L’OPINIONE
Le recenti dichiarazioni emerse nel dibattito europeo sulla Torino-Lione confermano ciò che i territori segnalano da tempo: l’ennesimo problema dell’opera non è più soltanto tecnico o procedurale, ma finanziario. È la stessa stampa francese, dopo la conferenza intergovernativa Italia-Francia dello scorso 17 giugno, a restituire un quadro diverso da quello raccontato negli ultimi anni.
Dopo l’ulteriore incontro al Grattacielo Piemonte, l’Unione Montana Valle Susa ribadisce la necessità di riportare il confronto nelle sedi tecniche e di rimettere al centro il trasporto pubblico locale. Sul sistema TAV e sulle opere connesse continuano infatti a pesare nodi irrisolti (la sostenibilità economica, la reale utilità degli interventi, la definizione delle priorità infrastrutturali) al punto che il progetto, allo stato attuale, risulta tecnicamente inadeguato e deve essere ritirato.
Non si tratta di una posizione ideologica, ma di una valutazione concreta. Mentre in Francia il dibattito pubblico torna a interrogarsi sulla necessità di individuare “finanziamenti alternativi” e sul fatto che “non si possa attendere tutto dal denaro pubblico”, in Piemonte si continua a procedere su progetti dagli impatti rilevanti senza chiarire né le coperture né le ricadute effettive sulla mobilità quotidiana delle cittadine e dei cittadini. Se le risorse pubbliche non sono infinite, devono essere indirizzate prima di tutto verso interventi che rispondano a bisogni reali, misurabili e attuali: il potenziamento del trasporto pubblico locale, il completamento della linea 1 della metropolitana di Torino e la realizzazione della linea 2.
Oggi ci troviamo di fronte a un paradosso: mentre si chiedono sacrifici ai territori, aumentano le incertezze sulla disponibilità delle risorse necessarie a completare l’intero sistema infrastrutturale tra Italia e Francia, che non dispongono (e non disporranno) della copertura del finanziamento europeo. Particolarmente significativo è il richiamo del coordinatore europeo del corridoio TEN-T Mediterraneo Mathieu Grosch, che ammette i problemi di finanziamento della tratta internazionale e sollecita nuove forme di copertura, fino al ricorso al debito e al coinvolgimento diretto dei risparmiatori. Il finanziamento attualmente assegnato a TELT terminerà il 30 giugno 2026: dal 1° luglio i costi saranno interamente a carico dei contribuenti italiani e francesi.
Il piano complessivo appare sempre più problematico. Alla crescita dei costi e alle incertezze sul finanziamento della tratta internazionale (14,7 miliardi di euro, fonte CIPESS aprile 2026) si aggiunge il rinvio già programmato della tratta nazionale francese, che Parigi ha collocato almeno al 2045. Senza il finanziamento delle tratte nazionali, su entrambi i versanti, il collegamento transfrontaliero non potrà esprimere le prestazioni e i volumi di traffico che ne hanno giustificato la realizzazione.
A questo quadro di incertezza finanziaria si sommano le forti criticità emerse nel tavolo tecnico dedicato alla tratta nazionale Avigliana-Orbassano, convocato dalla Regione Piemonte nell’ambito dell’istruttoria in corso e che in data odierna si è concentrato sul tema delle cantierizzazioni.
Nel corso dell’incontro sono state citate le 28 osservazioni relative alla cantierizzazione delle opere, di cui 20 presentate dall’Unione Montana Valle Susa, su aspetti centrali quali la viabilità di cantiere, il consumo di suolo agricolo, gli espropri, gli impatti ambientali, la gestione delle aree di stoccaggio e la sovrapposizione con altre infrastrutture previste sul territorio. La commissione tecnica dell’Unione ha evidenziato come il livello di dettaglio attualmente disponibile non consenta una valutazione completa degli impatti: mancano informazioni puntuali sui flussi dei mezzi di cantiere, sui quantitativi di materiale movimentato, sulle attività notturne, sui consumi idrici, sulle emissioni e sul cronoprogramma delle lavorazioni.
Particolare attenzione è stata posta sulla situazione di Avigliana, individuata dagli stessi progettisti come il territorio maggiormente interessato dalla presenza di aree tecniche, aree di stoccaggio e cantieri ferroviari collocati in prossimità del tessuto urbano, con possibili interferenze con la sottostazione elettrica, la stazione di Buttigliera Alta, la fermata di Orbassano e gli accessi ai principali presidi ospedalieri dell’area. Sul consumo di suolo agricolo, la Direzione Agricoltura della Regione Piemonte ha sottolineato come il ritorno dei terreni alle condizioni originarie dopo cantieri di tali dimensioni sia estremamente complesso e spesso non pienamente realizzabile. L’Unione Montana chiede pertanto di rivalutare le soluzioni progettuali precedenti, basate su una maggiore estensione delle gallerie naturali, ritenute potenzialmente in grado di ridurre consumo di suolo, espropri, aree di cantiere e impatti complessivi sul territorio.
«Se oggi mancano le certezze economiche per la tratta internazionale e per le linee nazionali che dovrebbero alimentarla, diventa ancora più incomprensibile insistere su opere come la Avigliana-Orbassano – ha dichiarato il presidente dell’Unione Montana Valle Susa Pacifico Banchieri – Prima si chiarisca come e quando verrà finanziato l’intero sistema ferroviario Torino-Lione, solo dopo si potrà discutere seriamente delle opere che dipendono da quel sistema. In questo quadro è impensabile il finanziamento della Avigliana-Orbassano e, come abbiamo più volte ribadito, per noi la priorità resta la realizzazione della metropolitana a Torino».
Di fronte a questo scenario è legittimo chiedersi quale sia la reale sostenibilità economica dell’intero progetto. Prima di chiedere ulteriori sacrifici ai territori, consumare nuovo suolo e impegnare altre risorse pubbliche, la Regione Piemonte, il Governo e i soggetti attuatori hanno il dovere di fare chiarezza sul quadro finanziario complessivo, indicando con precisione quali risorse siano realmente disponibili e quali impegni restino ancora scoperti. La sostenibilità di un’infrastruttura, del resto, non si misura soltanto con le opere realizzate, ma con la capacità di garantirne la copertura economica fino al completamento dell’intero progetto: e su questo punto, oggi, le risposte appaiono ancora insufficienti.
Unione Montana Valle Susa


Dunque, abbiamo perso il conto di quanti Centri esistono nel nostro paese. Purtroppo, c’è un filo rosso che li lega tutti. E spiace doverlo ricordare soprattutto in una stagione politica dove crescono in modo esponenziale – tanto sul versante della destra quanto su quello della sinistra – alcuni disvalori fondo. E cioè, dal massimalismo all’estremismo, dal radicalismo al populismo. Soprattutto il populismo. E proprio di fronte a queste precise derive il Centro manifesta, purtroppo, tutta la sua inconsistenza e la sua fragilità. Ora, e senza iniziare la conta dei molteplici Centri che affollano la coalizione di sinistra e progressista – dove ormai crescono come funghi – e nell’alleanza attualmente al Governo e anche e soprattutto al di fuori dei due schieramenti maggioritari, credo che il Centro e, nello specifico, una “politica di centro”, sono credibili se rispondono a tre criteri di fondo. Innanzitutto il Centro è credibile, serio e reale se riesce a dispiegare un progetto politico. Nessuno pensa di poter ridare voce e gambe ad un progetto come quello declinato per 50 anni dalla Dc o, per fermarsi all’inizio della seconda repubblica, al Ppi di Marini e Gerardo Bianco o alla Margherita di Rutelli, Marini, Parisi, Mastella e Dini. Ma, senza un credibile progetto politico, culturale e programmatico che cateterizza quello spazio politico, il tutto si riduce ad essere, puntualmente, un satellite politicamente irrilevante, culturalmente inesistente e programmaticamente vacuo. Cioè, appunto, un satellite che non ha peso politico. In secondo luogo si può parlare di Centro se chi lo interpreta nella cittadella politica italiana rappresenta un segmento sociale ben preciso e definito della società. E questo perchè il Centro non è soltanto una vaga ed indefinita categoria politica ma, nello specifico, anche e soprattutto un riferimento sociale, valoriale e categoriale. Del resto, non è un caso che i “cento fiori” del Centro sono accomunati oggi da un elemento di fondo: e cioè dalla scarsissima rappresentanza nella società reale italiana. In ultimo, ma non per ordine di importanza, il Centro conta nella misura in cui contribuisce a dettare l’agenda politica. Come diceva il leader storico della sinistra sociale della Dc Carlo Donat- Cattin in tempi non sospetti, “in politica conta chi detta l’agenda politica”. Se il Centro da un lato si limita a replicare la triste esperienza degli ormai famosi “partiti contadini polacchi” – che è un po’ il modello del dirigente Pd Bettini che relega il Centro ad una sorta di “tenda” telecomandata dall’azionista di maggioranza della coalizione – o, sul versante opposto, ad un semplice gregario rispetto al programma della coalizione che viene puntualmente dettato da altri, è del tutto naturale che poi il Centro, se vuole ancora giocare un ruolo politico significativo, deve andare per conto proprio affrontando anche i mari tempestosi della solitudine rispetto agli schieramenti maggioritari. Ecco perchè, oggi, quando si parla di Centro, del futuro del Centro e, soprattutto, del ruolo politico del Centro nella società italiana – quanto mai necessari di fronte ad una crescente radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica – non possiamo non tenere in seria considerazione questi tre fattori. Che erano, e restano, gli ingredienti principali e decisivi per non ridurre il Centro ad una sorta di banale ed insignificante accessorio.






