POLITICA

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Il 2 giugno, il libro dimenticato di Prunas Tola e Rodolico e quello di Oliva, il Duca d’Aosta oggi – La Prof., Orwell e il fascismo – Lettere

Il 2 giugno, il libro dimenticato di Prunas Tola e Rodolico e quello di Oliva, il Duca d’Aosta oggi
Ad 80 anni dal referendum Monarchia / Repubblica che divise in due il Paese – che evitò una seconda guerra civile per la decisione di Umberto II di partire per il Portogallo in volontario esilio – mi sarei aspettato la ripubblicazione del “ Libro azzurro” di Vittorio Prunas  Tola e Niccolò Rodolico che documentò alcune “criticità“ del referendum e del suo svolgimento. Quel libro resta senza risposte. Invece di pubblicare libri di nessun valore storico sulla Regina di Maggio che meritava ben altri studi , riportare il discorso sul libro di Prunas e Rodolico  sarebbe stato molto importante per sentite l’altera pars ,indispensabile per un giudizio storico. Pubblico la copertina di due libri usciti per gli 80 anni della Repubblica. Sono modi non storici di porre il problema perché con la logica del viva e dell’abbasso si rimane fermi al manicheismo anche violento di 80  anni fa. Il romitiano Fornaro è l’esempio di un politico  che tenta continue incursioni storiche senza risultati positivi perché la sua sconfinata faziosità ,persino emotiva, gli impedisce di scrivere di storia con il distacco necessario  È rimasto un fedele attivista del figlio di  Romita, neppure del famoso ministro degli interni del 1946 che fu un acceso repubblicano.
La storia  del passaggio dalla Monarchia alla Repubblica deve partire almeno dal 25 luglio 1943 perché la sorte della Monarchia e la vittoria della Repubblica venne decisa in quel triennio 43 -46 in cui i politici repubblicani seppero imporsi e i monarchici affidarono le loro sorti nelle mani di uomini politicamente poco avveduti o troppo anziani, se si eccettua Falcone Lucifero, nuovo ministro della Real Casa. Umberto ebbe una nobiltà che rasenta l’utopia di non partecipare alla contesa elettorale , se non con qualche messaggio e alcune rapide visite in cui si limitò a salutare la folla accorsa a rendergli omaggio. Con dei  mastini repubblicani come Togliatti e Nenni  e un abilissimo politico come De Gasperi ,il Re ,con il suo stile super partes, fu una facile preda. Fu ricoperto di insulti ripresi dalle campagne  contro di lui dei giornali della Repubblica  di Salo’ che ricorsero a vistose falsità contro il Principe di Piemonte che combatteva con il rinato esercito italiano contro i tedeschi ,contribuendo a scrivere due eroiche pagine di storia a Monte Marrone e  Monte Lungo a rischio della sua vita.
La storia d’Italia non si può dividere in due pezzi come tentano di fare anche alcuni storici in verità un po’ improvvisati: gli 85 anni di regno cattivi, gli 80 anni di Repubblica ottimi. Il manicheismo impedisce di capire la realtà ,come diceva Bloch. Forse solo Gianni Oliva nel suo libro di 10 anni fa, di cui pubblico  la copertina, ha avviato un discorso storico sul Referendum che non ha avuto continuatori. Tutta la storia italiana ha avuto le sue luci e le sue ombre e rimanere fermi alle passioni partigiane  di 80 anni fa non fa bene all’Italia. Chi ha avviato di recente  il discorso di una revisione storica con un processo a Vittorio Emanuele III, ha indicato un metodo che rivela serietà, anche se una sentenza giudiziaria non è storia che si valuta  soprattutto dalle conseguenze politiche dei fatti e non solo  dalla loro legittimità.
La posizione riservata del Duca d’Aosta,  Aimone di Savoia, diventa condivisibile da tanti italiani monarchici e repubblicani. Il Duca per il suo lavoro di grande responsabilità alla guida della Pirelli in Russia , ha avuto dal presidente Mattarella una onorificenza importante consegnatagli all’ambasciata italiana a Mosca. E’  un segno di equilibrio istituzionale ,arricchito da una storia famigliare e personale che rappresenta l’Italia. Anzi,” l’ Italia innanzi tutto”, come diceva il re Umberto dall’esilio di Cascais.
La Prof., Orwell e il fascismo
Una prof. (abbreviativo più di profumiera che di professoressa, come amava dire Bruno Segre, riferendosi a certe stravaganti docenti sessantottine) ha pubblicato un post offensivo e strafottente  in cui mette in discussione l’entità delle lesioni ricevute da due poliziotti  durante la manifestazione violenta di Askatasuna del 31 gennaio a Torino. La docente si è lasciata andare a commenti che non sono semplici opinioni. Forse ella stessa si è resa conto di aver esagerato e dopo tre giorni ha eliminato il post. L’articolo 21 della Costituzione tutela il libero pensiero, ma  non tutela l’ingiuria e la diffamazione. La depenalizzazione in materia è stata devastante perché ha generato l’idea dell’essere liberi di offendere la dignità altrui. In ogni caso la prof., per la professione che ha scelto, è sottoposta al codice di comportamento dei pubblici dipendenti, valido anche per i docenti e persino per i bidelli che recita: “ Il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione”. La preside della docente ha ritenuto di doverla sanzionare con un provvedimento disciplinare, la censura, di una certa gravità, senza giungere alla sospensione. Mi auguro rispettando il diritto della contro deduzione  da parte della prof.
Se penso che la stessa sanzione venne comminata ad un professore perché aveva circuito un’allieva, qualche dubbio mi sorge.  Se penso ad un docente stimato e premiato con alti riconoscimenti  che venne fatto oggetto dell’apertura di un procedimento disciplinare perché, vittima di una indegna campagna di stampa durata mesi, avrebbe indirettamente  arrecato danno all’immagine della scuola, mi sorgono dubbi. Il procedimento dopo le contro deduzioni prodotte da un noto avvocato, venne subito archiviato, ma resta l’esempio di un infame modo di procedere contro un docente che doveva giustificarsi di aver prodotto dei clamori provocati dai suoi nemici. Un paradosso giuridico  vergognoso, disse un giurista insigne. Ma se penso alle centinaia di migliaia di docenti che hanno contravvenuto al codice  di comportamento  oltre che al codice penale,  in tanti anni di “onorato servizio“ , dando un’idea di scuola fucina di un ribellismo che violava ogni legge , mi viene da pensare che il lassismo  durato decenni può aver fatto pensare alla prof. di poter scrivere senza problemi  usando linguaggi non consoni. Solo chi ha conosciuto la scuola dei decenni 70-80 – 90  del secolo scorso può esprimere un giudizio anche su presidi della CGIL che forse non avevano il senso delle istituzioni. Ricordo personalmente che, quando giurai fedeltà alla Repubblica davanti ad un logoro tricolore che sembrava uno strofinaccio, entrando come professore di ruolo ordinario pronunciando il giuramento solenne ci fu un mio collega (si fa per dire) che non voleva giurare davanti al tricolore. Alla fine ebbe ragione lui perché dopo non tanto tempo fu abolito il giuramento che non era certo quello imposto agli universitari dal fascismo nel 1931. Comunque non facciamo far passare per martire la prof.,  che forse potrebbe apparire un po’ troppo “amica” dei violenti di corso Regina  e che ritiene che siamo tornati al fascismo e al Grande Fratello, in effetti due dittature non proprio coincidenti. Orwell non era Mussolini ed era nemico di tutti i totalitarismi del secolo scorso. Orwell non sarebbe stato certo dalla parte dei violenti di Borgo Vanchiglia e della Valle di Susa. Ma forse la prof. fa un po’ di confusione con il Grande Fratello della rete berlusconiana …
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Le città rosse
Federico Rampini, noto giornalista ex comunista, dice che le città peggio amministrate sono le  città governate dalla sinistra. Cosa ne pensa? Giulia Casanova
Bisognerebbe innanzi tutto  studiare la metamorfosi di Rampini che comunque è coraggiosa perché non è certo un tentativo di “andare in soccorso ai vincitori“ in quanto la partita tra i due fronti è apertissima e il voto  politico potrebbe mandare a casa  la Meloni e i suoi certo non brillanti ministri. Circa le città non ho più  la possibilità di girare l’Italia come ho fatto per tanti anni. Non conosco da vicino la situazione del Sud. da Napoli a Palermo, dove andavo spesso. Conosco però bene Torino, Milano, Venezia, Genova, Roma, Firenze. Non mi pare che ci siano eccellenze, ma forti criticità un po’ dappertutto. L’immigrazione incontrollata sta creando guasti paurosi , tanto per citare un esempio. L’amministrazione di Milano con  Sala è  un disastro, annullando il lavoro di sindaci come Albertini e Pisapia. Ho apprezzato molto l’amministrazione di Venezia forse anche perché è la città più amata. Su Torino sospendo il giudizio. Il fallimento lo si ebbe con i 5 Stelle con guasti vertiginosi. Stimo il sindaco attuale, non certi assessori: il disastro di piazza Baldissera è una macchia di questa amministrazione che ha un’assessora incompetente. Non approvo la spesa eccessiva per la pedonalizzazione di via Roma.  Sospendo il giudizio e mi esprimerò al termine del mandato. Temo che l’eventuale candidato del centro – destra non sia all’altezza di essere competitivo, così come giudico severamente una opposizione morbida, quasi complice, in certi casi inesistente e comunque non visibile. Non basta il bravo consigliere De Benedictis.
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Piazza Baldissera
Circa il caos recentissimo in piazza Baldissera, mi domando se una riunione religiosa possa portare alla paralisi una parte di città. Se fossero stati cattolici e non musulmani avrebbero consentito la manifestazione? Gli interessi collettivi di una città hanno sempre la priorità.    Beniamino De Caro
Bastava avvisare preventivamente gli automobilisti , mandare dei vigili che non si sono visti per ridurre i disagi. Concordo con Lei che gli interessi collettivi di una città devono sempre prevalere . Ma va anche aggiunto che i gravi disagi di qualche giorno fa rivelano che il problema di piazza Baldissera non è stato risolto. E qui i musulmani non c’entrano.
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Il 2 giugno
Ho letto il suo esemplare articolo sul 2 giugno 1946 sul “Corriere della Sera” che rivela  le sue qualità di storico che racconta i fatti senza commenti e fronzoli ideologici. Il suo articolo è destinato ad essere isolato perché sta incominciando la gran cassa celebrativa.   Biagio Suetti
Ho scritto nella rubrica  di oggi una riflessione più articolata e più ampia e non un’analisi del voto referendario a  Torino, come ho fatto sul Corriere. Il tema del 2 giugno resta divisivo  anche oggi persino tra i monarchici, allora sconfitti. Allora, di sicuro, erano almeno  oltre dieci milioni, poi la morte di tanti, le incompetenze, gli errori li  hanno ridotti al lumicino. Non ritengo tuttavia che la monarchia in sé sia da archiviare come superata: quella inglese è stata ed è un modello di democrazia liberale senza eguali. La repubblica americana di Trump è un esempio di come basti uno per distruggere un sistema di libertà di straordinario valore storico  che aveva entusiasmato il liberale francese Tocqueville a cui certo non guardarono i partiti repubblicani del 1946, tutti imbevuti di rabbia giacobina . “La Repubblica o il caos“ di Nenni fu un’indecenza. Il comportamento del ministro degli interni Romita non fu certo super partes in termini istituzionali, ma il clima infuocato dei tempi era quello. Non appaiono per nulla giustificati i laudatores acritici di oggi che esaltano Nenni, Romita, Togliatti. La stessa chiesa cattolica sentì la vittoria repubblicana come la definitiva sconfitta dell’Italia risorgimentale della Breccia di Porta Pia, una ferita che neppure il Concordato del 1929 aveva sanato.
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La Ferrari elettrica
E’ passato inosservato il fatto che Elkann abbia presentato a Roma una Ferrari elettrica che costa oltre 500 mila euro al Papa e a Mattarella i quali sono anche saliti alla  guida dell’auto. Cosa ne pensa?   Franca de Petris
Penso come Montezemolo e Calenda che sono stati in Ferrari. Fare una Ferrari elettrica appare fuori da ogni logica anche commerciale.  E’ un prodotto ibrido che cozza con la storia della Ferrari. Presentarla al Papa e al Presidente dopo aver esportato all’estero la Fiat, distruggendola a livello torinese e italiano  appare un atto temerario che solo la “faccia di tolla“ del nipote di uno che veniva con dileggio definito “Giuanin lamiera”, poteva concepire. Vada a presentarla a Trump.

Ma l’antimelonismo violento è un progetto politico?

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

È una costante che si ripete da ormai molti anni. Almeno dal giorno dopo la fine della prima repubblica. Perchè per lunghi 50 anni nella cittadella politica italiana c’erano due visioni culturali e due progetti politici non solo diversi e distanti ma addirittura alternativi. L’uno rappresentato dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati e l’altro, opposto, dal Pci e dall’universo della sinistra italiana. Dopodichè, e archiviata la prima repubblica, la cosiddetta seconda repubblica ha trovato la sua legittimazione non tanto nella costruzione di progetti politici e di governo alternativi l’uno rispetto all’altro ma, semmai, nella sola individuazione del nemico da distruggere o da annientare. Prima moralmente e poi politicamente. Certo, è una tesi che affonda le sue radici non in tutte le culture politiche. È sufficientemente noto che tutti coloro che si riconoscono nelle culture politiche di matrice centrista e riformista non applicano quelle categorie che, invece, sono di quasi esclusiva competenza e pertinenza di chi pratica altre prassi e adotta altri comportamenti politici: derive che vanno dal populismo al massimalismo, dal radicalismo all’estremismo. Prassi e culture che, quasi statutariamente, individuano nel nemico da abbattere la ragione prioritaria se non addirittura esclusiva della propria presenza politica e forse anche etica. Ora, e per tornare all’oggi, è abbastanza evidente che il cosiddetto campo largo – lo chiamo ancora campo largo perchè, purtroppo, non si può ancora definire centro sinistra essendo ancora assente una visibile e significativa componente centrista, riformista e moderata – si caratterizza come alternativa alla coalizione di centro destra per l’odio incallito e radicato contro l’attuale Premier, più che non contro la coalizione che la sostiene in Parlamento. Un odio che quotidianamente viene distillato e declinato con insistenza, determinazione e senza esclusione di colpi. Ma, al di là di questi concreti, e peraltro legittimi, atteggiamenti che vengono ormai platealmente e pubblicamente rilevati ed evidenziati dagli stessi sostenitori della sinistra radicale o populista o estremista, c’è un dato politico di fondo che non si può più aggirare o, peggio ancora, fingere che non esista. E cioè, può una coalizione democratica e che aspira ad essere di governo limitare la sua attività alla sistematica demolizione dell’odiato e vituperato nemico senza porsi il problema, ogni giorno, di creare una vera, solida, credibile e visibile alternativa politica e soprattutto programmatica? Può, cioè, una alleanza potenziale di centro sinistra – e sempre in attesa che la componente di centro assuma una vera e propria consistenza politica e culturale – abbandonarsi ogni giorno ad attacchi smisurati e a volte anche sopra le righe quasi come fosse una sorta, seppur aggiornata e rivista, di Democrazia Proletaria di ieri o di Potere al popolo di oggi? È su questo versante, almeno credo, che si misura la vera capacità per la futura e potenziale alleanza di centro sinistra di fare un vero salto di qualità sul terreno politico e progettuale. Gli anatemi, le invettive e gli insulti non sono più sufficienti, se mai lo sono stati. Serve un “di più”, per dirla con il linguaggio iperbolico ma sempre profetico di Mino Martinazzoli. E il “di più” consiste nella capacità e nel coraggio, come faceva del resto il vecchio, antico e tradizionale centro sinistra, di sapere elaborare un progetto politico e di governo che non si limiti, appunto, alla sola demonizzazione dell’odiato nemico politico.

Giachino anticipa la nuova edizione del libro “Per crescere di più”

Presentato oltre 1 anno fa con Gianni Letta e ora al centro di tutti i report che evidenziano la bassa crescita della economia italiana negli ultimi 25 anni

 

Sabato 6 giugno alle ore 11,30 nella saletta dello storico Ristorante DEFILIPPI di GASSINO, la trattoria simbolo del Boom economico degli anni 50-60, l’ex Sottosegretario ai trasporti Mino GIACHINO che aveva anticipato tutti lo scorso anno col suo libro PER CRESCERE di PIU’ presentato alla Camera insieme al Dott. Gianni LETTA , grande estimatore del leader SITAV. Il libro però non suscitò più di tanto l’interesse di Governo e Parlamento anche se conteneva alcune proposte concrete per rilanciare economia e lavoro, è ritornato di grande attualità con i dati forniti a livello europeo e mondiale sulla bassa crescita della economia italiana , superata ora anche dalla Grecia e dalla presenza di un grande Debito Pubblico (3.200 miliardi ) che costa circa 90 miliardi di interessi l’anno. Alla bassa crescita della economia italiana da un contributo la bassa crescita della economia torinese dovuta alla crisi del settore auto ma non solo. La famosa frase dell’avvocato Agnelli :”ciò che va bene per la Fiat va bene per il Paese “ si è trasformata in un boomerang “se va male la Fiat va male Torino e l’Italia. Nel libro non c’è solo la denuncia della bassa crescita ma ci sono anche proposte per il rilancio . Non poteva mancare la polemica contro la decisione del Presidente Napolitano di chiamare Mario Monti con quello che da qualcuno fu definito un mezzo golpe . Dalla tabella dell’andamento del PIL si vede come il livello raggiunto dal Governo Berlusconi nel 2010 venne recuperato solo nel 2019. In mezzo le tasse di MONTI.

TPL, Filt Cgil: “bloccati 400 milioni, aziende e stipendi a rischio”

 “STOP A GIOCHI SULLA PELLE DI LAVORATRICI E LAVORATORI E PENDOLARI. PRONTI ALLA MOBILITAZIONE GENERALE.”

 

Torino, 28 Maggio 2026 

 

Il Trasporto Pubblico Locale (TPL) su ferro e su gomma in Piemonte è a un passo dal baratro. Da inizio anno, i trasferimenti ministeriali del Fondo Nazionale Trasporti sono completamente bloccati a Roma: oltre 400 milioni di euro congelati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che stanno soffocando il nostro sistema di mobilità.  

Come FILT CGIL Piemonte riteniamo questo stallo insostenibile e politicamente irresponsabile. Non siamo di fronte a un mero ritardo burocratico, ma a un attacco al diritto alla mobilità e alla stabilità delle lavoratrici e lavoratori. Le pezze calde messe dalla Regione Piemonte a inizio anno con le anticipazioni di cassa sono ormai esaurite; le aziende sono stremate e si profila un rischio imminente sul pagamento degli stipendi di giugno e sulla tenuta stessa delle corse di bus e treni locali.  

“Questa drammatica emergenza si inserisce pienamente nella nostra vertenza regionale e permanente ‘Il trasporto che ci salva’.  Non accetteremo che i tagli occulti di Roma e l’accondiscendenza della giunta regionale vengano scaricati sui salari di chi lavora o sui diritti di chi viaggia.”

Il Presidente della Regione, Alberto Cirio, non può restare in silenzio per non disturbare gli equilibri politici del governo centrale, mentre il Ministro Matteo Salvini rincorre grandi opere propagandistiche tagliando l’ossigeno ai trasporti utilizzati ogni giorno da operaie e operai, studentesse e studenti e pensionate e pensionati.  

Il tempo delle attese è scaduto. Se entro la fine del mese di giugno non arriveranno certezze scritte sull’erogazione immediata dei 400 milioni e sulle piene garanzie per i salari, la FILT CGIL Piemonte attiverà immediatamente le procedure per proclamare lo stato di agitazione e avviare le conseguenti azioni di sciopero in tutto il comparto del TPL regionale.  

Difenderemo il salario, il lavoro e il servizio pubblico senza fare sconti a nessuno.  

 

La Segreteria Regionale FILT CGIL Piemonte

Il Segretario Generale Giuseppe Santomauro

Canalis (Pd): “Il Piemonte apra le scuole il 31 agosto”

Occorre maggiore flessibilità e capacità di programmazione per sostenere la genitorialità e la funzione educativa e sociale delle scuole.

 In una Regione a forte tasso di invecchiamento e riduzione delle nascite come il Piemonte, mi sarei aspettata qualche reazione in più sull’innovativa misura adottata dalla Regione Emilia-Romagna, che quest’anno aprirà in forma sperimentale le scuole primarie il 31 agosto, con attività extrascolastiche sportive, culturali ed educative realizzate in collaborazione con un primo gruppo di Comuni, affiancati dal Terzo Settore, nell’attesa di rendere la misura strutturale nel 2027.

E’ un grosso segnale di attenzione per le famiglie, che a fine estate non hanno centri estivi ed altri servizi a cui appoggiarsi. La sperimentazione emiliano romagnola consiste in progetti realizzati da 42 Comuni e Unioni di Comuni e sostenuti dalla Regione con 3 milioni di euro, con un’offerta che comprende laboratori, sport, musica, creatività, gioco, assistenza.

L’Emilia-Romagna aveva già dimostrato grande capacità di innovazione con la misura ‘Scuole aperte’, attività extracurriculari pomeridiane realizzate nelle scuole secondarie.

In un contesto sociale molto cambiato, in cui tante famiglie non godono della presenza dei nonni o non hanno i soldi per la baby sitter, anche il mondo della scuola deve cambiare e rispondere ai nuovi bisogni, diventando spazio aperto alla comunità, anche nei periodi tradizionalmente vacanzieri.

Prima o poi andrà rivisto il calendario scolastico, ma intanto iniziative come quella della Giunta De Pascale sono un forte contributo alla conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro delle famiglie e alla funzione educativa della scuola oltre le attività curricolari, un contributo necessario quanto l’assegno unico, le politiche della casa e l’aumento dei salari, per sostenere natalità e genitorialità.

Da un lato c’è l’Emilia-Romagna che mette in piedi un progetto strutturale rivolto potenzialmente a tutti i bambini della scuola primaria. Dall’altro c’è il Piemonte che fa la lotteria del bonus Vesta, rivolto a una platea ristretta di bambini 0-6. In mezzo c’è una differente capacità di fare programmazione e di lavorare insieme ai comuni e al Terzo Settore.

Cosa ne pensa la neo assessora Cameroni?

Monica CANALIS – consigliera regionale PD

Blackout Torino, Ravello (FdI): “Sindaco in cortocircuito”

“Dalle solenni promesse alla città al buio. Torino ostaggio di una rete fragile, mentre il Comune usa Iren come un bancomat. Gli utili siano destinati ai ristori”
Appena un mese fa il sindaco Lo Russo si cimentava nell’attività in cui riesce meglio: il taglio dei nastri. Inaugurando compiaciuto la nuova Stazione Nord di Ireti da 25 milioni di euro, parlava di ‘sicurezza e salute’ e sosteneva che garantire continuità energetica fosse fondamentale per evitare conseguenze gravi per i cittadini durante le ondate di caldo. Parole solenni. Peccato che, trascorse poche settimane, Torino sia nuovamente sprofondata nel caos: blackout continui, quartieri al buio, disagi per famiglie, attività commerciali e persone fragili. È evidente che, su questo tema, sia lo stesso sindaco Lo Russo a essere finito in cortocircuito“. Ad affermarlo è Roberto Ravello, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Piemonte.
Il problema — continua Ravello — è che questa storia la sentiamo da anni. Solo nel giugno scorso, per esempio, Lo Russo chiedeva a Iren un ‘piano straordinario’ contro i blackout. Nel mentre, i giornali celebravano il nuovo maxi-trasformatore Ireti di Torino Nord con titoli trionfali: ‘Stop ai blackout estivi’. E invece oggi la realtà racconta una rete evidentemente ancora insufficiente, fragile e incapace di reggere persino all’inizio della stagione calda. E siamo solo a maggio…
Nel frattempo — prosegue Ravello — Iren continua ad annunciare piani anti-blackout senza risultati concreti. Una cosa, però, funziona benissimo: la distribuzione dei dividendi. Solo Torino, a fine giugno, incasserà circa 34,6 milioni di euro, per un totale di poco meno di 100 milioni destinati ai Comuni soci. La realtà è che, da un lato, Lo Russo usa Iren come un bancomat per tenere in piedi bilanci sempre più in difficoltà; dall’altro, invoca investimenti straordinari quando la rete collassa“.
Abbia allora il coraggio – conclude Ravello – di fare il primo passo: chieda formalmente a Iren di sospendere la distribuzione delle cedole e di reinvestire integralmente gli utili nella manutenzione della rete, nella resilienza infrastrutturale e nei ristori a cittadini e attività danneggiate. Perché la propaganda non accende la luce nelle case dei torinesi, né riapre le serrande delle aziende lasciate al buio“.

Caccia, Ricca (Lega): “Un conto tutelare lo stambecco, altro impedire contenimento”

“Assurda la proposta con cui Avs  vorrebbe azzerare la possibilità di caccia in Piemonte. Una richiesta irricevibile che somiglia più a una provocazione che a una presa di posizione. Il fatto che la Lega, insieme al presidente Cirio, si sia battuta e abbia ottenuto di mantenere la protezione della specie dello stambecco, simbolo autentico e sacro della nostra Regione, non significa che si debba chiudere alla possibilità di caccia e alle attività di contenimento perché è proprio da queste ultime che si ottiene la garanzia del rispetto dell’ecosistema. Del resto lo abbiamo visto nel post covid, quando a causa dello stop alle attività di caccia la riproduzione incontrollata di alcune specie come ad esempio il cinghiale ha prodotto danni incalcolabili a colture agricole e allevamenti di bestiame. Con il modello caccia-free non si ottiene la tutela dell’ambiente, ma l’esatto opposto, e si infligge un vulnus al contenimento che resta attività necessaria anzitutto alla tutela dell’ambiente. Ancora una volta certa sinistra ha ceduto alla tentazione di strumentalizzare una questione di buon senso nel tentativo di guadagnare una visibilità che però stavolta si gioca sulle spalle di agricoltori, allevatori e cacciatori. Ottenendo come unico risultato quello di dimostrare ciò che sono: distanti anni luce dalle esigenze di chi ogni giorno si guadagna da vivere con il lavoro. Respingeremo al mittente questo genere di richieste e continueremo a difendere chi  assicura il controllo faunistico così come tutte le categorie che fanno grande il nostro Piemonte e tutelano il nostro territorio, senza eccezioni”. Così in una nota in risposta alla dichiarazione della consigliera regionale di Avs, Alice Ravinale, il capogruppo Lega in Piemonte, Fabrizio Ricca.