LIFESTYLE

Le torte di Torino: una città da gustare morso dopo morso

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Scopri – To alla scoperta di Torino

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Passeggiare per Torino significa anche lasciarsi tentare da profumi e sapori che si diffondono dalle sue caffetterie più caratteristiche. In alcuni angoli del centro e nei quartieri più vivaci si celano piccole meraviglie artigianali, dove il dolce diventa esperienza. C’è un mondo fatto di glassa, burro, impasti profumati e farciture inattese che merita di essere raccontato. Tra le varie realtà che animano la scena cittadina, alcune si distinguono per originalità e cura. Ecco un itinerario del gusto che parte dal cuore di Vanchiglia, attraversa Via Po e tocca un’altra tappa immancabile per gli amanti delle torte fatte come una volta. Un viaggio che non è solo gastronomico, ma anche estetico e affettivo: i luoghi del dolce raccontano storie di città, di passioni e di mani che lavorano con dedizione ogni giorno.
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Caffè Cesare: dolci che raccontano storie
In Via Vanchiglia 9, in una zona che mescola anima studentesca e atmosfere retrò, Caffè Cesare non passa inosservato. Il bancone è un invito continuo alla curiosità, e appena si entra si capisce che qui la pasticceria non è solo una questione di ricette, ma di cultura del gusto. La proposta è sorprendente e variegata, a cominciare dagli alfajores: due biscotti friabili uniti da un generoso strato di dulce de leche, rifiniti con una leggera spolverata di cocco. Un omaggio alla tradizione argentina, che conquista chiunque abbia voglia di provare qualcosa di autentico e diverso.
Ma non finisce qui. La Charlotte all’ananas, elegante nella sua semplicità, è una proposta che pochi conoscono ma che lascia il segno. C’è poi il matcha fresco con fragole pestate, che affianca profumi orientali alla freschezza della frutta, in un contrasto perfettamente bilanciato.
Chi ama le ricette più familiari potrà invece contare su una carrot cake che non tradisce, oppure tuffarsi tra muffin per ogni gusto e palato. Ogni settimana spuntano anche novità fuori menu, che rispecchiano la stagionalità e l’inventiva dello staff.
La vera firma della casa però sono i Crumbl Cookies. Chi entra una volta per provarli, ritorna. Grandi, friabili, burrosi: esistono in infinite combinazioni, come se ogni gusto fosse una tappa di un viaggio. Dal classico cioccolato, passando per cheesecake, red velvet, Lotus, caramello salato, fino al pistacchio, la scelta è praticamente infinita. Qui non si parla di semplici biscotti, ma di piccoli dessert da assaporare con lentezza. Il tutto accompagnato da bevande che escono dalla consuetudine: chai latte profumato, cinnamon caldo e speziato, oppure una lemon cake da gustare con il tè del pomeriggio. Anche il cappuccino ha un tocco personale, decorato con disegni di latte art che rendono ogni tazza un piccolo quadro da bere.
Caffè Cesare è un luogo dove sedersi a leggere, chiacchierare, studiare o semplicemente lasciarsi coccolare da un profumo che cambia ogni giorno. L’arredamento semplice ma curato, i tavolini in legno e la luce naturale che filtra dalle grandi finestre rendono questo posto una seconda casa per molti.
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Caffetteria Clarissa: eleganza, torte e feste sotto i portici
Spostandosi verso il centro storico, in Via Po, la Caffetteria Clarissa si rivela un’altra tappa imperdibile. Un locale dall’anima sontuosa, arredato in tonalità rosso scuro che evocano ambienti retrò, ma mai superati. L’atmosfera è intima, raffinata, ideale per una pausa ma anche per qualcosa di più: qui infatti si organizzano feste di laurea, compleanni e incontri privati nelle sale interne, che assicurano privacy e uno stile unico.
Le torte di Clarissa hanno una personalità precisa: artigianali, curate nei dettagli, con ingredienti selezionati e combinazioni equilibrate. Che si tratti di una classica Sacher, di una millefoglie rivisitata o di una torta moderna al cioccolato e lamponi, ogni fetta racconta una ricerca e un amore per la pasticceria fatta con passione. Il personale accoglie sempre con un sorriso e sa consigliare chi cerca qualcosa di particolare per una ricorrenza o semplicemente per sé. L’attenzione al cliente è un altro ingrediente che fa la differenza.
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Berlicabarbis: l’altra dolce faccia di Torino (FOTO DI COPERTINA)
Infine, non si può concludere un giro tra le torterie di Torino senza citare Berlicabarbis. Il nome è già una dichiarazione d’intenti, un richiamo al dialetto piemontese che promette dolcezza. Qui le torte sono protagoniste assolute: alte, colorate, spesso scenografiche. I gusti variano a seconda delle stagioni e dell’ispirazione del momento, ma ciò che non cambia è la sensazione di casa che si respira appena varcata la soglia.Berlicabarbis è un rifugio per chi cerca una pausa sincera, un luogo che mette d’accordo amanti della pasticceria classica e fan delle novità. Tra cheesecake, crostate, torte di mele, red velvet e brownies, si può passare un pomeriggio senza accorgersi del tempo che scorre. Il locale ha anche una vena giocosa, con arredi colorati e citazioni sparse qua e là, che lo rendono perfetto per chi ama un tocco di originalità. Non è raro vedere clienti scattare foto alle vetrine prima ancora di ordinare: qui anche l’occhio vuole la sua parte.
In queste tre caffetterie Torino si racconta attraverso il dolce. Ogni torta è un gesto, una piccola forma di accoglienza, un invito a fermarsi. In un mondo che corre veloce, i profumi che escono da questi forni ci ricordano che a volte basta un biscotto ben fatto per cambiare il ritmo della giornata. E in una città che unisce tradizione e innovazione, sedersi davanti a una fetta di torta è anche un modo per sentirsi, per un attimo, nel posto giusto al momento giusto.
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NOEMI GARIANO

Alici marinate, sapore di mare e di estate

E’ il pesce azzurro il protagonista della nostra ricetta, ricco di nobili proprieta’, economico e gustoso. Le alici, freschissime, si cuociono in una stuzzicante marinatura a base di limone o aceto. Un piatto saporito ideale per un fresco antipasto o delle sfiziose bruschette.

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Ingredienti

500gr. di alici freschissime

3 limoni succosi

1 spicchio di aglio

1 peperoncino

½ bicchiere di olio evo

1 cucchiaio di aceto bianco

Sale, pepe, prezzemolo q.b.

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Pulire bene le alici eliminando testa e lisca, lavarle e surgelarle per 24 ore. Scongelare, asciugare bene e disporre i filetti in una teglia (non di metallo) in un unico strato, coprire tutto con il succo dei limoni e l’aceto, lasciar macerare per almeno sei ore o comunque sino a quando sono tutte “cotte” (bianche). Scolare le alici dalla marinatura, sistemarle in un contenitore in vetro con coperchio, condirle con l’olio evo, poco sale, pepe, peperoncino, fettine di aglio e il prezzemolo tritato. Lasciare insaporire bene per qualche ora in frigorifero e servire fresche a piacere.

Paperita Patty

“La Notte delle Bolle” in piazza Vittorio

Torino, bollicine ed eccellenze gastronomiche sotto le stelle, alla scoperta delle migliori cantine vinicole italiane

Venerdì 3 luglio, dalle 19

Bella definizione! “Le bollicine non sono solo un vino: sono un linguaggio”. Non so se a comunicarcelo per iscritto su tanto di “nota stampa” siano gli stessi organizzatori dell’iniziativa o, dietro tali parole, ci sia l’arguta intuizione di qualche illustre personaggio. Non so, proprio. Ma tant’è! Perché, una per una, sono comunque parole giuste, un’affermazione da condividere appieno per trasmettere momenti piacevoli (una volta tanto, perbacco!) di festa, di gioia e di fresca convivialità! Provare per credere. Dove e quando? In piazza Vittorio Veneto, a Torino, dove la sera di venerdì 3 luglio (dalle 19), dopo il grande successo delle precedenti edizioni, torna “La Notte delle Bolle”, ancora una volta organizzata da “To Be Experience” (Agenzia torinese nata nel 2009, specializzata nell’organizzazione di eventi enogastronomici, culturali e di intrattenimento in genere) in collaborazione con “Eat Bin APS”. Serata, se possibile e se naturalmente si è interessati al “prodotto” in oggetto, da non perdere in cui Piazza Vittorio Veneto “smetterà di essere solo una delle piazze più belle d’Europa per diventare qualcosa di più: il posto giusto, al momento giusto, per condividere l’amore per il vino in una calda sera d’estate, sotto il cielo stellato di luglio”.

Per la ghiotta occasione, saranno presenti nella “piazza porticata più lunga d’Europa” (costruita tra il 1825 e il 1830, su progetto dell’architetto Giuseppe Frizzi; suo anche il progetto di piazza Carlo Felice, 1824) le migliori cantine vinicole italiane, per una degustazione che “sarà anche scoperta, conversazione ed incontro diretto con i produttori, grandi e piccoli, di ‘bollicine’”.

Tra le cantine protagoniste della serata è già stata annunciata la presenza di: Cantine Lunae, La Smilla, Boeri Vini, La Cedraia, Pianfiorito, Mascarello Michele & Figli, La Torre di Viatosto, Cascina Lana, Cascina Fonda, Crotin 1897 – Tratto, Valdinera, Rigo Vini, Cascina Quarino, Buganza – Radici e Filari, Tre Secoli, Amelio Vini, La Montagnetta e Terre dei Santi.

A partire dalle ore 19, con due “slot orari” (ore 19 e 20,30) per scongiurare file all’ingresso, il pubblico potrà ascoltare i racconti dei produttori e insieme scegliere di degustare calici a piacimento, scegliendo tra l’offerta di tutte le cantine presenti. Ad accompagnare il vino non mancherà, ovviamente, una selezionata proposta di eccellenze gastronomiche “street food” che spazieranno dai primi ai secondi, studiate ad hoc per l’occasione. Sarà presente anche uno “shop”, dove si potranno acquistare sul momento le bottiglie di tutte le cantine presenti per poterle portare a casa e degustarle in pieno relax.

Pier Rosito, CEO di “To Be”, racconta: “Da sempre le edizioni de ‘La Notte delle Bolle’ hanno registrato alti numeri sia in termini di presenze sia di cantine aderenti all’iniziativa. Sono appuntamenti ormai diventati dei classici per chi vuole ritrovarsi e scambiare buone chiacchiere davanti ad un altrettanto buon bicchiere di vino. Ad un prezzo assolutamente accessibile, che consente a tutti di poter fruire dell’evento”.

Per ulteriori info: I biglietti per l’evento sono in vendita sul sito ufficiale di “To Be Events” al link https://shop.tobevents.it/event/lanottedellebolle/

I posti sono limitati e la prenotazione è obbligatoria. Non sono previsti posti a sedere assegnati, ma sedute libere.

La degustazione si conclude alle 22,30.

g.m.

Nelle foto: immagine di repertorio e Locandina evento

Schiavi senza catene / 2

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PSICOGRAFIA  LETTERE DAL PRESENTE

 

Come ho scritto la settimana scorsa, le moderne forme di schiavitù non sono bandite dal diritto internazionale, non hanno segni visibili come catene o palla al piede ma sono di gran lunga più dannose e più frequenti; soprattutto perché gli schiavi non si rendono conto di esserlo.

Che dire del cosiddetto “mainstream”, ovvero l’orientamento culturale, artistico o sociale dominante in questo periodo storico. E’ palese che, se i giornali sono posseduti in prevalenza da una corrente politica che, nel nostro caso non è quella di Governo, il pensiero veicolato alla massa, a quelli che non sanno formarsi un’opinione propria, sarà contro il Governo. Lo stesso dicasi se le cose fossero al contrario. Si rende, perciò, più che necessario formarsi idee proprie leggendo fonti opposte, valutando, anche su quotidiani e riviste straniere, quali sia la reale percezione della nostra politica nazionale e verso l’Europa da parte degli stranieri.Io, ad esempio, sul satellite guardo spesso Al Jazeera e Al Arabyia, nella versione inglese, per avere un’idea non allineata col nostro mainstream di quanto avvenga nel mondo.

Vogliamo parlare del “politically correct”? Inventato da incapaci che dovevano pur giustificare la loro esistenza insulsa, e gli stipendi spesso d’oro che percepiscono a vario titolo, il politically correct altro non è che un ordine di scuderia su cosa si possa dire e cosa no, quali pensieri siano ammessi, quali gli argomenti consentiti e quali banditi. Un esempio? La schwa, quell’aborto grafico usato al posto della “a” femminile o della “o” maschile al fondo di un termine, per includere tutti i generi possibili, inimmaginabili, senza riferirsi all’uno o all’altro. Sicuramente il genio che ha partorito questa idea è uno di quelli che all’esame in magistratura sarebbe stato scartato, com’è successo a moltissimi candidati tempo fa, per aver scritto “Xké” invece di “perché” o “cmq” al posto di “comunque”. Purtroppo, finché spenderemo più soldi in spese militari che nello studio delle patologie psichiatricheabbiamo poche speranze di venirne fuori.

Proseguiamo con la moda. Di una cosa sono contento: la moda dei pantaloni maschili abbassati sotto le natiche sembra definitivamente scomparsa. Nella loro immensa ignoranza, quei ragazzotti non sapevano assolutamente da dove traesse origine tale usanza. Nelle prigioni USA, per comunicare ad altri detenuti la disponibilità a soddisfare le loro voglie, i detenuti indossavano in tal modo i pantaloni, cosicché chi li indossava tradizionalmente aveva salvo il deretano. Ovviamente, stante che chi copia pedissequamente gli altri non usa mai la testa, ecco che un codice riservato ai detenuti è diventata una moda. Contenti loro.

E, parlando di moda, non possiamo non menzionare il colore che va di moda in un certo anno. Tutti noi sappiamo che, a ognuno di noi, alcuni colori stiano meglio di altri quando li indossiamo; la mia curiosità innata mi fa spesso sostare vicino alle vetrine dei negozi di abbigliamento potendo così sentire i commenti. Tranne qualche caso illuminato, la maggior parte dei commenti sono, a grandi linee, del tipo “come colore non mi fa impazzire, ma quest’anno è quello il colore di moda” oppure “devo prenderlo; mica posso usare il verde (o quello che andava di moda l’anno prima [NdA]) dell’anno scorso”.

Se non è schiavitù questa, che non ci consente di valorizzarci come potremmo unicamente perché il Governo della moda ha stabilito che quell’anno risparmieranno sulla tintura utilizzando un solo colore anziché molti.

Che ne pensate dei monopattini, vere trappole mortali, che tra le buche stradali, i binari dei tram, il bagnato e le foglie umide sull’asfalto mettono a rischio la nostra vita? Ah già! Sono ecologici, non inquinano e danno un senso di libertà. La quasi totalità di chi usa i monopattini non ha la capacità neuronale di capire che di ecologico c’è ben poco, visto che la corrente per alimentarli è prodotta in maggior parte da centrali termoelettriche che funzionano se le riempio di gasolio. E basterebbe un piccolo sforzo mentale per capire che se ogni giorno ci sono blackout, nelle grandi come nelle piccole città, non dipende solo dalla gran quantità di climatizzatori cui ricorriamo d’estate, ma anche e soprattutto da tutto ciò che di “green” colleghiamo alla rete elettrica: auto e bici elettriche, monopattini, cellulari, computer, piastre ad induzione, microonde e ogni altra apparecchiatura che necessita di corrente elettrica per non inquinare.

Non vi bastano ancora questi esempi? La prossima volta vedremoi brand, i social e la salute.

A presto.

Sergio Motta

Il povero tarabuso

 

L’immagine che avevamo davanti agli occhi era davvero inquietante. Una costruzione enorme, mostruosa, capace di imporre la sua presenza su quella campagna piatta e uniforme, dove le zolle di terra scura si erano raggrinzite per la gelata notturna. Finalmente capivamo perché il povero Tarabuso, airone stellato dal richiamo cupo e cavernoso, non riusciva a riprodursi in questa landa. Lo disturbava la presenza della centrale elettronucleare Enrico Fermi di Trino. Nonostante fosse ormai chiusa dal 1990, il volatile cercava di starle il più lontano possibile. E come dargli torto se nutriva diffidenza per quell’impianto che nei primi anni sessanta disponeva del reattore più potente al mondo? Ovviamente non disponendo di una cultura ambientale si affidava alle sue percezioni e quest’ultime, come un segnale di pericolo, suggerivano di stare alla larga da quell’affare, E tutto ciò influiva sulla sua vita, in tutti i sensi, al punto da inibirne l’impulso sessuale, minacciando la continuità della specie in quei luoghi.

Povero Tarabuso, e poveri anche noi che non eravamo per nulla convinti che quella centrale fosse mai stata un buon affare. Così, per non farci rodere il fegato dai pensieri, finivamo per tentare di comprometterlo ai tavoli della trattoria Belvedere. Lì, dietro al bancone del bar, troneggiava la signora Luigina, una matrona dalle prorompenti grazie. Eravamo talmente affascinati da quella bellezza rurale che una sera, complici alcuni bicchieri in più di rosso, sostituimmo la quarta lettera dell’insegna con una “esse”, rendendo ancor più esplicita la nostra folgorata ammirazione per l’ostessa. E, in particolar modo, per una sua caratteristica fisica che suscitava in noi sentimenti e pulsioni opposte a quelle del povero airone represso. La nostra compagnia dell’epoca era alquanto varia. C’era Francesco, diffidente per natura. Non prestava facilmente ascolto e ancor meno elargiva la sua fiducia. Ripeteva spesso, quasi fosse un monito: “Apri l’occhio, gesuita”. E così i suoi interlocutori venivano iscritti d’ufficio alla Compagnia di Gesù a prescindere dai loro sentimenti religiosi. C’era poi Giovanni, un tipo molto particolare. Spesso se ne stava in disparte, manifestando scarso interesse a stare in compagnia, chiacchierare, andare al cinema o a qualche festa. Era taciturno e d’indole parsimoniosa. Un sabato decidemmo di organizzare una scampagnata per il pomeriggio del giorno dopo e concordammo cosa portare in dotazione alla compagnia. In breve stabilimmo a chi sarebbe toccato portare il pane, chi il formaggio o il salame, chi un fiasco di vino. Solo Giovanni stava zitto. Parlò solo quando venne sollecitato (“E tu, Giovanni, cosa porti?”), rispondendo con noncuranza: “Io porto mio fratello”. Ariberto, nato e cresciuto nelle case torinesi della barriera di Milano, era un tontolone, un pezzo di pane, un gariboja. In piemontese per indicare uno sciocco si usa dire “a l’é furb coma Gariboja”. Non si tratta certamente un epiteto lusinghiero poiché non si segnala la destrezza di chi se la cava con l’imbroglio ma bensì la dabbenaggine dell’individuo. Gianluigi, professore di storia e grandissimo scassatore di scatole, ci ha raccontato che il nome Gariboja risale ad un francese originario della Borgogna, tale Jean Gribouille, personaggio popolare in Francia e molto simile al nostro Bertoldino, altro bell’esempio di credulone. Oltralpe fu protagonista del romanzo La Sœur de Gribouille scritto nel 1862 da Sophie Rostopcina, contessa di Ségur. Importato da noi in Piemonte il buon Gariboja è diventato l’emblema di una ingenuità spinta ai confini della stoltezza, tant’è che vi sono moltissime espressioni che lo riguardano. Si diceva che nascondesse i soldi in tasca degli altri per timore di essere derubato (così se qualcuno li rubava non erano più soldi suoi), che la paura di bagnarsi sotto la pioggia lo induceva a nascondersi nell’acqua o che tentasse di spaccare le noci con le uova. Anche sul commercio aveva le sue idee come, ad esempio, quella di acquistare le uova a dodici soldi la dozzina per rivenderle a un soldo l’una, immaginando di ottenere un guadagno sulla quantità. Per questo l’essere furbo come Gariboja non era propriamente un complimento. Fatto sta che una sera, uscendo dall’osteria dopo aver ecceduto un tantino con le libagioni, ci avviammo sul sentiero che attraversava i campi fino a raggiungere l’alta recinzione che circondava la centrale.

Francesco, guardando Ariberto, disse: “Apri l’occhio, gesuita. Guarda là, che spreco. Tutto quel cemento e il resto dei macchinari dovevano servire alla produzione di energia elettrica da fonte nucleare con un unico reattore da 260 megawatt di potenza. Capito che roba,eh? L’hanno costruita dal 1961 al 1964, entrò in esercizio nel 1965 passando all’Enel, l’ente nazionale di energia elettrica che si era formato solo due anni prima, che la gestita fino al 1987, anno di cessazione del servizio dopo l’incidente di Černobyl dove esplose un reattore spargendo una nube radioattiva su una parte dell’Europa”. “Mi ricordo, boia d’un boia. Non si poteva più neanche mangiare l’insalata a foglia larga e bisognava lavare tutto due o tre volte”, intervenne Ariberto, dandosi una manata sul ginocchio. “Eh, sì.. l’insalata. Apri l’occhio, gesuita. Ma se tu la verdura non l’hai mai mandata giù perché ti faceva strozzare? Hai sempre mangiato solo riso, pasta, pollo e salame. Ma dai, fatti furbo!”. Francesco concluse il suo discorso ricordando i tre referendum contro il nucleare e, per sottolineare con più forza il suo punto di vista, fece la pipì sul pilone del cancello. Quello che per molto tempo fu considerato reato in quanto rientrava negli “atti contrari alla pubblica decenza” quando venivano imbrattate le cose altrui o si espletassero i propri bisogni contro edifici pubblici, suggerì a tutta l’allegra combriccola di emulare il gesto dell’amico. E così, più leggeri pure più allegri, ci avviammo verso le rispettive abitazioni dedicando un ultimo pensiero al povero tarabuso che, inibizioni sessuali a parte, certamente senza averne consapevolezza, aveva dimostrato di possedere molto prima di Greta Thumberg e dei Friday for Future una coscienza ambientale di tutto rispetto, un evidente e insopprimibile desiderio di pace e, forse, un desiderio inespresso a favore di una diversa politica energetica. In fondo apparteneva alla nobile famiglia degli aironi e non era certamente un gariboja.

Marco Travaglini

Per palati raffinati l’insalata di pollo e avocado

Un abbinamento consolidato quello tra il pollo e l’avocado, semplice ma non banale, una ricetta decisamente light dal tocco esotico e sfizioso. L’insalata di pollo e’ una ricetta gustosa, una soluzione veloce e pratica, perfetta in qualsiasi occasione.

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Ingredienti

 

½ petto di pollo

1 avocado

1 lime

1 limone

Prezzemolo

Olio evo

Pepe, sale q.b.

Mandorle a lamelle

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Lessare il petto di pollo con una carota, un gambo di sedano, una foglia di alloro e poco sale. Lasciar raffreddare poi, tagliare a tocchetti. Pelare l’avocado, tagliarlo a dadi e spruzzarlo con il limone per evitare che annerisca. In una scodella emulsionare il succo del lime con 4 cucchiai di olio evo, il sale e il pepe. In una terrina, mettere il pollo, unire la polpa dell’avocado, condire con  l’emulsione di olio, mescolare bene e servire cosparso con mandorle a lamelle.

 

Paperita Patty

L’on. Figurelli e l’imprevisto

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Ma, Castagnetti che fine ha fatto?“. Anselmo Ruspanti lo chiese, con sguardo interrogativo, ad Albano Galavotti che a sua volta, allargando le braccia, lasciò intendere che lui non ne aveva la più pallida idea.

Forse la Marietta ci può essere d’aiuto”, intervenne Flavio Rizzato, più noto come “cìaparatt”, grazie all’abilità con cui liberava cantine e solai dalla presenza dei roditori. E infatti Marietta, abituata a farsi gli affari di tutti in paese, s’affrettò ad informare i tre che lo “spelafil”, l’elettricista Giuseppe Castagnetti, era andato per funghi  alle “Cascine” e, probabilmente da lì era salito al monte Vago. “Oh, Madonna! Ma è diventato matto? E adesso? Come facciamo a metter su l’impianto elettrico dato che i fili li ha lui?”. Carmine Degrelli, che aveva sentito tutto, diede voce alla preoccupazione dei presenti. Senza l’elettricista non c’era modo di collegare il cavo elettrico alla batteria da camion che Galavotti portava nel baule della sua “giardinetta”, una Fiat 1100 familiare color caffelatte. E senza il collegamento elettrico le “trombe” dell’impianto di amplificazione sarebbero rimaste mute e l’onorevole Figurelli non poteva fare il suo comizio. “Bisogna inventarsi qualcosa perché tra poco arriva e se vede in che stato siamo conciati, s’incazza come una belva e poi, apriti cielo..”, lamentò Anselmo che, in quel momento, rappresentava la massima autorità sul campo, in quanto responsabile del PCI per i comuni della sponda occidentale del lago. Per l’onorevole Figurelli, dopo i discorsi  in piazza  Motta a Orta e al circolo operaio di Lavignino ad Armeno, quello in piazza Marconi ad Ameno era il terzo e penultimo appuntamento del giorno, prima di passare da Omegna e risalire la valle Strona fino a Luzzogno per l’ultimo appuntamento, sul calar della sera. Tutto era programmato con precisione poichè d’autunno il sole tramontava prima e alla sera in pochi sarebbero usciti di casa per andare a sentire Figurelli, nonostante fosse conosciuto e ben stimato. Un ritardo ad Ameno avrebbe compromesso il resto della giornata. E non andava per niente bene. Mentre Galavotti stava armeggiando attorno alla batteria per capire cosa si potesse fare spuntò da un vicolo, allegro e fischiettante, il Castagnetti. “Giuseppe, testa di legno, dove ti eri cacciato, eh?”, l’apostrofò Ruspanti, rosso in volto. Per tutta risposta l’elettricista mostrò il cestino di vimini  che portava a tracolla, colmo di sanissimi porcini. Per un attimo i presenti temettero che Anselmo volasse addosso allo “spelafil” ma l’intervento provvidenziale di Flavio, il  “cìaparatt”, riportò tutti alla realtà: “Non c’è tempo da perdere. Tra poco arriverà l’onorevole e bisogna essere pronti. Dai, Giuseppe, corri a prendere i cavi mentre noi prepariamo il resto”. Detto e fatto, quando il sidecar guidato da Paulin Nobelli entrò in piazza, con l’onorevole seduto nel carrozzino ,l’allestimento era completato: impianto collegato, microfono funzionante, due bandiere rosse posizionate ai lati di un piccolo leggio. Figurelli, da esperto oratore, sapeva “tenere” i comizi. E quando capitava su di una piazza, una piccola folla s’accalcava e spesso non si trattava solo di sostenitori. Talvolta anche i curiosi s’intrattenevano perché i comizi erano vissuti come degli spettacoli, per  di più se si svolgevano  all’ aria aperta e l’oratore di turno era capace di catturare l’attenzione degli astanti. In quel caso raccoglieva  più di un applauso. Ma, prima di ogni altra cosa, il saper affrontare e risolvere gli imprevisti  rappresentava un’arte che disponeva di pochi maestri e di moltissimi intenditori. Tra i primi senz’altro s’annoverava il Figurelli. Così, quando nel bel mezzo del suo appassionato discorso sopraggiunse una grande auto bianca che si fermò sul ciglio della piazza, lui non tradì nessuna emozione o turbamento, infilando frasi e concetti con proprietà di linguaggio.Lo stesso non si potè  dire del pubblico che guardò con stupore quell’auto, una sfavillante e lussuosa Cadillac Eldorado in versione berlina, bianca come il latte. Un modello di quel genere, con le pinne posteriori che la rendevano unica e le sue dimensioni inusuali in lunghezza e larghezza, era impossibile non notarlo. Quando poi dalla vettura scese un signore di mezza età, fasciato in un abito di alta sartoria, con un bastone dal pomello d’avorio pronunciando con voce sonora il nome di battaglia dell’onorevole quand’era partigiano ( “Cippo!”), sulla piazza cadde il  silenzio. Figurelli lo guardò dritto negli occhi e, allargando le braccia, gli andò incontro  gridando a sua volta: “Amico mio!”. I due parlarono fitto per una decina di minuti sotto gli sguardi increduli e curiosi del pubblico.Poi, salutato l’onorevole con una vigorosa stretta di mano, lo sconosciuto signore risalì sulla Cadillac e proseguì per la via che portava fuori dal paese guidando lentamente e restando a centro strada, attento a non rovinare la carrozzeria di quel gioiello. L’onorevole Figurelli, a sua volta, riprese il comizio dal punto in cui l’aveva interrotto e nel breve di un quarto d’ora terminò tra applausi e grida d’approvazione.Salutato il pubblico, prima di risalire sul sidecar che Paulin aveva già messo in moto,venne avvicinato da Ruspanti e Galavotti che chiesero lumi sull’episodio. Chi era quell’uomo? Come mai si conoscevano?La risposta di Figurelli li lasciò di stucco: “Cari compagni, non ho proprio la benchè minima idea. Non l’avevo mai visto prima d’ora anche se mi ha parlato di un suo prossimo viaggio a Roma quasi fossimo grandi amici. Ho persino il sospetto che  mi abbia scambiato per un altro anche se si è rivolto con il mio nome di battaglia che però è noto a tutti. Io, comunque, non mi sono fatto scappare l’occasione: uno così, con un macchinone tale, fa sempre scena in paesi piccoli dove noi comunisti siamo visti con un pò di sospetto”. Ecco cosa significava, in concreto, saper dominare gli imprevisti.

Marco Travaglini

La notte dei Rosati al Giardino delle Rose, Castello di Moncalieri

Sabato 4 luglio 2026
18:00-24:00
Giardino delle Rose al Castello di Moncalieri
* Più di 200 vini rosati e bollicine insieme a cantine da tutta Italia
  • Street food di qualità
  • Dj Set e musica live
Ingresso gratuito, acquista i pacchetti degustazione .
Dopo il grandissimo successo dello scorso anno, siamo pronti a vivere una serata per scoprire ed esplorare l’universo dei vini rosati. Attraverso una ricca selezione di cantine provenienti da tutta Italia e dei loro vini rosati più rappresentativi: sia in versione ferma che in versione spumante.
Vini freschi, intriganti ed eleganti. Nello splendido Giardino delle Rose al Castello di Moncalieri, vi aspetta una serata indimenticabile tra vino, musica live, cibo di qualità e il giusto mood per una serata estiva pertetta!
L’accesso all’evento è libero e gratuito, ma per vivere al meglio l’esperienza e assaggiare i vini presenti agli stand puoi acquistare un pacchetto degustazione:
  • Pacchetto con 10 degustazioni | 15€ scontato in Early Bird online fino al 3 luglio
  • Pacchetto con 10 degustazioni | 20€ online e in cassa durante l’evento
Il calice di vino in vetro (da riconsegnare a fine evento) verrà consegnato con annessa taschina ad ogni partecipante a restituzione.
Lavori nel mondo del vino? Richiedi un accredito gratuito scrivendoci a info@salonedelvinotorino.it
Location
Giardino delle Rose, Castello di Moncalieri
Piazza Baden Baden, 4, 10024 Moncalieri TO
ALLA PROSSIMA !
LUCA GANDIN