POLITICA

Quaglieni: “Stiamo con Buttafuoco”

Le pressioni politiche del governo e i giudizi faziosi dell’opposizione sulla Biennale di Venezia rivelano una assoluta mancanza di quel senso di  libera cultura che è alla base della Biennale e dell’attività culturale in generale. La cultura non può allinearsi con la politica estera dei governi.Questo è il principio irrinunciabile difeso da Pietrangelo Buttafuoco che ha dimostrato ancora una volta la sua sensibilità e indipendenza intellettuale. Siamo dalla parte del Presidente Buttafuoco che ha dimostrato equilibrio e ha tutelato l’idea storica di una Venezia, luogo di incontro di culture diverse e luogo in cui si esercita la tolleranza fin dai tempi di Paolo Sarpi. Mario Pannunzio che  fu un appassionato visitatore della Biennale, si sentirebbe  oggi come liberale dalla parte di Buttafuoco, anche per la scelta di non discriminare Israele.
Pier Franco Quaglieni
presidente del Centro “Pannunzio”

Ritorna la partecipazione politica dei cattolici

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Sì, lo sappiamo tutti e da molto tempo. La Democrazia Cristiana è archiviata. Il pluralismo politico,
e soprattutto elettorale, dei cattolici è un dato largamente acquisito e consolidato. E, in ultimo, –
almeno per il momento – non è all’ordine del giorno la formazione di partiti e movimenti politici di
ispirazione cristiana e popolare riconducibili al patrimonio culturale del cattolicesimo politico
italiano.
Ora, dando per acquisito questi elementi, è altrettanto indubbio che si registra una sorta di
risveglio politico, e pubblico, dei cattolici italiani. Non direttamente riconducibile ad
un’appartenenza di partito o ad una coalizione politica. Ma, semmai e al contrario, una voglia di
partecipazione e di impegno su singoli temi che sono anche, e soprattutto, il frutto di una
seminagione culturale e spirituale da parte della Chiesa e dell’associazionismo di base declinato
in questi ultimi anni. Quello che un tempo, nella cosiddetta prima repubblica, si chiamava
semplicemente mondo cattolico.
Certo, per un cristiano/cattolico, come per qualsiasi altra realtà culturale, la testimonianza
personale e di gruppo è più efficace se non è disgiunta dalla rappresentanza. E quando lo è, la
stessa partecipazione si ferma inesorabilmente ed irreversibilmente al pre politico. Serve, cioè,
adesso fare un salto di qualità. Ma l’impegno politico non nasce mai per caso. È sempre il frutto e
la conseguenza di una maturazione culturale e di un impegno che partono dai valori e che
richiedono poi di essere tradotti concretamente nella società. Del resto, è appena sufficiente
rileggere le biografie e i percorsi personali dei grandi e qualificati leader e statisti della prima
repubblica, e in parte anche della seconda repubblica, per rendersi conto che la militanza,
l’impegno e la presenza nella politica e nelle istituzioni sono sempre la conseguenza di una
identità e di una formazione culturale e spirituale specifica e precisa. E, al di là dei singoli e dei
rispettivi percorsi individuali e collettivi, di questa cultura, di questa tradizione e di questo
pensiero ogni c’è bisogno. Non lo dicono solo i cattolici – che restano, tuttavia, ancora troppo
dispersi e frammentati nella vita pubblica – ma lo sostengono apertamente anche e soprattutto gli
storici detrattori della Dc, del Ppi e della stessa presenza organizzata dei cattolici nella vita
pubblica del nostro paese. Ed è anche per queste ragioni, semplici ma oggettive, che il risveglio
politico contemporaneo dei cattolici non può che essere salutato positivamente. Per arricchire la
politica italiana e, al contempo, per dare un contributo decisivo alla qualità della nostra
democrazia, alla credibilità delle nostre istituzioni democratiche e, probabilmente, alla stessa
efficacia dell’azione di governo.
E, forse, questo rinnovato, ed auspicato, impegno politico e pubblico dei cattolici rientra a pieno
titolo in una fase più generale di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. I dati dell’ultimo
referendum costituzionale sulla giustizia, al di là del suo esito concreto, lo confermano. Ma tutto
ciò richiede, pur non anticipando i tempi e senza piegare questo rinnovato e potenziale impegno
ad una precisa scelta politica o di schieramento, un salto di qualità sul terreno della grammatica
politica. E questo salto di qualità, cioè dalla seppur legittima ed importante testimonianza pre
politica alla presenza nei partiti e nelle istituzioni, sarà ulteriormente facilitato rileggendo anche e
soprattutto il magistero dei nostri leader e statisti del passato. Anche perchè, senza rileggere il
passato, nessuno è in grado di costruire il futuro e governare il presente.

Primo Maggio, Ravello (FdI): “A Torino violenza cercata e voluta“

“Chi sfila con i centri sociali copre e giustifica la guerriglia urbana”

“Ma quale ‘spezzone sociale’: sfilare con i centri sociali diventa, di fatto, una copertura volontaria della guerriglia urbana”. Così Roberto Ravello, vice Capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Piemonte, sugli scontri davanti ad Askatasuna tra Polizia e antagonisti a margine del corte del Primo Maggio.

“Non è più accettabile il copione del finto stupore e delle condanne di rito che seguono puntualmente gli scontri. Organizzatori e partecipanti continuano a fingere di non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti. Anche le reazioni di facciata come quella del Sindaco Stefano Lo Russo sono ormai prive di credibilità. La realtà – continua Ravello – è evidente: esiste un sodalizio radicato tra protesta e violenza”.

“Non c’è nulla di pacifico in chi marcia a braccetto con l’antagonismo più estremo e sovversivo. Chi sceglie di stare in quei cortei ne accetta consapevolmente dinamiche e conseguenze. È paradossale che nel corteo dei lavoratori trovino spazio i soliti ‘figli di papà’ che probabilmente non hanno mai conosciuto il lavoro. Una distorsione – aggiunge Ravello – che svuota di significato una giornata simbolo di diritti e dignità”.

“Torino – conclude Ravello – si conferma teatro dell’ennesimo episodio di odio e di attacco allo Stato. Non si può più tollerare che violenza e illegalità vengano sistematicamente giustificate o minimizzate. Serve una presa di posizione netta, senza ambiguità, da parte di tutti. Il tempo delle giustificazioni è finito: chi sta con la violenza ne è complice. Un ringraziamento va alle Forze dell’Ordine che, con consueta professionalità e coraggio, hanno evitato il peggio”.

Giachino: “Primo Maggio sotto tono”

Manifestazione primo Maggio sotto tono proprio mentre a Torino il problema  del lavoro e’ cresciuto come mai. Aumentata la disoccupazione , aumentata la precarietà in particolare per i giovani ma in piazza nessuno parla della causa cioè la bassa crescita della economia torinese che dura da 25 anni che e’ la causa principale della crisi del lavoro e del commercio. Solo sette anni fa per dire SI alla TAV Torino riempi piazza Castello. Aver  puntato solo sul turismo e sugli eventi ha generato tanto lavoro a tempo parziale e quindi precario. Non basta dire che Torino è una Città industriale , l’industria andava e va difesa. Tragico l’errore del Governo CONTE PD di non mettere il golden power al momento della vendita della FIAT ai francesi. Occorre un patto Torino Governo Fiat sulla politica dell’auto . Noi come UDC sosterremo col Governo le ragioni della industria e del lavoro per un rilancio della economia che intacchi precariato e lavoro povero anche accelerando i lavori della TAV e aumentando il finanziamento  della Metro 2  I torinesi alle prossime elezioni comunali facciano la loro parte.
Mino Giachino

Il lavoro deve ritornare l’obiettivo di partiti, sindacati e società civile

Caro Direttore,

Nella  nostra vita, a parte gli affetti famigliari,  il lavoro è senza dubbio la parte più importante. Ci mette alla prova, ci dà soddisfazioni, ci consente una vita famigliare, la cosa più bella e soddisfacente, ci consente di approfondire studi, di girare le parti del mondo che ci incuriosiscono, e la più grand Scuola di formazione che integra, completa, supera e sublima tutto ciò che abbiamo imparato, letto e scritto.
Ho vissuto le due fasi della vita economica e sociale del nostro Paese dopo la seconda Guerra mondiale. Ho visto il lavoro di mio papà, di mio nonno e dei miei zii. Nell’inverno del 59 con i miei fratellini per due mesi ci impegnammo in un lavoro che la Ferrero a Canale dava all’esterno, piegare e formare le scarole per i Mon Chery. Ci davano una lira a scatola. Con quel lavoro, che ci divertiva , i miei genitori acquistarono la lavatrice. Arrivato a Torino a fine 60 vidi ancora le ultime case bombardate da ristrutturare, vidi l’immigrazione di tante famiglie dal Veneto, dall’Emilia e dal Sud. Per molti fu sufficiente la presentazione del Parroco per essere assunto alla Fiat o nelle prime aziende dell’indotto . Doppi turni nelle Scuole che faticavano a ospitare i nuovi arrivi, straordinari nelle fabbriche. Torino non era bella come ora, la patina  di grigio del tempo e della guerra la ricopriva ma il lavoro c’era , con tutti i problemi della catena di montaggio , della forte divisione politica e sindacale. L’autunno del 69 fu reso caldo dalle carenze abitative, dall’aumento dei prezzi non pareggiato dai bassi salari dell’epoca che insieme alle autostrade, al Piano Marshall avevano aiutato il Boom economico frutto di politici e governanti veramente bravi. L’operaio, poi sindacalista, Sabatini giunto in Parlamento fece approvare una legge  che aiuto’ il finanziamento delle piccole aziende, scontando le cambiali , che dura tutt’oggi ovviamente con tante modifiche. Dove lo trovi oggi un Onorevole Sabatini che scrive e fa approvare una legge così importante per la nostra economia?  Nell’autunno caldo, reso ancor più caldo dalla prima bomba di piazza Fontana il più grande Ministro del Lavoro , Carlo Donat-Cattin, costrinse la Confindustria  a firmare contratti sostanziosi. Convocò nel suo Ufficio il mitico Presidente degli industriali, Angelo Costa, e gli disse “Presidente questa volta tocca a Voi pagare. Se incontri Pier Mario Cornaglia, patrono di una azienda storica dell’indotto ti dirà che a loro, Donat-Cattin, era costato molto. In quegli anni di grande crescita le diseguaglianze diminuirono perché a chi lavorava venne riconosciuto molto. E Donat-Cattin , l’ultimo grande Ministro della Scuola di Governo piemontese, il cui metodo di governo , andrebbe studiato nelle Scuole di formazione politica , oggi troppo sui generis, e nelle Università, al lavoro diede la Legge più importante, lo Statuto dei Lavoratori. Iniziai a frequentarlo a fine del 69, mi affascinò e seguii tutti gli scontri con gli Agnelli, con l’ala sinistra del sindacato che non capiva che dopo lo Statuto dei lavoratori bisognava consolidare le posizioni e che bisognava mantenere la competitività con le altre economie produttive. Bisognerebbe ritrovare i suoi discorsi alla inaugurazione del Salone dell’automobile, che Torino non avrebbe mai dovuto perdere, quando parlava dal palco guardando negli occhi l’Avvocato seduto di in prima fila di fronte a Lui. L’avvocato che uscendo dalla Sala o allo stadio , all’autista del Ministro juventino , che amava viaggiare in Alfa , gli suggeriva di far provare anche le auto Fiat.
Allora per i consiglieri comunali e per il sindacato la FIAT era il bene più importante per la Città e pur tra divisioni il Lavoro era centrale.
Da trent’anni lo è di meno e Torino ne paga le conseguenze con la minore crescita economica, con il forte calo del PIL procapite che pagano pesantemente cassa integrati, disoccupati, precari e periferie dimenticate e abbandonate.  Torino si riprenderà se il Lavoro diventerà la priorità per tutti, non un lavoro qualsiasi, precario. Un lavoro serio di cui la economia moderna h ancora bisogno se vuole essere competitiva. Non aver difeso il settore auto è la colpa più grave di chi ha amministrato Torino negli ultimi trent’anni e del sindacato che ha accettato il progressivo ridimensionamento che mi auguro FILOSA riesca a fermare. La mobilità non cala e non diminuirà’, sarà diversa , sarà cambiata dalle nuove tecnologie e dalla intelligenza artificiale ma Torino deve tentare di essere una delle Capitali della mobilità del futuro. Questa è la battaglia su cui si parrà la nobilitate della classe politica , sindacale e intellettuale torinese . Il Consiglio Comunale rilegga  i nomi dei grandi amministratori che hanno posato le chiappe dove ora si fanno battaglie meno importanti e qualificate . Il sindacato rialzi la testa a difesa del lavoro vero, quello della industria , quello di aziende come la Spea o la Prima Industrie e del futuro della Città ,  altrimenti il rischio è che la piazza del Primo Maggio a parte le violenze dei soliti noti siammeno partecipata e forte della nostra grande piazza Castello SITAV del 2018. Perché il ritorno alla Crescita della economia e del lavoro ci sarà avendo il coraggio di dire dei SI .Con i No a tutto Torino in questi anni ha avuto tanta decrescita. W il Primo Maggio, W il Lavoro.
Mino GIACHINO 
Responsabile torinese UDC

Le polemiche sul 25 aprile continuano

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

E’ comprensibile che un quadro internazionale come quello attuale provochi ripercussioni  anche sul 25 aprile. Anime candide vorrebbero un 25 aprile rievocativo senza implicazioni  politiche legate all’oggi. Diceva Croce che ogni storia è storia contemporanea e il 25 aprile  è una evidente conferma  di questa affermazione. Lo storico dovrebbe avere un distacco critico  rispetto al passato, ma spesso la contemporaneità finisce di deglutire il passato che resta divisivo anche oggi. Parlare della Resistenza come delle guerre puniche  diventa impossibile, anche se  gli storici non  dovrebbero lasciarsi trascinare nella polemica settaria e dozzinale. Oggi il clima avvelenato impedisce la serenità di giudizio. In effetti, tuttavia, va detto che la Resistenza non ebbe la coralità concorde che alcuni vorrebbero attribuirle.
Luigi Longo , capo delle Brigate Garibaldine nella Resistenza in una intervista sostenne che i  comunisti, i socialisti  e  gli azionisti furono i veri protagonisti attivi della Resistenza, mentre democristiani e liberali furono “attendisti“ poco desiderosi di combattere, in attesa che gli Alleati liberassero il territorio italiano occupato.  Longo sostenne che la Resistenza ebbe un contenuto di classe che altri resistenti non potevano condividere. Parlò esplicitamente di un contrasto di fondo  tra le diverse componenti. Ovviamente Longo ignorava o trascurava  il contributo dato dalle Forze Armate del Regno del Sud e il contributo determinante degli Alleati anglo-americani che militarmente furono,  in termini assoluti, decisivi.
E ‘ evidente che quelle differenze  sottolineate da Longo non possono essere ignorate neppure oggi perché la vulgata di una Resistenza tricolore fu un desiderio di  un numero limitato di patrioti, più che di partigiani. La primavera è stata prevalentemente “rossa”. Negarlo sarebbe sbagliato perché non corrispondente alla verità storica. Basterebbe pensare all’episodio drammatico di via Rasella che provocò la strage delle Fosse Ardeatine  per vedere che i comunisti ebbero una visione della guerra partigiana almeno diversa da molti resistenti.
Su un tema molto divisivo come il terrorismo la Resistenza si divise. Anche l’omicidio di Giovanni Gentile non fu condiviso da tutti i partigiani. Il CLN fu anche un momento di discussione sovente molto animata. L’operato di partigiani come, ad esempio,  Moranino non fu condiviso. L’unità politica di cui parlava Longo era di fatto una subordinazione ai comunisti, anche se parlò di una  unità a carattere “popolare e nazionale” che si realizzò solo in parte. Due aggettivi non caso gramsciani.  La polemica di Longo era rivolta alle “formazioni che facevano capo a militari o a elementi influenzati dalla ventennale propaganda anticomunista dei fascisti”. Il modello a cui guardava Longo era la guerra civile Spagna o qualcosa di molto simile.  L’unità per Longo era rappresentata dal superamento delle “ prevenzioni anticomuniste”. Il problema era assai più complesso perché il riferimento esplicito dei comunisti all’ Unione Sovietica rappresentò per una parte dei resistenti un che di inaccettabile perché la loro lotta era ispirata dal rifiuto di ogni regime totalitario. Si potrebbe dire che le idee di Longo appartengono al passato. In effetti non è così perché quella intervista rispecchia il modo di intendere l’antifascismo anche oggi. Senza una riflessione spassionata non si giungerà mai ad un superamento del settarismo che quest’anno si è manifestato attraverso il divieto di manifestare o di esibire bandiere e non solo.  Lo stesso episodio dell’ebreo che spara pallini di gomma contro iscritti all’Anpi  dovrebbe far meditare sulla carica di pazzia e di odio scatenati. Ha ragione la senatrice Segre a sentirsi sconcertata. Violenza genera violenza. Questa è la lezione di del  25 aprile 2026. Molti speravano che almeno questa lezione fosse stata recepita. Invece sembra che la seduzione della violenza sia superiore alle istanze di pace che la fine della seconda Guerra mondiale aveva suscitato . Fu liberazione dal nazifascismo, ma per molti italiani fu la fine dell’incubo della guerra , degli sfollamenti , della carestia , dei bombardamenti che distrussero le nostre città .   In effetti non si parla della “ zona grigia“ che rappresentò la scelta di tanti italiani che per le ragioni più diverse non scelsero o non poterono schierarsi. Anche solo considerando questa cospicua , anzi maggioritaria, parte di Italiani , il giudizio complessivo diventa necessariamente diverso. Oggi riempire le piazze è‘ facile , opporsi al fascismo quando era regime aveva invece  dei prezzi che molti non vollero pagare, salvo poi schierarsi con i vincitori, anzi come diceva Flaiano, andare in soccorso ai vincitori.

Ravinale (Avs): “I fiumi non sono bancomat dell’acqua”

A giugno dello scorso anno ci eravamo opposte con forza a una serie di norme della destra, infilate all’ultimo nella legge di riordino, che avevano un pesante impatto ambientale.
A settembre dell’anno scorso il Ministero dell’Ambiente aveva bocciato due articoli, il 35 e il 40, della Legge di riordino regionale sull’immissione di specie ittiche alloctone nei fiumi e torrenti piemontesi e sul prelievo delle acque di falda.
Oggi è arrivata anche la bocciatura della Corte Costituzionale sull’altro articolo, il 34, la norma cioè con cui la Giunta ha cercato di derogare al c.d. deflusso ecologico, consentendo di prelevare quantità maggiore di acqua dai fiumi per attività produttive e agricole. Impugnata dallo stesso Governo Meloni, la norma è chiaramente contraria a tutti i principi di tutela ambientale e di mitigazione dei rischi collegati alla crisi climatica previsti dalle normative nazionali e comporta “la riduzione della tutela del paesaggio e la violazione del principio di co-pianificazione paesaggistica”. Un risultato ampiamente prevedibile già 8 mesi fa, tempo durante il quale la Regione è riuscita a far sfruttare più del dovuto, seppur temporaneamente, i corsi d’acqua piemontesi.

Ci avevano provato, sono stati costretti prima a fare retromarcia e poi a fermarsi.

Il comportamento della destra nei confronti dei nostri fiumi è predatorio: la portata dei corsi d’acqua è ridotta al lumicino e negli ultimi anni la media storica ci dice che, secondo i dati ARPA Piemonte, oltre il 45% dei corpi idrici regionali non raggiunge lo stato ecologico “buono”.

La batosta però non è bastata, perché adesso la Giunta ci riprova. Con una nuova proposta di legge che leggiamo oggi sullo Spiffero prova a inventarsi una “lacuna regolatoria” e individuare i “casi particolari di cui all’art. 8 della Direttiva Deflussi con riferimento, tra il resto, alle esigenze di tutela dei canali storici, delle colture di pregio, delle aree connotate da deficit idrico ricorrente, e ad ogni altra circostanza che determini la necessità di salvaguardia continuativa nel tempo di usi particolari”. L’obiettivo è chiaro: costruire una scappatoia, capace di insinuarsi nel quadro normativo europeo e nazionale.

Nella Regione più inquinata d’Europa che non riesce a mettere in campo un piano per la qualità dell’aria efficace, Marnati appare invece attentissimo a trovare cavilli per derogare alle norme europee e continuare ad abusare dei corsi d’acqua piemontesi.

Alice Ravinale

Consigliera regionale AVS

Magliano: “Nasce la figura del paziente volontario esperto”

“Come aiuto per le persone con diabete dopo la diagnosi». Il Consiglio regionale approva la Legge all’unanimità

Approvata all’unanimità dal Consiglio regionale la Proposta di Legge a prima firma Silvio Magliano, Capogruppo Lista Civica Cirio Presidente PML in Consiglio regionale, per l’istituzione della figura del paziente volontario esperto in diabete per l’accompagnamento e la valorizzazione del ruolo delle associazioni di volontariato dei pazienti con diabete con l’obiettivo di rafforzare l’educazione terapeutica come strumento centrale nella gestione della malattia.

Il vero elemento innovativo della proposta è l’introduzione della figura del “paziente volontario esperto in diabete”: si tratta di un paziente appositamente formato che, in collaborazione con le strutture sanitarie, potrà affiancare l’attività educativa rivolta alle persone con diabete, contribuendo alla diffusione di conoscenze pratiche per una corretta gestione della malattia. Per le famiglie con pazienti in età infantile, il paziente esperto volontario potrà essere un adulto, a sua volta genitore di un paziente.

«La scoperta di avere, o che il proprio figlio ha, una malattia cronica come il diabete – spiega Silvio Magliano – può essere un momento profondamente doloroso e destabilizzante. È come l’ingresso in un mondo nuovo e sconosciuto. Introducendo la figura del paziente volontario esperto compiamo un importante passo verso un modello di assistenza diabetologica sempre più centrato sulla persona. Il paziente volontario esperto conosce già quel mondo e vi si orienta. Anche così è possibile attenuare lo smarrimento del paziente e della sua famiglia con un approccio umano che, importante in qualsiasi percorso terapeutico, è ancora più decisivo in un ambito complesso e molto esteso nel tempo come quello diabetologico».

Il provvedimento riconosce formalmente il contributo strategico delle associazioni di pazienti nella collaborazione con la rete regionale dei Servizi specialistici di Malattie metaboliche e Diabetologia, sia sul piano dell’informazione e divulgazione, sia su quello dell’educazione dei pazienti alla gestione della patologia.

A Torino la fascia di povertà assoluta e’ cresciuta in questi anni

 

La rapina alla Pastorale migranti è alla Camminare insieme meritano una riflessione più approfondita. Il Cardinale riconvochi l’Agora’ sociale 

Caro Direttore so che ci mette tristezza  nell’anima  ma non possiamo girarci dall’altra parte di fronte ai problemi sociali e di povertà che invece di decrescere in questi anni sono aumentati. La rapina al Centro della Pastorale dei migranti è alla Camminare insieme ci dicono che l’area della povertà assoluta a Torino è più ampia di quella che pensavamo e che anche in questi ultimi anni è cresciuta come ci ha ricordato più volte il precedente Direttore della Caritas DOVIS. Non basta sperare come ha detto Sergio Chiamparino che arrivino degli aiuti. Il problema di Torino è strutturale e in questi anni di bassa crescita la distanza tra coloro che detengono patrimoni ma, irresponsabilmente, non li investono a Torino e l’area della povertà è aumentata. Che di tutto questo non si apra una discussione in Consiglio Comunale dimostra che la sensibilità umana della politica torinese è scesa molto. Discutere del Brand di Torino di fronte alla precarietà, alla povertà e al degrado crescente ricorda le Brioches di Maria Antonietta.  Nel 1976 di fronte a una crisi non così grave si convocarono gli Stati generali in un gremitissimo Teatro Nuovo. Intervennero De Benedetti, Umberto Agnelli , DonatCattin, Bodrato, Calleri, Libertini, Novelli, Minucci, grandi dirigenti sindacali come Pugno, Bertinotti, Delpiano.  Mi fa male vedere John ELKAN a seguire col cuore la Juve e con zero passione Mirafiori e la Fiat. Una volta l’IRES dava dati su dati sociali oggi tutto tace salvo le ricerche di Zangola. Il Cielo ci ha portato via NOSIGLIA che sottolineava la distanza delle due Città . Se penso che tanti amici cattolici hanno sostenuto in questi anni senza mai farsi venire un dubbio Amministrazioni che hanno dato molto di più alla Metà della Città che sta bene di quanto non abbiano dato alla metà della Città che sta male mi viene il magone.
Bisogna fare qualche cosa.Se il Comune non convoca gli astati generali , spero che il nostro giovane Cardinale riconvochi l’Agora’ sociale chiamando tutti a confrontarsi e a prendere decisioni.
Mino GIACHINO responsabile torinese UDC