POLITICA

L’esempio di Marco

Di Vittorio Pezzuto

Dalla prima pagina de LA RAGIONE oggi in edicola www.laragione.eu

Per decenni il congresso annuale del Partito radicale è stato il vero compleanno di Marco Pannella. Una festa che una tenace minoranza laica, libertaria, liberista, federalista europea e nonviolenta dedicava anche a sé stessa impastando incontri fecondi, la fatica dell’ascolto reciproco fra pazzi (di libertà e non solo), l’omaggio degli avversari e non di rado la messa in gioco di ogni avere nel tentativo di conquistare l’improbabile ma necessario. A due lustri dalla sua morte quel congresso si rinnova sotto altra forma: maratone oratorie, interviste e commemorazioni di quanti nel suo ricordo celebrano soprattutto la parte migliore della loro vita.
La più grande lezione che ci lascia è quella imparata a 29 anni in una pensione di Cattolica: convintosi di essere inadeguato a questo mondo, scelse di tagliarsi le vene. Lo salvò per caso Franco Roccella e fino all’ultimo dei suoi giorni ha dimostrato di avere avuto torto: regalandoci buone leggi, splendide battaglie, l’esercizio della fantasia senza potere, un inesausto dialogo con il diverso e una teoria della prassi rivelatasi efficace antidoto alla spesso impotente politica di Palazzo.

 

Fisco, Marco Fontana (FI): “Basta scaricabarile“

“Il ‘chiagni e fotti’ di Lo Russo è finito: i torinesi meritano responsabilità, non alibi”

Oggi, presso Sala Musy di Torino, si è tenuta la conferenza stampa promossa da Forza Italia, indetta dal capogruppo comunale Federica Scanderebech, dal consigliere comunale Domenico Garcea e dal responsabile tecnico comunale Raffaele Petrarulo, alla presenza del senatore Roberto Rosso, segretario provinciale di Forza Italia e vicepresidente vicario del gruppo azzurro a Palazzo Madama, e di Marco Fontana, segretario cittadino di Forza Italia Torino.

Nel corso dell’incontro, Marco Fontana ha puntato anzitutto il dito sulla delibera relativa alla definizione agevolata dei debiti, oggi in discussione in Consiglio comunale.

«Il bluff della politica del ‘chiagni e fotti’ del sindaco di Torino Stefano Lo Russo oggi viene definitivamente smascherato. Se Forza Italia non avesse presentato una mozione, dopo mesi di discussioni questo provvedimento non sarebbe mai arrivato in aula. Alla faccia dell’attenzione alle fasce più deboli. Il Governo aveva messo a disposizione dei Comuni uno strumento concreto per venire incontro ai contribuenti in maggiore difficoltà, ma il Comune di Torino non lo avrebbe utilizzato senza una forte sollecitazione politica da parte di Forza Italia».

«Purtroppo quello che oggi viene portato in aula è un provvedimento monco. Limitare la definizione agevolata ai carichi affidati entro il 2020, escludendo quelli fino al 2023, significa lasciare fuori decine di contribuenti. In sostanza, mentre Stefano Lo Russo continua a ‘chiagnere’ in vista della campagna elettorale, a piangere davvero saranno i cittadini torinesi che vorrebbero semplicemente regolarizzare la propria posizione fiscale e che, ancora una volta, rischiano di essere blanditi a parole e tartassati nei fatti» ha affondato Fontana.

Da qui, secondo Fontana, emerge in maniera evidente il metodo politico adottato dal sindaco di Torino.

«Dall’inizio del mandato, con una tendenza che si sta rafforzando sempre di più man mano che si avvicinano le elezioni, Stefano Lo Russo ha inaugurato una politica che potremmo definire con un francesismo dialettale: il ‘chiagni e fotti’. Mi si perdoni l’espressione, ma rende perfettamente l’idea. Per il sindaco di Torino qualsiasi problema non è mai responsabilità della sua amministrazione, ma sempre di qualcun altro», ha sostenuto l’azzurro.

Fontana ha quindi elencato alcuni casi concreti. «Quando la città si è trovata in difficoltà sulla gestione del piano neve, la colpa era della precedente amministrazione di Chiara Appendino. Peccato che Lo Russo governi Torino dal 2021: dopo anni di mandato non si può continuare a vivere di alibi».

«Quando si parla di sicurezza e ordine pubblico, la responsabilità diventa del Governo e della carenza di organici. Peccato che negli incontri istituzionali con il questore ci sia stata rappresentata una situazione ben diversa rispetto a quella raccontata pubblicamente dal sindaco sui presunti 200 agenti in meno».

«Quando c’è stato da criticare il bonus Vesta della Regione, Lo Russo ha attaccato il meccanismo del click day. Peccato che proprio governi nazionali sostenuti dal Partito Democratico, prima Matteo Renzi e poi Paolo Gentiloni, abbiano introdotto e utilizzato questo strumento negli anni passati. Peraltro per regolare una materia delicata come quella dell’immigrazione».

«Sulla fermata Corelli della linea 2 della metropolitana di Torino, la colpa sarebbe ancora una volta del Governo. Peccato che spettasse proprio all’amministrazione comunale monitorare l’evoluzione dei costi, aggiornare la programmazione e prevenire gli effetti delle crisi economiche che si sono susseguite».

«I torinesi meritano una classe dirigente che si assuma la responsabilità delle proprie scelte, non un’amministrazione che, ogni volta che emerge un problema, cerca un colpevole fuori da Palazzo Civico. Il tempo degli alibi è finito» conclude Fontana.

La trappola

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IL PUNTASPILLI di Luca Martina

L’attesissimo incontro, a Pechino, tra i presidenti cinese e statunitense sembrerebbe essersi risolto in un nulla di fatto.

Al di là del pomposo cerimoniale le conclusioni hanno deluso ampiamente le aspettative e questo ha avuto un immediato effetto negativo sull’andamento dei mercati finanziari.

Possiamo davvero parlare di un’occasione persa per avvicinare la pace nel Medio Oriente e per dissipare la nebbia esistente nelle relazioni sino statunitensi?

Nel grande teatro delle relazioni internazionali, pochi rapporti sono tanto determinanti quanto quello tra Stati Uniti e Cina. Il vertice di Pechino del 2026 non ha rappresentato una svolta spettacolare, né ha prodotto un accordo capace di ridefinire le regole del gioco globale.

Eppure, proprio nella sua apparente modestia, esso segna un passaggio cruciale: il passaggio da una fase di confronto aperto a una fase di stabilizzazione strategica, fragile ma necessaria.

Non a caso Xi Jin Ping ha aperto il vertice con questa domanda retorica ma con una forte valenza strategica: “Cina e Stati Uniti possono superare la cosiddetta ‘trappola di Tucidide’ e creare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze? Se riusciremo a unire le forze per affrontare le sfide globali, dare maggiore stabilità al mondo e promuovere il benessere dei nostri popoli, ciò determinerà il futuro delle relazioni bilaterali”.

Dopo anni di escalation commerciale, culminati nella fase più acuta della guerra dei dazi del 2025, entrambe le potenze hanno compreso ciò che la storia economica suggerisce con insistenza: in un conflitto tra sistemi così interdipendenti, non esistono veri vincitori, ma solo perdite più o meno contenute.

Il vertice si inserisce dunque in questa consapevolezza condivisa, consolidando una tregua già abbozzata nei mesi precedenti, senza pretendere di trasformarla in una pace definitiva.

Il linguaggio adottato, quello di una “stabilità strategica costruttiva” estesa su più anni, riflette esattamente questo cambio di prospettiva. Non si tratta più di risolvere le divergenze, ma di renderle gestibili. Non di eliminare la competizione, ma di incanalarla entro limiti prevedibili.

In questo senso, il risultato principale del summit non è ciò che è stato firmato, bensì ciò che è stato implicitamente accettato: l’impossibilità di un disaccoppiamento totale e il riconoscimento di un equilibrio fondato su reciproche vulnerabilità.

Questo equilibrio poggia su una dinamica tanto semplice quanto determinante.

Gli Stati Uniti, pur restando tecnologicamente dominanti, dipendono dalla Cina per l’accesso alle terre rare, elementi indispensabili per le filiere industriali più avanzate. La Cina, dal canto suo, non ha ancora colmato il divario nei semiconduttori di fascia alta e rimane legata all’ecosistema tecnologico americano per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale più sofisticata. È un sistema di dipendenze incrociate che scoraggia l’escalation e favorisce una stabilità tattica, anche in assenza di fiducia strategica.

In questo contesto, gli accordi annunciati appaiono volutamente limitati, quasi rituali. Gli impegni di Pechino ad acquistare beni agricoli, energia e aeromobili statunitensi e quello americano sulla vendita degli avanzatissimi microchips di Nvidia (in attesa di essere in grado di produrli domesticamente) ai gruppi cinesi ricordano da vicino la logica degli accordi “Phase One” della precedente stagione negoziale: strumenti più politici che trasformativi, utili a mantenere aperti i canali ma insufficienti a modificare le strutture profonde degli scambi. Anche la creazione di nuovi organismi di dialogo economico, come i consigli per il commercio e gli investimenti (Boards of Trade and Investment), rappresenta più un segnale di metodo che un cambiamento sostanziale.

Una delle novità più significative del vertice, tuttavia, non riguarda tanto i contenuti degli accordi quanto la composizione stessa della delegazione americana. Accanto ai rappresentanti politici, erano presenti circa una dozzina di amministratori delegati delle principali multinazionali statunitensi, tra cui figure di primo piano come Elon Musk, Tim Cook e Jensen Huang. Questa scelta segnala un ritorno esplicito dell’impresa al centro della diplomazia economica: non più semplice spettatrice delle tensioni geopolitiche, ma attore attivo nel tentativo di ricostruire un terreno minimo di cooperazione. La presenza coordinata dei rappresentanti del vertice del capitalismo tecnologico, finanziario e industriale americano, gli stessi, Elon Musk in primis, che, dopo essere stati testimoni della cerimonia di insediamento di Trump, incominciavano a dubitare della sua volontà di sostenere gli interessi dei gruppi dal loro rappresentati, ha dato al viaggio una dimensione concreta, volta a riattivare flussi commerciali e opportunità di investimento in un contesto reso negli ultimi anni sempre più incerto.

E tuttavia, mentre sul piano economico si tenta di ricomporre una relazione funzionale, sul piano strategico emergono con chiarezza le linee di frattura. Tra queste, nessuna è più sensibile della questione di Taiwan, cui la leadership cinese ha attribuito nei colloqui un rilievo centrale. Pechino ha ribadito con fermezza che l’isola rappresenta il tema più importante nelle relazioni bilaterali, avvertendo implicitamente che un’eventuale gestione giudicata ostile da parte di Washington potrebbe compromettere l’intero equilibrio raggiunto.

L’enfasi posta su Taiwan non introduce un elemento nuovo, ma ne accentua la portata politica: è il segnale che, al di là della distensione commerciale, il confronto strategico resta vivo e potenzialmente destabilizzante.

Eppure sarebbe un errore sottovalutare la portata di questa fase. La stabilizzazione della relazione, pur parziale, riduce in modo significativo l’incertezza globale. Per le imprese e per gli investitori, il rischio principale degli ultimi anni non è stato tanto il livello dei dazi, quanto la loro imprevedibilità. In questo senso, la prospettiva di una tregua prolungata – anche senza una riduzione immediata delle barriere – consente un ritorno alla pianificazione e riporta l’attenzione sui fondamentali economici.

Parallelamente, tuttavia, la competizione non solo continua, ma si approfondisce. La relazione tra Washington e Pechino è ormai strutturalmente definita da quella che si potrebbe chiamare una “contrapposizione competitiva”: una combinazione di cooperazione selettiva e rivalità sistemica. Entrambe le potenze stanno rafforzando le proprie capacità interne, investendo in settori strategici e costruendo barriere, non solo tariffarie ma anche tecnologiche e regolamentari. Gli Stati Uniti puntano a consolidare il proprio vantaggio nell’innovazione, soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale, mentre la Cina accelera gli sforzi per raggiungere l’autosufficienza tecnologica e sfruttare la propria superiorità nella scala industriale.

Questa competizione è particolarmente evidente proprio nell’ambito dell’intelligenza artificiale, che si sta progressivamente sdoppiando in due dimensioni distinte. Da un lato, l’innovazione di frontiera, dove gli Stati Uniti mantengono un vantaggio significativo; dall’altro, la diffusione e l’implementazione su larga scala, dove la Cina può contare su un mercato interno vasto e su una capacità industriale senza pari. Il risultato non è una convergenza, ma una divergenza controllata, in cui ciascun sistema sviluppa punti di forza complementari e, al tempo stesso, concorrenti.

Il vertice di Pechino assume così il significato di una tregua e non di una soluzione definitiva. È il riconoscimento, da parte di entrambe le potenze, che il costo del conflitto aperto sarebbe eccessivo, ma anche che la convergenza è ormai fuori portata. In questo spazio intermedio si colloca il futuro delle relazioni internazionali: un equilibrio dinamico, fatto di attriti e compromessi, in cui cooperazione e competizione coesistono senza mai annullarsi.

Per il resto del mondo, e in particolare per i mercati globali, questa fase offre al tempo stesso un sollievo e una sfida. La riduzione del rischio sistemico apre nuove opportunità, ma la frammentazione crescente dell’economia globale impone scelte sempre più selettive.

Come spesso accade nella storia, non è l’assenza di tensioni a definire un’epoca, ma la capacità di gestirle senza lasciarsene travolgere.

In filigrana, tuttavia, emerge una dinamica più profonda, che richiama una delle lezioni più antiche della storia: la cosiddetta trappola di Tucidide, secondo cui il conflitto diventa più probabile quando una potenza emergente sfida un ordine consolidato.

Sebbene il rapporto tra Stati Uniti e Cina sembri rientrare perfettamente nello schema evocato dal presidente cinese, con una potenza dominante chiamata a gestire l’ascesa di un concorrente strategico globale, a differenza del passato, l’elevato grado di interdipendenza economica e tecnologica introduce un elemento nuovo: la consapevolezza condivisa che una rottura sarebbe distruttiva per entrambe le parti.

Se la trappola di Tucidide descrive il rischio, la “stabilità strategica costruttiva” rappresenta il tentativo, ancora incompleto e fragile, di evitarla.

In questa tensione tra storia e innovazione si gioca il futuro dell’ordine globale: non nella promessa di una pace definitiva ma nella capacità delle grandi potenze di convivere entro un equilibrio imperfetto, senza trasformare la rivalità in conflitto aperto.

Perché, per citare una massima del filosofo Voltaire, spesso la tanto agognata perfezione finisce per essere la più acerrima nemica del bene… e della pace.

Chiarelli: “Il Salone del libro ha fatto sistema”

«La vera forza di questo Salone del Libro è stata la capacità di fare sistema. La sinergia costruita tra istituzioni, operatori culturali, editori, territori, partner e tutte le persone che hanno lavorato dietro le quinte ha dimostrato che quando il lavoro viene fatto bene e insieme i risultati arrivano. È questa la differenza che il Piemonte ha voluto dimostrare», dichiara Marina Chiarelli, assessore alla Cultura, Pari opportunità e Politiche giovanili della Regione Piemonte.

 

«Grazie all’investimento della Regione e a una collaborazione sempre più forte tra tutti i soggetti coinvolti, questa edizione ha saputo mettere al centro la cultura, facendo prevalere contenuti, partecipazione e qualità. I numeri confermano una crescita importante del Salone, ma il dato più significativo è vedere migliaia di giovani partecipare agli incontri, confrontarsi e cercare strumenti per interpretare il presente. La cultura non è un settore marginale: è una infrastruttura strategica capace di generare crescita, lavoro, identità e coesione sociale», aggiunge Chiarelli.

 

«Il successo di questa edizione, senza polemiche, non rappresenta un punto di arrivo. Da domani si torna al lavoro per costruire la 39ª edizione del Salone del Libro con l’ambizione di renderlo ancora più internazionale, partecipato e vicino alle nuove generazioni» conclude Chiarelli.

 

La Regione chiude la 38ª edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino con un bilancio estremamente positivo, confermando il proprio ruolo centrale all’interno di uno dei più importanti appuntamenti culturali europei.

 

Gli spazi della Regione, con quasi 200 appuntamenti, si sono confermati i luoghi simbolo del Salone: uno spazio immersivo e contemporaneo pensato per raccontare il Piemonte attraverso cultura, idee, libri, cinema, memoria, innovazione e nuove generazioni. 

 

Nei cinque giorni del Salone, la Regione e l’intera Giunta regionale sono state protagoniste registrando grande partecipazione di pubblico e un forte interesse su temi che hanno spaziato dalla lettura ai giovani, dall’editoria all’innovazione, dal cinema alla formazione, fino ai territori e alle nuove politiche culturali. 

 

Il Salone oggi è sempre più un grande spazio nazionale di incontro e di elaborazione culturale. E il fatto che dalla prossima edizione il Lazio sarà Regione ospite e la Catalogna lingua ospite rafforza ulteriormente questa dimensione nazionale e internazionale.

 

Un risultato reso possibile anche dalla capacità di fare sistema tra istituzioni, operatori culturali, editori, fondazioni, territori e partner, elemento che ha rappresentato uno dei tratti distintivi dell’edizione 2026 del Salone. Una visione condivisa che ha permesso di rafforzare ulteriormente il ruolo del Piemonte all’interno del panorama culturale nazionale, valorizzando il lavoro comune e la collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti. 

Consiglieri di sinistra: “Protezione per la Flotilla”

L’esercito israeliano, nelle ore corrispondenti alla mattinata italiana di oggi, ha nuovamente abbordato le navi della Global Sumud Flotilla in acque internazionali per fermare la missione di aiuti umanitari diretta alla popolazione di Gaza.

Sono stati fermati anche gli attivisti e le attiviste in missione di terra, e risultano attualmente bloccati a Sirte da ieri.

Esprimiamo la nostra più ferma condanna, come consigliere e consiglieri comunali, a questi atti di violazione totale del diritto internazionale da parte del governo di Israele.

Esortiamo il Ministro degli Esteri Tajani e il Governo italiano tutto ad attivarsi immediatamente per la protezione e il rilascio di tutti gli italiani e le italiane coinvolti nella missione, ad esprimere la contrarietà del nostro paese alle violazioni commesse in acque internazionali e a sostenere l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione di Gaza attraverso corridoi sicuri.

La situazione della popolazione di Gaza appare sempre più drammatica, allo stremo delle risorse alimentari, mediche, sanitarie ed energetiche, e la missione della Global Sumud Flotilla cerca di rompere l’assedio illegale che il governo israeliano ha imposto sulle coste palestinesi di Gaza solo per portare aiuti umanitari. La solidarietà non è un reato.

Alleghiamo a questo comunicato la lista dei nominativi di attiviste e attivisti della missione di Mare della GSF afferenti al territorio torinese, per cui esprimiamo forte preoccupazione:
Marina Castellano, nata a Torino, residente a Candiolo (TO)
Gabriele Gardini, nato a Torino, residente a Modena
Daniele Gallina, nato a Torino, residente a Bruxelles
Adriano Veneziani, residente a Torino

Risultano inoltre partecipanti alla missione di terra due piemontesi:
Leonarda Alberizia, residente a Albugnano (AT)
Giuseppina Branca, residente Cannero Riviera (VB)

Ludovica Cioria, consigliera comunale PD città di Torino
Abdullahi Ahmed, consigliere comunale Pd città di Torino
Antonio Ledda, consigliere comunale PD città di Torino
Luca Pidello, consigliere comunale PD città di Torino
Claudio Cerrato, consigliere comunale PD città di Torino
Simone Tosto, consigliere comunale PD città di Torino

Sara Diena, consigliera comunale AVS città di Torino
Emanuele Busconi, consigliere comunale AVS città di Torino

Tiziana Ciampolini, consigliera comunale Torino Domani città di Torino

Andrea Russi, consigliere comunale M5S città di Torino
Tea Castiglione, consigliera comunale M5S città di Torino

Torino si fa sfilare da Milano il Centro per la Guida Autonoma?

Sarebbe uno schiaffo in faccia al Futuro 
Dopo la assegnazione da parte del Governo del Centro per la IA collegato all’auto e alla mobilità , ho proposto in varie sedi , compresa la Unione degli Industriali , la proposta di lavorare a dare un ruolo importante a Torino attorno alla mobilità del futuro. Nel solito circolo in cui queste cose si discutono , fuori dal Consiglio Comunale o dal Consiglio regionale, il Centro è stato assegnato fisicamente alle OGR mentre avrebbe potuto dare un enorme impulso a cambiare le cose in Barriera di Milano.
Oggi scopro che la più grossa operazione sulla guida autonoma , un mercato che secondo alcuni esperti nel 2035 potrebbe valere 300 miliardi , sarebbe in corso a Milano portato avanti d uno spin-off del Politecnico di Milano , Niulinx, guidata da A2A e CDP Venture capital. Nel capitale entreranno le FS, Pirelli, AFL, MOST centro Nazionale per la Mobilità sostenibile , Fondazione ICO Falck e investitori internazionali.
La mobilità in futuro non diminuirà , sarà diversa e la guida autonoma , Torino con la sua Storia e il suo know how unico può e deve puntare a diventare una delle Capitali della mobilità del futuro . Mentre in Cina è negli Stati Uniti vi sono già delle iniziative concrete in Europa no. Ovviamente questa  iniziativa non toglie assolutamente spazio al confronto con Stellantis e altri operatori per i vecchi e nuovi modelli di auto e mezzi pesanti .
Mino GIACHINO UDC

Scanderebech (FI): “Estendere definizione agevolata debiti”

“MISURA ANCORA PARZIALE, IMPORTANTE ESTENDERLA FINO AL 2023”

 

A seguito dell’approvazione della mozione presentata da Forza Italia sulla definizione agevolata delle entrate comunali, approda oggi in Consiglio comunale la delibera della Giunta con il regolamento attuativo della misura.

Si tratta di un primo intervento in materia di definizione agevolata che, tuttavia, resta ancora parziale rispetto alla proposta del Capogruppo Federica Scanderebech, orientata a un’estensione più ampia della platea dei beneficiari. La possibilità per i cittadini in difficoltà di regolarizzare la propria posizione debitoria attraverso l’azzeramento di sanzioni e interessi e piani di pagamento più sostenibili non risulta infatti sufficientemente estesa per rispondere pienamente alle esigenze emerse. La misura presenta diverse criticità. La “rottamazione quinquies” nazionale, collegata alla Legge di Bilancio del Governo, prevedeva la possibilità di definire in maniera agevolata tutti i carichi affidati fino al 31 dicembre 2023, mentre il regolamento comunale limita tale opportunità ai soli carichi affidati entro il 31 dicembre 2020, scelta giudicata eccessivamente restrittiva rispetto all’impianto originario.

Una limitazione che rischia di escludere proprio i contribuenti in maggiore difficoltà economica, che avrebbero voluto regolarizzare integralmente la propria posizione. Per i carichi successivi al 2020, infatti, il regolamento prevede un meccanismo diverso: l’accesso alla definizione agevolata dei debiti più datati è subordinato al pagamento integrale anche delle posizioni successive, senza sconti su sanzioni e interessi e con la sola possibilità di rateizzazione.

La misura coinvolge circa 250 mila soggetti/contribuenti, per un ammontare complessivo di circa 500 milioni di euro tra imposte, interessi e sanzioni. Un dato che, secondo Forza Italia, conferma come il provvedimento non tenga pienamente conto della fase di difficoltà economica ancora in corso: se già al 31 dicembre 2020 risultavano morosi circa 250 mila soggetti/contribuenti, è evidente che una parte significativa non abbia potuto regolarizzare la propria posizione neppure negli anni successivi.

Non si tratta di agevolare chi potrebbe pagare ma sceglie di non farlo in attesa di futuri condoni. Proprio per questo la misura avrebbe potuto essere collegata all’ISEE, così da concentrare il sostegno su chi si trova realmente in difficoltà economica.

Sono stati presentati emendamenti migliorativi sulla tempistica e sulle modalità di pagamento, con l’auspicio che possano essere accolti per rendere la misura più equa ed efficace.

Forza Italia manterrà alta l’attenzione affinché Soris predisponga rapidamente la modulistica necessaria dopo la pubblicazione della delibera sul sito del Comune, evitando ritardi che potrebbero penalizzare i contribuenti interessati ad aderire.

Marcia per la pace, Avs: “Condannare la sopraffazione”

CONTRO I PERICOLI DI OGNI FORMA DI SUPREMATISMO E ODIO

<< Per la prima volta la marcia per la pace Perugia-Assisi oltrepassa i confini umbri e sbarca a Torino, grazie al Salone del Libro che quest’anno ha ospitato la Regione Umbria.

È importante che da Torino, in questi giorni in cui la nostra città torna al centro della scena culturale nazionale e internazionale, arrivi un messaggio così netto e così pieno di significato.

Di fronte alla guerra sempre più diffusa e alla sua normalizzazione questa chiamata alla cittadinanza, a cui hanno partecipato cittadini, associazioni e amministratori, diventa una boccata d’aria fresca: è proprio a partire dalla cultura, dall’educazione e da una democrazia quotidiana e partecipata che possiamo “preparare la pace” e, in quest’epoca di propaganda, chiamare le cose con il loro nome, sapendo riconoscere e condannare sempre la sopraffazione della guerra e i pericoli di ogni forma di suprematismo e odio>> lo dichiarano Alice Ravinale, capogruppo AVS in Consiglio Regionale, Sara Diena ed Emanuele Busconi, consiglieri comunali Sinistra Ecologista, Alberto Re, presidente Circoscrizione IV, presenti insieme all’assessore Jacopo Rosatelli e al consigliere della Circoscrizione III Nico de Leonardis alla marcia per la pace che si è svolta ieri mattina a Torino.

(foto archivio)

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Quaglino nuovo Plutarco delle vite parallele che si incontrano – Cavour e Roma capitale – Ugo Pero e il logo del Salone – Paolo Granzotto dieci anni dopo – Lettere

Quaglino nuovo Plutarco delle vite parallele che si incontrano
Il prof . Pietro Quaglino è ordinario di Dermatologia  all’ Università di Torino e direttore della clinica universitaria che i vecchi torinesi identificavano con il San Lazzaro. E’ uno scienziato con centinaia di pubblicazioni. Recentemente ha pubblicato il libro “Incroci di strade – Incroci di storie“ edito da Laterza. Gli incroci sono quelli delle vie torinesi che Quaglino rende vive, facendo interloquire i personaggi a cui esse sono dedicate. Plutarco ci raccontò le vite parallele destinate a non incontrarsi mai. Quaglino riesce a  farle incontrare, anche se tra Vittorio Emanuele II e il giudice Falcone non ci fu rapporto di sorta per evidenti ragioni temporali.
La fantasia dell’autore, pur ancorata ad una robusta cultura storica, riesce a compiere il miracolo. E così accade per tanti altri personaggi che hanno posto nella toponomastica torinese. Quaglino è un grande innamorato di Torino e con l’aiuto delle sue due figlie, ha messo su un libro che merita di essere letto . La brillante prefazione di Guido Curto illustra bene il senso dell’opera. Sono tanti i medici scrittori , da Carlo Levi a Tobino ,ma Quaglino è  innanzi tutto un uomo fuori ordinanza a cui da storico concedo la libertà  di inserire la fantasia nella storia che così rinasce a nuova vita. La storia è spesso vulnerata dalle visioni ideologiche, Quaglino crede in grandi valori” non negoziabili”, ma non è mai irrigidito sulle vulgate che sono estranee agli scienziati. E’ innamorato della città come lo fu Mario Soldati.
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Cavour e Roma capitale
Giovedì ho presentato al Salone del libro di Torino il volume “Da Cavour alla Repubblica” edito da Pedrini , l’editore amico, figlio di un mio altro grande amico, Ennio Pedrini senior, che fu anche editore dei settimanali su cui feci il mio apprendistato giornalistico prima del 1968, quando entrai nell’Ordine  dei giornalisti di cui temo di essere ormai diventato un decano che però continua a scrivere. Carmine Festa, redattore capo del Corriere della sera, a cui collaboro da parecchi anni, è stato un mio  validissimo e colto interlocutore.
Il libro mette in evidenza anche  un aspetto storicamente  non secondario, pubblicando il testo del discorso  di Cavour su Roma capitale. Non ho avuto modo di dirlo perché il discorso ha seguito una piega diversa (i temi del libro sono moltissimi perché riguardano un secolo e mezzo di storia). Il tema riguarda Cavour, accusato da certi dilettanti di una storiografia superficiale e non documentata  di volersi limitare ad  un regno del Nord Italia . Un’accusa sciocca perché il gran Conte voleva Roma capitale e anche il suo ruolo a sostegno della spedizione dei Mille di Garibaldi fu fondamentale, malgrado le necessarie prudenze diplomatiche . I buoni rapporti con l’Inghilterra ,decisiva per l’impresa garibaldina in Sicilia, furono creati dal “gioco di squadra” Cavour, Vittorio Emanuele e d’Azeglio.
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Ugo Pero e il logo del Salone
Viene sempre ricordato Armando Testa come autore del primo logo, poi sostituito, del Salone del libro. L’attuale logo è opera dell’agenzia fondata da Ugo Pero, un creativo colto che seppe ritirarsi nei tempi giusti  per vivere una vita serena. Pero che ho conosciuto e frequentato  e che ricordo come un saggio, va citato  anche perché ha fatto tanto altro.
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Paolo Granzotto dieci anni dopo
Sono esattamente dieci anni che è mancato Paolo Granzotto giornalista libero , senza collare , come scrissi quando mancò. Era figlio d’arte, ma  lui fu tanto diverso  da suo padre Gianni, irrigidito in ruoli ufficiali che lo resero  sempre compassato e, per molti anni in Rai, anche un po‘ conformista. Paolo invece era fuori dagli schemi, amava la battuta ed era ironico e spesso graffiante. Sposò Sanzia Ghislieri, discendente dell’unico papa piemontese, Pio V, e si stabilì in una casa di via Cesare Balbo affacciata sul Po dove Paolo coltivava anche piante da frutto. Testimone del suo matrimonio fu Mario Soldati e quindi il nostro rapporto fu anche legato alla nostra amicizia comune. Amava tantissimo il suo cagnolino, a tal punto da farsi ritrarre insieme a lui per la fotografia inserita nella sua bella ed arguta rubrica sul “Giornale“ di cui fu vicedirettore con Indro  Montanelli  direttore che, quando venne al Centro “Pannunzio“ nel 1988 e nel 1991 si fece sempre accompagnare da Paolo. Altri hanno vantato di aver accompagnato Indro in quelle occasioni, ma hanno scritto il falso, pur  di offendermi personalmente. Paolo era l’uomo di fiducia di Indro, anche se nel 1994, quando Berlusconi mise Montanelli nella  condizione di andarsene, rimase al Giornale soprattutto perché non voleva andare con la cattiva compagnia che seguì Montanelli.
Ho conosciuto  abbastanza Paolo per dire che non  fu un berlusconiano, ma un liberale vero per stile e cultura che poteva apprezzare Enzo Ghigo, ma  non poteva andare oltre.  Egli fu un anticonformista a tutto tondo, incapace di piegarsi alla vulgata radical – chic  sempre così presente a Torino, da molto tempo non più città operaia e non più città borghese.
Nel 1999 fondò a Torino “ Il giornale del Piemonte” che con lui direttore divenne una voce autorevole nel panorama giornalistico subalpino. Senza di lui quel quotidiano incominciò a decadere fino a diventare  un semplice raccoglitore pubblicitario o poco più. Nel 2006 ricordammo insieme a Torino Oriana Fallaci. Nel 2011 su mia richiesta coordinò il convegno nazionale tenutosi al Teatro Carignano per i  150 anni dell’ Unità d’ Italia promosso dall’Accademia italiana della Cucina. Paolo amava la storia, specie quella antica, e tra i suoi libri  importanti resta una trilogia omerica. Scrisse anche una bella biografia di Montanelli, incredibilmente premiata a Capalbio, centro del peggiore vippume vacanziero. Non l’ho frequentato abbastanza e mi rammarico di questo  perché avrei potuto imparare molto da lui . Era un gran signore di delicati e alti sentimenti oltre che un giornalista con una penna a volte “cattiva”, ma sempre onesta. Era diventato torinese per amore di Sanzia , ma non si adattò  mai al grigiore di una certa Torino  perbenista e sinistrorsa che ha il suo epicentro nel Museo egizio e si ritrova in certi salotti che lui considerava “intriganti  tinelli” . E’ stato un maestro di giornalismo e di vita che, a dieci anni dalla sua morte, ci  rivela l’arte di  un mestiere che non può mai  allinearsi al potere in nome del quieto vivere. Paolo seppe steccare nel coro e pago ‘ anche le conseguenze di una linearità  mai ostentata , ma sempre vissuta con grande onestà intellettuale.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Umberto II di Savoia, chi ha ragione?
Allora, gentile professore Quaglieni, chi ha ragione su Umberto II ?  Lei, Cardini, Barberis, Oliva o Denis Mack Smith? Appena ho letto su “il Torinese” il suo Commento su Umberto II di Savoia salito al trono il 9 maggio di 80 anni fa, ho ripreso in archivio due interviste sui Savoia rilasciate due anni fa a La Stampa da Franco Cardini e da Walter Barberis, pochi giorni dopo la morte di Vittorio Emanuele di Savoia. Ebbene, Lei parla benissimo di Umberto II eppure altri autorevoli storici lo trattano decisamente male. O lei esagera o gli altri storici sono troppo cattivi nei confronti dell’ultimo Re d’Italia. Per esempio, in sintesi, lo storico del Medioevo Franco Cardini scrive: “mi sento profondamente ostile alla dinastia sabauda e non al solo Vittorio Emanuele III per le leggi razziali del 1938…. A proposito del “Re di Maggio”, Umberto II, meglio è tacere per carità di patria”. (intervista a La Stampa il 7 febbraio 2024). Walter Barberis, storico di professione e presidente dell’editrice Einaudi ha scritto: “Vittorio Emanuele III non ferma la marcia di Mussolini su Roma, firma le leggi razziali, abbandona l’Italia a se stessa: una caricatura e poi la dinastia è finita. Umberto II è un personaggio da café chantant”. (intervista a La Stampa 8-2-2024). Alessandro Barbero, credo che sui Savoia la pensi più o meno come Cardini. Decisamente meglio invece lo storico e giornalista Gianni Oliva che nel suo libro “I Savoia, Novecento anni di una dinastia” scrive a proposito di Umberto II: “ostenta in ogni occasione il suo lealismo costituzionale, si legittima con un comportamento misurato e corretto riconosciutogli anche da convinti repubblicani come Nenni e Parri. Certo, non può fare altro ma regna con l’onesta intenzione di restaurare un’immagine compromessa”. Alla fine chi ha ragione professore?    Filippo Re
 Io non voglio aver ragione e rispetto tutte le opinioni. Ma la prevenzione antisabauda  degli storici che lei cita, forse ha loro impedito un giudizio più sereno. Lo storico deve capire prima di giudicare. Qui siamo  di fronte ad affermazioni che si rivelano preconcette. Ho cercato di esprimere una valutazione complessiva di Umberto II re ed esule. Come ho scritto ho conosciuto il re e ho parlato con lui. Ho avuto anche scambi epistolari diretti o tramite Falcone Lucifero. Io non sono prevenuto su Casa Savoia, forse questa è la vera differenza. Oliva nei suoi libri dimostra una volontà di capire che gli altri nominati non hanno.
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Burocrazia digitale
Caro professore, leggo sui social: “Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è “moderna”, è una società che ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri. Siamo nel 2026 e tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma provate a mettervi nei panni di chi ha costruito questo Paese con la fatica delle mani e oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita medica o pagare una bolletta devi avere un nipote o un figlio esperto, allora il sistema è fallito. Chi progetta queste barriere si sente un genio dell’innovazione, ma è solo un miserabile che ignora la realtà della carne e delle ossa. Non è evoluzione se lasciamo indietro chi ci ha preceduto. La tecnologia deve essere un aiuto, non un esame di ammissione per avere diritto alla salute o alla dignità. Stiamo togliendo la voce a chi ha più esperienza di noi, nascondendo dietro lo schermo la nostra incapacità di prenderci cura delle persone.” Cosa ne pensa?   Rita Felice
Scrivendo, da molti anni mi sono dovuto convertire al Pc perché i giornali si erano digitalizzati e richiedevano i pezzi battuti al computer. Poi in tempi successivi dal 2009 mi sono dovuto iscrivere a Facebook perché i giovani che promossero la pagina del Centro Pannunzio chiedevano la mia partecipazione. Adesso c’è chi mi considera un influencer. Invece tutte le incombenze per prenotare e agire su piattaforme mi è faticoso e a volte mi fa perdere la pazienza. Il disagio che la lettrice lamenta e’ reale e obbliga gli anziani a farsi aiutare o ad essere esclusi. Capisco il progresso, ma esso dovrebbe aiutare, non creare problemi. I temi che lei evidenzia sarebbero da dibattere. C’è materia per una battaglia politica, ma la politica non credo che si interessi degli anziani.
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Suvvia dott Mattia Feltri…..legge da ” Ayatollah”?
Mi riferisco al  <buongiorno> che  considera le proposte di bacchettare / punire con <meno dolcezza> i giornalisti   che troppe volte dimenticano di menzionare le assoluzioni dopo aver evidenziato con enfasi anche solo le ipotesi di colpa dei cittadino qualunque. Dal modesto tinello di casa con gli amici abbiamo commentato fatti e nomi più o meno eccellenti che sono andati sotto il vecchio piombo della stampa. Pubblicare tutto, free speach, Costituzione sta bene ma anche rettificare o indicare le novità  positive (esempio le assoluzioni) e attenzione  con la stessa impaginatura e carattere. Credo che una esemplare punizione a coloro che  con molto ardore ci vanno pesanti sull’ implicato  indagat / ….. debba essere una corretta riprovazione per  la diffusione di notizie poi risultate vaghe o false. Vero che la legge già punisce e l’Ordine verifica e censura, ma troppe volte la voglia di notiziare e stupire i lettori supera la  serietà di una onesta informazione. Sbaglio? Grazie e buon lavoro, cosa ne pensa?       Renata Franchi
Pubblico volentieri perché Mattia Feltri è uno dei pochi giornalisti indipendenti, colti, non settari che difendono valori liberali veri. Concordo con Lei che le accuse non provate vanno riparate, anche se certi processi mediatici distruggono l’animo e lasciano lividi permanenti. Con tutte le condanne ricevute, il direttore del “Fatto” non ha mai ricevuto sanzioni dall’Ordine nazionale dei giornalisti  e dall’organo di disciplina.