POLITICA

Le opposizioni in Regione: “Bilancio al buio per la Sanità” 

12 gennaio 2026 – La discussione del bilancio regionale in Commissione sembra ormai il teatro dell’assurdo. Questa mattina avremmo dovuto affrontare i capitoli relativi alla Sanità, che compone quasi il 70% del bilancio regionale, ma il quadro fatto dall’assessore è, ad essere benevole, fumoso.

Sappiamo che, per evitare il collasso, la Sanità piemontese ha bisogno di un corposo investimento a copertura delle perdite pregresse: ma continuiamo a non avere dati certi né sulla cifra di cui c’è bisogno né su quali risorse verranno impegnate, né come né quando.

Ricordiamo che a luglio in Consiglio Regionale l’assessore Riboldi aveva detto che il disavanzo della Sanità era stato stimato in 268 milioni di Euro e che quelle risorse sarebbero state trovate all’interno del bilancio regionale.

La stima per stessa ammissione dell’assessorato questa mattina in Commissione è ferma al terzo trimestre 2025: vuol dire quindi che manca un’individuazione chiara del fabbisogno per coprire il disavanzo della sanità.

Quanto alla provenienza delle risorse e al provvedimento con cui verranno impegnate, la confusione è massima: gli assessori Tronzano e Riboldi continuano a dirci tutto e il contrario di tutto, mentre si attende ancora il riparto delle risorse del fondo sanitario nazionale e gli assessori smentiscono loro stessi a distanza di poche ore sul maxiemendamento al bilancio con cui dovrebbero essere individuate le risorse.

Ad oggi, l’unico dato chiaro è che lo stanziamento già previsto nel bilancio di previsione è per il ripianamento delle perdite pregresse è di 65 milioni di Euro: meno di un quarto della cifra che servirebbe, stando alle stime fornite che comunque non sono aggiornate.

È evidente che senza chiarezza su questo punto tutto il resto perde di significato: inutile discutere di edilizia sanitaria o di piani della prevenzione o di salute mentale e non autosufficienza se non c’è certezza sulla tenuta complessiva del sistema sanitario piemontese.

Per tutta la discussione del piano socio-sanitario ci è stato detto che quella non era la sede in cui discutere di risorse: bene, il bilancio senza dubbio lo è, e senza risposte chiare sulla Sanità è impossibile procedere all’approvazione dello stesso. Domani in capigruppo chiederemo di rinviare la discussione generale fino a quando non sarà fatta chiarezza sull’effettivo stato dei conti della sanità piemontese.

Gianna PENTENERO – Presidente del Gruppo Pd del Consiglio regionale

Sarah DISABATO – Presidente del Gruppo Movimento 5 Stelle

Alice RAVINALE – Presidente del Gruppo Alleanza Verdi e Sinistra

Vittoria NALLO – Presidente del Gruppo Stati Uniti d’Europa per il Piemonte

Merlo: Venezuela, ma per i capi della sinistra chi ha liberato i detenuti italiani? Lo Spirito Santo?

“Le importanti e significative e straordinarie liberazioni degli italiani ingiustamente detenuti in Venezuela devono essere salutate come una giornata bellissima per il nostro paese. L’unica cosa stonata, nonchè curiosa e grave, è la reazione dei capi della sinistra italiana di formata. queste liberazioni. Scorrendo le varie dichiarazioni rilasciate, non si capisce affatto chi ha effettivamente contribuito a liberare gli italiani dalle dure carceri venezuelane. Forse ha contribuito, stando alle dichiarazioni dei capi della sinistra massimalista, estremista e populista del nostro paese, l’intercessione decisiva dello Spirito Santo.

Nel frattempo, e per restare in tema, attendiamo con ansia la manifestazione di piazza organizzata dalla Cgil di Landini per la liberazione del dittatore venezuelano Maduro”.

On. Giorgio Merlo
Presidente nazionale ‘Scelta cristiano popolare’.

12 1 2026

Pinerolo – Chivasso, Canalis (Pd): “Anno nuovo, problemi vecchi”

ENNESIMA GIORNATA DI CALVARIO PER I PENDOLARI

Oggi cancellati i treni delle 6.46, 7.17 e 8.46 da Pinerolo e ritardo di più di 10 minuti del treno delle 7.46 e delle 8.17. Così non si può andare avanti. La Giunta Cirio, RFI e Trenitalia prendano finalmente provvedimenti.

12.1.2026 – Non c’è pace per la linea ferroviaria Pinerolo-Chivasso. Dopo l’interruzione del servizio dell’estate 2025, per l’installazione del sistema ERTMS, ci aspettavamo un netto miglioramento, purtroppo smentito dalla realtà. Ritardi, soppressioni di corse, affollamento, sporcizia, inaccessibilità delle sale d’attesa, sono all’ordine del giorno e rendono insostenibile la vita dei pendolari.

Così non si può andare avanti!

Dall’insediamento del Presidente Cirio e dell’Assessore Gabusi nel 2019 nessuno dei passaggi a livello è stato soppresso (a Vinovo non è neppure iniziato lo scavo), non sono stati realizzati raddoppi selettivi della linea nei punti più idonei dalle banchine ai treni né si è investito sull’efficientamento tecnologico degli apparati. Anche il processo autorizzativo per la realizzazione delle ciclostazioni è molto lento. Non si è neppure intervenuti per sostituire quegli apparati che regolarmente cadono in panne e generano così tante interruzioni del servizio né sono stati realizzati l’area parcheggio nei pressi della stazione di None e il sottopasso e interscambio.

In un momento in cui si sta valutando la razionalizzazione del Trasporto Pubblico Locale (TPL) su gomma, in vista delle gare che avranno luogo nel 2026, ribadiamo che non si possono tagliare le costose ed inquinanti corse dei bus se la Regione non potenzia e rende finalmente efficiente la linea ferroviaria, che è l’alternativa più ecologica, economica e sicura!

L’unico intervento concreto è stato quello del sistema ERTMS per l’interoperabilità dei treni e il controllo satellitare, ma questa innovazione non ha impattato sull’efficienza del servizio.

Il territorio pinerolese, chivassese, della zona sud e zona nord di Torino rischia di rimanere isolato e di regredire economicamente e demograficamente, se il collegamento ferroviario non tornerà ad essere puntuale, regolare, affidabile, frequente e accessibile anche per le persone anziane, povere o con disabilità. I trasporti sono particolarmente necessari alle aree interne montane, che sono a rischio isolamento e spopolamento.

Il territorio della Pinerolo-Chivasso sembra davvero la Cenerentola del Piemonte, con una linea ferroviaria che continua a svettare negativamente nelle classifiche Pendolaria di Legambiente.

Oggi si è verificato l’ennesimo disservizio, dovuto al guasto di un treno tra le stazioni di Chivasso e Brandizzo.

Il vaso è davvero colmo. Basta scuse. I cantieri PNRR non possono giustificare un tale livello di inefficienza e trascuratezza.

Chiediamo che l’assessore Gabusi prenda finalmente in mano la situazione e si faccia sentire con Trenitalia ed RFI per far uscire questo territorio dal cono d’ombra, p rima che il combinato disposto tra caro carburanti, malfunzionamento della ferrovia, free flow autostradale e nuova gara del trasporto su gomma generi una bomba sociale ai danni dei cittadini che usano il Trasporto Pubblico Locale.

Monica CANALIS – consigliera regionale PD

L’ANPI di Torino ricorda Maria Grazia Sestero

La Sezione ANPI Eusebio Giambone di Torino ha organizzato per venerdì 16 gennaio ( ore 18, via Mazzini 44/c ) la presentazione del libro Volevo solo un monopattino di Maria Grazia Sestero (Impremix, 2025). L’evento è stato pensato per rendere omaggio ad una protagonista della vita politica torinese e nazionale nei suoi interventi e nella voce di chi l’ha conosciuta. La ricorderanno Laura Marchiaro, Nino Boeti e Giancarlo Quagliotti. Nata a Chiusa di San Michele nel maggio del 1942, Maria Grazia Sestero è morta a Torino il primo gennaio del 2025. Laureata in lettere, insegnò in diversi licei e fu preside del liceo scientifico Einstein di Torino. Si iscrisse al Partito Comunista Italiano nel 1974. Eletta consigliera comunale a Torino nel 1978, riconfermò il seggio consiliare più volte nei decenni seguenti. Nel 1980 venne nominata assessore all’Istruzione alla Provincia di Torino; alle elezioni regionali in Piemonte del 1985 diventò consigliera regionale per il PCI. Venne in seguito eletta alla Camera dei deputati nel 1992 nelle file di Rifondazione Comunista e per la XI Legislatura fece parte della Commissione Affari sociali. Nel 1994 si ricandidò nel collegio di Torino 8, appoggiata dall’intera coalizione dei Progressisti, ma non venne rieletta a Montecitorio. Nel 1995 lasciò Rifondazione, fondando con altri il Movimento dei Comunisti Unitari (MCU) di cui fu la leader torinese, venendo poi eletta nelle liste del PDS alle elezioni comunali di Torino del 1997. Dal 1998 con il resto del MCU aderì ai DS. Dal 2001 al 2011 fu assessora alla viabilità e ai trasporti al Comune di Torino. Molto attiva nell’ANPI, ne fu vice-presidente regionale in Piemonte e presidente provinciale a Torino. Scuola e politica, libertà e cultura: questi sono stati i punti cardinali di una protagonista della vita cittadina torinese e nazionale, impegnata a tutela della famiglia e a difesa dei diritti delle persone, a salvaguardia della giustizia sociale e a custodia della trasparenza delle istituzioni. Il volume ne delinea la figura, attraverso la voce dei famigliari, una antologia di suoi interventi in occasioni pubbliche, le testimonianze del mondo della scuola, il ricordo degli amici e le commemorazioni ufficiali. Un modo per ricordare una donna che ha lasciato un segno profondo nella storia politica e amministrativa di Torino.

Marco Travaglini

 

Torino, diritti umani a intermittenza: sempre in piazza, ma non per tutti

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Negli ultimi mesi Torino è diventata uno specchio fedele delle contraddizioni che attraversano il dibattito pubblico sui diritti umani. La città ha ospitato grandi manifestazioni, cortei imponenti e piazze gremite per alcune cause internazionali, mentre per altre, altrettanto gravi e drammatiche, l’attenzione si è fermata a poche decine di persone, quando non è stata addirittura capovolta in un sostegno a regimi autoritari.

Le mobilitazioni più numerose sono state senza dubbio quelle a favore di Gaza e quelle legate al mondo dei centri sociali, in particolare attorno alla vicenda Askatasuna. Migliaia di persone hanno sfilato per le strade, con una presenza costante sui media, slogan, bandiere, interventi di sindacati, collettivi studenteschi e forze politiche che hanno trasformato questi temi in un punto fisso dell’agenda cittadina. Cortei partecipati, città blindata, grande attenzione giornalistica: Torino ha mostrato tutta la sua capacità di mobilitazione quando una causa diventa “centrale” nel racconto politico e mediatico.

Pochi giorni fa, però, sempre a Torino, sulla Passeggiata Marco Pannella, si è svolto un presidio di segno completamente diverso. Un piccolo gruppo di cittadini ha voluto esprimere solidarietà al popolo iraniano, denunciando la repressione, gli arresti, le condanne e la sistematica violazione delle libertà fondamentali operate dal regime di Teheran. Una manifestazione pacifica, composta, ma numericamente molto ridotta, quasi invisibile nel flusso delle notizie. Eppure si parlava di un Paese dove le proteste vengono soffocate con il carcere, la violenza e persino la pena di morte. Una tragedia umanitaria che avrebbe tutte le ragioni per scuotere coscienze e piazze, ma che a Torino – come altrove, del resto –  ha trovato soltanto una manciata di persone disposte a esporsi.

Come se non bastasse, nello stesso momento, in un’altra piazza storica della città, Piazza Carignano, si è svolta  una manifestazione di segno opposto: un corteo a sostegno di Nicolás Maduro e del suo governo. Un leader che la comunità internazionale e numerose organizzazioni per i diritti umani accusano da anni di repressione politica, elezioni opache, incarcerazioni arbitrarie e limitazione delle libertà civili. In questo caso, la piazza non era vuota. Non era immensa come quelle pro Gaza, ma nemmeno ridotta a poche decine di persone. Un gruppo organizzato ha scelto di schierarsi apertamente in favore di un potere autoritario, trasformando una piazza torinese in una tribuna politica a sostegno di un regime che ha schiacciato il proprio popolo.

È qui che emerge in modo netto la domanda che molti cittadini iniziano a porsi: perché esistono cause che riempiono le piazze e altre che scivolano quasi nell’indifferenza, pur parlando tutte di diritti umani, repressione, libertà negate, vite spezzate? Perché la sofferenza di alcuni popoli sembra “meritare” l’indignazione collettiva, mentre quella di altri resta confinata a iniziative marginali? E come si spiega il fatto che, in certi casi, la mobilitazione non solo ignori la repressione, ma finisca addirittura per sostenere chi la esercita?

La risposta non è semplice, ma è evidente che molto dipende dalla narrazione politica dominante, dal peso delle organizzazioni che promuovono le manifestazioni, dalla visibilità mediatica e dal modo in cui alcune cause vengono incasellate ideologicamente. Quando una lotta viene percepita come “simbolo”, come bandiera identitaria di una parte politica, allora riesce a trascinare folle. Quando invece tocca regimi che non rientrano in certe semplificazioni o che non si prestano a slogan immediati, l’attenzione si spegne.

Torino, in queste settimane, ci ha consegnato un’immagine chiara di questo squilibrio: migliaia in piazza per alcune battaglie, pochissimi per altre, e persino manifestazioni che arrivano a legittimare governi autoritari. Un paradosso che non riguarda solo la città, ma il modo in cui, sempre più spesso, i diritti umani vengono trattati come una bandiera selettiva, da sventolare solo quando è comoda, invece che come un principio universale da difendere sempre.

( Foto F. Valente)

Lega Giovani Piemonte: dalla parte del popolo venezuelano e iraniano

 

La Lega Giovani Piemonte è dalla parte del popolo che da Caracas a Teheran chiede libertà dai regimi. In Venezuela stanno festeggiando la libertà dalla dittatura socialista di Nicolás Maduro, in Iran stanno chiedendo con forza la libertà dal regime islamico di Ali Khamenei.

Sono rivoluzioni che non incidono soltanto sulla popolazione locale, ma su tutti i venezuelani e iraniani nel mondo, che in molti sono casi costretti a fuggire dai loro Paesi ma sarebbero pronti a tornarci nel caso della fine del socialismo del XXI secolo e della fine del regime degli Ayatollah. Sono rivoluzioni che si ripercuotono anche a livello regionale, negli altri Paesi del Sud America e del Medio Oriente.

Sono rivoluzioni attese da decenni dai rispettivi popoli e rese ora possibili solo grazie all’intervento e alle pressioni di Donald Trump, che sta avendo infatti grande sostegno da parte della popolazione. Nonostante la falsa narrativa dei suoi oppositori, che vorrebbero dipingerlo al contrario come un guerrafondaio antidemocratico, le persone che hanno vissuto sulla propria pelle la guerra e la mancanza di democrazia invocano il suo intervento e si dicono fiduciosi per il futuro. Dov’erano queste persone quando per 78 giorni si è bombardata Belgrado senza mandato dell’ONU? Sono forse gli stessi che elogiavano Barack Obama come un eroe mentre bombardava la Siria? Non hanno sollevato preoccupazioni sulla stabilità o sul rispetto del diritto internazionale quando la Francia è stata l’artefice nonché il primo Stato ad attaccare la Libia di Gheddafi nel 2011. Il problema è solo Trump oggi e non sfugge alla condanna dei progressisti neanche il premio Nobel Machado, che viene addirittura messa in discussione per il legame e il sostegno reciproco con il Presidente USA.

Si rimane esterrefatti di fronte alla difficoltà della sinistra non solo di riconoscere quanto sopra, ma pure di schierarsi apertamente e senza ambiguità contro quelle dittature. Per non parlare dell’arroganza e dell’aggressività mostrata dalla CGIL contro i venezuelani. Ormai un “sindacato” sempre più lontano dal popolo e sempre più estremizzato in politica, che ha imparato dai riferimenti politici a porsi con supponenza e con presunta superiorità. Ancora una volta, la sinistra si schiera contro il popolo e dalla parte sbagliata della storia. Vorrebbero insegnare loro, che l’hanno vissuto sulla propria pelle, come si viveva in quelle condizioni e cosa è giusto e cosa sbagliato. Il solito atteggiamento da finti Democratici.

La verità è che la sinistra occidentale progressista è così rabbiosa con Trump perché ora gli unici suoi alleati in Sudamerica sono l’Uruguay che sostiene ampiamente il Mercosur, la Colombia dove il narcotraffico e le FARC stanno tornando a uccidere come negli anni ’80 e il Brasile di Lula condannato a 13 anni di carcere per corruzione, salvatosi solo per problemi di giurisdizione del tribunale che ha emesso la sentenza. E gli unici modelli da seguire restano Cuba, la Cina, l’Iran e per i comunisti pure la Corea del Nord.

Teniamo tutti a mente il comportamento tenuto in questi giorni, che ci fa aprire gli occhi dinanzi alle contraddizioni tra la finta propaganda a sostegno degli immigrati (irregolari) e la reale avversione a chi è scappato dai regimi sostenuti dalla sinistra.

Alessio Ercoli

Responsabile Esteri Lega Giovani Piemonte

Matteo Gagliasso

Coordinatore Lega Giovani Piemonte”

Nuova segreteria Giovani Democratici del Piemonte

Il coordinamento regionale dei Giovani Democratici del Piemonte ha ufficialmente insediato la sua nuova segreteria: un fatto che segna un momento di svolta e rinascita per il nostro territorio. Dopo anni in cui la giovanile piemontese, come tante altre realtà, si è trovata priva di una guida nazionale, accogliamo con entusiasmo questa nuova fase, che per la prima volta da molto tempo vede una segreteria regionale operare in coordinamento con la segreteria nazionale.

È in questo nuovo orizzonte di chiarezza e rinnovamento che la segreteria regionale del Piemonte si pone come obiettivo di dare nuova forma al protagonismo giovanile sul nostro territorio, ricucire i legami con le comunità locali e tradurre l’energia delle nuove generazioni in proposte concrete.

“Sono orgogliosa della squadra che abbiamo composto, fatta di persone accomunate da un obiettivo comune: crediamo nella possibilità di poter essere la forza del cambiamento. 

Abbiamo una visione ben chiara della società che vogliamo, per garantire a chi verrà di godere di diritti di cui oggi la nostra generazione si vede privata. Vogliamo lottare per una società più giusta ed equa, in cui tutte e tutti, ovunque, possano avere dignità.

È necessario superare paradossi inaccettabili come il lavoro povero. Dobbiamo lottare per posti di lavoro sicuri, in cui nessuno rischi la vita o subisca gravi infortuni.

Difendiamo il diritto universale alla salute, garantendo a tutte e tutti l’accesso a cure tempestive attraverso un Servizio Sanitario Nazionale pubblico e da rafforzare. Allo stesso modo, rivendichiamo il diritto a un’istruzione gratuita e di qualità, realmente accessibile.

Vogliamo inoltre investire nello sviluppo di infrastrutture e di un sistema di trasporti pubblici efficiente, su ferro e su gomma, capace di collegare l’intero territorio piemontese, senza lasciare indietro le aree interne e montane, che rappresentano il cuore della nostra Regione.

Dobbiamo alzare la voce di fronte ai tagli che vanno a colpire i piccoli comuni, promuovendo al contrario soluzioni contro lo spopolamento dei nostri territori e continuare a promuovere i valori della nostra Costituzione, ricordando il passato da cui veniamo per non vanificare gli sforzi di chi ha lottato, con la fatica e la vita, per garantirci oggi di vivere in un’Italia libera e democratica” dichiara la neoeletta Segretaria regionale Annet Moscatello.

Sulla nuova fase organizzativa interviene anche la Vicesegretaria regionale Sveva Sapino: “Sono molto onorata del ruolo e della delega che la Segretaria Annet Moscatello ha scelto per me. È una posizione importante, direttamente al suo fianco. 

Per quanto riguarda la delega, intendo continuare l’attività, iniziata da Segretaria metropolitana di Torino, dei sopralluoghi al CPR di Corso Brunelleschi, per portare fuori tutta la sofferenza e l’ingiustizia di quel non-luogo. 

Inoltre, vorrei portare all’attenzione la questione dei permessi di soggiorno, arrivando a proporre, insieme al gruppo che mi accompagnerà, dei cambiamenti al sistema che li regola, per facilitarne l’ottenimento. 

Perché un Paese davvero giusto è un Paese che non lascia indietro nessuno”.

Sul fronte comunicazione, il Responsabile Comunicazione Jacopo Geromin sottolinea la necessità di un cambio di paradigma: “La Giovanile democratica deve diventare un punto di riferimento per tutto il Partito nell’ambito della comunicazione.

Le parole che scegliamo non sono neutrali: costruiscono realtà e diventano fatti concreti. Se continuiamo a raccontarci solo come forza di opposizione, resteremo confinati in quel ruolo.

È tempo di cambiare approccio. Dobbiamo superare la critica fine a sé stessa e iniziare a parlare in modo chiaro, propositivo e credibile. Raccontare chi siamo, quali sono le nostre idee, le nostre proposte e mostrare i giovani eletti che rappresentano una nuova generazione di impegno politico.

Basta dare visibilità a Meloni, basta dare visibilità a Cirio. Da oggi saremo noi i veri protagonisti della nostra comunicazione.

Dobbiamo valorizzare ciò in cui crediamo e dare forza al nostro progetto, mostrando che esiste un’alternativa concreta di sinistra, competente e capace di governare il futuro”.

Infine, il Vicesegretario Alessandro Barone richiama il ruolo politico e culturale dell’organizzazione: “Ci troviamo oggi a un bivio democratico. Come organizzazione giovanile, abbiamo il dovere di scegliere chi essere e quale futuro intendiamo costruire. 

In un mondo segnato da un crescente individualismo, la nostra missione è ricostruire il senso di comunità, riportando le persone al centro dell’azione politica. 

Vogliamo restituire la speranza che un mondo migliore sia possibile, creando le condizioni affinché ogni individuo possa trovare la sua piena realizzazione all’interno della società”.

 

GD Piemonte

Giustizia, ci sono anche i Popolari per il Sì

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Il referendum, di per sè, è un voto politico trasversale. Lo è sempre stato e continua ad esserlo. È
appena sufficiente ricordare lo storico referendum che ha cambiato definitivamente ed
irreversibilmente la percezione che noi cattolici ed ex democristiani avevamo della geografia
politica e cultuale del nostro paese sino a quel momento per rendersene conto. E del profondo
pluralismo di opinioni che c’era anche al nostro interno. E cioè, il referendum del 1974 sul
divorzio. Per non parlare della scelta fra la monarchia e la repubblica del giugno del 1946.
Ora, e per fermarsi al referendum costituzionale sulla giustizia che si terrà nei prossimi mesi, noi
prendiamo atto che, come da tradizione, gli stessi schieramenti politici sono frantumati al loro
interno. Certo, il centro destra, almeno formalmente, è granitico nel votare Sì al referendum sulla
riforma della giustizia. Una unità che, del resto, è il frutto e la conseguenza di un progetto
essenziale e decisivo del programma del centro destra in questa legislatura. Diversa, molto
diversa, è la concreta situazione che si presenta nello schieramento alternativo, cioè la coalizione
di sinistra e progressista. Tra le molte iniziative, è sufficiente ricordare quella di Firenze che si terrà
nei prossimi giorni organizzata della sinistra per il Sì guidata da molti esponenti di primo piano del
Partito democratico e che vede la partecipazione di un illustre ed autorevole giurista, nonché
politico, di estrazione progressista come Augusto Barbera. Ma anche nell’area Popolare o ex
democristiana c’è un vivace e del tutto fisiologico dibattito e confronto tra i sostenitori del No e
quelli che invece appoggiano il Sì al referendum costituzionale. L’amica Rosy Bindi è tra i
principali protagonisti nella battaglia per il No e con il comitato che la vede in prima linea ci sono
molti esponenti dell’ara cattolico democratica come, ad esempio, Giovanni Bachelet. Un fatto del
tutto legittimo, naturale e anche corretto. Al contempo, però, ci sono dei Popolari che invece si
riconoscono nel Sì. E proprio nei prossimi giorni in una conferenza stampa a Roma verranno
spiegate le ragioni politiche, culturali e storiche che portano molti Popolari ed ex democristiani a
condividere le ragioni di questa riforma. Al riguardo, non si può non ricordare, come mi ha
suggerito tempo fa l’amico Stefano Ceccanti, che nelle tesi programmatiche del Ppi fondato nel
1994 alla Fondazione Sturzo da Mino Martinazzoli, Franco Marini, Rosa Russo Iervolino, Gerardo
Bianco, Gabriele De Rosa e da molte altre donne e uomini che si riconoscevano nel filone del
cattolicesimo popolare e sociale, contenevano al loro interno anche l’adesione al progetto della
separazione delle carriere e, di conseguenza, dell’impianto della riforma della giustizia disegnata
dal Ministro Vassalli. Ricordo questo aspetto, peraltro non marginale, perchè si tratta anche di
essere coerenti con quello che si è detto, e soprattutto si è scritto, su questi temi delicati e
decisivi anche per la qualità della nostra democrazia. E le posizioni politiche storiche di fondo, di
norma, non possono cambiare a seconda delle simpatie – o delle antipatie – che si nutrono nei
confronti di chi governa momentaneamente. Perchè se così fosse il pensiero, la tradizione, la
cultura e il progetto politico sarebbero del tutto sacrificati sull’altare della convenienza e del
tatticismo. E sul tema della giustizia, seppur in mezzo a molte difficoltà e contraddizioni, è bene
conservare una coerenza politica, e storica, di fondo. Ameno per noi Popolari ed ex democristiani.

Grimaldi (Avs): “Enel ignora la clausola sociale, 7.000 lavoratori a rischio”

Il tentativo di Enel di aggirare la clausola sociale nei nuovi bandi di gara per i servizi di customer care è un attacco frontale ai diritti di migliaia di lavoratrici e lavoratori. È inaccettabile che un’azienda partecipata dallo Stato scarichi i costi della competizione sul lavoro, imponendo trasferimenti forzati e precarietà.
Lo afferma Marco Grimaldi di Avs.
Dietro la retorica dell’innovazione – prosegue il vicecapogruppo rossoverde alla Camera – si cela la solita logica del massimo ribasso, che cancella la dignità del lavoro e ignora il contratto nazionale delle Telecomunicazioni appena rinnovato. La clausola sociale non è un optional: è una conquista di civiltà, sancita dalla legge e dai contratti collettivi, che ha garantito continuità occupazionale a decine di migliaia di addetti nei cambi di appalto.
Il governo non può restare a guardare. Chiediamo alla Presidenza del Consiglio e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy di intervenire immediatamente su Enel per fermare questi bandi e garantire il rispetto della clausola sociale e della territorialità. Non possiamo permettere che 7.000 lavoratori diventino ostaggi di un modello di esternalizzazione selvaggio.
O si sta con il lavoro, o con chi lo smantella – conclude Grimaldi –. Noi stiamo con chi sciopera e presidia le sedi Enel per difendere il proprio futuro.