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RUBRICA A CURA DI
IRMA CIARAMELLA *
Il Festival dell’Architettura tra talk, proiezioni, installazioni e rigenerazione urbana.
L’altro ieri a Torino ha riaperto le sue porte l’ex Mercato Ittico di Porta Palazzo, edificio ottocentesco nel cuore del più grande mercato all’aperto d’Europa, silenzioso da anni. Per tre giorni, fino a oggi, è la casa del Festival di Architettura Torino 2026, promosso e organizzato dalla Fondazione per l’architettura, presieduta da Alessandra Siviero, alla quale va reso il merito di aver intercettato uno dei temi che accentrano il dibattito politico di questi mesi e rispetto al quale gli architetti possono e devono avere un ruolo importante.
Grande sinergia e supporto all’iniziativa da parte l’Ordine degli Architetti di Torino, guidato dalla presidente Roberta Ingaramo. Presenti, tra gli altri, Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di Commercio di Torino, Alessandro Panci, presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti , Matteo Bagnasco, per la Compagnia di San Paolo, Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, e Giorgia Garola, presidente di Amma e di Ceipiemonte, una rappresentanza ampia delle istituzioni e del mondo produttivo cittadino, a conferma di quanto il tema dell’abitare attraversi trasversalmente la città.
Il titolo prende ispirazione da una riflessione di Ettore Sottsass: il vuoto non è assenza, è domanda aperta, segno di uno squilibrio da leggere e non da ignorare.
Qui l’architettura non parla solo di forma e di bellezza. Parla di case non abitate, di riuso, di comunità che si ricompongono, di diritto all’abitare e all’abitazione.
E Porta Palazzo, con le sue stratificazioni, frutto di migrazioni, che furono anche quelle degli italiani del Sud negli anni ’50 del secolo scorso, e le sue economie minute, è il luogo giusto per porre questa domanda, perché la rigenerazione urbana principia sempre da uno sguardo attento su ciò che già esiste.

Il nuovo Piano Regolatore che la città si appresta a ridisegnare non è soltanto uno strumento urbanistico. È la cornice dentro cui si gioca una domanda più radicale, quella posta l’altro ieri dal Festival di Architettura Torino: chi abiterà le case vuote? Quel vuoto che Sottsass leggeva come domanda aperta trova oggi una sponda concreta anche nel Piano Casa nazionale, che fa dell’emergenza abitativa e del diritto ad abitare, soprattutto per le generazioni più giovani, una priorità politica.
Non si tratta soltanto di costruire, né di recuperare metri quadri. Si tratta di restituire un diritto, quello di vivere in un ambiente dignitoso e possibilmente gradevole, dentro una città che sappia leggere le proprie stratificazioni e definire di conseguenza le proprie strategie, invece di limitarsi ad amministrarle.
Le case sfitte di cui si è parlato non rappresentano soltanto un dettaglio statistico, ma la misura esatta della distanza tra ciò che la città possiede e ciò che i suoi cittadini, in particolare i più giovani, sono davvero in grado, anche finanziariamente, di abitare.
La rigenerazione urbana che la Fondazione per l’Architettura propone non è uno slogan, ma un metodo: uno sguardo che sappia leggere prima di intervenire, capace di partire da ciò che già esiste prima ancora che dal “da costruire”. È questo il terreno, il cantiere, per usare una metafora cara agli architetti, sul quale architettura, politiche e diritto si incontrano, ed è questo, credo, il filo che lega il Piano Regolatore, il Piano Casa e la domanda che Torino si è posta l’altro ieri, aprendo le porte di un edificio rimasto silenzioso per anni.
Un luogo senza orpelli, legato alla persona e al suo bisogno più primario, il nutrimento, e rianimato per l’occasione da una platea folta e attenta.
Ma non solo. Non è un caso che questa domanda, «Chi abiterà le case vuote?», sia nata in un mercato del pesce. Da Oannes a Ichthys, il pesce è da sempre il simbolo di chi attraversa la soglia tra due mondi restando indenne: qui, tra i vecchi banchi di Porta Palazzo, è la soglia tra il vuoto e l’abitare a chiedere di essere attraversata.
Un festival importante, che apre a Torino un discorso, o meglio un percorso destinato a proseguire nel 2027, nell’ambito delle iniziative volte alla candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura 2033.
* Avvocata
Foto Daniele Ratti

