LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo
Con l’avvio della seconda repubblica nell’ormai lontano 1994 è decollato ufficialmente il
cosiddetto bipolarismo. Anche se, come ricordava sempre Guido Bodrato, uno storico leader
della sinistra Dc, anche nella prima repubblica c’era un vero e proprio bipolarismo. Seppur in un
contesto caratterizzato dal sistema proporzionale. Ed era quello che vedeva contrapposti la Dc da
un lato e il Pci dall’altro. Partiti, alleanze e coalizioni del tutto alternativi l’uno rispetto all’altro.
Sotto il profilo politico, culturale, sociale, programmatico e forse anche etico.
Ora, e per tornare all’oggi, non c’è alcun dubbio che esiste un secco bipolarismo nell’attuale
politica italiana. Ma, al contempo, si tratta di un bipolarismo che non è figlio di una vera e credibile
democrazia dell’alternanza. Semmai, e al contrario, di una volontà pervicace e persin violenta di
distruggere l’avversario che è sempre e solo un nemico da distruggere. Una tentazione che,
soprattutto a sinistra, ha ritrovato un nuovo e rinnovato vigore con l’attuale leadership che coltiva
apertamente l’obiettivo di delegittimare prima moralmente e poi di annientare politicamente
l’odiato nemico. Una prassi che ormai viene persin quotidianamente declinata nelle varie
dichiarazioni, nelle interviste, nei comizi e negli intervenenti nei vari talk televisivi compiacenti e sui
giornali di riferimento. Una tendenza che è presente, seppur con meno violenza verbale e furore
ideologico, anche in alcuni settori della destra italiana.
Ecco perchè, e di fronte ad un quadro politico che evidenzia un bipolarismo violento e che
premia, purtroppo, due derive negative per la qualità della nostra democrazia che sono la
radicalizzazione della lotta politica e la polarizzazione ideologica, si rende sempre più necessaria
ed indispensabile una presenza politica autenticamente centrista, schiettamente riformista,
sinceramente democratica e culturalmente plurale. Una presenza, questa, che abbiamo avuto sin
dal 1994 con il progetto del “Patto per l’Italia” di Marini, Martinazzoli e Segni. Operazione che si è
ripetuta, ovviamente in forme profondamente diverse ed aggiornate, nel 2001 con Democrazia
Europa, nel 2008 con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, nel 2013 con Scelta Civica di Monti e nel
2022 con l’ormai famoso “terzo polo” di Calenda e di Renzi. Che poi, come tutti sappiamo, si è
dissolto per decisione del capo del partito personale di Italia Viva. Ed è per queste ragioni che,
soprattutto in vista delle elezioni del 2027, si impone quasi la necessità morale prima ancora che
politica di garantire una presenza politica centrista, riformista e con una chiara ed inequivoca
cultura di governo. Una presenza che da un lato mette a nudo le persin plateali contraddizioni
politiche all’interno dei rispettivi schieramenti maggioritari e, dall’altro, è utile per evidenziare che
le ragioni di un Centro liberale, popolare, riformista e di governo non possono decollare all’interno
di coalizioni estremiste, massimaliste e radicali. Ed è per queste ragioni che il progetto di Calenda,
allargato a forze e a movimenti centristi e riformisti, può realmente rappresentare un valore
aggiunto non solo per il futuro del Centro ma per la stessa salute dell’intero sistema politico
italiano.
Anche quando muore un politico, bisogna pensare che è morto un uomo con tutte le conseguenze umane che esso comporta, in primis il rispetto. Ma chi come me ha dedicato la vita allo studio del Risorgimento che ha amato e ama profondamente, non può provare sentimenti di lutto politico, se non molto generico, per la morte di Umberto Bossi. Io avrei potuto discutere con Miglio e con il mio amico Galli, come faccio da anni, ma la volgarità plebea di Bossi non poté mai interessarmi. Fu l’interprete di un secessionismo che non ebbe nulla in Comune con il federalismo di un Cattaneo nato per unire l’Italia, come ricordava Emilio Papa. Fu troppo demagogico, troppo amante della canottiera. Io non rinuncio quasi mai alla giacca e alla cravatta. Certo non si giudicano le persone per la canottiera o per la “gabina”, ma si incomincia a provare una certa ripulsa quando c’è gente che vuole relegare il Tricolore nel gabinetto. Questo rivoluzionario a parole si è poi ammorbidito nell’esercizio del potere non sempre in modo limpido. I suoi collaboratori portarono il cappio in Parlamento – un atto infame -ma finirono poi di spartirsi il potere con tutti gli altri. Il pratone di Pontida divenne il pretesto di una scampagnata . La Lega di Salvini che nel 2015 andò sulle sue sponde a raccogliere in una ampolla le acque del Piave e non quelle del Po, è il simbolo di una Lega molto diversa. Solo il razzismo implacabile fa da collante tra una e l’altra Lega, anche se la Bossi – Fini non ha neppure lontanamente risolto i problemi degli sbarchi . Salvini ha superato l’odio anti meridionale, una scelta antinazionale. Bossi rappresenta la II repubblica nei suoi aspetti meno significativi, per voler usare un eufemismo. Io per tante ragioni resto fermo alla prima Repubblica che ha garantito uomini capaci, pace e libertà a tutti i cittadini. Non seppe reagire al ‘68, ma seppe affrontare e piegare il terrorismo. Non ci sono atti politici significativi della II Repubblica destinati a passare alla storia forse anche a causa della virulenza dell’ opposizione che ha bloccato le riforme. Berlusconi ne esce molto meglio perché comunque ha dimostrato un’inventiva politica indiscutibile, creando una alleanza politica destinata a durare. Bossi resta una figura secondaria con atteggiamenti contraddittori al di là della virulenza dei suoi linguaggi che potevano piacere ai semplici, ma di politico avevano molto poco.
