Il sistema carcerario del Piemonte continua a vivere una fase di forte sofferenza, con problemi che da anni attendono una soluzione strutturale. A pesare sono soprattutto il numero di detenuti superiore alla disponibilità effettiva dei posti, la cronica carenza di personale della Polizia penitenziaria e un clima interno reso sempre più difficile dall’aumento degli episodi di violenza, dalle problematiche legate alla salute mentale e dalle condizioni spesso obsolete di diversi istituti.
I dati aggiornati al 2026 confermano un quadro che resta critico. Nelle tredici strutture penitenziarie piemontesi sono presenti circa 4.360 persone ristrette, a fronte di una capienza regolamentare di poco inferiore ai 4.000 posti. In realtà la disponibilità effettiva è ancora più ridotta, perché numerose celle risultano inutilizzabili per lavori di manutenzione o per carenze strutturali. Questo significa che il livello di affollamento supera stabilmente il 109%, con inevitabili ripercussioni sulla gestione quotidiana degli istituti.
Tra le realtà più in difficoltà c’è il carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino, il più grande del Piemonte. Qui i detenuti sfiorano le 1.500 unità a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 1.100 posti. Si tratta di uno degli istituti più congestionati del Nord Italia, dove il sovraffollamento rende sempre più complicata la convivenza all’interno delle sezioni detentive e limita gli spazi destinati alle attività lavorative, formative e trattamentali previste dall’ordinamento penitenziario.
L’eccessiva presenza di detenuti si riflette inevitabilmente anche sulle condizioni di lavoro degli agenti della Polizia penitenziaria. Le organizzazioni sindacali denunciano da tempo una grave scopertura degli organici, con centinaia di unità mancanti rispetto al fabbisogno. Questa situazione costringe il personale a turni particolarmente gravosi, a un ricorso costante allo straordinario e a una gestione sempre più complessa delle emergenze. Gli agenti sono chiamati a operare in contesti dove il numero delle persone da sorvegliare supera spesso quello previsto e dove la presenza di soggetti con problematiche psichiatriche o di tossicodipendenza richiede un impegno ancora maggiore.
Le conseguenze sono evidenti anche sul piano della sicurezza. Negli ultimi anni si è registrato un incremento degli episodi di violenza all’interno degli istituti di pena. Le aggressioni nei confronti degli appartenenti alla Polizia penitenziaria sono aumentate, così come le risse tra detenuti, gli atti di autolesionismo, i danneggiamenti e gli episodi di protesta. Il Rapporto Antigone 2026 evidenzia che, a livello nazionale, nel corso del 2025 le aggressioni agli agenti sono cresciute di oltre il 12% rispetto all’anno precedente, mentre quelle tra detenuti hanno fatto segnare un incremento ancora più marcato rispetto ai dati di pochi anni fa. Una tendenza che trova riscontro anche negli istituti piemontesi, dove le organizzazioni sindacali segnalano con frequenza episodi di violenza e interventi resi sempre più difficili dalla scarsità di personale.
A Torino non sono mancati negli ultimi mesi casi di aggressioni agli agenti, colluttazioni tra detenuti, incendi di suppellettili, proteste e danneggiamenti, situazioni che hanno richiesto il tempestivo intervento del personale in servizio. Le sigle sindacali sottolineano come il crescente disagio interno sia strettamente collegato all’elevato numero di detenuti presenti e alla difficoltà di garantire un’adeguata separazione tra soggetti con caratteristiche criminologiche molto diverse.
Un’altra questione sempre più rilevante riguarda la presenza nelle carceri di persone affette da disturbi psichiatrici. Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, una parte consistente di questi soggetti viene gestita all’interno degli istituti penitenziari ordinari, che però non dispongono sempre delle professionalità e delle strutture necessarie per affrontare situazioni tanto delicate. Questa condizione contribuisce ad alimentare tensioni, episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio, fenomeni che continuano a rappresentare una delle principali criticità dell’intero sistema penitenziario.
Il sovraffollamento incide inoltre sulla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Quando le sezioni ospitano un numero di detenuti superiore alla loro capacità, diventa più difficile organizzare corsi di formazione, attività lavorative, percorsi scolastici e progetti di reinserimento sociale. Proprio queste iniziative rappresentano invece uno degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di recidiva e favorire il ritorno alla vita civile una volta terminata la detenzione.




