Se il pop funziona non va bene
Di Patrizia Corgnati
La presenza al podcast di Fedez di Giorgia Meloni, sdogana, una volta per tutte, nuove modalità di informazione e comunicazione. Ci piace? Non ci piace? Non importa. E’ così. Vogliamo fermare l’onda? Non ci riusciremo perché mentre intellò e mainstream si aggrappano a quel che resta del proprio potere patrizio, irridendo la plebe gretta e ignorante, la plebe ha già trovato una propria alternativa e una propria modalità di comunicare e informarsi che sarà sempre di più quella del futuro. La Meloni, e il suo staff, l’ha capito e ha dimostrato di essere avanti
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REITERATA RICHIESTA AUDIZIONE DI TRENITALIA FRANCE IN COMMISSIONE. SERVE CONFRONTO, NON POSSIAMO STARE FERMI MENTRE ALTRI TERRITORI AVANZANO.
“La soppressione della fermata di Bardonecchia sulla linea alta velocità Milano-Parigi continua a rappresentare un tema rilevante per il versante italiano e per il sistema turistico dell’alta Valsusa. Per questo ho ritenuto opportuno reiterare la richiesta di audizione di Trenitalia France in Commissione Trasporti, già avanzata nei mesi scorsi”. Ad affermarlo Roberto Ravello, vice Capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Piemonte e Presidente della Commissione Bilancio di Palazzo Lascaris.
“Appare utile, se non ormai necessario, procedere in tempi congrui con un approfondimento istituzionale, volto a chiarire le motivazioni della scelta e a valutare eventuali correttivi. Parliamo – continua Ravello – di attrattività turistica, crescita economica, competitività territoriale e gestione dei flussi transfrontalieri: una partita troppo importante per lasciare i territori soli nel cercare un’interlocuzione ufficiale con chi quella decisione l’ha presa”.
“Si tratta – conclude Ravello – di capire se la situazione attuale tenga adeguatamente conto delle esigenze e degli equilibri del lato italiano della tratta. Non possiamo permetterci di restare fermi mentre altri territori avanzano: abbiamo il dovere di evitare che il divario competitivo tra Hautes-Alpes e Alta Valsusa diventi incolmabile, a maggior ragione in vista delle Olimpiadi invernali del 2030”.
Cosa accadde il 17 marzo 1861
IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il 17 marzo è la giornata dell’ Unità nazionale, della bandiera e della Costituzione, una festività un po’ confusa che mescola realtà differenti e che non ha mai avuto seguito neppure nelle scuole.
E’ certo importante evitare di ridurre al 25 aprile e al 2 giugno le festività nazionali, ma in realtà la festa dell’Unità nazionale è il 4 novembre, quando con Trento e Trieste si completò il Risorgimento. Il 17 marzo 1861 non si realizzò l’ Unità nazionale perché mancavano ancora il Veneto e Roma capitale,ma nacque il Regno d’ Italia o, se non vi piace il Regno, l’idea di Nazione, formatasi nei secoli, divenne Stato unitario.
Croce parlò di “Sorgimento” come un unicum nella storia italiana. “La giornata della Costituzione non c’entra nulla, anche se la Costituzione repubblicana fu un approdo importantissimo e resta la nostra magna charta.
Approfittando degli studiati silenzi attorno al 17 marzo il principe Emanuele Filiberto ne ha approfittato per rivendicare a Casa Savoia il merito esclusivo del Risorgimento. Il Principe, prima di avventurarsi nelle sabbie mobili della storia dovrebbe studiarla. Suo padre Vittorio Emanuele mi disse una volta che sarebbe venuto volentieri a sentire le mie lezioni. Troppo onore. Non pretendo tanto dall’attuale principe molto autoreferenziale, ma a distanza lo invito a studiare l’opera immensa e decisiva del Conte di Cavour a cui si deve lo Stato unitario del 1861. Certo Vittorio Emanuele II ebbe un ruolo importante. La Casa Savoia ebbe il merito con Carlo Alberto di porsi alla guida del movimento nazionale, ma affermare l’esclusiva della Casa Savoia rivela una ignoranza storica che avrebbe fatto arrossire Umberto II che nel 1961 scrisse uno storico messaggio che rivelò la statura dell’ultimo re d’Italia.
Ieri, parlando di questi temi, ho cercato, insieme a Barbara Ronchi della Rocca, di rinverdire la memoria storica del Risorgimento che ebbe al centro Cavour e Mazzini : il realismo e l’utopia. Ambedue importanti a forgiare la Nazione italiana.
Nicco: “Unità nazionale e senso di appartenenza”
“In occasione del 165° anniversario dell’Unità d’Italia celebriamo una storia che vive nelle persone, nelle comunità e nelle tante identità che rendono unico il nostro Paese. E che non appartiene solo ai libri. L’Italia è fatta di differenze, di sensibilità e di tradizioni che non dividono ma arricchiscono: ed è proprio questa pluralità la nostra forza più autentica”. Lo dichiara il presidente del Consiglio regionale Davide Nicco in occasione della Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera, che si celebra oggi.
“L’eredità del Risorgimento – aggiunge – ci affida una responsabilità: convivere insieme senza annullare le identità, dando valore a ogni territorio e a ogni voce del nostro popolo. E non è un caso che questo percorso sia partito da Torino, prima Capitale d’Italia, luogo simbolo di una visione che ha saputo trasformare realtà diverse in un unico destino. Di qui continua a vivere un’idea di Paese che trova nella Costituzione il suo punto di equilibrio nei diritti che uniscono e nei doveri che responsabilizzano”.
“Nei simboli che ci rappresentano, come il Tricolore e l’Inno di Mameli – conclude il presidente – riconosciamo ogni giorno quel senso profondo di appartenenza che va oltre le peculiarità di ogni regione e ci ricorda che siamo una sola comunità. Per questo celebrare l’Unità d’Italia, oggi, significa custodire le nostre radici, ma soprattutto avere la consapevolezza che nella bellezza e nella ricchezza di ciascun Comune, anche il più piccolo, sta la forza che ci tiene uniti”.
Ufficio Stampa CRP
Referendum, incontro al Centro Pannunzio
Domani a Torino. Ecco il programma
MERCOLEDÌ 18 MARZO ALLE ORE 17,30 in sede avrà luogo un incontro dibattito sul tema “IL PROSSIMO REFERENDUM COSTITUZIONALE IN MATERIA DI RIFORMA DELLA GIUSTIZIA” Interverranno Nino BOETI presidente ANPI, Marcello MADDALENA ex procuratore generale della Repubblica del Piemonte, Antonio RINAUDO ex magistrato, presidente del comitato etico, Francesca SCOPELLITI giornalista, ex senatrice. Modererà Rossana CATALDI avvocato mediatore civile e componente del nostro Comitato Direttivo.

Mercati di Guerra
IL PUNTASPILLI di Luca Martina
Gli eventi mediorientali delle ultime settimane stanno generando forti turbolenze sui mercati finanziari.
Gli indici azionari sono i più colpiti, in particolare quelli dei Paesi (asiatici ed europei) che devono importare la maggior parte del petrolio che consumano e che sono perciò più penalizzati dall’impennata del greggio.
Effetti molto limitati ci sono stati, invece, per gli Stati Uniti, in grado di produrre sufficiente petrolio per le proprie necessità e che, nei momenti di incertezza, vengono utilizzati, con la sua valuta, il dollaro, come salvadanaio dagli investitori.
Anche i mercati obbligazionari non sono stati immuni, sebbene in minor misura, da una correzione: i timori di aumento dell’inflazione hanno provocato l’aumento dei tassi di interesse e, di conseguenza, la caduta dei prezzi dei titoli (tanto maggiore quanto più lontana nel tempo è la loro scadenza).
I momenti di difficoltà ed incertezza non sono certo inusuali ma molto difficili da prevedere: quando si profilano all’orizzonte i mercati finanziari ne anticipano le conseguenze e ci si trova a prendere decisioni poco corrette (vendendo spesso nei momenti peggiori).
Alla prova del tempo, le crisi più importanti sono state fantastiche occasioni per acquistare (e pessime per vendere). Lo scotto da pagare è lo stress generato dal vedere il proprio patrimonio in altalena (tanto più “oscillante” quanto maggiore è la componente azionaria).
Sebbene al momento non si possa certo dire che i listini stiano scontando lo scenario peggiore (quello di un conflitto lungo, senza vincitori e con una continuità del regime iraniano) appare però chiaro che l’ottimismo (forse eccessivo…) pre-guerra è svanito e questo è, controintuitivamente, confortante in quanto è proprio nei momenti dove regna il pessimismo che nascono le migliori occasioni d’investimento.
La domanda, semmai, è perché, di fronte ad una delle peggiori crisi mediorientali dal dopoguerra, i mercati finanziari abbiano sinora reagito senza il panico che, secondo molti, una simile situazione sembrerebbe giustificare.
Giova ricordare che i mercati finanziari hanno una lunga storia di reazioni ai drammatici eventi geopolitici ed i loro impatti, come si può osservare dal grafico qui di seguito, sono quasi sempre limitati e, soprattutto, temporanei.
La più importante eccezione alla regola è rappresentata dalla crisi innescata dalla cosiddetta Guerra del Kippur, così chiamata perché iniziò il 6 ottobre 1973, proprio nel giorno di Yom Kippur, la festa ebraica più sacra dell’anno, dedicata al digiuno e alla preghiera.
Gli eserciti di Egitto e Siria scelsero strategicamente quel giorno perché gran parte dei soldati israeliani stava osservando la festività, rendendo l’attacco particolarmente inatteso.
Sebbene la guerra ebbe una breve durata, terminò il 25 ottobre 1973, durando quindi solo 19 giorni, le sue conseguenze, economiche e finanziarie, furono pesantissime e si generò una crisi energetica globale senza precedenti, facendo esplodere i prezzi del petrolio, alimentando l’inflazione, e provocando una recessione ed una profonda instabilità internazionale.
Subito dopo l’attacco, l’OAPEC (Organization of Arab Petroleum Exporting Countries, i paesi arabi esportatori di petrolio) impose un embargo totale (fino al marzo del 1974) contro USA, Olanda e gli altri paesi filo-israeliani, colpendo direttamente l’approvvigionamento mondiale di energia, ed il prezzo del petrolio salì del 300%, passando da circa 3 a 12 dollari al barile. Il risultato fu un mix devastante di elevata inflazione e debole crescita economica: la temuta stagflazione.
Il parallelo con la situazione attuale non è, fortunatamente, totalmente calzante.
All’inizio degli anni ’70 il mercato petrolifero non aveva capacità di aumentare l’offerta per compensare il taglio arabo e gli USA avevano ormai superato il picco produttivo (dopo il 1969, con la riduzione dell’estrazione “tradizionale”, con i pozzi e le trivellazioni, sulla terraferma ed in mare) e l’OAPEC aveva un potere enorme nel controllare il mercato ed i prezzi del greggio.
Oggi non si pone il problema della scarsità (malgrado l’Iran sia un importante produttore, il sesto al mondo con il 3% della produzione globale), gli USA hanno raggiunto l’autosufficienza energetica ed hanno ampi margini di incremento di produzione se il prezzo del petrolio dovesse rimanere al di sopra dei 70-75 dollari nei prossimi mesi (grazie agli immensi giacimenti di petrolio di scisto), le riserve strategiche sono cospicue (utilizzabili, come già annunciato, per evitare discontinuità nei rifornimenti), e tutti gli altri Paesi del Golfo sono pronti ad incrementare alla bisogna la loro produzione (che però, al momento non può transitare per lo stretto di Hormutz).

A comprova di ciò il prezzo del Brent con consegna a breve termine, a 1-6 mesi, sono saliti violentemente (superando i 100 dollari) riflettendo le attuali difficoltà di trasporto, mentre i valori per le spedizioni a 1-5 anni sono rimasti relativamente stabili (tra i 70 ed i 75 dollari). Insomma, le aspettative da parte del mercato sono che il collo di bottiglia verrà superato tra qualche mese.
Inoltre, negli anni Settanta l’economia mondiale era fortemente dipendente dai consumi di petrolio, quasi tre volte di più di oggi, e questo fu il fattore principale che innescò la spirale inflazionistica e la successiva recessione.
I mercati finanziari guardano lontano (sebbene non sempre dimostrando una perfetta capacità di visione) ed intravedono la possibilità di un futuro meno dipendente dal petrolio (ed in particolare da quello proveniente da Paesi poco affidabili ed instabili) e di una ridotta influenza del regime iraniano (depotenziato nelle sue difese e nelle sue capacità offensive) alla destabilizzazione di tutta l’area.
Questo spiega come gli effetti negativi siano stati sinora molto contenuti, pur in presenza di un forte peggioramento dell’umore degli investitori, come testimoniato dall’”indice della paura”, il Fear and Greed Index elaborato dalla CNN sulla base dell’andamento di una serie di indicatori finanziari, e dall’ “American Association of Individual Investors Sentiment Survey”, che misura l’ottimismo degli investitori privati sul mercato azionario.
Per il prossimo futuro la chiave di volta sarà la capacità di sopperire allo shock generato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, dal quale transita tra il 20 e il 30% del greggio.
Su questo si gioca anche la possibilità per Donald Trump di arrivare alle elezioni di metà mandato, a novembre, con un consenso migliore di quello attuale (ai minimi storici…), per non rischiare di perdere il controllo del Congresso e diventare, per i rimanenti due anni, un presidente azzoppato e con poteri limitati…
Naturalmente la partita che si sta giocando è molto più complessa di quanto sin qui descritto.
Con gli Stati Uniti visibilmente in difficoltà, c’è già chi si muove per guadagnare peso geo-politico (la Cina, che continua a non prendere parte a conflitti, accreditandosi nei confronti del mondo come un gigante pacifico) ed economico (la Russia, che vende più gas e petrolio ed a prezzi più elevati).
Gli effetti che produrrà questo conflitto saranno probabilmente molto duraturi ma saremo in grado di valutarli meglio solo quando tutto sarà finito. Speriamo presto…
Luca Martina
Associazione Aglietta presenta “La peste putiniana”
Domani 17 marzo, alle ore 14:30 presso la sede dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta di Torino, in via San Dalmazzo 9/bis/b verrà presentato il Dossier di Europa Radicale “La Peste Putiniana”.
“Il Piemonte è una delle regioni maggiormente sottoposta all’influenza della propaganda illegale di Mosca”.
Durante l’evento gli esponenti radicali presenteranno la proposta di invitare l’Ucraina come paese d’onore alla prossima edizione del Salone del Libro 2027.
Interverranno:
Laura Botti: autrice del dossier “La Peste Putiniana”
Gianni Vernetti: già Sottosegretario agli esteri, giornalista e scrittore
Igor Boni: Presidente di Europa Radicale
Samuele Moccia: Coordinatore dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta
Saranno presenti anche Giulio Manfredi e Silvja Manzi di Europa Radicale