POLITICA

Il silenzio di Mirafiori: Torino non può essere l’ultima ruota del carro 

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L’OPINIONE

C’era una volta una città che dettava il ritmo al Paese. Una Torino fiera, geometrica, dove il rumore dei cancelli di Mirafiori scandiva i turni, le vite e l’identità stessa di un’intera comunità. Oggi, a scorrere le cronache industriali, quel rumore si è trasformato in silenzio che fa male, intriso di una nostalgia pesante per quello che eravamo e che rischiamo di non essere più.
​L’ultimo schiaffo arriva dai radar di Stellantis: nel nuovo piano “Fastlane”, Torino e la sua storica carrozzeria sono scomparse dalle mappe dei grandi manager, portandosi addosso il fardello del grave declino di un intero indotto legato all’automotive, tra aziende che chiudono e lavoratori licenziati.
​La sensazione, amara, è quella di una preoccupante perdita di identità.  Per dirla con le parole di Edi Lazzi – segretario generale Fiom Cgil Torino – “sembra  che i grandi attori globali si muovano quasi per “tranquillizzare Donald Trump a discapito dell’Europa”, lasciando che, soprattutto Torino, reciti la parte del fanalino di coda” : un paradosso inaccettabile per la culla dell’auto italiana. ​Non ci possiamo e non ci dobbiamo rassegnare al declino: questa città ha la competenza, la storia e la dignità per pretendere una centralità che le spetta di diritto. Siamo un territorio che ha ancora tanto da dare. ​Difendere Mirafiori significa difendere la nostra anima. Non lasciamo che il futuro di Torino venga scritto altrove e, soprattutto, da chi la ” sabaudità” non la vive quotidianamente.
Chiara Vannini

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Stellantis cerca accordi internazionali

Stellantis guarda con crescente attenzione alla strada delle partnership internazionali per rafforzare la propria posizione in un mercato automobilistico sempre più competitivo, soprattutto nei settori dell’elettrico e delle vetture di fascia alta. Nelle ultime ore il mondo dell’auto ha acceso i riflettori sui possibili sviluppi dei rapporti tra il gruppo e Jaguar Land Rover, mentre proseguono anche i dialoghi con costruttori cinesi come Dongfeng e Leapmotor.

Le indiscrezioni circolate sulla stampa economica internazionale parlano di un accordo preliminare tra Stellantis e Jaguar Land Rover finalizzato a esplorare forme di cooperazione industriale e tecnologica negli Stati Uniti. Tra le ipotesi sul tavolo figurano la condivisione di piattaforme produttive, componenti e progetti destinati al mercato nordamericano.

Per Jaguar Land Rover, società controllata dall’indiana Tata Motors, una collaborazione di questo tipo rappresenterebbe un’opportunità importante per rafforzare la propria presenza negli Usa, dove il marchio non dispone di strutture produttive dirette e deve confrontarsi con l’incertezza legata ai dazi e alle tensioni commerciali internazionali. Stellantis, dal canto suo, potrebbe sfruttare l’intesa per consolidare il proprio ruolo nel comparto premium e ottimizzare l’utilizzo di alcuni stabilimenti americani oggi impiegati solo parzialmente.

Nel frattempo il gruppo presieduto da John Elkann continua ad ampliare i rapporti con l’industria automobilistica cinese. Dopo l’investimento in Leapmotor, Stellantis ha avviato nuove collaborazioni con Dongfeng nel settore delle auto elettriche, con l’obiettivo di rafforzare la presenza sia sul mercato europeo sia su quello asiatico. Parte della produzione potrebbe essere assegnata a impianti europei già esistenti, in particolare in Francia e Spagna, nel tentativo di contenere i costi e fronteggiare la concorrenza asiatica.

In questo scenario si inseriscono anche le mosse di Jaguar Land Rover in Cina, dove il gruppo opera già attraverso una joint venture con Chery. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le indiscrezioni su una possibile revisione delle strategie industriali e sull’utilizzo condiviso di nuove piattaforme dedicate ai modelli elettrici.

L’intero settore automobilistico sembra ormai orientato verso una fase caratterizzata da alleanze strategiche sempre più strette. I grandi costruttori cercano infatti di dividere investimenti e costi legati a software, batterie, ricerca tecnologica ed elettrificazione, in un momento in cui il tradizionale modello industriale europeo appare sotto pressione a causa della competizione cinese e della necessità di sostenere investimenti enormi.

Dal punto di vista finanziario, Stellantis rimane uno dei principali gruppi automobilistici mondiali, forte di ricavi superiori ai 150 miliardi di euro e di una produzione che supera i cinque milioni di veicoli all’anno. Nonostante ciò, il gruppo attraversa una fase complessa: il rallentamento del mercato statunitense, la debolezza della domanda europea, i costi elevati della transizione energetica e la crescita dei marchi cinesi stanno incidendo sulla redditività e sulle quote di mercato.

La società può ancora contare su una notevole solidità finanziaria e su marchi storici capaci di generare utili importanti, da Jeep a Peugeot, da Fiat a Ram, fino ad Alfa Romeo. Tuttavia le sfide dei prossimi anni riguarderanno soprattutto la capacità di razionalizzare le piattaforme globali, contenere i costi industriali e rilanciare i brand più esclusivi, come Maserati e Lancia. In quest’ottica, le future collaborazioni internazionali potrebbero diventare decisive non solo per crescere, ma anche per mantenere equilibrio economico e competitività nel lungo periodo.

Ruffino (Az): “Scontri tifosi fallimento ordine pubblico”

A Torino è accaduto qualcosa che non doveva accadere. Gli scontri fra le opposte tifoserie, con un tifoso ridotto in fin di vita, sono la conferma di un fallimento clamoroso del governo nella tenuta dell’ordine pubblico. Quando certe cose accadono l’evento sportivo – qualunque evento – va annullato con danno delle squadre che competono. E ai protagonisti di tanta violenza vanno somministrate giuste razioni di randellate e poi assicurati alla giustizia. Ieri abbiamo assistito a un tentato omicidio. Confidiamo tutti nel lavoro degli inquirenti perché gli autori vengano arrestati e processati. Alle forze dell’ordine, ancora in attesa dei rinforzi promessi e non ancora arrivati, va la solidarietà mia e di Azione.

Così l’on. Daniela Ruffino, segretaria regionale di Azione in Piemonte

Giovanni Negri: “Tortora liberale e radicale, difensore dei diritti e della libertà”

L’INTERVISTA

A oltre quarant’anni dal caso giudiziario che travolse Enzo Tortora, quella vicenda continua a rappresentare una delle pagine più cupe della giustizia italiana. Arrestato nel 1983 con accuse poi rivelatesi infondate, Tortora divenne il simbolo degli errori giudiziari, della carcerazione preventiva e del rapporto spesso difficile tra magistratura, politica e informazione.

Nel pieno di quella battaglia civile arrivò anche la candidatura alle elezioni europee del 1984 nelle liste del Partito Radicale, fortemente sostenuta da Marco Pannella e da Giovanni Negri. All’epoca Negri era il più giovane segretario politico della storia repubblicana: appena 27 anni quando venne eletto alla guida del Partito Radicale. Oggi imprenditore, giornalista, già protagonista di numerose battaglie garantiste e sui diritti civili, fu tra coloro che videro nella candidatura di Tortora non soltanto un gesto politico, ma una battaglia per lo Stato di diritto.

Con Giovanni Negri ripercorriamo oggi quella stagione: dalla scelta di portare Tortora in Europa, fino all’eredità che quel caso ha lasciato nel dibattito italiano sulla giustizia e sui diritti dei detenuti.
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Onorevole Negri, uso il titolo che le spetta per la sua precedente vita politica. Partiamo da lontano, parlando proprio di politica, della Prima Repubblica che vide voi radicali protagonisti “rivoluzionari” rispetto al sistema. Che cosa ricorda di allora?
“Noi radicali fummo una pietra miliare del cambiamento, eravamo i ribelli delle grandi battaglie sociali e dei diritti. Ma non fu contestazione fine a sé stessa. Il nostro era un autentico attaccamento alle istituzioni. La nostra passione civile era ispirata dal rispetto dei valori della Repubblica, dall’operare per fare il bene. Montanelli fece l’apologia di Pannella attraverso una metafora che rende bene l’idea: disse che era un cavallo pazzo ma poi alla sera tornava alla fattoria e  rimetteva tutti gli altri cavalli tranquilli al loro posto.
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Veniamo a Enzo Tortora. Ne avrebbe di cose da dire, ma provi a tracciarne un ritratto in sintesi.
Enzo era un gran signore. Prima di diventare il Tortora inguaiato, io già lo vedevo come un radicale e liberale, culturalmente parlando. Lo dipingerei come un “riformatore protestante”, un “anglosassone in Calabria”. Enzo voleva bene come un padre a me e ai radicali, ci aveva giurato fedeltà. Nei lunghi viaggi in macchina prima e dopo la campagna per le Europee del 1984, ci raccontava decine e decine di aneddoti della sua vita da giornalista e conduttore, aveva l’entusiasmo di un bambino, nonostante fosse irrimediabilmente segnato dalla barbarie giudiziaria che lo aveva colpito. E il suo impegno per una giustizia più giusta e per i diritti dei carcerati fu strenuo e sincero. Così come lo fu quello precedente, con la battaglia da vero pioniere per la libertà della televisione contro il monopolio pubblico, quando nacquero grazie a lui e a Renzo Villa, prima Tele Alto Milanese e poi Antenna 3 Lombardia. Alla fine del suo periodo buio era riuscito a riprendersi almeno parte della vita che gli era stata negata dal dramma che lo aveva colpito e che lo avrebbe portato di lì a poco alla morte. Quando morì rimasi annichilito, faccio fatica a parlarne ancora oggi, è come se piombassi in un pozzo nero. Fu la morte di un familiare, di un fratello…”
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Un episodio che fece scalpore, fu l’arrivo di Tortora  in moto per consegnarsi alla polizia in piazza Duomo a Milano, dopo la rinuncia dell’immunità parlamentare…
“Un ricordo indelebile! Fu una combine. Mentre con Pannella tenevo un comizio in piazza, a fendere la folla fu una moto guidata da un signore piuttosto anziano (era un nostro militante che si era prestato al gioco), con un passeggero a bordo: quando quest’ultimo si tolse il casco, lo stupore di tutti: era Tortora, arrivato in quel modo spettacolare, in stile radicale, per farsi arrestare. Un colpo mediatico incredibile, che avevamo preparato con cura! Un dirigente della digos mi disse: “Onorè, le faccio i complimenti…”. E poi la polizia accompagnò Tortora ai domiciliari nella sua casa di via dei Piatti, a poche decine di metri. Dove tra l’altro Enzo si accorse di essere senza chiavi e gli agenti gli dissero: “La lasciamo qui in attesa che arrivino ad aprirle la porta, ci fidiamo di lei”.
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E quella volta con Pippo Baudo?
“Deve sapere che Tortora una volta mi raccontò di avere incrociato –  nel periodo della vicenda giudiziaria – Pippo Baudo all’aeroporto. E mi disse scandalizzato che il suo collega di un tempo fece finta di non conoscerlo. Enzo pareva molto deluso e turbato da questo atteggiamento. Anni dopo mi trovavo nel bel mezzo della Sardegna con un’amica. La moto si guastò. Finchè non arrivò un macchinone dal quale scese un signore gentilissimo che ci aiutò a farla ripartire. Lo ringraziai e lo salutai. La mia amica mi disse: “Ma non lo hai riconosciuto? E’ Pippo Baudo!”: Passò del tempo ed ebbi occasione di rivederlo. A quel punto gli dissi ciò che mi aveva raccontato Tortora. Ebbene, Baudo mi assicurò che quella volta non si era accorto di lui. Forse era talmente provato da risultare irriconoscibile?”
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Se oggi pensa al caso Tortora, si chiede se è mai servito a qualcosa?
“Quello di Tortora fu un urlo contro l’inumana ingiustizia. Enzo fu protagonista, vittima e poi trionfatore. In quei momenti drammatici, quando lo incontravo ripeteva sempre ad alta voce a sé stesso e a chi aveva di fronte: “un orrore, un orrore…” per descrivere quello che gli era capitato. Se è servito a qualcosa? Direi comunque di sì. Molti si sono dimenticati di quella vicenda, ma una storia così grande e terribile non può essere passata invano. Ha lasciato un segno,  sicuramente. E mi permetta di dire che vi fa onore, con il vostro interesse, riportare alla memoria le battaglie di Tortora, per una giustizia migliore e per la libertà di televisione”.
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Cristiano Bussola

Mirafiori e Santa Rita: il punto con Luca Rolandi

L’INTERVISTA 

Luca Rolandi, presidente della II Circoscrizione, verso la fine di febbraio è uscita la notizia di alcuni problemi riguardanti la delibera delle linee guida della Circoscrizione 2 da adottare nel 2026. Quali sono stati gli sviluppi da quel momento?

Alla fine la delibera è stata votata e, anche se con significativo ritardo rispetto alle altre Circoscrizioni, realizzeremo le proposte di contributo per i progetti richieste da associazioni e altre realtà di territorio a partire dal mese di giugno e per tutto il mese di luglio. Si tratta di un ritardo che corrisponde a una difficoltà da parte della maggioranza politica di avere una conduzione non altalenante e dinamica che si verifica da ben prima dell’inizio di quest’anno.

Se lei dovesse individuare un problema della Circoscrizione 2 a cui lavorare urgentemente, quale sarebbe? Uno di questi potrebbe essere legato al problema dei blackout? L’ultimo, avvenuto alla fine di aprile scorso, ha sollevato qualche inquietudine riguardante la sicurezza, il lavoro delle aziende e l’estate alle porte

Il problema dei blackout era di carattere di rete, e Iren lo sta risolvendo potenziando proprio la rete elettrica. Si tratta, quindi, di un problema contingente in via di risoluzione. Per quanto riguarda una visione più ampia dei problemi della Circoscrizione 2, direi che sono molteplici: il primo riguarda sicuramente la cesura tra Mirafiori Nord e Mirafiori Sud. Dal punto di vista amministrativo non abbiamo responsabilità, siamo una piccola Circoscrizione, ma sotto quello logistico è un problema su cui bisogna lavorare, il quartiere di Mirafiori non deve continuare a sentirsi escluso dai “circuiti”. Posso dire che uno degli obiettivi da raggiungere è proprio quello di poter parlare, fra qualche anno, di Mirafiori senza distinzioni fra area Nord e area Sud. Un altro tema è quello che riguarda il recupero delle aree verdi.

Quindi sta dicendo che uno dei problemi della Circoscrizione 2 riguarda proprio l’essere divisa in due “sottocircoscrizioni”?

La Circoscrizone 2 è il risultato dell’accorpamento tra la 10, che è la Mirafiori Sud, e la 2 che rappresenta Mirafiori Nord e Santa Rita, ma temo che, come per la 8 e la 9, questa situazione in futuro possa evidenziarsi attraverso un nuovo decentramento che per necessità dovrà essere avviato, e che potrebbe portare alla realizzazione di veri e propri municipi dentro i quali ci potrebbero essere delle consulte di quartiere. Questo fatto è evidente proprio per la dimensione del Piano Regolatore, in cui non si parla di Circoscrizioni, ma di quartieri. Quindi sarà necessario trovare una soluzione e dovrà occuparsene il Consiglio Comunale, per comprendere quale sia il modo giusto per dare seguito ad una riforma del decentramento che non debba essere rivista a distanza di pochi anni. Non trovo normale che un decentramento modificato nel 2020 debba già necessitare di una nuova riforma. Probabilmente non si è avuta una visione politica veramente futuribile.

E poi Mirafiori e Santa Rita sono due quartieri dalle realtà completamente diverse…

Certo, è evidente, e lo sarà sempre di più. D’altra parte, se si creano municipi con relative realtà all’interno completamente differenti tra loro, non può che verificarsi questo fatto. Il punto fondamentale è riuscire a capire come non dimenticarsi delle problematiche, anche le più minute, dei quartieri, anche se mi rendo conto che sia molto complicato.

Quali sono i problemi di Santa Rita oggi?

Il problema più grosso di Santa Rita resta quello dei parcheggi e della viabilità. La zona in cui sorgono l’Inalpi Arena e lo stadio Grande Torino, entrambi luoghi che ospitano grandi eventi, da un lato genera ricchezza, business e movimento, dall’altro porta a una congestione dell’utilizzo dell’area e a una necessità di dare subito seguito alla richiesta che i residenti fanno, ovvero avere a disposizione maggiori spazi di parcheggio. Dietro alla piscina, per esempio, ci sarebbe una zona predisposta a ospitare 450 posti per le auto.

Per quanto riguarda i problemi di Mirafiori, invece?

Vi è sempre un po’ la costante preoccupazione dei residenti di essere “abbandonati”. Una preoccupazione in parte ragionevole e in parte non troppo fondata, anche perché negli ultimi anni abbiamo riaperto una biblioteca, aperto la centrale operativa della Polizia Municipale, una scuola e un’operazione di recupero importantissima nella zona di via Negarville, quindi non si può certamente parlare di abbandono, ma è anche vero che oggi, chi abita un po’ ai lati di Mirafiori, riscontra una mobilità difficoltosa.

Avrebbe altro da aggiungere?

Vorrei aggiungere che penso sia urgente avviare, a livello politico, un processo di rivisitazione del decentramento. Le istituzioni politiche centrali, i partiti che hanno la capacità di deliberare e di dare un indirizzo politico, sembrano essere un po’ silenti, forse anche a fronte della prossima campagna elettorale, riguardo alla debolezza di un decentramento che, per come è configurato oggi, risulta debolissimo e, senza una rivisitazione completa, rischieremmo una preoccupante paralisi a partire dalla prossima consiliatura, creando conseguentemente problemi alle attività delle altre istituzioni. La Pubblica Amministrazione, nello Stato moderno, rappresenta la spina dorsale del sistema, e se essa entra in difficoltà quest’ultimo ne paga le conseguenze. Non bisogna voltarsi dall’altra parte, è necessario occuparsi già adesso della futura riforma.

Mara Martellotta

 

Giachino: “bene le manifestazioni, meglio se non ostacolano il commercio”

Caro Direttore,
Ieri il nostro Sindaco Lo Russo, che da mesi è in campagna elettorale, ha organizzato la festa dei nuovi italiani 4000 cittadini provenienti da altri Paesi che hanno avuto la cittadinanza. Bene. Ma era proprio necessario bloccare il traffico in via Po? Non era sufficiente prendere un angolo di piazza Vittorio? Così ieri via Po era come appare dalla foto sia alle 12 che alle 16.30 e i negozianti, come mi ha scritto una commerciante,  a far girare l’aria nel negozio. Il commercio non è nel suo momento più brillante e’ il primo settore che paga le conseguenze del calo della Fiat e di altre aziende. Qualcuno aveva pensato che il commercio potesse viver solo di turismo senza capire che il turismo è importante ma dal punto di vista economico vale un terzo rispetto al settore industriale e che i lavoratori torinesi a tempo indeterminato sono clienti tutti i i giorni e tutto l’anno.  Ora anche la Fornero parla della bassa crescita della economia italiana ma non parla di Torino che cresce meno della media nazionale…e non fa proposte per rilanciare la economia cosa che invece ho fatto io l’anno scorso a marzo quando per primo parlai della Bassa crescita della economia italiana in un libro che venne presentato da Gianni Letta alla Camera dei Deputati. Ora mentre il Governo rifinanzia il fondo del settore Auto assistiamo al silenzio di Lo Russo e del PD sul discorso americano del nuovo ad  FILOSA che per me non è ancora soddisfacente per Torino. Per quanto mi riguarda io sto per iniziare un tour per presentare alcune proposte di rilancio della economia a Torino e nel Paese. Inizio sabato 6 giugno a Gassino dove ho iniziato il mio impegno politico nella DC e con alcuni giovani spinti dalla Rerum Novarum e da un giovane Vice Parroco ex operaio, Don Sergio Bosco.

Mino Giachino
Responsabile UDC Torino

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO:  Nicola Matteucci  e il liberalismo come metodo – Contro Israele – Ricordi del  Salone del libro: Moravia, Soldati, Bobbio – Lettere

Nicola Matteucci  e il liberalismo come metodo
Se non fossi stato trattenuto a Torino dal premio Soldati sarei intervenuto volentieri al convegno bolognese del Mulino per il centenario della nascita di Nicola Matteucci, il filosofo liberale più importante del ‘900 italiano dopo Croce. Il suo fu un liberalismo adeologico che delineò soprattutto un metodo liberale. Ma fu anche un avvertimento importante contro la “politica del fare”, tipica di un pragmatismo rozzo senza principi, che voleva riempire frettolosamente il vuoto lasciato dalle ideologie presuntuose del Novecento. Matteucci, sommo studioso di Tocqueville, ci ha indicato i pericoli insiti nelle dittature delle maggioranze, ma anche di quelle egemonie  che in termini mass- mediatici  e di piazza soffocano la libertà di pensare.
Anche i cortei in cui si bruciano le immagini degli avversari sono un pericolo per la libertà, avrebbe scritto oggi Matteucci. I cortei che generano violenza e fanatismo sono l’esatto opposto della democrazia liberale. Apprezzava Von Haiek , ma non è mai stato  riconducibile al liberismo sfrenato della scuola austriaca perchè Matteucci aveva il senso dello Stato e del Risorgimento che gli anarco- liberisti rifiutano. Egli semmai vide  con Habermas nella burocratizzazione  dello Stato assistenziale la fine della società civile. Aver incontrato sulla mia strada di studioso  Matteucci è stato per me molto importante. Mi ha portato a superare una concezione progressista del liberalismo che sfociava nel socialismo, non sempre  neppure in quello democratico. Già Bobbio aveva sostenuto, parlando di Gobetti che il dialogo tra liberali e comunisti era più facile di  quello tra liberali e socialisti. E’ stato Matteucci che mi ha confermato nel mio antigobettismo a cui mi aveva avviato l’incontro con Manlio Brosio.
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Contro Israele
E’ la prima volta che sono contro Israele per i noti episodi che un ministro israeliano ha esibito, dimostrando una violenza che neppure i regimi più repressivi manifestano. Un’esibizione muscolare, esemplare, propagandistica che danneggia gravemente  l’immagine di Israele.
Sono solidale con le vittime umiliate ed offese, ma resto distante dalle diverse flottille che sono, a loro volta, esibizione di demagogia e di fanatismo ideologico. La mala pianta del fondamentalismo si è radicata anche in Israele e il ministro che ha ideato la sceneggiata andrebbe allontanato dal governo perché ha offerto agli antisemiti di esibire e sfruttare un episodio  incompatibile con la democrazia e il rispetto della persona umana.
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Ricordi del  Salone del libro: Moravia, Soldati, Bobbio
Mi è tornato alla mente ,visitando  la settimana scorsa il Salone del libro, un episodio di tanti anni fa, quando il Salone era a Torino esposizioni, agli esordi.
Alberto Moravia venne  a presentare un suo libro e Mario Soldati volle assolutamente assistere all’evento. Mario considerava Moravia superiore a lui , mentre era il contrario, come  disse  anche la madre dello scrittore romano. Soldati aveva già una certa difficoltà a camminare e quindi mi chiese di accompagnarlo in auto nel posto più vicino possibile: il salone era dotato di un’uscita di sicurezza retrostante  all’ingresso principale e mi consentirono anche di parcheggiare all’interno. Poi Soldati andò spedito verso l’area dove era previsto l’incontro che – vedemmo con sorpresa – era situato in soppalco che avrebbe obbligato Mario ad affrontare con difficoltà una serie di gradini. Vedendo la situazione, malgrado avesse molto insistito perché lo accompagnassi, disse che rinunciava a salire. Ma come una fata imprevista arrivò l’addetta stampa della Bompiani che pubblicava Moravia.

Era donna  di una bellezza e di una  elegante sensualità fuori dal comune .Prese sottobraccio Soldati e gli disse: “Maestro, venga con me”. Fecero la scala e Soldati in risposta  le disse: “ Vengo con te perché sei molto meglio di un’ascensore”.  Moravia presentò il suo libro con straordinaria maestria e anche Soldati fece la sua parte. Partecipò anche Giovanni Spadolini. L’anno dopo era previsto un dialogo tra Norberto Bobbio e Soldati. Per  improvvise ragioni organizzative non era disponibile la sala in cui tenere l’incontro. I due, che erano vecchi amici, non protestarono come forse sarebbe stato necessario e si misero a parlare, sedendosi su una panca senza schienale,  in angolo del grande salone senza avere neppure  un microfono. Fui io a introdurre il dialogo che avrebbe meritato ben altra location. Fu una chiacchierata scintillante  sulla storia, la politica, Torino e tanto altro. Man mano i visitatori si assieparono attorno alla panchina  anche perché Angelo Pezzana, allora promotore del Salone  –  aveva personalmente portato un microfono. Alla fine il dialogo, relegato in un angolo, bloccò il passaggio ai visitatori e dovette finire. Oggi al Lingotto un episodio così sarebbe impossibile. Chi scriverà una storia del Salone non potrà non ricordare almeno il dialogo improvvisato a Torino esposizioni.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Il principe Aimone  di Savoia
Ho letto il suo articolo sul principe Aimone di Savoia e dissento totalmente da lei. E ‘ un personaggio importante , ma io monarchico sto dalla parte del legittimo erede al trono . La monarchia per me è innanzi tutto legittimismo e continuità storica. Gli Aosta sono forse i  migliori , ma i veri Savoia sono altri.       Enrico Antonio Clerici
Io ho espresso un’opinione anche in base ad una conoscenza personale del Principe Aimone e delle cose che scrive e del modo in cui le dice . Per il Principe Aimone ho stima ed apprezzamento come avevo per suo padre, il Duca Amedeo d’Aosta, che portò’ con dignità il nome  del Savoia moralmente più degno del ‘900: l’eroe dell’Amba Alagi che non abbandonò i suoi soldati , rimanendo prigioniero degli Inglesi. Quando ero molto giovane andai a Nairobi a rendere omaggio alla sua tomba e ne ebbi un’emozione indimenticabile . Aimone e ‘ l’erede diretto di quella storia.
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Le buche  di Torino
Le buche nelle strade torinesi potrebbero far perdere le elezioni al sindaco uscente. Non si può più circolare in auto ed è diventata un’avventura pericolosa camminare a piedi. La Fondazione CRT ha messo a disposizione  i fondi per riparare le strade, ma le buche permangono. E’ una città allo sbando. Eugenio Ciliberto
Condivido da cittadino e da automobilista le cose che scrive. Difficilmente però il sindaco perderà le elezioni perché a Torino una maggioranza alternativa vincente non si è mai realizzata. In Regione con Ghigo, Cota e Cirio si. A Torino mai. E questo non ricambio è  un danno grave  per la democrazia e anche  per l’efficienza della pubblica amministrazione.
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Soldati e Dogliotti
Ho ascoltato la sua commemorazione di Mario Soldati al Consiglio provinciale di Torino  e  mi ha colpito la sua capacità di ricordare il suo amico Soldati senza celebrarlo in modo acritico. Nel ricordarlo è stato anche commovente, ma mai zuccheroso.     Donatella Ferrari
Quaglieni e Soldati

 

Ho raccontato episodi di vita vissuta, cercando di inquadrarli in una visione più generale come avevo fatto nel libro “Soldati. La gioia di vivere“ che resta il più bel libro documentario su Mario. Ho aggiunto una testimonianza inedita di Soldati su Achille Mario Dogliotti, il grande chirurgo che presiedette “Italia 61”, il più grande evento torinese  della storia repubblicana. Se uscirà una nuova edizione del libro, aggiungerò la pagina di Soldati su Dogliotti, due grandi torinesi.

Preferenze, non santifichiamole

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

 

Non c’è alcun dubbio che la scelta degli eletti alla Camera e al Senato non è una variabile indipendente ai fini della credibilità e della serietà di una legge elettorale. Al riguardo, tutti conosciamo – o almeno coloro che sono attenti alle dinamiche delle leggi elettorali che, purtroppo, nel nostro paese sono una ristrettissima minoranza di persone – le vicende che hanno concretamente caratterizzato il dibattito politico italiano in merito al capitolo delle leggi elettorali. Ora, e per non farla lunga ripetendo sempre e solo le stesse riflessioni, credo che non possiamo aggirare un tema che, periodicamente, fa capolino. Parlo, cioè, del ricorso alle preferenze per eleggere i futuri parlamentari. Certo, è sicuramente vero e non si può negare. Con le preferenze si restituisce lo scettro della scelta degli eletti agli elettori. Ma non possiamo, anche per onestà intellettuale, fermarci a questo ritornello. E per svariate ragioni. Proviamo ad elencarne alcune. Nella prima repubblica, cioè per 50 anni, c’erano le 4 preferenze per circoscrizione per la Camera dei Deputati e il cosiddetto “provincellum” al Senato. Cioè un proporzionale di partito disciplinato, però, dai collegi uninominali. Ovvero, un sistema come quello utilizzato per eleggere i consiglieri provinciali. Ma, per restare alle preferenze, si trattava di un sistema che permetteva ai partiti – perchè in quella lunga fase storica esistevano i partiti popolari, di massa e radicati sul territorio – di organizzare la selezione delle rispettive classi dirigenti rispettando il voto popolare. Per fare un esempio concreto, la sinistra sociale di Forze Nuove della Dc – che è quasi sempre stata minoranza in quel partito – attraverso le 4 preferenze aveva la possibilità concreta di eleggere dei suoi rappresentanti in Parlamento. E così valeva per tutti i partiti democratici e popolari. Ma con la preferenza unica quel sistema è saltato. E, seconda considerazione, proprio con la preferenza unica l’unico elemento che svetta è il massiccio investimento finanziario ed economico per le campagne elettorali. Perchè con le preferenze multiple c’era la possibilità che “i ceti popolari diventassero classe dirigente”, per dirla con Carlo Donat-Cattin. Con la preferenza unica, invece, hai la possibilità di farcela solo se disponi di ingenti mezzi finanziari e straordinarie risorse. Cosa vietata, come ovvio e persin scontato, per i ceti popolari se non ricorrendo ad operazioni oscure e poco raccomandabili. In terzo luogo non è affatto vero che con le preferenze si incrementa la partecipazione al voto. Siamo reduci da una massiccia consultazione elettorale per il rinnovo di molte ed importanti amministrazioni regionali. Soprattutto al Sud. Ebbene, proprio in quei territori dove il legame tra l’eletto e l’elettore è più forte anche per motivazioni culturali e storiche, nonchè per ragioni clientelari, abbiamo registrato un massiccio e quasi storico astensionismo dal voto malgrado il sistema elettorale prevedesse le preferenze. È sufficiente ricordare questo dato per arrivare alla conclusione che non sempre il ricorso alle preferenze coincide con il ritorno dei cittadini alle urne. Anzi, proprio il recente voto al Sud ha confermato il contrario. In ultimo, ma non per ordine di importanza, ci sono altre modalità concrete per fare tornare il cittadino protagonista nella scelta dei futuri eletti. A cominciare, per fare un solo esempio, dai collegi uninominali. O ritornando ad una sorta di “mattarellum” oppure ripristinando il cosiddetto “provincellum” del vecchio Senato. Insomma, e per concludere, le preferenze – o meglio, la preferenza unica – non vanno santificate a prescindere. Non sono, come ovvio, lo strumento migliore per garantire più partecipazione, più trasparenza – soprattutto sui costi delle campagne elettorali – e, in ultima istanza, più credibilità per la scelta della futura rappresentanza parlamentare. È bene pensarci bene prima di lanciarsi in sentenze definitive ed inappellabili.

Staffetta Cisl Piemonte al “Salotto delle Idee” degli Artigianelli

Mercoledì 27 maggio prossimo, dalle ore 9 alle 13, al Salotto delle Idee del Collegio degli Artigianelli, in corso Palestro 14, si terrà la terza tappa del percorso itinerante della Cisl Piemonte per lo sviluppo della regione, dal titolo “Staffetta Cisl – Territori in dialogo”, ciclo itinerante con cui la Cisl Piemonte avanza le proprie proposte per lo sviluppo regionale direttamente nei territori, promuovendo confronti tra rappresentanti istituzionali economici e sociali su temi concreti legati al lavoro, all’industria e alla coesione sociale.
Il titolo dell’incontro torinese, che segue gli appuntamenti di Cuneo e Alessandria del 10 e 13 aprile scorso, è  “ Un’alleanza per il futuro di Torino”. A introdurre i lavori il Segretario generale della Cisl Piemonte Luca Caretti e l’economista  Mauro Zangola che presenterà un’analisi  della società e dell’economia della Provincia di Torino.
Il confronto si articolerà in due panel tematici moderati dalla segretaria Cisl Piemonte, Cristina Maccari.
Il primo panel dal titolo “Torino e le nuove povertà,  tra analisi e impegno” vedrà la partecipazione di William Revello della Fondazione Ufficio Pio, di Elide Tisi della Caritas di Torino, di Antonio Sansone della Fondazione Don Mario Operti e dell’assessore alle Politiche sociali del Comune di Torino Jacopo Rosatelli.
Il secondo panel riguarderà  l’”Industria a Torino: politiche e strategie per il rilancio”, coinvolgendo la vice sindaca Michela Favaro,  il Vicepresidente della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, l’Assessore regionale all’Industria e allo Sviluppo Andrea Tronzano, e il Presidente dell’Unione Industriali Torino Marco Gay.
A concludere il convegno sarà  Giuseppe Filippone, segretario generale Cisl Torino- Canavese.

“Torino –  spiega il Segretario generale della Cisl Piemonte Luca Caretti – è  una città che ha dato al Paese un modello industriale e sociale e che oggi deve fare i conti con povertà crescenti e una transizione produttiva che rischia di lasciare indietro  troppi lavoratori. Vogliamo costruire un’alleanza vera tra istituzioni, imprese e sindacato per disegnare un futuro che non sia solo resilienza, ma anche progetto. Torino ha le competenze, la storia, la forza sociale per farcela. Ma servono scelte condivise e coraggiose”.
Per il Segretario generale della Cisl Torino-Canavese,  Giuseppe Filippone “È necessario lanciare un dibattito che sia  insieme di analisi e proposta sul futuro di Torino, mettendo intorno allo stesso tavolo chi si occupa di welfare e chi si occupa di industria, le istituzioni locali e quelle regionali , perché le sfide di questa città non si affrontano in compartimenti stagni e da soli. Il metodo della Cisl è  fatto di dialogo, concretezza, responsabilità condivisa. Torino non è una città in declino, ma una città in trasformazione. Sta a noi fare in modo che questa trasformazione avvenga con al centro il lavoro, lo sviluppo e una migliore qualità di vita per i suoi abitanti”

MM

A settanta anni dalla morte di De Gasperi

Una mostra lo ricorda alla Città  Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7

Realizzata in occasione del settantesimo anniversario della scomparsa dello statista, l’esposizione, aperta fino al 15 giugno, si intitola “Servus inutilis. Alcide De Gasperi e la politica come servizio” e propone uno sguardo approfondito sulla figura di uno dei padri fondatori della democrazia italiana,  rievocandone i valori e gli ideali a ridosso dell’ottantesimo anniversario del referendum che sancì la nascita della Repubblica.
La mostra sarà inaugurata martedì 26 maggio alle ore 11 preeso la Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7, dalla consigliera metropolitana delegata all’Istruzione Caterina Greco  e dal curatore Paolo Valvo, professore associato di Storia contemporanea  all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
L’iniziativa restituisce l’attualità del pensiero e dei valori di De Gasperi, attraverso il racconto del suo impegno civile e politico ed è stata resa possibile grazie alla collaborazione con la Città Metropolitana di Torino  e il sostegno della Fondazione CRT e oltrepassa i limiti di una semplice celebrazione biografica.
Dopo una prima introduzione biografica, il percorso accompagna i visitatori attraverso cinque sezioni tematiche, ricche di documenti d’archivio, manifesti storici e fotografie d’epoca.

La prima sezione si intitola “ Dalla  pazienza alla speranza” e ripercorre i venti anni di emarginazione vissuti da De Gasperi durante il fascismo, mettendo in luce la pazienza come virtù democratica negli anni successivi di governo.
Nella seconda sezione intitolata “Libertà politica e giustizia sociale” viene approfondito il binomio centrale del pensiero di De Gasperi, illustrando la sua evoluzione e la sua attuazione nella stagione riformista che caratterizzò i suoi esecutivi. Il percorso prosegue poi con la sezione “ Costruire la pace” dedicata alla visione internazionale dello statista, impegnato nella costruzione di un nuovo ordine fondato sul diritto internazionale e su pacifiche relazioni tra i popoli.
Nella sezione dal titolo “La nostra Patria Europa” viene evidenziato il ruolo di De Gasperi come pioniere dell’integrazione europea, attraverso il progetto della Comunità Europea di Difesa.
Chiude l’esposizione la sezione “Uomo unito” che restituisce la dimensione privata e la coerenza spirituale che hanno accompagnato l’esperienza intera pubblica dello statista.
La mostra è  aperta al pubblico ad ingresso libero dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30 con orario continuato e il sabato dalle 8.30 alle 12.30.

MM

Scomparsa di Petrini, Cirio: “Addio a un visionario dalle idee innovative”

Il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e gli assessori Paolo Bongioanni e Marco Gallo sulla scomparsa di Carlin Petrini

 

Il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio sulla scomparsa di Carlin Petrini: «Con la scomparsa di Carlo Petrini se ne va un uomo straordinario che ha cambiato la cultura agricola del nostro Paese e del mondo intero. Innamorato della terra, con la sua intelligenza, la sua visione e la sua capacità di guardare lontano ha insegnato a tutti noi che la sostenibilità e il rispetto della natura sono un atto politico, civico e umano prima che ambientale; che quella contadina non è un’attività, ma una cultura che deve essere giusta e avere dignità ovunque la si pratichi. Pensatore acuto, mai banale, instancabile studioso, curioso del mondo e degli uomini, ha saputo essere uno stimolo prezioso per tutti coloro che ha incontrato sulla strada, e sono stati tantissimi. Per il nostro Piemonte, la sua perdita è ancora più dolorosa, perché con Slow Food, Terra Madre, l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, Petrini ha costruito un pezzo importante di ciò che oggi sono il Piemonte e la sua eccellenza agricola e enogastronomica. Per me, poi, se ne va un caro amico, con il quale ho avuto il piacere e l’onore di confrontarmi molte volte e da cui ho imparato tanto. Alla sua famiglia, agli amici e a tutta la comunità di Slow Food, l’abbraccio mio e della Regione Piemonte. Grazie Carlin, ci hai reso tutti un po’ migliori e ci mancherai moltissimo».

L’’assessore al Commercio, Agricoltura e Cibo, Turismo, Sport e Post-olimpico, Caccia e Pesca, Parchi della Regione Piemonte Paolo Bongioanni: «Fra le tante cose per cui Carlin Petrini ci mancherà e per cui dobbiamo essergli grati, c’è che ha reso patrimonio universale un rapporto con il cibo e la terra iscritto da sempre nel Dna del Piemonte e dei Piemontesi. Non a caso il movimento SlowFood, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, il Salone del Gusto e Terra Madre sono nati qui e non altrove. Il senso etico dell’atto del cibarsi, la memoria e la sapienza tramandata dai nostri nonni contadini hanno riscritto la consapevolezza di un cibo buono, pulito e giusto, e da idea controcorrente oggi sono diventati patrimonio universale e condiviso che ha risvegliato la consapevolezza del valore del nostro cibo, delle nostre eccellenze agroalimentari e dei loro produttori. Carlin è stato il primo difensore delle produzioni di qualità che identificano i territori, e ha aperto la porta che poi tanti di noi hanno attraversato. È quello stesso rapporto che sa unire tradizione e innovazione, rispetto e convivialità, piacere del gusto e salute che ha consacrato la cucina italiana, prima al mondo, come Patrimonio universale Unesco. Anche per questo lascia un vuoto incolmabile».

Dichiara Marco Gallo, assessore con delega alla Biodiversità della Regione Piemonte: «Con la scomparsa di Carlin Petrini perdiamo uno dei più grandi custodi della biodiversità del nostro tempo che ha avuto il merito straordinario di insegnare al mondo che la biodiversità non è un concetto astratto o soltanto ambientale, ma un patrimonio culturale, umano ed economico da difendere ogni giorno. Attraverso Slow Food, Terra Madre e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Petrini ha costruito una visione nuova del rapporto tra uomo e natura restituendo dignità alle comunità rurali, ai piccoli produttori e alle tradizioni locali. Per il Piemonte la sua perdita è immensa. Se oggi la nostra regione è riconosciuta nel mondo come granaio di biodiversità, lo dobbiamo anche alla sua visione e alla sua capacità di guardare oltre il suo tempo. Grazie Carlin, per averci insegnato che la terra non si sfrutta: si custodisce».