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Torino Matsuri, presidio sociale e culturale

Domenica 5 luglio 2026 si è svolta l’ultima giornata dell’undicesima edizione dell’ormai tradizionale manifestazione di cultura, folklore e sport giapponesi Torino Matsuri, che quest’anno ha raddoppiato non solo le presenze, ma anche le attività, gli stand, i talk, le presentazioni e gli spettacoli, confermandosi sempre più un presidio territoriale dal punto di vista sociale, educativo, culturale e sportivo.

Anche la presenza delle istituzioni è stata particolarmente numerosa e qualificata. La manifestazione è stata onorata dalla partecipazione del Console Generale Aggiunto del Giappone a Milano, Mitsuhiro Wada, che ha aperto i saluti istituzionali ponendo l’accento sui riconoscimenti ottenuti dall’Associazione Yōshin Ryū da parte del Ministero degli Affari Esteri del Giappone. A seguire, fra gli altri, è intervenuto il Vicepresidente della Regione Piemonte e Assessore Maurizio Marrone, il quale ha sottolineato come il taglio culturale dato all’evento dall’Associazione Yōshin Ryū, organizzatrice della manifestazione, abbia sempre incontrato la sua stima e anche la sua simpatia per la capacità di coniugare perfettamente valori tradizionali, innovazione, apertura e creatività.

A nome del Consiglio Comunale di Torino è intervenuta la Presidente del Consiglio, Maria Grazia Grippo, ricordando come ricorrano i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Giappone e Italia e come i rapporti tra i due Paesi, da sempre floridi, siano particolarmente solidi in questo momento storico. Ha inoltre colto l’occasione per ricordare il ventesimo anniversario del gemellaggio tra le città di Torino e Nagoya, in occasione del quale, tra l’altro, l’Associazione Yōshin Ryū ha partecipato ai festeggiamenti svoltisi presso il Polo del ‘900 lo scorso dicembre.

Successivamente è intervenuto il Presidente della Circoscrizione 7, Gian Luca Deri, che, da padrone di casa, ha evidenziato l’eccezionalità del lavoro svolto e dei risultati raggiunti dalla Yōshin Ryū, capace di trasformare in un luogo di accoglienza e di proposte positive un’area che, con ogni probabilità, sarebbe altrimenti stata abbandonata all’incuria, se non all’illegalità. Per questi motivi ha ringraziato i rappresentanti delle istituzioni, esprimendo un particolare apprezzamento per l’attenzione riservata a un progetto di questo tipo da parte della Fondazione CRT, della sua Presidente, la Professoressa Anna Maria Poggi, e del consigliere Giampiero Leo che, ha aggiunto Deri, «pur cambiando incarichi, non ha mai smesso di esserci vicino e sostenerci, fin quasi dai tempi di Cavour».

L’ultimo intervento, quello del Coordinatore della Commissione Cultura della Fondazione CRT, Giampiero Leo, si è incentrato sul fatto che l’esperienza della Yōshin Ryū e del progetto portato avanti da anni al Parco Crescenzio rappresentino non solo un’iniziativa meritoria sotto tutti gli aspetti – sociali, culturali e aggregativi – ma anche un caso talmente virtuoso da non aver mai suscitato dubbi, neppure tra le forze politiche più distanti, circa il valore del lavoro svolto. Lo stesso Leo si è inoltre interrogato sul perché il criterio della costruzione del bene comune, al di là di faziosità e ideologismi, non possa essere riproposto anche in altri ambiti, con un sicuro vantaggio per l’intera società.

Ha concluso l’incontro, affiancato dalla vicepresidente dell’Associazione Culturale Yoshin Ryū, Giada Turtoro, il Presidente e fondatore dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Yōshin Ryū, Cesare Turtoro. Nel suo intervento ha ringraziato tutte le istituzioni e gli amici presenti, sottolineando l’importanza di costruire un ponte culturale tra il nostro Paese e il Giappone. Ha inoltre ricordato come, nella storia ormai quasi cinquantennale dell’Associazione, abbia avuto modo di incontrare personalità politiche che hanno creduto nel bene comune e nella formazione delle nuove generazioni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Rivolgendosi infine al numerosissimo pubblico presente, ha ribadito quanto la politica continui a essere fondamentale per un Paese democratico come il nostro e come, di conseguenza, la partecipazione popolare possa essere pluralista, ma debba sempre essere ampia e consapevole.

Una visita a Cocconato, la “Riviera del Monferrato”

Cocconato è un magnifico Comune adagiato in cima ad una collina del Monferrato astigiano, ad un’altitudine di 491 metri. Dista circa 30 km da Asti e 50 km da Torino e deve il suo nome all’espressione latina cum conatu che indicava lo sforzo che si doveva compiere per raggiungere l’abitato. Per il suo clima gradevole è chiamato la “Rivera del Monferrato”: gli inverni sono infatti più miti rispetto ai paesi vicini e le estati sono invece più fresche. Dal suo belvedere la vista spazia su vigneti e boschi, fino alle candide vette delle Alpi.
Oggi Cocconato è uno dei Borghi più Belli d’Italia ed è stato insignito della Bandiera Arancione dal Touring Club Italiano.
Dal X secolo fino al 1586 fu capitale di una Nazione autonoma retta dalla famiglia Radicati e che comprendeva ben 47 feudi, tra i quali Aramengo, Marmorito, Passerano, San Sebastiano da Po e Robella. I Radicati riconoscevano come autorità superiore soltanto quella dell’Imperatore dei Romani e basavano la loro economia sui diritti di passaggio. Ogni quattro anni eleggevano il loro capofamiglia tra i membri dei rami più importanti del casato ed egli governava la Nazione proprio da Cocconato.
Nel 1586 i Radicati si sottomisero ai Savoia, pur mantenendo ampi poteri feudali e dal 1589 al 1598 batterono moneta al Castello di Passerano. Nel 1734 i diversi rami si divisero i possedimenti, ponendo così fine alla consortile. Alcuni di essi si sono estinti, mentre altri sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, tra questi i Radicati di Brozolo e quelli di Passerano.
Dopo aver posteggiato l’auto in Piazza Cavour, il primo edificio che ho potuto ammirare è stata la Chiesa della Santissima Trinità, voluta dalla popolazione come voto contro la peste ed ultimata nel 1667. Ubicata in prossimità della porta detta “di Mercato Vecchio”, presenta una navata unica con volta a botte affrescata nel 1863 da Carlo Antonio Martini. L’altare maggiore, attribuibile a un artigiano valsesiano della seconda metà del XVII secolo, presenta una pala con l’incoronazione della Vergine attribuita alla bottega di Guglielmo Caccia detto “il Moncalvo”, celebre pittore attivo a Corte e definito anche “il Raffaello del Monferrato”.
Dopo una breve passeggiata in Via Roma, sono giunto al quattrocentesco Palazzo Comunale, costruito come propaggine meridionale del castello dei Conti Radicati. Raro esempio in Piemonte di edificio civile in stile tardo-gotico lombardo, è caratteristico per i suoi portici ad arco a sesto acuto sotto i quali si trovano piccole botteghe artigianali. La sua facciata è caratterizzata da eleganti finestroni ad arco con formelle in cotto decorato. Il suo cortile è detto “del Collegio” per via dell’antica sede della scuola per l’insegnamento della grammatica, della retorica e dell’umanità, fondata nel 1754.
Salendo ancora sono giunto Chiesa di Santa Maria della Consolazione, il principale edificio religioso del paese, inaugurato nel 1689. A navata unica con volte a botte, presenta otto cappelle laterali, alcune delle quali un tempo appartenute alle famiglie nobili del luogo. Nella chiesa sono custoditi splendidi dipinti, tra i quali uno appartenente alla scuola di Guglielmo Caccia e uno di Giovanni Francesco Sacchetti.
La pala absidale realizzata nel 1731 dal pittore valsesiano Vitaliano Grassi e raffigurante la Madonna della Consolazione ed i santi Fausto e Felice, patroni di Cocconato, è la più antica rappresentazione iconografica dell’abitato.
E’ quindi è apparsa alla mia vista la Torre dei Radicati, ultimo frammento superstite del castello che un tempo dominava Cocconato. Il maniero, costruito nel X secolo, venne definitivamente distrutto nel 1556 dal generale francese Carlo I di Cossé, Conte di Brissac. Il centro del potere dei Radicati venne spostato al Castello di Passerano, ancora oggi di proprietà della famiglia.

Del maniero di Cocconato rimase intatta solo la torre che tra il 1809 e il 1814 ospitò una stazione per il telegrafo utilizzato per le comunicazioni tra Italia e Francia. Demolita nel 1836, al suo posto sorse un mulino a vento, che dopo soli 15 anni di attività venne dismesso e trasformato in abitazione. Quel che rimaneva della torre venne completato superiormente con un terrazzo praticabile, mentre all’interno furono ricavati due piani abitativi.
Una visita a Cocconato è anche l’occasione di degustare i suoi prodotti tipici, tra i quali la celebre robiola, un formaggio fresco tipico piemontese, noto per la sua cremosità e il sapore delicato, già molto apprezzato nei Seicento; il prosciutto crudo e gli eccellenti vini, già molto amati da Casa Savoia.
Ogni anno nel mese di settembre il paese si riempie di vita con due importanti manifestazioni.
Da venerdì 4 a domenica 6 settembre 2026 si terrà CoccoWine, uno degli appuntamenti enogastronomici più importanti Piemonte, giunto alla XXV edizione, in occasione del quale il borgo si trasformerà in una “strada del vino” a cielo aperto, con degustazioni, prodotti tipici, banchi d’assaggio e cantine aperte.
L’ultimo fine settimana di settembre, quest’anno quello del 26 e 27, viene invece organizzato il Palio degli Asini, evento che vede sfidarsi i sette borghi del paese, ognuno con i propri colori, simboli e tradizioni. Il vincitore si aggiudica il drappo, un’opera d’arte tessile che ogni anno viene realizzata da artisti diversi.
Questa tradizione, risalente al 1970, affonda le radici tra il XIII e il XV secolo, quando un violento incendio colpì il castello dei Radicati e gli abitanti del borgo accorsero in loro aiuto raccogliendo acqua in un ruscello che scorreva a valle e portandola al maniero in botti caricate a dorso dei loro asini. I feudatari, in segno di riconoscenza, decisero di dar vita ad una corsa di asini, mettendo in palio lo stendardo del loro casato.
La manifestazione, giunta quest’anno alla sua 57° edizione, prevede anche il corteo storico con centinaia di figuranti in abiti medievali. Dame, cavalieri, notabili, contadini, streghe e soldati sfilano per le vie di questo magnifico borgo permettendo agli spettatori di fare un salto indietro nel tempo.
Si comincia il terzo fine settimana di settembre, quest’anno quello del 19 e 20, con la fiera medievale lungo Via Roma, in occasione della quale ogni borgo allestisce bancarelle di artigianato e stand enogastronomici. Il tutto è accompagnato da rievocazioni storiche con giullari, falconieri, cartomanti e artisti di strada. Sabato 19 verrà investito il Capitano del Palio, mentre il giorno seguente verrà organizzata una sfilata dal municipio alla chiesa parrocchiale, dove durante la S. Messa verranno benedetti i gonfaloni.
Sabato 26 si terranno la sfilata storica dei nobili e del Capitano del Palio e il grande banchetto medievale nel Cortile del Collegio, mentre il giorno dopo rappresenterà il vero e proprio cuore della manifestazione: nel pomeriggio si terranno infatti il grande corteo storico e la corsa degli asini.


ANDREA CARNINO

La gallina Maddalena e gli opossum

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Nel santuario torinese di piazza Santa Rita da Cascia, con un gesto cristianamente dubbio e poco credibile considerate le sue convinzioni religiose, Carletto accese una candela davanti alla statua della santa degli Impossibili ringraziandola, confidando nella sua divina intercessione affinché venisse mantenuta nel tempo quella grandissima invenzione che gli anglofoni chiamavano smart working e gli autoctoni avevano tradotto in lavoro agile. A dire il vero, almeno per lui e per chi apparteneva a quello che alcuni ribattezzarono “il club degli opossum”, la parola lavoro provocava un naturale rigetto, una sorta di eritema dell’animo. Cerimonioso, abilissimo a svicolare gli impegni e a rendersi quasi invisibile per schivare il lavoro, Carletto aveva interpretato a modo suo il lavoro a distanza, da casa. Omettendo il riferimento a tutto ciò che significasse attività, servizio, impiego, mansione, compito, responsabilità, azione oppure risultato si era concentrato sulla parte dell’agile da intendere come un processo di inoperosità, massima aspirazione per coloro che non provavano alcun rimorso nell’essere dei perdigiorno, degli scansafatiche. Pazienza se poi questo atteggiamento sfociasse nell’imbroglio o nella truffa, ingannando il prossimo e principalmente chi gli aveva affidato il lavoro.

Rosina, sua socia in tutto e per tutto (aspetti sentimentali a parte), la pensava ovviamente alla stessa maniera. Erano davvero una bella coppia e, affidandosi all’immortale capolavoro di Collodi, non si faticava a identificarli con il gatto e la volpe. O con l’opossum e la sua nota strategia di fingersi morto per scoraggiare i predatori. Solo che, nel caso dei due, si trattava di un buon modo per schivare lavoro e impegni, infrattandosi al fine di rendersi indivisibili e silenziosi. Il lavoro reclamava attenzione e presenza? Chissenefrega e buonanotte ai suonatori, tanto c’era sempre qualcuno sul quale si poteva, in qualche maniera, scaricare le incombenze. Rosina era nipote di Mario, conosciuto dai più come “il Mario pulito”, uno stradino originario della provincia di Rovigo il quale, mantenendo fede al suo soprannome, aveva sempre e tenacemente operato per ottenere con il minimo sforzo la massima resa dalla sua attività. A differenza di sua moglie Maria che si “tirava nera” a lavorare, lui era diventato famoso per la proverbiale abilità a sdraiarsi ai bordi della strada dove, disteso su un vecchio plaid, allungava le mani nelle cunette per estirpare le erbacce con movimenti tanto lenti quanto studiati. Ben attento a non faticare troppo e a non sporcarsi gli abiti. Se ne accorse anche il vecchio cavaliere Hoffman, pentendosi amaramente di avergli offerto il lavoro di giardiniere nel parco della sua villa. Il buon Mario si sdraiava sotto gli alberi sul finire dell’estate in pigra attesa che le foglie cadessero e solo quand’erano tutte a terra, con una gran flemma, iniziava a raccoglierle, una ad una. E lo stesso in primavera quando, dopo la sosta invernale dove veniva pagato per non far nulla, attendeva che l’erba crescesse fino ai polpacci per rasare il prato con il tosaerba riservandosi tutto il tempo che riteneva necessario. La nipote non poteva certo smentire quell’attitudine perché, come si usa dire, buon sangue non mente. Eppure i due, nonostante tutto, erano simpatici e nemmeno lontanamente paragonabili a Stella, conosciuta come “la gallina Maddalena”, parafrasando una canzone di Roberto Vecchioni. A parte l’idiosincrasia per il lavoro che, forse, poteva accomunarla a Carletto e Rosina ma in una versione molto più acuta, la sua personalità era contorta e poco raccomandabile. Falsa come il peccato di Giuda, cattiva d’animo e terribilmente pettegola, anche lei come la gallina Maddalena si credeva una faraona e ingrassava “senza fare mai le uova”. Piena di se e sempre pronta a cambiar bandiera, tagliuzzava i vestiti addosso al prossimo con la sua linguaccia ma non voleva essere criticata (“io, le cose, non le mando mica a dire… Io, le cose, non le faccio alle spalle. Non è vero che io non abbia mai torto: sono gli altri che non hanno mai ragione”). Quel posto di lavoro per lei era solo un rifugio all’ombra del politico compiacente e lo smart working lo intendeva non come lavoro a distanza ma la maggior distanza possibile dal lavoro che, peraltro, non era in grado di fare a causa dei propri limiti e dell’assenza di un seppur piccolo barlume di volontà. Ma come spesso capita le cose possono cambiare improvvisamente e non è detto che i cambiamenti siano in meglio. Anzi. E così capitò che un giorno finì il suo credito con la fortuna e dovette ridare indietro tutto ciò che aveva ottenuto con intrighi e piccole furbizie. In poche parole, dalla sera alla mattina, la gallina rimase “senza penne sul di dietro”. Ancora una volta quella canzone del grande maestro ritornava quasi fosse una condanna (“Maddalena dei lamenti, che stà lì, che aspetta e spera; Maddalena senza denti, vittimista di carriera; Maddalena dei padroni che van bene tutti quanti: le stanno tutti sui coglioni, però manda gli altri avanti”). Quelli che definiva i suoi santi in Paradiso caddero in disgrazia e per quanto manifestasse la sua disperazione, le toccò andare a lavorare in un fast food. Tra le otto e le dieci ore al giorno a friggere ali di pollo e patatine senza il conforto di un aeratore che funzionasse erano il risultato dell’applicazione della legge del contrappasso per chi, come lei, aveva sempre riso in faccia a chi era costretto a faticare per mettere insieme il pranzo con la cena. E lì la presenza al lavoro era obbligatoria, non facoltativa. Qualche volta capitò che dei conoscenti ai quali aveva riservato in passato le sue attenzioni, delle quali avrebbero fatto volentieri a meno, si fermassero a fare un boccone in quel locale canticchiando “Maddalena, Maddalé, Maddalena dei funamboli: prima c’era e poi non c’è, Maddalena, Maddalé; Maddalena dei tuoi comodi: basta che va bene a te; Maddalena dei pronostici: “io l’avevo detto che…”. Maddalena dei colpevoli: tutti quanti tranne te, Maddalena, Maddalé”.

Marco Travaglini

Turismo al femminile: le destinazioni preferite dalle donne

Quelle più sicure per viaggiare sole (con un invito comunque alla prudenza).

Sempre più donne viaggiano da sole, all’insegna della libertà, per seguire percorsi che con altri risulterebbero diversi sia in termini di conoscenza che di emozioni e per celebrare un’importante conquista che è quella di poter fare delle esperienze in autonomia senza l’accompagnamento di uomini per troppo tempo considerato una protezione necessaria e legittima.

Non si tratta più solo di una nicchia “alternativa”: oggi è un vero fenomeno globale, che riguarda donne di tutte le età, dai 20 ai 70 anni, spinte da motivazioni diverse ma unite da un nodo comune: il desiderio di libertà e indipendenza.

Secondo agenzie di viaggio specializzate in viaggi al femminile come Solo Female Travelers o Women Who Travel e in base a ricerche di mercato condotte da enti turistici locali ed internazionali come il Global Wellness Institute o i rapporti annuali di Skyscanner e Expedia, che non rappresentano dati ufficiali, ma raccolgono e analizzano comportamenti e preferenze, i viaggi al femminile hanno avuto una crescita significativa, rappresentano una tendenza sempre più consolidata.

Tra luoghi più apprezzati grazie ad una miscela di elementi importanti, come l’attrattività’ e la bellezza, ma anche la sicurezza ci sono: Portogallo, Giappone, Francia, Canada, Islanda e anche l’Italia, ma le più sicure in assoluto risultano Finlandia, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Austria e Svizzera.

Da qualche anno sono nate molte realtà e reti di ospitalità solidale che si occupano del turismo dedicato alle donne (che viaggiano principalmente sole), e proprio da queste ultime arrivano diversi consigli per viaggiare al meglio e incolumi come: usare app di sicurezza e condivisione della posizione con familiari o amiche, scegliere strutture recensite da altre donne, attraverso forum o community dedicate, non esitare mai a cambiare programma se qualcosa non convince. Nella narrazione positiva della “donna che viaggia da sola e si sente libera”, è essenziale comunque non perdere il senso della realtà soprattutto in alcuni paesi che rimangono culturalmente, socialmente o logisticamente più complessi per una viaggiatrice solitaria. Si tratta di muoversi, dunque, con consapevolezza per esempio rispettando le consuetudini locali, informarsi sulle zone da evitare (anche nelle città più famose) e gestire la condivisione sui social con cognizione come evitare di postare costantemente la propria posizione. Libertà non significa incoscienza, ma coraggio, prudenza e responsabilità. Le favole “dell’eroina solitaria” bisogna lasciarle nella fantasia, il buon senso non deve mai mancare. Non serve rinunciare, ma bisogna stare attente, sempre!

MARIA LA BARBERA

Il Bastimento raddoppia, apre la gastronomia

“Un piatto riuscito non deve soltanto impressionare: deve riuscire, anche in modo silenzioso, a riportare chi lo assaggia da qualche parte. A un luogo, a una persona, a un momento. Il gusto, quando è sincero, non finisce nel piatto”

 

Di Maurizio Tropeano

Il Bastimento raddoppia. Da settembre, accanto al ristorante di via della Rocca, aprirà una gastronomia – con piatti d’asporto preparati e cucinati dallo chef, Fabrizio Barraco, – dove ci sarà anche spazio per una pescheria – con pescato di piccolo taglio, molluschi e crostacei – e un punto vendita di pasta fresca fatta a mano preparata in cucina. “L’idea è stata di Alessandro per completare la nostra offerta di cucina della tradizione mediterranea del pesce. E io mi sono fatto convincere, del resto in una famiglia funziona se si mettono insieme esperienze e talenti diversi”, spiega Barraco. Alessandro Marocco Altissimo (a sinistra, nella foto di copertina, con Fabrizio), infatti, è il cognato dello chef, esperto di numeri, conti e gestionale che dal gennaio del 2025 lo affianca non solo nella gestione ma anche nella proprietà del locale.

L’avventura nella ristorazione di questi under 40 nasce dalla possibilità di realizzare i rispettivi sogni. Baracco, 36 anni, racconta: “Alessandro ha liberato le mie energie e con lui ho realizzato il mio desiderio di mettermi in proprio”. E aggiunge: “Puntiamo su semplicità e materia prima di qualità per realizzare piatti emozionali”. L’esperienza di Alessandro è completamente diversa anche se “il mio sogno nel cassetto era di mettermi in proprio nel mondo della ristorazione. Fabrizio non voleva staccarsi dal locale che ha sostanzialmente contribuito a lanciare e alla fine l’ho convinto a gettare il cuore oltre l’ostacolo e di prendere in mano l’eredità di questa tradizione culinaria: il Bastimento continua il proprio percorso ma cambia il modo di viverlo, raccontarlo e percepirlo”.

Alla base di questo progetto c’è l’idea di “un ristorante costruito non sulla figura dominante di uno chef-star o sulla ricerca di una rivoluzione estetica per attirare attenzione. Lavoriamo alla ricerca di un equilibrio nel rapporto continuo tra prodotto e relazione, tecnica e atmosfera, cucina e ospitalità”.

In questo schema di gioco condiviso, poi, entrano in campo le individualità. “Io porto in dote – spiega Alessandro – un approccio pragmatico, relazionale, molto attento alla sostenibilità quotidiana del progetto. La mia idea di ristorazione passa dalla qualità della proposta, certamente, ma anche dalla capacità di costruire fiducia. Perché un cliente può scegliere un ristorante per curiosità, per un piatto, per un’occasione, ma decide di tornare quando sente di essere accolto e ascoltato”.

Non è un caso, allora, che la memoria sia uno dei temi centrali della cucina di Barraco: “Un piatto riuscito – spiega – non deve soltanto impressionare: deve riuscire, anche in modo silenzioso, a riportare chi lo assaggia da qualche parte. A un luogo, a una persona, a un momento. Il gusto, quando è sincero, non finisce nel piatto”. Al centro di questa cucina, naturalmente, c’è il pesce: “Materia viva, nobile, sensibile, che chiede attenzione, rispetto, mano attenta e cotture precise, e che restituisce con grande chiarezza tutto il valore del lavoro fatto a monte”.

Il “segreto”, dunque, è nella ricerca della materia prima e per questo “la mia è una cucina che tende a togliere più che ad aggiungere. Cerca l’equilibrio, la nitidezza del gusto, la riconoscibilità. Mantiene un legame forte con la tradizione di mare”. Il menù? “Cambia seguendo pescato, stagione, disponibilità e ricerca di ingredienti meno scontati, spesso difficili da trovare”.

Alla Beccaccia una signora “dedita all’altrui piacere”

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La notizia, lì e nei dintorni, girava già da qualche settimana. A mezza voce, tra ammiccamenti e gomitate, si era sparsa la voce che “La Beccaccia”, un’osteria con locanda, ospitasse una signora dedita alla promozione dell’altrui piacere.

Ovviamente, dietro pagamento di una modica somma perché, com’è noto, il “mestiere più vecchio del mondo”, come tutte le attività che si rispettino, non era gratis. Natalino e Pacifico, un po’ per curiosità, un po’ per l’indole trasgressiva che li accomunava, decisero di andare a vedere se quanto si sentiva dire corrispondesse poi al vero. “Un sopralluogo s’impone”, sentenziò Pacifico, che per mestiere s’occupava a tempo pieno della tutela dei lavoratori ( “di tutti i lavoratori”). Ovviamente Natalino, operaio e pubblico amministratore, non obiettò alcunché, trovandosi d’accordo con l’amico in tutto e per tutto. Quindi, inforcate le bici, partirono. La strada non era molta tra il loro paese e quello dell’osteria. Pedalando di buona gamba, i sette chilometri e mezzo s’accorciarono in un baleno e i due amici, raggiunto il campanile del paese, svoltarono a sinistra, imboccando la strada che saliva verso la stazione ferroviaria, dove – un po’ prima dello spiazzo davanti all’edificio – si scorgeva, sulla facciata di una vecchia casa a  due piani,  l’insegna de “La Beccaccia”. Lasciate le bici- nell’apposita rastrelliera collocata tra la Stazione e la locanda, i due entrarono. L’oste, tal Tossichini Aristide, detto “Burbero” per il carattere

ruvido e scontroso, in maniche di camicia, era intento ad asciugare dei bicchieri. Vedendo comparire  sull’uscio Natalino e Pacifico, non tradì particolare curiosità. Continuando a passare i calici nell’asciugamano, senza dire una sola parola e con un cenno del mento, chiese ragione della loro presenza. Un po’ impacciati, i due esitarono a parlare per qualche istante. Poi, incrociato lo sguardo interrogativo del Tossichini, Natalino prese coraggio e, schiaritasi la voce, chiese: “Si può vederla?”. “Burbero”, senza scomporsi più di tanto, con fare svogliato, indicò la scala in fondo al locale che portava al piano superiore. I due amici, ringraziando, salirono svelti i gradini di legno, trovandosi davanti ad un corridoio dove, da una parte e dall’altra, s’aprivano tre

porte. Due a sinistra e una a destra. Quale delle tre era quella giusta? Tentarono a destra ma la porta era chiusa a chiave. Afferrata la maniglia della prima a sinistra, il risultato fu lo stesso: bloccata. Rimaneva l’ultima porta. E questa s’aprì, con un lieve cigolio. Entrati nella stanza, restarono a bocca aperta, sgranando gli occhi davanti alla scena che si presentò  davanti al loro sguardo smarrito. Altro che femmina compiacente e lussuriosa! Nella penombra della stanza, sdraiata sul letto, vestita di nero e con il rosario in mano, s’intravvedeva il cadavere di un’anziana donna.  Ai fianchi del letto quattro grossi ceri accesi diffondevano una luce tremolante e fioca da far venire i brividi. Pacifico e Natalino si guardarono in faccia e, quasi di scatto, fecero dietrofront, uscendo dalla stanza, chiudendosi rumorosamente la porta alle spalle. La scala dalla quale erano saliti con un po’ d’imbarazzo e circospezione, venne ridiscesa in fretta e furia. Quell’impazienza insospettì l’oste che non ci mise molto a capire la situazione, considerando che i due non erano i primi a sbagliare indirizzo e credere che nella sua locanda si praticasse il mercimonio. Rosso in volto, furibondo perché i due avevano scambiato la vecchia zia Giuditta, morta il giorno prima a ottant’anni d’infarto , per una poco di buono, “Burbero” iniziò ad inveire. Brandendo minaccioso una vecchia scopa di saggina, si lanciò all’inseguimento dei malcapitati che, inforcate al volo le biciclette, pedalarono via come due indemoniati. Giunti al paese, trafelati e stanchi, si presentarono ansimando all’osteria dell’Uva Pigiata. Paolino Pianelli, a conoscenza della loro avventura, vedendoli in quello stato, fece l’occhiolino sussurrando: “L’avete vista, eh?”. Pacifico, con un filo di fiato e una buona dose d’ironia, rispose che sì, l’avevano vista. Ma che già al primo sguardo, avevano capito subito che non faceva per loro e se n’erano andati via.

 

 Marco Travaglini

Elisabetta di Baviera e l’ombrellaio di Sovazza

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Argante Dorini aveva dimostrato la sua abilità fin da giovane, dotato com’era di una manualità fine e di un ragguardevole ingegno. Da Sovazza, dov’era nato e dove viveva con la moglie e i due figli quando non era in cammino sulle strade di mezz’Europa, aveva interpretato con passione l’arte del lusciàt, dell’ombrellaio ambulante. Mestiere duro ma senza alternative che Argante condivideva con l’amico Filippo Filippi, un tipo segaligno di Carpugnino. Insieme, macinando chilometri su strade polverose o in mezzo al fango, lontano da casa, s’arrangiarono a raccogliere il loro magro guadagno riparando ombrelli e parasole. Rimanevano mesi e mesi lontani da casa, risparmiando il risparmiabile per sostenere le famiglie, ricorrendo il più delle volte per cibo e alloggio a soluzioni di fortuna. Spesso non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena e dormivano dove capitava.

 

Quante volte si erano appisolati, stanchi morti, sotto il cielo stellato nella buona stagione o in qualche fienile quando tirava vento o scrosciava la pioggia. Eppure, mai una lamentela perché la loro vita era così: prendere o lasciare. Il figlio Fulgenzio apprese a sua volta il mestiere, girovagando per le pianure piemontesi e lombarde per sfuggire alla miseria. Il lavoro l’aveva “rubato” a tal punto da diventare uno dei migliori nell’arte di vendere e riparare ombrelli. Accompagnato da Nino, il fratello più piccolo, giravano come dei nomadi gridando a gran voce “donne, donne, à ghè l’ombrelè!”, portando a tracolla la barsèla, la cassetta nella quale erano riposti  tutti i ferri del mestiere del lusciàt: dai ragozz, le stecche degli ombrelli, a lusùra, flignànza, tacugnànza e tacòn, ramé, cioè forbici,  rocchetti di refe, pezze varie, bastoni di legno. Con quell’armamentario erano in grado di cucire, limare, intagliare il legno, incollare e sagomare stoffe. Se c’era da riparare un ombrello lo accomodavano, racimolando qualche soldo; se invece si trattava di confezionarne uno nuovo, era festa grande. Girovagavano per le vie guardando porte e finestre, in attesa del cenno di chi era disposto ad affidar loro un parapioggia tartassato dai troppi acquazzoni, contorto dal vento o vittima della voracità delle tarme.

Ogni lavoro era buono e non si rifiutava mai, mettendosi subito alacremente al lavoro, e in silenzio. Stessa vita riservò all’unico figlio maschio, Mario. Per arrotondare il magro guadagno accompagnavano il mestiere con la costruzione e la vendita di altri manufatti in legno e in fil di ferro come gabbie, trappole per topi, insalatiere, setacci. Anche Mario, diventato uomo, si avvalse di un apprendista, Giacomino Dentici, un ragazzino di dieci anni, sveglio come un passero e rapido come una saetta. Come da tradizione il giorno di Capodanno, sulla piazza di Carpugnino, si incontravano a parlare d’affari e preparare la nuova annata degli ombrellai. In quell’occasione le famiglie più povere affidavano i loro figli piccoli agli artigiani ambulanti, nella speranza che avrebbero imparato un mestiere, sconfiggendo povertà e indigenza. “Al prumm dal lungon a Carpignin, a truà l’ Casér senza an bergnin”, che tradotto equivaleva a “il primo dell’anno a Carpugnino, a cercar padrone, senza un soldino”, come recita un’epigrafe che fa mostra di sé ancor oggi  nella piazza del piccolo paese del Vergante. Reclutata così la manodopera, gli ombrellai si mettevano in cammino alla ricerca dei guadagni necessari a garantire un futuro migliore. Bisogna dire che l’apprendista entrava quasi a pieno titolo nella famiglia dell’ombrellaio che provvedeva a lui in tutto e per tutto. Per fortuna i tempi erano cambiati e non s’andava più a piedi, consumando scarpe e sudore, ma in bicicletta. E che biciclette! Due Maino purosangue, modello anni venti con il doppio carter e senza una macchia di ruggine nonostante fossero di seconda mano. Mario le aveva ottenute da un ciclista in cambio di una serie di lavori, tra i quali un paio d’ombrelli nuovi di zecca. In fondo non erano proprio a buon mercato ma la comodità di pedalare lesti e di non scarpinare più dall’alba al tramonto n’era valsa la pena. Così Mario e Giacomino lavorarono a lungo, lontano da casa e dai propri cari, accompagnandosi nel tragitto con i canti in quella particolare lingua che si parlava tra lusciàt: il tarùsc. Tra di loro, per tradizione e abitudine, comunicavano in quel gergo difficile, quasi del tutto incomprensibile, dalla pronuncia piuttosto secca e dura. Facilitati dalla stessa provenienza territoriale, cioè dai paesi dell’alto Vergante, gli ombrellai potevano intendersi con rapidità e segretezza, scambiandosi notizie e commenti nella certezza di non essere capiti. L’idioma era un misto di dialetto e parole di altre lingue, dallo spagnolo al francese al tedesco, rielaborate con arguzia e duttilità. Così, tanto per fare due esempi, l’avvocato era un “denciòn” e il cuoco un “brusapignat”.

“Al lusciàt caravaita a gria i lusc”, dicevano gli anziani. L’ombrellaio ambulante ripara gli ombrelli perché la ghéna, la fame, era tanta e ci si poteva considerare brisòld (ricchi) solo quando si riusciva a mettere su la prima bottega con un banchetto e l’insegna di due cupole d’ombrello a spicchi bianchi e rossi e la scritta “luscia, el lusciat piòla” che, più o meno, si poteva tradurre in piove, l’ombrellaio si prende una sbornia. Infatti, quando il cielo diventava scuro, la terra cambiava odore e l’acqua iniziava a scrosciare, fosse temporale estivo o pioggia autunnale, si brindava alla fortuna perché con la pioggia si lavorava di più. Quando tornava a casa Mario raccontava le avventure della sua vita randagia. Era orgoglioso di quel lavoro dove la fatica e i sacrifici erano ricompensati dalla passione per un mestiere che richiedeva non solo molta abilità ma anche una buona dose di creatività. Soprattutto quando l’ombrello andava costruito nuovo di zecca e venivano usate le sagome per tagliare le stoffe. Qui la differenza di censo balzava all’occhio immediatamente: i benestanti e i nobili sceglievano la seta, per gli altri tutt’al più c’era il cotone. Il racconto più straordinario risaliva all’epoca in cui suo nonno confezionò un paio d’ombrelli per la principessa Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, bavarese di nascita, diventata imperatrice d’Austria, regina apostolica d’Ungheria e regina di Boemia e Croazia, oltre che consorte di Francesco Giuseppe d’Austria. Celebre ovunque in Europa con il nome di Principessa Sissi (anche se dalle sue parti di esse ne usavano una sola). Argante Dorini non era tanto dell’idea di riverire la nobildonna, non foss’altro perché il fratello di suo padre, lo zio Luigi,aveva combattuto contro gli austriaci con il grado di tenente dell’esercito franco-piemontese durante la seconda guerra di indipendenza italiana, perdendo la vita nella battaglia di Solferino, il 24 giugno del 1859. Una pallottola aveva centrato in pieno petto Luigi Dorini proprio durante le ultime scaramucce di quella che fu una delle più grandi battaglie dell’Ottocento, con più di duecentomila soldati in campo. Il papà di Mario, antiaustriaco pure lui, teneva in tasca una vignetta dove un soldato asburgico era raffigurato come un maiale. E diceva sempre che “il Cecco Beppe al ma stà sui ball”.

 

Ma si sa, il lavoro è lavoro, e quando una delle dame di corte della Principessa prese contatto con lui mentre si trovava a Madonna di Campiglio nel 1889 chiedendogli di confezionarle un ombrello, non disse di no. Argante, nonostante la giovanissima età, era già uomo di poche parole e di buon senso,  e sosteneva che dove c’erano tanti ricchi e tanti nobili  c’era anche “tanta grana” e qualche corona in saccoccia non faceva certo male. Per questo si era sobbarcato quel viaggio lunghissimo verso est, in cerca di fortuna. A quel tempo la perla delle Dolomiti di Brenta era una delle mete predilette dall’aristocrazia europea e anche l’imperatrice Elisabetta aveva deciso di trascorrervi un periodo di villeggiatura, risiedendo all’Hotel des Alpes. Presa in carico l’ordinazione si dedicò alla fattura del parasole per la moglie di “quel crucco del Cecco Beppe”, mettendoci tutta la sua arte. Si trattò di un lavoro laborioso che consegnò alla dama nel tempo di due settimane, senza trascurare altri incarichi. La Principessa Sissi fu talmente soddisfatta che, esattamente due anni dopo, mentre soggiornava a Cap Martin, in Costa Azzurra, venuta a conoscenza dalla stessa dama del suo seguito della presenza di quell’italiano (“der italiener”) così abile a costruire ombrelli, ne commissionò un altro. Anche quella volta il nonno di Mario diede il meglio di se per soddisfare la vanitosa Elisabetta che, ossessionata dal culto della propria bellezza, teneva molto anche ad abiti e accessori. Secondo le cronache le occorrevano quasi tre ore per vestirsi, poiché gli abiti le venivano quasi sempre cuciti addosso per far risaltare al massimo la snellezza del corpo. E l’ombrello era un oggetto di complemento molto importante. L’Imperatrice d’Austria amava fare lunghe camminate e il lusciàt Argante, a tempo di record, le offrì un modello slanciato che poteva essere utilizzato anche come bastone da passeggio. Lungo 77 centimetri (Sissi era alta un metro e settantadue), manico e puntale in legno invecchiato, calotta in taffetas color ruggine con passamanerie e fodera avorio. Un vero gioiello! Un raro bijoux! La principessa Sissi, per la seconda volta, apprezzò l’arte di Argante e, oltre a una generosa ricompensa, gli fece avere un attestato in cui lo si indicava come “fornitore ufficiale della Casa d’Asburgo”. Non gli avrebbe aperto le porte di Schönbrunn ma era comunque un atto di stima importante. In fondo, pur essendo antiaustriaco, non gli dispiacque quell’onorificenza e quando il 10 settembre del 1898 l’Imperatrice, sempre vestita di nero dopo il suicidio del figlio Rodolfo, celando il viso dietro l’ombrellino, perse la vita a Ginevra pugnalata al petto dall’anarchico italiano Luigi Lucheni, il nonno di Mario portò a lungo il nastro nero sul braccio in segno di lutto. E s’arrabbiò quando il suo coscritto Valerio Rabaini, detto Bakunin, vedendo quel nastro, gli diede una bella pacca sulle spalle, sentenziando: “Bravo,Argante. Sei anche tu dei nostri, a quanto vedo. Avremmo preferito un capo di Stato, ma l’Imperatrice d’Austria, in mancanza di meglio, è andata bene lo stesso”.

 

Sinceramente addolorato guardò storto il Rabaini che si guadagnò pure un calcio nel sedere e una scarica di improperi che non è il caso di riportare. Questa storia si è tramandata e ai Dorini capitò spesso di raccontarla ai ragazzi che però ascoltano svogliati, a volte per dovere, presi come sono dal loro mondo. I bambini invece, soprattutto le femmine, sono curiosi e fanno tante domande. Beata ingenuità: chiedono perché il nonno di Mario non sposò “la Sissi”, domandano se non le piacesse, se la trovava brutta o non si erano capiti per colpa della lingua. Chissà, forse è stato tutto colpa del destino che ha voluto far andare le cose così. Anche se, persino nell’ultimo istante della sua vita, l’affascinante Elisabetta, portò con sé l’opera d’arte confezionata dall’italiener Argante, ombrellaio ambulante di Sovazza.

Marco Travaglini

Cartoline, addio? Non proprio. Come è cambiato il modo di raccontare le vacanze

Si scrivono ancora e fa piacere riceverle

Quando si tornava dalle vacanze estive si andava a guardare la buca delle lettere per vedere se erano arrivate cartoline. Chi dalla montagna, chi dal mare o dalle capitali raccontava in versione brevissima lo spirito e i luoghi visitati durante ferie mandando allo stesso tempo saluti affettuosi. Era un rito, una abitudine piacevole, una parte delle vacanze dedicata alla scrittura di queste suggestive immagini su cartone. Per oltre un secolo sono state il simbolo dell’estate, le cartoline hanno accompagnato generazioni di viaggiatori e vacanzieri, diventando molto più di un semplice mezzo di comunicazione: un ricordo tangibile, una piccola testimonianza di un luogo visitato e, soprattutto, un pensiero dedicato a qualcuno. Oggi, nell’epoca degli smartphone e dei social network, sembrerebbero destinate a scomparire, eppure le cartoline continuano ad esistere, seppur in forme diverse, e conservano un significato che la tecnologia non è riuscita a cancellare.

La storia delle cartoline inizia nella seconda metà dell’Ottocento, quando il turismo comincia a diffondersi e il servizio postale diventa sempre più efficiente. La prima cartolina ufficiale della storia fu introdotta il 1° ottobre 1869 dall’amministrazione postale austriaca. Si chiamava Correspondenzkarte e fu ideata per semplificare la corrispondenza: un supporto economico, senza busta, con affrancatura ridotta. Nel 1873 arrivarono in Italia quelle non illustrate e dopo il 1880 quelle con le immagini. L’illustratore torinese Aurelio Bertiglia (1891 -1973) ebbe un ruolo importante nella creazione e diffusione delle cartoline in Italia; il suo stile era ironico, quasi caricaturale e le sue erano considerate “piccole” opere d’arte. In poco tempo la cartolina illustrata conquista l’Europa e l’Italia. Per molti anni rappresenta il modo più semplice ed economico per inviare un saluto. Le immagini raccontano città, paesaggi, monumenti e tradizioni locali, contribuendo anche a costruire l’immaginario turistico di intere generazioni. Tra gli anni Cinquanta e Ottanta, durante il boom economico, la cartolina vive probabilmente la sua stagione più felice. Le vacanze diventano un’abitudine per milioni di italiani e spedire una cartolina è quasi un obbligo morale. Si sceglie con cura l’immagine, si cercano le parole giuste da scrivere nello spazio limitato sul retro e si acquista il francobollo. Spesso la cartolina arrivava quando il mittente era già rientrato a casa, ma questo non ne diminuiva il valore. Anzi, l’attesa faceva parte del rito.

Con l’arrivo di internet e poi dei telefoni cellulari, tutto cambia. Le fotografie possono essere inviate in tempo reale, i messaggi raggiungono il destinatario in pochi secondi e i social network trasformano ogni viaggio in un racconto immediato e continuo. La cartolina potrebbe apparire improvvisamente lenta, superata, quasi inutile, eppure qualcosa resiste, chi la riceve non ha soltanto un’informazione, ma un oggetto, un piccolo frammento di carta che è stato scelto, scritto, affrancato e spedito. Un gesto che richiede tempo e attenzione. È forse proprio questa lentezza a renderla ancora speciale. Negli ultimi anni, inoltre, la tecnologia ha trovato un modo curioso per riportarla in voga. Diverse applicazioni, come MyPostcard, consentono di creare cartoline personalizzate utilizzando fotografie scattate con lo smartphone. L’utente sceglie l’immagine, scrive il messaggio e inserisce l’indirizzo del destinatario. A quel punto, stampa la cartolina e la spedisce realmente per posta; un incontro tra tradizione e innovazione che sta conquistando soprattutto chi desidera offrire qualcosa di più personale rispetto a una semplice fotografia inviata tramite chat. Parallelamente continua ad esistere anche il mercato delle cartoline tradizionali. Nelle località turistiche, nelle edicole, nelle librerie e nei negozi di souvenir, infatti, le rastrelliere colorate sono ancora presenti. Meno affollate rispetto al passato, certo, ma non scomparse. Oggi sono diverse, non mostrano solo una paesaggio o un dettaglio di un luogo, ma sono caratterizzate anche da un design e uno stile particolare, generalmente moderno. Molti viaggiatori le acquistano per collezionarle, altri per conservarle come ricordo del viaggio, altri ancora per il piacere di sorprendere qualcuno con un messaggio inatteso. Forse il segreto della longevità della cartolina è proprio questo, in un periodo dominato dalla velocità, rappresenta un gesto controcorrente, non compete con WhatsApp, con Instagram o con le email, offre qualcosa di diverso: la possibilità di lasciare una traccia fisica. Perché mentre migliaia di fotografie digitali finiscono dimenticate nella memoria di un telefono, una cartolina può restare per decenni in un cassetto, tra le pagine di un libro o appesa a una parete.

E così, tra vecchie cartoline ingiallite e nuove versioni create con le app, continua a sopravvivere un modo di comunicare che sembrava destinato a sparire. Cambiano gli strumenti, cambiano le abitudini, ma resta immutato il desiderio di condividere un luogo, un’emozione, un ricordo. In fondo, ieri come oggi, una cartolina dice la stessa cosa: “Sono qui e ho pensato a te”.

Maria La Barbera

Il social burnout

 

ESSERE SEMPRE CONNESSI PUO’ STANCARE.

Sovraccarico tecnologico, stanchezza mentale o stress da iperconnessione, ecco alcuni modi per definire la fatica e la debilitazione da social overdose. Ore e ore passate al computer ad aggiornare profili, leggere e commentare quelli delle altre persone, stare al passo con i tempi dei social network, tutto questo puo´ provocare indebolimento ed esaurimento fino ad arrivare all’allontanamento, a volte definitivo ma piu´ spesso temporaneo, giusto il tempo di disintossicarsi.

La sindrome generale da burnout e´una risposta ad una situazione percepita come stressante che attiva meccanismi di difesa capaci di affrontare la sensazione di esaurimento psichico e fisico. La mancanza di forze e il senso di sconforto puo´anche sfociare in una despressione e non e´da sottovalutare, ma da tenere sotto controllo per scongiurare eventuali complicazioni piu´dificili da gestire e curare.

Questo stress cronico, che nella sua considerazione generale e´ legato perlopiu´ alla vita professionale, si puo´ riscontrare anche in altri ambiti, quello relativo ai social media e´una declinazione specifica che presenta gli stessi sintomi della sindrome da burnout comune: ansia, mancanza di energia e umore altalenante dovuto allo stress.

La fatigue da iperconnessione e´da poco all’attenzione della psicologia, sono cominciati i primi studi e ricerche per capirne le dinamiche. Oltre al tempo passato davanti ad uno schermo, che sia di un computer o di un cellulare, la fonte dello stress proviene dalla velocita´ richiesta per aggiornare i profili e allinearsi con quelli degli altri; riempire le pagine social di contenuti rispettando i ritmi dettati dalla rete e´ faticoso, stressante, nemico della qualita´ e impiega ingenti risorse mentali e fisiche che la maggior parte delle volte non hanno un corrispettivo in un riconoscimento di qualsiasi tipo. E´come una competizione continua con tanti concorrenti che non ha limiti ne´ troppe soddisfazioni e quindi il divertimento iniziale si converte in frustrazione che costringe prima a prendere le distanze e poi a smettere. E´ una illusione virtuale che porta all’esaurimento e alla necessita´di disintossicazione. I social media, purtroppo e per fortuna, evolvono molto velocemente, aggiungono strumenti e aggiornamenti in grado di contenere sempre piu´contenuti ed informazioni, questo e´ certamente coinvolgente e seducente ma allo stesso tempo richiede maggiore risorse e tempo, e´ come un lavoro, un’ attivita´ ´sempre piu´difficile da seguire. Le aziende che gestiscono queste piattaforme si stanno gia´confrontando con gli abbandoni social causati dal digital burnout e dovranno trovare soluzioni per affrontare le conseguenze economiche dovute a questi disagi di ultima generazione che forse potevano essere prevedibili perche´ qualsiasi attivita´deve essere fonte di equilibrio e benessere e persino la tecnologia che ci supporta sempre di piu´in tante delle nostre attivita´deve fare i conti con il nostro essere umani.

Moderazione, dunque, sara´la parola d’ordine insieme ad equilibrio e senso della misura. I genitori dovranno monitorare i figli affinche´questi non passino tutto il loro tempo libero davanti ad uno schermo e infine i fornitori di servizi saranno costretti a considerare maggiormente la soddisfazione del cliente fruitore e soprattutto la sua salute, psicologica e fisica.

MARIA LA BARBERA