POLITICA

Rifondazione, Crisi dell’auto: “la Zes? Una farsa liberista”

“Senza una vera politica industriale pubblica, Stellantis continuerà a svuotare Mirafior”i

«La richiesta del presidente Alberto Cirio di istituire una Zona Economica Speciale (Zes) per l’automotive piemontese è l’ennesimo sasso lanciato nello stagno per nascondere il vuoto cosmico di una reale politica industriale pubblica», dichiarano Alberto Deambrogio, segretario regionale piemontese e Paolo Ferrero, segretario provinciale torinese di Rifondazione Comunista del Piemonte.

«Siamo di fronte a una ricetta vecchia e fallimentare, basata su regali fiscali e deregolamentazioni, che non sposterà di un millimetro le scelte strategiche e predatorie dei grandi gruppi multinazionali come Stellantis.

Il crollo verticale della produzione a Mirafiori non è un evento locale e congiunturale che si cura con i bonus, ma il sintomo di una crisi strutturale profonda che attraversa l’Italia e l’intera Europa.

Il nostro continente sta subendo un drammatico processo di deindustrializzazione e sta perdendo rapidamente la leadership tecnologica globale. Il baricentro degli investimenti e delle nuove tecnologie si è ormai spostato radicalmente da Occidente a Oriente.

Di fronte a questo scenario, i grandi costruttori europei e statunitensi pagano un ritardo colpevole rispetto ai concorrenti asiatici, in particolare nella capacità di produrre auto compatte a basso costo e ad alta efficienza, che sono le uniche accessibili alle classi lavoratrici dell’Europa meridionale.Mentre la Germania e i mercati storici frenano, destabilizzando la nostra filiera della componentistica piemontese che esporta oltre il 70% della sua produzione, il centrodestra locale e nazionale continua a usare l’ambiente o il Green Deal come comodo capro espiatorio.

La verità è un’altra: la transizione energetica viene subita e usata come alibi, quando il vero dramma risiede nella totale assenza di programmazione e investimenti pubblici strategici in batterie, semiconduttori, infrastrutture e competenze avanzate. La stessa fusione tra FCA e PSA, che ha dato vita a Stellantis, non ha fatto altro che marginalizzare l’Italia, riducendone i volumi occupazionali, i modelli e il peso decisionale.

Pensare di rispondere a questo declino epocale con la flat tax delle Zes significa non aver capito nulla delle dinamiche del capitalismo globale. Senza una forte regia statale, senza vincoli occupazionali ferrei e senza un piano pubblico che imponga la produzione di vetture di massa, accessibili e sostenibili, le multinazionali intascheranno le agevolazioni promesse da Cirio per poi continuare a delocalizzare la produzione verso l’Est Europa o il Nord Africa.

Rifondazione Comunista – concludono Deambrogio  e Ferrero – ribadisce che la salvezza di Mirafiori e dell’indotto piemontese non passa dalla flessibilità o dai favori ai padroni, ma dal ritorno dello Stato come attore industriale diretto e dalla difesa intransigente del lavoro e dei salari contro la finanza speculativa».

Rifondazione Comunista Torino

Ruffino: “Nasce il gruppo consiliare di Azione a Beinasco”

Nel Comune di Beinasco, in provincia di Torino, Azione rafforza la propria presenza sul territorio con la costituzione del gruppo consiliare formato da Valerio Ghirardotto, Ilario Guarneri e Alfredo Di Luca, consiglieri comunali provenienti da liste civiche.
“È un risultato che mi rende particolarmente soddisfatta perché rappresenta un ulteriore passo nel percorso di radicamento di Azione in Piemonte e conferma la capacità del nostro partito di attrarre amministratori che condividono un modo serio e concreto di fare politica.
Ho seguito personalmente la formazione di questo gruppo, lavorando fianco a fianco con i consiglieri comunali per costruire un percorso condiviso. La loro adesione ad Azione è il risultato di un confronto serio sui contenuti e sulla visione amministrativa: un progetto che mette al centro il buon governo, la competenza e il pragmatismo, valori che da sempre contraddistinguono il nostro partito.
La presenza di Azione in un Comune di oltre 17 mila abitanti rappresenta un traguardo importante e, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza. Il gruppo lavorerà con competenza e responsabilità per affrontare le principali questioni del territorio, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei cittadini attraverso proposte concrete.
Azione opererà con spirito costruttivo, sostenendo la maggioranza guidata dal sindaco Daniel Cannati e valutando ogni scelta esclusivamente nell’interesse della comunità. Continueremo a investire nella costruzione di una classe dirigente preparata e credibile, perché è dai Comuni che nasce la buona politica e si rafforza il rapporto di fiducia con i cittadini”, afferma la segretaria regionale di Azione e deputata Daniela Ruffino.
La segretaria regionale rivolge infine un ringraziamento a Valerio Ghirardotto, Ilario Guarneri e Alfredo Di Luca “per l’entusiasmo, la disponibilità e il senso di responsabilità con cui hanno scelto di intraprendere questo percorso insieme ad Azione. Sono certa che sapranno interpretare al meglio le esigenze della comunità di Beinasco, contribuendo con impegno e serietà all’attività del Consiglio comunale.

Rivoli, dichiarazione di antifascismo: parla il coordinatore di FdI

Intervista a Nicola Carlone

“Dal 2017-2018 chi richiede alcuni servizi di pubblica utilità, come una concessione di suolo pubblico, deve sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo”

 

Come nasce questa vicenda che oggi è arrivata fino ai media nazionali?

Nasce da una particolarità tutta rivolese.

Dal 2017-2018 chi richiede alcuni servizi di pubblica utilità, come una concessione di suolo pubblico, deve sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo. Per anni questa disposizione è rimasta quasi sconosciuta, se non agli addetti ai lavori. Oggi, con il recente dibattito nazionale sul cosiddetto “patentino antifascista”, è inevitabilmente tornata d’attualità. È proprio questo ad aver suscitato l’interesse dei media: a Rivoli esiste da anni una disposizione che oggi viene letta con occhi diversi.

Qual è la vostra posizione? Chiedete di abolire quella dichiarazione?

La nostra posizione è molto semplice.

La soluzione migliore sarebbe eliminarla, perché riteniamo che la Costituzione italiana sia già il riferimento più alto a tutela della democrazia e dell’ordinamento repubblicano.

Le istituzioni devono chiedere il rispetto delle leggi, non ulteriori dichiarazioni che sembrano voler rafforzare principi già pienamente sanciti. La Costituzione non ha bisogno di rafforzativi.

Se però l’Amministrazione ritiene che una dichiarazione di principio possa avere una sua utilità in alcune circostanze, allora chiediamo almeno che sia formulata in maniera universale, facendo riferimento al rifiuto di ogni forma di autoritarismo e totalitarismo, senza limitarla a una sola esperienza storica. E magari evitando di richiederla anche per semplici domande di occupazione del suolo pubblico, come nel caso di un trasloco.

Molti cittadini però osservano: “Se siete contro il fascismo, cosa vi costa firmare?”

Capisco l’obiezione, ma il punto non è firmare, anche perché lo facciamo costantemente quando richiediamo il suolo pubblico per i gazebo.

Il punto è stabilire se un Comune debba chiedere una simile dichiarazione per concedere un servizio pubblico.

Noi crediamo che il rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione debba fondarsi sul rispetto della legge e della Costituzione, non su attestazioni di adesione ideologica.

Un’altra critica che viene mossa è questa: “In Italia il problema storico è stato il fascismo. Perché volete inserire anche il comunismo?”

La storia italiana è fondamentale e nessuno intende metterla in discussione. Ma il Novecento non può essere letto in modo parziale o per convenienza. È stato il secolo delle due guerre mondiali, dell’apertura dei mercati su scala globale e di grandi trasformazioni politiche e sociali. Il contesto, quindi, è inevitabilmente europeo e internazionale.

Se allarghiamo lo sguardo, ci accorgiamo che non è esistito un solo totalitarismo. Diversi regimi hanno negato le libertà fondamentali, perseguitato gli oppositori e provocato milioni di vittime.

Per questo riteniamo che una democrazia matura debba avere il coraggio di condannare ogni forma di autoritarismo e totalitarismo, senza gerarchie e senza distinzioni. Una condanna universale ci sembra la scelta più razionale e coerente.

Il sindaco sostiene che, in alcuni casi, quella dichiarazione possa essere utile. Aggiunge però che quando il centrodestra amministrava Rivoli non è mai stata abolita. Non rischia di sembrare una polemica nata solo perché oggi il tema fa discutere?

Sono due questioni diverse.

Sulla prima ho già detto che comprendiamo l’intenzione di affermare valori condivisi. Proprio per questo, se una dichiarazione deve esistere, dovrebbe riguardare ogni forma di autoritarismo e totalitarismo, non una sola.

Sulla seconda, ammetto che il sindaco ha ragione, ma non mi interessa fare processi al passato.

Sono coordinatore del Circolo Fratelli d’Italia Rivoli dal 2025 e rispondo del lavoro che stiamo facendo oggi.

Quando riteniamo che una scelta amministrativa possa essere migliorata, il nostro dovere è proporne la modifica, indipendentemente da chi abbia governato prima.

Le idee non hanno una data di scadenza.

In questi giorni, però, anche all’interno del centrodestra si è assistito a una corsa a rivendicare questa battaglia. Come la vive?

Le idee non hanno una data di scadenza. Mi fa piacere che oggi sempre più persone condividano questa riflessione.

Mi rammarica soltanto che questa sensibilità non si sia manifestata con la stessa forza quando qualcuno aveva responsabilità di governo o comunque la possibilità concreta di intervenire. Da quanto apprendo, richieste e sollecitazioni non sono mancate.

È lecito attendersi che una forza di governo lasci un’impronta nell’azione amministrativa di un ente, traducendo i propri valori anche nelle scelte concrete. In alcuni casi, nella precedente legislatura, questo sembra non essere avvenuto.

Ma non è il momento di guardare nello specchietto retrovisore: è il momento di fare ciò che allora non è stato fatto.

Quindi qual è il messaggio finale che volete lanciare?

Che la Costituzione non ha bisogno di rafforzativi, perché respinge già nella forma e nella sostanza ogni forma di totalitarismo. È stata scritta proprio alla luce delle tragedie del Novecento per impedire il ritorno di qualsiasi governo autoritario.

La domanda è semplice: crediamo oppure no nella Costituzione? Noi ci crediamo e riteniamo che non serva aggiungere altro.

Se qualcuno ritiene necessario ribadire determinati principi, lo faccia pure, ma almeno ne rispetti il carattere universale, evitando di trasformare quel messaggio in un’affermazione apertamente ideologica.

Enzo Grassano

Beinasco, nasce il gruppo consiliare di Azione. Bartoli: «Segnale di crescita nell’area metropolitana»

Ieri sera, nel corso del Consiglio comunale di Beinasco, è stata ufficialmente costituita la rappresentanza consiliare di Azione con l’adesione dei consiglieri comunali Valerio Ghirardotto, Ilario Guarneri e Alfredo Di Luca.

Dichiarazione di Sergio Bartoli, Consigliere regionale del Piemonte e Coordinatore comunale provvisorio di Azione Torino.

«La nascita del gruppo consiliare di Azione a Beinasco rappresenta un risultato importante che conferma il percorso di crescita del partito nell’area metropolitana torinese. Si tratta di un percorso fortemente voluto e seguito dall’On. Daniela Ruffino, Segretaria regionale di Azione Piemonte, che con determinazione ha lavorato per rafforzare la presenza del partito sul territorio e creare le condizioni affinché sempre più amministratori locali scegliessero di aderire al progetto di Azione. Ho avuto il piacere di collaborare con lei in questo lavoro di radicamento, che trova ispirazione nella visione politica di Carlo Calenda, fondata su competenza, pragmatismo e buon governo.

L’adesione di Valerio Ghirardotto, Ilario Guarneri e Alfredo Di Luca dimostra che Azione è sempre più un punto di riferimento per chi vuole fare politica con serietà, responsabilità e concretezza, mettendo al centro le esigenze dei cittadini e non gli interessi di parte. È un segnale importante che rafforza ulteriormente la presenza del nostro partito sul territorio metropolitano.

Il Coordinamento comunale di Torino sta lavorando per costruire un partito sempre più radicato sul territorio, capace di coinvolgere amministratori, iscritti e realtà civiche che si riconoscono nei valori liberaldemocratici e riformisti di Azione. La crescita nei Comuni dell’area metropolitana conferma che il progetto promosso da Carlo Calenda continua ad attrarre persone competenti che vogliono mettersi al servizio delle proprie comunità.

Rivolgo a Valerio Ghirardotto, Ilario Guarneri e Alfredo Di Luca i miei migliori auguri di buon lavoro. Sono certo che sapranno rappresentare con impegno e competenza i valori di Azione, contribuendo con spirito costruttivo all’attività amministrativa e operando sempre nell’interesse dei cittadini.

Continueremo a lavorare con determinazione affinché Azione sia sempre più presente a Torino e nella sua area metropolitana, costruendo una classe dirigente preparata, credibile e vicina ai territori. È questa la visione che Carlo Calenda ha indicato fin dalla nascita del partito: una politica fatta di merito, competenza e soluzioni concrete.»

Il 14 luglio e l’identità nazionale

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

La Francia celebra la sua festa nazionale a Parigi e in tutti i centri, anche i più piccoli, con cerimonie e ricordi della Presa della Bastiglia, un evento più simbolico che realmente rivoluzionario. La Rivoluzione arrivò dopo e portò il terrore, che fu la fine dell’era della ragione per cui la Francia fu benemerita. Il giacobinismo cercò di sdradicare la storia stessa della Francia, innalzando insieme la ghigliottina e l’albero della libertà, un ossimoro. Ma la bufera, alla fine, venne fatta cessare da Napoleone, che pure continuò alcune idee della Rivoluzione.

Dal 1789 sono passati oltre due secoli e l’acqua che è passata nella Senna ha cancellato le forme più estreme a cui giunse la Rivoluzione. Ma certi valori iniziali di fondo sono rimasti. La libertà e l’eguaglianza si sono fuse nella fraternità, o fratellanza, un concetto assai diverso, forse utopistico, che ha anche una lontana radice cristiana.

L’unità nazionale uscì rafforzata da una scelta repubblicana che, salvo i due periodi bonapartisti, rimase una scelta di non ritorno. Anche l’anticlericalismo rivoluzionario lasciò come sedimento un laicismo quasi assoluto, che ebbe il suo trionfo nella III Repubblica.

Va aggiunto che il pensiero liberale di Tocqueville non ebbe seguaci e che la storia francese non conobbe mai un’età liberale, ma ricadde nel 1848 e nel 1871, con la Comune, nella demagogia complottarda della gauche, che resta una costante della storia francese.

Pur con queste esperienze storiche alle spalle, la Francia oggi vive una passione civile nazionale rafforzata nei decenni. Che ci sia al potere De Gaulle, un grande, o Macron, un piccolo, i francesi non rinunciano a sentirsi orgogliosamente francesi. Uno dei motivi è aver riconosciuto come riferimento comune la Grande Rivoluzione, che aprì l’Europa tutta alla contemporaneità.

In Italia è impossibile trovare una data identitaria comune per tutti gli italiani. Certo non può essere il 25 aprile, che segnò anche la fine – solo apparente – di una guerra civile sanguinosa, lasciando odi e morti che ancora oggi evocano un passato che non è passato, come diceva Bobbio.

Non parliamo del 2 giugno, che vide gli italiani divisi quasi a metà, i quali forse si sarebbero ricacciati in un’altra guerra civile se il buon senso di un Re, che partì per l’esilio, non lo avesse impedito, potendo fare affidamento sulla statura politica di De Gasperi. Le divisioni del 2 giugno oggi sono storicamente e politicamente superate, ma quelle del 25 aprile non sono archiviate, perché il dualismo fascismo e antifascismo non appare archiviato.

Le uniche date che restano sono quella del 4 novembre (non più festa della Vittoria, ma delle Forze Armate) e il 17 marzo 1861, che però segnò la proclamazione del Regno e non dell’Unità nazionale. Sono due date che non hanno a che fare con la storia della Repubblica. Un piccolo politico cercò di confondere le acque, “republicanizzando” il 17 marzo, definito festa della bandiera e della Costituzione e persino dell’inno, un pastrocchio privo di senso storico che non piacque a nessuno e non ebbe seguito.

Per questo motivo gli italiani, che hanno comunque una storia molto diversa dai francesi, non potranno per ora scendere in piazza a sventolare il tricolore come simbolo di unità nazionale. L’Italia dei mille campanili, l’Italia a cui fu impedito di unificarsi e che fu condannata alla perdita dell’autonomia politica, non potrà mai essere come la Francia, che ha una storia unitaria di secoli, precedente alla Rivoluzione, che ha consentito ai francesi di formarsi un’identità nazionale che neppure oggi possediamo, perché restiamo il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, comunque denominati. La Francia ha trovato perfino nel volto di una famosa attrice l’occasione per sentirsi francese. Le attricette italiane prestano il loro volto per le manifestazioni di partito, mai per quelle della Nazione, idea trascurata di cui scrisse il grande storico Federico Chabod.

“La partecipazione selezionata della Giunta Comunale che ha paura anche della sua ombra”

Caro direttore,

sul sito della Città, a cose fatte, secondo la nuova linea della partecipazione cui è scesa la Amministrazione comunale, abbiamo saputo che la sera del 9 luglio alle Gallerie d’Italia si è tenuto il talk”Torino: il futuro ha una storia antica”. Il Sindaco, la Rettrice della Università e il Rettore del Politecnico moderati da una brava giornalista della RAI, Chiara Pottini, si sono confrontati in una conversazione informale sulle prospettive dello sviluppo e sulle future vocazioni della Città.
Una Città che in molti anche nella Amministrazione considerano in declino malgrado dal 1993 sia amministrata da Amministrazioni di sinistre autodefinitesi  progressiste per potere ottenere l’appoggio di mondi di centro che con la sinistra a Torino non si erano mai accompagnati. Mentre le analisi non proprio esaltanti di Banca d’Italia e dell’IRES erano state presentate a tutta la Città qui a sentire parlare di futuro , chi dopo trent’anni non ci presenta una Torino proprio in forma , gli inviti sono stati fatti nell’assoluto riserbo e nel circolo chiuso di quelli cui piace la torino con la t minuscola, che non si sono indignati quando un Vescovo genovese figlio di un operaio cassaintegrato arrivato a Torino la aveva vista divisa in due , la metà della Città che sta bene che non si accorge della metà della Città che sta male. Un giudizio che per essere nella Città dei Santi sociali non era proprio il massimo.

Eppure a me sarebbe piaciuto sentire il parere della Professoressa Prandi , una donna sincera, colpevole di aver detto che Lei in  Barriera non avrebbe mai abitato, e il Prof. Corgnati. Anche a me sarebbe piaciuto vedere il filmato sulla Storia della nostra Città. Neanche aver organizzato la più grande Piazza della Società civile torinese SITAV, una piazza che salvò l’opera più importante per il futuro di Torino, non mi ha dato il diritto di essere invitato nella bella Sala del Sanpaolo. Così mentre il Sindaco  sfuggiva il confronto, noi dell’UDC con una trentina di amici abbiamo iniziato a parlare di Torino, dei suoi problemi economici, sociali, dell’isolamento in cui vivono oltre centomila anziani, delle difficoltà economiche di tanti cassa integrati e abbiamo iniziato a discutere alcune proposte per rilanciare la economia e il lavoro nella nostra Città.
La proposta di istituire una ZES anche al Nord mi sembra interessante anche se complicata. Con la Zes le aree industriali del Nord diventerebbero più competitive e si potrebbe far arrivare un secondo produttore di auto , il settore più importante della economia piemontese. Torino dovrà puntare molto di più del passato recente sulla Organizzazione di grandi Congressi o di Fiere internazionali.  Mentre aspettiamo di capire cosa stiano facendo nel Centro per la Intelligenza Artificiale. Così come occorre accelerare la costruzione della TAV l’opera che ci porterà oltre un milione di turisti in  più all’anno.  Ci stiamo preparando alle prossime elezioni comunali,  perché se si vuole rilanciare davvero il Lavoro e la Sicurezza a Torino , occorre assolutamente cambiare l’amministratore delegato come farebbero gli azionisti di  qualsiasi grande azienda in calo da oltre vent’anni. C’è qualcuno che vuole continuare ad appoggiare la sinistra con una Città che nelle classifiche dei giornali economici e’ scesa di molti punti?

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Mino GIACHINO
UDC Torino

Carceri, Italia condannata. Ravinale e Marro (Avs): «Cirio dichiari stato di emergenza»

Antonio Raddi aveva 28 anni. È morto il 30 dicembre 2019 nella Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione degli articoli 2, sul diritto alla vita, e 3, che vieta trattamenti inumani e degradanti, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Una sentenza che afferma il principio fondamentale per cui quando una persona è detenuta, è nelle mani dello Stato. Non può scegliere liberamente come curarsi, a chi rivolgersi, come farsi ascoltare.
Nel frattempo L’OSAPP oggi ha lanciato l’ennesimo, drammatico grido d’allarme sulla Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino. La situazione ha ormai superato ogni limite di tollerabilità ed è senza precedenti. Il carcere è fuori controllo e il sovraffollamento ha raggiunto livelli devastanti, mentre le condizioni igienico-sanitarie sono ormai incompatibili con qualsiasi standard di civiltà. Ratti, scarafaggi e cimici infestano interi reparti dell’istituto, mettendo a rischio la salute del personale e delle persone detenute.
La morte di Antonio Raddi non è stata solo un errore individuale. È il segno di un sistema da cambiare radicalmente.
Anche per questo abbiamo presentato un’interrogazione per chiedere al presidente Cirio di affrontare le condizioni critiche delle carceri piemontesi aggravate da ormai più di un mese anche dal caldo estremo. La salute di chi è in carcere e di chi ci lavora è una responsabilità delle istituzioni, e la vicenda di Antonio mostra quanto sia necessario non trascurarla. Cirio affronti la situazione e dichiari lo stato di emergenza regionale.
AVS Consiglio regionale del Piemonte

Sfruttamento in agricoltura, documento gruppo lavoro Commissione Legalità

È stato approvato all’unanimità da tutti i gruppi consiliari, in Commissione Legalità, il documento conclusivo del gruppo di lavoro sullo sfruttamento lavorativo in agricoltura.

Dopo oltre un anno di lavoro, durante il quale sono state audite le realtà che in Piemonte seguono da tempo questo tema con competenza e professionalità, si è arrivati a una sintesi condivisa.  

Le conclusioni di questo documento partono da una lettura della realtà che riconosce alcune criticità strutturali dell’agricoltura italiana: il calo della manodopera disponibile a fronte di una domanda di lavoro sempre più concentrata e specializzata, un sistema dei decreti flussi che necessita di una profonda riforma, l’assenza di un efficace sistema pubblico di incontro tra domanda e offerta di lavoro, carenze normative sull’accoglienza dei lavoratori stagionali e una distribuzione del valore lungo la filiera che continua a comprimere i margini delle imprese agricole. A ciò si aggiunge un dibattito pubblico spesso polarizzato, che affronta il tema delle migrazioni più come terreno di scontro ideologico che come questione legata al lavoro e all’organizzazione del sistema produttivo. 

Dal documento emerge la volontà chiara e comune di affrontare questo fenomeno attraverso misure organiche e capaci di incidere sulle cause strutturali del problema. 

Tanti i temi su cui ci si è soffermati, proponendo per ciascuno di essi una risposta che la Regione può mettere in campo.

Un primo punto centrale riguarda il tema dell’abitare e delle condizioni materiali di vita dei lavoratori agricoli, in particolare stagionali. Su questo aspetto il consigliere Calderoni (PD), già Sindaco di Saluzzo, ha dichiarato: «Il contrasto allo sfruttamento del lavoro agricolo passa anche dalla capacità di garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori stagionali. Per questo serve una normativa regionale che favorisca un’accoglienza di qualità, con standard verificabili, costi trasparenti e un chiaro coinvolgimento dei datori di lavoro, sostenuto da incentivi e strumenti fiscali. Occorre inoltre promuovere soluzioni abitative innovative per i lavoratori più stabili e rafforzare i servizi di trasporto pubblico stagionale, indispensabili per collegare alloggi, aziende e aree rurali. Il Piemonte ha costruito, negli anni, un modello riconosciuto anche a livello europeo: ora dobbiamo consolidarlo e migliorarlo ulteriormente. Allo stesso tempo, è importante valorizzare e potenziare strumenti già esistenti ed efficaci, come la Rete del Lavoro Agricolo di Qualità, evitando inutili duplicazioni e rafforzando la collaborazione tra istituzioni, imprese e parti sociali. La legalità si costruisce con controlli efficaci, ma anche con politiche che rendano possibile il lavoro regolare e dignitoso».

Accanto alle condizioni di vita, il documento si sofferma sulla necessità di strumenti capaci di leggere e prevenire le situazioni di rischio, anche attraverso una migliore programmazione del fabbisogno di manodopera. Su questo punto la consigliera Marro (AVS) sottolinea il valore degli indici di congruità, ovvero parametri che permettono di stimare il fabbisogno reale di manodopera e di individuare eventuali anomalie tra lavoro dichiarato e lavoro effettivamente necessario: «Il voto unanime a questa relazione è un risultato di grande valore. Non è frequente che maggioranza e opposizione condividano un documento di questo tipo e significa che il lungo percorso di audizioni ha prodotto una lettura comune delle cause dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. È un punto di partenza importante, perché quando l’analisi è condivisa diventa più difficile voltarsi dall’altra parte. Sono particolarmente soddisfatta che ci sia stato accordo su una proposta come quella degli indici di congruità, cioè uno strumento che permette di stimare il reale fabbisogno di manodopera di un’azienda e, insieme a un sistema pubblico capace di incrociare domanda e offerta di lavoro, di programmare meglio il lavoro stagionale e orientare i controlli dove emergono anomalie. Non serve a puntare il dito contro qualcuno, ma a costruire strumenti che aiutino a prevenire lo sfruttamento. Le audizioni e il lavoro svolto in questi mesi, così come emerge anche dal dossier Grappoli amari sulle Langhe, dimostrano che non siamo di fronte a criticità episodiche, ma a un problema strutturale. Oggi questa consapevolezza è stata riconosciuta dall’intera Commissione Legalità del Consiglio regionale. Adesso deve tradursi in scelte concrete».

Il lavoro del gruppo ha affrontato anche il tema della responsabilità della filiera, della formazione e dei controlli, con particolare attenzione al ruolo della Grande Distribuzione Organizzata. Lo evidenzia la consigliera Canalis (PD), Vicepresidente della III Commissione del Consiglio regionale.

«In un contesto in cui il caporalato sta cambiando pelle, i dazi e i vincoli della Grande Distribuzione impattano sulla nostra agricoltura e la manodopera è sempre più scarsa e vulnerabile, anche le istituzioni pubbliche devono reagire modificando l’approccio. Per migliorare la qualità del lavoro, occorre coinvolgere e responsabilizzare maggiormente la Grande Distribuzione Organizzata, affinché contribuisca a garantire condizioni economiche che permettano alle imprese agricole di sostenere il lavoro regolare. Allo stesso tempo vanno rafforzati i controlli sul collocamento obbligatorio dei lavoratori svantaggiati, così come le attività di vigilanza contro il lavoro irregolare e lo sfruttamento. Un ruolo importante può essere svolto anche dalla formazione professionale, sostenendo attraverso le agenzie accreditate dalla Regione iniziative formative di base rivolte specificamente ai lavoratori stagionali, in particolare sul piano linguistico e della sicurezza sul lavoro».

Tra le proposte emerse anche quella di valorizzare le aziende agricole che garantiscono lavoro regolare e diritti, rendendo riconoscibile la qualità del lavoro lungo tutta la filiera. Su questo interviene il consigliere Coluccio (Movimento 5 stelle):

«È fondamentale l’istituzione di un marchio regionale del lavoro di qualità delle aziende agricole, un “bollino del lavoro etico”. Chi produce rispettando i diritti dei lavoratori deve essere riconosciuto e valorizzato, al contrario di chi sfrutta, usa lavoro nero o viola diritti fondamentali. Il marchio dovrà basarsi su controlli indipendenti, periodici e verificabili, non su autodichiarazioni. Nei casi accertati di violazione dei diritti dei lavoratori, la Regione dovrà poter intervenire anche sui disciplinari e sulle denominazioni di propria competenza. La qualità di un prodotto agricolo deve andare di pari passo con la qualità del lavoro impiegato per produrlo. Legalità, tutela dei lavoratori e delle imprese e dignità del lavoro sono elementi inscindibili».

A chiudere, la consigliera Ravinale (AVS) richiama il percorso politico e istituzionale che ha portato all’approvazione del documento e la necessità di non disperdere il lavoro svolto, anche a partire dall’esperienza del progetto Common Ground:

«Ci eravamo prese a inizio mandato l’impegno di lavorare con serietà sul tema dello sfruttamento lavorativo, che è purtroppo strutturale anche nella nostra Regione, e il documento approvato oggi all’unanimità dimostra che si può fare, uscendo da una logica che limita il contrasto al caporalato a devianze criminali invece di rispondere con gli strumenti necessari: alloggi, trasporti, intermediazione della domanda e dell’offerta, formazione. La Regione è stata capofila di Common Ground, il progetto del Ministero che ha permesso un’azione multilivello indispensabile per contrastare il nuovo schiavismo e che non può andare dispersa quando termineranno i fondi. Ora occorrerà ragionare sull’applicazione dei medesimi strumenti anche ad altri settori, dalla logistica all’edilizia, dove sappiamo essere altrettanto grave il problema del lavoro sommerso e dello sfruttamento».

Mauro CALDERONI (Consigliere regionale Gruppo PD)

Monica CANALIS (Consigliera regionale Gruppo PD e Vicepresidente III Commissione)

Pasquale COLUCCIO (Consigliere regionale Gruppo M5S)

Giulia MARRO (Consigliera regionale Gruppo AVS)

Alice RAVINALE (Presidente Gruppo AVS)

Presunto abuso edilizio. A rischio la sede della Fondazione Amendola?

DA PALAZZO CIVICO

La Fondazione Giorgio Amendola rischia di dover lasciare la sua sede in via Tollegno 52, a Torino?  

Il problema nasce da una complessa vicenda legata a una vecchia questione edilizia, oggi sanata, e a una controversia con i condomini.

I consiglieri Liardo e De Benedictis

Nel 2001 la Fondazione si insedia negli spazi comuni del condominio, destinati dal piano pilotis a un uso temporaneo e senza strutture fisse. Nel tempo vengono però realizzati muri, un bagno, sale riunioni e una biblioteca. Nel 2008 viene presentata una richiesta di sanatoria, respinta dal Comune nel 2021 per mancanza di conformità urbanistica.

Successivamente il Comune chiede ai condomini il pagamento dell’IMU per l’uso dell’area pilotis. Ma i residenti rifiutano di pagare e nel 2024 avviano una causa civile chiedendo alla Fondazione di versare la somma dovuta, liberare i locali entro il termine del comodato (2043) e ripristinarli allo stato originario.

Nel 2025 Prospero Cerabona, storica figura della Fondazione, presenta una nuova richiesta di sanatoria, che il Comune approva nel 2026 in base alla nuova normativa sulla casa. Nove condomini impugnano però il provvedimento davanti al TAR, sostenendo che la richiesta fosse illegittima perché presentata dal comodatario e non dai proprietari.

I consiglieri comunali di Fratelli d’Italia Enzo Liardo e Ferrante De Benedictis criticano la gestione della vicenda, parlando di un presunto grave abuso edilizio e chiedendo chiarimenti attraverso un accesso agli atti.