BORDESE: “PER SOSTENERE LA COMPETITIVITA’ DELLA NOSTRA REGIONE E RAFFORZARE LA FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI”
“Con l’approvazione della Legge “Semplifica Piemonte” abbiamo introdotto una leva per migliorare l’efficacia delle politiche pubbliche, sostenere la competitività dei territori e rafforzare la fiducia nei confronti delle istituzioni. E voglio ringraziare l’assessore Vignale per il lavoro svolto nell’elaborazione di questa proposta legislativa che serve a migliorare l’attività quotidiana di cittadini, enti e imprese”. Così Marina Bordese, consigliere regionale di Fratelli d’Italia e relatore in aula del provvedimento.
Queste le finalità principali della Legge Regionale n. 134 (Legge regionale di innovazione e semplificazione normativa e amministrativa):
– migliorare la qualità, la chiarezza e la leggibilità della normativa regionale;
– ridurre oneri e tempi dei procedimenti amministrativi;
– sostenere l’interoperabilità dei sistemi informativi, delle piattaforme e la digitalizzazione dei servizi pubblici;
– favorire lo sviluppo di una cultura amministrativa orientata all’apprendimento, alla collaborazione e al miglioramento continuo;
– valorizzare le competenze e le professionalità presenti nelle amministrazioni.
“Ritengo poi che siano particolarmente importanti l’articolo 7 che riguarda il principio di non aggravamento e l’articolo 9 che ricorda l’applicazione del soccorso istruttorio nei processi di competenza regionale – prosegue Bordese. – Importante novità sono anche l’istituzione del Tavolo regionale per la semplificazione (articolo 12) e del Team Regionale per la semplificazione e il supporto agli enti locali (art. 13), oltre all’introduzione del principio dello stop ai documenti duplicati: finalmente ai cittadini non saranno più richieste copie dello stesso certificato già in possesso della pubblica amministrazione“.
Collegato al disegno di legge, il Consiglio Regionale ha anche approvato all’unanimità l’ordine del giorno presentato dal consigliere Bordese per valutare l’estensione della piattaforma MOON (Modulistica Open Online), attivata a novembre 2025 per la segnalazione di danni in caso di calamità naturali da parte di privati cittadini, anche alle attività produttive e alle aziende agricole.




LETTERE 

Il rapporto tra i cattolici e la sinistra ha accompagnato un pezzo della storia democratica del nostro paese. Un rapporto, il più delle volte e non si può non dire, fatto di subalternità e di gregariato ma anche di protagonismo. Durante la lunga ed intensa esperienza nel Pci nell’intera prima repubblica, la presenza dei cattolici si è riassunta principalmente nelle candidature dei “cattolici indipendenti di sinistra”. Personalità del mondo cattolico che hanno trovato spazio nelle liste comuniste a conferma della natura plurale del partito ma, al contempo, con un limite ben preciso. Ovvero, questi cattolici eletti nelle liste del Pci non avevano la benchè minima possibilità di incidere e di condizionare il progetto politico del partito che, come ovvio, era coerentemente appaltato al gruppo dirigente del partito e, nello specifico, al segretario generale. Da qui il ruolo puramente ornamentale, periferico e politicamente ininfluente ed irrilevante dei cattolici nel Pci. La situazione non è cambiata granché nel corso degli anni perché la concezione di fondo del partito è rimasta la stessa. Le cose, invece, cambiano radicalmente, va detto con forza ed onestà intellettuale, dopo l’avvio nel lontano 2007 del Partito democratico a guida Veltroni. Un partito culturalmente plurale dove la presenza, attiva e visibile, dei cattolici democratici, popolari e sociale è stata comunque sia determinante e decisivo nella costruzione del progetto politico dell’intero partito. Un processo che, seppur tra alti e bassi, è proseguito per molti anni. Ma, per tornare all’oggi, non possiamo non registrare che con la segreteria Schlein, e del tutto legittimamente, il rapporto tra il principale partito della sinistra italiana, il Pd appunto, e i cattolici è tornato ad essere quello che era di moda quando c’era il vecchio e glorioso Pci. Ovvero, per dirla in breve, una sorta di “quota panda” all’interno del partito e, di conseguenza, del tutto irrilevanti ed ininfluenti ai fini della definizione del profilo politico, culturale e programmatico del partito. Non si tratta di una opinione ma, ormai, è una considerazione che viene fatta propria dagli stessi protagonisti all’interno del partito. E, del resto, l’apporto della cultura, del pensiero, della storia e della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale all’attuale Pd a guida Schlein è del tutto irrisorio. Per la semplice ragione che il profilo politico del partito – e, lo ripeto, del tutto legittimamente – è quello di una sinistra con una chiara matrice radicale, massimalista e libertaria. Che, detto fra di noi, è l’esatto contrario di tutto ciò che è riconducibile alla storica esperienza del cattolicesimo politico italiano. E, ancora, i pochissimi e del tutto estemporanei riferimenti – seppur molto vaghi e generici – ai cattolici da parte della Schlein non va mai nella direzione del filone del cattolicesimo popolare e sociale ma solo e soltanto verso l’esperienza e il modello dei cattolici collocati saldamente a sinistra. Ecco perchè, come da copione e forse anche inconsapevolmente, si ritorna alla concreta esperienza dei “cattolici indipendenti” candidati nelle liste del Pci. Per queste ragioni, semplici ma essenziali, il cattolicesimo popolare e sociale è un corpo estraneo nel Pd della Schlein.