Temperature in quota fino a 4 gradi oltre la media, zero termico spesso oltre i 4.800 metri e ghiacciai che arretrano sempre più rapidamente. È il quadro tracciato da Legambiente in occasione dell’anteprima della Carovana dei Ghiacciai 2026, la campagna che dal 17 agosto al 3 settembre attraverserà cinque aree glaciali di Francia, Valle d’Aosta, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Piemonte.
Sull’Adamello, durante un flash mob organizzato insieme a CAI, CIPRA Italia, Fondazione Glaciologica Italiana e oltre 90 realtà firmatarie del Manifesto europeo per la governance dei ghiacciai, è stata presentata anche la piattaforma “Governare le Alpi che cambiano”, che chiede una gestione europea delle aree glaciali e il riconoscimento dei ghiacciai come bene comune.
Secondo Legambiente, la crisi climatica sta accelerando la fusione dei ghiacciai alpini. Tra i casi più critici figurano Monte Bianco, Marmolada e Adamello. Quest’ultimo ha visto arretrare la propria fronte di 265 metri tra il 2023 e il 2025 e di circa 760 metri dal 1997.
«Dal crollo di una parte del ghiacciaio dell’Ortles avvenuto in questi giorni alla cascata di acqua dalla vetta del Cervino (4478 m s.l.m) all’Adamello (3.539 m s.l.m) in forte ritirata, anche in alta quota la crisi climatica lascia sempre di più il segno con effetti che si ripercuotono a valle – commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – In particolare le Alpi si stanno riscaldando il doppio rispetto alle medie globali e le comunità montane devono essere aiutate e sostenute. Per questo anche dall’Adamello torniamo a chiedere al Governo di stanziare al più presto le risorse economiche necessarie per attuare il piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici insieme a politiche locali forti e incisive. Allo stesso tempo serve una governance europea per i ghiacciai, beni comuni da tutelare e proteggere, e un costante monitoraggio dell’alta quota sempre più fragile a causa della crisi climatica».
Sulla stessa linea Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia: «Riconoscere i ghiacciai come beni comuni – dichiara Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia – significa considerarli patrimoni collettivi essenziali per l’equilibrio ecologico, la sicurezza delle comunità, la regolazione delle risorse idriche, la tutela della biodiversità, del paesaggio e dei diritti delle generazioni future. Significa anche riconoscere che le aree glaciali e proglaciali non possono essere governate esclusivamente secondo logiche proprietarie o di mercato, ma richiedono forme di responsabilità condivisa e di gestione orientate all’interesse generale. Per questo oggi con l’anteprima di Carovana dei ghiacciai 2026 oltre a chiedere una governance europea per i ghiacciai, chiediamo anche che i ghiacciai vengano riconosciuti come beni comuni da tutelare e difendere».
Tra i partner della campagna figura anche FRoSTA Italia, che sostiene l’iniziativa per il settimo anno consecutivo e ha contribuito alla ricerca scientifica con la donazione di un pluviometro al Laboratorio di Climatologia Alpina del Monte Rosa.
«Sostenere Legambiente e la Carovana dei Ghiacciai per il settimo anno consecutivo conferma un percorso di collaborazione fondato su azioni concrete – dichiara Gianluca Mastrocola, Amministratore Delegato di FRoSTA Italia – In questi anni al fianco di Legambiente abbiamo sostenuto la ricerca scientifica, con la donazione del pluviometro al Laboratorio di Climatologia Alpina del Monte Rosa, e promosso iniziative di sensibilizzazione come la Festa dell’Albero. Un impegno che riflette la visione di FRoSTA, orientata a ridurre l’impatto ambientale lungo l’intera filiera attraverso investimenti nelle energie rinnovabili e nella riduzione delle emissioni di CO₂».
Commenta Mino Giachino, SITAV SILAVORO: “Siamo soddisfatti del flop odierno della preannunciata iniziativa dei Centri sociali NOTAV , siamo soddisfatti che i valligiani che sono stati zitti per anni finalmente prendano coraggio a denunciare i danni di una lotta violenta e cieca, ma una domanda sugli scontri di sabato scorso non possiamo non porcela: “Come hanno potuto entrare nel nostro Paese tanti black block esteri?“