È stato approvato all’unanimità da tutti i gruppi consiliari, in Commissione Legalità, il documento conclusivo del gruppo di lavoro sullo sfruttamento lavorativo in agricoltura.
Dopo oltre un anno di lavoro, durante il quale sono state audite le realtà che in Piemonte seguono da tempo questo tema con competenza e professionalità, si è arrivati a una sintesi condivisa.
Le conclusioni di questo documento partono da una lettura della realtà che riconosce alcune criticità strutturali dell’agricoltura italiana: il calo della manodopera disponibile a fronte di una domanda di lavoro sempre più concentrata e specializzata, un sistema dei decreti flussi che necessita di una profonda riforma, l’assenza di un efficace sistema pubblico di incontro tra domanda e offerta di lavoro, carenze normative sull’accoglienza dei lavoratori stagionali e una distribuzione del valore lungo la filiera che continua a comprimere i margini delle imprese agricole. A ciò si aggiunge un dibattito pubblico spesso polarizzato, che affronta il tema delle migrazioni più come terreno di scontro ideologico che come questione legata al lavoro e all’organizzazione del sistema produttivo.
Dal documento emerge la volontà chiara e comune di affrontare questo fenomeno attraverso misure organiche e capaci di incidere sulle cause strutturali del problema.
Tanti i temi su cui ci si è soffermati, proponendo per ciascuno di essi una risposta che la Regione può mettere in campo.
Un primo punto centrale riguarda il tema dell’abitare e delle condizioni materiali di vita dei lavoratori agricoli, in particolare stagionali. Su questo aspetto il consigliere Calderoni (PD), già Sindaco di Saluzzo, ha dichiarato: «Il contrasto allo sfruttamento del lavoro agricolo passa anche dalla capacità di garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori stagionali. Per questo serve una normativa regionale che favorisca un’accoglienza di qualità, con standard verificabili, costi trasparenti e un chiaro coinvolgimento dei datori di lavoro, sostenuto da incentivi e strumenti fiscali. Occorre inoltre promuovere soluzioni abitative innovative per i lavoratori più stabili e rafforzare i servizi di trasporto pubblico stagionale, indispensabili per collegare alloggi, aziende e aree rurali. Il Piemonte ha costruito, negli anni, un modello riconosciuto anche a livello europeo: ora dobbiamo consolidarlo e migliorarlo ulteriormente. Allo stesso tempo, è importante valorizzare e potenziare strumenti già esistenti ed efficaci, come la Rete del Lavoro Agricolo di Qualità, evitando inutili duplicazioni e rafforzando la collaborazione tra istituzioni, imprese e parti sociali. La legalità si costruisce con controlli efficaci, ma anche con politiche che rendano possibile il lavoro regolare e dignitoso».
Accanto alle condizioni di vita, il documento si sofferma sulla necessità di strumenti capaci di leggere e prevenire le situazioni di rischio, anche attraverso una migliore programmazione del fabbisogno di manodopera. Su questo punto la consigliera Marro (AVS) sottolinea il valore degli indici di congruità, ovvero parametri che permettono di stimare il fabbisogno reale di manodopera e di individuare eventuali anomalie tra lavoro dichiarato e lavoro effettivamente necessario: «Il voto unanime a questa relazione è un risultato di grande valore. Non è frequente che maggioranza e opposizione condividano un documento di questo tipo e significa che il lungo percorso di audizioni ha prodotto una lettura comune delle cause dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. È un punto di partenza importante, perché quando l’analisi è condivisa diventa più difficile voltarsi dall’altra parte. Sono particolarmente soddisfatta che ci sia stato accordo su una proposta come quella degli indici di congruità, cioè uno strumento che permette di stimare il reale fabbisogno di manodopera di un’azienda e, insieme a un sistema pubblico capace di incrociare domanda e offerta di lavoro, di programmare meglio il lavoro stagionale e orientare i controlli dove emergono anomalie. Non serve a puntare il dito contro qualcuno, ma a costruire strumenti che aiutino a prevenire lo sfruttamento. Le audizioni e il lavoro svolto in questi mesi, così come emerge anche dal dossier Grappoli amari sulle Langhe, dimostrano che non siamo di fronte a criticità episodiche, ma a un problema strutturale. Oggi questa consapevolezza è stata riconosciuta dall’intera Commissione Legalità del Consiglio regionale. Adesso deve tradursi in scelte concrete».
Il lavoro del gruppo ha affrontato anche il tema della responsabilità della filiera, della formazione e dei controlli, con particolare attenzione al ruolo della Grande Distribuzione Organizzata. Lo evidenzia la consigliera Canalis (PD), Vicepresidente della III Commissione del Consiglio regionale.
«In un contesto in cui il caporalato sta cambiando pelle, i dazi e i vincoli della Grande Distribuzione impattano sulla nostra agricoltura e la manodopera è sempre più scarsa e vulnerabile, anche le istituzioni pubbliche devono reagire modificando l’approccio. Per migliorare la qualità del lavoro, occorre coinvolgere e responsabilizzare maggiormente la Grande Distribuzione Organizzata, affinché contribuisca a garantire condizioni economiche che permettano alle imprese agricole di sostenere il lavoro regolare. Allo stesso tempo vanno rafforzati i controlli sul collocamento obbligatorio dei lavoratori svantaggiati, così come le attività di vigilanza contro il lavoro irregolare e lo sfruttamento. Un ruolo importante può essere svolto anche dalla formazione professionale, sostenendo attraverso le agenzie accreditate dalla Regione iniziative formative di base rivolte specificamente ai lavoratori stagionali, in particolare sul piano linguistico e della sicurezza sul lavoro».
Tra le proposte emerse anche quella di valorizzare le aziende agricole che garantiscono lavoro regolare e diritti, rendendo riconoscibile la qualità del lavoro lungo tutta la filiera. Su questo interviene il consigliere Coluccio (Movimento 5 stelle):
«È fondamentale l’istituzione di un marchio regionale del lavoro di qualità delle aziende agricole, un “bollino del lavoro etico”. Chi produce rispettando i diritti dei lavoratori deve essere riconosciuto e valorizzato, al contrario di chi sfrutta, usa lavoro nero o viola diritti fondamentali. Il marchio dovrà basarsi su controlli indipendenti, periodici e verificabili, non su autodichiarazioni. Nei casi accertati di violazione dei diritti dei lavoratori, la Regione dovrà poter intervenire anche sui disciplinari e sulle denominazioni di propria competenza. La qualità di un prodotto agricolo deve andare di pari passo con la qualità del lavoro impiegato per produrlo. Legalità, tutela dei lavoratori e delle imprese e dignità del lavoro sono elementi inscindibili».
A chiudere, la consigliera Ravinale (AVS) richiama il percorso politico e istituzionale che ha portato all’approvazione del documento e la necessità di non disperdere il lavoro svolto, anche a partire dall’esperienza del progetto Common Ground:
«Ci eravamo prese a inizio mandato l’impegno di lavorare con serietà sul tema dello sfruttamento lavorativo, che è purtroppo strutturale anche nella nostra Regione, e il documento approvato oggi all’unanimità dimostra che si può fare, uscendo da una logica che limita il contrasto al caporalato a devianze criminali invece di rispondere con gli strumenti necessari: alloggi, trasporti, intermediazione della domanda e dell’offerta, formazione. La Regione è stata capofila di Common Ground, il progetto del Ministero che ha permesso un’azione multilivello indispensabile per contrastare il nuovo schiavismo e che non può andare dispersa quando termineranno i fondi. Ora occorrerà ragionare sull’applicazione dei medesimi strumenti anche ad altri settori, dalla logistica all’edilizia, dove sappiamo essere altrettanto grave il problema del lavoro sommerso e dello sfruttamento».
Mauro CALDERONI (Consigliere regionale Gruppo PD)
Monica CANALIS (Consigliera regionale Gruppo PD e Vicepresidente III Commissione)
Pasquale COLUCCIO (Consigliere regionale Gruppo M5S)
Giulia MARRO (Consigliera regionale Gruppo AVS)
Alice RAVINALE (Presidente Gruppo AVS)









Recentemente è stato organizzato all’Istituto Sturzo a Roma un incontro fra alcune associazioni cattoliche sul tema importante e decisivo della democrazia, della rappresentanza democratica e anche, e soprattutto, sulla riforma della legge elettorale. Un’iniziativa degna di nota che, però, è stata conclusa da due leader dell’attuale sinistra italiana. Il capo del partito populista dei 5 stelle, Giuseppe Conte e la segretaria del Pd, Elly Schlein. Nulla in contrario, come ovvio ed evidente. Ma è curioso, nonchè singolare, che una importante e significativa iniziativa di un segmento rappresentativo del mondo cattolico italiano venga conclusa da due leader politici che, al di là di ogni polemica od osservazione critica, sono quasi antropologicamente alternativi rispetto alla storia, al pensiero, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano, seppur variegato e composito al suo interno. Perchè quello che stupisce, e che inquieta, è che si corre il concreto rischio che in una fase politica dove vige un radicato ed inequivocabile pluralismo politico ed elettorale dei cattolici, dove la tesi dell’unità politica fa parte di un passato ormai improponibile – anche se nella Dc nessuno, ripeto nessuno per 50 anni, ha mai sostenuto il dogma dell’unità politica dei cattolici perchè si votava la Dc per ragioni esclusivamente politiche e perchè si era in un determinato contesto storico – e dove i cattolici si distribuiscono in modo equo ed omogeneo lungo l’intero scenario politico, si riaffermi un nuovo ed inedito neo collateralismo. Un collateralismo che non parte più dal partito – o dai partiti – nei confronti del mondo associazionistico ma si manifesta al contrario. E cioè, dai movimenti verso i partiti. Che, nel caso specifico, sono anche partiti la cui ragione sociale – e del tutto legittimamente – è lontanissima da tutto ciò che è anche solo genericamente riconducibile al cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Ora, e senza alimentare ulteriori polemiche, credo che almeno su un punto non si può non concordare. Movimenti, gruppi, laici impegnati nel sociale e cattolici direttamente presenti nell’agone politico. E cioè, nessuno, ma proprio nessuno, può intestarsi in modo arrogante ed esclusivo la rappresentanza politica del mondo cattolico. O, peggio ancora, la parte che qualcuno ritene essere più responsabile, più accorta, più coerente e più matura come sostengono i cosiddetti “cattolici adulti” di prodiana memoria. Perchè i cosiddetti ed intramontabili “catto comunisti” – una categoria che esiste da sempre, addirittura era già presente prima della fine della dittatura fascista – non esauriscono affatto l’universo cattolico nel nostro paese. E questo perchè le molteplici sensibilità religiose, spirituali, etiche, culturali, sociali e politiche presenti nella galassia cattolica vanno rispettate rigorosamente e quasi dogmaticamente tutte. Insomma, per dirla in breve, nessuno può vantare di essere “più cattolico degli altri” e nè, tantomeno, di essere più titolato per ragioni misteriose e sconosciute sul terreno della coerenza nella dimensione pubblica e quindi politica. I “sepolcri imbiancati” per dirla con Carlo Donat-Cattin nella prima repubblica o i ”cattolici professionisti”, per usare una felice espressione di Mino Martinazzoli nella seconda repubblica, sono categorie che oggi non hanno semplicemente più cittadinanza. Nè attiva e nè passiva. Con buona pace di chi continua a sentirsi o a ritenersi tale.
Io non leggo mai né, tanto meno, ascolto l’ex magistrato Scarpinato, oggi ruggente esponente dei Cinque Stelle. Per mantenere fiducia nella Magistratura, l’ho sempre trascurato anche come magistrato, come ho fatto per Ingroia e qualche altro, a partire da Borrelli.