POLITICA

Nicco: “Al fianco della resistenza iraniana e contro il regime”

“Il Consiglio regionale del Piemonte è al vostro fianco, al fianco della resistenza iraniana e contro un regime assolutista. Siamo accanto a un popolo valoroso che non ha paura di mettere a repentaglio la propria vita per difendere la libertà e i principi democratici”.
Così il Presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Davide Nicco, intervenuto oggi, sabato 17 gennaio, in piazza Carignano a Torino, alla manifestazione di solidarietà promossa dall’Associazione Iran Libero e Democratico a sostegno del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, presieduto da Maryam Rajavi. L’iniziativa è stata promossa dal presidente dell’associazione, Tullio Monti.
“Confrontandomi in questi giorni con alcuni rappresentanti della comunità iraniana in Piemonte – ha aggiunto Nicco – emerge un dato che fa davvero spavento: se in due anni di conflitto in Ucraina le vittime sono state oltre 14 mila, in Iran, in poche settimane, si parla già di circa 12 mila persone uccise. Numeri che restituiscono tutta la drammaticità di quanto sta accadendo e che impongono alla comunità internazionale di non voltarsi dall’altra parte”.
“Raccogliendo le sollecitazioni dell’Ufficio di Presidenza del Comitato per i Diritti Umani e Civili – conclude Nicco – abbiamo presentato, a mia prima firma, un Ordine del Giorno che sarà discusso nel prossimo Consiglio regionale di giovedì 22 gennaio, con l’auspicio che l’Aula lo approvi all’unanimità, per dare un segnale forte e chiaro di vicinanza al resistenza iraniana che sta combattendo per la libertà di un paese, contro un regime che non governa con il consenso del popolo ma al contrario facendo leva sulla paura, sulla violenza e sulla morte”.

Giachino: “Assemblea soft sui problemi di Barriera organizzata dal PD”

Il PD cerca di riaprire il dialogo con Barriera di Milano, che insieme a Aurora da anni vive in condizioni di degrado e di insicurezza pesanti da sentirsi figli di un Dio minore, ma ormai è molto imborghesito cosicché la riunione che tenutasi ieri sera  nella bellissima sede della Fondazione Amendola in mezzo a quadri d’autore e’ filata via con toni molto bassi. Il Sindaco ha spiegato molto bene la difficile situazione dei conti del Comune con un buco lasciati dai Cinquestelle con un Buco di  90 milioni. Cosicché sorge la prima domanda. Se Lo Russo vuole tentare di rivincere le elezioni dovrà fare la alleanza con i cinque stelle che ha sempre disistimato e che gli hanno lasciato 90 milioni di buco? Il Sindaco ha proseguito spiegando che la Metro finalmente inizierà i lavori nel 2027 ma entrerà in funzione se va bene solo nel  2033, ventisette anni dopo la inaugurazione della linea 1. Così l’area Gondrand è quella della Piscina Sempione.  Logico il commento del Presidente del Comitato Angelo Martino, Dramisino, “Sindaco così dovremo aspettare ancora 7-8 anni a vedere risolti i nostri problemi“. Significativo l’intervento di una Consigliera di circoscrizione del PD che ha raccontato  di un’altra Barriera dove non ci sono i problemi che per anni hanno sollevato due Parroci qui molto amati come Don Stefano Votta e Don Luca Ramello.

Mentre a chi scrive non è stata data democraticamente (?) la parola, ci ha pensato la Signora Simonetta a raccontare le tante iniziative non ascoltate a proposito della degradatissima area della Piscina Sempione.   Nessuno che ricordi come siano stati deportati proprio nella zona più difficile di Barriera in via Palestrina il centinaio di abitanti delle ex MOI. Se al PD va bene una assemblea molto ovattata in cui la difficoltà di vivere della zona centrale di Barriera non vengono accennate o discusse , a chi come il sottoscritto si emoziona a vedere invece le difficoltà umane di famiglie che non possono neanche pensare di trasferirsi da qualche altra parte  perché gli appartamenti si sono molto svalutati o dei tanti che senza gli aiuti della Caritas della Parrocchia della  Pace o dal terrore in cui vivono gli abitanti della zona in cui opera una Bar-discoteca di via Palestrina. Barriera non si può capire se non si studiano bene  i dati socioeconomici della zona. Negli ultimi trent’anni il PIL procapite del Quartiere e’ sceso ai livelli delle zone del Sud. Il calo economico ha fatto esplodere le diseguaglianze. La risposta più importante è quella di portare lavoro proprio lì. Da mesi ho lanciato la proposta di spostare lì il Centro per la IA che avrebbe in un colpo solo dato speranza ai giovani e cambiato la immagine di Barriera. Non solo non si è lavorato su questa soluzione ma oggi arriva la notizia che una quarantina di dipendenti di Infrato verranno spostati da via Bologna al Grattacielo dell’Area Metropolitana. Ecco perché vale la pena farsi sentire firmando e facendo firmare la mia Petizione su Change.org che ha raggiunto 1500 firme. A dimostrazione che analisi e proposte di qualità non dipendono dalla quantità dei voti raccolti dai partiti. Sempre che i giornali si ricordino che il pluralismo è il valore che deve essere maggiormente promosso dalla stampa libera e democratica.

Mino GIACHINO responsabile UDC Torino

Diritti umani negati: Torino scende in Piazza per l’Iran

Sabato 17 gennaio alle 15, in Piazza Carignano, ci sarà la Grande Manifestazione Unitaria, per un Iran laico, repubblicano e democratico.

L’INTERVISTA / GIAMPIERO LEO

Fortemente voluta e patrocinata da Giampiero Leo, vicepresidente del Comitato Diritti Umani del Consiglio regionale, la manifestazione che si terrà in Piazza Carignano sabato 17 gennaio sarà un’occasione di confronto politico e sociale per capire cosa sta succedendo in Iran e per esprimere solidarietà e vicinanza a un popolo martoriato da una tremenda repressione. Ma l’Iran non è l’unico paese in cui vengono calpestati i fondamentali diritti umani.

Abbiamo intervistato Leo.

Come interpreta l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e quali ripercussioni potrebbe avere sulla già fragile situazione dei diritti umani e delle libertà civili nel Paese e nella regione?”

Prima cosa: io sono da sempre un sostenitore del diritto internazionale, che è stata una conquista di civiltà insieme alle Nazioni Unite dopo il dramma della terribile Seconda guerra mondiale. Ovviamente non posso condividerlo. Dire però che questo possa influire sui diritti umani, parlando del Venezuela, mi sembra una barzelletta. È come se qualcuno tirasse un petardo a Gaza o in Ucraina e gli dicessero: “Non pensi che questo possa fare danno, spaventare”, riferendosi a luoghi dove ogni momento, senza pietà, piovono missili.
Trump ha compiuto un’azione illegale colpendo però un governo e un regime che sono totalmente illegali, e che rappresentano un esempio contemporaneo di dittatura sudamericana feroce e corrotta, come quelle di altri tempi. Penso al Cile, all’Argentina, all’Uruguay. Situazioni per cui mi sono mobilitato personalmente. Ho partecipato a campagne e iniziative internazionali contro queste dittature. Conoscendo e avendo parlato con centinaia di donne, uomini e giovani venezuelani che sono fuggiti o rimasti, non vedo differenza tra la dittatura di Maduro e quelle fasciste del passato. Dobbiamo lavorare affinché il Venezuela torni alla democrazia.

Sta venendo meno il rispetto del diritto internazionale?

Assolutamente sì, e questo è gravissimo. Il diritto internazionale, a spicchi e bocconi, era stato violato in passato ma, secondo tutti gli studiosi di diritto, il colpo mortale lo ha dato l’invasione dell’Ucraina. A tutela dell’Ucraina era stato firmato dal governo russo l’accordo di Budapest, che in cambio della restituzione delle armi nucleari e della flotta del Mar Nero prevedeva che la Russia non avrebbe mai aggredito l’Ucraina.

“Le proteste in Iran sono state accompagnate da dure repressioni. Quanto può questa frattura interna condizionare la politica estera di Teheran e la sua credibilità in tema di diritti umani?”

Io credo che la credibilità del regime dittatoriale teocratico iraniano sia pari a zero. A suo tempo solo Grillo e qualche 5 Stelle poteva sostenere il regime iraniano come un’altra forma di democrazia. Anche perché, e lo dico da credente, una delle forme di dittature più orrende e disgustose è quella teocratica. Per me, credente e consapevole dei difetti storici delle varie religioni, il messaggio di una fede è amore, fratellanza, sorellanza, rispetto della vita, altruismo, bene comune. Una dittatura disumana che cerca giustificazioni e presenta come giustificazione una fede è proprio una bestemmia.
Spero che il popolo iraniano ritrovi la libertà e che, a differenza di altri Stati dell’area che non hanno una tradizione culturale e democratica elevata come quella iraniana, possa scegliere liberamente e coscientemente il tipo di governo che vuole.

Ho chiesto a Tahmina, una giovane iraniana che studia in Piemonte, se voleva farle due domande. Le riporto quanto mi ha scritto.

Tahmina: “Signor Leo, lei ha spesso promosso l’NCRI (Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana) come alternativa democratica all’attuale regime. Tuttavia, ogni iraniano che io abbia mai visto o con cui abbia parlato nella mia vita considera questo gruppo non come una soluzione, bensì come una ‘setta terroristica’ universalmente disprezzata dagli iraniani, indipendentemente dal contesto politico o religioso delle persone.

La mia domanda è: è consapevole di questo profondo divario tra il suo sostegno e il reale sentimento del popolo iraniano? Perché continua a sostenere un gruppo che molti considerano fondamentalmente antidemocratico e storicamente compromesso?”

Cara Tahmina, le devo dire con assoluta franchezza e onestà che io non ho nessuna preferenza per qualsivoglia forma o organizzazione di opposizione al regime iraniano.
L’organizzazione che lei cita è quella che non a livello personale, ma come Comitato per i diritti umani della Regione Piemonte (che racchiude tutti i partiti e moltissimi esponenti della società civile), ci ha contattati e sensibilizzati – in maniera molto civile e rispettosa – soprattutto questa organizzazione. Altre componenti che sappiamo esistere e stimiamo dell’opposizione iraniana, non sappiamo perché, non hanno ritenuto di prendere contatto con le forze democratiche italiane.
Quindi, con tutto il rispetto, le ribalto la domanda: perché queste componenti non hanno preso iniziative, non si sono rivolte agli organismi democratici pluralisti italiani che li avrebbero accolti con le braccia aperte?

Per parte nostra, e per nostra impostazione, il modello che l’Italia ha sperimentato nella resistenza al regime fascista, e che io condivido da sempre, è quello del CLN, Comitato di Liberazione Nazionale: un’organizzazione che raccoglieva insieme tutte le forze che si opponevano al regime fascista, dai comunisti ai monarchici, passando per i liberali e i cattolici.
In Iran, e per la libertà dell’Iran, secondo noi bisognerebbe fare la stessa cosa: combattere compatti tutti insieme contro questo regime e, una volta abbattuto, lasciare decidere liberamente il popolo, come avvenuto in Italia dopo la Seconda guerra mondiale.

A tal proposito, la tesi mia e delle tante e autorevoli persone con cui lavoro è che idealmente dovunque bisognerebbe dare la parola al popolo. In Iran come in Venezuela, nel Donbass come a Gaza. Questa sarebbe la vera democrazia.

Tahmina: “E perché l’Occidente tratta l’“intervento straniero” come un tabù, quando il regime sta già usando milizie straniere per uccidere il proprio popolo?

L’argomentazione secondo cui l’intervento “non funziona” ignora la storia – ha salvato l’Europa nella Seconda Guerra Mondiale e ha impedito alla Corea del Sud di diventare come la sua vicina del Nord. Mentre l’Occidente tace per evitare una “escalation”, il regime sta già portando avanti l’escalation importando miliziani iracheni per schiacciare iraniani disarmati.

Inoltre, l’Occidente non sta forse commettendo un gigantesco errore strategico? Privilegiando legami economici di breve periodo con lobbisti regionali come Qatar o Arabia Saudita, non sta forse ignorando il fatto che un Iran democratico sarebbe il suo alleato più forte per la pace? Un Iran libero smantellerebbe le reti terroristiche regionali che minacciano l’Occidente, mentre restare in silenzio significa soltanto invitare caos a lungo termine e più terrorismo alle porte stesse dell’Europa. Perché l’Occidente sta rischiando la sua sicurezza a lungo termine per un profitto a breve termine?”

Di fronte a questa, che non è solo una domanda ma un ragionamento molto colto, profondo e di grande spessore storico e sociologico, devo dire che in questo caso rimango imbarazzato. Anche perché noi italiani, con la sola – pur nobilissima – Resistenza, non avremmo liberato il Paese dai tedeschi. Effettivamente, senza gli Alleati, con le loro forze armate e il sacrificio di migliaia di giovani di altri Paesi per la libertà dell’Italia, da sola la Resistenza non sarebbe assolutamente bastata, pur avendo dato una testimonianza straordinaria e che non va mai dimenticata.
Quindi, le cose che lei dice sono profondamente vere, anche perché la Repubblica islamica ha connivenze internazionali spregiudicate; penso al Venezuela di Maduro o alla Corea del Nord. Mentre l’Occidente è rimasto scottato da gravi errori di valutazione, come nel caso dell’Iraq e dell’Afghanistan, non riuscendo a capire che, per storia e cultura, l’Iran è profondamente diverso da quei Paesi.

Grazie per il tempo dedicato all’intervista e a questo punto ci vediamo domani in Piazza Carignano alle 15.

Sono io che ringrazio di cuore voi per questo preziosissimo confronto che dimostra la vostra sensibilità. Vorrei aggiungere un’ultima considerazione che ritengo fondamentale.
Oggi abbiamo parlato della tragica situazione in Iran, ma la mia idea è che dovremmo alzare enormemente il nostro livello di empatia, solidarietà e impegno per tutte le situazioni simili a quella iraniana. Non dobbiamo dimenticarci di Gaza e della Cisgiordania, non possiamo cedere alla disinformazione putiniana sull’Ucraina né al neocinismo trumpiano, ma dobbiamo contemporaneamente continuare ad avere a cuore situazioni come quelle del Congo, dei civili massacrati dalle milizie fondamentaliste in Sudan, dell’eroismo delle donne del Kurdistan, della mortificazione assoluta delle donne afghane.
In sostanza, l’appello che rivolgo – anche a nome del nostro Tavolo della Speranza – è avere il cuore e l’anima aperti verso tutte le donne, i bambini e tutti coloro che soffrono, e non mobilitarci soltanto, come spesso accaduto nella storia e recentemente, per cause che riflettono nostre simpatie politiche e ideologiche. Ideologia e umanità non vanno d’accordo.

Lori Barozzino

Iran e Venezuela, perchè il silenzio delle piazze

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Le piazze in Italia tacciono. O meglio, si mobilitano più per decreto che non per convinzione.
Certo, è difficile restare muti ed immobili di fronte a ciò che capita in un paese governato da uno
dei regimi più spietati e più feroci del pianeta. E, di conseguenza, si è aperto anche un timido –
anzi, un timidissimo – dibattito sulle ragioni politico e culturali che alimentano, comunque sia,
questo perdurante silenzio. Eppure, dopo la cattura da parte americana del dittatore dispotico e
sanguinario del Venezuela Maduro e, soprattuto, davanti alle violenze atroci compiute dal regime
violento, omicida e teocratico dell’Iran, ci sarebbero moltissime ragioni e spunti per scendere in
piazza. Subito, però. Appena si sentono e si vedono quelle terribili immagini – poche per la verità,
perchè il regime iraniano le vieta – che arrivano da quel paese. Ma il silenzio prevale, rotto solo da
ragioni puramente protocollari se non addirittura burocratiche. Salvo piccolissimi gruppi che,
meritoriamente, manifesteranno nei prossimi giorni a difesa del dissenso iraniano. Però, per non
essere ipocriti e per evitare di essere anche intellettualmente disonesti, è bene subito ricordare
che coloro che storicamente governano e mobilitano le piazze nel nostro paese – cioè, la sinistra
nelle sue multiformi e variegate espressioni – sono collocati prevalentemente, se non quasi
esclusivamente, sul versante cosiddetto ‘progressista’. Era così nella prima repubblica, cioè per
lunghi 50 anni, ed è rimasto così anche nella seconda repubblica. Senza alcun cambiamento
significativo.

Ora, è di tutta evidenza che quando si scende – o non si scende – in piazza ci sono delle ragioni
politiche, e culturali, che spingono in quella direzione. E quindi, per fermarsi a ciò che è capitato
negli ultimi mesi, si protesta prontamente a difesa di Gaza e del popolo palestinese contro Israele,
contro gli Stati Uniti D’America e contro il Governo Meloni perchè filo occidentali e ritenuti,
secondo questa versione, responsabili di ciò che è capitato in Medio Oriente. Mentre, e
specularmente, non si protesta affatto nè a difesa del popolo venezuelano vessato da anni da un
regime sanguinario e nè, tantomeno e soprattutto, a difesa del drammatico dissenso iraniano
perchè sono paesi ritenuti anti occidentali e quindi, bene o male, c’è qualche elemento di
convergenza. Ed è anche inutile insistere perchè i più sofisticati ti spiegano, nei vari talk televisivi
compiacenti, anche le ragioni per cui è inutile protestare a favore del dissenso iraniano, ritenuto
un paese troppo lontano e che non centra nulla con le eventuali responsabilità politiche italiane.
Una tesi un po’ bizzarra perchè, se fosse vera, andrebbe riscritta la storia politica italiana dagli
anni ‘60 agli anni ‘90 quando la sinistra scendeva massicciamente in piazza per la difesa di paesi,
di sistemi ideologici e di presunti miti – meglio dire di regimi dittatoriali e dispotici – che non
avevano nulla a che fare con i concreti interessi del nostro paese. Ma in un’epoca dove la
memoria storica è evaporata tutto diventa lecito ed ammissibile.

Insomma, è inutile dedicare intere paginate di riflessioni al riguardo. La ragione, come emerge in
tutta la sua limpidezza, a prescindere dalle singole e del tutto legittime opinioni politiche, è molto
più semplice di quel che appare. E cioè, ci sono tematiche che stuzzicano d’incanto la
mobilitazione politica della sinistra italiana mentre ci sono argomenti che, pur gravissimi,
devastanti e terribili, non scuotono affatto le coscienze. Soprattutto di quei settori che hanno,
come ovvio, maggiore dimestichezza con la piazza. E, piaccia o non piaccia, occorre pur dire che
le motivazioni che spingevano la sinistra italiana a scendere in piazza negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 –
soprattutto le frange più massimaliste, radicali ed estremiste – restano le stesse anche oggi,
seppure in un contesto profondamente diverso come quello contemporaneo. E cioè, l’anti
americanismo, il persistente anti occidentalismo e la diffidenza verso tutto ciò che è riconducibile
a quella cultura, a quella tradizione, a quei valori e a quella civiltà. Spiace dirlo, ma la verità,
purtroppo, è solo questa. Il resto è propaganda.

 

Walter Veltroni ricorda Enrico Berlinguer

La bellezza della politica, lunedì 19 gennaio – ore 17.00

Museo Ettore Fico – via Francesco Cigna 114, Torino

Ad accompagnare la mostra I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer in un dialogo tra passato e presente, FuoriLuoghi – eventi intorno alla mostra su Berlinguer è un contenitore di eventi spin-off pensato per dare spazio alle sue parole e al suo pensiero attraverso espressioni di tipo letterario, politico e artistico.
Fuoriluoghi vuole rappresentare un vero e proprio percorso autonomo e complementare alla mostra, un insieme di appuntamenti che sperimentano formati diversi – incontri, dialoghi, dibattiti, proiezioni – per interrogare l’eredità culturale e politica di Berlinguer mettendola in relazione con temi attuali: la partecipazione democratica, il lavoro, il conflitto sociale, l’etica pubblica, il rapporto tra politica e società.

I primi appuntamenti di Fuoriluoghi inaugurano questo percorso e ne definiscono lo spirito: eventi diversi tra loro per formato e pubblico, ma uniti dalla volontà di costruire occasioni di confronto aperto, accessibile e plurale.

I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer

Un’esposizione che, attraverso la biografia di un leader come Enrico Berlinguer, analizza il suo lascito, politico, culturale e civile, nella ricorrenza dei 40 anni dalla morte. Questa l’intenzione di “I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer” inaugurata oggi, 15 gennaio, e visitabile fino al 15 marzo al Museo Ettore Fico (Mef), grazie anche al sostegno del Consiglio regionale del Piemonte.

La mostra, ideata dall’Associazione Berlinguer, Fondazione Gramsci di Roma e Cespe, dopo le tappe di Roma, Bologna, Sassari, Cagliari e Firenze, raggiunge quindi il capoluogo piemontese in collaborazione anche con Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, Cgil Piemonte e Spi Cgil Piemonte.

“La mostra ci aiuta a meglio comprendere uno dei protagonisti di un’epoca e a conoscerne alcune qualità e valori condivisibili e apprezzabili in modo trasversale alle aree politiche”, è intervenuto il presidente della Regione, Alberto Cirio. “Penso alla concordia istituzionale, alla difesa della libertà e all’antifascismo, al garbo e alla ricerca di soluzioni di equilibrio, così come al rispetto per chi non la pensa nello stesso modo ma è orientato dalla stessa bussola del bene comune: tutti principi validi e da cui imparare ancora oggi”.

“Enrico Berlinguer è stato sì il leader indiscusso di un partito, ma, al di là della sua appartenenza, ha anche dimostrato con il proprio operato politico un profondo rispetto per le istituzioni, l’avversario e la volontà di difendere i principi di confronto democratico”, dichiara il presidente del Consiglio regionale, Davide Nicco.

“Questa mostra non è solo un’operazione storiografica importante grazie ai materiali d’archivio esposti. E non è neppure un’operazione agiografica, perché non serve a nessuno fare di Berlinguer un santino da collocare in un Patheon”, afferma Domenico Ravetti, vicepresidente del Consiglio regionale. “È una mostra importante perché, raccontandoci la figura di un grande politico della Prima Repubblica, ci dimostra cosa la politica può e deve essere, soprattutto quando bisogna assumersi grandi responsabilità e quando si è chiamati a compiere coraggiose scelte di rottura”.

“Sostenere questa mostra non è soltanto un atto istituzionale, ma un dovere politico e morale”, dichiara Valentina Cera, consigliera segretaria del Consiglio regionale“Enrico Berlinguer ha segnato profondamente la storia del nostro Paese, lasciando un’eredità che continua a parlare al presente. Le sue parole, le sue scelte e il suo pensiero hanno contribuito a dare dignità e rappresentanza al movimento operaio, alle lavoratrici e ai lavoratori, a chi lottava – e lotta ancora oggi – per l’emancipazione sociale, per diritti concreti, per un salario giusto, per una vita libera dallo sfruttamento”.

Curata da Alessandro d’Onofrio, Alexander Hobel e Gregorio Sorgonà, l’iniziativa intende restituire non solo l’immagine e le parole di un protagonista della storia del Novecento, ma anche la forza del suo pensiero e in particolare delle sue riflessioni sulla pace, vero fil rouge del percorso espositivo.

Materiali originali audiovisivi, sonori, fotografici e documenti d’archivio ricostruiscono la vicenda umana e la vita pubblica di Berlinguer attraverso un racconto in cinque sezioni: gli affetti, il dirigente, la crisi italiana, la dimensione globale, attualità e futuro.

All’inaugurazione erano anche presenti i consiglieri e le consigliere Nadia ConticelliLaura PompeoGianna PenteneroAlice Ravinale e Domenico Rossi.

Ufficio stampa CRP

Grimaldi e Ravinale (AVS): Solidarietà al libraio di Bruino, aderiamo al presidio antifascista

“Un’altra intimidazione, lunedì, al libraio Matteo Lavagnino di Bruino, colpevole solo di professare il suo antifascismo. Due uomini sono entrati nella libreria Belleville, strappando un cartellone con una frase antifascista e dandogli del ‘comunista di merda’. Quella libreria che condivide i suoi spazi con l’Arci e con un’associazione che fa attività con bambini. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza a Matteo e invitiamo la cittadinanza bruinese a partecipare al presidio di oggi davanti allo spazio culturale, a cui AVS ha aderito ufficialmente. Non ci lasceremo intimidire dai neofascisti, Belleville siamo tutti e tutte noi” – lo dichiarano il Vicecapogruppo di AVS alla Camera, Marco Grimaldi, e la Capogruppo di AVS in Piemonte, Alice Ravinale.

Perchè ora no?

Di Patrizia Corgnati

Perché ora non si scende in piazza a manifestare? Perché folle europee non scendono in strada gridando “Free Iran”? Perché non una di meno, ma tante di più non sono vicine alle coraggiose ragazze iraniane che stanno morendo per una ciocca di capelli scoperta? Quali sono gli scheletri negli armadi di tanti, prima sensibili e solidali e ora ciechi e muti verso la tragedia iraniana?

Leggi l’articolo su lineaitaliapiemonte.it:

https://www.lineaitaliapiemonte.it/2026/01/14/leggi-notizia/argomenti/editoriali/articolo/perche-ora-no.html

Emergenza casa: convegno di Comunità democratica

 A TORINO VENERDI’ 16 GENNAIO

 La carenza di case, pubbliche e private, e i costi alti degli affitti saranno al centro dell’incontro che si svolgerà venerdì 16 gennaio ore 18.30 a Torino, su iniziativa dell’associazione Comunità Democratica.

Questa associazione culturale, fondata il 29 luglio scorso, è guidata a livello nazionale da Graziano Delrio, Stefano Lepri, Silvia Costa e Angela Ianaro e ha lo scopo di sviluppare e diffondere in Italia una cultura politica ispirata al personalismo comunitario, nonché di favorire la creazione di reti tra persone e gruppi, capaci di promuovere la democrazia e la pace, l’Europa, la tutela della nostra Costituzione e le politiche di sviluppo fondate sulla centralità della persona e delle comunità, la solidarietà e la sussidiarietà. Tra i fondatori ci sono anche i piemontesi Monica Canalis e Gianfranco Morgando.

Non un nuovo partito né una presenza settaria nel Pd, ma un cantiere di idee, per essere sale e lievito, in dialogo con le altre culture politiche. Non un nuovo partito, ma una chiara appartenenza alla cultura politica del Cattolicesimo democratico, che si esprime dentro e fuori dai partiti, è radicata in molti corpi intermedi e sopravvive alla caduta del muro di Berlino, al cambio di secolo, al declino europeo e all’avvento delle tecno-destre che sfidano la democrazia.

Dopo il varo del suo sito web, https://comunitademocratica.it/, Comunità Democratica sbarca anche a Torino con una serie di incontri pubblici dedicati ai temi più scottanti della nostra città.

Si parte con la casa, con un focus sui giovani, gli anziani soli, i poveri, gli stranieri e i lavoratori con stipendio basso.

Interverranno per Comunità Democratica Stefano Lepri, Monica Canalis, Vincenzo Camarda, Amalia Santiangeli, Marco Titli e Marianna Califano.

Daranno un contributo tecnico Marcello Mazzù, Gianfranco Cattai e Noemi Gallo.

Parteciperanno gli altri componenti dell’associazione.

Venerdì 16 gennaio ore 18.30 a Torino, presso la Chiesetta di Via Col di Lana 7/a (zona Piazza Massaua).