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A Chieri, il “Carnevale 2026” bussa alle porte

Le prime presentazioni in Comune. Svelati i nomi de “La Bela  Tëssiòira”, regina del Carnevale chierese e del “Mangiagrop”

Sfilata dei “carri allegorici”, sabato 24 gennaio

Chieri (Torino)

Chi ha tempo non aspetti tempo, meglio portarsi avanti con i lavori. Alla saggezza dei vecchi proverbi nostrani devono aver pensato al “Comune di Chieri”, annunciando già ieri, alla presenza di Antonella Giordano (assessora alla “Cultura”) e di  Pierino Tamagnone (presidente (“ProChieri”), alcuni appuntamenti e attese notizie relative ai prossimi festeggiamenti del “Carnevale 2026”, il cui inizio ufficiale, come si sa, è fissato a domenica 1° febbraio. Ma non a Chieri!

Qui “messer Carnevale” si mette in moto, alla grande, già il prossimo sabato 24 gennaio, con l’attesa sfilata dei “Carri Allegorici” e dei “Figuranti”Partenza alle 14,30 da piazza Quarini, il percorso si snoderà lungo via Bernardo Vittone, Piazza Europa, via Cesare Battisti, via Principe Amedeo, via San Pietro, via delle Orfane, via Palazzo di Città, via Vittorio Emanuele II, con arrivo Piazza Dante.

Ogni accesso sarà presidiato da un “servizio di vigilanza” garantito dalla Polizia Locale e dai volontari, con l’utilizzo di blocchi sulle vie secondarie interessate dal percorso. Apriranno la sfilata i carri realizzati a Chieri, quello della Scuola primaria dell’“Istituto Santa Teresa – La carica dei CENTOSES’SANTA”, e il carro delle “Parrocchie Chieresi” a tema “I clown di Chieri”. A seguire quelli provenienti da tutto il Piemonte. Tra i principali, quelli di Poirino, Rivoli Bruere, Racconigi, Piobesi Torinese, Villafalletto, Nichelino e Carmagnola Tetti Grandi.

L’evento vedrà anche la partecipazione delle tradizionali “maschere” chieresi – legate alla storica tradizione tessile della città collinare – la “Bela Tëssiòira” e “Mangiagrop”. E qui ci sono novità per la prima e niente di nuovo sotto il cielo per il secondo.

New entry, infatti, per la prima e riconferma per il secondo.

La nuova “Bela Tëssiòira” edizione 2026 sarà Michela Ronco (che soffia il trono a Nicole Sharon Bonventre), chierese, 33 anni, insegnante di “Scienze Motorie Sportive” e membro attivo del direttivo dello “Sci Club Chierese”. Michela aveva già partecipato come concorrente al concorso per l’elezione di “Miss Rubatà”: il suo legame con il territorio e in particolare con il grissino “Rubatà” deriva dal mestiere dei suoi genitori, titolari di una nota panetteria chierese. Il suo vestito è stato realizzato con la stoffa offerta come tradizione dalla “Tessitura Quagliotti” di Chieri ed è stato confezionato dall’“Associazione Chierese Muse”, presieduta da Norma Carpignano.

Per “Mangiagrop”, invece, riconferma per Giovanni Fasano, colonna portante della “ProChieri”, che ha già rivestito il ruolo nel 2025.

Infine, domenica 25 gennaioalle 11, Messa Solenne in Duomo, con il tradizionale omaggio dei personaggi del Carnevale chierese alla “Madonna delle Grazie”.

Il Carnevale è organizzato dalla “ProChieri” con il sostegno della “Città di Chieri”. Dichiara l’assessora alla “Cultura” Antonella Giordano“Anche quest’anno come Amministrazione sosteniamo la festa di Carnevale, con la sfilata dei carri e i personaggi della tradizione. Un evento colorato e allegro, molto atteso non solo dai piccoli e grandi chieresi ma anche dai turisti, che potranno apprezzare le tante bellezze, culturali ed enogastronomiche, della nostra città. La scelta di collocare la nostra manifestazione all’inizio del periodo dei festeggiamenti è funzionale a rendere la festa più attrattiva e partecipata, ospitando carri allegorici importanti, contesi da tante città. Accogliamo con entusiasmo la nuova Bela Tëssiòira, Michela Ronco, che ringraziamo per aver accettato di mettersi in gioco e rappresentare la Città di Chieri, portando avanti con orgoglio e dedizione le tradizioni locali”.

In caso di maltempo la sfilata dei “Carri Allegorici” sarà rinviata a data da destinarsi.

g.m.

Nelle foto: Manifesto “Carnevale 2026”; Conferenza stampa di presentazione”; Michela Ronco, la nuova “Bela Tëssiòira”

Cantine d’Italia 2026

CANTINE D’ITALIA 2026
 
” Per coloro che ritengono che il vino valga un viaggio “
 
È uscita la nuova edizione 2026 di Cantine d’Italia, la Guida per l’Enoturista a cura di Go Wine.
L’evento di presentazione e premiazione si è tenuto lo scorso sabato 29 novembre 2025 a Milano presso l’Hotel Melià.
Cantine d’Italia 2026 si presenta con 911 cantine complessivamente selezionate, 270 “Impronte d’eccellenza”per l’Enoturismo, oltre 5.140 vini segnalati, circa 1.642 indirizzi utili per mangiare e dormire.
Sono ben 186 le cantine piemontesi selezionate sul volume, di cui 39 nella rubrica “da conoscere”; tra queste entrano per la prima volta in Guida le cantine (in ordine alfabetico) Barbero Giacomo (Canale), Cantina Casorzo, Cantina Produttori Erbaluce (Caluso), Cortese Giuseppe (Barbaresco), Demarie (Vezza d’Alba), Gerlotto F.lli (Diano d’Alba), Grasso F.lli (Treiso), L’Autin (Barge), Pianbello (Loazzolo), Poderi Vaiot (Montà), Torchio 1953 (Isola d’Asti).
Il Piemonte è ai vertici della Guida con ben 49 Impronte di eccellenza; le cantine Castello di Gabiano, Ceretto, Fontanafredda, Malvirà, La Raia confermano le Tre Impronte, ovvero il massimo riconoscimento per l’esperienza enoturistica.
Il Premio “Autoctono si nasce”, ovvero uno dei 9 Premi Speciali, va alla cantina Le Piane di Boca, per l’opera svolta dalla cantina a favore del Boca, storica denominazione nelle terre dell’Alto Piemonte. Con un’etichetta che richiama da sempre il rapporto fra vino e terra, in luoghi storici del vino piemontese.
Ecco l’elenco delle cantine piemontesi che hanno ottenuto in questa edizione il riconoscimento de L’Impronta Go Wine:
Abbona Anna Maria
Alessandria Fratelli
Angelo Negro
Ascheri
Boglietti Enzo
Braida
Brezza Giacomo & Figli
Bricco Maiolica
Broglia Piero – Tenuta La Meirana
Burlotto Comm. G.B.
Cascina Alberta
Cascina Chicco
Castello di Gabiano
Castello di Perno
Castello di Razzano
Castello di Tagliolo
Castello di Verduno
Caudrina
Centovigne
Ceretto
Chiarlo Michele
Contratto Giuseppe
Cordero di Montezemolo
Damilano
Dosio Vigneti
Luca Ferraris
Fontanafredda
Forteto della Luja
L’Astemia
La Raia
Malvirà
Manzone Giovanni
Marchesi Alfieri
Marchesi di Barolo
Marchesi di Grésy – Cisa Asinari
Montalbera
Oddero Poderi e Cantine
Palladino
Pecchenino
Poderi Luigi Einaudi
Diego Pressenda
Sordo Giovanni
Tenuta Carretta
Tenuta La Marchesa
Tenuta Montemagno
Travaglini Giancarlo
Vajra G.D.
Vietti
Villa Sparina
 
La Guida Cantine d’Italia 2026 è edita dall’associazione Go Wine e nasce da un’idea di Massimo Corrado che ne cura il coordinamento e la direzione editoriale. La redazione Go Wine cura la redazione di tutto il volume e del repertorio delle cantine selezionate, con i contributi e le segnalazioni di giornalisti e delegati e soci Go Wine in Italia.
Le 911 cantine presenti nel volume sono state scelte in base all’esperienza diretta.
Per ogni cantina una pagina ricca di notizie: dall’anagrafica aziendale ai dati sulla produzione, ai referenti interni da contattare; dai giorni e gli orari di visita alle informazioni stradali; novità di questa edizione l’indicazione del costo della visita in cantina (là ove segnalato dalle cantine medesime), indicando la cifra per un’esperienza base e la cifra per un’esperienza più completa. La parte più importante è legata al racconto delle suggestioni che la cantina e il suo contesto offrono al visitatore.
Ogni cantina è presentata attraverso una valutazione in stelle(su scala 5), suddivisa nei tre aspetti che sono ritenuti rilevanti dalla Guida: il sitol’accoglienza e i vini.
Lo spirito dell’opera: spingere l’appassionato a viaggiare per conoscere il fascino del territorio del vino italiano attraverso il racconto di molti suoi interpreti d’elezione.
 
Per ulteriori informazioni:
Redazione Go Wine Editore, rif. Elisa Nota,
 tel. 0173 364631 gowine.editore@gowinet.it
Alla prossima !
LUCA GANDIN

Amelia e le tristi letture

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Amelia aveva circa quarant’anni ma ne dimostrava almeno venti di più. Colpa dei capelli incanutiti precocemente e della schiena curvata dalla fatica del lavoro nel cotonificio.

Quanta strada aveva fatto su e giù nei reparti dello stabilimento, tra le spole dei telai  e  le balle di cotone. Non si era certo risparmiata in quel duro lavoro ma nemmeno aveva avuto alternative perché doveva pur guadagnarsi da vivere dopo essere rimasta orfana di entrambi i genitori. Quel pane amaro, con la fatica e il sudore della fronte come companatico, se lo era guadagnato per intero, dal giorno in cui aveva compiuto undici anni, varcando il cancello dello stabilimento. Le donne nel cotonificio lavoravano tanto e guadagnavano poco. Tutti i giorni, dal lunedì al sabato, dalle 7,30 alle 12,00 e dalle 13,30 alle 18,00. Nei mesi freddi dell’inverno entravano che era ancora scuro e uscivano quando ormai era calato il buio. A quel tempo anche le biciclette erano una rarità e molte, come Amelia, abitavano lontano e dovevano compiere lunghi tragitti a piedi, calzando gli zoccoli in tutte le stagioni e con ogni tempo. C’era chi lo chiamava “il calvario delle femmine” e non c’era in quella definizione nulla d’esagerato. La puntualità e la precisione erano fondamentali. A chi tardava anche di pochi minuti  veniva tolta un’ora di salario e se veniva compiuto un errore sul lavoro si era costretti a pagare una multa che veniva detratta dalla paga. Anche Amelia aveva iniziato, come tutte, dalle mansioni più semplici. Lei e le altre ragazzine erano state ausiliarie, attaccafili e spolatrici e poi, dopo un rapidissimo apprendistato, messe al telaio. Si era fatta donna in fabbrica, contribuendo con il proprio lavoro  al sostentamento della famiglia della zia Carla. Aveva fatto i conti con quella dura realtà subendo torti e soprusi, ingoiando rospi in silenzio ma mai  aveva perso l’allegria e l’ironia ereditate dalla sua povera mamma. Nel tempo aveva ottenuto la qualifica di maestra e con quella la responsabilità di insegnare il lavoro alle altre, verificando che non commettessero errori, rispettando tempi e ritmi nell’opificio. Cercava sempre di essere di manica larga, raramente alzava la voce e aiutava le ragazze a trarsi d’impaccio quand’era necessario. Anche per questo era ben voluta e ascoltata. A volte prendeva in giro le più giovani e, in fondo anche se stessa, raccontando una storia di grande dolore e affanno. “Care ragazze, ogni sera apro un libro che mi è molto caro e ogni pagina che leggo mi strappa lacrime e sospiri”. Le ragazze , incuriosite, si stringevano attorno a lei in un capannello. E si chiedevano quale mai fosse questo libro che squassava il cuore della signora Amelia che era una donna fatta e non era certo nell’età dei facili turbamenti. Che storie vi si narravano? Imbrogli amorosi? Intrighi, sotterfugi, indicibili trame che provocavano inconfessabili pensieri? E chi erano gli autori? Era la letteratura rosa di Liala o  l’umorismo un po’ osé di Pitigrilli? O si trattava forse di un racconto di Carolina Invernizio? Amelia lasciava che la loro fantasia corresse, che sognassero a occhi aperti. Cosa costava immaginare d’essere protagoniste di quelle storie dove le eroine erano sempre povere e romantiche, a volte coraggiose e decise, ben disposte a credere nei grandi amori anche se spesso celavano cocenti delusioni che lasciavano i cuore infranti? Non era un peccato regalare speranze, e a volte illusioni, a gente semplice che aveva bisogno di sognare per dimenticare per un istante la dura realtà di tutti i giorni. Ma poi, per non tirarla troppo per le lunghe, svelava il mistero. Quel libro s’intitolava “Lina Curletti,alimentari e affini”. Negli anni che precedettero la guerra anche Amelia, come tante,  faceva la spesa con il libretto. Tanto le serviva e tanto comprava, ben attenta a non fare un passo che fosse più lungo della gamba.La signora Lina,proprietaria dell’emporio dove si trovava un po’ di tutto, dal cibo al sapone, dalle scope di saggina alle candele, segnava gli acquisti e le relative cifre sulle pagine a righe del quadernetto con la copertina nera dove, nell’unico rettangolino bianco, erano scritti il nome e cognome del proprietario e quello del negoziante. Nel suo caso, con una calligrafia chiara e pulita, si leggeva in inchiostro blu il suo come e cognome – Amelia Donati – accanto a quello della Curletti. Fare la spesa con il libretto era un sistema di pagamento posticipato a fine mese, quando arrivava lo stipendio.Si “segnava” sulle pagine l’importo della spesa,generalmente sostenuto presso l’unico esercizio commerciale del paese. Era un credito che il negoziante faceva al cliente sulla fiducia, riempiendo di cifre e parole le righe,giorno dopo giorno. La sua lettura rappresentava un richiamo costante alla realtà e alla consapevolezza che spesso i denari erano scarsi e mancava “il due per far tre” nelle povere tasche di chi viveva del proprio lavoro. Per questa ragione i sospiri e lacrime erano ben più sentiti di quelli che poteva suscitare un romanzo d’appendice. E le risate delle ragazze, di fronte a questa storia, tradirono un po’ di quell’amaro che la vita riserva ogni giorno a chi deve con fatica mettere insieme il pranzo con la cena. E Amelia offrì alcune delle caramelle “Rossana” che portava in tasca per “donare quell’ attimo di dolcezza” che almeno per un istante scacciasse via quella nota di malinconica tristezza.

 

Marco Travaglini

(Foto di Aplasia Wikipedia)

Il Piemonte nel cichet

Per scoprire e conoscere il Piemonte non bisogna dimenticarsi di utilizzare, tra i vari sensi, il gusto e l’olfatto. Il Piemonte è, infatti, una grande terra di vini e di distillati con caratteristiche uniche che fondano le proprie radici su tradizioni storiche antichissime.

Sono diverse le varietà di alcolici che si possono trovare: si va dai liquori e distillati che nascono dal vino, come il Vermut alle Grappe di grande qualità degne degli eccellenti vitigni autoctoni da cui derivano.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/in-evidenza/il-piemonte-nel-cichet

All’Osteria del Crocevia

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All’osteria del Crocevia ci si trovava in compagnia. Soprattutto il sabato sera. Nel locale l’aria era densa come la nebbia di Milano. Solo che non era la fitta bruma che saliva dai Navigli ma il fumo dei sigari toscani e delle “nazionali” senza filtro. Un’aria malsana e spessa, da tagliare con il coltello. Sui tavoli infuriavano discussioni “ a molteplice tema” ( come diceva l’ex agente del dazio, Alfonso Merlone). Sport –  con ciclismo e calcio a far da padroni -, politica, vicende del paese s’intrecciavano in una baraonda dove sfiderei tutti voi a trovare il bandolo della matassa , tant’era intricata. E le partite a carte? Combattutissime, “tirate” allo spasimo tra segni e parole, “liscio e busso” e compiaciute manate sulle spalle tra i soci. Il “campionario umano”, come avrebbe detto il dottor Segù, era di prim’ordine.

Il più vecchio era il “Babbo”, un toscanaccio tutto nervi che aveva superato gli ottant’anni da un pezzo. Quando lo tiravano fuori dai gangheri urlava “Ti sbuccio!”, minacciando l’interlocutore  con un  coltellino che non serviva nemmeno a far schiudere il gheriglio di una noce dal tanto che era piccino. Tutta scena, ovviamente, perché  non sarebbe  mai stato capace di far male ad una mosca. Nemmeno quella volta che Dante Marelli, gli offri una Golia. L’ometto era golosissimo della liquirizia e quelle caramelline lo facevano impazzire. La scartò al volo e se la infilò in bocca …sputandola, disgustato, un attimo dopo. Nella carta della Golia il perfido Dante aveva avvolto una piccola pallina di cacca di capra. A prima vista sembrava proprio una caramella e la golosità aveva tradito l’anziano che diede fondo, in breve, al suo repertorio di parolacce e bestemmie, giocandosi le residue “chance” di poter accedere – se non proprio al paradiso – quantomeno al purgatorio. Una sera entrò tutto trafelato anche Quintino, con il volto e le mani “sgarbellate“, cioè graffiate.  Aveva lasciato da meno di un’ora l’osteria, salutando tutti, ubriaco da far paura, ed insieme a Berto Grada erano partiti alla volta di Oltrefiume. I due, traditi dal vino e dall’asfalto bagnato, erano finiti con la Vespa giù dritti per la scarpata della ferrovia, infilandosi tra i rovi sul greto del torrente. Berto, più per lo spavento che per la botta, era svenuto. E Quintino, dopo averlo cercato al buio, gridando il suo nome, spaventatosi per il silenzio dell’amico, era tornato all’osteria – barcollando – per chiedere aiuto. Erano una coppia di “originali“. Berto lavorava come muratore e a tempo perso dava una mano ad Alfonso che di mestiere faceva il becchino al cimitero di Baveno, in cima al viale dei Partigiani. Lavorava come una ruspa e capitava spesso che bisognava intimargli “l’alt” mentre scavava una fossa perché, se stava per lui, non era mai abbastanza profonda, con il rischio di rimanere lui stesso sepolto vivo se gli franava addosso l’enorme cumulo di terra. All’osteria lo prendevano in giro perché era tanto buono ma anche un pò tontolone. Mario il Milanese l’aveva preso di mira con i suoi scherzi. Quando Berto comandava un piatto di trippa in umido o di minestra di fagioli, lo faceva distrarre per allungargliela con un mestolo d’acqua tiepida. Il Berto continuava a mangiare finché nel piatto restava solo un brodo insipido e leggero come l’acqua. Per fortuna c’era Maria, cuoca dal cuore d’oro, a difenderlo quando s’esagerava. Brandendo il grosso mestolo che serviva per girare la polenta, minacciava i burloni gridando: “Basta adesso. Il gioco è bello se dura poco. Lasciate stare il Berto, altrimenti vi faccio assaggiare questo bastone sulla gobba e vi assicuro che sono di mano pesante”. Maria metteva d’accordo tutti. Aveva un certo stile, deciso e convincente. Ma, essendo d’animo buono, perdonava tutti. A volte capitava che si venisse accolti per una rapida visita alla cucina esterna dell’osteria. Era quello il suo vero “regno“, ricavato dall’antica stalla. Accedervi era un privilegio. Il pavimento era stato ribassato rispetto al resto della costruzione. Il grande camino veniva utilizzato per l’essiccazione delle castagne ed i ganci appesi al soffitto servivano per asciugare i salami, che dopo la macellazione venivano appesi per una decina di giorni  a “sudare”, sgocciolando il grasso. Nella cucina Maria aveva conservato diversi attrezzi che venivano utilizzati in passato: la cassetta per la conservazione della farina per la polenta o per quella di castagne; le terracotte, i tund, cioè i piatti e il paiolo di rame per la polenta; il querc, il coperchio che veniva  utilizzato per servire le portate , come nel caso delle frittate; il putagé, un fornello a braci dove si poteva fondere il lardo. Attorno al camino, vicino alla soglia in pietra c’erano le molle, il barnasc (la paletta per le braci), il frustino in legno di bosso utilizzato per mescolare la polenta. La semplicità e l’accoglienza di quell’ambiente ci ricordava i tempi della nostra gioventù, la sobrietà dell’alimentazione a base di  polenta, consumata tutti i giorni, e di  minestra, preparata la sera, il cui avanzo costituiva la colazione del mattino dopo. I ricordi erano come una bacchetta magica che faceva tornare d’incanto la serenità ed anche Mario il milanese, a quel punto, prendeva sottobraccio Berto, scusandosi in una maniera che il Grada accettava subito – scusate il gioco di parole –  di buon grado : offrendo pane, formaggio e vino buono.

Marco Travaglini

Le “passeraie” del castello di Casalgrasso

Nel territorio di Casalgrasso, lungo il fiume Po e vicino alla confluenza con il torrente Varaita, l’attenzione dei naturalisti è solitamente rivolta alle aree fluviali e umide, ricche di avifauna monitorata dal Parco del Monviso. Inaspettatamente, però, una scoperta di grande valore è avvenuta nel cuore del paese, nel palazzo comunale noto come “Castello”.

Leggi l’articolo su Piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/esperienze/le-%E2%80%9Cpasseraie%E2%80%9D-del-castello-di-casalgrasso

Sfoglia caramellata alla crema, trionfo di dolcezza

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Una croccante sfoglia caramellata che racchiude una deliziosa crema pasticcera aromatizzata al limone.

Un perfetto connubio di morbidezza e friabilita’, semplice e irresistibile.

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Ingredienti

 

1 confezione di pasta sfoglia pronta quadrata

500ml. di latte fresco intero

4tuorli

100gr. di zucchero

40gr. di maizena

1 bustina di vanillina

1 limone

Zucchero a velo

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Preparare la crema pasticcera. Portare ad ebollizione il latte aromatizzato con la buccia di limone grattugiata, lasciar intiepidire e filtrare. Lavorare i tuorli con lo zucchero, unire la vanillina, versare il latte a filo sempre mescolando. Cuocere la crema a bagnomaria per circa 10 minuti. Lasciar raffreddare, aggiungere il succo di  ½ limone senza mai smettere di mescolare. Disporre una base di sfoglia su un piatto da portata, coprire con la crema pasticcera, mettere la seconda sfoglia, ricoprire con la crema. Disporre l’ultima sfoglia, spolverizzare di zucchero a velo, guarnire a piacere. Servire fresca.

 

Paperita Patty