Sabato 13 dicembre la presentazione del libro di Giorgio Merlo


«Esprimiamo la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e le giornaliste de La Stampa e del Gruppo Gedi che non possono essere le vittime sacrificali dell’ennesima prova di disinteresse verso il nostro territorio e verso il paese da parte degli Elkann-Agnelli.
Il Governo intervenga contro questa decisione scellerata che mette in pericolo posti di lavoro e la dignità di un giornale che da 150 anni racconta la storia del nostro territorio.
L’informazione è un bene comune che va tutelato sempre, e la democrazia dipende anche dalla sua qualità»
Sara Diena, capogruppo in Consiglio Comunale SE
Emanuele Busconi consigliere comunale SE
SI RISCHIA UN FORTE IMPATTO ECONOMICO E INCERTEZZE SUL FUTURO
La Capogruppo del gruppo consiliare Forza Italia del Comune di Torino, Federica Scanderebech, ha sollevato in Consiglio Comunale forti preoccupazioni riguardo al trasferimento della Biblioteca Civica Centrale dai locali di via della Cittadella ai padiglioni di Torino Esposizioni, nell’ambito del progetto di riqualificazione urbana “Torino, il suo parco e il suo fiume”, finanziato dal PNRR.
SCANDEREBECH (FI) dichiara: “Se da un lato comprendiamo l’ambizione di creare un polo culturale moderno, dall’altro non possiamo ignorare le conseguenze concrete per la città. La Biblioteca di via della Cittadella non è solo un luogo di cultura: è un presidio identitario che sostiene l’economia locale. Bar, librerie, caffè e piccole attività della zona beneficiano quotidianamente della presenza di studenti, famiglie e cittadini. Trasferirla senza un piano chiaro sull’abbandono che lascia, rischia di indebolire l’indotto economico e sociale della zona, creando un vuoto che si farà sentire per anni.”
SCANDEREBECH (FI) continua: “Ad oggi, non esiste alcuna certezza sulla destinazione futura dell’edificio storico. Prima che venga ridestinato, passeranno anni e, nel frattempo, la zona potrebbe subire un progressivo calo di attività e vivacità commerciale. È urgente predisporre un piano operativo che garantisca sicurezze e certezze per la zona, per evitare di penalizzare cittadini e imprese locali, accolgo con piacere la possibilità di portare l’argomento in discussione in commissione consiliare”
Conclude SCANDEREBECH (FI): “Forse sarebbe necessario fin da subito cercare delle manifestazioni d’interesse per accorciare la situazione di stallo che, per come ci è stato descritto, purtroppo ci sarà sicuramente”.
Le case della salute di Beinasco-Borgaretto, Pianezza, Cumiana e Vigone sono un patrimonio di tutta la Regione e in questi 20 anni sono state antesignane delle Case della Comunità. Nella riunione di ieri in sede Asl To3, il direttore La Valle ha prorogato la loro scadenza al 28 febbraio e ha aperto alla conversione in case della comunità spoke, come suggerito dai Sindaci e da me.
10.12.2025 – Retromarcia dell’Asl To3 e della Giunta Cirio dopo la letteraccia del 25 novembre scorso del direttore La Valle, che, senza un confronto con i Sindaci e con il Consiglio regionale, decretava la cancellazione della più virtuosa esperienza di medicina territoriale del Piemonte, vale a dire le case della salute di Cumiana, Beinasco-Borgaretto, Vigone e Pianezza. Sorte vent’anni fa, queste strutture rappresentano un fiore all’occhiello delle cure di prossimità, perché consentono ai medici di lavorare in sinergia e di dedicarsi all’attività clinico-diagnostica, delegando a segreterie ed infermieri le altre attività.
Un vero antesignano delle case della comunità, hub e spoke, introdotte dal decreto ministeriale 77/2022 e realizzate in Piemonte con vent’anni di anticipo, grazie alla lungimiranza dei medici, alla disponibilità dei comuni, alla collaborazione dell’Asl e al finanziamento della Regione.
Le case della salute erano case della comunità ante litteram e siamo felici che ieri il direttore La Valle lo abbia riconosciuto, posticipando il termine di questa esperienza e aprendo alla nostra proposta di farne un prototipo delle nuove case della comunità spoke.
Ora dovremo monitorare questa transizione, affinché avvenga in tempi brevi e nella tutela del personale delle case della salute.
Auspichiamo che arrivi presto un atto formale dell’assessorato regionale alla sanità, che proroghi l’attuale scadenza del 31 dicembre e ponga le basi della riconversione in case della comunità spoke.
Sarebbero le prime del Piemonte, un bel risultato preparato retroterra delle case della salute! Un modello che ha fatto e che può continuare a fare da apripista in Piemonte!
Monica CANALIS – consigliera regionale PD
Il nuovo Piano socio-sanitario regionale 2025-2030 arriva all’esame in quarta Commissione, presieduta da Luigi Icardi. Continua così l’iter del provvedimento, che ha già sommato quindici sedute dedicate e sette tappe di consultazione sui territori, da cui sono arrivate 155 memorie di enti, associazioni e operatori. Il Piano ha ottenuto anche parere favorevole a maggioranza da parte del Consiglio delle Autonomie locali (Cal).
L’assessore alla Sanità Federico Riboldi ha spiegato che il testo, inizialmente concepito come documento illustrativo, è stato trasformato in un vero articolato legislativo, conservando i contenuti ma rivedendo completamente la forma. Si tratta di un Piano programmatico che sostituisce quello datato 1995 e orienterà la sanità piemontese dei prossimi vent’anni; saranno poi decreti attuativi e provvedimenti successivi a definire nel dettaglio gli interventi, con il contributo della Commissione.
Da parte della Giunta sono stati presentati poco più di centottanta emendamenti, firmati da Riboldi e dall’assessore alle Politiche sociali Maurizio Marrone, molti dei quali accolgono le richieste arrivate dagli stakeholders.
Il consigliere Daniele Valle ha sollecitato un confronto più approfondito sui contenuti, non solo sugli aspetti formali.
Nel merito, Riboldi ha spiegato di puntare a spostare l’asse della sanità dall’ospedale al territorio, rafforzando prevenzione, assistenza domiciliare e servizi di prossimità. Il Piano introduce anche nuove figure professionali per rispondere ai bisogni di una popolazione più anziana e colpita da malattie croniche. L’obiettivo, come spiegato, è rendere l’accesso alle cure più semplice, ridurre le liste d’attesa e limitare le rinunce dovute ai costi o ai tempi troppo lunghi. Una riforma che, nelle intenzioni dell’assessore, vuole avvicinare la sanità piemontese ai cittadini e costruire un sistema più moderno, capillare e sostenibile.
Lo stesso Valle ha ribadito che il Piano deve diventare un progetto vero, solido e trasparente. A suo giudizio il Piemonte merita una strategia sanitaria all’altezza delle sfide che lo attendono. Ha inoltre segnalato che il testo attuale lascia poco spazio di intervento al Consiglio e, sul piano politico, presenta ancora vuoti significativi. Per questo ha auspicato il massimo livello di condivisione prima dell’approvazione.
Ufficio Stampa CRP
Nel 2008 veniva a mancare uno dei grandi protagonisti della politica piemontese e non solo, l’onorevole Giuseppe Botta. Fu rappresentante della Democrazia Cristiana a partire dagli anni Sessanta. Ebbe come maestro l’onorevole Giuseppe Bovetti, che fu anche uno dei Padri Costituenti.
Quali erano i valori incarnati dalla Democrazia Cristiana di quei tempi, trasmessi dagli stessi Padri Costituenti?
“Il primo e più importante dei valori era incarnato dalla libertà e “Libertas” era proprio la scritta che compariva nel simbolo dello Scudo crociato della DC. Fondamentali erano gli ideali della democrazia e dell’ispirazione cristiana da cui derivarono e discesero le azioni concrete nei provvedimenti legislativi economici”.
La politica, allora, non era improvvisazione, ma richiedeva una preparazione anche teorica, affiancata da una autentica fedepolitica. Secondo Lei che cosa si è incrinato, dopo la fine della Prima Repubblica, tale da aver provocato una graduale perdita dei veri valori ideologici della politica e della sua pratica?
“Secondo me si era già incrinato il rapporto di fiducia tra cittadini e politica alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Nel momento in cui è crollato il muro di Berlino è venuta meno anche in Italia la contrapposizione storica tra la DC con gli alleati laici e socialisti e il vecchio partito Comunista italiano. In estrema sintesi entrò in crisi il sistema politico italiano, così come si era configurato dal dopoguerra fino ad allora. Era presente una ricerca di aria nuova. Ricordiamo, a questo proposito, i referendum di Mario Segni. Furono anni di profonda crisi che si conclusero con l’inchiesta di Tangentopoli, che provocò l’azzeramento di un’intera classe politica ad eccezione di quella comunista. Diventerebbe impossibile ricordarne tutti i passaggi, ma furono commesse vere e proprie ingiustizie da clima di caccia alle streghe, che si instaurò dal 1992 e per diversi anni seguire. Era forse inevitabile che si giungesse ad un punto di svolta, ad un passaggio alla Seconda Repubblica che, però, non è stato adeguatamente accompagnato da vere riforme costituzionali. Mi sento di dire che oggi viviamo una decadenza di valori senza precedenti. La politica nazionale è guidata da personaggi improvvisati, spesso senza cultura e competenza”.

L’onorevole Giuseppe Botta seguì un ‘cursus honorum’, per utilizzare il termine latino, che lo portò da incarichi cittadini a importanti ruoli governativi. In che modo rappresentò l’espressione del rigore e dei valori sabaudi e democristiani in una Roma ben diversa da quella di oggi?
‘Mio padre aveva il passo dell’alpino e la costanza del maratoneta che si allena ogni giorno. Aveva anche una straordinaria capacità lavorativa e un impegno eccezionale. Certo la sua fu una vera e propria “gavetta” sia all’interno della Democrazia Cristiana sianelle Istituzioni. A Roma sapeva, forte dell’esperienza maturata, quali fossero i “tasti” da toccare e quali no. Gli obiettivi che si prefiggeva erano soprattutto inerenti le infrastrutture torinesi e piemontesi. Come assessore provinciale alla Viabilità con il presidente avvocato Gianni Oberto, realizzò moltissime strade nella provincia di Torino e promosse opere strategiche quali la Tangenziale di Torino a tre corsie oltre opere altrettanto importantiquali il Traforo Internazionale del Frejus. A livello nazionale promosse leggi ancora oggi rimaste in vigore. Aveva a cuore l’Arma dei Carabinieri e nel 1985 fu approvata, per sua iniziativa,la legge per la costruzione di nuove caserme dei Carabinieri sull’intero territorio nazionale con uno stanziamento finanziario straordinario di 1500 miliardi di vecchie lire. Per questa ragione fu insignito dai Carabinieri dell’onorificenza di “Carabiniere d’Onore” e questa legge è ricordata come la legge Botta. Nel settore della casa un’altra legge fu approvata nel ’92, nota come la legge Botta -Ferrarini. Ma a Torino, e in generale in Piemonte,curava con la massima attenzione le esigenze dei cittadini e delle amministrazioni locali. Sembrava non stancarsi mai”.
A Torino fu assessore alla Viabilità, oggi incarico spesso ricoperto senza una preparazione adeguata; a Roma fu parlamentare per sette legislature consecutive e per undici anni Presidente della Commissione Lavori Pubblici alla Camera, occupandosi anche di un’opera fondamentale quale fu la costruzione dell’autostrada delTraforo del Frejus e in seguito dell’autostrada Torino Bardonecchia.
“La politica ai tempi di mio papà era spesso fatta di ascolto. E questo costituiva il suo credo, la sua pratica quotidiana. Era una politica che non passava attraverso Internet o il web, ma attraverso l’ascolto continuo dei bisogni delle persone e dei cittadini. Una politica fatta sul campo, attenta soprattutto alle necessità dei più deboli. E nemmeno – come ricordava spesso lui stesso – avvertiva la necessità di andare in televisione. La sua era una politica di attenzione al prossimo, e le sue elezioni in Parlamento erano la conseguenza del suo agire quotidiano”.
Quale insegnamento potrebbe trarre la politica attuale dal Suo esempio?
“Per rispondere alla sua domanda dico soltanto che il suo esempio di lavoro, come quello tantissimi altri parlamentari, può insegnare qualcosa a chi avesse l’umiltà di studiare e prepararsi. Oggi può capitare di trovare seduto sui banchi di Montecitorio chi, fino al giorno prima, non conosceva neppure l’indirizzo e cosa fosse il Parlamento”.
Era anche molto legato al Collegio degli Artigianelli, che si richiamava ai valori di Don Murialdo?
“Era legatissimo al Collegio Artigianelli che formava tanti giovani ai mestieri. Amava ricordare un detto del Santo Leonardo Murialdo: ”Fate lo straordinario nell’ordinario”. Mio padre aveva modificato questo detto in “Facciamo l’ordinario. È già un fatto straordinario!”.

Per un giovane che volesse fare politica seriamente (e oggi è fatto raro constatare che la politica faccia l’ordinario) quale potrebbe essere l’attualità del prezioso esempio dell’onorevole Botta?
“In generale credo sia importante, al di là della figura di mio padre,avere appunto l’umiltà di ascoltare e di lavorare sodo”.
Il suo essere democristiano non prescindeva, però, dal rispetto per la laicità e per gli orientamenti politici avversi. Questo potrebbe essere di monito, nella società contemporanea, dove i singoli individui sono spesso sempre più intransigenti nei confronti delle ideologie e opinioni contrarie alle proprie?
“Affermava spesso che i comunisti non erano i nemici, ma avversari politici e che, una volta terminata una discussione, ci si stringeva la mano. Mi piacerebbe che potesse venir recuperato quello spirito”.
Mara Martellotta
POLITICA
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Niente da fare. È un copione che si ripete quasi meccanicamente. Ed è un film che, puntualmente
e quasi meccanicamente, si recita quasi sempre nel campo della sinistra. Seppur nelle sue
diverse e multiformi espressioni. Certo, la destra non ne è affatto esente. Come dimostra la sua
stessa esperienza storica. Ma è indubbio che è proprio sul versante della sinistra – e ieri come
oggi il film, seppur mutatis mutandis, si ripete in modo quasi identico – che le contraddizioni
esplodono soprattutto quando si entra in una stagione dove la partecipazione popolare e una
rinnovata presenza politica dell’estrema sinistra aumenta creando, di conseguenza, enormi
problemi all’intera galassia di questo campo politico, culturale e sociale.
Ora, e per fermarsi agli ultimi accadimenti, è appena sufficiente elencare in filigrana alcuni termini
e citare alcune persone per rendersi conto che l’antica e mai indomita “zona grigia” continua ad
essere un tassello importante, nonchè imbarazzante, nel dibattito politico italiano. E, nello
specifico, della dialettica all’interno dell’attuale sinistra l’italiana. Da Francesca Albanese ai Pro
Propal; dal ruolo dei ‘centri sociali’ alla conclusione violenta degli ormai innumerevoli cortei di
protesta organizzati o dalla Cgil o dai sindacati di base o da gruppi e movimenti comunque
collocati nell’estrema sinistra; dal giudizio sull’avversario politico – che è quasi sempre un nemico
da abbattere definitivamente ed irreversibilmente – al rapporto concreto con i movimenti e le
proteste violente che si scatenano in molti gangli della società.
Ecco, è proprio all’interno di questi meandri che emerge quella “zona grigia” difficilmente
decifrabile da parte della politica ufficiale e degli stessi organi di informazione. Una “zona grigia”
che negli anni drammatici che vanno dalla fine dei ‘60 alla metà degli anni ‘80, ruotava attorno ad
alcuni celebri e famosi slogan: dai “compagni che sbagliano” al tragico “nè con lo Stato e nè con
le Br”. Archiviata, per fortuna, quella infausta e delirante stagione storica, si tratta di capire oggi
dove si manifesta quella “zona grigia” e con quali contenuti. È persin troppo facile ricordare alcuni
slogan contemporanei: “no alla violenza, però”; “sì alla libertà di stampa e di opinione, ma”; “sì
alla legalità, però”. Insomma, una gamma di affermazioni – le citazioni sono infinite – che sono
sempre tese a comprendere, se non addirittura a condividere, alcuni comportamenti che
oggettivamente sconfinano nella violenza o in atti teppisti o addirittura squadristi come è
concretamente capitato nei giorni scorsi alla redazione della Stampa di Torino.
Per queste ragioni, semplici ma oggettive, si tratta oggi di scegliere da che parte si vuole stare.
Perchè, e paradossalmente e memori anche dell’esperienza del passato, c’è sempre un bivio di
fronte a cui ci troviamo. E cioè, o si sta in modo netto, chiaro ed inequivoco dalla parte della
democrazia, della legalità, del rispetto dell’avversario e nel pieno rispetto dei principi e dei valori
contemplati nella Costituzione oppure, e al contrario, finiamo – magari anche inconsapevolmente –
per rialimentare se non addirittura consolidare quella “zona grigia” che era, e resta,
drammaticamente alternativa rispetto alle ragioni basilari della democrazia e della libertà. E la
sinistra italiana -soprattutto i suoi capi – seppur molto plurale e articolata al suo interno, ha oggi il
dovere morale e politico di dire una parola chiara e netta al riguardo. Soprattutto nel rapporto con
tutto ciò che si colloca nella sua parte più radicale, estremista, ideologica e movimentista.