Ruffino (Az): “Scontri tifosi fallimento ordine pubblico”

A Torino è accaduto qualcosa che non doveva accadere. Gli scontri fra le opposte tifoserie, con un tifoso ridotto in fin di vita, sono la conferma di un fallimento clamoroso del governo nella tenuta dell’ordine pubblico. Quando certe cose accadono l’evento sportivo – qualunque evento – va annullato con danno delle squadre che competono. E ai protagonisti di tanta violenza vanno somministrate giuste razioni di randellate e poi assicurati alla giustizia. Ieri abbiamo assistito a un tentato omicidio. Confidiamo tutti nel lavoro degli inquirenti perché gli autori vengano arrestati e processati. Alle forze dell’ordine, ancora in attesa dei rinforzi promessi e non ancora arrivati, va la solidarietà mia e di Azione.

Così l’on. Daniela Ruffino, segretaria regionale di Azione in Piemonte

La Giornata delle Dimore storiche a Robella

Domenica 24 maggio l’Associazione Dimore Storiche Italiane ETS, che riunisce i proprietari di immobili storici di tutto il Paese, ha organizzato la XVI edizione della sua Giornata Nazionale, evento che ha permesso al pubblico di visitare gratuitamente oltre 450 luoghi esclusivi come castelli, ville, giardini storici, palazzi nobiliari, conventi e residenze d’epoca, 36 dei quali in Piemonte. Questi immobili, situati in gran parte nelle campagne o in provincia, rappresentano il più grande museo diffuso d’Italia. Renderli visitabili gratuitamente in occasione di questa giornata permette di dimostrare al grande pubblico il ruolo insostituibile svolto dai proprietari privati nella tutela, conservazione e valorizzazione di una parte fondamentale del patrimonio storico e artistico italiano.
Per il 2026 è stato scelto come tema “Custodi di futuro: un patrimonio vivo per un valore condiviso” per richiamare la responsabilità condivisa della tutela e della conservazione del patrimonio storico-architettonico privato.
Il Torinese.it era presente a Robella (AT) per l’apertura di Casale Armanda, organizzata dalla famiglia Calvo con il patrocinio del Comune e dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv.

Robella fece parte della Contea dei Radicati, nobile famiglia il cui capostipite fu Manfredo, Conte di Milano nell’869. Il casato, diviso in diversi rami riuniti in una consortile, dal X secolo fino al 1586 regnò su uno Stato praticamente autonomo che aveva come capitale Cocconato e comprendeva 47 feudi, tra i quali Aramengo, Marmorito, Passerano, San Sebastiano da Po e Robella. I Radicati riconoscevano come autorità superiore soltanto quella dell’Imperatore dei Romani e basavano la loro economia sui diritti di passaggio. Ogni anno un ramo diverso si alternava al governo di questa Nazione da Cocconato.
Nel 1586 si sottomisero ai Savoia, pur mantenendo ampi poteri feudali e dal 1589 al 1598 batterono moneta al Castello di Passerano. Nel 1734 i diversi rami si divisero i possedimenti, ponendo così fine alla consortile. Alcuni di essi si sono estinti nel lignaggio maschile, mentre altri sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, tra questi i Radicati di Brozolo.
A Robella il casato fece edificare ben due magnifiche dimore: il castello, tra il XII e il XIII secolo e Casale Armanda nel 1593.
Il maniero nel 1830 venne portato in dote da Rosa Lucia Radicati a Carlo Emanuele Gabriele Nicolis di Robilant, scudiero di Re Carlo Alberto. La loro bisnipote Maria sposò il Conte Alberto Cotta, nonno dell’attuale Conte di Robella.
Casale Armanda venne invece fatto edificare nel 1593 da un ramo secondario dei Radicati, per la produzione del vino.
Nel 1878, alla morte di Irene Radicati, il casale venne ereditato dal pronipote Giuseppe Musso Cambiano. Egli si spense nel 1909 lasciando orfana la piccola Camilla, della quale se ne prese cura il Sindaco di Robella. La nobildonna sposò Giacomo Martini, fratello del Prof. Enrico, l’inventore del pronto soccorso. La coppia ebbe un figlio, Giovanni, che morì a soli 32 anni nel 1942 in Africa Orientale Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1974 Camilla cedette Casale Armanda a Guido Calvo. L’aristocratica era madrina di battesimo di Armanda Graglia, alla quale è dedicato l’edificio, la cui famiglia vi visse in regime di mezzadria per almeno tre generazioni. Armanda sposò Giuseppe Rolfo, il cui padre Giacinto, viticoltore di antica generazione, nel 1908 fu invitato a Londra, dove, in occasione dei Giochi della IV Olimpiade, venne organizzata un’esposizione internazionale. Egli presentò il suo prodotto d’eccellenza: il vino “chiaret”, frutto di una miscellanea di uve autoctone del Monferrato ora scomparse. Il prezioso nettare ricevette il diploma di benemerenza e la medaglia d’oro con l’effige di Re Edoardo VII. L’anno successivo Casa Savoia premiò Giacinto con il “Brevetto Reale” consegnato dalla Regina Madre Margherita nella Palazzina di Caccia di Stupinigi. Da quel momento la famiglia Rolfo ebbe la facoltà di esporre l’arme della regina madre su tutte le etichette di vino. Giuseppe e Armanda ebbero una figlia, Silvana, che sposò Guido Calvo, dal quale ebbe due figli: Pierangelo e Paolo, attuali proprietari del casale.
Il complesso ospita oggi l’ecomuseo contadino, un’esposizione permanente che occupa 23 locali e comprende camera da letto, biblioteca, salone, cucina, e cantine. Il visitatore ha la possibilità di ammirare mobilio e vestiti d’epoca, nonché tutti gli utensili necessari per la coltivazione della vite, la raccolta dell’uva e la distillazione del vino, immergendosi nell’atmosfera di una casa di inizio Novecento.
Domenica 24 maggio a Casale Armanda il numeroso pubblico, guidato da Pierangelo Calvo e dallo scrivente, ha iniziato la sua visita nella parte settecentesca dell’edificio, precisamente nella sala dove sono esposte le copie originali del Brevetto Reale e del diploma dell’Esposizione Internazionale di Londra, nonché preziosi documenti della famiglia Bergoglio, originaria proprio di Robella e poi trasferitasi nel 1763 a Schierano e nei primi anni dell’Ottocento a Portacomaro.
La visita è proseguita nella contigua Sala fotografica, nella Bibliotechina, un tempo la camera da letto del robellese Enrico Martini, l’inventore del pronto soccorso e nel Grande Salone.
I visitatori sono quindi scesi al pianterreno, dove si trovano le storiche cucine e l’ecomuseo contadino ed hanno terminato il percorso nell’antica cantina di fermentazione, ubicata nella parte ottocentesca e mai terminata del casale. Questo spazio ospitava le seguenti mostre fotografiche: “Nebbia agli irti colli” di Franco Merlo e “Metamorfosi botaniche” di Pietro Medico. Il liutaio volpianese Giuseppe Martina, classe 1934 e considerato il più anziano liutaio d’Italia ha esposto alcuni preziosi strumenti musicali a corda.
Alle ore 17,30 nel giardino è stato presentato il libro “SAVOIA. L’albero genealogico e i protagonisti della dinastia” di Andrea Carnino e Pierangelo Calvo, edito da Susalibri di Angelo Panassi. Gli autori hanno dialogato con la Dott. Liliana Ravagnolo, una tra i primi italiani a conseguire la certificazione da parte della NASA per l’addestramento degli astronauti, che fu l’istruttrice spaziale di Samanta Cristoforetti, Paolo Nespoli e Luca Parmitano.


La giornata è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici:

  • I Signori di Rivalba nell’Ottocento” il cui Presidente Alberto Moret ha impersonato Camillo Benso, Conte di Cavour, mentre gli altri rievocatori hanno vestito i panni della Venerabile Giulia Falletti di Barolo, di Costantino Nigra, di Virginia Verasis Asinari, Contessa di Castiglione, di Giuseppe Mazzini e di diversi nobili;
  • I Signori di Torino nell’Ottocento” i cui rievocatori hanno impersonato la Regina Margherita, accompagnata dal Marchese Emanuele Pes di Villamarina, con la consorte Paola, dama d’onore della sovrana;
  • Della Fenice” di Pianezza, la cui Presidente Monica Todi ha impersonato Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna, Regina di Spagna dal 1870 al 1873, accompagnata da due dame di compagnia e da un gentiluomo;
  • I Nobili della Collina torinese” in abiti ottocenteschi.

Tra i numerosi presenti: Claudio Gavosto, Sindaco di Robella; Fulvio Mazzocchi, Sindaco di Barolo (CN); Giovanni Panichelli, Sindaco di Volpiano (TO) e Massimo Alfano, pittore ufficiale della Marina Militare Italiana e storico navale.

ANDREA CARNINO

“Beraudo di Pralormo e Sivio Pellico. Storia di un’amicizia”

Di recente uscita il libro realizzato da Angelo Toppino, Andrea Carnino e Paola Arnaldi

È di recente uscita il libro dal titolo “Beraudo di Pralormo e Silvio Pellico. Storia di un’amicizia”. Il volume è scritto da Angelo Toppino, Andrea Carnino e Paola Arnaldi e pubblicato da Gondour edizioni del Centro Studi Silvio Pellico, nella collana Geo-Grafie. Illustra la straordinaria amicizia, nata quasi per caso, fra il Conte Carlo Beraudo di Pralormo e lo scrittore Silvio Pellico, diventata nel tempo una delle più solide del Risorgimento italiano. Tutto ebbe inizio il 13 ottobre 1820 a Milano, alle 15, quando Silvio Pellico, entrato in contatto con la carboneria, venne arrestato dalla polizia austriaca durante una grande ondata repressiva che avrebbe colpito decine di patrioti del lombardo veneto. Dopo mesi di detenzione a Milano e poi a Venezia, Pellico venne condannato e trasferito allo Spielberg, fortezza-carcere di Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, dove l’impero austriaco mandava i detenuti più pericolosi. Nel penitenziario le condizioni di vita erano pensate per spezzare lo spirito e il fisico dei detenuti. Il Commissario Superiore di Polizia von Helgenbert gli promise che la sua pena sarebbe stata dimezzata, ma quando fu chiaro che questa promessa non sarebbe stata mantenuta la famiglia di Pellico si rivolse all’Ambasciatore a Vienna, il Conte Beraudo di Pralormo, la cui intercessione a favore dell’Ambasciatore si estese per l’introduzione periodo della detenzione, dal 1822, data della prima lettera documentata, al 1830, anno della liberazione. Nel libro sono riportate l’elettore che il Conte si scambiava con Silvio Pellico e la sua famiglia, tra cui quella inviata a Luigi Pellico e datata da Vienna 12 aprile 1822. Nel volume viene anche trattata la storia del Castello di Pralormo, maniero conosciuto alla maggior parte delle persone per Messer Tulipano, e la vita del Conte Carlo Beraudo, il quale servì ben quattro sovrani sabaudi: Vittorio Emanuele I, Carlo Felice, Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. Il lettore avrà la possibilità di immergersi nella Torino degli anni Trenta dell’Ottocento, quella dei “Santi Sociali”, i Venerabili Carlo Tancredi e Giulia Falletti di Barolo, grandi protagonisti del racconto; seguono San Giuseppe Agostino Benedetto Cottolengo, fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, e Emanuele Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, ma anche l’atmosfera in cui i mendicanti portavano sul petto una piastrina gialla per avere il permesso di elemosinare, e i bambini abbandonati vagavano per le strade senza che nessuno se ne curasse. A porre rimedio a queste ingiustizie ci pensarono il Conte di Pralormo, i Marchesi di Barolo, Cavour, Cottolengo e Silvio Pellico.

La storia è stata raccontata a due voci: la prima, quella del racconto, curata da Angelo Toppino e Paola Arnaldi, si rivolge a chi vuole capire chi fossero queste persone e che cosa le muovesse; la seconda, quella dell’approfondimento storico, curata in particolar moda da Andrea Carnino, compare alla fine di ogni capitolo, distinta anche graficamente, ed offre ciò che il racconto da solo non può dare: dalle genealogie alle date precise, dai documenti d’archivio al contesto politico istituzionale. Il volume è stato presentato per la prima volta il 18 maggio scorso, presso il Salone del Libro, nell’Arena Piemonte, alla presenza della venerabile Giulia Falletti di Barolo impersonato da Monica Todi, presidente del Gruppo Storico della Fenice di Pianezza, accompagnata da una dama di compagnia.

La prossima presentazione è in programma domenica 12 luglio, alle ore 18, presso le scuderie del castello di Castiglione Falletto.

Mara Martellotta

Prevale il “già detto” nelle storie intrecciate di Almodòvar

Da Cannes sugli schermi “Amarga Navidad”

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Sull’asticella dei lungometraggi firmati da Pedro Almodòvar – o semplicemente Almodòvar come si legge da tempo nei titoli di testa – “Amarga Navidad” è al numero venticinque, un percorso di anni del ragazzo della Mancia approdato nella capitale spagnola con la passione dei fumetti e del teatro d’avanguardia e del cinema, una ribellione nella testa, corrosivo e disturbante, il coperchio da risollevare del dopo Franco e da far esplodere. Iniziava trentenne e le “ragazze del mucchio” con Pepi, Luci e Bom facevano da apripista alla rivoluzione. Ce lo hanno fatto amare le storie, lo stile, l’elogio della diversità, la magnifica libertà nell’esprimersi, la commozione e lo sberleffo, quel tanto di autoironia disseminata, sempre più le tematiche, man mano che gli anni passavano e i cappelli gli s’imbiancavano. L’esplosione a Cannes con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, che avrebbe guardato agli Oscar, poi quell’infilata sequenza di capolavori a cavallo del millennio con “Tutto su mia madre” (1999) e “Parla con lei” (2002) – vogliamo definirli i film più “belli” dell’intera filmografia? -, con “La mala educaciòn” e “Volver” sino a “Dolor y gloria” e la “Stanza accanto” che gli fece meritare il Leone d’oro a Venezia due anni fa. Lo sguardo rivolto al cinema, alla stesura di una sceneggiatura e alla realizzazione di un film, agli amori e alla disperazione, alla figura della madre e al senso di colpa, all’abbandono delle persone care e alla morte, all’eterno dualismo di arte e vita, di realtà e finzione che da quella sera del maggio 1921, complice Pirandello e i suoi personaggi alla ricerca di un autore che li rappresenti vivi sulla scena, con tanto di realissimo sparo mortale e lo sgomento di ognuno, ci perseguita. È, per un autore, il mettersi al computer, ai battiti (anche del cuore) incessanti della tastiera per catturare la vita degli altri.

Ci porta qualcosa di nuovo “Amarga Navidad” (mentre da Cannes il regista ci ha fatto sapere che un’altra sceneggiatura è già pronta, con il suo titolo ben preciso)? Siamo nel 2004, crisi di panico e un gran mal di testa Elsa, una sera, regista di spot pubblicitari con due film all’attivo che pochi hanno visto ma che proprio per questo, forti della presenza di uno sparuto gruppo di fan, sono divenuti “di culto” – e cosa voglia dire “di culto” lei lo spiega in modo didascalico a una dottoressa che per il pronto ricovero l’ha messa sotto osservazione, dottoressa che non ha dimestichezza con il mondo del cinema ma vista la sua semplicità intellettuale semplicemente sbalorditiva si è tentati di pensare anche con altro che la riguardi più da vicino. Ricovero a cui l’ha condotta il suo prestante boy, Beau o Bonifacio, pompiere di professione ma pronto ad arrotondare nelle pause in un locale di stripper e a divertire le festeggiate e amiche del cuore che sono lì per gli addii al nubilato – e ci accorgeremo dopo come siano mutati quei locali con il passar degli anni, con il pubblico che ci va per osservare o per toccare con mano il punto finale dell’eros -, intercettato per una pubblicità di mutande, muto e con lo sguardo perso nel vuoto. Srotolandosi la storia -, in una sorta di horror vacui che dovrebbe già spaventare lo spettatore, in quell’affastellarsi di personaggi e di giravolte e di incastri, che il montaggio solletica sfrenato, in quegli script che guardano da lontanissimo a un punto di raccolta finale e preciso, che non fanno che confermarci come già in altre occasioni Almodòvar abbia più o meno peccato di quel barocchismo cinematografico tutto volute e ridondanze che forse era divertente e accettato negli anni dello sfrenato divertimento ma che in questo adottato rinchiudersi su se stesso andrebbe tenuto più sotto una campana di vetro o maneggiato con più attenzione – ci si fa la conoscenza di una di lei sorella, Patricia, che sottrae il figlio a un marito che con tutta probabilità la tradisce ma che altresì, a seguito di una telefonata zuccherina soltanto, riallaccia i rapporti, toccata e fuga di un personaggio – come altri, presi e abbandonati – che non ha il tempo di concretizzarsi; e di un’amica, Natalia, sbocciata nelle fasi finali, che cova il dolore della perdita di un figlio morto in un incidente, di cui avverte la responsabilità, con cui trascorrere le feste di Natale nel nero deserto di Lanzarote (mentre Beau si sente messo da parte, mentre avrebbe voglia di partire pure lui), gli stessi paesaggi già richiamati negli “Abbracci spezzati” del 2009. Fatti e persone che Elsa – “ho di nuovo voglia di scrivere”, ripete – intende far entrare in una sua nuova sceneggiatura: e si risente il ticchettìo dei tasti. Interminabile.

Come un rivelarsi – mal riuscito – di scatole cinesi, realtà che s’alterna a quella finzione, tutto questo spigoloso racconto altro non è che la faticosa sceneggiatura, il difficile iter creativo – nell’anno di grazia 2024 – di Raùl, immediatamente immaginabile alter ego del regista, che da cinque anni non s’avvicina all’arte che ha sempre inseguito, che coltiva con il suo compagno Santi (un’immagine che riflette Beau) una liaison che ha qualche ombra di stagno, con i silenzi e i servizi di quest’ultimo, che ha un culto per la segretaria Monica (“tu sei la mia miglior lettrice”), non soltanto chi ricorda gli appuntamenti o gli inviti strapagati o le retrospettive da presentare o i premi che continueranno a dargli lustro e successo, a farlo decretare come un maestro, ma anche la confidente: che ad un certo punto le confesserà il desiderio di licenziarsi, di staccarsi un poco da lui, per stare accanto alla sua compagna che accudisce al figlio colpito da un tumore. Uno specchio continuo, ridondante, infarcito di sguardi sin troppo espliciti. Sino a quando una summa di spiegazioni rancorose non metteranno di fronte Raùl e Monica, tra le luci di un parco che si stanno accendendo, accuse di lei sull’uso sfacciato che lui ha fatto di quella sua storia privata di unione e di dolore. Almodòvar parla e corre in propria difesa per bocca di Raùl e i titoli di testa scorreranno sulla nuova fatica di entrambi. E forse è anche lo spettatore a parlare al regista (o una parte del suo pubblico, chissà) quando Monica gli butta in faccia che lui i suoi film migliori li ha già fatti (“Dolor y gloria” non starebbe lì a dimostrarcelo?), che cancelli il personaggio di Natalia, che faccia magari un’opera assai più breve (“The Human Voice” e “Strange Way of Life” sono i recenti esempi il cui Almodòvar ci ha avvicinato) e la consegni a una piattaforma, pagano bene e Netflix non aspetta altro, “i tuoi fan vedrai che lo apprezzeranno come oggi apprezzano i film minori di Bergman e di Fellini”. Almodòvar mette in discussione il linguaggio del cinema, del suo cinema, rivendica la propria libertà autoriale, anche il blocco di scrittura che approderà magari ad altre prove, altresì convincenti e autorevoli, il continuare a perseguire (a perseguitare?) quegli stessi temi che già ci ha raccontato. Ma oggi vediamo in “Amarga Navidad” il prevalere del già detto – tanto della storia di Elsa pare girare a vuoto, persino il cameo di Rossy De Palma suona stonato -, l’insistenza nel voler affrontare ancora una volta quanto un tempo aveva il piacevole sapore della scoperta, della novità. Certo Almodòvar continua a contare, e a convincere, sulla sua sincerità, sulle sue musiche e sulle canzoni struggenti, sui colori fiammeggianti di cui inonda i suoi film, gli abbigliamenti delle attrici, scambiabili, tra il rosso e il verde, le ondate di giallo e di blu, le ambientazioni e gli esterni – la villa rifugio di Lanzarote è una vera favola -: ma tutto ci appare oggi sospeso e confuso, manca il colpo o i tanti colpi di genialità dell’”8 e mezzo” felliniano e noi, questa volta, come quegli artisti del circo del vecchio film di Alexander Kluge siamo “perplessi”.

Con la nostra recensione, due immagini del film, prod. El Deseo, con gli attori Leonardo Sbaraglia (Raùl), Bàrbara Lennie (Elsa) e Vitoria Luengo (Patricia); la foto di Pedro Almodòvar è tratta da www.roche-bobois.com

Elezioni nei Comuni piemontesi: alle 19 di domenica affluenza superiore al 30%

AMMINISTRATIVE

Prima rilevazione dell’affluenza: domenica ore 12

In Piemonte, alle ore 12, l’affluenza alle urne ha raggiunto il 15%, un dato leggermente superiore alla media nazionale, ferma al 14,74%. La provincia con la partecipazione più alta è stata quella di Vercelli, dove ha votato quasi il 20% degli aventi diritto. Più contenuta invece l’affluenza nella città metropolitana di Torino, attestata al 13,39%.

Affluenza aggiornata alle ore 19

Alle 19 l’affluenza nei Comuni piemontesi chiamati al voto si è fermata al 32,91%. Anche in questa rilevazione la provincia di Vercelli registra il dato più elevato, con il 40,41% dei votanti. Più basso invece il dato della città metropolitana di Torino, dove l’affluenza raggiunge il 30,36%.

I Comuni al voto in provincia di Torino

Nel territorio della città metropolitana di Torino si vota in 23 Comuni: Moncalieri, Venaria Reale, Alpignano, Castellamonte, Givoletto, San Giusto Canavese, Baldissero Canavese, Castelnuovo Nigra, Chiesanuova, Isolabella, Montalenghe, Monteu da Po, Novalesa, Osasio, Parella, Rivalba, Samone, Sestriere, Torre Canavese, Valperga, Venaus, Virle Piemonte e Vistrorio.

Piemonte e Valle d’Aosta, strategie comuni

Un accordo per consolidare la collaborazione istituzionale e il coordinamento in ambiti strategici di interesse comune tra le due Regioni è stato sottoscritto dai presidenti del Piemonte Alberto Cirio e della Valle d’Aosta Renzo Testolin.

La firma, avvenuta nel Municipio di Pont-Saint-Martin, ha fatto seguito alla visita che il presidente Cirio aveva compiuto il 23 dicembre scorso al Governo regionale valdostano, durante la quale era stata manifestata la volontà di formalizzare il rafforzamento della sinergia tra le due Regioni, non solo in virtù della prossimità geografica e della necessità di approcci coordinati su opportunità e problemi che riguardano le aree limitrofe, ma anche per gli interessi comuni in diversi settori strategici, oltre al fatto che Valle d’Aosta e Piemonte sono la sede dei principali nodi transalpini di collegamento tra Italia, Francia e Unione Europea.

Con questo accordo le due Regioni si impegnano quindi ad avviare forme stabili di dialogo e cooperazione istituzionale, anche in grado di creare occasioni di relazioni tra gli enti locali, gli operatori economici e culturali e i cittadini in diverse materie:

  • viabilità e trasporti, con riguardo alle infrastrutture e ai collegamenti ferroviari, autostradali, stradali e alla mobilità in generale;
  • protezione civile, in relazione alla prevenzione, gestione e superamento delle emergenze;
  • sanità, con attenzione agli aspetti organizzativi e alla cooperazione nei servizi di interesse comune;
  • cultura, con particolare riferimento al sistema museale, all’artigianato di tradizione e a iniziative culturali di rilievo;
  • turismo, anche in un’ottica di promozione integrata dei territori;
  • ambiente e risorse naturali, incluse le politiche di gestione e valorizzazione del Parco Nazionale del Gran Paradiso;
  • agricoltura, con particolare riferimento alla valorizzazione dei prodotti tipici locali;
  • territori montani, per lo sviluppo, adattamento e mantenimento dei servizi essenziali;
  • economia, con riguardo a sviluppo industriale, ricerca, innovazione e competitività del sistema economico;
  • energia, con particolare riferimento ai temi della decarbonizzazione, dello sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficientamento energetico;
  • cooperazione territoriale europea, a livello transfrontaliero, transnazionale e di Strategia macroregionale alpina.

L’accordo si concretizzerà in incontri periodici tra delegazioni delle due Regioni, la cui composizione sarà determinata di volta in volta in relazione alla specificità e alla natura tecnica o politica dei temi oggetto di discussione.

“Diamo forma e ufficialità a un rapporto di collaborazione che è già nei fatti e che intendiamo rafforzare nell’interesse dei nostri sindaci e delle nostre comunità su temi strategici, a partire dalla viabilità e dai trasporti che incidono sulla vita e sulla pelle dei nostri cittadini, e che ci vedono impegnati sul fronte ferroviario, stradale e sul futuro dei collegamenti internazionali, con l’apertura della Francia che finalmente, dopo anni, sembra disponibile a ragionare di raddoppio del tunnel del Monte Bianco – hanno dichiarato il presidente Cirio e l’assessore Gabusi – Sui servizi sanitari e di salute già collaboriamo ma possiamo fare di più e meglio, così come nella protezione civile che ci ha già visto operare insieme in molte situazioni di emergenza per portare le nostre competenze e la nostra esperienza in materia di soccorso e pronto intervento. La collaborazione tra Regioni diventa ancora più strategica quando si parla di programmazione e questo accordo è particolarmente significativo anche in vista della prossima programmazione europea nella quale, su molti temi, potremo ragionare insieme per portare benefici ai nostri territori”.

“La firma di questo protocollo – ha affermato il presidente Testolin con gli assessori Bertschy, Baccega e Grosjacques – vuole suggellare una collaborazione che esiste già nel quotidiano, in quanto sono già numerose le occasioni di incontro e lavoro comune con il Piemonte. Pensiamo alla collaborazione costante per i lavori sulla rete ferroviaria, l’impegno per gli interventi sul vallo di Quincinetto, la gestione delle diverse tematiche nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, le iniziative transfrontaliere e i tanti progetti europei, le cui ricadute generano impatti concreti e rilevanti nei diversi territori. Oggi raggruppiamo queste attività e altri obiettivi strategici, come la ricerca e sviluppo e la valorizzazione del turismo e dell’enogastronomia, in un documento formale, che terrà conto e lavorerà per dare concretezza alle scelte dettate principalmente dall’ascolto e dai bisogni del territorio e che potrà coinvolgere e sostenere anche attività puntuali promosse da enti locali e associazioni regionali”.

Affitti brevi a Torino: un fenomeno che richiede governo, non solo regole

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Di Paolo Biancone

I dati diffusi da ANSA sui ricavi Airbnb a Torino — cresciuti del 240% tra il 2017 e il 2024 — descrivono una trasformazione strutturale del mercato abitativo e ricettivo urbano, non un’anomalia congiunturale. Secondo la ricerca Airmap presentata al Politecnico, nel 2024 gli affitti brevi hanno generato 68,3 milioni di euro, con quasi 10.000 annunci attivi. L’85% riguarda intere abitazioni: il che indica che il fenomeno ha già superato la soglia dell’ospitalità occasionale ed è diventato una componente stabile dell’offerta. Il meccanismo che ne spiega l’attrattività economica è la tariffazione dinamica. In una città che ospita eventi ad alta concentrazione di domanda — ATP Finals, Salone del Libro, partite europee, fiere — il prezzo per notte non è un dato fisso, ma una variabile che reagisce al calendario, al tasso di occupazione atteso, alla scarsità temporanea di offerta. Il Salone del Libro 2026 ha registrato 254.000 visitatori; le ATP Finals, nelle edizioni torinesi, hanno superato i 200.000 biglietti venduti con un impatto economico stimato in centinaia di milioni. In questo contesto, poche notti in alta domanda possono pareggiare — o superare — il rendimento di mesi di locazione ordinaria. Non è un’irrazionalità del mercato: è la sua logica. Questo non significa che il fenomeno sia privo di conseguenze sul tessuto urbano. Quando una quota crescente di abitazioni viene sottratta al mercato residenziale, la disponibilità di alloggi per lavoratori, studenti e famiglie si riduce. La pressione non è uniforme: interessa in modo selettivo alcune zone — Centro, Quadrilatero, San Salvario, Vanchiglia, i quartieri universitari — dove la sovrapposizione tra domanda turistica e domanda abitativa è più intensa. Allo stesso modo, gli effetti sul commercio di prossimità non sono lineari: gli affitti brevi possono sostenere bar, ristoranti e botteghe alimentari, ma tendono a produrre un commercio più intermittente, orientato all’evento, meno radicato nei consumi quotidiani dei residenti. La questione, dunque, non è se regolamentare, ma come farlo in modo che le regole siano efficaci e differenziate. Un primo nodo riguarda la conoscenza del fenomeno. Il Regolamento europeo 2024/1028, applicabile dal 20 maggio 2026, introduce un quadro comune per la raccolta e la condivisione dei dati sugli affitti brevi: registrazione degli host, codici identificativi, trasmissione delle informazioni dalle piattaforme alle autorità competenti. È una base necessaria. Senza dati territoriali aggiornati — annunci per sezione censuaria, quota di intere abitazioni, andamento dei canoni, tasso di residenzialità — qualsiasi intervento rischia di essere impreciso o controproducente. Un secondo nodo è la differenziazione. Il mercato degli affitti brevi non è omogeneo: comprende chi affitta saltuariamente una seconda casa, chi mette a reddito un appartamento ereditato, chi gestisce professionalmente più unità attraverso property manager strutturati. Una disciplina uniforme applica lo stesso trattamento a situazioni con impatti molto diversi sul mercato abitativo, e produce inevitabilmente effetti distorsivi. Resta aperta, infine, la questione degli incentivi. Se l’obiettivo è che una parte del patrimonio abitativo resti o torni sul mercato delle locazioni ordinarie, non è sufficiente rendere più oneroso l’affitto breve: occorre rendere più conveniente e più sicura l’alternativa. Garanzie sui canoni, fondi per la morosità incolpevole, fiscalità differenziata per affitti a studenti, giovani lavoratori e personale sanitario o universitario sono strumenti già disponibili, sottoutilizzati. Torino ha ancora margine per affrontare questo tema prima che le dinamiche diventino difficilmente reversibili. La crescita degli affitti brevi è un indicatore di attrattività. Il modo in cui verrà governata dirà qualcosa di più duraturo sulla capacità della città di tenere insieme sviluppo economico e coesione urbana.

Sì da’ fuoco davanti ad Amazon. E’ grave al Cto

Un 36enne  di Chivasso, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco nel piazzale dello stabilimento Amazon di Torrazza Piemonte. L’uomo non è un dipendente dell’azienda. Alle origini del gesto vi sarebbero motivi sentimentali. Il 118  ha trasportato il ferito in codice rosso al Cto di Torino.

Giovanni Negri: “Tortora liberale e radicale, difensore dei diritti e della libertà”

L’INTERVISTA

A oltre quarant’anni dal caso giudiziario che travolse Enzo Tortora, quella vicenda continua a rappresentare una delle pagine più cupe della giustizia italiana. Arrestato nel 1983 con accuse poi rivelatesi infondate, Tortora divenne il simbolo degli errori giudiziari, della carcerazione preventiva e del rapporto spesso difficile tra magistratura, politica e informazione.

Nel pieno di quella battaglia civile arrivò anche la candidatura alle elezioni europee del 1984 nelle liste del Partito Radicale, fortemente sostenuta da Marco Pannella e da Giovanni Negri. All’epoca Negri era il più giovane segretario politico della storia repubblicana: appena 27 anni quando venne eletto alla guida del Partito Radicale. Oggi imprenditore, giornalista, già protagonista di numerose battaglie garantiste e sui diritti civili, fu tra coloro che videro nella candidatura di Tortora non soltanto un gesto politico, ma una battaglia per lo Stato di diritto.

Con Giovanni Negri ripercorriamo oggi quella stagione: dalla scelta di portare Tortora in Europa, fino all’eredità che quel caso ha lasciato nel dibattito italiano sulla giustizia e sui diritti dei detenuti.
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Onorevole Negri, uso il titolo che le spetta per la sua precedente vita politica. Partiamo da lontano, parlando proprio di politica, della Prima Repubblica che vide voi radicali protagonisti “rivoluzionari” rispetto al sistema. Che cosa ricorda di allora?
“Noi radicali fummo una pietra miliare del cambiamento, eravamo i ribelli delle grandi battaglie sociali e dei diritti. Ma non fu contestazione fine a sé stessa. Il nostro era un autentico attaccamento alle istituzioni. La nostra passione civile era ispirata dal rispetto dei valori della Repubblica, dall’operare per fare il bene. Montanelli fece l’apologia di Pannella attraverso una metafora che rende bene l’idea: disse che era un cavallo pazzo ma poi alla sera tornava alla fattoria e  rimetteva tutti gli altri cavalli tranquilli al loro posto.
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Veniamo a Enzo Tortora. Ne avrebbe di cose da dire, ma provi a tracciarne un ritratto in sintesi.
Enzo era un gran signore. Prima di diventare il Tortora inguaiato, io già lo vedevo come un radicale e liberale, culturalmente parlando. Lo dipingerei come un “riformatore protestante”, un “anglosassone in Calabria”. Enzo voleva bene come un padre a me e ai radicali, ci aveva giurato fedeltà. Nei lunghi viaggi in macchina prima e dopo la campagna per le Europee del 1984, ci raccontava decine e decine di aneddoti della sua vita da giornalista e conduttore, aveva l’entusiasmo di un bambino, nonostante fosse irrimediabilmente segnato dalla barbarie giudiziaria che lo aveva colpito. E il suo impegno per una giustizia più giusta e per i diritti dei carcerati fu strenuo e sincero. Così come lo fu quello precedente, con la battaglia da vero pioniere per la libertà della televisione contro il monopolio pubblico, quando nacquero grazie a lui e a Renzo Villa, prima Tele Alto Milanese e poi Antenna 3 Lombardia. Alla fine del suo periodo buio era riuscito a riprendersi almeno parte della vita che gli era stata negata dal dramma che lo aveva colpito e che lo avrebbe portato di lì a poco alla morte. Quando morì rimasi annichilito, faccio fatica a parlarne ancora oggi, è come se piombassi in un pozzo nero. Fu la morte di un familiare, di un fratello…”
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Un episodio che fece scalpore, fu l’arrivo di Tortora  in moto per consegnarsi alla polizia in piazza Duomo a Milano, dopo la rinuncia dell’immunità parlamentare…
“Un ricordo indelebile! Fu una combine. Mentre con Pannella tenevo un comizio in piazza, a fendere la folla fu una moto guidata da un signore piuttosto anziano (era un nostro militante che si era prestato al gioco), con un passeggero a bordo: quando quest’ultimo si tolse il casco, lo stupore di tutti: era Tortora, arrivato in quel modo spettacolare, in stile radicale, per farsi arrestare. Un colpo mediatico incredibile, che avevamo preparato con cura! Un dirigente della digos mi disse: “Onorè, le faccio i complimenti…”. E poi la polizia accompagnò Tortora ai domiciliari nella sua casa di via dei Piatti, a poche decine di metri. Dove tra l’altro Enzo si accorse di essere senza chiavi e gli agenti gli dissero: “La lasciamo qui in attesa che arrivino ad aprirle la porta, ci fidiamo di lei”.
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E quella volta con Pippo Baudo?
“Deve sapere che Tortora una volta mi raccontò di avere incrociato –  nel periodo della vicenda giudiziaria – Pippo Baudo all’aeroporto. E mi disse scandalizzato che il suo collega di un tempo fece finta di non conoscerlo. Enzo pareva molto deluso e turbato da questo atteggiamento. Anni dopo mi trovavo nel bel mezzo della Sardegna con un’amica. La moto si guastò. Finchè non arrivò un macchinone dal quale scese un signore gentilissimo che ci aiutò a farla ripartire. Lo ringraziai e lo salutai. La mia amica mi disse: “Ma non lo hai riconosciuto? E’ Pippo Baudo!”: Passò del tempo ed ebbi occasione di rivederlo. A quel punto gli dissi ciò che mi aveva raccontato Tortora. Ebbene, Baudo mi assicurò che quella volta non si era accorto di lui. Forse era talmente provato da risultare irriconoscibile?”
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Se oggi pensa al caso Tortora, si chiede se è mai servito a qualcosa?
“Quello di Tortora fu un urlo contro l’inumana ingiustizia. Enzo fu protagonista, vittima e poi trionfatore. In quei momenti drammatici, quando lo incontravo ripeteva sempre ad alta voce a sé stesso e a chi aveva di fronte: “un orrore, un orrore…” per descrivere quello che gli era capitato. Se è servito a qualcosa? Direi comunque di sì. Molti si sono dimenticati di quella vicenda, ma una storia così grande e terribile non può essere passata invano. Ha lasciato un segno,  sicuramente. E mi permetta di dire che vi fa onore, con il vostro interesse, riportare alla memoria le battaglie di Tortora, per una giustizia migliore e per la libertà di televisione”.
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Cristiano Bussola