POLITICA

TAV Torino – Lione, un problema (anche) finanziario

L’OPINIONE

Le recenti dichiarazioni emerse nel dibattito europeo sulla Torino-Lione confermano ciò che i territori segnalano da tempo: l’ennesimo problema dell’opera non è più soltanto tecnico o procedurale, ma finanziario. È la stessa stampa francese, dopo la conferenza intergovernativa Italia-Francia dello scorso 17 giugno, a restituire un quadro diverso da quello raccontato negli ultimi anni.

Dopo l’ulteriore incontro al Grattacielo Piemonte, l’Unione Montana Valle Susa ribadisce la necessità di riportare il confronto nelle sedi tecniche e di rimettere al centro il trasporto pubblico locale. Sul sistema TAV e sulle opere connesse continuano infatti a pesare nodi irrisolti (la sostenibilità economica, la reale utilità degli interventi, la definizione delle priorità infrastrutturali) al punto che il progetto, allo stato attuale, risulta tecnicamente inadeguato e deve essere ritirato.

Non si tratta di una posizione ideologica, ma di una valutazione concreta. Mentre in Francia il dibattito pubblico torna a interrogarsi sulla necessità di individuare “finanziamenti alternativi” e sul fatto che “non si possa attendere tutto dal denaro pubblico”, in Piemonte si continua a procedere su progetti dagli impatti rilevanti senza chiarire né le coperture né le ricadute effettive sulla mobilità quotidiana delle cittadine e dei cittadini. Se le risorse pubbliche non sono infinite, devono essere indirizzate prima di tutto verso interventi che rispondano a bisogni reali, misurabili e attuali: il potenziamento del trasporto pubblico locale, il completamento della linea 1 della metropolitana di Torino e la realizzazione della linea 2.

Oggi ci troviamo di fronte a un paradosso: mentre si chiedono sacrifici ai territori, aumentano le incertezze sulla disponibilità delle risorse necessarie a completare l’intero sistema infrastrutturale tra Italia e Francia, che non dispongono (e non disporranno) della copertura del finanziamento europeo. Particolarmente significativo è il richiamo del coordinatore europeo del corridoio TEN-T Mediterraneo Mathieu Grosch, che ammette i problemi di finanziamento della tratta internazionale e sollecita nuove forme di copertura, fino al ricorso al debito e al coinvolgimento diretto dei risparmiatori. Il finanziamento attualmente assegnato a TELT terminerà il 30 giugno 2026dal 1° luglio i costi saranno interamente a carico dei contribuenti italiani e francesi.

Il piano complessivo appare sempre più problematico. Alla crescita dei costi e alle incertezze sul finanziamento della tratta internazionale (14,7 miliardi di euro, fonte CIPESS aprile 2026) si aggiunge il rinvio già programmato della tratta nazionale francese, che Parigi ha collocato almeno al 2045. Senza il finanziamento delle tratte nazionali, su entrambi i versanti, il collegamento transfrontaliero non potrà esprimere le prestazioni e i volumi di traffico che ne hanno giustificato la realizzazione.

A questo quadro di incertezza finanziaria si sommano le forti criticità emerse nel tavolo tecnico dedicato alla tratta nazionale Avigliana-Orbassano, convocato dalla Regione Piemonte nell’ambito dell’istruttoria in corso e che in data odierna si è concentrato sul tema delle cantierizzazioni.

Nel corso dell’incontro sono state citate le 28 osservazioni relative alla cantierizzazione delle opere, di cui 20 presentate dall’Unione Montana Valle Susa, su aspetti centrali quali la viabilità di cantiere, il consumo di suolo agricolo, gli espropri, gli impatti ambientali, la gestione delle aree di stoccaggio e la sovrapposizione con altre infrastrutture previste sul territorio. La commissione tecnica dell’Unione ha evidenziato come il livello di dettaglio attualmente disponibile non consenta una valutazione completa degli impatti: mancano informazioni puntuali sui flussi dei mezzi di cantiere, sui quantitativi di materiale movimentato, sulle attività notturne, sui consumi idrici, sulle emissioni e sul cronoprogramma delle lavorazioni.

Particolare attenzione è stata posta sulla situazione di Avigliana, individuata dagli stessi progettisti come il territorio maggiormente interessato dalla presenza di aree tecniche, aree di stoccaggio e cantieri ferroviari collocati in prossimità del tessuto urbano, con possibili interferenze con la sottostazione elettrica, la stazione di Buttigliera Alta, la fermata di Orbassano e gli accessi ai principali presidi ospedalieri dell’area. Sul consumo di suolo agricolo, la Direzione Agricoltura della Regione Piemonte ha sottolineato come il ritorno dei terreni alle condizioni originarie dopo cantieri di tali dimensioni sia estremamente complesso e spesso non pienamente realizzabile. L’Unione Montana chiede pertanto di rivalutare le soluzioni progettuali precedenti, basate su una maggiore estensione delle gallerie naturali, ritenute potenzialmente in grado di ridurre consumo di suoloespropriaree di cantiere e impatti complessivi sul territorio.

«Se oggi mancano le certezze economiche per la tratta internazionale e per le linee nazionali che dovrebbero alimentarla, diventa ancora più incomprensibile insistere su opere come la Avigliana-Orbassano – ha dichiarato il presidente dell’Unione Montana Valle Susa Pacifico Banchieri – Prima si chiarisca come e quando verrà finanziato l’intero sistema ferroviario Torino-Lione, solo dopo si potrà discutere seriamente delle opere che dipendono da quel sistema. In questo quadro è impensabile il finanziamento della Avigliana-Orbassano e, come abbiamo più volte ribadito, per noi la priorità resta la realizzazione della metropolitana a Torino».

Di fronte a questo scenario è legittimo chiedersi quale sia la reale sostenibilità economica dell’intero progetto. Prima di chiedere ulteriori sacrifici ai territori, consumare nuovo suolo e impegnare altre risorse pubbliche, la Regione Piemonte, il Governo e i soggetti attuatori hanno il dovere di fare chiarezza sul quadro finanziario complessivo, indicando con precisione quali risorse siano realmente disponibili e quali impegni restino ancora scoperti. La sostenibilità di un’infrastruttura, del resto, non si misura soltanto con le opere realizzate, ma con la capacità di garantirne la copertura economica fino al completamento dell’intero progetto: e su questo punto, oggi, le risposte appaiono ancora insufficienti.

Unione Montana Valle Susa

 Blackout anche in Municipio: il Sindaco si darà da fare?

 

A forza di andare, anche la Sfiga se la prende con una Amministrazione che ha perso pare il tocco magico. Lo Russo mi era apparso triste o preoccupato sul palco della festa della CISL. Il giorno prima al congresso UILM aveva dovuto ammettere il Declino della Città, che ricordo a tutti dal 1993 è amministrata da Sindaci PD con l’intermezzo della Appendino, e i risultati positivi non si vedono. La Torino bellissima e’ sempre e solo quella ad opera dello Juvarra, di Guarini, Castellamonte , tutta gente contattata dai Savoia e da due Madame reali francesi. Per il resto i sinistri hanno lasciato sfiorire Italia 61 il lascito del Sindaco Peyron, hanno lasciato consumare le autostrade frutto della vision del Presidente Giuseppe Grosso, non hanno completato la tangenziale di Botta , che il PCI aveva criticato perché troppo orgoglioso di tre corsie. La Metro 1,malgrado i soldi di Roma, e’ ferma perché hanno fatto errori nelle gare di appalto. La Metro 2 arriverà solo nel 2033. Son riusciti a mettere in crisi anche la vecchia e benemerita Azienda elettrica municipale così al susseguirsi dei Blackout il Dirigente IREN responsabile ha detto che la rete è vecchia e che ci vogliono 5 anni per rinnovarla. Non si poteva dire prima? Non si potevano usare i soldi del PNRR? La scorsa notte mezza Città al buio e al caldo e oggi il Black out è arrivato anche nell’ufficio del povero Sindaco, subito attaccato dai Cinquestelle che non si sa cosa abbiano fatto nei loro cinque anni di potere. Non bastava aver perso di vista i quartieri periferici quasi come fossero figli di un Dio minore, non bastava aver dimenticato la metà della Città che sta male difesa solo dalla Chiesa e da noi dell’UDC, non bastava aver difeso male il settore industriale della Città la cui crisi ha penalizzato anche il commercio. Ora i Blackout in serie a dimostrare la impotenza della Amministrazione comunale, brava solo a far organizzare convegni di correnti e correntine nuove ispirate da professori che non si erano accorti del declino economico della Città e che non hanno ancora saputo rispondere all’ultima relazione di Banca d’Italia di Torino. Tutti segnali che portano dritti a un riposo alla opposizione dopo trent’anni di potere che si è riversato su ogni sedia del potere economico e culturale della Città. Come si diceva una volta la spinta propulsiva si è esaurita, è rimasto solo l’attaccamento al potere che ha portato ieri alla foto con la zappa in mano a piantare alberi. Peyron, Grosso, Porcellana e il Marchese di Rora’ si staranno girando nella tomba. Se Torino non vuol peggiorare ulteriormente tra 10 mesi è molto meglio cambiare.
Mino GIACHINO 
UDC Torino

Sergio Bartoli (Lista Cirio): «Torrente Orco, la Regione se ne sta occupando, ma servono interventi tempestivi»

Oscillazioni ingenti e improvvise della portata colpiscono numerosi corsi d’acqua sul territorio

«Apprendo con interesse e con favore dalla risposta dell’Assessorato all’Ambiente al mio question time sulla portata irregolare del torrente Orco come la Regione Piemonte abbia ben presente il problema, così come l’Autorità di Bacino, ed entrambe le istituzioni se ne stiano occupando attraverso la convocazione di tavoli di lavoro con tutte le parti in causa: operatori dell’energia, agricoltori ed Enti locali. Auspico che, al di là delle interlocuzioni doverose e necessarie, dagli incontri scaturiscano interventi concreti e tempestivi per ridurre o addirittura annullare le oscillazioni nella portata dell’Orco che mettono a rischio le colture e l’ecosistema della valle: già in condizioni climatiche usuali le ingenti variazioni della portata delle acque hanno ripercussioni pesanti sull’agricoltura e sulle specie ittiche presenti nell’alveo del torrente, ma in momenti di grande emergenza climatica come quello che stiamo vivendo la carenza improvvisa di acqua mette ancora più a rischio il territorio. Si tratta, in verità, di un fenomeno che non riguarda soltanto il torrente Orco: oscillazioni preoccupanti nella portata si verificano, infatti, in numerosi altri corsi d’acqua piemontesi. Molteplici segnalazioni in merito mi sono giunte nei giorni scorsi, infatti, da parte di cittadini e agricoltori preoccupati», così in una nota il Consigliere Regionale Sergio Bartoli (Lista Civica Cirio Presidente PML) a seguito della discussione in Consiglio regionale della sua interrogazione a risposta immediata “Criticità nella gestione delle portate del Torrente Orco e conseguenze sull’approvvigionamento irriguo nel Canavese”.

Scanderebech e il blackout a Palazzo Civico

La capogruppo di Forza Italia Federica Scanderebech, che ieri aveva dato il via al dibattito in Sala Rossa sul problema dei blackout, oggi ha scattato  queste foto a Palazzo Civico. Anche il Municipio, a quanto pare,  non è immune al blocco di energia elettrica. “Oggi in municipio si stanno susseguendo diversi blackout, il Sindaco chiederà scusa ai suoi funzionari impossibilitati a lavorare, a coloro che sono rimasti chiusi negli ascensori? O adesso sarà mica colpa dei dipendenti comunali se salta la luce anche a palazzo civico?”, commenta la consigliera.

I due punti. E poi?

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L’OPINIONE

I ” nuovi tropici sabaudi” : 37 gradi. I blackout si moltiplicano ( e già questo comunica qualcosa di una città…) con danni stimati superiori ai 100.000 euro. Ma Torino ha un nuovo logo. Torino:
Due punti. Elemento ortografico tra i più raffinati della nostra punteggiatura — introduce, promette, apre. Dice: aspetta, c’è dell’altro. Concettualmente, quasi elegante.
Un messaggio rivolto ai turisti? Fermiamoci un secondo su questo aspetto, perché è qui che il ragionamento si avvita su se stesso in modo quasi ammirevole. I due punti, per funzionare, richiedono una competenza grammaticale di base. Chi li vede deve sapere  che quel segno non esiste da solo, ma introduce qualcosa, che è l’inizio di una promessa logica. È un codice. Sottile, raffinato, molto italiano, nella sua complessità
Il turista che arriva a Porta Nuova quel codice non lo conosce. Vede due puntini. Pensa a un refuso. Passa oltre.
Il sindaco Lo Russo ha dichiarato con chiarezza la sua visione urbanistica: “Torino non sarà Milano. Niente grattacieli, niente skyline da cartolina finanziaria”
Una città di prossimità, a misura di quartiere, di persona. Una scelta precisa, identitaria, persino coraggiosa nel panorama italiano.
E allora viene spontanea una domanda: se Torino non è Milano, perché per raccontarlo al mondo si chiama un’agenzia milanese? Più di 300.000 euro spesi e affidati a chi abita esattamente il modello che si è scelto di non seguire.
La contraddizione non ha bisogno di commenti. Si commenta da sola.
C’è qualcosa di profondamente torinese in tutto questo. Una città che pensa molto, comunica poco, e costruisce messaggi per un pubblico esterno, usando strumenti che quel pubblico non ha. Una città che si racconta con il lessico della semiotica quando fuori – ribadisco con stanchezza- ci sono 37 gradi (e oltre), la corrente va e viene, le attività commerciali e di somministrazioni sono molto preoccupate per il resto della stagione, se questo è l’andazzo.
I due punti promettono che c’è dell’altro. Può darsi. Ma prima di introdurre e raccontare qualcosa ai turisti, forse varrebbe la pena garantire che la corrente elettrica arrivi fino in fondo alla frase.
Chiara Vannini

Zangrillo: “In Val di Susa violenza a orologeria”

 “ A TORINO LA SINISTRA SIA MENO IPOCRITA SULLA SICUREZZA”

 

«È una violenza a orologeria. Ma ormai tutto questo non sorprende più: preoccupa, piuttosto, constatare ancora una volta che ci troviamo di fronte a un vero e proprio disegno criminale e sovversivo. Risponderemo, e rispondiamo, come sempre, con serietà e determinazione», dichiara Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione e segretario regionale di Forza Italia in Piemonte, commentando la nuova notte di tensione in Val di Susa, dove un gruppo di manifestanti No Tav ha lanciato pietre contro le Forze dell’Ordine, tentando di forzare le recinzioni del cantiere di Chiomonte.

Prosegue Zangrillo: «Per mettere fine una volta per tutte alla violenza antagonista, anche il centrosinistra deve abbandonare ogni ipocrisia. A Torino esiste da anni un problema evidente legato alla galassia anarchica, che si somma a un allarme sicurezza che flagella i quartieri. Il sindaco Lo Russo spieghi ai cittadini perché per anni ha ignorato violenza, intimidazioni e degrado, mantenendo un atteggiamento superficiale e ambiguo.

La legalità si costruisce con la presenza dello Stato sul territorio, sostenendo le Forze dell’Ordine e contrastando spaccio, illegalità e frange violente, proprio come sta facendo questo Governo.

I cittadini non chiedono etichette ideologiche, ma risultati concreti, decoro e vivibilità nei quartieri. È su questo che si giudica un’amministrazione e, su questo terreno, il sindaco Lo Russo e la sua maggioranza hanno fatto e stanno facendo l’esatto contrario di ciò di cui Torino ha bisogno», conclude il ministro.

Cento Centri? Nessun Centro

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Dunque, abbiamo perso il conto di quanti Centri esistono nel nostro paese. Purtroppo, c’è un filo rosso che li lega tutti. E spiace doverlo ricordare soprattutto in una stagione politica dove crescono in modo esponenziale – tanto sul versante della destra quanto su quello della sinistra – alcuni disvalori fondo. E cioè, dal massimalismo all’estremismo, dal radicalismo al populismo. Soprattutto il populismo. E proprio di fronte a queste precise derive il Centro manifesta, purtroppo, tutta la sua inconsistenza e la sua fragilità. Ora, e senza iniziare la conta dei molteplici Centri che affollano la coalizione di sinistra e progressista – dove ormai crescono come funghi – e nell’alleanza attualmente al Governo e anche e soprattutto al di fuori dei due schieramenti maggioritari, credo che il Centro e, nello specifico, una “politica di centro”, sono credibili se rispondono a tre criteri di fondo. Innanzitutto il Centro è credibile, serio e reale se riesce a dispiegare un progetto politico. Nessuno pensa di poter ridare voce e gambe ad un progetto come quello declinato per 50 anni dalla Dc o, per fermarsi all’inizio della seconda repubblica, al Ppi di Marini e Gerardo Bianco o alla Margherita di Rutelli, Marini, Parisi, Mastella e Dini. Ma, senza un credibile progetto politico, culturale e programmatico che cateterizza quello spazio politico, il tutto si riduce ad essere, puntualmente, un satellite politicamente irrilevante, culturalmente inesistente e programmaticamente vacuo. Cioè, appunto, un satellite che non ha peso politico. In secondo luogo si può parlare di Centro se chi lo interpreta nella cittadella politica italiana rappresenta un segmento sociale ben preciso e definito della società. E questo perchè il Centro non è soltanto una vaga ed indefinita categoria politica ma, nello specifico, anche e soprattutto un riferimento sociale, valoriale e categoriale. Del resto, non è un caso che i “cento fiori” del Centro sono accomunati oggi da un elemento di fondo: e cioè dalla scarsissima rappresentanza nella società reale italiana. In ultimo, ma non per ordine di importanza, il Centro conta nella misura in cui contribuisce a dettare l’agenda politica. Come diceva il leader storico della sinistra sociale della Dc Carlo Donat- Cattin in tempi non sospetti, “in politica conta chi detta l’agenda politica”. Se il Centro da un lato si limita a replicare la triste esperienza degli ormai famosi “partiti contadini polacchi” – che è un po’ il modello del dirigente Pd Bettini che relega il Centro ad una sorta di “tenda” telecomandata dall’azionista di maggioranza della coalizione – o, sul versante opposto, ad un semplice gregario rispetto al programma della coalizione che viene puntualmente dettato da altri, è del tutto naturale che poi il Centro, se vuole ancora giocare un ruolo politico significativo, deve andare per conto proprio affrontando anche i mari tempestosi della solitudine rispetto agli schieramenti maggioritari. Ecco perchè, oggi, quando si parla di Centro, del futuro del Centro e, soprattutto, del ruolo politico del Centro nella società italiana – quanto mai necessari di fronte ad una crescente radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica – non possiamo non tenere in seria considerazione questi tre fattori. Che erano, e restano, gli ingredienti principali e decisivi per non ridurre il Centro ad una sorta di banale ed insignificante accessorio.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Saragat – Il patentino – Adolfo Battaglia – Lettere

 

Saragat

Il fatto che agli esami di maturità 2026 sia stato proposto agli studenti il testo del discorso di inaugurazione dei lavori dell’Assemblea costituente da parte del suo presidente Giuseppe Saragat è un modo storico – non meramente celebrativo – per ricordare gli 80 anni della Repubblica. Saragat rappresentava il vertice di un’assemblea a cui era affidata la stesura della Carta costituzionale italiana. E Saragat fin da allora era una figura diversa da quella dei diversi leaders che animarono il dibattito del referendum istituzionale durante il quale si distinse per lo stile e la sobrietà. Offrire ai giovani la possibilità di leggere un testo di spessore storico è cosa molto positiva. Saragat venne demonizzato dal 1947 per la scissione socialista di Palazzo Barberini che consentì la nascita in Italia di un partito socialista democratico che riprendeva le idee di Matteotti.

Poi quel partito si impantanò nel clientelismo, ma la figura di Saragat, che fu eletto presidente della Repubblica nel 1964, è sempre stata quella di uno degli statisti più importanti della storia italiana. Che si offra ai giovani di scoprire un uomo come lui è un’ottima opportunità offerta a chi sicuramente non sa nulla su di lui perché la damnatio memoriae dei comunisti ha cancellato il suo nome. Solo il sindaco Piero Fassino consentì che il suo nome entrasse nella toponomastica torinese. Saragat fu molte volte eletto deputato e consigliere comunale a Torino, città a cui fu sempre molto legato perché vi nacque, ci visse e studiò.

Nella storia torinese del ’900 Saragat ha rappresentato uno degli esponenti politici più importanti che hanno qualcosa da dire anche oggi che le ideologie novecentesche sono tramontate. L’idea di una democrazia fondata soprattutto sui rapporti tra uomo e uomo, prima ancora che sui rapporti politici, appare di un’assoluta modernità. Verrà compresa dai giovani e dai meno giovani? Verrà compresa dagli studenti, ma anche da tanti professori che continuano ad indottrinare piuttosto che ad istruire ed educare – anche sotto il profilo civico – i loro studenti?

 

Il patentino

L’idea del patentino per accedere ai saloni del libro, condannata dalla presidente del Consiglio Meloni, rivela il livello infimo della polemica politica a cui siamo giunti. E rivela anche il grado di faziosità a cui si è arrivati. Senza entrare nel merito della polemica a cui non intendo partecipare, mi pare di poter dire che qualunque richiesta di dichiarare obbligatoriamente la propria fede politica per poter accedere ad un salone del libro sia di per sé non condivisibile. L’articolo 21 della Costituzione non lo consente. Ma soprattutto non dovrebbe consentirlo un altro fatto: accedere o non accedere ad un salone per un editore è semplicemente lavoro e non si può reintrodurre un’odiosa tessera del pane che è inconciliabile con il concetto stesso di democrazia. Il lavoro non può essere negato a nessuno in base alle sue idee politiche, per quanto aberranti. Pensando a Saragat che patì l’esilio e il carcere, credo di poter dire che mai avrebbe approvato un’idea così balzana.

Mi fa tornare alla mente certi studenti del liceo “Segre” di Torino che volevano, in anni fortunatamente lontani, impedire il diritto alla frequenza scolastica a dei loro colleghi considerati “neofascisti”. Il diritto al lavoro e il diritto allo studio deve avere la preminenza su ogni altra valutazione politica, confidando nella pacifica convivenza delle idee. La vera tolleranza, d’altra parte, la si dimostra verso le idee opposte alle proprie, ma solo a quelle diverse.

 

Adolfo Battaglia

E’ mancato ultra novantenne l’ex ministro Adolfo Battaglia che fu giornalista, deputato  e vice segretario del Pri ed anche  ministro dell’ Industria. Il suo nome era ormai dimenticato da tempo . Dopo Tangentopoli aderì al Partito Democratico della sinistra dove fu condannato alla irrilevanza. Era uno degli ultimi collaboratori viventi del “Mondo“ di Pannunzio su cui poté collaborare perché introdotto da Ugo La Malfa. Era ormai un sopravvissuto. Ebbi modo di frequentarlo, ma non mi parve mai l’enfant prodige della scuderia dell’Edera.
Ritenne di andare oltre la terza forza del PRI (ormai nelle mani insicure del figlio di Ugo, Giorgio La Malfa) per partecipare ad un grande disegno della sinistra a cui non fu estraneo il PRI lamalfiano che si rivelò interessato al compromesso storico. Battaglia dimostrò la differenza sostanziale tra repubblicani e liberali che ,salvo Zanone, fecero scelte differenti, anche se politicamente anch’esse di scarsa  incidenza politica. Con la morte di Battaglia finisce anche la storia del Partito Repubblicano che di fatto  non riuscì a sopravvivere a Tangentopoli.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Mussolini collare dell’Annunziata

Vorrei ricordare che Vittorio Emanuele III, che nel libro del bisnipote Emanuele Filiberto viene considerato una vittima di Mussolini, lo nominò Cavaliere della Santissima Annunziata nel 1924, neppure due anni dopo la chiamata al governo. Il 1924 è l’anno dell’omicidio Matteotti e delle elezioni con brogli e violenze. Il Re premiò il futuro duce con la massima onorificenza sabauda che consentiva di considerarsi cugini del re. Tra il re e il duce correva buon sangue, anzi ottimo. Carlo Ottino

È questione della data del mese. Il Collare venne conferito nel marzo 1924, le elezioni si tennero nell’aprile e il rapimento di Matteotti nel giugno. Vittorio Emanuele voleva “premiare” Mussolini per aver risolto la questione di Fiume italiana. E gli diede il Collare che appartenne a Cavour. Aveva dato nel 1904 il Collare a Giolitti per la nascita del principe ereditario Umberto. Forse il futuro “Bolscevico dell’Annunziata” – come venne definito da Luigi Albertini, direttore del “Corriere della Sera” – avrebbe meritato quello di Cavour. Ma i problemi riguardanti i rapporti del re Vittorio con il duce sono molto più complessi e complicati di quanto scrive il lettore Ottino.

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La fine del Classico?

La Maturità classica 2026 esclude tra le discipline d’esame scritte ed orali il Greco. Un primo passo per eliminare il liceo Classico?  Giusy Niccoli

Condivido i suoi dubbi. Il liceo classico di oggi non ha più nulla di quello che ho frequentato io o di quello dove ho insegnato in passato. È andato sempre di più smarrendo la sua identità storica gentiliana. Forse era inevitabile perché nulla è immutabile nella storia. Ma certo l’impronta della classicità si sta perdendo. Io ho battagliato per anni in difesa del Classico, suscitando più critiche che consensi. È prevalsa la logica secondo la quale il Greco e anche il Latino non servono a nulla. È un pregiudizio sbagliato, ma è diventata un’opinione prevalente. Il valore formativo degli studi classici è unico. Ma perché il discorso regga occorre che le due lingue classiche siano studiate seriamente. Quasi dappertutto non accade più. La scuola è stata sempre di più facilitata. Specie quella più difficile ed elitaria. Mi aspettavo un’inversione di tendenza da governi di centro-destra, ma la speranza è andata delusa. Oggi ripristinare la serietà di certi studi diventa quasi impossibile. Io sinceramente non ci spero più. I tempi di Concetto Marchesi che criticava i suoi compagni del partito comunista perché volevano abolire il Latino, sono finiti. Oppure magari, quando meno ce lo aspetteremo, ci sarà un nuovo Umanesimo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Non è così utopistico come magari a prima vista può sembrare. Dopo il Medio Evo ci può esserci una Rinascita.

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La campagna di UniTo
Mi sembra proprio sbagliata la pubblicità promozionale dell’ Università di Torino che cita i due ex allievi Primo Levi e Rita Levi Montalcini. Tutti e due ebrei, ebbero vita difficile. Nel campo letterario non ho visto altri, ad esempio Mario Soldati nato 120 anni fa.  Teresa Mo
Non condivido la critica perché ambedue furono allievi illustri dell’Ateneo di Torino che giustamente ne trasse e ne  trae vanto. Un ricordo per Soldati forse non guasterebbe, ma gli negarono  anni fa la laurea honoris causa in scienze della comunicazione, lui che dominò tutti i mezzi comunicativi dalla carta, al cinema, alla Tv. Forse ci sarà modo di riparare alla dimenticanza.

Crisi del vino, Pd: “La Regione apra gli Stati Generali”

 I Consiglieri regionali del Partito Democratico Domenico Ravetti, Fabio Isnardi e Mauro Calderoni tornano con forza sul tema della crisi del settore vitivinicolo, alla luce della convocazione improvvisa di ieri sera per le 11 di oggi da parte dell’Assessore all’Agricoltura di un incontro con il Consorzio dell’Asti Docg, i Sindaci dei Comuni del Moscato e le Associazioni di categoria, un invito esteso a tutti i Consiglieri regionali, pur sapendo che l’Aula sarebbe stata impegnata nella seduta sul voucher scuola.

“È assurdo e irrispettoso il comportamento dell’Assessore Bongioanni, viola la più elementare correttezza istituzionale e dimostra l’assenza di una reale volontà di confronto” attaccano i Consiglieri regionali del Gruppo Pd. “Parliamo di una riunione convocata da tempo, con decine di addetti ai lavori, di cui abbiamo avuto notizia all’ultimo, dopo la richiesta di un Consiglio straordinario. L’ennesima dimostrazione del desiderio di esautorare il Consiglio da ogni condivisione o decisione”.

“Ribadiamo la forte preoccupazione per la crisi del settore che sta colpendo la nostra Regione. Un settore tutt’altro che marginale, perché coinvolge oltre 7 mila aziende e 30 mila lavoratori. Bisogna intervenire senza perdere più tempo. È da un anno che si parla del calo delle vendite, ma nel frattempo non è stato fatto praticamente nulla. Nel luglio scorso l’Assessore aveva minimizzato il problema, definendolo marginale: una posizione oltraggiosa per chi lavora ogni giorno per portare nel mondo la nostra produzione.  Oggi si ammette il problema, ma alle parole non seguono azioni: solo chiacchiere, brindisi e fotografie. Intanto la crisi resta. Bisogna affrontare il tema delle giacenze, delle rese e dei nuovi mercati. E bisogna in un luogo istituzionale, non con convocazioni improvvisate fatte la sera per la mattina” proseguono i Consiglieri Pd.

“Serve un confronto vero – concludono Ravetti, Isnardi e Calderoni – e dobbiamo farlo a partire dal Consiglio straordinario atteso per luglio. La Regione apra al più presto gli Stati Generali del mondo del vino per individuare soluzioni condivise per le criticità più urgenti. Il tempo è scaduto: non possiamo permetterci di arrivare alla prossima vendemmia senza risposte”.