POLITICA

Ai Comuni i Fondi di sviluppo e coesione

Dopo l’approvazione della Giunta regionale i 24 accordi di collaborazione, uno per ogni Area Territoriale Omogenea (ATO), che consentiranno la piena attuazione dei Fondi di Sviluppo e Coesione, hanno iniziato ad essere sottoscritti con gli 805 Comuni beneficiari, che riceveranno complessivamente 105 milioni di euro.

«Con queste risorse diamo risposte ai territori e finanziamo interventi strategici per le nostre comunità – dichiara il presidente della Regione Alberto Cirio – In questi anni abbiamo concentrato la nostra programmazione utilizzando le risorse disponibili, a partire dai fondi europei, per le necessità dei Comuni, con progetti su misura, costruiti insieme alle comunità locali, portando avanti un grande lavoro di trasformazione di un Piemonte che sta cambiando e che investe sul futuro».

«Il metodo con il quale in questa programmazione sono stati stanziati i Fondi di Sviluppo e Coesione – specifica l’assessore Gian Luca Vignale – ha consentito ai Comuni utilizzare le risorse per le priorità delle loro comunità con un’ampia gamma di possibilità. Dalla rigenerazione urbana alla salute e dall’istruzione al welfare. Ha visto le amministrazioni collaborare all’interno dell’Area con efficacia per creare strategie di sviluppo condivise e progetti di ampio respiro sovracomunale. Grazie ad un iter semplificato, infine, diverse opere sono state realizzate a poco più di un anno dall’inizio della programmazione, mentre gran parte dei progetti presentati e finanziati sono in corso d’opera o hanno già superato la fase di progettazione per essere cantierizzati. Uno strumento che per la sua semplicità, efficacia e coinvolgimento dal basso dei Comuni contiamo di replicare come buona pratica per l’utilizzo dei fondi di sviluppo».

Si è cominciato mercoledì 11 marzo dal Cuneese: a Ceva per le aree Terre di Langa, Valle Stura, Monregalese, Valle Tanaro e Cebano, poi a Cherasco per le aree Roero, Pianura cuneese, Terre del Monviso, alla presenza del presidente Cirio e degli assessori Vignale e Marco Gallo.

Perchè non ho condiviso le idee di Bossi

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Anche quando muore un politico, bisogna pensare che è morto un uomo con tutte le conseguenze umane che esso comporta, in primis il rispetto. Ma chi come me ha dedicato la vita allo studio del Risorgimento che ha amato e ama profondamente, non può provare sentimenti di lutto  politico, se non molto generico, per la morte di Umberto Bossi.  Io avrei potuto discutere con Miglio e con il mio amico Galli, come faccio da anni, ma la volgarità plebea di Bossi non poté mai interessarmi. Fu l’interprete di un secessionismo che non ebbe nulla in Comune con il federalismo di un Cattaneo nato per unire l’Italia, come ricordava Emilio Papa. Fu troppo demagogico, troppo amante della canottiera. Io non rinuncio quasi mai alla giacca e alla cravatta. Certo non si giudicano le persone per la canottiera o per la “gabina”, ma si incomincia a provare una certa  ripulsa quando c’è gente che vuole relegare il Tricolore nel gabinetto. Questo rivoluzionario a parole si è poi ammorbidito nell’esercizio del potere non sempre in modo limpido. I suoi collaboratori portarono il cappio in Parlamento – un atto infame -ma finirono poi di spartirsi il potere con tutti gli altri. Il pratone di Pontida divenne il pretesto di una scampagnata . La Lega di Salvini che nel 2015 andò sulle sue sponde a raccogliere in una ampolla le acque del Piave e non quelle del Po, è il simbolo di una Lega  molto diversa. Solo il razzismo implacabile fa da collante tra una e l’altra Lega, anche se la Bossi – Fini non ha neppure lontanamente risolto i problemi degli sbarchi . Salvini ha superato l’odio anti meridionale, una scelta antinazionale. Bossi rappresenta la II repubblica nei suoi aspetti meno significativi, per voler usare un eufemismo. Io per tante ragioni resto fermo alla prima Repubblica che ha garantito uomini capaci, pace e libertà a tutti i cittadini. Non seppe reagire al ‘68, ma seppe affrontare e piegare il terrorismo. Non ci sono atti politici significativi della II Repubblica  destinati a passare alla storia forse anche a causa della virulenza dell’ opposizione che ha bloccato le riforme. Berlusconi ne esce molto meglio perché comunque ha dimostrato un’inventiva politica indiscutibile, creando una alleanza politica destinata a durare. Bossi resta una figura secondaria con atteggiamenti contraddittori al di là della virulenza dei suoi linguaggi che potevano piacere ai semplici, ma di politico avevano molto poco.

Molinari: “Bossi continuerà ad accompagnarci nel nostro cammino politico”

“Umberto Bossi non è stato solo il fondatore della Lega, ma uno dei più importanti esponenti politici dell’Italia repubblicana. Quando, quindicenne, ho bussato alla porta della sezione della Lega di Alessandria, l’ho fatto perché affascinato dal carisma di Umberto, e dalla sua capacità di arrivare al cuore della gente del Nord. Tutto il mio successivo impegno politico, fino ad oggi, è stato ispirato dai suoi insegnamenti, dalla sua forza di trascinatore, ma anche dalla sua sottile capacità diplomatica, che ha consentito alla Lega di radicarsi nei nostri territori, di crescere, di dar voce ai bisogni, alle esigenze, ai sogni dei popoli del Nord. La battaglia che in questi anni stiamo conducendo, insieme al Segretario Salvini e al Ministro Calderoli, per l’autonomia differenziata nelle nostre regioni è figlia degli ideali ‘bossiani’ grazie ai quali tutti noi, dentro la grande comunità della Lega, ci siamo incontrati, siamo cresciuti, abbiamo imparato a lottare senza mai arrenderci. Umberto Bossi oggi ci lascia fisicamente, ma la sua forza e i suoi insegnamenti continueranno ad accompagnarci nel nostro cammino politico. Come diceva nei suoi comizi “Quando un Popolo cammina, piega la Storia”. Il cammino è ancora lungo, ma lui ha aperto la strada e ci ha indicato la via”.

Così l’on. Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera dei Deputati, e segretario della Lega in Piemonte, ricorda la figura di Umberto Bossi.

Delmastro, Grimaldi (AVS): La vicenda non si può archiviare con un “non sapevo”

“Lo scandalo relativo al ristorante aperto da Delmastro, Chiorino e altri esponenti di FdI in società con Miriam Caroccia, Bisteccherie d’Italia, non riguarda certo la natura della carne e la sua provenienza. Sapete se Giorgia Meloni abbia detto qualcosa? Possibile che i dirigenti del suo partito non sappiano chi sia il ‘boss della camorra romana’ Michele Senese o’pazz? È possibile che un avvocato classe 1976, un Sottosegretario alla Giustizia non conoscesse l’inchiesta ‘Affari di Famiglia’ che ha coinvolto i Caroccia con l’arresto (nel 2020) del padre della sua socia appena maggiorenne? Supponiamo che non ne sapesse nulla fino alle sentenze definitive sui Caroccia e sul clan Senese: come mai il Sottosegretario ha chiesto a persone a lui vicine di entrare in società con una ragazza appena diciottenne? Come l’ha conosciuta? Chi gliel’ha presentata? Perché la società è stata fondata a Biella? Come mai la proprietà delle quote di quella società non risulta nella dichiarazione dei redditi depositata da Delmastro alla Camera? Perché, nel novembre 2025, Delmastro ha venduto il 25% di quote a una società che lui stesso possiede al 100%, per poi cedere e far cedere tutto dopo il pronunciamento della Cassazione? A proposito di giustizia, certo non siamo di fronte a una vicenda che può essere archiviata con un ‘non sapevo’” – lo dichiara il Vicecapogruppo di AVS alla Camera, Marco Grimaldi.

Se il pop funziona non va bene

Di Patrizia Corgnati

La presenza al podcast di Fedez di Giorgia Meloni, sdogana, una volta per tutte, nuove modalità di informazione e comunicazione. Ci piace? Non ci piace? Non importa. E’ così. Vogliamo fermare l’onda? Non ci riusciremo perché mentre intellò e mainstream si aggrappano a quel che resta del proprio potere patrizio, irridendo la plebe gretta e ignorante, la plebe ha già trovato una propria alternativa e una propria modalità di comunicare e informarsi che sarà sempre di più quella del futuro. La Meloni, e il suo staff, l’ha capito e ha dimostrato di essere avanti

Leggi l’articolo su lineaitaliapiemonte.it

https://www.lineaitaliapiemonte.it/2026/03/19/leggi-notizia/argomenti/editoriali/articolo/se-il-pop-funziona-non-va-bene.html

Soppressione AV Bardonecchia, Ravello (Fdi): “Non possiamo stare fermi”

REITERATA RICHIESTA AUDIZIONE DI TRENITALIA FRANCE IN COMMISSIONE. SERVE CONFRONTO, NON POSSIAMO STARE FERMI MENTRE ALTRI TERRITORI AVANZANO.

“La soppressione della fermata di Bardonecchia sulla linea alta velocità Milano-Parigi continua a rappresentare un tema rilevante per il versante italiano e per il sistema turistico dell’alta Valsusa. Per questo ho ritenuto opportuno reiterare la richiesta di audizione di Trenitalia France in Commissione Trasporti, già avanzata nei mesi scorsi”. Ad affermarlo Roberto Ravello, vice Capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Piemonte e Presidente della Commissione Bilancio di Palazzo Lascaris.

“Appare utile, se non ormai necessario, procedere in tempi congrui con un approfondimento istituzionale, volto a chiarire le motivazioni della scelta e a valutare eventuali correttivi. Parliamo – continua Ravello – di attrattività turistica, crescita economica, competitività territoriale e gestione dei flussi transfrontalieri: una partita troppo importante per lasciare i territori soli nel cercare un’interlocuzione ufficiale con chi quella decisione l’ha presa”.

“Si tratta – conclude Ravello – di capire se la situazione attuale tenga adeguatamente conto delle esigenze e degli equilibri del lato italiano della tratta. Non possiamo permetterci di restare fermi mentre altri territori avanzano: abbiamo il dovere di evitare che il divario competitivo tra Hautes-Alpes e Alta Valsusa diventi incolmabile, a maggior ragione in vista delle Olimpiadi invernali del 2030”.

Sanità, PD Regione: “Difendiamo presidio via Le Chiuse”

Il dibattito sul futuro della sanità torinese non può limitarsi a una fredda gestione di sigle burocratiche; deve invece partire dai bisogni reali di una popolazione che, negli ultimi cinque anni di programmazione PNRR, è diventata sensibilmente più anziana e fragile. Questo è il cuore della riflessione portata oggi dai consiglieri regionali del Partito Democratico durante la IV Commissione, dove sono stati ascoltati i rappresentanti dei 1.796 cittadini firmatari della petizione per il mantenimento del presidio di via Le Chiuse 66.
Nonostante le rassicurazioni tecniche fornite dal Direttore del Distretto Nord-Ovest, il dr. Carlo Romano, resta forte il timore che la riorganizzazione territoriale si traduca in un impoverimento dei servizi per i quartieri Campidoglio e San Donato. È un errore  non cogliere l’occasione del PNRR per potenziare l’offerta sanitaria in zone che contano oltre 45.000 residenti, dove la demografia è profondamente mutata e richiede risposte di prossimità più forti, non trasferimenti o ridimensionamenti. La nostra battaglia, al fianco dei cittadini, è centrata sulla garanzia che i servizi fondamentali restino dove la gente vive.
Chiediamo che in via Le Chiuse siano confermate le attività di assistenza primaria, i prelievi, l’ambulatorio infermieristico e tutti quegli sportelli amministrativi, come la scelta e revoca del medico, che sono vitali per chi ha difficoltà di spostamento. Allo stesso tempo, pretendiamo certezze sulla piena e reale accessibilità della sede di via Pacchiotti, che non può essere considerata una soluzione se non garantisce un accesso agevole a tutta l’utenza.
In un momento in cui la sanità piemontese dovrebbe fare un salto di qualità con l’arrivo di una quantità di risorse attraverso il PNRR, proponiamo inoltre di integrare nei presidi territoriali un servizio di psichiatria di base, una necessità sempre più evidente per rispondere alle nuove fragilità sociali. Le risorse ci sono, ma vanno usate per confermare tutte le Case di Comunità come veri e propri “Hub” di servizi attivi, evitando che la razionalizzazione diventi, nei fatti, un taglio mascherato. La salute deve restare un bene di quartiere, vicino a chi ne ha più bisogno.
Gianna Pentenero, Daniele Valle, Monica Canalis e Alberto Avetta (PD) – Consiglio Regionale del Piemonte

Cosa accadde il 17 marzo 1861

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Il 17 marzo è la giornata dell’ Unità nazionale, della bandiera e della Costituzione, una festività un po’ confusa che mescola realtà differenti e che non ha mai avuto seguito neppure nelle scuole.

E’ certo importante evitare di ridurre al 25 aprile e al 2 giugno le festività nazionali, ma in realtà la festa dell’Unità nazionale è il 4 novembre, quando con Trento e Trieste si completò il Risorgimento. Il 17 marzo 1861 non si realizzò l’ Unità nazionale perché mancavano ancora  il Veneto e Roma capitale,ma  nacque il Regno d’ Italia o, se non vi piace il Regno, l’idea di Nazione, formatasi nei secoli, divenne Stato unitario.

Croce parlò di “Sorgimento” come un unicum nella storia italiana. “La giornata della Costituzione non c’entra nulla, anche se la Costituzione repubblicana fu un approdo importantissimo e resta la nostra magna charta.

Approfittando degli studiati silenzi attorno al 17 marzo il principe Emanuele Filiberto ne ha approfittato per rivendicare a Casa Savoia il merito esclusivo del Risorgimento. Il Principe, prima di avventurarsi nelle sabbie mobili della storia  dovrebbe studiarla. Suo padre Vittorio Emanuele mi disse una volta che sarebbe venuto volentieri a sentire le mie lezioni. Troppo onore. Non pretendo tanto dall’attuale  principe molto  autoreferenziale, ma a distanza lo invito a studiare l’opera immensa e decisiva del Conte di Cavour a cui si deve lo Stato unitario del 1861. Certo Vittorio Emanuele II ebbe un ruolo importante.  La Casa Savoia ebbe il merito con Carlo Alberto di porsi alla guida del movimento nazionale, ma  affermare l’esclusiva della Casa Savoia  rivela una  ignoranza storica che avrebbe fatto arrossire Umberto II che nel 1961 scrisse uno storico messaggio che rivelò la statura dell’ultimo re d’Italia.

Ieri, parlando di questi temi, ho cercato, insieme a Barbara Ronchi della Rocca, di rinverdire la memoria storica del Risorgimento che ebbe al centro Cavour e Mazzini : il realismo e l’utopia.  Ambedue importanti a forgiare la Nazione italiana.

Nicco: “Unità nazionale e senso di appartenenza”

“In occasione del 165° anniversario dell’Unità d’Italia celebriamo una storia che vive nelle persone, nelle comunità e nelle tante identità che rendono unico il nostro Paese. E che non appartiene solo ai libri. L’Italia è fatta di differenze, di sensibilità e di tradizioni che non dividono ma arricchiscono: ed è proprio questa pluralità la nostra forza più autentica”. Lo dichiara il presidente del Consiglio regionale Davide Nicco in occasione della Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera, che si celebra oggi.

“L’eredità del Risorgimento – aggiunge – ci affida una responsabilità: convivere insieme senza annullare le identità, dando valore a ogni territorio e a ogni voce del nostro popolo. E non è un caso che questo percorso sia partito da Torino, prima Capitale d’Italia, luogo simbolo di una visione che ha saputo trasformare realtà diverse in un unico destino. Di qui continua a vivere un’idea di Paese che trova nella Costituzione il suo punto di equilibrio nei diritti che uniscono e nei doveri che responsabilizzano”.

“Nei simboli che ci rappresentano, come il Tricolore e l’Inno di Mameli – conclude il presidente – riconosciamo ogni giorno quel senso profondo di appartenenza che va oltre le peculiarità di ogni regione e ci ricorda che siamo una sola comunità. Per questo celebrare l’Unità d’Italia, oggi, significa custodire le nostre radici, ma soprattutto avere la consapevolezza che nella bellezza e nella ricchezza di ciascun Comune, anche il più piccolo, sta la forza che ci tiene uniti”.

Ufficio Stampa CRP