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“Valle d’Aosta Lard d’Arnad DOP”, la tradizionale festa 

Fino a domenica 30 agosto prossimo, presso la località la Keya, ad Arnad (AO), si svolgerà la 53esima edizione della Festa del “Valle d’Aosta Lard d’Arnad DOP”, una tradizione che richiama mediamente circa 50 mila visitatori provenienti da tutta Europa.
Il pubblico potrà lasciarsi deliziare dai tanti stand dedicati agli espositori dl territorio, che porteranno sui loro banchetti, oltre al famoso lardo della Valle, i migliori prodotti gastronomici della Valle d’Aosta. Le serate di festa saranno animate da eventi speciali che celebrano la cultura e la gastronomia locale, creando un’atmosfera magica e un’esperienza indimenticabile.

Nella giornata di venerdì 28 agosto la cucina verrà aperta dalle 19 alle 22.30, con una proposta di piatti tipici “alla moda d’Arnà”. Alle 22 è prevista una “serata danzante” con l’Orchestra Spettacolo “Matteo Bensi”, a ingresso libero. Sabato 29 agosto, alle ore 10 e alle 15.30, avrà luogo il “Laboratorio del miele”, una visita guidata con dimostrazione di smielatura e degustazione di 12 mieli differenti.
Per partecipare è gradita la prenotazione al numero 328 7188673. Dalle ore 11, fino alle 23, rimarrà aperto lo street food agricolo “Rinaldo Bertolin”, mentre alle ore 19 inizierà la tradizionale cena “alla moda di Arnà”, che proseguirà fino alle 22.30. Domenica 30 agosto, alle ore 10, è prevista la degustazione dei prodotti locali esposti dagli agricoltori nelle caratteristiche casette. Protagonisti saranno il Prosciutto di Saint-Marcel e lo Speck Alto Adige IGP. Nel pomeriggio, alle 14, inizierà la festa con gli “Amis d’Albian” e la Filarmonica d’Arnad. A seguire è previsto un evento dedicato alla dimostrazione pratica di vecchi mestieri, dal titolo “Traval d’in co”. Dalle 19 la consueta cena “alla moda d’Arnà” e, alle 21.30, a chiudere le quattro serate di festa, la “serata danzante” con l’orchestra “I ragazzi del villaggio”.

Sarà possibile acquistare i biglietti per il pasto direttamente in loco, facendo prima la coda alle casse e, in seguito, al punto ristoro. Nelle giornate di venerdì 28 e sabato 29 agosto saranno aperti gli stand dell’ Associazione “Lo Doil”, dove sarà possibile degustare ed acquistare prodotti tipici di rilievo come la Fontina DOP, oltre ad altri prodotti locali come il pane nero, i gelati e, ovviamente, il “Valle d’Aosta Lard d’Arnad DOP”. Come da tradizione, domenica 30 agosto i produttori locali proporranno ai visitatori salumi, formaggi, marmellate, miele, succhi, dolci e vini.

L’ingresso alla festa del “Valle d’Aosta Lard d’Arnad” è libero e gratuito. Sono previsti trenini gratuiti dai parcheggi verso la manifestazione e viceversa.

Per maggiori informazioni telefonare al numero 328 7188673.

Mara Martellotta

FOTO REGIONE VALLE D’AOSTA

Finalmente a casa! C’è chi è felice che le vacanze siano finite

 

Basta code, aeroporti carichi di viaggiatori e cibo esotico.

C’è qualcosa di cui, a fine agosto, si parla poco: la felicità di tornare dalle vacanze. Niente malinconia per il rientro, per le valigie da disfare o sveglia che ricomincia a suonare, ma un autentico sentimento di appagamento, quasi liberatorio di chi pensa: finalmente a casa. Dopo settimane di mare e caldo, montagna e passeggiate, viaggi, ristoranti, valigie, code, bambini da intrattenere e programmi da rispettare, per qualcuno il ritorno alla vita di tutti i giorni non è una condanna, ma una piccola conquista.

La vacanza non è necessariamente sinonima di riposo. Può voler dire organizzare giornalmente ogni attività, spostarsi, adattarsi a luoghi e persone, dormire in letti diversi, mangiare a orario insolito cibo esotico. Spesso si continua anche a lavorare. Una ricerca dell’American Psychological Association ha rilevato che il 21% dei lavoratori intervistati dichiarava di sentirsi teso o stressato durante le ferie, mentre il 28% finiva per lavorare più di quanto avesse previsto. Può succedere che, dopo qualche settimana, il desiderio non sia più quello di rimanere fuori, ma quello di ritrovare il proprio letto, il proprio bagno, il supermercato di sempre, il bar sotto casa e il barista con cui fare due chiacchere, insomma la propria rassicurante routine. Tornare può significare riappropriarsi dei propri ritmi e, soprattutto, smettere di cercare di fare qualcosa di nuovo ogni giorno o divertirsi per forza.

Qualche dato dell’anno scorso sulle preferenze degli Italiani dice che hanno preferito le ferie in agosto, anche se sono cresciuti i viaggi nei mesi di luglio e settembre. Nella stagione estiva 2025 gli arrivi dei residenti italiani nelle strutture ricettive sono diminuiti del 4,8% rispetto all’anno precedente. Certamente il periodo in cui si fanno è un tema interessante. Se si è in qualche modo costretti a partire tutti nello stesso periodo si presentano, con grande probabilità, situazioni da cui ad un certo punto si vuole fuggire perché’ creano stress e stanchezza come: aeroporti e stazioni piene, alberghi dove a volte par fare il check in o colazione devi fare la fila o difficoltà ad entrare nei musei e in altre attrazioni a causa dell’overbooking. Ecco che la nostalgia del nostro ambiente fa capolino e la voglia di rientrare più che una punizione sembra un premio. Tutti noi abbiamo letto del sovraffollamento di vacanzieri sulle Dolomiti o della ressa di barche davanti alle spiagge della Sardegna, è un modo rilassante di vivere la vacanza?

La psicologia del lavoro ha studiato a lungo gli effetti delle ferie e conferma che il tempo lontano dal lavoro può far aumentare l’energia, motivazione e benessere. In una rilevazione dell’American Psychological Association, il 68% dei lavoratori dichiarava di avere un umore più positivo dopo le ferie, il 66% più energia e il 57% meno stress. Ma c’è anche un altro aspetto, più intimo, che raramente finisce nelle statistiche. La vacanza ci porta fuori dalla nostra vita e, proprio per questo, può farci capire quanto ci manchino alcune cose della normalità. Gli amici che non vediamo da settimane. La nostra casa. Il quartiere. La passeggiata abituale. Il giornale letto al bar. Il mercato del sabato e persino tutte quelle abitudini che durante l’anno ci sembrano monotone. Perché la routine, se non diventa una gabbia, può essere rassicurante, ci restituisce prevedibilità e controllo, sappiamo dove andare, cosa fare, chi incontrare e, non dover decidere ogni giorno dove mangiare e cosa visitare, può essere una forma di riposo.

Non significa che non ci sia piaciuto partire, al contrario, forse una vacanza riesce davvero quando ci permette di tornare a casa con il desiderio di riprendere la nostra vita, non necessariamente di scappare ancora. Perché le vacanze sono belle. Ma spesso anche tornare a casa lo è.

Maria La Barbera

 

Barge, “la casa che ruota” compie 40 anni

E’ la storia di un uomo che vive in una casa che gira, da 40 anni. Siamo a Barge, in provincia di Cuneo. È la casa rotante di Michele Beltramone, un’abitazione unica e geniale che ruota su se stessa per seguire sempre il sole, un po’ come fanno gli straordinari girasoli, combinando design a forma di fungo e tecnologia artigianale. “È un pezzo della mia vita” dice Michele Beltramone, il bargese novantenne che nel 1986 ha progettato e costruito, in tre anni di lavoro, la “casa che gira”. L’hanno anche preso per pazzo quando mostrò il progetto a parenti e amici, “così continuo a girare nonostante il Covid”, affermò durante la pandemia. Lattoniere in pensione, ha voluto sfruttare al massimo la luce solare durante tutto l’anno. L’idea ingegnosa nacque osservando un palco rotondo per ballo liscio e dalla volontà di realizzare una struttura originale su uno sperone con vista panoramica sulla pianura fino a Torino. A prima vista, guardandola da sotto, dalla via che sale alla sua abitazione, sembra un’astronave o forse meglio un fungo pensando alla tradizione locale dei porcini. È alta otto metri, 16 metri il diametro della casa in cui vive Beltramone, sette stanze e due bagni, cupola in acciaio inox con speciali tiranti per garantire la solidità della struttura. La casa che ruota su se stessa ha un motore elettrico da 2 cavalli che tra l’altro consuma ben poco, come una lampadina da 100 candele. La rotazione avviene in 56 minuti alla velocità massima o in 24 ore alla minima. È possibile fermarla in qualsiasi momento. Tutto cominciò 40 anni fa quando il geniale Beltramone decise di costruire con le sue mani una casa tutta originale utilizzando pezzi recuperati e messi insieme da lui come ingranaggi, rotelle e pulegge. Da 40 anni la casa-girasole di Barge è un’attrattiva turistica finita su giornali e televisioni.
          Filippo Re

A Sauze d’Oulx tornano gli Ambulanti di Forte dei Marmi

SAUZE D’OULXSabato 29 agosto in Piazza Miramonti il celebre mercato di qualità per la chiusura dell’estate.

Sarà uno degli appuntamenti che accompagneranno la chiusura dell’estate a Sauze d’Oulx. Sabato 29 agosto, dalle ore 8 alle 19, Piazza Miramonti e via Miramonti dal civico 7 al civico 1, ospiteranno nuovamente Gli Ambulanti di Forte dei Marmi®, il celebre mercato itinerante conosciuto e apprezzato in tutta Italia per la qualità delle proposte e per l’atmosfera delle sue caratteristiche bancarelle.

L’appuntamento rappresenta un’occasione speciale per vivere il centro di Sauze d’Oulx in una giornata dedicata allo shopping e alla scoperta delle tante proposte degli operatori del Consorzio degli Ambulanti di Forte dei Marmi, divenuto negli anni un vero e proprio punto di riferimento nel panorama dei mercati italiani di qualità.

Sui banchi sarà possibile trovare abbigliamento, accessori, pelletteria, calzature, biancheria per la casa, bijoux e numerose altre proposte, con particolare attenzione alla qualità dei materiali, alla manifattura e alle tendenze della moda.

Nato nel 2002 dall’unione di alcuni dei migliori banchi del mercato di Forte dei Marmi, il Consorzio ha trasformato il tradizionale mercato toscano in un appuntamento itinerante capace di raggiungere numerose località italiane, mantenendo un format riconoscibile e una particolare cura nella selezione degli espositori.

La presenza degli Ambulanti di Forte dei Marmi si inserisce così nel calendario degli appuntamenti di fine agosto di Sauze d’Oulx, contribuendo ad arricchire l’offerta rivolta ai residenti e ai tanti turisti ancora presenti in Alta Valle di Susa nell’ultimo fine settimana del mese.

Il Sindaco di Sauze d’Oulx Mauro Meneguzzi sottolinea: “Siamo molto felici di poter nuovamente ospitare a Sauze d’Oulx gli Ambulanti di Forte dei Marmi, un appuntamento ormai conosciuto e apprezzato dal nostro pubblico. La loro presenza rappresenta un’ulteriore occasione per animare il paese nell’ultimo fine settimana di agosto e per offrire ai nostri ospiti un appuntamento di qualità. Eventi di questo tipo contribuiscono a rendere vivo il centro e si inseriscono perfettamente nella nostra idea di una località turistica capace di proporre iniziative diverse e interessanti durante tutta la stagione”.

L’appuntamento con Gli Ambulanti di Forte dei Marmi® è dunque fissato per sabato 29 agosto in Piazza Miramonti e in via Miramonti dal numero civico 7 al civico 1, dalle 8 alle 19, con orario continuato anche in caso di maltempo.

Giacomo e la briscola chiamata

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Quando il cielo lacrimava e sul lago soffiava quell’arietta fresca che intirizziva, la passeggiata sul lungolago verso la Villa Branca finiva immancabilmente davanti alla porta dell’amico Giacomo dove ci attendevano le sfida a briscola e tresette

 

Giacomo Verdi, detto “balengo” perché amava spingere la sua barca a remi tra le onde del lago in tempesta, infischiandosene dei rischi, da un bel po’ di tempo era costretto a stare in casa. Un brutta sciatalgia e i reumatismi rimediati  nel far la spola tra le due sponde del lago e le isole, gli impedivano di stare troppo in piedi. E allora, con la scusa di andarlo a trovare, ingaggiavamo delle tremende sfide all’ultima mano. “ Ah, amici miei, sapeste che rottura di balle dover star qui recluso. Per uno come me che non trovava mai terraferma e che fin da piccolo stava con la faccia contro vento, star qui costretto tra seggiola e divano, tra poltrona e letto, è proprio una gran brutta cosa. Quelle volte che non sento il cambio del tempo e riesco a metter il naso fuori dall’uscio, è una tal festa che non mi potete credere. Guardate, è come se fosse un Natale o una Pasqua fuori stagione. Ah, è talmente bello che mi sento un re”. Ogni volta, prima di tirar fuori il mazzo delle carte dal cassetto, Giacomo –  quasi stesse sgranando un rosario – ci faceva partecipi delle sue lamentele. Ma bastavano due o tre smazzate per sparigliare tutto e come d’incanto si dimenticava di acciacchi e malanni. Faceva smorfie, imprecava, sbatteva le carte sul tavolo. Non nascondeva l’ira o la gioia, a seconda di come gli “giravano” le carte, ma era un’altra persona. Amava quei giochi, vantandosi di essere un grande esperto. A volte ci teneva delle vere e proprie lezioni. “ Vedete, il mazzo con cui stiamo giocando è composto da 40 carte di 4 diversi semi. Ma c’è una grande varietà stilistica nel disegno. In alcune regioni sono diffuse le carte di stile italiano o spagnolo, con i semi di bastoni, coppe, denari e spade e con le figure del fante, del cavallo e del re. In altre si usano le carte con i semi francesi .Sono cuori, quadri, fiori e picche, con le figure del fante, della donna e del re.Ecco, sono proprio queste che stiamo usando per la nostra partita”. Parlava come un libro stampato, in un italiano corretto e persino raffinato. “Fate attenzione a queste.Sono carte bergamasche, tipicamente nordiche.Hanno caratteristiche in comune con le figure dei tarocchi lombardi. L’asso di coppe si ispira alle insegne della famiglia Sforza”. Era capace di andar avanti così per un bel po’ se non cambiavamo discorso. E allora ci raccontava delle sue avventure, partendo sempre da quella volta che aveva portato sull’isolino una contessa ( omettendo di dire chi fosse, precisando “sapete,io sono una persona discreta e non mi piace far nomi” ) che per tutto il tragitto continuò a fargli l’occhiolino. Immaginando una qualche complicità e una sorta d’invito, appena toccato terra, tentò di abbracciarla e baciarla, guadagnandosi una sberla tremenda. “Madonna, che botta mi ha dato! Cinque dita cinque, in faccia, secche come un chiodo. Ero diventato rosso come un tumatis, un pomodoro, restando lì a bocca aperta, come un baccalà”. “ Ah, cari miei, se beccavo quel maledetto Luigino dell’Osteria dei Quattro Cantoni lo facevo nero come il carbone”. Quella storia l’aveva raccontata un infinità di volte ma, per non contraddirlo, ci fingevamo interessati e lo incalzavamo con le solite domande (“Come mai,Giacomo? Cosa c’entrava Luigino?”). E lui s’infervorava. “Cosa c’entrava, quella carogna? Cosa c’entrava? C’entrava che se l’avevo tra le mani gli davo un bel ripassoLo pettinavo per bene quel mascalzone. Mi aveva assicurato che la contessa era una che ci stava, che gli piacevano i barcaioli. Mi disse che se gli fossi piaciuto mi avrebbe fatto l’occhiolino. E me l’aveva fatto, porco boia; altro che se me l’aveva fatto. Ma era per via di un tic nervoso. Altro che starci. Sembrava una iena. E quel saltafossi lo sapeva, capite? Lo sapeva e mi ha tirato uno scherzo”. Sbollita la rabbia per quella brutta figura che ormai faceva parte dei ricordi, ricominciava a giocare, picchiando le carte sul tavolo come se quello fosse la testa pelata di Luigino. Giacomo abitava in una casa che dava su via Domo. Dalla parrocchiale , dove c’è Largo Locatelli, si scendeva verso l’abitazione per una viuzza stretta, tortuosa, lastricata a boccette che finiva nella piazzetta. Lì, al numero 12, in una casa piuttosto bassa, coperta da un tetto di piode, stava il Verdi. Quasi in faccia alla cappelletta che ,si diceva, fosse stata eretta come ex-voto per la liberazione dalla peste. Sotto l’arco s’intravedevano ancora gli affreschi raffiguranti la Madonna con il Bambino e ben due coppie di santi : Giuseppe e Defendente, da una parte;Gervaso e Protaso, dall’altra. Era lì che la povera Marietta posava il cero nei giorni in cui suo marito, quel matto di Giacomo, metteva la barca in acqua incurante del “maggiore” che spazzava le onde, gonfiando minacciosamente il lago. Ora che Marietta era  passata a miglior vita era Giacomo – ormai prigioniero a terra per via dei malanni – a dare qualche soldo a Cecilio, il sacrestano, perché non si perdesse quell’abitudine che – diceva, sospirando – “ in fondo, mi ha sempre portato bene”. Ecco, le giornate più uggiose le passavamo in casa di Giacomo, in uno dei rioni più antichi di Baveno.Lì c’è ,ancora adesso, la “Casa Morandi”, un edificio settecentesco di quattro piani, con scale esterne e ballatoi. È forse l’angolo più apprezzato dai pittori e dai fotografi di tutta la cittadina. Sono in tanti, in Italia e all’estero, a tenere sulle pareti del salotto un acquerello, una china o più semplicemente una foto incorniciata della casa Morandi. Segno inequivocabile che da lì è passata un sacco di gente ,portando con sé la storia, quella vera, quella che si legge sui libri. E magari incrociando le carte con Giacomo.

Marco Travaglini

Dantès tra i vigneti dello Champagne

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“Per me, in tutto il mondo, non esiste un villaggio comparabile con questo. Qui ho vissuto gli anni più belli della mia infanzia…”. Così il regista Jean Renoir descriveva il suo rapporto con Essoyes, paesino dello Champagne situato nel dipartimento dell’Aube nella regione francese del Grand Est. Era lì che i genitori Aline e Pierre-Auguste Renoir, uno dei più famosi pittori impressionisti, acquistarono nel 1896 una casa nella quale, per 30 anni, insieme ai loro figli Pierre, Jean e Claude, trascorsero lunghe estati. Essoyes non è solo il “village des Renoir” perché vi nacque anche Auguste Heriot, fondatore del Grands Magasins du Louvre, diventato l’eroe di Au bonheur des dames, l’undicesimo romanzo di Émile Zola appartenente al ciclo dei Rougon-Macquart. Ancora oggi poche centinaia di persone vi dimorano in un ambiente di semplice bellezza che trasmette pace e di tranquillità tra boschi, vigne e graziose case a graticcio sulle sponde del fiume Ource.

 

E tra queste, in una graziosa casa circondata da vigneti a perdita d’occhio, vive anche madame Jacqueline Grenouille con il suo piccolo yorkshire terrier di nome Dantès. Ogni mattina, al sorgere del sole, il piccolo animale accompagna Jacqueline nei suoi giri tra le vigne dove i grappoli hanno ciascuno il proprio ruolo, dallo chardonnay con la sua finezza e l’eleganza al pinot nero celebre per la struttura e gli aromi fino al pinot meunier, apprezzato per ricchezza e complessità aromatica. Insieme osservano le viti cariche di grappoli d’uva, pronte per essere raccolte e Dantès non perde occasione per annusare con curiosità l’aria profumata dai densi aromi fruttati. Un giorno, mentre correva tra i filari, lo yorkshire si imbatté in qualcosa di insolito. C’era un piccolo scoiattolo che sembrava avesse bisogno di aiuto. Il povero animale era rimasto impigliato in un ramo e non riusciva a liberarsi. Dantès si avvicinò e con le sue piccole zampe, in uno slancio generoso, cercò di spostare il ramo. Dopo alcuni tentativi riuscì a liberare lo scoiattolo che scattò via come un fulmine. Il piccolo terrier non si era accorto che Jaqueline lo stava osservando, sorridendo. “Sei davvero un cane generoso e altruista. Bravo!” esclamò, accarezzandolo. Lui, felice e orgoglioso, scodinzolò.

Ma il giorno seguente, mentre girovagavano tra i vigneti, accadde qualcosa di imprevisto. Un temporale improvviso si abbatté sulla regione, e i fulmini illuminarono il cielo. Jaqueline, preoccupata per i possibili danni alle viti, decise di rientrare a casa osservando il cielo carico di nubi gonfie di pioggia. Dantès non riusciva a smettere di pensare allo scoiattolo e per nulla intimorito dall’inizio dell’acquazzone si allontanò dalla sua padrona e corse verso il boschetto dove aveva incontrato lo scoiattolo. Con grande determinazione si fece strada tra i rami bagnati e le pozzanghere finché non raggiunse l’albero cavo dove di era rifugiato l’animaletto dal mantello bruno rossastro. Lo scoiattolo era lì, spaventato e tremante. Scodinzolava per segnalare un pericolo mentre dal cielo, dopo le saette e il brontolio dei tuoni, pioveva ormai a dirotto. Dantès si avvicinò e abbaiando cercò a modo suo di rincuorarlo. Assecondando il proprio intuito l’animale comprese che poteva considerare quel cagnetto come un amico e si sentì subito in qualche modo rinfrancato e protetto.

Dantès si riparò sotto l’albero ed entrambi attesero che il temporale si allontanasse. Adagio adagio la pioggia iniziò ad essere sempre meno forte e tra i rami le ultime gocce luccicanti lasciarono il posto ai primi raggi del sole che illuminarono la vegetazione. A quel punto i due animali lasciarono il loro rifugio e, in segno di gratitudine, il piccolo roditore decise di accompagnare Dantès fino a casa dove lo scoiattolo venne accolto da Jacqueline sotto la veranda. La donna, osservando il legame speciale tra i due, comprese che i sentimenti non conoscono limiti e barriere, e che anche un piccolo yorkshire terrier può fare la differenza quando si tratta di venire in soccorso a chi si trova in difficoltà. Decise così di celebrare quell’amicizia dedicando ai due una nuova cuvée delle preziose bollicine. E così, a Essoyes e in tutta la zona della Champagne, Dantès e lo scoiattolo diventarono una leggenda da festeggiare stappando in allegria una buona e fresca bottiglia di blanc de blancs.

Marco Travaglini

Avete provato le crespelle ai formaggi?

Simbolo della cucina d’Oltralpe, le crespelle hanno origini antichissime, nate come alimento corroborante a base di latte e uova per sfamare i pellegrini francesi giunti a Roma. Oggi, squisite cialde dorate e sottili dal cuore morbido e filante; una ricetta golosa, sempre gradita a tutti. Un primo piatto che fa subito festa.
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Ingredienti
 
100gr. di farina 00
2 uova intere
250ml. di latte intero
25gr. di burro
200gr. di formaggi a piacere
50gr. di grana grattugiato
Un pizzico di sale
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Preparare l’impasto per le crespelle lavorando le uova con la farina e il sale, mescolare bene poi, aggiungere il latte e il burro fuso facendo attenzione che non si formino grumi. Lasciar riposare la pastella per mezz’ora. Preparare le crespelle utilizzando un pentolino. Con l’aiuto di un piccolo mestolo, distribuire la pastella su tutta la supeficie, lasciar cuocere sino a quando i bordi si increspano poi, girare la crespella con una spatola e continuare la cottura per mezzo minuto. Proseguire sino ad esaurimento della pastella. Distribuire su ogni crespella ottenuta i formaggi ridotti a dadini, arrotolare le crespelle e disporle in una pirofila da forno unta di burro. Spolverizzare con abbondante grana e infornare a 180 gradi per 20 minuti poi, per altri 5/10 minuti sotto il grill per la doratura. Servire subito.
 

Paperita Patty

 

Il tempo libero dei torinesi: tra parchi cittadini e fughe nel verde

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SCOPRI – TO  ALLA SCOPERTA DI TORINO
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Chi vive a Torino sa che per respirare non serve per forza scappare lontano. La città, oltre a musei, palazzi e caffè storici, offre un patrimonio verde che non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. I torinesi lo sanno bene: quando hanno bisogno di staccare, di rilassarsi o di ritrovare un po’ di silenzio, si rifugiano nei parchi.
Il Parco del Valentino è una vera istituzione. Più di 400.000 metri quadrati di verde affacciati sul Po, con viali alberati, prati per sdraiarsi, angoli ombreggiati per leggere e piste perfette per correre o andare in bicicletta. È uno di quei luoghi dove si mescolano tutte le generazioni: dai bambini che rincorrono le bolle di sapone agli anziani che si ritrovano sulle panchine, dai ragazzi che ballano swing la domenica alle coppie che fanno il primo picnic della stagione.
Poi c’è la Pellerina, la distesa verde più vasta di Torino. Un polmone urbano dove si viene a correre, a portare a spasso il cane, a leggere un libro sotto un albero. Nei fine settimana si organizzano eventi, mercatini, attività per i bambini. Ci sono anche piccoli stagni, ponticelli in legno e spazi dedicati allo sport. È un parco vissuto, autentico, dove si respira la città in versione lenta.
Ma il verde torinese è fatto anche di spazi più raccolti, come il Parco Rignon con la sua villa storica, o il Parco della Tesoriera, che in primavera si riempie di colori e profumi. In centro, i Giardini Reali offrono una pausa elegante tra un museo e una passeggiata sotto i portici, mentre il Parco Dora, con la sua impronta post-industriale, attira giovani, skater e fotografi urbani. Insomma, ogni quartiere ha il suo angolo di natura: e ogni torinese ha il suo posto del cuore dove rallentare.
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Cibo e passeggiate: i piaceri della libertà
Per i torinesi, il tempo libero è anche un’occasione per vivere la città senza fretta. Il sabato mattina, ad esempio, è facile vederli passeggiare tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo o tra i banchi del Balon, alla ricerca di un vinile, un libro usato o un oggetto curioso. Poi si entra in una libreria indipendente, si prende un caffè in un dehors o si fa una pausa in una delle tante pasticcerie che resistono al tempo, con le loro vetrine piene di bignole e cioccolatini.
Nel pomeriggio si passeggia in via Lagrange o via Garibaldi, si sbircia tra i negozi, si entra in una galleria d’arte. E quando viene fame? Niente panico: Torino è una città che ama mangiare bene. Dai piatti della tradizione – come gli agnolotti, il vitello tonnato, la bagna cauda o i plin burro e salvia – alle reinterpretazioni moderne in ristoranti e bistrot che valorizzano i prodotti locali. E poi i formaggi, le nocciole, i vini: ogni pasto diventa un piccolo rituale.
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Weekend nelle Langhe: tra vigne, colline e grandi vini
Quando arriva il fine settimana, la voglia di cambiare panorama si fa sentire. E così i torinesi prendono la macchina e si dirigono verso le Langhe. In poco più di un’ora ci si ritrova immersi in paesaggi che sembrano disegnati: colline coperte di vigneti, borghi antichi, cascine, strade tortuose che regalano scorci sempre diversi.
Langhe, vigneti
A Barolo, piccolo gioiello collinare, si respira l’odore del vino ovunque. È impossibile resistere alla tentazione di fermarsi in una delle tante cantine per una degustazione o di prenotare un tavolo con vista. Ristoranti come Locanda Fontanazza o La Vite Turchese sanno coniugare cucina autentica e panorama mozzafiato. Qui si assaporano piatti come i tajarin al tartufo nero, la carne battuta al coltello o la fonduta di Raschera con verdure di stagione. Tra una passeggiata e l’altra, tra un bicchiere di Barolo e una visita al WiMu – il Museo del Vino – i torinesi riscoprono un tempo diverso, fatto di piccoli piaceri e grandi silenzi.
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Asti e Monferrato: sapori, colline e tradizione
Non solo Langhe. Anche il Monferrato e la zona di Asti sono mete amatissime. Meno affollate ma altrettanto affascinanti, queste colline dolci e ondulate sono punteggiate di borghi, castelli e filari di viti. Qui il tempo scorre ancora più lento, e il legame con la terra è fortissimo.
Asti, con il suo centro storico elegante, è perfetta per una passeggiata tra chiese romaniche, mercatini e botteghe artigiane. Il sabato mattina c’è il mercato in Piazza Alfieri, e in autunno il profumo di tartufi invade le vie del centro. Molti torinesi vengono qui anche solo per pranzare in ristoranti tipici come Tacabanda o Campanaro, dove si trovano piatti come la finanziera, il bunet, il brasato al Barbera.
Nel Monferrato, invece, si cercano esperienze più intime: una camminata tra i noccioleti, una visita in una cantina biologica, una notte in agriturismo con cena a lume di candela. Paesi come Cocconato, Montemagno o Grazzano Badoglio custodiscono una bellezza discreta, lontana dal turismo di massa.
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Alba, il gioiello delle Langhe
E poi c’è Alba, una città che i torinesi sentono un po’ loro. Capoluogo delle Langhe, è il punto di partenza perfetto per esplorare il territorio. Ma è anche una meta in sé: elegante, vivace, autentica. Le sue strade medievali, le torri, le piazze raccolte, i profumi che escono dalle botteghe artigiane: tutto invita alla calma, alla curiosità, al piacere.
Alba è famosa in tutto il mondo per il tartufo bianco, celebrato ogni anno con una fiera internazionale che richiama migliaia di visitatori. Ma la sua offerta non si ferma lì: vini eccellenti, dolci alla nocciola, pastifici storici, osterie con una cucina che sa rinnovarsi senza tradire la tradizione. Piazza Duomo, il ristorante tristellato dello chef Crippa, è un’esperienza unica. Ma anche trattorie come La Piola o Enoclub raccontano con autenticità il territorio.
Qui il tempo libero si fa arte di vivere: si passeggia senza fretta, si mangia con gratitudine, si brinda alla bellezza delle cose semplici. E al ritorno verso Torino, con il bagagliaio pieno di bottiglie e la testa ancora tra le colline, si porta a casa un pezzetto di quella quiete.
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Noemi Gariano

La Giornata Mondiale del Cane

Oggi, 26 agosto, celebriamo il cane: un amico speciale che sa amare senza chiedere nulla in cambio.
Ci aspetta, ci consola, ci fa sorridere e riesce a trasformare anche una giornata difficile in un momento più bello. Non gli importa chi siamo o cosa possediamo: per lui siamo semplicemente la sua persona.
Ma oggi il pensiero va anche ai tanti cani abbandonati, soli o rinchiusi nei rifugi, che aspettano una famiglia e una seconda possibilità.
Celebrare questa giornata significa anche ricordare che un cane non è un regalo, un passatempo o un impegno temporaneo: è una vita da amare per sempre.
A tutti i cani del mondo, quelli già amati e quelli ancora in attesa: buona Giornata Mondiale del Cane.

Enzo Grassano

Festival delle Sagre: Asti tra i sapori e le atmosfere della tradizione 

 

Il Settembre Astigiano si prepara a vivere, sabato 12 e domenica 13 settembre 2026, il Festival delle Sagre Astigiane, manifestazione che trasforma per un fine settimana la città in una grande vetrina della cucina piemontese e delle tradizioni del mondo rurale.

Il cuore dell’evento sarà piazza Campo del Palio, dove verrà ricreato il tradizionale villaggio delle Sagre. Protagoniste saranno le Pro Loco del territorio, chiamate a portare in città ricette che raccontano la storia gastronomica dell’Astigiano e del Monferrato.

Agnolotti, tajarin, risotti, carni, specialità legate ai prodotti della campagna e dolci della tradizione comporranno un menu decisamente piemontese. Ad accompagnarlo ci saranno naturalmente i vini delle colline astigiane e monferrine, altro elemento fondamentale di un territorio che ha fatto dell’enogastronomia uno dei suoi principali richiami turistici.

Il villaggio aprirà sabato sera, mentre la giornata di domenica sarà dedicata sia alla cucina sia all’appuntamento forse più suggestivo dell’intera manifestazione: la grande sfilata del mattino attraverso le vie della città.

Il corteo è da sempre molto più di una semplice parata. Le comunità dei paesi ricostruiscono scene della vita quotidiana di un tempo, riportando per qualche ora sulle strade di Asti contadini, artigiani, vendemmiatori e antichi mestieri. Carri, costumi, attrezzi e ambientazioni raccontano il lavoro nei campi, le feste popolari, la vendemmia e le consuetudini familiari che scandivano le stagioni nelle campagne piemontesi.

 Il Festival rappresenta uno dei momenti centrali del Settembre Astigiano, periodo nel quale Asti concentra alcuni dei suoi appuntamenti più conosciuti.