LIFESTYLE- Pagina 2

Dantès e l’Olivetti

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All’inizio degli anni ’50 un vivace yorkshire terrier di nome Dantès viveva a Ivrea, capoluogo del canavese. La “città delle rosse torri” era conosciuta in ogni angolo del mondo grazie all’Olivetti, la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, fondata nel 1908 e destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dantès era il compagno inseparabile di un giovane ingegnere che lavorava alle Officine ICO, uno dei luoghi produttivi della Olivetti più innovativi e all’avanguardia, esempio unico per lo spirito imprenditoriale che l’animava grazie alla visione illuminata di Adriano Olivetti.

Dantès era un cane molto intelligente, tanto curioso e intraprendente quanto dotato di uno spirito avventuroso. Ogni giorno accompagnava il suo padrone in ufficio dove l’ingegnere e i suoi collaboratori erano impegnati a progettare e costruire macchine da scrivere e calcolatrici. La fabbrica in quegli anni era un luogo vibrante e pieno di idee innovative, e Dantès guardava quel fermento accoccolato sulla sedia vicino alla scrivania ricevendo coccole dagli operai che passavano di lì e anche qualche bocconcino che dimostrava di gradire molto. Una mattina, mentre il suo padrone era immerso nei progetti, Dantès decise di esplorare il vasto complesso dell’Olivetti. Si allontanò dalla scrivania e si avventurò nei corridoi tra le macchine e i tavoli da lavoro. La sua curiosità lo portò in una grande sala dove si stava stavano discutendo animatamente su un nuovo modello di macchina da scrivere. Dantès attratto dalle voci si avvicinò silenziosamente. Stavano parlando della Lettera 22, macchina da scrivere portatile che avrebbe rivoluzionato il modo di scrivere diventando la preferita dei più grandi giornalisti italiani. Ormai era pronta per essere messa in produzione nello stabilimento di Aglié. Progettata da Giuseppe Beccio e disegnata da Marcello Nizzoli, rappresentava al meglio l’estetica olivettiana. I suoi pregi erano la leggerezza (tre chili di peso) e la maneggevolezza ma anche le caratteristiche tecniche erano destinate a renderla unica e amatissima fino al punto di diventare un’icona, un oggetto di culto. Con grande sorpresa il piccolo terrier notò che Adriano Olivetti era presente. L’uomo, con il suo carisma e la sua visione lungimirante, stava parlando di come la tecnologia dovesse essere al servizio dell’umanità, migliorando la vita delle persone. Dantès, colpito da quelle parole, si accucciò ai piedi di Adriano, ascoltando attentamente. Il proprietario dell’Olivetti, notando il piccolo cane, sorrise e si chinò per accarezzarlo. “Ecco un piccolo compagno che sembra capire l’importanza del nostro lavoro” disse, suscitando le risate dei presenti.

Dantès scodinzolò felice, sentendosi parte di quel mondo straordinario. Da quel giorno divenne una vera e propria mascotte per l’azienda eporediese.  Ogni volta che Adriano Olivetti visitava il reparto il piccolo yorkshire era sempre lì, pronto a ricevere coccole e a portare un sorriso sul volto di tutti. La sua presenza non solo era gradita ma offriva quasi un senso di leggerezza e di gioia rammentando che, oltre ai progetti e ai macchinari, c’era spazio per l’amore e l’amicizia. La fabbrica a misura d’uomo era il sogno di Olivetti che la immaginava non solo come un luogo di produzione da cui trarre il maggior profitto possibile, ma il centro dello sviluppo della società e dell’economia. Un luogo di socializzazione in cui si dovevano produrre oltre che beni, anche idee e sviluppo della persona seguendo la logica che attribuiva all’attività lavorativa il compito di garantire la realizzazione dell’individuo. Con il massimo rispetto per tutti gli esseri viventi. E questo piaceva molto a Dantès. Un giorno, mentre l’azienda preparava il lancio di un nuovo prodotto, il piccolo cane si accorse che il suo padrone era particolarmente stressato. E non solo lui. Decise allora di fare qualcosa. Con una mossa astuta rubò un pezzo di carta da un tavolo e, correndo nei corridoi, attirò l’attenzione di tutti. Gli operai, divertiti dalla vista del piccolo terrier che si muoveva velocemente, iniziarono a seguirlo, lasciando per qualche istante le postazioni di lavoro. Dantès guidò il gruppo verso il giardino della fabbrica, inondato dal sole che brillava alto in cielo. Anche Adriano Olivetti li aveva raggiunti e vedendo la gioia che aveva portato, ben consapevole di quanto fosse importante prendersi una pausa e condividere momenti di felicità, decise di lasciare a tutti il pomeriggio libero. Fu così che Dantès diventò anch’esso uno dei simboli viventi di quell’azienda che credeva nel benessere dei suoi dipendenti. Adriano Olivetti, riconoscendo l’importanza di un ambiente di lavoro sereno e stimolante, incoraggiò l’idea di momenti di svago e socializzazione creando i presupposti di una vera e propria comunità. Dantès continuò a correre tra le scrivanie, piccolo eroe a quattro zampe in un’epoca di grandi cambiamenti, portando gioia e ispirazione in un mondo che stava evolvendo. La sua storia divenne parte della leggenda dell’Olivetti, piccolo ma non secondario simbolo di come anche l’entusiasmo di un animaletto potesse avere una grande importanza nella vita delle persone e nei successi di un’impresa così importante.

Marco Travaglini

Strozzapreti con granella di pistacchi

Un frutto prezioso dall’aroma e dal gusto unico, “l’oro verde di Sicilia”, cosi’ e’ denominato il pistacchio di Bronte protagonista della ricetta di questa settimana. Un primo piatto invitante e saporito dal giusto bilanciamento tra dolce e salato. Un risultato eccellente che saprà deliziare il vostro palato.

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Ingredienti

 

320gr. di pasta tipo strozzapreti

150gr. di pancetta a fiammifero

1 piccola cipolla bianca

½ spicchio di aglio

3 foglie di basilico

50gr. di grana grattugiato

100gr. di granella di pistacchio di Bronte

Olio evo q.b.

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Portare ad ebollizione l’acqua per la pasta con poco sale, nel frattempo soffriggere in poco olio la cipolla e l’aglio tritati, aggiungere la pancetta tagliata a fiammifero, lasciar rosolare bene poi, aggiungere meta’ granella di pistacchio, le foglie di basilico, il grana grattugiato ed un mestolino di acqua di cottura della pasta. Scolare la pasta al dente, saltare brevemente in padella e servire cosparsa con la rimanente granella di pistacchio.

 

Paperita Patty

Melanzane grigliate in salsa verde, più di un antipasto

Un piatto facile, veloce e gustoso da abbinare alla carne o al pesce o come insolito antipasto. Melanzane grigliate e successivamente condite con una salsina profumata e stuzzicante.

Ingredienti

3 Melanzane
1 Spicchio d’aglio
1 Peperoncino
2 cucchiai di capperi
5 Pomodorini secchi
Prezzemolo, origano, sale, olio evo q.b.
8 foglioline di menta
1 Limone

Lavare e asciugare le melanzane. Tagliarle a fette non troppo sottili e grigliarle pochi minuti per parte. Preparare la salsina, tritare il prezzemolo con la menta, l’aglio, i capperi, l’origano, il sale, l’olio ed il succo del limone. Tagliare a listarelle sottili i pomodori secchi ed unire alla salsa. Spennellare le melanzane con la salsa e disporle a strati sul piatto di portata. Lasciare riposare in frigo 12 ore.
Servire a temperatura ambiente.

Paperita Patty

 

Stratta 1836, dolcezze da 190 anni

Nella Corte interna del Circolo del Whist-Accademia Filarmonica di Torino

Una storia di famiglia e di maestria che attraversa i secoli dal 1836 e una ricorrenza che è diventata occasione per raccontare non solo un’eccellenza dolciaria, ma una vera e propria eredità  viva che si tramuta nel tempo e di generazione in generazione.

In occasione del 190esimo anniversario di Stratta Torino 1836, l’allestimento del cortile, ad opera di Giardino Segreto dell’architetto del paesaggio Cristiana Ruspa, ospitato nella corte interna del Circolo del Whist – Accademia Filarmonica, è  stato pensato come un  paesaggio temporaneo capace di mettere in relazione la storia del luogo, l’identità dello storico caffè  e il carattere architettonico della  corte.
La scelta di una vegetazione dal carattere esotico richiama la vivace cultura botanica che caratterizza Torino nei primi decenni dell’Ottocento, proprio negli anni in cui nasceva  Stratta. In questo periodo le collezioni botaniche cittadine si arricchiscono progressivamente di specie  tropicali e di palme, espressione di quella curiosità scientifica e di quell’interesse per l’esotico  che attraversano la cultura europea dell’epoca.
Le palme dell’allestimento non costituiscono quindi una ricostruzione letterale del paesaggio torinese ottocentesco, ma evocano un immaginario botanico che era effettivamente presente in quegli anni a Torino. La palma, d’altronde, possiede un valore simbolico antico, legato alla vittoria , alla continuità e alla longevità,  significati che assumono una particolare pertinenza in occasione della celebrazione dei 190 anni di storia di Stratta.
L’allestimento ha costruito un paesaggio celebrativo sospeso tra memoria e contemporaneità, capace di rendere omaggio a 190 anni di storia, senza rinunciare a guardare ai prossimi, non la riproduzione di un giardino storico, ma l’evocazione dello spirito cosmopolita,  curioso ed elegante dell’Ottocento, reinterpretato attraverso una composizione vegetale temporanea che dialoga con l’architettura del cortile del Whist e con la lunga storia di Stratta.
In occasione del 190 anni di Stratta, Giulio Cocchi ha dedicato alla storica pasticceria torinese, fondata nel 1836 dai maestri confettieri Stratta e Reina, una speciale cuvée di Alta Langa DOCG nel formato Magnum.
Il vino, un Pas Dosé di Pinot Nero in purezza, millesimo 2016, appositamente degorgiato per questa speciale ricorrenza,  esprime un carattere puro rigoroso e interpreta pienamente lo stile dell’Alta Langa DOCG, il Metodo Classico Piemontese, nel segno della comune vocazione di Stratta e Giulio Cocchi per la qualità e l’eccellenza.
Il lungo affinamento sui lieviti e l’assenza di dosaggio esaltano la personalità di questa speciale cuvée,  che celebra il valore del tempo e della longevità.  Un Magnum pensato per un anniversario importante, nel quale la storia di Stratta incontra la capacità dell’Alta Langa DOCG di esprimere,  attraverso il tempo, complessità, eleganza e profondità.

“Festeggiare i 190 anni significa guardare alla storia passata con orgoglio, ma anche riconoscere il valore delle relazioni che, negli anni, hanno contribuito a costruirla, questa speciale cuvée di Alta Langa Doc firmata Giulio Cocchi rappresenta lo spirito con cui vogliamo celebrare questo anniversario: il Piemonte, la tradizione, la cura artigianale  e, soprattutto, il valore del tempo” commenta per Stratta Dario Werling

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Lonardi e Dupuy presentano “Italianity”, storie di uomini e vitigni

 Teatro della Fondazione Mirafiore di Serralunga d’Alba

Domenica 13 settembre, alle 18.30, il teatro della Fondazione Mirafiore di Serralunga d’Alba propone uno speciale incontro con Andrea Lonardi e Jessica Dupuy, autori del volume “Italianity”, che esplora il rapporto tra il vino, i paesaggi e le persone che lo rendono unico.

Andrea Lonardi è enologo e agronomo, il secondo italiano ad aver conseguito il titolo di Master of Wine e aver maturato lunga esperienza nelle maggiori regioni vitivinicole del Paese. Jessica Dupuy è giornalista del vino, sommelier certificata, autrice di libri e firma di articoli per testate di settore.

“Italianity”, scritto a quattro mani, non è una guida tecnica inerente alle regioni vitivinicole italiane, ma un viaggio personale e culturale alla ricerca di ciò che rende il vino italiano una grande eccellenza mondiale. Il libro segue il filo che unisce vitigni autoctoni, territori e comunità, dalle colli e nebbiose del Piemonte ai pendii alpini dell’Alto Adige, dai terreni vulcanici della Sicilia agli uliveti della Toscana. Attraverso incontri, storie e riflessioni, i due autori narrano il vino come di un patrimonio di innovazione, resilienza e convivialità che segue il ritmo delle stagioni e rivolge lo sguardo alla bellezza della quotidianità.  Si tratta di un volume rivolto a chi è interessato a comprendere non solo ciò che si trova all’interno del bicchiere, ma anche lo spirito che lo accompagna e il modo in cui viene vissuto.

L’appuntamento anticipa il Serralunga Day, in programma il giorno successivo presso la tenuta di Fontanafredda, che vedrà ancora protagonisti Andrea Lonardi e Jessica Dupuy. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria tramite il sito fondazionemirafiore.it

Mara Martellotta

Foto Fondazione Mirafiore

Abitare l’automobile. 40 anni di “Poltrona Frau in Motion”

Il Museo Nazionale dell’Automobile ospita la mostra, da venerdì 11 settembre a domenica 11 ottobre

Da quaranta anni Poltrona Frau in Motion interpreta l’idea di movimento come spazio di ricerca sviluppando per i settori automotive, aviazione e yachting, soluzioni nelle quali progettazione, ricerca sui materiali e competenze manifatturiere  convergono.

L’anniversario diventa l’occasione per una rilettura su questo percorso attraverso un allestimento articolato nelle diverse fasi che conducono dall’ideazione alla produzione.

Schizzi, materiali, prototipi e documenti di lavoro accompagnano una timeline dedicata ai momenti  chiave del percorso di Poltrona Frau in Motion, componendo un racconto fatto di prove, passaggi e trasformazioni che precedono il risultato finale.

Al centro dell’esposizione vi è la Vanità Fair XC in Motion, edizione limitata di un’icona di Poltrona Frau che incontra l’opera Dinamismo assoluto della mano sinistra, realizzata nel 1922 da Ivo Pannaggi, uno dei protagonisti del Secondo Futurismo, che concentra l’attenzione sul gesto che precede l’azione e sulla sua energia potenziale. La Poltrona, realizzata in 40 esemplari e ispirata all’opera dell’artista maceratese, diventa un oggetto da collezione, capace di porre in dialogo design, arte e innovazione.

Accanto alla poltrona, è esposta la Lancia Thema 8.32 che porta questo principio nella dimensione dell’automobile, trasformando l’intuizione in applicazione concreta e testimoniando il rapporto tra Poltrona Frau e il mondo della mobilità.

Nel 1986, con la Lancia Thema 8.32 Poltrona Frau entra nel settore automotive e nasce Frau Car, oggi Poltrona Frau in Motion. Gli interni sono sviluppati in collaborazione con l’azienda, sedili, volante, cuffia del cambio, leva del freno a mano tutti rivestiti in pelle e lavorati a mano. La Thema segna l’inizio di un percorso che porta il sapere manifatturiero di Poltrona Frau nel mondo della mobilità.

“Celebrare 40 anni di ‘In Motion’ al Museo Nazionale dell’Automobile ha per noi un significato unico: Poltrona Frau nasce a Torino nel 1912 dalla visione di Renzo Frau in una città colta e ricca di storia, ma attraversata dai venti dell’innovazione e della tecnologia, tanto da far nascere uno dei centri mondiali dello sviluppo dell’automobile. È qui che prende forma un sapere capace di coniugare sensibilità estetica, qualità dei materiali e maestria manifatturiera, ed è ancora in questa città che molti anni dopo è partiti il nostro primo progetto nel mondo della mobilità. Negli anni, poi, Poltrona Frau ‘In Motion’ ha esteso questo patrimonio di competenze ad altri ambiti della mobilità, confrontandosi con contesti e modi di vivere in movimento sempre più variegati – commenta Ervino Riccobon, Ceo di Poltrona Frau ‘In Motion’”.

Venerdì 11 settembre, alle 18.30, si terrà un talk su “Abitare l’automobile”. Giovanni Maiolo, Flavio Manzoni e Rossella Guasco dialogheranno sul modo in cui l’interno dell’automobile si è trasformato nel tempo: da spazio prevalentemente funzionale a luogo da vivere capace di esprimere identità, comfort e nuove forme di relazione con il movimento. L’incontro esplora l’evoluzione dell’abitacolo come spazio di progetto ed esperienza, dove design, comfort, artigianalità e innovazione concorrono a definire il rapporto tra persone e mobilità. A confrontarsi su questi temi saranno Giovanni Maiolo, general manager di Poltrona Frau “In Motion”, Flavio Manzoni, chief design office Ferrari e Rossella Guasco, vicepresident CMF Design Europe Stellantis. A partire dai 40 anni di Poltrona Frau “In Motion”, il,talk mette a confronto prospettive diverse sul progetto dell’abitacolo: il design, la definizione delle forme, la ricerca  su colori e materiali, il sapere manifatturiero e la capacità di tradurre intuizioni e innovazioni in un’esperienza sensoriale. Il dialogo guarda anche al futuro, interrogandosi su come l’evoluzione della mobilità, delle tecnologie e degli stili di vita stia ridefinendo il concetto di lusso e il nostro modo di vivere l’automobile. Dalla materia al gesto, dall’artigianalità all’innovazione, l’abitacolo diventa un territorio di progetto in cui convergono cultura dell’abitare e cultura del movimento.

Mara Martellotta

A Piossasco é “Festa degli Orti”

La settecentesca residenza nobiliare di “Casa Lajolo” a Piossasco torna ad ospitare la nuova edizione, dedicata quest’anno a “I gusti della terra”

Sabato 12 e domenica 13 settembre

Piossasco (Torino)

“Un tuffo tra profumi, sapori e storie della terra: la nuova edizione della ‘Festa degli Orti’ a ‘Casa Lajolo’ si preannuncia come un appuntamento imperdibile per chi ama la natura, l’enogastronomia e le tradizioni locali. Il punto di forza di questo appuntamento sta nella capacità di unire cultura scientifica, alta gastronomia ed esperienze sensoriali a tutto tondo, trasformandosi in un percorso partecipativo pensato per ogni età, capace di stimolare tutti i sensi attraverso un fitto programma di talk, degustazioni guidate, laboratori creativi e momenti d’arte”. Così gli organizzatori di “Fondazione Casa Lajolo” (storica residenza nobiliare di campagna sita in Borgo di San Vito a Piossasco, in origine appartenente ai Conti Ambrosio di Chialamberto e passata in eredità nell’Ottocento agli astigiani Conti Lajolo di Cossano) definiscono, a ragione, la dodicesima edizione de “La Festa degli Orti”, dedicata quest’anno a “I gusti della Terra”: un vero e proprio “viaggio esperienziale”, guidato dai cinque sensi, capace di unire l’alta cucina di chef come Matteo Baronetto (per dieci anni “Executive Chef” dello storico e stellato “Cambio” di Torino e nella stagione 2026 collaboratore di Carlo Cracco al “Forte Village” di Santa Margherita di Pula in Sardegna) e la divulgazione scientifica di Giorgio Vacchiano (Ricercatore Forestale presso l’“Università Statale” di Milano), accanto a degustazioni guidate, laboratori pratici e una ricca “mostra mercato” di produttori locali.

Un mix estremamente impegnato e impegnativo di eventi che, in estrema sintesi, prenderanno forma e contenuti nella giornata di sabato 12 settembre prossimodalle 10,30 alle 18, con incontri e visite guidate alla dimora, al celebre “giardino all’italiana”, al “boschetto all’inglese” e all’“orto-giardino murato” (“hortus conclusus”), seguendo il magico filo conduttore dei “cinque sensi”.  Il via, sotto il maestoso “Cedro deodara” (o “Cedro dell’Himalaya” o “Albero degli dei”, utilizzato per secoli in Asia per costruire templi, palazzi e monumentali sculture) con l’“udito” e la presentazione di “Soundfood” (una “lampada smart” che intreccia note musicali e ricette) a cura di Riccardo Migliavada dell’“Università di Scienze Gastronomiche” di Pollenzo, per proseguire con l’ “olfatto” e nel pomeriggio con l’esperienza dedicata al “tatto” e al “benessere”, via via fino all’esplorazione dell’“Umami” (quinto gusto fondamentale insieme a “dolce”, “salato”, “amaro” e “acido” scoperto a inizio Novecento dal chimico giapponese Kikunae Ikeda) e al binomio “Gusto & Vista”, aperitivo curato da “Giò Catering” e arricchito da un “reading letterario” a tema “verde”.

Domenica 13 settembredalle 10 alle 18, la festa entra nel vivo tra mostre, laboratori e una vivace “mostra mercato” di prodotti locali e vivaistici, oltre alle consuete visite guidate. Tra gli appuntamenti clou: l’inaugurazione in “Sala Scuderia” della mostra fotografica “Piossasco nel tempo”, un suggestivo “viaggio nella memoria” visiva del Borgo attraverso “cartoline d’epoca”, seguita da un talk dedicato all’“olio” (condotto da Luigi Caricato, ideatore dell’“Olio Officina Festival” e dal produttore Giovanni Bocchino) e da un altro dedicato a “miele” e “aceto”, mentre alle 17 vera star sarà l’alta cucina con lo chef Matteo Baronetto che illustrerà la nuova edizione del suo “Cucina piemontese contemporanea” (“EDT” edizioni), seguita da “Cronache degli alberi”, spettacolo di narrazione scientifica sulla vita e la cooperazione delle foreste presentato nel “Boschetto” da Giorgio Vacchiano.

E ancora, grande novità di quest’anno “Dintorno: cammina e scopri”, la “Festa degli Orti Off”, tesa ad invitare il pubblico a esplorare le bellezze storiche, artistiche e naturalistiche del “Borgo” e dei suoi dintorni, tra i quali i “Musei” a cielo aperto dedicati al celebre piossaschese Alessandro Cruto, inventore della “lampada a incandescenza” (cinque mesi dopo Thomas Edison) e all’artista torinese Giuseppe Riccardo Lanza, ideatore di un “palcoscenico-scultura” nella “Cava di San Valeriano” nei pressi di Piossasco, nonché, sempre a Piossasco, di una scultura di ben dodici metri di altezza. Ad arricchire infine la giornata di domenica 13, sarà una vivace e curata “mostra mercato”, con tutte le eccellenze del territorio, dalle “Delizie del Dahu” della Val Chisone e Val Germanasca, alle varietà uniche de “I pomodori di Nonno Remo”, senza dimenticare l’ampia offerta dei rinomati “Vini del Pinerolese”. Per facilitare l’accesso alla manifestazione, sono stati predisposti pratici collegamenti per raggiungere comodamente il “Borgo di San Vito”. Sabato 12 e domenica 13 settembredalle 9,30 alle 19,30, sarà attivo un “servizio navetta” da piazza Pertini con partenze ogni ora. Per chi preferisce, invece, una camminata nella natura, è stata riordinata, pulita e riaperta la “Strà d’j Babj”: l’antica stradina che consente di salire al “Borgo” a piedi da Piossasco (via Gorizia), immergendosi nella splendida magia della vegetazione collinare.

Per info e programma dettagliatowww.casalajolo.it

g.m.

Nelle foto: immagini di repertorio

Il gusto torna su rotaia: ripartono i tour di TRAMeZINO

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Il tram più goloso di Torino rimette in moto le sue ruote. Dal 10 settembre torna TRAMeZINO, la linea storica che trasforma un giro in città in un’esperienza tra binari e sapori, promossa da GTT in collaborazione con Tramezzino Torino e Turismo Torino e Provincia.

Protagonista del viaggio è la motrice 2847, storica vettura restaurata nella sua livrea verde anni Sessanta, che porterà cittadini e turisti lungo alcuni degli scorci più suggestivi del centro: via Po, piazza Vittorio Veneto e la collina della Gran Madre, in un percorso ad anello che fa rivivere l’atmosfera di un’epoca passata. A bordo, il vecchio box del bigliettaio si trasforma in un bancone bar per una degustazione esclusiva, servita mentre il tram scorre tra le vie della città.

La proposta gastronomica si articola in due formule, pensate per momenti diversi della giornata.

La colazione, il sabato e la domenica mattina alle 9:30, propone tramezzini dolci, pasticceria artigianale, frutta fresca e bevande calde e fredde, al costo di 16 euro.

L’aperitivo, il giovedì e il venerdì sera alle 19:00 e alle 20:00, offre invece una selezione di mini tramezzini classici o vegetariani, sfizi salati e un calice di vino oppure una bevanda analcolica, al prezzo di 19 euro.

Il servizio riparte giovedì 10 settembre, con partenza dal consueto capolinea di Piazza Castello (fermata 436, di fronte al Teatro Regio).

Attenzione però a un’eccezione: nei giorni 11, 12 e 13 settembre, in concomitanza con il Salone Auto Torino 2026, il punto di partenza si sposterà temporaneamente in Piazza Carlo Emanuele II (Piazza Carlina), presso la fermata 1556 – Piazza Carlina sud.

I posti a bordo sono limitati, per garantire comfort e qualità dell’esperienza a tutti i partecipanti. La prenotazione è obbligatoria ed è possibile effettuarla entro il giorno precedente alla data scelta.

Tutte le informazioni sono disponibili sul sito di GTT, mentre l’acquisto dei biglietti avviene tramite il portale di Turismo Torino e Provincia all’indirizzo turismotorino.org/tramezino. In alternativa, è possibile contattare l’Ufficio Servizi Turistici GTT al numero 011 5764733 o scrivere a servizituristici@gtt.to.it.

TorinoClick

Le supposte di glicerina

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Andreino è un tipo piuttosto strano. Non tanto per l’aspetto fisico – mingherlino, calvo, con due gambette corte e secche come manici di scopa – quanto per il carattere, diciamo chiuso, che dimostra di avere. Andreino è un burbero solitario. Uno di quelli  che dormono con il sedere scoperto , sempre di cattivo umore. Vive da solo, lavora da solo ( è un artigiano del ferro che non conta le ore e si tira “piat cumè ‘n dés ghèi”, piatto come una moneta da dieci centesimi, vale a dire stanco morto ), mangia da solo davanti alla tv accesa, va a cercar funghi da solo e non pesca mai dove ci sono altri. Ha le sue idee fisse sulla salute ( “l’infragiùur, se t’al cùrat, al dura sèt dì, se t’al cùrat mìa, al pòl durà anca na ‘smana”, che – tradotto –significa che il raffreddore, se lo curi, dura sette giorni, se non lo curi può durare anche una settimana).

A dimostrazione della scarsa considerazione che ha, in genere, dei dottori. L’unico per cui ha rispetto è il dottor Rossini. Da quella volta che gli curò una fastidiosissima sciatalgia, per Andreino è “un gatto”, il migliore, l’unico vero medico in circolazione. Se lo dice lui che si vanta di aver consumato più scarpe che lenzuola, dichiarando la buona salute e una certa avversione per quei signori che avevano contratto il giuramento di Ippocrate, c’é da credergli. Il problema è che il dottor Mauro Rossini, quelle rare volte che lo ha incontrato nella veste di paziente nel suo studio medico, non è quasi mai riuscito a spiegargli le cure che servivano poiché Andreino lo interrompeva,  annuendo vigorosamente e ripetendo come un mantra: “ho capito…certo…chiaro… grazie, grazie, dottore”. Un comportamento a dir poco imbarazzante, con tutti i rischi che poteva generare, tra i quali l’incomprensione. Tant’è che un giorno, recatosi dal medico perché sofferente da tempo di stitichezza e senza che nessun tipo di cura gli avesse fatto effetto, mentre il dottore stava illustrando diagnosi e rimedio, si alzò di scatto, lo ringraziò con tutto il cuore e si precipitò nella farmacia davanti al municipio. “Si ricorda la posologia?”, chiese il farmacista, consegnandogli le supposte di glicerina. Lui disse di sì e,  a scanso di equivoci, se ne fece dare due scatole. Passati una decina di giorni si presentò dal suo medico che gli domandò come stesse e se le supposte avessero fatto il loro dovere. Andreino, tenendo gli occhi bassi, temendo di fare una critica all’uomo che tanto stimava, rispose: “Caro dottore, per andar di corpo ci sono andato e son più libero ma mi è venuto un gran mal di stomaco. Quelle supposte “in pròpi gram”, sono cattive. Ogni volta che ne mettevo in bocca una e la masticavo mi veniva da vomitare”. Cos’era mai stato, direte voi? Ha poi solo sbagliato la parte, in fondo. Invece di farsele salire, le supposte le fece scendere. Comunque , l’effetto per esserci stato c’è stato. Alla spiegazione del medico, una volta tanto, prestò ascolto e compreso l’errore, si affannò con le scuse e i buoni proponimenti. Da quel giorno Andreino sta ancora da solo come un eremita ma ha imparato, se non ad ascoltare chi gli parla per il suo bene ( è più forte di lui..) almeno a leggere i bugiardini delle medicine. Così, per evitare fastidi e un po’ , come gli disse Giuanin, battendogli una gran pacca sulle spalle, per “tègn da cùunt la candéla che la prucisìon l’è lunga”. Un modo come un altro per dire al burbero ometto di aver cura di sé. Con il dubbio che le parole gli entrino da un orecchio per uscire immediatamente dall’altro.

Marco Travaglini