LIFESTYLE- Pagina 2

Le supposte di glicerina

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Andreino è un tipo piuttosto strano. Non tanto per l’aspetto fisico – mingherlino, calvo, con due gambette corte e secche come manici di scopa – quanto per il carattere, diciamo chiuso, che dimostra di avere. Andreino è un burbero solitario. Uno di quelli  che dormono con il sedere scoperto , sempre di cattivo umore. Vive da solo, lavora da solo ( è un artigiano del ferro che non conta le ore e si tira “piat cumè ‘n dés ghèi”, piatto come una moneta da dieci centesimi, vale a dire stanco morto ), mangia da solo davanti alla tv accesa, va a cercar funghi da solo e non pesca mai dove ci sono altri. Ha le sue idee fisse sulla salute ( “l’infragiùur, se t’al cùrat, al dura sèt dì, se t’al cùrat mìa, al pòl durà anca na ‘smana”, che – tradotto –significa che il raffreddore, se lo curi, dura sette giorni, se non lo curi può durare anche una settimana).

A dimostrazione della scarsa considerazione che ha, in genere, dei dottori. L’unico per cui ha rispetto è il dottor Rossini. Da quella volta che gli curò una fastidiosissima sciatalgia, per Andreino è “un gatto”, il migliore, l’unico vero medico in circolazione. Se lo dice lui che si vanta di aver consumato più scarpe che lenzuola, dichiarando la buona salute e una certa avversione per quei signori che avevano contratto il giuramento di Ippocrate, c’é da credergli. Il problema è che il dottor Mauro Rossini, quelle rare volte che lo ha incontrato nella veste di paziente nel suo studio medico, non è quasi mai riuscito a spiegargli le cure che servivano poiché Andreino lo interrompeva,  annuendo vigorosamente e ripetendo come un mantra: “ho capito…certo…chiaro… grazie, grazie, dottore”. Un comportamento a dir poco imbarazzante, con tutti i rischi che poteva generare, tra i quali l’incomprensione. Tant’è che un giorno, recatosi dal medico perché sofferente da tempo di stitichezza e senza che nessun tipo di cura gli avesse fatto effetto, mentre il dottore stava illustrando diagnosi e rimedio, si alzò di scatto, lo ringraziò con tutto il cuore e si precipitò nella farmacia davanti al municipio. “Si ricorda la posologia?”, chiese il farmacista, consegnandogli le supposte di glicerina. Lui disse di sì e,  a scanso di equivoci, se ne fece dare due scatole. Passati una decina di giorni si presentò dal suo medico che gli domandò come stesse e se le supposte avessero fatto il loro dovere. Andreino, tenendo gli occhi bassi, temendo di fare una critica all’uomo che tanto stimava, rispose: “Caro dottore, per andar di corpo ci sono andato e son più libero ma mi è venuto un gran mal di stomaco. Quelle supposte “in pròpi gram”, sono cattive. Ogni volta che ne mettevo in bocca una e la masticavo mi veniva da vomitare”. Cos’era mai stato, direte voi? Ha poi solo sbagliato la parte, in fondo. Invece di farsele salire, le supposte le fece scendere. Comunque , l’effetto per esserci stato c’è stato. Alla spiegazione del medico, una volta tanto, prestò ascolto e compreso l’errore, si affannò con le scuse e i buoni proponimenti. Da quel giorno Andreino sta ancora da solo come un eremita ma ha imparato, se non ad ascoltare chi gli parla per il suo bene ( è più forte di lui..) almeno a leggere i bugiardini delle medicine. Così, per evitare fastidi e un po’ , come gli disse Giuanin, battendogli una gran pacca sulle spalle, per “tègn da cùunt la candéla che la prucisìon l’è lunga”. Un modo come un altro per dire al burbero ometto di aver cura di sé. Con il dubbio che le parole gli entrino da un orecchio per uscire immediatamente dall’altro.

Marco Travaglini

Le lasagne in bianco con verdura e salmone

Le lasagne sono sempre perfette, ideali per le occasioni speciali. Ricche e gustose si possono preparare in tante varianti sfiziose. Gustiamole in bianco con la verdura ed il pesce. 

Ingredienti 

1 Confezione di sfoglia per lasagna (senza precottura) 
200gr. di ricotta 
150gr. di mascarpone 
250gr. di ritagli di salmone affumicato 
1 palla di spinaci cotti 
500ml. di besciamella 
Pepe, sale, timo, parmigiano grattugiato q.b

Saltare in padella, senza condimento, i ritagli di salmone tagliati a striscioline. Lasciar raffreddare. Mescolare la ricotta con il mascarpone, unire gli spinaci cotti e saltati in padella, il timo, il sale, il pepe ed il salmone. In una teglia da forno imburrata assemblare le lasagne a strati alternando le sfoglie al composto e besciamella. Ultimati gli ingredienti cospargere con abbondante parmigiano. Cuocere in forno a 180 gradi per circa 30 minuti. 



Paperita Patty 

E la Lippa roteava nell’aria

Mai capitato di sentirvi dire, in varie forme dialettali, “…ma vai a giocare a lippa ! “, che era poi – spesso – un modo come un altro per esprimere una scarsa considerazione nei mezzi e nelle qualità del prossimo ?

Riordinando i ricordi dei giochi d’infanzia, da “praticare” all’aperto, nei prati ( dove non c’erano vetri da rompere e, di conseguenza, non c’erano nemmeno botte da prendere..), un posto di tutti rispetto va assegnato – per simpatia e particolarità – alla “Lippa”. Mai capitato di sentirvi dire, in varie forme dialettali, “..ma vai a giocare a lippa ! “, che era poi – spesso – un modo come un altro per esprimere una scarsa considerazione nei mezzi e nelle qualità del prossimo ? Un modo, a dire il vero, piuttosto improprio ed ingeneroso vista la discreta abilità che era richiesta ai praticanti della “lippa”, vera antesignana – secondo alcuni – del baseball. Ma, tralasciando l’aspetto storico sul quale ritorneremo dopo, vediamo in che cosa consiste il gioco. Si comincia dagli attrezzi, che sono due: il bastone e la “lippa” vera e propria, entrambi di legno, non di rado ricavati da un manico di scopa o, in mancanza, da qualsiasi ramo purché diritto ( era molto diffuso l’uso del nocciolo, flessibile, sinuoso e robusto ). La “lippa”, di solito lunga una spanna e mezza, aveva due punte che permettevano – colpendone una con il bastone – di alzarla e batterla al volo per “tirarla” il più lontano possibile. E la “lippa”, roteando nell’aria, tesseva la fitta trama del gioco. Il bastone – lungo più o meno un metro – aveva due funzioni: da una parte quella, già detta, di “battere” la lippa e dall’altra quella di fungere da unità di misura nella determinazione dei punti. Il gioco era aperto a tutti, da due ragazzi in su, e ci si accordava innanzitutto sulla scelta del campo, sulla direzione del tiro e sul numero dei punti necessari a vincere la partita.

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Prima di dare il via alla sfida bisognava “segnare” la base, cioè un cerchio di circa 150 centimetri di diametro, da tracciare “grattando” il terreno con il bastone, muovendosi su se stessi in senso rotatorio come in una sorta di “compasso vivente”. Sorteggiato l’ordine di battuta dei giocatori, la “lippa” poteva cominciare, ovviamente rispettando le regole che non erano poche.Vediamole, nella successione dei “gesti”. Il battitore si poneva dentro la base con lippa e bastone in mano, gli avversari si disponevano ad una distanza – ritenuta dagli stessi “giusta” – per poter valutare direzione e lunghezza del tiro. Il battitore, che disponeva di un solo tiro, chiedeva l’apertura del gioco pronunciando una parola convenzionale ( da noi diceva “lippa” ) e gli altri gli esprimevano il loro consenso rispondendo con un’altra parola ( nel caso che ricordo era “dàgla”, cioè dagliela.. intendendo la bastonata ), ma potevano anche rispondere diversamente, per ingannare il battitore e – secondo le regole – eliminarlo qualora questo avesse iniziato ugualmente il gioco. Tuttavia il battitore, a scanso di spiacevoli sorprese, sventava le insidie mettendosi al riparo con la formula liberatoria ed universale del ” Tutto vale! “. Sgombrato il gioco da preliminari e trabocchetti, avveniva il lancio della “lippa” che, colpendola a mezz’aria, si voleva mandare il più lontano possibile dalla base. Se sbagliava il tiro lo si dichiarava “cotto” e doveva lasciare il passo a chi seguiva. Se il tiro era valido, gli avversari tentavano di acchiappare al volo la “lippa” e se l’operazione aveva successo il battitore era “cotto”. Nel caso che la presa al volo falliva bisognava recuperare la “lippa” dal punto di caduta e rispedirla al battitore che doveva , a sua volta, ribatterla al volo e mandarla il più lontano possibile per “difendere” la base e poter avere ancora in mano gioco e battuta. Scontato che, se non riusciva, la cosa si faceva più complessa: se la “lippa” cadeva entro il perimetro della base o entro la misura di un bastone dalla medesima, il battitore era “cotto”; se cadeva oltre queste misure il battitore aveva diritto a tentare tre tiri alzando e battendo al volo la “lippa” dal punto in cui era caduta. I punti venivano calcolati in modo piuttosto singolare. Se il battitore andava a segno, proponeva lui stesso un numero di punti equivalente ( a sua valutazione ) a tante misure di bastone quante ne intercorrevano tra la base ed il punto di caduta della “lippa”. Gli avversari accettavano la proposta ? I punti venivano assegnati.

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Gli avversari però potevano fare una controproposta ( ovviamente inferiore.. ) : se il battitore l’accettava quella diventava legge, se la rifiutava si arrivava alla misurazione. Se la distanza risultava più vicina a quella proposta dal battitore i punti che aveva richiesto venivano raddoppiati, se viceversa era più giusta la controproposta il battitore restava con un palmo di naso e all’asciutto. Un bel regolamento, vero? In realtà il gioco della “lippa” offriva tre varianti: quella soltanto “battuta”, in cui si cercava di far arrivare la “lippa” in un certo punto o alla massima distanza – con delle gare molto semplici in cui ognuno giocava per se – , la versione della “lippa” in cui un giocatore la tirava e l’altro doveva afferrarla al volo ed infine la “lippa” tirata, afferrata e rilanciata, la più complessa ed anche la più bella, che abbiamo prima descritto. Ed è lei, per tornare al punto di partenza, la probabile antenata del baseball. Il gioco più famoso d’America – che in origine venne chiamato Town-ball, successivamente New York Game e dal 1839 con l’attuale Baseball – deriva dal Cricket portato in America ( come il Bowling… ) dai coloni inglesi. E se il “nobile Cricket ” discendesse dalla popolare “lippa”? Il cerchio sarebbe chiuso. E tutto torna, com’è successo per il Baseball. Dall’Europa si trasferì in America dove si rifece un nome per poi tornare nella terra d’origine. In Italia l’americano Max Ott ( forse una modifica anglofona di Massimo Ottino.. ), nel 1919, a Torino, organizzò la prima squadra italiana di Baseball. Una prova della “capacità migratoria” della lippa ? Di quella lippa che in Italia aveva molti nomi a seconda delle regioni ( dall’Aré Brusé fiorentino alla Bricca canavesana ) ed una comune radice antica ? Non saprei rispondere. So però che mentre mister Ott organizzava il Baseball tricolore con più o meno le stesse regole della “lippa”, i nostri bisnonni ed i nostri nonni ( allora ragazzini ) almeno qualche volta provavano la battuta al volo. E non è detto che non riuscissero a fare anche un bel po’ di punti.

Marco Travaglini

 

Quattro ragazze dal Piemonte finaliste per Miss Italia 2026

Quattro ragazze piemontesi ed un unico grande sogno, quello di diventare Miss Italia. E per loro, prima della finalissima del 21 settembre, in diretta su Raiplay e TV San Marino, l’esperienza all’Academy Nazionale del prestigioso concorso che si terrà dall’8 al 10 settembre presso il Castello di Santa Severa, a Santa Marinella, in provincia di Roma. Le quattro Miss che si sono aggiudicate l’ambita esperienza sono: Francesca Rita Longobardi, 21 anni di Grugliasco e Miss Piemonte, studentessa universitaria. Prima ancora della determinazione, in Francesca si nota l’empatia: osserva con attenzione chi ha davanti e cerca un contatto autentico con le persone. Il lavoro di babysitter ha rafforzato responsabilità e pazienza; la palestra e la danza Heels rappresentano spazi di disciplina e libertà. Nell’ultimo anno è uscita consapevolmente dalla sua zona di comfort, avvicinandosi alla moda, allo spettacolo e alla comunicazione. Immagina il futuro tra economia, marketing, organizzazione di eventi, con l’obiettivo di migliorarsi sempre e viaggiare molto.

Emily Zoe Pugliese, 20 anni, Miss Valle d’Aosta, di Ciriè, è diplomata al liceo scientifico ed è iscritta alla facoltà di Biotecnologie presso l’Università di Torino. Parallelamente lavora come cameriera in un ristorante nel weekend. Entrare in un ambiente nuovo significa, per Emily, lasciarsi guidare dalla curiosità e cercare un clima di armonia. Predilige il dialogo ai conflitti, e considera l’ascolto il modo migliore per comprendere gli altri. Ha praticato numerose discipline, tra cui roller, sci, nuoto ed equitazione, e mantiene con lo sport un rapporto costante fatto di movimento e scoperta. Il mondo della moda è un interesse recente che Miss Italia le consente di esplorare con maggiore consapevolezza. Vuole concludere gli studi e capire come trasformare questa esperienza in una opportunità professionale.

Nicole Medini, 18 anni, Miss Sport Givova, di Carmagnola, studia al liceo con indirizzo rivolto alla moda. Parallelamente svolge un’attività di circense. La pista del circo è stata la sua prima scuola. Fin da bambina, Nicole si esibisce con hula-hoop e trapezio. La sua è una professionalità dello spettacolo costruita sul campo, fatta di allenamento quotidiano, precisione, gestione del rischio, rapporto con il pubblico e capacità di continuare anche quando l’emozione è forte. Non considera il circo un semplice ambiente di provenienza, ma una scuola di vita e una direzione futura. All’Acedemy porta presenza scenica, coordinazione, coraggio e professionalità con la performance dal vivo, qialita rare maturate grazie ad anni di lavoro reale.

L’ultima, ma non meno importante, ragazza che sogna di diventare Miss Italia è Greta Vianelli, 20 anni, torinese, Miss Torino, studia fisioterapia e ama la moda e le passerelle. Ambizione e semplicità convivono senza contrasto nel modo in cui Greta guarda alle esperienze quotidiane. Dopo il liceo scientifico continua a studiare e a praticare lo sci, disciplina che richiede precisione e controllo, capacità di adattarsi rapidamente alle condizioni.

Le quattro Miss sono pronte a entrare nell’Academy con consapevolezza ed entusiasmo, portando con sé il bagaglio di esperienza che ha dato loro il lungo percorso di Miss Italia sotto la guida di Mirella Rocca, agente esclusivista Piemonte e Valle d’Aosta. La loro preparazione è destinata a crescere grazie alla full immersion con l’attrice Fioretta Mari, che le guiderà come protagoniste in un documentario reality destinato a Rai Play e TV San Marino, con la partecipazione di Giulia Salemi. Al termine della tre giorni, il 10 settembre saranno scelte le ragazze che faranno parte della finalissima che si svolgerà presso il castello di Santa Severa, a Santa Marinella.

“Sono molto contenta del risultato raggiunto dalle mie ragazze – spiega Mirella Rocca – non era per nulla scontato che il Piemonte e la Valle d’Aosta arrivassero fino a qui. Le selezioni sono molto difficili. A questo punto mi auguro che almeno una di loro possa accedere alla finalissima; si tratta di ragazze preparate e intelligenti pronte a farsi notare sulla passerella”.

Mara Martellotta

Sfoglia caramellata alla crema, trionfo di dolcezza

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Una croccante sfoglia caramellata che racchiude una deliziosa crema pasticcera aromatizzata al limone.

Un perfetto connubio di morbidezza e friabilita’, semplice e irresistibile.

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Ingredienti

 

1 confezione di pasta sfoglia pronta quadrata

500ml. di latte fresco intero

4tuorli

100gr. di zucchero

40gr. di maizena

1 bustina di vanillina

1 limone

Zucchero a velo

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Preparare la crema pasticcera. Portare ad ebollizione il latte aromatizzato con la buccia di limone grattugiata, lasciar intiepidire e filtrare. Lavorare i tuorli con lo zucchero, unire la vanillina, versare il latte a filo sempre mescolando. Cuocere la crema a bagnomaria per circa 10 minuti. Lasciar raffreddare, aggiungere il succo di  ½ limone senza mai smettere di mescolare. Disporre una base di sfoglia su un piatto da portata, coprire con la crema pasticcera, mettere la seconda sfoglia, ricoprire con la crema. Disporre l’ultima sfoglia, spolverizzare di zucchero a velo, guarnire a piacere. Servire fresca.

 

Paperita Patty

Ping pong in piazza Arbarello: una promessa che diventa realtà

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Due tavoli da ping pong potrebbero arrivare già a ottobre in piazza Arbarello, trasformando una semplice promessa familiare in un nuovo spazio pubblico dedicato allo sport, al gioco e all’incontro per tutti i cittadini in un’area carente di impianti sportivi.
Il progetto, promosso dall’associazione A Tutto Tondo e sostenuto dalla Circoscrizione 1, è nato nel 2024 da un’idea di Cristina Rondolino, partita da una promessa fatta al figlio: portare il ping pong in piazza. Da quel desiderio è nata una raccolta fondi che ha in primis coinvolto cittadini e tutte le scuole del quartiere. In un secondo tempo, la Fondazione Vialli Mauro, che ha gestito il progetto rivolto alle associazioni del territorio  con i fondi della Compagnia di Sanpaolo, ha reso possibile coprire una parte importante dell’investimento con un bando a sostegno delle attività sportive.
Ora manca solo un’ultima quota per completare il finanziamento e il crowdfunding resta aperto. E’ possibile partecipare direttamente dalla pagina della campagna: https://bit.ly/pingpong-arbarello
Nelle prossime settimane è prevista una festa dedicata al progetto, per coinvolgere ancora una volta il quartiere e raccogliere ciò che serve per arrivare al traguardo.
Nel frattempo, anche il lungo percorso tecnico e amministrativo con la Circoscrizione 1 durato due anni, è ormai alle battute finali. Dopo aver escluso l’ipotesi iniziale di installare i tavoli sul prato, per tutelare l’area verde di Piazza Arbarello, il progetto è stato ripensato insieme agli uffici competenti. Restano gli ultimi dettagli, il tracciamento dell’area e il passaggio finale con la Soprintendenza per la data di installazione dei tavoli.
I due tavoli, in calcestruzzo e acciaio, saranno pensati per durare nel tempo e saranno gestiti nella manutenzione e nella pulizia da Amiat.
Ma l’obiettivo va oltre due semplici tavoli. L’idea è portare nel cuore della città un’occasione gratuita di movimento e socialità, soprattutto per bambini, ragazzi e famiglie. Racchette e palline potranno essere messe a disposizione gratuitamente anche grazie alla collaborazione con i locali della zona, così che chiunque possa fermarsi e giocare.
Se gli ultimi passaggi andranno come previsto, a ottobre piazza Arbarello potrebbe quindi avere un nuovo punto di incontro per tutta la cittadinanza!
Quella che era iniziata come una promessa fatta a un figlio potrebbe così diventare una piccola conquista di tutto il quartiere.

Link: https://www.gofundme.com/f/portiamo-il-ping-pong-in-piazza-arbarello

Sui binari della storia: 140° della linea  Novara – Vignale – Varallo

 

La Fondazione FS Italiane, in collaborazione con il Museo Ferroviario Valsesiano ed il Comune di Varallo Sesia, sabato 12 e domenica 13 settembre celebra il 140° anniversario della linea turistica Novara – Vignale – Varallo, con un ricco fine settimana all’insegna della cultura ferroviaria, con treni storici, show di rotabili, presentazioni editoriali e tante altre iniziative.

Protagonista assoluto della due giorni nel cuore della Valsesia sarà il treno storico a vapore che collegherà Novara alle località servite dalla linea fino a raggiungere Varallo, la cui stazione è ubicata ai piedi del suggestivo Sacro Monte, percorrendo un itinerario tra i più panoramici e affascinanti di tutta Italia.

Sia nella giornata di sabato 12 che domenica 13 il treno storico a vapore partirà dalla stazione di Novara alle ore 9.50. Previste fermate intermedie a Fara (10.25), Romagnano Sesia (10.50), Borgosesia (11.25) e arrivo a Varallo alle ore 12. Il treno di ritorno per Novara partirà nel pomeriggio alle 16.30 con arrivo a destinazione previsto per le 18.25

A bordo saranno proposti momenti di intrattenimento e una degustazione a cura del Museo Ferroviario Valsesiano, in collaborazione con il Comune di Varallo.

Numerose le iniziative previste nell’area ferroviaria di Varallo, all’interno del rinnovato magazzino merci e negli spazi esterni recentemente recuperati e restaurati dove sarà possibile lo spettacolo di una locomotiva a vapore del Gruppo 880.

Nel corso del pomeriggio sono previsti incontri e presentazioni dedicati alla storia ferroviaria del territorio, tra cui testimonianze e ricordi di ex macchinisti che hanno operato sulla linea, la presentazione a cura di Angelo Nascimbene del fascicolo “Binari Senza Tempo Piemonte” edito dalla Duegi Editrice e dedicato alle quattro linee piemontesi inserite nel progetto di valorizzazione turistica della Fondazione FS.

Ed ancora, sarà possibile visitare lo shop della Fondazione FS Italiane e DUEGI Editrice presso il magazzino merci, un percorso fotografico dedicato alla storia della linea, l’annullo filatelico, l’esposizione di cimeli ferroviari, diorami e modelli presso la sede del Museo Ferroviario Valsesiano, le carrozze storiche Centoporte accompagnati dai volontari. Dalle ore 14.00 alle ore 16.00 sarà possibile partecipare a una visita guidata del centro storico di Varallo.

I biglietti per viaggiare a bordo dei treni storici a vapore tra Novara e Varallo Sesia sono disponibili su tutti i canali di vendita Trenitalia e sul sito www.fondazionefs.it.

Maggiori informazioni sui canali social della Fondazione FS o all’indirizzo di posta elettronica trenistorici@fondazionefs.it

I Presìdi Slow Food a Terra Madre Salone del Gusto 2026

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A Torino sbarcano oltre 130 Presìdi Slow Food italiani, di cui 12 novità che verranno presentate ufficialmente nei giorni dell’evento. Ecco la mappa delle new entry più gustose, dalla Calabria al Trentino, dal Veneto alla Sicilia, passando per Basilicata, Toscana e Lazio. E nasce anche un nuovo Presidio Slow Food nazionale: quello della castanicoltura tradizionale. Per quattro giorni, dal 24 al 27 settembre, il centro di Torino accoglie il meglio della biodiversità targata Slow Food. Piazze, vie e cortili della città ospitano centinaia di espositori e produttori, tra cui quelli di oltre 130 Presìdi Slow Food, i progetti che hanno l’obiettivo di salvaguardare piccole produzioni tradizionali a rischio d’estinzione. Tra questi, 12 novità che nell’occasione saranno presentate ufficialmente. Sono legumi, ortaggi, frutta, lievitati, mieli e formaggi che non rappresentano soltanto alimenti buoni, puliti e giusti: sono storie di agricoltori e contadine, allevatori e pastore, artigiani e artigiane del cibo che con determinazione, coraggio e visione scommettono su varietà autoctone e razze locali che l’omologazione – della cultura alimentare, del gusto, del commercio – rischierebbe altrimenti di cancellare per sempre. E c’è un nuovo Presidio che unisce tutta la penisola: quello della castanicoltura tradizionale. Un progetto che, partendo dal cosiddetto “albero del pane”, mette al centro la rigenerazione delle Terre Alte nel loro complesso. I numeri dei Presìdi Slow Food: più di 130 quelli italiani presenti a Terra Madre Salone del Gusto 2026 12 novità per la prima volta a Torino più di 700 Presìdi Slow Food nel mondo, di cui oltre 400 in Italia

“La tua bici però non l’ho toccata…”

Anche tra i monti e le valli più a nord del Piemonte il vento della contestazione scosse il partito comunista sul finire degli anni sessanta

 

Non si trattava solo dell’eco del movimento studentesco  e della percezione, quasi palpabile, del montante malessere operaio che sarebbe poi esploso nell’autunno caldo. A scuotere le fronde del partito che Luigi Longo aveva ereditato da Togliatti era un certo venticello di dissenso che già si era manifestato con alcune battaglie per la democrazia interna al partito e una diversa idea  sul “modello di sviluppo“, mosso da un gruppo di compagni più a sinistra,  vicini a Pietro Ingrao, in contrapposizione alla componente più “moderata” del partito, capeggiata da Giorgio Amendola. Da poco era uscita una rivista mensile, diretta da Lucio Magri e da Rossana Rossanda: “Il Manifesto”. Il contrasto con la linea del partito diventò piuttosto forte, al punto che il PCI ne chiese la sospensione delle pubblicazioni. Ma ormai il treno de Il Manifesto era in piena corsa e non poteva più essere fermato. Così, durante una drammatica riunione  del Comitato Centrale, in una fredda giornata di fine di novembre del 1969 , il gruppo dirigente comunista deliberò la radiazione per Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli con l’accusa di “frazionismo“. Nei confronti di Lucio Magri venne adottato solo un provvedimento amministrativo mentre a Massimo Caprara (che dal 1944 e per vent’anni era stato il segretario personale di Togliatti), Valentino Parlato e Luciana Castellina non venne  rinnovata la tessera. Ciò che si muoveva dentro e attorno al giornale, che diventò successivamente un “quotidiano comunista”, si trasformò in breve in formazione politica autonoma alla sinistra del PCI. Anche in Val d’Ossola la battaglia politica generò scontri molto duri, dividendo e mettendo gli uni contro gli altri compagni e amici da lunga data. Per i due fratelli Bentinelli di Villadossola si trattò di un vero dramma famigliare. Da una parte Libero, il maggiore tra i due, militante severo e indisponibile a critiche e compromessi, e dall’altra Nandino, un pò più giovane, testardo come un mulo e “scaldatissimo” nel sostenere le ragioni del dissenso. Tanto tuonò che piovve e così anche il più giovane dei Bentinelli si trovò espulso da quella che era la sua seconda famiglia. I due fratelli arrivarono al punto d’ignorarsi e se proprio capitava che si trovassero uno di fronte all’altro, facevano finta di non conoscersi. Per alcuni mesi andarono avanti così, ignorandosi e tenendosi il broncio.Libero continuava a frequentare le riunioni della sezione del Pci, alla Lucciola.Nandino, a parte qualche serata con due o tre compagni di Domodossola e Varzo che condividevano le stesse idee, usciva raramente da casa. Con il tempo però la nostalgia per quelle discussioni che infiammavano le serate tra le quattro mura della sede per poi trasferirsi alla Casa del Popolo o al bar “Monte Rosa” si fece sentire. A Libero rodeva l’anima pensare ai suoi ormai ex-compagni che si riunivano anche due volte alla settimana, mentre lui era lì, solo con il suo orgoglio che non gli consentiva di recedere dalle posizioni che aveva preso anche se non era poi del tutto convinto di aver fatto la scelta giusta. Il dubbio s’insinuava e l’umore ne risentiva. Ogni giorno che passava Nandino s’adombrava sempre più, assumendo l’atteggiamento scontroso di chi aveva, come s’usava dire, “le balle girate” e questo lo rendeva quasi irriconoscibile anche agli occhi di chi gli era più vicino .Libero, interpellato da sua cognata sulla possibilità del rientro del fratello nelle file del partito, rispose che la cosa era fattibile ma che occorreva da parte di Nandino una “bella autocritica”, per dare ragione dell’errore fatto e del conseguente ravvedimento.Il fratello però non ne voleva sapere di cospargersi il capo di cenere. “Piuttosto che ammettere l’errore vado da Don Gaspare ad offrirmi come sacrestano”,diceva rosso in volto, alzando il tono della voce. E l’esempio, per un mangiacristiani come lui, doveva bastare a tacitare ogni supplica di ravvedimento. Ma ben presto la nostalgia si trasformò in invidia e quel tarlo si mise a lavorare nella sua testa finché decise che era giunto il momento di agire.Una sera di metà luglio, armato di cacciavite, s’avvicinò allo stabile della Lucciola senza farsi notare. Nel caseggiato che ospitava il magazzino delle attrezzature della Festa de L’Unità e al piano superiore la sezione del Pci, era in corso la riunione settimanale. Nello spiazzo erano posteggiate sette o otto auto, un paio di Vespe e la bicicletta di Libero. Nandino, avvelenato da un misto d’invidia e rancore per il fatto che “quelli” si riunivano mentre a lui toccava rimaner fuori, decise di bucar loro  tutte le gomme. L’aria della sera era ancora calda e le finestre della sezione aperte. Renato, affacciatosi per fumare una sigaretta, udì degli strani fischi provenire dal basso. Si sporse un po’ di più e, intravvedendo un’ombra aggirarsi tra le auto, avvertì gli altri. “C’è qualcosa che non va di sotto. Ho sentito dei rumori strani e mi è parso di vedere qualcuno”, disse allarmato. Scesero rapidamente le scale e lo spettacolo che si presentò agli occhi dei militanti del Pci lasciò tutti senza parole: le auto avevano le gomme a terra, bucate dal cacciavite. E così anche le Vespe. Nandino, colto alla sprovvista, si era nascosto nella siepe ma venne scovato quasi subito. Condotto sotto il porticato, finì con il trovarsi proprio davanti al fratello e non trovando niente di meglio da dire per giustificarsi gli sussurrò con voce affranta “A te la bici però non l’ho neanche toccata”. Una bugia che mostrò subito d’avere le gambe corte poiché la vecchia Atala di Libero aveva subito la stessa sorte, con entrambe le gomme sgonfie, tristemente afflosciate. Solo l’autorevolezza del fratello maggiore impedì a Nandino di buscarsi un sacco di legnate. E la spiegazione che accompagnò il risarcimento dei danni, placò gli animi. In fondo l’invidia di Nandino, figlia dell’orgoglio e della sua testa dura, era frutto di un disperato bisogno di stare con gli altri, con i suoi compagni di sempre e non trovando il modo giusto per tornare sui suoi passi senza rimetterci la faccia,aveva pensato di “punirli” con quella bravata. La storia finì con il ritorno del “figliol prodigo” per il quale non venne sacrificato il vitello più grasso ma assegnato il compito gravoso di fare i turni di vigilanza notturna all’imminente Festa de L’Unità. Così avrebbe avuto modo di pensare a ciò che aveva fatto e, già che c’era, far buona guardia affinchè nessuno – a mani nude o con qualche cacciavite-  potesse aveve la tentazione di giocare qualche brutto scherzo.

Marco Travaglini

Filetti di pesce ai pinoli

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Note di gusto insolite per questa semplice e leggera ricetta di pesce che, con pochi ingredienti e pochi minuti, vi permetterà di portare in tavola un secondo fresco e gustoso adatto alle calde giornate estive. 
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Ingredienti 

Filetti di pesce (varietà a piacere) 
Poca farina bianca 
1 limone 
20gr. di pinoli 
10 olive verdi denocciolate 
1 cucchiaio di olio 
1 noce di burro 
Poco vino bianco secco 
Sale e pepe q.b. 

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In una larga padella tostare i pinoli con un cucchiaio di olio, tenere da parte. Tagliare le olive a rondelle. 
Infarinare i filetti nella farina bianca e lasciar rosolare in padella con una noce di burro, sfumare con il vino bianco, cospargere con la buccia grattugiata del limone, lasciar cuocere un paio di minuti e aggiustare di sale e pepe.  Aggiungere al pesce le olive ed i pinoli, lasciar insaporire brevemente e servire con una fresca insalata verde. 


Paperita Patty