LIFESTYLE

Pasquetta al nuovo Fabulandia Feudo di San Giorio

LUNEDÌ 06 APRILE AL FEUDO DI SAN GIORIO DI SUSA ARRIVA IL PRIMO APPUNTAMENTO DELLA STAGIONE
NEL MONDO DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE: UNA MAGICA AVVENTURA PER TUTTA LA FAMIGLIA

Un antico feudo con panorami mozzafiato sulle Alpi ospita l’avventura ispirata al mondo della favola di Alice
nel Paese delle Meraviglie: il Cappellaio Matto, il Brucaliffo, lo Stregatto, La Regina di Cuori e, naturalmente,
Alice attendono gli ospiti per una giornata all’insegna del divertimento e dello stupore in cui i bambini
saranno i diretti protagonisti. Lunedì 06 Aprile nel castello con ristorante del Feudo di San Giorio va in
scena il celebre format della Agenzia CRU che interpreta i più suggestivi luoghi del Belpaese.
Uno spettacolo itinerante tra giochi, acrobazie, sfide e incontri inaspettati.
Non è una semplice rappresentazione, ma un viaggio immersivo tra favola e realtà. I visitatori divisi in
piccoli gruppi, saranno guidati dall’acrobata e ballerino Vittorio Schiavone nei panni del Cappellaio Matto, e
coinvolti in una storia che si snoda attraverso la natura e gli spalti del castello, con scene recitate,
performance circensi e incredibili spettacoli.

Tre turni al giorno per offrire l’esperienza perfetta:
– 1. Turno h. 10:30
– 2. Turno h. 14:00
– 3. Turno h. 16:00

L’evento è su prenotazione WhatsApp 327 76 78 054 – 346 62 55 244
Costi d’ingresso:
– Adulti: 15 €
– Bambini sino ai 10 anni: 10 €
– Bambini sotto i 2 anni: gratis

All’inizio o al termine dell’esperienza, che ricordiamo adatta a tutti, adulti e bambini, i nostri ospiti potranno
degustare le proposte gastronomiche per il pranzo e per la merenda sinoira della Antica Osteria Feudo di
San Giorio.

UFFICIO STAMPA: Agenzia CRU – tel. 327/7678054 – mail: agenziacru@gmail.com

La tradizione dell’uovo di Pasqua

L’uovo è da sempre il simbolo della vita e della rinascita, per i pagani rappresentava l’unione tra il cielo e la terra, mentre per gli egizi simboleggiava il fulcro dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.
I persiani si scambiavano le uova di gallina in primavera, mentre con l’avvento del cristianesimo l’uovo, per la sua forma, diventò il simbolo della Risurrezione. Esso assomiglia infatti ad un sasso ed appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù.
Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto.
L’usanza cristiana delle uova di Pasqua nacque in Mesopotamia, dove esse venivano colorate di rosso, in ricordo del sangue di Cristo versato durante la sua crocifissione. Maria Maddalena, una volta trovato vuoto il sepolcro di Gesù, corse dai discepoli e annunciò la straordinaria notizia. Pietro, incredulo, disse: “
crederò a quel che dici solo se le uova contenute in quel cestello diverranno rosse” e subito le uova si colorarono di un rosso intenso.
La tradizione di regalarsi uova in occasione della Pasqua nacque nel medioevo in Germania, dove le persone se le scambiavano bollite ed avvolte in foglie e fiori, in modo che fossero colorate naturalmente.
Gli aristocratici preferivano invece quelle in materiali preziosi come argento, platino e oro. Edoardo I, Re d’Inghilterra dal 1272 al 1307, commissionò la creazione di circa 450 uova rivestite d’oro da donare in occasione della Pasqua.
Le origini dell’uovo di cioccolato sono da ricondurre al Re di Francia Luigi XIV detto “il Re Sole”, il quale all’inizio del XVIII secolo fece realizzare un uovo di crema di cacao al suo maître chocolatier di Corte.
Le prime uova di cioccolato in serie furono prodotte nel 1875 dall’inglese John Cadbury, il quale introdusse al loro interno la sorpresa e nel 1905 creò quelle con cioccolato al latte.
Nel 1879 lo svizzero Rodolphe Lindt inventò la macchina per il concaggio, che rendeva il cioccolato vellutato e particolarmente morbido al palato.
Lo Zar di Tutte le Russie Alessandro III nel 1883 incaricò l’orafo di Corte Peter Carl Fabergé di realizzare meravigliose uova decorate per la consorte la Zarina Dagmar di Danimarca. Dalla coppia nacque l’ultimo Zar Nicola II.
Il metodo utilizzato per fabbricare queste uova era quello delle matrioske: il primo uovo realizzato, che era in platino smaltato di bianco, ne conteneva uno in oro, dentro il quale c’erano due doni: una riproduzione della corona imperiale e un pulcino dorato. Visto il successo del primo regalo, lo zar ne commissionò un altro per l’anno successivo e l’usanza proseguì fino alla Rivoluzione Russa.
Nella tradizione balcanica e greco-ortodossa le uova di gallina, cucinate sode, vengono colorate il Giovedì Santo. Il giorno di Pasqua ognuno sceglie il proprio ed ingaggia una gara con i commensali, scontrandone le estremità, fino ad eleggere quello più resistente. Lo stesso giorno le uova benedette vengono distribuite ai fedeli al termine della Santa Messa.
In Armenia è usanza dipingere le uova con immagini di Gesù, della Madonna o con scene della Passione.
In Francia vengono invece organizzate per i bambini delle cacce al tesoro in cui le uova, preparate artigianalmente e di dimensioni ridotte, vengono nascoste fra gli alberi.
Questi eventi si tengono anche nei giardini di molti castelli e spesso sono organizzati dalle nobili famiglie proprietarie.
La tradizione vuole che a lasciare le uova sarebbero le campane di ritorno da Roma; le campane smettono infatti di suonare il Giovedì Santo e secondo la tradizione esse si recherebbero a Roma per essere benedette dal Papa. Al loro ritorno lascerebbero cadere dal cielo le uova.

ANDREA CARNINO

Vitel Etonné, ristorante simbolo della tradizione piemontese

SCOPRI TO – ALLA SCOPERTA DI TORINO

Nel cuore di Torino tra tradizione e cucina di qualità

Nel centro storico di Torino, a pochi passi dalle principali vie e dai luoghi più visitati della città, si trova il ristorante Vitel Etonné, un locale che negli anni è diventato una meta conosciuta non solo dai torinesi ma anche da molti visitatori e turisti. La sua posizione centrale lo rende facilmente raggiungibile e spesso viene scelto da chi vuole fermarsi a mangiare piatti tipici piemontesi in un ambiente curato ma allo stesso tempo accogliente. Il ristorante è conosciuto per una cucina legata al territorio, con ingredienti di qualità e piatti che richiamano la tradizione locale, ma presentati in modo moderno e attento ai dettagli.

Il vitello tonnato e gli antipasti della casa

Il piatto che rappresenta il ristorante e da cui prende anche il nome è il vitello tonnato, considerato il vero cavallo di battaglia del locale. Si tratta di uno dei piatti più famosi della cucina piemontese e qui viene proposto come specialità della casa, molto richiesto dai clienti. Tra gli antipasti si trova anche l’uovo poche, spesso servito con ingredienti stagionali e abbinamenti che cambiano durante l’anno. Gli antipasti richiamano la tradizione piemontese e comprendono piatti preparati con carne cruda, verdure di stagione e prodotti del territorio, con particolare attenzione alla qualità delle materie prime.

Primi e secondi della tradizione piemontese

La cucina del ristorante propone anche diversi primi piatti tipici piemontesi, come pasta fresca fatta in casa, agnolotti, tajarin e plin con sughi tradizionali come arrosto, burro e salvia o sughi di carne. Sono piatti che fanno parte della tradizione regionale e che rappresentano una parte importante del menù. Anche per quanto riguarda i secondi piatti, la proposta è legata soprattutto alla carne, con piatti tipici piemontesi preparati con ingredienti selezionati, ma non mancano alcune proposte diverse che variano in base alla stagione.

Il ristorante Vitel Etonné nel tempo è diventato quindi un punto di riferimento per chi cerca a Torino una cucina piemontese di qualità, con piatti della tradizione, ingredienti del territorio e un menù che unisce ricette classiche e proposte stagionali, mantenendo sempre un forte legame con la gastronomia locale.

NOEMI GARIANO

Volontariato? No, grazie

Ho trattato il tema del volontariato su queste colonne altre volte, ma ora cercherò di circoscrivere il problema perché mi piace analizzare ogni problema sotto diversi punti di vista.

Lo spunto per questo articolo mi è venuto da una conversazione avuta la settimana scorsa con il responsabile di una Pubblica Assistenza che lamentava la carenza di volontari, particolarmente negli ultimi anni.

Spesso accusiamo i giovani di essere privi di valori, pigri, demotivati, schizzinosi e, dunque, incapaci di assumersi responsabilità, impegni e portare a termine qualsiasi progetto iniziato.

Se, però, andiamo ad analizzare in fondo la realtà in cui i giovani vivono, ci accorgiamo che spesso sia la società la vera colpevole del loro disadattamento.

Mi spiego meglio: se guardiamo gli anni 2000 fino ad una quindicina di anni fa, ci accorgiamo che il volontariato era quasi un punto di orgoglio per i giovani, non importa se svolto nei VV.FF. o assistendo pazienti oncologici, insegnando all’Unitrè o comunque effettuato.

Per un’analisi obiettiva, però, dobbiamo confrontare anche i tempi in cui vivevano i nostri giovani rispetto a quelli attuali, quando lavorando dalle 8 alle 17 dal lunedì al venerdì, si aveva modo (e voglia) di dedicare almeno un sabato al mese al volontariato rispetto a ora, quando i giovani, specie se studenti, lavorano quando li chiamano, magari per 2 ore oggi, 3 ore domani e poi chissà, dopo aver studiato tutto il giorno e, magari, aver già svolto altri 3 lavori in settimana, altrimenti non possono permettersi affitto, vitto e università.

E’ evidente che la colpa di questo cambiamento non sia imputabile ai giovani che, anzi, sono le vittime di tale sistema perverso, ma che la vera causa sia da ricercare in quanti, con una specie di allucinata concezione del capitalismo, sfruttano le risorse umane come pedine prive di personalità, come numeri anziché esseri umani. Se tale tecnica funzionasse, permettendo alle aziende di espandersi, conquistare nuove fette di mercato e realizzando ogni anno utili superiori all’anno precedente, potremmo dire che un vantaggio lo ottengono; stante che la maggior parte delle aziende deve delocalizzare per sopportare i costi, ricorrono ad ammortizzatori sociali perché non riescono a stare sul mercato, è evidente che il loro modus operandi sia fallimentare.

In vita mia ho vissuto di persona l’esperienza di alcune aziende che, seguendo ad un certo punto le nuove tecniche di gestione del personale, sono riuscite a far naufragare tutto in pochissimi anni.

Il compianto Sergio Marchionne raccontava spesso le follie di alcune aziende; conosco anch’io aziende dove sei obbligato a prendere ferie per due settimane nel mese di agosto, perché così l’azienda risparmia, salvo non accorgersi che in realtà l’edificio avrà comunque personale in servizio (condizionamento, vigilanza, sistemi informativi, pulizie, ecc), il che rende nullo il risparmio. E questo è solo un esempio di come le nuove tecniche di management siano utili a spiegare cosa non fare se si dirige un’azienda o parte di essa.

Sempre Marchionne ci ricordava che parlando solo di diritti e mai di doveri, di diritti moriremo. I dipendenti reclamano giustamente i propri diritti, mente l’azienda ricorda soltanto i doveri delle maestranze, con il risultato che nessuno conoscerà entrambi.

In più i nostri giovani pagano lo scotto di aver avuto politici totalmente avulsi dalla realtà che hanno abrogato alcune garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori, di avere università che per quanto paghi di retta dovrebbero già versarti i contributi per la pensione; sicuramente vedono un mondo con gli occhi di chi non è ancora anestetizzato dalle promesse disattese, dalle mille parole usate da troppi governi tecnici e che chiedono di essere coinvolti nelle scelte del Paese che, per logica, deve affidare a loro il proprio futuro.

Sergio Motta

Golosi involtini pasquali in gelatina

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Un detto popolare recita ”Non c’e’ Pasqua senza uova”

Nel rispetto della tradizione, per una Pasqua all’insegna della convivialita’ e degli antichi sapori, vi propongo un facile e fresco antipasto ideale per il pranzo o per il picnic di Pasquetta che vede le uova come immancabili protagoniste del menu’ in una festa di colori e sapori.

***

Ingredienti per 8 persone:

 

8 fette di prosciutto cotto tagliato spesso

6 uova sode

100 gr. di tonno sott’olio

1 cucchiaio di capperi

2 cucchiai di mayonnaise

1 cucchiaio di peperoni sott’aceto tagliati a striscioline

1 dado per gelatina

2,5 dl. di vino bianco

2,5 dl. di acqua

cucchiaio di aceto bianco

sale q.b.

***

Tritare quattro uova sode con i capperi, il tonno, la mayonnaise;

farcire le fette di prosciutto, arrotolare ad involtino e sistemare in una pirofila preferibilmente in vetro. Nel frattempo preparare la gelatina: portare ad ebollizione l’acqua, far sciogliere il dado, mescolare, aggiungere il vino bianco e il cucchiaio di aceto, mescolare nuovamente e versare sugli involtini di prosciutto. Guarnire con le striscioline di peperone e le rimanenti uova tagliate a piacere. Lasciar raffreddare in frigo per almeno 3 ore.

Buona Pasqua a tutti i lettori.

Paperita Patty

Grounding: radicati e connessi con la terra

Percepire proprio corpo attraverso il radicamento, immersi nella natura e consapevoli nel presente.

Fu Alexander Lowen, psichiatra, psicoterapeuta e padre della terapia bioenergetica ad inserire nelle sue terapie il grounding (dal termine inglese “ground” ovvero “terra”), ad utilizzare la pratica del radicamento intuendo l’esistenza di un legame tra il benessere interiore con ciò che ci sostiene e su cui appoggiamo il nostro corpo.

Lowen, attraverso l’analisi della postura dei suoi pazienti, mise in relazione il senso di insicurezza, di sfiducia e la scarsa capacità di sentire le proprie emozioni con una percezione di mancato o scarso appoggio fisico.

Questa tecnica radicante lega corpo e mente e permette di recuperare energie e risorse sfruttando la relazione tra respirazione e immaginazione, posizionandosi nel “qui e ora”. Dunque ogni volta che si sente la necessità di sicurezza e stabilità si può ricorrere al grounding facendo diversi esercizi che favoriscono l’ aumento della centratura corporea e permettono di canalizzare lo stress  allentando le tensioni.

Come si pratica il grounding?

A contatto diretto con il suolo che ci sostiene, senza scarpe. Una messa a terra” fisica per connettersi con l’ambiente  entrando in contatto con un io più istintivo e primordiale privo di sovrastrutture. I nostri piedi attraverso la loro capacità riflessive permettono di interagire con l’ambiente circostante ed in particolare sottostante, i nervi che li rivestono, infatti, attivano un collegamento con molti organi interni e le strutture più importanti del nostro corpo.

Quali sono gli esercizi base?

Camminare a piedi nudi cercando di sentire la terra con tutte le parti del piede e praticando un vero e proprio sprofondamento in essa. Inoltre è importante che ci sia la massima attenzione su quello che si sta facendo, evitando di distrarsi con altri pensieri.

Unire alla camminata esercizi di pilates e yoga che prevedono il contatto dei piedi con il terreno o altre pratiche di movimento come la danza, considerata una vera forma di meditazione.

E’ fondamentale respirare consapevolmente e percepire il corpo anche attraverso il tatto, per esempio, stringendo o pizzicando le gambe o le caviglie, ma anche toccando oggetti a noi vicini  o abbracciando una persona che ci trasmette vibrazioni positive. Il connettersi con la terra che ci sostiene, il radicamento, il contatto con il nostro corpo, il vivere il  momento presente permette il rilascio delle tensioni e l’allentamento dello stress, dona benefici davvero inaspettati.

Dove può essere praticato il grounding?

L’ideale sarebbe sulla terra o sulla sabbia, ma va bene anche il pavimento di casa.

E’ necessario trovare un posto dove ci sentiamo al sicuro e dove nessuno ci può disturbare, chiudere gli occhi, respirare profondamente e affondare i piedi, amalgamarsi con la superficie come se avessimo delle radici che fuoriuscendo dalle nostre basi inferiori ci ancorano al terreno.

Con il grounding è possibile ritrovare l’energia, la stabilità e il senso di sicurezza, ma anche recuperare il contatto con la terra e rinforzare la postura.

MARIA LA BARBERA

Spoto sorprende ancora: la tradizione torinese sale sulla pizza

Spoto Bakery-Voglia di Pane in Via Chiesa della Salute 23,  firma un nuovo viaggio nel gusto, dove memoria e creatività si incontrano.

C’è un filo sempre più solido che lega tradizione e innovazione nella proposta di Spoto Bakery. Dopo il successo del panettone realizzato con Amaro San Simone – un omaggio dichiarato a uno dei sapori simbolo della città – il forno torinese rilancia con un progetto tanto semplice quanto ambizioso: portare gli antipasti della tradizione piemontese sulla pizza romana.

Nasce così “Il Carosello di Spoto”, un percorso gastronomico che affonda le radici nella memoria conviviale delle piole, le osterie tipiche del Piemonte, dove l’antipasto non è mai solo un’apertura ma un vero rito collettivo. L’idea è quella di tradurre questo spirito in una sequenza di pizze che reinterpretano alcuni dei piatti più iconici del territorio: dalla bagna cauda al vitello tonnato, dalla carne cruda all’albese alla salsiccia di Bra con i porri.

Un’operazione che non è soltanto creativa, ma anche filologica. Il progetto nasce infatti da un attento lavoro di ricerca su ingredienti, tecniche e tradizione, in linea con quella cultura gastronomica che già nell’Ottocento Giovanni Vialardi raccontava nei suoi scritti, descrivendo i lunghi e articolati antipasti delle tavole sabaude.

A fare da base a questa narrazione è il nuovo impasto della pizza romana firmato Alessandro Spoto, realizzato con farina a residuo zero OIRZ di Molini Fagioli e orzo tostato, che regala una nota aromatica intensa e una croccantezza marcata. È proprio su questo equilibrio che si gioca la sfida.

La prima proposta, dedicata alla bagna cauda, potrebbe sembrare un azzardo. E invece sorprende: i sapori si amalgamano con naturalezza, esaltando una farcitura che resta leggera ma piena, perfettamente sostenuta da un impasto croccante. Il risultato è una pizza che non tradisce l’identità del piatto originario, ma lo traduce in un linguaggio contemporaneo.

«Ci interessava partire da qualcosa che a Torino è quasi un rito», spiega Spoto. «Il carosello di antipasti è un modo di stare insieme, non solo di mangiare. Portarlo sulla pizza è stato naturale: è un linguaggio immediato, ma ci permette di lavorare in profondità sui sapori».

Il calendario del progetto segue il ritmo delle stagioni: dopo la bagna cauda di aprile, sarà la volta del vitello tonnato a maggio, della salsiccia e porri a giugno e, infine, dell’albese a luglio. Un’edizione limitata che invita a tornare, mese dopo mese, per scoprire nuove interpretazioni.

Con questa iniziativa, Spoto Bakery si conferma un punto di riferimento nel panorama gastronomico torinese: un luogo capace di tenere insieme tradizione e innovazione, memoria e sperimentazione. E, soprattutto, di continuare a sorprendere, trasformando la pizza in un racconto identitario della città di Torino.

Lori Barozzino

Il Piemonte dodicesimo in Italia per spirito pasquale

E sulla Pasquetta batte quasi tutto il Sud

L’analisi casinos.com, su cinque anni di ricerche Google, premia il Piemonte sul lunedì dell’Angelo, anche se la regione rimane al dodicesimo posto per spirito pasquale. È quanto emerge dall’indice dello spirito pasquale ISP, la classifica elaborata da casinos.com su cinque anni di dati Google Trends, che ha analizzato l’interesse regionale su quattro punti: la Settimana Santa, colomba di Pasqua, uovo di Pasqua e Pasquetta. Con un punteggio ISP di 48,5 punti, il Piemonte si colloca nella fascia medio-bassa della classifica, ma nasconde un dato che poche regioni del Nord possono vantare, che riguarda la Pasquetta. Il Piemonte registra 79 punti, al quarto posto nazionale, alle spalle della Sardegna (100 punti), della Puglia (99 punti) e l’Abruzzo (82 punti). Si tratta di un primato che illustra una regione in cui il lunedì dell’Angelo è avvertito con un’intensità insolita per il Nord Italia, terra di colline, vigne e spazi aperti che invitano alla scampagnata. Più contenuti i valori sulla colomba di Pasqua (47 punti), l’uovo di Pasqua (44 punti) e Settimana Santa (24 punti), che completano il profilo di una regione in cui la Pasqua si vive più all’aperto che non in chiesa o a tavola. Il Piemonte è la regione che meglio rappresenta il modello pasquale nordico, con scarso interesse per i riti religiosi, gastronomia nella media, ma Pasquetta sentita come un appuntamento irrinunciabile. Le Langhe, il Monferrato e il Canavese sono territori che a Pasquetta si riempiono di famiglie in gita, sagre e grigliate all’aperto. Un rito laico e conviviale che i dati Google Trends fotografano con precisione.

Mara Martellotta

Il volontariato cresce con i giovani, la solidarietà è il regalo più bello

Le azioni solidali fanno bene a chi le riceve e anche a chi le fa.

Generosita’ fa rima con giovani, la solidarieta’ nei confronti di coloro che sono meno fortunati ha, infatti, una locomotrice guidata da piccoli uomini e donne che agiscono per migliorare la vita di chi ne ha bisogno.

Secondo una ricerca di Openpolis i giovani tra i 14 e i 17 che fanno volontariato e’ cresciuta in pochi anni, dal 2021 al 2023, dal 3,9 al 6,8 per cento. Non c’e’ che esserne fieri, si puo’ fermare quella litania che racconta di ragazzi svogliati ed egoisti interessati solo a loro stessi. I stessi dati raccontano che geograficamente il volontariato giovanile e’ meno forte al sud, mentre al nord e in particolar modo a Sondrio, Gorizia e Pordenone, ci sono piu’ associazioni no profit procapite.

E’ bello poter raccontare di questa rinata sensibilita’, e’ incoraggiante per il nostro futuro, ma anche per quello dei posteri che godranno di una classe di persone munifiche e partecipi.

E’ indubbio che le nuove generazioni siano investite da problematiche legate ai cambiamenti sociali, ma poter identificare nelle loro condotte varchi di grandezza d’animo e altruismo costituisce una grande speranza che porta a credere che sono loro il grande patrimonio del nostro paese.

Nel biennio dopo il Covid la propensione generale a fare volontariato e calata tranne che nei ragazzi, ma oltre al fatto generazionale, come dicevamo sopra, c’e’ un divario che riguarda l’appartenenza territoriale; prendendo in considerazione gli estremi percentuali abbiamo un 16% di partecipazione in Trentino Alto Adige e un 4,6 % in Sicilia. C’e’ ancora bisogno, evidentemente, di sensibilizzazione e di spinta a guardare oltre le nostre vite e occuparci anche di quelle degli altri, tuttavia la strada intrapresa e’ quella giusta.

Oltre ad occuparsi dell’assistenza alle persone con vari disagi, i giovani sono anche molti attivi nelle associazioni che si occupano di ambiente ed ecologia, ma anche di diritti umani, di pace e progetti internazionali in collaborazione con enti pubblici e privati.

Volendo fare “pubblicita’” alle azioni di solidarieta’ e volontariato e’ provato che oltre a creare benessere a chi le riceve, l’impegno sociale attivo ha dei risvolti positivi anche su chi lo pratica:

aumenta l’autostima, riempie le esistenze di senso e, come affermano alcuni studi, sembra che l’agire solidale abbia un effetto sulla durata delle nostre vite, una terapia a doppio senso quasi miracolosa. E’ un beneficio che torna indietro, un successo sicuro per ognuno di noi, una palestra emotivo-psicologica che ci porta grandi risultati e che mantiene il cervello sempre giovane. Aiutare gli e’ una medicina che ha positivi effetti terapeutici.

MARIA LA BARBERA

Pesche ripiene all’antica

Un antico dessert  tipico del Piemonte, tutto da gustare. Una preparazione semplice e genuina realizzata con pesche dolci e mature, farcite da un goloso ripieno a base di cioccolato fondente e amaretti, un abbinamento davvero delizioso e irresistibile.

Ingredienti:

6 pesche mature a pasta bianca

80 gr. di amaretti

60 gr.di cioccolato fondente

2 tuorli

30 gr. di zucchero a velo

Poco burro

Lavare ed asciugare le pesche. Tagliarle a meta’ ed eliminare il nocciolo. Scavare un poco la polpa e metterla in una terrina. Preparare il ripieno mescolando la polpa delle pesche tritata con il cioccolato grattugiato e gli amaretti sbriciolati, unire parte dello zucchero a velo e i due tuorli. Disporre le mezze pesche in una pirofila da forno, precedentemente imburrata, riempirle con il ripieno di amaretti ed un fiocchetto di burro. Cuocere in forno a 190 gradi per circa 30 minuti. Servire a piacere tiepide o fredde cosparse di zucchero a velo.

Paperita Patty