LIFESTYLE- Pagina 2

Rientro dalle vacanze, la tre giorni di Ikea

Dal 4 al 6 settembre in store attività gratuite per tutta la famiglia, giochi e sorprese

Torino, 01 settembre 2026 – Con il rientro dalle vacanze e la ripresa della quotidianità, settembre diventa il momento ideale per rimettere in ordine in casa e fare spazio a nuove abitudini, passioni e progetti. Del resto, le nostre case raccontano chi siamo: secondo l’IKEA Store & Organise Report 2026[1], l’82% delle persone conserva oggetti per ragioni puramente sentimentali, anche quando non vengono più utilizzati o restano nascosti dalla vista. Organizzare gli spazi, quindi, non significa rinunciare a ciò che conta, ma trovare il giusto equilibrio tra funzionalità e ricordi. Per aiutare i torinesi a fare spazio a ciò che amano e rendere la casa più adatta alla vita di tutti i giorni, IKEA li invita a partecipare a tre giorni di eventi, giochi e attività dedicate all’organizzazione della casa.

Ad aprire il fine settimana di appuntamenti sarà “FRAKTA: fai spazio al blu che ti premia“, l’iniziativa dedicata all’iconica borsa blu di IKEA che quest’anno compie 30 anni. Dal 4 al 6 settembre, tutti i visitatori di IKEA Torino sono invitati a portare in negozio un oggetto blu[2] e metterlo alla prova con il “FRAKTOMETRO”. Se il colore corrisponde alle tonalità di blu della borsa simbolo di IKEA, in cambio riceveranno una FRAKTA con due buoni dedicati: uno per un piatto da 8 polpette, da scegliere tra carne, falafel, pesce o vegetali, valido fino al 6 settembre presso il Ristorante svedese, e un buono sconto di €20 a fronte di €100 di spesa, valido in negozio fino al 30 settembre.

Non solo, sempre dal 4 al 6 settembre, il negozio di Torino sarà animato da un ricco programma di attività e di offerte pensate per tutta la famiglia, tra laboratori creativi, giochi e sfide ispirate al tema dell’organizzazione della casa, per scoprire come rendere gli spazi domestici più funzionali senza rinunciare a creatività e divertimento.

Per maggiori informazioni sulle attività nei singoli store: https://www.ikea.com/it/it/campaigns/fai-spazio-a-cio-che-ami-in-negozio-pub8b1feb90/

CALENDARIO APPUNTAMENTI

“Conta, indovina, vinci!”: dal 4 al 6 settembre, una piramide realizzata con i contenitori trasparenti SAMLA sarà protagonista di un’attività dedicata al mondo dell’organizzazione della casa. All’interno della struttura, saranno raccolti prodotti, oggetti e accessori. La sfida? Indovinare il numero esatto di prodotti contenuti nella piramide.

“Alla ricerca dell’ordine perduto”sabato 5 e domenica 6, una divertente caccia al tesoro per mettere alla prova i più piccoli.

Spazi pensati per vivere meglio“: venerdì 4 settembre, un workshop per stimolare nuove idee e soluzioni per trasformare ogni spazio in modo funzionale e organizzato.

“Una scatola GLIS tutta mia”sabato 5 e domenica 6 settembre, un laboratorio creativo dedicato ai più piccoli, che riceveranno in omaggio una scatolina GLIS, da personalizzare con colori e disegni.


[1] Il rapporto IKEA Store & Organise Report 2026 ha coinvolto 31.488 persone in 31 mercati

[2] Sono esclusi accessori e indumenti indossati, ad eccezione dei capi indossati nella parte superiore del corpo, come magliette, top e camicie

Psicologia del meteo

Caldo, temporali e l’ ansia da previsioni.

C’è stato un tempo in cui, per sapere che giornata sarebbe stata, bastava guardare fuori dalla finestra. Oggi spesso facciamo il contrario: prima ancora di alzarci dal letto controlliamo l’app del meteo, poi la ricontrolliamo a metà mattina, magari guardiamo il radar delle precipitazioni e, se compare una macchia rossa, cominciamo a cambiare programmi. Il temporale arriverà davvero? Quanto durerà? E il caldo? Saranno 34 o 38 gradi? Il tempo atmosferico non è soltanto qualcosa che accade fuori, in una certa misura, entra nella nostra mente e modifica l’umore, i comportamenti, la percezione del rischio e il modo in cui programmiamo la giornata.

Il caldo di quest’anno ha accentuato ancora di più questa forma di controllo creando più tensione di quanto non ne avrebbe creato la temperatura bollente da sola. Tra gli effetti dell’esposizione alle alte temperature c’è l’irritabilità, la stanchezza, la debolezza, il mal di testa e difficoltà legate allo stress termico. La letteratura scientifica sta studiando sempre di più il rapporto tra temperature estreme e salute mentale. Si sono individuati, tra i possibili meccanismi, aumento del nervosismo, disturbi del sonno, affaticamento, isolamento sociale e quella che viene definita “health anxiety”, l’ansia legata alla propria salute. Non è quindi soltanto una sensazione: quando il corpo fatica a raffreddarsi, anche la mente può risentirne. Uno studio tedesco, basato su quasi mezzo milione di chiamate a servizi di supporto psicologico, ha rilevato che, rispetto alle giornate con temperature moderate, le chiamate aumentavano del 3,4% nei giorni con temperatura media superiore ai 25 °C e del 5,1% quando scendeva sotto lo zero. Il fenomeno merita attenzione anche perché il caldo non sarà più un evento eccezionale come un tempo. Secondo il rapporto “Il clima in Italia nel 2025” di ISPRA e SNPA, il 2025 ha registrato in Italia una temperatura media di 1,03 °C superiore alla media 1991-2020. L’estate è stata la quarta più calda dal 1961, con un’anomalia di +1,46 °C.

Ma c’è un altro elemento, più sottile: l’attesa del fenomeno. Un conto è trovarsi sotto un temporale improvviso. Un altro è sapere da tre giorni che “sta arrivando una bomba d’acqua”. La previsione modifica la nostra percezione prima ancora che cambi il cielo. Una ricerca pubblicata su Risk Analysis, condotta su 550 persone, ha mostrato che il modo in cui vengono comunicate probabilità e gravità di un evento modifica la percezione del rischio, la preoccupazione e la propensione ad adottare comportamenti protettivi. È il potere psicologico delle parole e dei colori: giallo, arancione, rosso. Sono strumenti indispensabili per comunicare un pericolo, ma inevitabilmente producono anche una risposta emotiva. Un “codice rosso” non viene percepito come una semplice informazione meteorologica: diventa immediatamente un segnale di minaccia.

Questo non significa che le allerte siano sempre un problema, al contrario, i sistemi di allerta precoce sono fondamentali e, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, possono salvare vite e ridurre le perdite provocate dagli eventi estremi. Il punto è un altro: come il nostro cervello riceve quell’informazione e come la interpreta; e qui entrano in gioco anche i media.

Quando arriva un’ondata di calore, i titoli si moltiplicano: “caldo record”, “giorni infernali”, “bollino rosso”, “temperature da record”. Quando arriva un temporale: “nubifragio”, “bomba d’acqua”, “grandine devastante”. Le immagini delle strade allagate, degli alberi abbattuti e delle auto danneggiate sono molto più potenti di una carta meteorologica.

Non è una colpa dell’informazione giornalistica, ovviamente, spesso sono proprio i media a trasformare una previsione tecnica in un’informazione comprensibile e utile. Ma la comunicazione può avere anche un effetto collaterale: può aumentare la percezione del pericolo. Uno studio di qualche tempo fa, che ha analizzato la copertura mediatica di un tornado, ha rilevato che, dopo l’esposizione alle notizie sull’evento, aumentavano la percezione del rischio e le intenzioni di adottare comportamenti protettivi. È una dinamica umana, il cervello presta maggiore attenzione a ciò che può minacciarci e una sequenza di immagini drammatiche può far sembrare vicino, probabile e personale un evento che magari riguarda una parte limitata del territorio. Così nasce una curiosa contraddizione della nostra epoca: siamo contemporaneamente più informati sul tempo e più preoccupati dal tempo. Abbiamo previsioni molto più precise, radar in tempo reale, notifiche sul telefono e sistemi di allerta sofisticati, eppure controlliamo continuamente il cielo digitale. Non guardiamo più soltanto le nuvole: guardiamo la loro probabilità di agire in una certa direzione. Probabilmente dovremmo imparare a distinguere meglio tra informazione e allarme, rischio e certezza, previsione e realtà. Un’allerta non significa necessariamente che il peggio accadrà sotto casa nostra, ma che esiste una probabilità di condizioni potenzialmente pericolose e che, in determinate circostanze, è prudente comportarsi di conseguenza. I

Inoltre il rapporto con il tempo atmosferico è profondamente personale: c’è chi ama il caldo e chi aspetta l’autunno come una liberazione, chi davanti a un temporale prova serenità e chi cancella immediatamente ogni programma. Il meteo, insomma, è diventato una specie di termometro emotivo collettivo. Ma forse la vera sfida non è smettere di preoccuparci del tempo, ma imparare a non farci governare dalla previsione del tempo.

 Maria La Barbera

Torino torna sulle tracce di Dario Argento

Il 6 settembre il “Torino d’Argento Tour Locations” con Mario Pirrello e Antonio Tentori

TORINO – Una giornata interamente dedicata al cinema di Dario Argento, tra passeggiate nei luoghi che hanno fatto la storia del thriller italiano, incontri con gli ospiti del film Occhiali neri, approfondimenti e la tradizionale cena con il premio per l’argentiano dell’anno. È questo il programma del Torino d’Argento Tour Locations, che torna domenica 6 settembre 2026 con un’edizione speciale dedicata all’ultimo lungometraggio del Maestro.

L’iniziativa accompagnerà i partecipanti alla scoperta delle locations torinesi utilizzate da Dario Argento nel corso della sua carriera, offrendo un viaggio tra cinema e città attraverso alcuni dei luoghi più iconici apparsi nei suoi film.

Ospiti della giornata saranno Mario Pirrello, tra i protagonisti di Occhiali neri, e Antonio Tentori, sceneggiatore e storico collaboratore di Dario Argento, oltre che uno dei maggiori studiosi italiani del cinema di genere.

Durante il percorso verranno visitate le locations dei sette film girati a Torino: Il gatto a nove code4 mosche di velluto grigioProfondo rossoNon ho sonnoTi piace Hitchcock?La terza madre e Giallo. Un itinerario che negli anni è diventato un appuntamento fisso per gli appassionati del regista e per chi desidera riscoprire Torino attraverso il grande cinema.

La partecipazione al tour è a offerta libera e comprende anche la tavola rotonda con gli ospiti, in programma alle ore 18, dedicata a Occhiali neri e all’opera di Dario Argento.

Il ritrovo è fissato alle ore 9.00 in piazzale Duca d’Aosta, di fronte al Politecnico di Torino. Da lì partirà una lunga passeggiata che attraverserà la città seguendo le tracce lasciate dal regista nei suoi film. Gli organizzatori, Pupi Oggiano e Gabriele Farina, consigliano ai partecipanti di indossare abbigliamento e calzature comode e invitano tutti al massimo rispetto dei luoghi visitati.

La giornata si concluderà con una cena alla quale prenderanno parte anche Mario Pirrello e Antonio Tentori. Nel corso della serata si svolgerà inoltre il tradizionale quiz, quest’anno dedicato a Occhiali neri: il vincitore riceverà il premio direttamente dalle mani di Mario Pirrello.

Per partecipare all’intera giornata è sufficiente presentarsi domenica 6 settembre alle ore 9.00 in piazzale Duca d’Aosta a Torino.

Il Torino d’Argento Tour Locations si conferma così un appuntamento unico nel panorama italiano, capace di unire la passione per il cinema, la valorizzazione del patrimonio urbano torinese e l’incontro diretto con protagonisti e autori che hanno contribuito alla storia del cinema di genere.

Dettagli e informazioni sull’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1047082398251891

Il ragioniere di Baveno

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“Ragioniere, buongiorno. Anche oggi, il solito?”. Così lo salutava ogni mattina, dal lunedì al sabato, il signor Alfredo. All’anagrafe Alfredo Tichetti, di professione bigliettaio addetto allo scalo della Navigazione Lago Maggiore, in servizio all’imbarcadero di Baveno.

E il “solito” non era una consumazione al bar ma semplicemente il biglietto del battello che da Baveno lo portava in giro per il lago. A volte verso Intra dove, dopo gli scali all’Isola Madre, a Pallanza e a  Villa Taranto ( ma solo d’estate), aveva a disposizione un quarto d’ora scarso per imbarcarsi sul traghetto che faceva la spola con Laveno, sulla sponda lombarda del Verbano. A volte verso le isole Pescatori e Bella, Stresa, Santa Caterina del Sasso e la parte bassa del Maggiore, verso Angera e Arona. Il ragioniere era Teobaldo Lucciconi di anni sessantasei, celibe. Per quelli che lo conoscevano era semplicemente “il ragioniere”, tant’è che il suo nome non lo usava più nessuno e, se non fosse scritto sui registri del municipio, avrebbe potuto anche pensare di cancellarlo. Lucciconi era stato ragioniere contabile, impiegato alla filiale bavenese della Banca d’Intra al n. 5 di corso Giuseppe Garibaldi, a pochi passi dal piazzale dell’imbarcadero e dei moli d’attracco dei battelli e dei motoscafi. Aveva passato più di trent’anni dietro a quello sportello, intento a contare i soldi degli altri, a darne e riceverne. In tutto quel tempo gli sono passati davanti agli occhi i fatti privati e pubblici, le gioie e le tristezze di diverse generazioni. Altro che il confessionale del prete, su alla parrocchiale! Era in banca che ci si scambiava un saluto e si ricevevano confidenze, dovendo anche dare – se richiesto – qualche utile consiglio. Ma giunto al tempo della pensione, non ci pensò un minuto di troppo. Si levò le mezze maniche e, sempre con garbo (il che non guasta mai), salutò tutti e se ne andò senza rimorsi. Non che stesse male, anzi: aveva degli amici sinceri lì, e in fondo era stata la sua famiglia per tanto tempo. Vivendo da solo si era affezionato a quell’ambiente ma, come in tutte le cose, cercava di non vivere di ricordi e malinconie. Così aveva pensato che, dopo tanti anni passati tra casa e ufficio, ufficio e casa, era venuto il momento di prendere un poco d’aria fresca, guardandosi intorno. E sul lago di cose da vedere ce n’erano davvero tante. Così, a volte a piedi e altre utilizzando i mezzi pubblici (dal treno alla corriera passando, ovviamente, dal battello), iniziò a girare i paesi del lago su entrambe le sponde, la piemontese e la lombarda senza tralasciare la parte più a nord, in territorio elvetico, dedicandosi a frequentare le amicizie e a ripercorrere, con la memoria, le tante storie dei tipi originali con cui ha avuto a che fare. E vi possiamo assicurare che sono tanti che nemmeno vi immaginate. Ma soprattutto ebbe occasione e tempo per riscorire Baveno e le sue frazioni. ” Ma guarda tu”, pensava “E chi l’avrebbe mai detto che vivevo in un posto così bello e non ci avevo quasi mai fatto caso”. Era una delle sue riflessioni ricorrenti da quando era andato in pensione. Per tanti, troppi anni era stato “preso” dal lavoro e non alzava quasi mai lo sguardo sopra lo sportello. Arrivava in banca al mattino presto, portandosi da casa la “schisceta”. Eh, sì. Voi come la chiamate? Baracchino, pietanziera, gamelin, gavetta, gamella? Da noi quella pentolina di metallo a strati, con un coperchio ben chiuso per evitare perdite, indispensabile per scaldare su un termosifone un poco di pasta avanzata del giorno prima, una minestra di verdura o una fetta di carne, era la schisceta. Del resto da single, come si usa dire al giorno d’oggi, cosa andava a casa a fare? Non aveva nessuno ad aspettarlo o che cucinasse per lui e allora gli avanzi della sera prima erano più che sufficienti per mettere insieme un pasto economico da consumare sul posto di lavoro. Usciva di casa che era buio e ritornava a sera inoltrata perché spesso si fermava a dare una mano al direttore nel disbrigo dei conti e delle chiusure di cassa. Eh, un tempo non si guardava mica l’orologio. Prima il lavoro, poi il lavoro e poi ancora la famiglia. E lui che era praticamente tutta la sua famiglia quando andava a casa si fermava qualche minuto ad accarezzare il gatto della signora Maria, la vecchia lavandaia che abitava in cima a quel rione che chiamavano “il baeton”. Si faceva accarezzare perché gli dava sempre qualche pelle di salame, crosta di formaggio e cotiche avanzate. Il Tigre (si chiamava così per il pelo rosso striato di grigio e non certo per il carattere intraprendente visto che stava sempre sdraiato al sole, sullo zerbino di casa, a ronfare) manifestava la sua riconoscenza sfregandosi alle gambe con un sonoro ron-ron. Le giornate del ragioniere scorrevano così, senza troppe emozioni e senza andar di fretta. Poteva permetterselo, facendo una vita tanto regolare da far invidia a un orologiaio svizzero. Ogni giorno gli capitava di veder gente correre qua e là, sempre indaffarata, quasi avessero addosso tutti l’argento vivo. E lui? Niente. Si era guadagnato il diritto alla flemma. Gli capitava, come accade a tutti, qualche episodio dove la frenesia prendeva il sopravvento e bisognava darsi da fare ma erano, per fortuna, momenti piuttosto rari. Così, pur non mancando ai suoi doveri, cercava di tenere un passo che fosse, come dire, il più lento e ragionato possibile. E, bene o male, ci riusciva. Al Circolo Operaio bavenese ci andava soprattutto il lunedì mattina, giorno di mercato, dopo aver bighellonato tra le bancarelle. Gli piaceva quel brulicare di persone che chiacchieravano e contrattavano le merci esposte con un vociare che metteva allegria. Quando c’erano i turisti, dalla tarda primavera alla fine dell’estate, era una vera e propria babele di lingue. Sarà stato perché pativa la solitudine o perché gli piaceva iniziare una nuova settimana con un poco di movimento dopo l’ozio domenicale, ma far due passi al mercato era proprio divertente. Non che ci andasse per comprare qualcosa. Gli capitava raramente e solo per alcuni capi di vestiario. Per i generi alimentari andava in uno dei due piccoli supermercati.

Anzi, per non far torto a nessuno, stava ben attento a fare la spesa sia in uno che nell’altro. Così, pensava, nessuno ne avrà a male. Tanto più che al giorno d’oggi i prezzi sono più o meno uguali e anche la qualità non si discosta di molto. Ma, compere a parte, il mercato lo metteva di buon umore. Confessava che rimpiangeva quando era in centro, occupando la piazzetta tra le scuole elementari, il retro del municipio e pure la via principale che costeggiava la scalinata della chiesa. In seguito, per non intralciare il traffico e agevolare la viabilità, venne spostato sul viale del ponte che attraversava il torrente Selvaspessa tra Baveno e Oltrefiume, piò meno all’altezza del punto dove in passato c’era la vecchia passerella. Era sì più funzionale al traffico ma anche più decentrato e, quindi, un po’ più scomodo. Comunque, ora che era in pensione, quella passeggiata era piacevole e, terminato il giro verso le dieci e mezza, si avviava pigramente alla volta del Circolo. Passava sotto il ponte della ferrovia, svoltando a destra sul viale alberato e scendeva a fianco della stazione ferroviaria proprio davanti all’entrata dell’imponente Casa del Popolo. Fuori, nella bella stagione, c’era sempre qualcuno che si sfidava sui campi da bocce, mentre gli altri avventori si dividevano tra coloro che sbirciavano la partita, leggevano il giornale commentando i fatti del paese o si lasciavano prendere la mano dal turbinio delle carte da ramino o da scopa. E lui, il ragioniere, dopo aver chiesto un bicchiere di spuma o, più raramente, una cedrata, rispondeva di buon grado ai quesiti di natura finanziaria che gli venivano posti. Del resto, come gli aveva detto il cavalier Borloni dandogli una pacca sulla schiena, anche se a riposo “si è sempre ragionieri, no?”.

Marco Travaglini

Coppa deliziosa alle fragole

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Fragole che passione!  Offriamo a fine pasto ai nostri ospiti questo scenografico dolce delizioso e di semplice realizzazione

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Dosi per 4 persone:

½ Kg.di fragole

1 Banana

4/5 biscotti savoiardi

2 bicchierini di limoncello

200 ml di panna da montare

Crema pasticcera

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Sul fondo di una coppa in vetro trasparente mettere i savoiardi spezzettati bagnati con 1 bicchierino di limoncello (allungato con un bicchierino di acqua). Preparare una crema pasticcera con 3 tuorli, ½ litro di latte, 1 bustina di vanillina, 20gr. di farina, 60 gr.di zucchero e 1 bicchierino di limoncello. Lasciar raffreddare.

Tagliare le fragole ben pulite e la banana a fettine. Iniziare a decorare la circonferenza della coppa con le fette di fragole, quando terminato mettere le restanti fragole nella coppa livellando la superficie e procedere nello stesso modo con la banana.

Montare la panna con un poco di zucchero a velo.

Stendere sullo strato di banane la crema pasticcera raffreddata e completare con uno strato di panna montata. Decorare a piacere.

PaperitaPatty

 

Dolci della tradizione: i baci di dama

Tostate in forno le mandorle e le nocciole. Pelatele, riducetele a granella fine e mescolatele con lo zucchero e la vaniglia fino a ottenere una farina granulosa. Incorporate delicatamente il burro ammorbidito a temperatura ambiente, maneggiando l’impasto il meno possibile, solo il necessario per amalgamare gli ingredienti.

Leggi la ricetta su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/enogastronomia/ricette/baci-di-dama

“Un calice di Erbaluce”

Venerdì18 settembre alle 21.00 a Burolo

Debora Bocchiardo a Villa Pasta presenta: “Un calice di Erbaluce”

In sala 16 autori raccontano l’oro del Canavese

Debutto in grande stile, venerdì 18 settembre alle 21, nel salotto di Villa Pasta, a Burolo (To), in via Parrocchia n. 15, per l’antologia: “Un Calice di Erbaluce” (Edizioni Pedrini).

Con la curatrice della silloge, la giornalista e autrice Debora Bocchiardo, interviene il direttore editoriale della Edizioni Pedrini con gli autori del primo libro che propone una miscellanea letteraria sul pregiato vino autoctono del Piemonte e che leggeranno in presenza parti della loro opera.

Nel corso della presentazione sono previsti l’intervento di Franco Cominetto, nella doppia veste di sindaco di Burolo e di presidente del Distretto del Cibo e del Vino del Mombarone, Serra Morenica e Naviglio di Ivrea, e della professionista Caterina Andorno sommellier e già presidente del Consorzio dell’Erbaluce di Caluso, Carema e Canavese.

Alla serata, inoltre, saranno presenti diversi produttori del Distretto del Cibo e del Vino, con esposizione della propria produzione di Erbaluce.

L’antologia sull’Erbaluce è nata da un’idea di Debora Bocchiardo. In un volume, composto da 16 racconti di generi diversi, autori con varie esperienze e stili narrativi spesso molto distanti, hanno raccolto l’invito a partecipare a questo progetto e rendono omaggio ad uno dei prodotti simbolo del Canavese, delle sue tradizioni e della sua storia.

L’Erbaluce diventa la protagonista non solo della tavola ma, anche, di un autentico banchetto letterario. Un’idea editoriale che incontra l’enologia, la vocazione agricola di una terra, i sentimenti di appartenenza che orgogliosamente la caratterizzano, in un “menu” completo di emozioni, per esaltare i mille sapori della vita, in ogni senso.

In volo sul lago

Il giorno prima della partenza avevamo controllato per bene le previsioni meteorologiche. La mongolfiera non può staccarsi da terra in presenza di pioggia, temporali, vento troppo forte o gran caldo. Ma dal centro Geofisico Prealpino di Varese, nell’edizione mattutina della trasmissione radiofonica “Gazzettino padano“, garantirono che il tempo volgeva al bello. Era già più che una garanzia ma comunque, per scrupolo, verificammo anche sui vari siti meteo di internet, trovando conferma. Per il decollo avevamo scelto un ampio prato poco distante dal capannone. Era il luogo ideale: non c’erano ostacoli che potessero intralciare le manovre di volo. Posizionata la cesta iniziammo a stendere l’enorme pallone bianco e rosso e in meno di  mezz’ora era pronto per essere gonfiato con l’aria fredda di un ventilatore. Un lavoro che durò circa venti minuti, al termine del quale la mongolfiera era pronta per il decollo. Eravamo emozionati e non vi dico che sensazione provai quando ci staccammo da terra e iniziò l’ascensione. Il rumore del bruciatore e quella fiammata che ci scaldava le guance ci avevano distratti e quasi non ci rendemmo conto di essere già in volo. In meno di un quarto d’ora l’altimetro segnava 3600 piedi. “Quindi, amico mio, stiamo viaggiando a poco più di mille metri d’altezza“,disse Roland. L’apparecchio rilevava anche  la variazione della pressione atmosferica rispetto all’altezza sul livello del mare  e questa tendeva a diminuire aumentando la quota. Da terra, André Lacroix, uno degli amici di Roland, aveva il compito di comunicare con noi attraverso la radio aeronautica in VHF. Quest’ultima, dalle frequenze sempre aperte, ci  consentiva  di mantenere il contatto con l’assistenza. Una rapida occhiata alla sonda termica che misurava la temperatura interna dell’involucro ci confermò che tutto procedeva per il meglio.

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Il volume della nostra mongolfiera , come ho già ricordato, corrispondeva a quelle di medie dimensioni, capaci di portare tre o quattro persone. L’autonomia di volo poteva variare da un’ora e mezza a un paio d’ore,secondo la quantità di propano a disposizione per il bruciatore, dalle condizioni climatiche e dal peso trasportato. Nel nostro caso il carico di combustile, il bel tempo e il fatto che eravamo solo due e per di più longilinei, ci garantiva un ampio margine verso le due ore. Roland si confermò un provetto “pilota dell’aria“,controllando l’andamento dell’aerostato e manovrando il bruciatore. Quando apriva la valvola, aumentando la quantità di aria calda,il pallone tendeva a salire;viceversa, quando la diminuiva, tendeva a perdere quota lentamente e in modo graduale. La magia di volare in mongolfiera era indescrivibile. Il panorama non era per nulla paragonabile a quello che si può vedere dall’alto di una montagna. Era più completo, vario, mobile. Il lago pareva una creatura viva. La nostra ombra, in basso, sfiorava l’acqua e le terre che la circondavano. Da quassù le cose mutavano forma: i profili dei monti, il reticolo delle strade, le strutture di case e piazze, i corsi d’acqua,i battelli,la ferrovia. Roland, filosofando,disse: “E’ davvero un altro punto di vista,  molto probabilmente una visione diversa del  mondo“. Ero anch’io molto eccitato.“Guarda là, Roland. Guarda la statua del San Carlone!Impressionante!Domina la città di Arona e parte del Golfo Borromeo dall’alto dei suoi 35 metri”.Si vedevano il centro abitato,il lungolago e i resti della Rocca Borromea , la “Gibilterra del Lago Maggiore” che fu espugnata e distrutta da Napoleone nel 1800. Più a sud le macchie colorate dei campeggi di Dormelletto e il ponte di ferro sul Ticino che segna il confine tra Piemonte e Lombardia dove, da una sponda all’altra del fiume,Castelletto Ticino e Sesto Calende si guardano negli occhi.

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A nord di Arona, tra il lago e le verdi colline del Vergante, s’intravedevano le ville e i borghi di Dagnente, Meina, Ghevio, Lesa, Belgirate e – più in su -Colazza,Pisano,Nebbiuno,Massino Visconti, Brovello Carpugnino. ” Quel campanile è di Gignese e, più giù, c’è Vezzo. Vedi la strada che scende verso Baveno? Levo, Someraro, Campino e Loita sembrano messe in fila“. Stresa, la  “perla” del lago, nobile e un po’ fanè, si specchiava nel golfo borromeo proprio davanti all’Isola Bella e più in su, oltre Baveno, tra Feriolo e Fondotoce, la Toce sfociava nel lago.Ville e campanili, case e fabbriche da Pallanza a Intra sembravano cubetti delle costruzioni mentre la lingua d’asfalto della statale del lago Maggiore attraversava Ghiffa, Oggebbio, Cannero e Cannobio fino a incontrare la sbarra del confine con la Svizzera, tra Piaggio Valmara e Brissago. Sotto di noi, come su di una mappa in rilievo, vedevamo i laghi d’Orta e di Mergozzo e il lungo fondovalle ossolano dal quale partivano come lische di un pesce le strade che salivano verso le testate delle valli laterali, chiuse dalla corona delle alpi Pennine e Lepontine. Ma erano i colori del lago, le increspature dell’acqua mossa dalla brezza di superficie, a provocare una vera e propria vertigine. Galleggiavamo nell’aria e sotto di noi non c’era angolo che non contribuisse a comporre la grande suggestione del paesaggio. Le alture, il profilo dei poggi, i corsi d’acqua scintillanti che corrono tra le vallette verso il lago, la ricca vegetazione dei boschi, i giardini e i parchi, le serre delle aziende che coltivano camelie e azalee. Anche il tempo volava ed era giunto in momento di tornare con i piedi per terra. Ci dirigemmo sulla zona da cui eravamo partiti, scendendo poco alla volta per sondare il vento al suolo. In breve atterrammo nello spazioso prato ai margini della vecchia fabbrica di ceramiche. Scesi dalla mongolfiera ci abbracciammo forte. ” E’ stato un volo bellissimo. Mi era capitato altre volte di salire in mongolfiera ma qui, sul Maggiore, ho provato emozioni da brivido. Adesso io e André sgonfieremo il pallone, smontandolo. Dobbiamo rimetterlo nelle casse poiché, dopodomani, ci toccherà rispedirlo a Ginevra. Come ogni anno, il professor Guy De Marne organizza una gara di mongolfiere e ha bisogno di tutti i suoi aerostati per l’occasione“. Dopo le parole concitate di Roland, ci salutammo con un lungo abbraccio. Era stata davvero una giornata indimenticabile. Sul pontile dell’imbarcadero, nell’attesa di salire a bordo del San Cristoforo, il traghetto che collega Laveno con Intra, pensai che quell’esperienza doveva rimanere unica.  Non era il caso di ripetere quel volo  perché le grandi emozioni sono tali se non ci si fa l’abitudine. A Intra salii sulla motonave “Stambecco” e mezz’ora dopo scendevo al porto di Baveno. Andai a casa, sfinito dalla stanchezza ma contento. Dopo cena mi sdraiai sul letto, guardando fuori dalla finestra della stanza che dà sul lago. La luna, una mezza falce circondata dalle nubi, stava per essere ingoiata dalle stesse. S’annunciava una di quelle notti scure che si mangiano le stelle. Ero pronto a rivivere , in sogno , le gioie intense di questa memorabile giornata. Con un clik! spensi la luce dell’abat-jour. Buonanotte!

Marco Travaglini

Penne integrali in crema di zucchine: salutari e nutrienti

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Eccovi un primo piatto ricco di sapore, sfizioso ed invitante, perfetto per ogni occasione.

Ingredienti :

380gr. di penne integrali
400gr. di zucchine
80gr. di grana grattugiato
120gr. di dadini di Speck
1/2 spicchio d’aglio
1 cucchiaio di prezzemolo grattugiato
3 foglie di basilico
Olio evo, sale, pepe.

Dorare i dadini di Speck in padella, tenere da parte.
Lavare e tagliare a metà le zucchine, scavare un poco la polpa e lessare al dente in acqua salata. Raffreddare e conservare l’acqua di cottura nella quale cuocerete poi la pasta.
Frullare grossolanamente le zucchine con olio, aglio, prezzemolo, basilico, grana, sale e pepe. Cuocere la pasta, unire lo speck alla crema di zucchine e servire subito. Se risultasse poco cremosa, aggiungere un mestolino d’acqua di cottura.
Buon appetito.

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