastruttura ecologica, culturale e sociale, un luogo dove sperimentare nuove alleanze tra istituzioni, comunità, ricerca e pratiche artistiche.
“Prendersi cura di una città significa anche imparare a guardare i suoi fiumi in modo diverso. Il Sangone è un patrimonio naturale spesso poco conosciuto, ma capace di raccontare la storia di Mirafiori e di indicare nuove prospettive per il suo futuro. Questo Festival invita a vivere il paesaggio come un bene comune e dimostra come la cultura possa contribuire concretamente alla cura del territorio, mettendo in relazione persone, luoghi e conoscenze. I fiumi sono risorse preziosissime per i contesti urbani, ma anche ecosistemi fragili, che richiedono attenzione, tutela e strategie capaci di preservarne l’equilibrio nel tempo, come ci insegna l’estate che stiamo vivendo”, dichiara l’assessore al Verde e ai Fiumi, Francesco Tresso.
Il Festival prende forma a Mirafiori sud, quartiere simbolo della storia industriale italiana che negli ultimi anni è diventato un importante laboratorio di rigenerazione urbana, ambientale e culturale della città. Il Sangone, Orti Generali, il Mausoleo della Bela Rosin, il Rifugio Antiaereo e il sistema di parchi e aree verdi compongono un paesaggio ricco di relazioni e di storie che il Festival sceglie di mettere al centro, contribuendo a costruire una nuova narrazione del quartiere, in continuità con esperienze recenti come l’opera IDOLO di Mike Nelson.
“La transizione ecologica riguarda anche il modo in cui immaginiamo il rapporto tra persone e ambiente. Per questo iniziative come “Il fiume che ci attraversa” sono preziose: mettono insieme arte, ricerca scientifica e partecipazione civica, creando nuove occasioni per comprendere gli ecosistemi urbani e costruire comunità più consapevoli. È lo stesso approccio che ispira ClimaGen, dove l’immaginazione diventa uno strumento concreto per affrontare il cambiamento climatico”, sottolinea Chiara Foglietta, assessora alla Transizione Ecologica, all’Innovazione e alle Politiche per l’Ambiente.
L’inaugurazione ufficiale è fissata per venerdì 25 settembre, con gli interventi delle curatrici e dei rappresentanti delle istituzioni seguiti da momenti performativi. Il Festival comincia prima, con le attività “Verso il Festival”, dal 20 settembre: il laboratorio “Alghe Acquatiche” con l’utilizzo di materiali di recupero, condotto dall’artista Stefano Fiorina, e un’escursione nel Parco Naturale Orsiera-Rocciavrè, dove nasce il Sangone.
Dal 22 al 25 settembre il programma si apre alla formazione, con due workshop dedicati a studentesse e studenti: uno sviluppato con il Politecnico di Torino e i corsi di laurea in Pianificazione Urbanistica e Territoriale e Architettura del Paesaggio, l’altro condotto dall’artista portoghese Maja Escher – tra le protagoniste di “Manifesta 15” e finalista dell’EDP Art Award – insieme agli studenti dell’Accademia Albertina. Escher lavorerà a •Pietra•Radice•Serpente•, un’installazione partecipativa che immagina il fiume come organismo vivente, capace di connettere corpi, memorie e comunità.
“Nel dare forma al festival, siamo partite da una prospettiva che guarda al fiume come spazio di relazione in cui dimensioni ecologiche, culturali, affettive e politiche si intrecciano. Da qui nasce una proposta che mette in dialogo pratiche artistiche, linguaggi ed esperienze differenti, riconoscendo la pluralità della partecipazione come condizione essenziale per la cura dei paesaggi d’acqua, rispecchiando la capacità del fiume di connettere persone, territori e narrazioni.” affermano le curatrici del Festival del Paesaggio Fluviale, Licia Soldavini, Caterina Selva e Lorenza Manfredi.
Il programma riunisce alcune delle voci più interessanti della ricerca artistica contemporanea: Ifor Duncan, dell’Università di Utrecht e del progetto “ERC EcoViolence”, insieme a Federico Broggini, Alberto Doretto, Marco Giardino, Elena Longhin, e a performer, illustratori, geografi e collettivi da tutta Europa, tra cui Perperúna Ensemble di Berlino.
Tra gli appuntamenti, “Swamp Jam” di Melma Crew, con sound design live di Isaias e Radio Banda Larga, traduce in performance dal vivo le relazioni invisibili dell’ecosistema del Sangone, tra microscopia e sound design. La conversazione “Alleanze più che umane” esplora il femminismo acquatico e le nuove ecologie politiche, che interpretano i corsi d’acqua come infrastrutture affettive e insieme archivi di conflitti e disuguaglianze. I “Dialoghi Inaspettati” rompono il formato del convegno per far incontrare cittadini, amministratori, artisti e ricercatori. E poi passeggiate geologiche, laboratori per famiglie e la proiezione del documentario “I ricordi del fiume” dei fratelli De Serio.
Il Festival del Paesaggio Fluviale “Il fiume che ci attraversa” è promosso dalla Fondazione della Comunità di Mirafiori, in collaborazione con Orti Generali e Città di Torino, nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020 ClimaGen – Climate, Imagination, Engagement. È ideato e curato da Licia Soldavini, Caterina Selva e Lorenza Manfredi. Tutte le attività sono gratuite.
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Una Città vive di tante iniziative intelligenti, ma vive anche delle denunce delle cose che non vanno, soprattutto se aiutano a vedere cosa la politica non ha visto. Ma la Città vive anche a seconda di come ricorda i suoi grandi personaggi, delle cose che han detto e delle loro denunce. Quando ho lavorato con Donat-Cattin ricordo le telefonate dei Vescovi per difendere l’azienda in crisi della loro Città. Ma ci sono Città che dimenticano i personaggi scomodi. È la sensazione che ho provato ieri sera alla bella Messa alla Consolata in ricordo dell’arcivescovo Nosiglia, un genovese zero diffidente, dal sorriso che apriva i cuori al dialogo. C’era tanta gente, ma qualche assenza faceva rumore, a partire dalla Giunta Comunale. Eppure Nosiglia per le crisi aziendali e per le difficoltà economiche e sociali di questa nostra bella Torino ne aveva fatto una malattia. Certo, Nosiglia non ha fatto sconti quando proprio alla Consolata aveva lanciato una denuncia arrivata anche nei palazzi romani. A Torino la metà della Città che sta bene non si accorge della metà della Città che sta male. Ma come nella Città amministrata dalla sinistra dal 1993 era dimenticata la metà della Città povera? Il PD reagì male, ma sostanzialmente non capì se è vero che oggi quella metà della Città sta ancora peggio. L’arcivescovo aveva preso iniziative forti che cercavano di coprire il vuoto della politica con l’Agorà sociale, andando nelle fabbriche in crisi… Come dimenticare la Messa all’Embraco? Aveva fatto convocare dal Prefetto il Comitato provinciale della sicurezza per ascoltare dal Parroco della Madonna della Pace la situazione della sicurezza in Barriera.