Torino spinge sull’innovazione della mobilità, avanzando su due fronti strategici: la riorganizzazione del trasporto pubblico extraurbano e lo sviluppo della guida autonoma. Entrambi i percorsi entrano ora in una fase operativa, con l’obiettivo di tradurre le sperimentazioni in servizi concreti per cittadini e territori.
Da un lato, si è chiuso il confronto con i Comuni sul PAINT, il Piano dell’accessibilità e intermodalità della Città metropolitana. Il progetto punta a una rete più semplice e integrata, con collegamenti verso Torino più efficienti, maggiore copertura oraria e tariffe più eque. Entro la primavera è attesa la proposta definitiva, che sarà alla base dei futuri bandi per il trasporto pubblico locale.
Dall’altro, la città consolida il proprio ruolo di laboratorio avanzato per la mobilità autonoma. Con la sperimentazione AuToMove e il Living Lab ToMove, Torino testa navette senza conducente e soluzioni basate su intelligenza artificiale e infrastrutture smart. L’obiettivo è superare la fase pilota e avviare un’adozione su scala urbana.
In questo contesto si inserisce l’evento “Mobilità autonoma: il futuro si disegna a Torino”, occasione di confronto tra istituzioni, imprese e ricerca sulle condizioni necessarie per integrare queste tecnologie nel trasporto pubblico.
Il filo conduttore è unico: costruire un sistema di mobilità più efficiente, sostenibile e accessibile, capace di adattarsi nel tempo e rispondere alle nuove esigenze di cittadini, imprese e territorio.
In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerra – ma una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.











