POLITICA

Grimaldi (Avs): “Enel ignora la clausola sociale, 7.000 lavoratori a rischio”

Il tentativo di Enel di aggirare la clausola sociale nei nuovi bandi di gara per i servizi di customer care è un attacco frontale ai diritti di migliaia di lavoratrici e lavoratori. È inaccettabile che un’azienda partecipata dallo Stato scarichi i costi della competizione sul lavoro, imponendo trasferimenti forzati e precarietà.
Lo afferma Marco Grimaldi di Avs.
Dietro la retorica dell’innovazione – prosegue il vicecapogruppo rossoverde alla Camera – si cela la solita logica del massimo ribasso, che cancella la dignità del lavoro e ignora il contratto nazionale delle Telecomunicazioni appena rinnovato. La clausola sociale non è un optional: è una conquista di civiltà, sancita dalla legge e dai contratti collettivi, che ha garantito continuità occupazionale a decine di migliaia di addetti nei cambi di appalto.
Il governo non può restare a guardare. Chiediamo alla Presidenza del Consiglio e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy di intervenire immediatamente su Enel per fermare questi bandi e garantire il rispetto della clausola sociale e della territorialità. Non possiamo permettere che 7.000 lavoratori diventino ostaggi di un modello di esternalizzazione selvaggio.
O si sta con il lavoro, o con chi lo smantella – conclude Grimaldi –. Noi stiamo con chi sciopera e presidia le sedi Enel per difendere il proprio futuro.

Partito Liberaldemocratico con i manifestanti per la libertà del popolo iraniano

Il Partito Liberaldemocratico della regione Piemonte ha partecipato ufficialmente ieri, ad
una manifestazione tenuta in piazza Carignano, tramite una delegazione di dirigenti
regionali, portando ed esibendo la propria bandiera, unico partito presente ufficialmente.
La delegazione ha portato il saluto della comunità degli iscritti ed in particolar modo del
Segretario Regionale Barbara Baino. Durante l’intervento è stato fatto notare come un
gesto così normale e quotidiano come quello di portare i saluti di un’organizzazione
guidato da una donna, che in Occidente diamo per scontato; in Iran, oggi, sia impossibile,
perché alle donne è impedito di esprimersi liberamente, letteralmente senza veli.
È stato ricordato l’errore compiuto negli ’70 del secolo scorso, quando abbiamo dato
rifugio a Khomeyni, nella patria dell’Illuminismo, e molti, troppi si sono recati da lui per
omaggiarlo ed ossequiarlo, legati tutti dall’odio per l’Occidente che pur li ha protetti e
gli ha garantito il diritto di esprimersi. Dopo il suo rientro in Iran fu evidente, a chiunque
fosse in buona fede, che rappresentava non la liberazione di un popolo ma la sua più
feroce oppressione. Ma non tutti hanno capito ed infatti ieri non erano presenti gli
organizzatori di inutili ed ipocrite flottiglie e soprattutto mancavano le femministe della
schwa; eppure, in Iran si combatte una duplice battaglia, per la libertà di un popolo e
l’uguaglianza dei diritti per le donne.
Proprio perché per noi Liberaldemocratici i diritti dell’individuo sono al centro del nostro
agire politico, auguriamo al popolo iraniano di combattere quest’ultima battaglia per la
vittoria e la libertà.

Partito Liberaldemocratico

Laura Pompeo, dieci anni in politica tra vittorie e colpi bassi

Un percorso che mi ha resa determinata senza mai rinunciare al sogno di un futuro migliore.

Già assessora alla Cultura della Città di Moncalieri per il Partito Democratico, nel 2024 Laura Pompeo è stata eletta Consigliera regionale del Piemonte. In questa intervista racconta il suo primo anno in Regione, l’eredità lasciata nel precedente incarico e celebra dieci anni di impegno politico.

Consigliera Pompeo, com’è stato per lei il 2025? Cosa si è lasciata alle spalle?

Si è appena chiuso un anno importante, quello del rodaggio come Consigliera regionale. Un periodo intenso che coincide anche con un anniversario significativo: dieci anni fa ho iniziato a fare politica attiva, candidandomi alle elezioni comunali e diventando Assessora a Cultura, Turismo, Pari Opportunità ecc.  nella mia città d’origine, Moncalieri, il quinto centro urbano del Piemonte. 

Cosa le ha insegnato la politica?

È stata una scoperta profonda anche a livello personale. Ho  sviluppato una determinazione e un’ audacia di cui non ero consapevole. Amministrare la propria comunità, lavorando per il bene comune, è un’esperienza intensa e formativa. Ognuno di noi riceve molto dalla società ed è fondamentale – penso –  restituire, impegnandosi ogni giorno.

Così ho fatto. Questa dedizione mi ha fatta crescere sia politicamente sia sul piano amministrativo. Nel 2018 è arrivata anche la candidatura al Parlamento nazionale, con un riscontro molto significativo, che mi ha spinta ad allargare il campo d’azione. Nel 2020 mi sono ricandidata a Moncalieri, in piena pandemia, risultando la più votata con circa mille preferenze, il miglior risultato nella storia della città. I cittadini hanno premiato il lavoro svolto e la presenza costante sul territorio, fatta di ascolto attento.

A Moncalieri ha lasciato eredità importanti.

Tra i tanti risultati raggiunti, durante il mio mandato ho lavorato  all’acquisizione e all’apertura del Parco del Castello Reale (bene UNESCO), alla vittoria di vari bandi tra cui un bando PNRR che ci ha collocati tra i primi Comuni in Italia. Ho operato per una radicale trasformazione della Biblioteca civica e, come presidente dello SBAM – Sistema Bibliotecario dell’Area Metropolitana Torinese, ho lavorato per la creazione di  BI.TO., il sistema bibliotecario che integra le circa 80 biblioteche dello SBAM e le Biblioteche Civiche Torinesi, oggi uno dei più estesi del Paese. Sempre   agendo in rete, modalità che  ha caratterizzato i nove anni da assessore, su tutti i fronti. 

Nel 2024 è arrivata l’elezione in Consiglio regionale del Piemonte.

Sì, dopo una battaglia molto faticosa, in cui non sono mancati colpi bassi. Proprio per questo la vittoria è stata ancora più apprezzata, una grande affermazione. 

Il compito da Consigliere regionale certamente e’ molto diverso dal ruolo esecutivo che avevo in precedenza: si tratta di un ruolo legislativo e di programmazione. Non ho però mai perso il contatto quotidiano con le persone, con le associazioni e con le diverse realtà dei territori: e’ parte essenziale delle mie giornate. 

Il lavoro richiede preparazione continua: studio molto e approfondisco. Mi occupo soprattutto di cultura, scuola, valorizzazione dei territori, turismo, sanità – in particolare nell’area a sud di Torino – ambiente, tutela degli animali. Oggi il focus è forte anche sulle crisi economiche aziendali, tema su cui ho predisposto una proposta di legge.

Cosa le piace di questo nuovo ruolo?

Cito spesso David Sassoli, un grande politico scomparso troppo presto, che intendeva la politica come cura, coraggio e sogno. Per me l’impegno politico è questo: costruire una società migliore. È ciò che cerco di fare ogni giorno.

Come archeologa ho imparato a lavorare con metodo scientifico, senza spazio per la superficialità: un approccio che porto con me anche nella politica.

Maria La Barbera

Guerra totale? Sì, no, forse

Da tempo immemore le guerre si fanno per conseguire vantaggi in termini di territori, materie prime, interessi vari come potenziale ‘arricchimento per chi invade’, determinando la situazione bellica.

Fatto noto in ogni scuola militare è che per risolvere vittoriosamente un conflitto armato le energie da mettere in campo saranno, come minimo, di almeno tre a uno, a vantaggio dell’invasore. Se le forze sono troppo simili, spesso non conviene dare battaglia (in termini attuali, il conosciutissimo è il termine di Deterrenza).

Non sempre, però il dato è confermato e la situazione bellica ucraina ne è ulteriore, ultima conferma. Nonostante una situazione di oggettivo vantaggio, la campagna di annessione prevista per Mosca in solo qualche settimana, si è impantanata in scontri di pianura che, dopo anni, vedono in difficoltà anche gli aggressori, oltre che gli aggrediti.

Nonostante i baldanzosi, iniziali programmi, accettare un negoziato – per quanto complesso – è segno che la campagna, se non fallita, sta costando energie pazzesche con minimali risultati a Mosca. Il passato insegna che chi vince veramente, infatti, non contratta.

A memoria d’uomo, le campagne di aggressione (basate su superficiali e troppo rigide previsioni) dovrebbero sempre finire in pochi giorni o, al massimo, in un pugno di mesi, ma la realtà storica svela altri scenari.

La prima guerra mondiale, nata su queste infauste profezie di facile vittoria, dopo quattro spaventosi anni non ha solo visto la sconfitta di Germania, Austria-Ungheria e Turchia, ma causato la fine dei loro ultrasecolari imperi (e messo le basi della seguente guerra).

Tutti questi sconvolgimenti da dove nascono?

Gli invasi magari sono più coriacei del previsto, spuntano non previste alleanze della parte avversa, le motivazioni a combattere dell’invasore sono magari più fiacche del previsto, per non citare problemi logistici, magari esasperate distanze da coprire per i rifornimenti, tempo atmosferico, qualità delle armi, inaspettati errori tattici, strategici, e quant’altro.

Tutto ciò può modificare i quadri bellici, portando inaspettatamente i vincitori ad essere poi spesso gli sconfitti (Napoleone in Russia, il Viet-Nam) o a concludere imbarazzanti Piani di pace, come la guerra di Corea del 1950.

Da tempo si parla di un apocalittico e ormai non più lontanissimo scontro fra U.S.A. e Cina. Se succederà, sarà causato da un’invasione cinese a Taiwan, ex isola di Formosa e appendice meridionale del continente, occupata nel 1949 dalle truppe sconfitte di Chiang Kai-shek e politicamente, da allora, separata dalla madrepatria.

Militarmente sconfitto, dopo la lunghissima guerra (1927-1949), il grande generale si ritirò con le sue truppe superstiti sull’isola, dove diede vita a una repubblica politicamente orientata sull’economia occidentale che governò autoritariamente per il resto della vita.

E’ un’economia fiorente – per certi versi addirittura indispensabile – soprattutto grazie al formidabile aiuto offerto dagli americani e da ricchi mercati da decenni in continua crescita.

Taiwan, pur con molte incertezze, da anni si sta democratizzando, ma resta vulnus politico per il Pianeta Cina, che non ammette ai suoi piedi questa microrealtà da sempre cinese, a essa ostile e schierata accanto al nemico americano.

Se il colosso cinese non ammette l’indipendenza di questa irredenta repubblica, gli USA non sembrano disposti a rinunciare a questa piccola terra perché insostituibile fornitrice di tecnologie elettroniche e soprattutto piede politico a stelle e strisce nel Sud-Est asiatico.

Sembra che ci si trovi di fronte a un muro contro muro. La Guerra, una ennesima guerra, forse pure nucleare, potrebbe essere perciò alle porte?

Teoricamente SI anche per i bellicosi, anche se ambigui, messaggi che la Cina sta lanciando all’intero pianeta. Tutti noi siamo autorizzati ad averne razionale paura … eppure questa distopica realtà non è così probabile, né scontata.

Ormai, il mondo ricco, industriale e post industriale è più gestito dall’economia, che non dall’opulenza offerta dai territori conquistabili con le armi.

In un pugno di anni, la Cina ha infatti goduto di una abnorme crescita socio-economica a livello globale grazie a qualità, bassi prezzi, e una incredibile capacità di produrre manufatti di tutti i generi. Questi prodotti sono ormai fondamentali per la crescita cinese, la cui economia – sembrerebbe – detiene addirittura un quarto dell’interno debito U.S.A. facendo affari praticamente con tutti gli stakeholders mondiali.

Meno nota ma fondamentale, è la silenziosa quanto progressiva colonizzazione cinese dell’Africa per ulteriori mercati ma soprattutto per le materie prime da utilizzare nei nostri ormai ineliminabili computer, cellulari, mezzi di trasporto, macchine utensili,…

Quale il messaggio?

Armi da vendere o meno, le guerre di oggi fanno saltare i mercati e mercati poveri o nulli fanno impoverire tutti, i nemici come gli amici…

Una prova del nove la troviamo proprio nella strana alleanza cinese con la Russia di Putin per la crisi ucraina. Secondo una personalissima opinione, si potrebbe trattare di una pelosa alleanza, basata sulla similitudine politica causata dalle due piccole entità che rifiutano l’annessione ai loro imperi.

Ma oltre a ciò, cosa unisce la Russia alla Cina? Non certo la linea politica, né quella economica. La Russia guarda ad Est perché non ha una forza industriale ma vive di materie prime che non vende più in Occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.

La Cina, però, vende in ogni dove i suoi prodotti e non ha certo bisogno del piccolo e impopolare impero russo per sopravvivere.

Al di là di queste due terre irredente da ‘liberare’, ben difficile credere per la grande Cina una pesante e fattiva alleanza alla Russia di Putin perché… perché gli affari, i veri affari si fanno con il ‘caro e potente nemico americano’, piuttosto che con uno strano amico al 50%, che non è neanche mai stato troppo simpatico a Pechino.

Inoltre una nazione rasa al suolo da reiterati bombardamenti nucleari normalmente non ha una gran voglia di comprare alcunché, né la forza per estrarre materie prime o crearsi nuovi mercati.

Se poi le nazioni in questa deprecabile situazione sono due (il nucleare ormai marginalizza il millenario concetto di vincitore versus vinto), peggio che peggio.

Quindi? Applaudiamo a un prudente ottimismo e speriamo di non sbagliarci…

Ferruccio Capra Quarelli

Il 2026 ci esorta alla storia e a trovare valori nazionali comuni

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

In giugno giungeremo all’ 80esimo anniversario della Repubblica, poca cosa rispetto alla stori , come ha detto  il presidente Mattarella nel suo messaggio di Capodanno   che nelle feste in piazza, promosse dai Comuni, nessuno ha pensato di far ascoltare insieme all’ Inno Nazionale. Qualche sindaco ha  fatto invece un suo discorsetto- fervorino  in piazza , totalmente da evitare  almeno a Capodanno che dovrebbe essere riservato alla parola del Capo dello Stato. Anche gli 85 anni del periodo monarchico sono un lasso di tempo altrettanto breve, malgrado la grande stagione del Risorgimento che gli storici accusano però proprio per la sua brevità (poco più di un decennio)  che non ha consentito un processo adeguato di unificazione. Vedere i due periodi contrapposti, che si elidono a vicenda, è  un modo errato di vedere la storia. Solo un politico fazioso come Franco Antonicelli che era un letterato e non uno storico, poté scrivere che la storia d’Italia ebbe inizio il 25 aprile o addirittura il 2 giugno 1946, data del referendum istituzionale. Un altro politico fazioso, Ferruccio  Parri, negò l’esistenza della democrazia prima della Repubblica e proprio all’Assemblea costituente fu Benedetto Croce a controbattere una tesi non veritiera e temeraria che ignorò la Monarchia parlamentare cavouriana e la riforma elettorale di Giolitti con l’introduzione del suffragio elettorale maschile. Lo stesso suffragio elettorale universale porta la firma del luogotenente generale del Regno Umberto di Savoia. C’è oggi qualche nostalgico dei Savoia che vorrebbe una contrapposizione storica, ma si tratta di scorribande pseudo- storiche su Internet perché storici come Francesco Perfetti mai avvalorerebbero,  anche come allievi di De Felice, nuove vulgate. Certo la storia della Repubblica con la sua Costituzione e 80 anni di pace è diversa dagli 85 anni in cui ci sono stati due conflitti mondiali e una ventennale dittatura a cui è seguita la Rsi, la Resistenza, la guerra civile e la Guerra di Liberazione. Sono storie diverse che appartengono però  ambedue alla storia d’Italia. Scinderle impedisce di capirla nel suo faticoso e a volte doloroso iter complessivo. Nessun paese al mondo ha solo storie positive , neppure la Svizzera che ha evitato come la pestilenza le guerre. Rivoluzioni e controrivoluzioni sono costanti della storia del mondo. Anche la storia della Repubblica ha conosciuto periodi fortemente negativi come il terrorismo e non solo. Tagliare in due la mela significa cercare la semplificazione manichea. Ha osservato Giancristiano Desiderio che la storia d’Italia è  una, le forme di Stato sono state due. C’è da augurarsi che il 2026 sia l’occasione propizia per costruire le premesse di una storia se non condivisa, almeno non settaria. In tempi non facili trovare valori nazionali identitari diventa una necessità anche per stroncare le visioni violente della politica che portano ad assaltare scuole e giornali. Soprattutto ai giovani andrebbe imposto uno studio meditato  della storia, come voleva Foscolo. Ma anche i loro cattivi maestri dovrebbero riflettere sulle mistificazioni che hanno insegnato alla generazione Z e purtroppo non solo  a quella. La storia non va riscritta, va ristudiata con il distacco necessario, superando le ideologie tossiche che impediscono di analizzare il nostro passato col metodo storico di Chabod e di Bloch: capire prima di giudicare.

Zanone il liberale corazzato di cultura

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Dieci anni fa moriva Valerio Zanone leader della sinistra liberale, parlamentare, ministro, segretario del PLI, cofondatore con Rutelli della Margherita. Dieci anni sono pochi per dare un giudizio storico, ma sono sufficienti per non celebrare in coro delle Messe cantate come sembrerebbe accadere. Dieci anni fa io scrissi un ricordo di Zanone che ripercorre il nostro lungo rapporto e che costituisce la base per il capitolo su  di lui del mio libro ”Grand’Italia“ intitolato “Il politico corazzato di cultura”, riprendendo una definizione che Mario Soldati aveva riservato a Spadolini. Ho riletto quel capitolo e potrei confermare quasi tutto di quanto ho scritto, malgrado si possa cogliere qua e là una certa commozione per la sua morte avvenuta nel 2015 . In quel libro riportai una  sua lettera in cui tra l’altro scrisse quanto segue:  “C’è attorno a noi un mondo che muore: nelle persone, nelle formazioni sociali, nell’appartenenza di ceti e forse anche nelle idee. Ne nasce un altro”. Zanone era già gravemente ammalato e forse fu travolto dalla lucida tristezza che ci prende in certe occasioni della vita, anche se cercava di guardare ad un nuovo mondo che non ha visto e che appare totalmente devastato dalla violenza, dalla guerra, dalla brutalità e dall’uso della forza come alternativa alla politica. Per uno come Zanone che fece più volentieri il ministro dell’Ecologia che della Difesa, si troverebbe oggi quasi novantenne del tutto spaesato. Aveva colto la fine del mondo liberale dove era entrato nel 1955, l’anno in cui Pannunzio usciva dal Partito liberale. Un fatto che fu spesso motivo di amichevole discussione tra noi. Io non fui iscritto al Pli durante la sua segreteria e la sua leadership. Dal partito liberale uscii giovane universitario così come ero entrato quando ero ancora in liceo. E non rientrai più nel partito, malgrado gli inviti in più occasioni di Valerio a candidarmi alle elezioni.

,
Mi bastò quell’esperienza che, se  non mi fossi dimesso, avrebbe potuto portare alla mia espulsione per aver scritto una lettera ad un giornale. Il PLI di Zanone era certo più liberale, ma non volli più sottopormi alla prova giovanile.  Collaborammo insieme in tante occasioni e votai anche spesso per lui, non fosse altro perché  Giorgio La Malfa era invotabile. Zanone partecipò come relatore a tante iniziative del Centro “Pannunzio” e scrisse anche articoli per la rivista del Centro. Tra di noi ci fu un’amicizia sincera che venne un po’ offuscata dal fatto che per il centenario di Pannunzio diede la sua adesione ad un comitato che naufragò miseramente e che era ad alta densità massonica.  Zanone aveva aderito alla Massoneria e mantenne dei rapporti con essa. Ma fu questione di pochi mesi. Quando morì il presidente Vittorio Chiusano fui tra i sostenitori della sua presidenza della Fondazione “Burzio” che con lui fu aperta a tutti salvo che ai liberali. Può sembrare un assurdo, ma lui era più aperto alla sinistra illiberale forse anche perché lontanissimo dal liberalismo conservatore di Burzio. Come Sindaco non ebbe modo di esercitare il suo mandato adeguatamente perché la maggioranza che lo sosteneva era inquieta. Preferì interrompere la sindacatura per tornare deputato: fu un errore politico che gli costò molto caro. Fu un fiero oppositore di Berlusconi, ma non aderì mai al PD che gli avrebbe forse garantito un altro mandato parlamentare. Era ben consapevole che ai laici e ai liberali la casa degli ex comunisti e degli ex cattolici di sinistra era inospitale. La passione politica ha impedito all’uomo di cultura di lasciare opere destinate a restare , la sua algida intellettualità non gli ha mai permesso di diventare un leader amato
..
Zanone ha cercato di rianimare il liberalismo italiano , superando l’ ostilità verso i socialisti, ottenne il ritorno al governo, ma in realtà nessun ministro liberale riuscì a contare. Il Pri di Spadolini, forse anche per il prestigio di Ugo La Malfa e di Bruno Visentini, riuscì a contare di più. Poi arrivò Tangentopoli e il PLI crollò in modo ignominioso. Si racconta che l’archivio del partito rimase gran tempo abbandonato sui pavimenti di via Frattina perché i sequestri giudiziari avevano pignorato i mobili entro i quali era conservato. Zanone era una persona onesta e non venne lambito da accuse, come invece capitò ad Altissimo e ad altri. I dirigenti del PLI abbandonarono il bastimento che stava affondando prima ancora dei topi. Zanone che non era da tempo più segretario o ministro, ma semplice deputato cercò di tenere unito ciò che restava del PLI, ma il ciclone Tangentopoli e l’irruzione di Berlusconi nel ‘94 finirono di impedire una rinascita. Resta però una grande e nobile eredità che Zanone ha saputo difendere e mantenere, quella di un liberalismo piemontese a metà strada tra Giolitti, Einaudi e Soleri, che rappresenta, dopo Cavour, la  sua stagione migliore. Senza retorica e quasi senza passione, lucidamente e a volte freddamente, Valerio è stato un autentico liberale. Solo Piero Ostellino ha avuto orizzonti più aperti e coerenza più convincente. L’uomo di cultura e giornalista Ostellino ha in qualche modo superato il politico colto Zanone. Erano nati politicamente e cresciuti insieme a Torino.
.
Zanone cercò anche di recuperare all’album liberale novecentesco Piero Gobetti che fu un liberale atipico, anzi eretico. Giustamente Zanone diceva che i liberali non hanno Bibbie e quindi tra i liberali non ci sono eretici. Giusta osservazione, a cui a volte opponevo, nelle nostre chiacchierate, il fatto che la “Rivoluzione liberale“ gobettiana era un ossimoro e che il rapporto con Gramsci fini’ di prevalere sul liberalismo del giovane intellettuale torinese che vide come liberale anche la rivoluzione bolscevica. Zanone desisteva dal sostenere il liberalismo di Gobetti, quando io gli obiettavo che l’ossimoro  era così confuso da venir ripreso anche da Berlusconi. Dopo di che conveniva con me che Gobetti sarebbe stato destinato a diventare un grande editore europeo, se la morte non l’avesse colto a Parigi venticinquenne. E la discussione cambiava argomento ,magari passando al Risorgimento, a Cavour e al laicismo. Valerio era un sostenitore del laicismo, io della laicità, poi in nome della tolleranza liberale, ricomponevamo il dissenso andando a bere qualcosa insieme.

Merlo: Venezuela, la sinistra non ha una politica estera credibile ed affidabile

“La vicenda del Venezuela ha dimostrato, ancora una volta e per l’ennesima volta, che l’attuale
alleanza di sinistra e progressista non ha alcuna cultura di governo. Oltre ad avere una
molteplicità di posizioni in politica estera, che era e resta decisiva per chi ha l’ambizione di
governare il paese. Se la posizione, su questo versante, è quella illustrata da uno dei capi
indiscussi di quella coalizione, il segretario generale della Cgil Landini, c’è da essere seriamente
preoccupati per il futuro democratico del nostro paese se quella coalizione dovesse
malauguratamente un giorno vincere le elezioni.
E questo perchè il progetto di politica estera, come ci ha insegnato la preziosa ed importante
esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana, è la cartina di tornasole per la serietà, la
credibilità e l’affidabilità di un paese. Progetto di politica estera che, ad oggi, è radicalmente
assente nella coalizione di sinistra e progressista”.

On. Giorgio Merlo
Presidente nazionale ‘Scelta cristiano popolare’

Rilanciare l’aeroporto di Torino perché aiuti il rilancio della Città e della Regione

Caro Direttore,
Da almeno dieci anni dico che l’aeroporto di Torino, una delle strutture, o Asset come si dice oggi, più importanti per lo sviluppo e la crescita della nostra economia cittadina e regionale, viaggia al di sotto delle sue potenzialità e quindi non dà alla nostra economia il contributo di PIL di cui avremmo bisogno visto che da venticinque anni cresciamo al di sotto delle prime città del nostro paese. Crescere di più vorrebbe dire creare nuovi posti di lavoro, vorrebbe dire dare una spinta a tutte le nostre attività commerciali, dagli alberghi ai negozi, ai taxi etc. Un aeroporto efficiente attira investimenti di nuove aziende etc.etc. Ma complici anche giornalisti e pubblicità si guarda sempre il dito cioè il numero dei passeggeri e dei voli senza guardare alla Luna e cioè alla classifica degli aeroporti italiani, nella quale Torino è solo tredicesima per numero di passeggeri, uno scandalo. Bologna ha due volte il numero di passeggeri.
Che l’aeroporto sia tra i più importanti motori di sviluppo della Città lo dimostra il fatto che una volta il Comune e la Regione erano azionisti nell’aeroporto che solo la limitata visione della sinistra portò a intitolare a Pertini invece di intitolarlo al più grande Statista italiano, nato e morto a Torino, Camillo Benso Conte di Cavour. Comune e Regione con bilanci difficili hanno venduto le proprie azioni ma avrebbero potuto contare nella gestione strategica dell’aeroporto se avessero tra i consiglieri comunali e regionali un esperto di trasporti. Per scarsa capacità strategica dei partiti e per colpa degli elettori che scrivono il nome sulla scheda elettorale,  in Comune e in Regione non c’è un esperto di trasporti e di logistica. Il risultato è che è bastato che venissero dirottati 5 voli da Bergamo e il nostro aeroporto è andato in tilt. Ora finalmente si sono mossi i sindacati ma il compito più importante spetta a Comune e Regione. Se ne discuterà finalmente in Consiglio Comunale e Regionale. Se vogliono, come feci per la TAV,  preparo gratis un documento strategico per rilanciare l’aeroporto torinese e conseguentemente l’economia della nostra Città e della nostra Regione.
Buona Befana
Mino GIACHINO 
responsabile torinese UDC

Il nuovo ordine mondiale tra ambizioni e zone d’influenza

 

L’idea di un nuovo ordine mondiale guidato da Trump, Putin e Xi Jinping nasce dalla percezione che le grandi potenze stiano ridefinendo le proprie sfere di influenza. Non esiste una spartizione ufficiale dei territori, ma una serie di mosse politiche, economiche e militari che ricordano una competizione globale sempre più dura.
Gli Stati Uniti, soprattutto nell’era Trump, hanno mostrato interesse strategico per aree chiave: dalla Groenlandia, vista come fondamentale per sicurezza e risorse, fino all’attenzione verso l’America Latina, con pressioni sul Venezuela e su altri Paesi considerati vitali per l’influenza regionale. È una strategia che punta a contenere rivali e proteggere interessi energetici e geopolitici.
La Cina di Xi Jinping guarda invece al Pacifico. Taiwan resta l’obiettivo più sensibile: Pechino la considera parte integrante del proprio territorio e la sua riunificazione è presentata come inevitabile, anche se il tema aumenta le tensioni internazionali. Parallelamente, la Cina espande il proprio peso globale con investimenti, commercio e infrastrutture.
La Russia di Putin punta a recuperare il ruolo perso dopo la disgregazione dell’URSS nel 1991, cercando di riaffermare la propria influenza nelle aree dell’ex spazio sovietico. Più che conquistare nuovi territori, Mosca mira a ricostruire potere e prestigio.
Più che un mondo diviso a tavolino, emerge quindi un sistema instabile, fatto di ambizioni incrociate e competizione continua, in cui gli equilibri globali restano aperti e fragili.

Enzo Grassano