Magnifica Torino / Piazza Castello
Mirella, in quanto gazza, com’è facilmente intuibile dal nome, ha un piccolo particolare che la distingue dagli altri uccelli: subisce il fascino degli oggetti luccicanti, è attratta da quelli particolarmente colorati, che adora rubare e nascondere. “Comunque”, tiene a precisare con gli altri pennuti, “andiamoci piano con le offese: io non sono una ladra. Diciamo che ho la tendenza ad appropriarmi delle cose belle anche se non sono mie. Ma non è un difetto, semmai una qualità. Mi piace il bello e di fronte al bello non resisto. Suvvia, e che sarà mai?“

Mirella è una gazza ladra bella e furba. Bella, poiché possiede un piumaggio iridescente che la rende del tutto particolare, come solo gli uccelli eleganti sanno di poter essere. A prima vista è bianconerama, a seconda della luce, s’intravedono riflessi color verde metallico e grigi. Ne è consapevole e lo fa pesare agli altri uccelli durante il volo, quando alterna veloci battiti d’ala a lunghe planate, inarcando il becco con aria altezzosa. Anche quand’è a terra cammina e saltella impettita, tenendo la coda sollevata. Si crede molto furba e scaltra, abituata com’è a fregare il prossimo. Ma Mirella, in quanto gazza, com’è facilmente intuibile dal nome, ha un piccolo particolare che la distingue dagli altri uccelli: subisce il fascino degli oggetti luccicanti, è attratta da quelli particolarmente colorati, che adora rubare e nascondere. “Comunque”, tiene a precisare con gli altri pennuti, “andiamoci piano con le offese: io non sono una ladra. Diciamo che ho la tendenza ad appropriarmi delle cose belle anche se non sono mie. Ma non è un difetto, semmai una qualità. Mi piace il bello e di fronte al bello non resisto. Suvvia, e che sarà mai?“. Mirella va presa così com’è. Si ritiene, nonostante il difettuccio, una gazza senza aggettivo. E pretende di esser chiamata esclusivamente con il nome proprio. Comunque, visto che – pur negandone l’evidenza – un po’ ladra lo è nei fatti, ha accumulato un bel bottino nel nido che si è ricavata tra le travi del solaio della signora Brigida, l’anziana proprietaria della locanda del “Monte Camoscio”. Lì, nel fitto intreccio di ramoscelli, brillano gli oggetti racimolati durante le sue scorribande. Un bottone dorato, una spilla di latta, una fibbia argentata, alcuni tappi di metallo a corona, una moneta da cinquecento lire di quelle vecchie, con incise le tre Caravelle, il cappuccio di una stilografica. Tutte cose belle, luccicanti e quindi di valore. Ma da un po’ di tempo Mirella ha messo gli occhi sull’orologio del capostazione Ballanzoni. Amleto Ballanzoni è un omone sulla sessantina, con il volto incorniciato da una folta barba bianca. I bambini, per questo, l’hanno ribattezzato “Babbo Natale”.
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Lui, sempre sorridente e pacioso, non se l’è mai presa. Anzi: la somiglianza con il caro e simpatico vecchietto gli garba, strappandogli un sorriso. Da poco meno di trent’anni dirige con fischietto e paletta la stazione ferroviaria di Baveno, sulla linea Milano-Domodossola. Un tempo era una fermata importante, ora un po’ meno, ma il signor Amleto, con in testa il suo berretto da Capostazione di prima classe in panno rosso e galloni dorati, non si scompone. Il dovere è sempre il dovere. “I treni devono viaggiare in orario”, dice scrutando orgoglioso il suo Perseo meccanico, a carica manuale, con la lucida locomotiva turca disegnata sulla cassa. Quest’orologio da tasca, fissato al panciotto con una catena d’argento, è il segno distintivo del ferroviere, quasi un segno del comando. L’orologio assume un’importanza vitale e deve garantire l’assoluta precisione nel calcolo dello scorrere del tempo per regolare il traffico su rotaia. Tutto dipende dal tempo: tabelle, orari, coincidenze, scambi. Tutto dipende dalla sincronia degli orologi. E quello in possesso di Amleto Ballanzoni non è un orologio comune: è un modello costruito appositamente per le Ferrovie dello Stato e quindi è “l’Orologio”, quello con la “o” maiuscola. Preciso e infallibile, da mantenere sincronizzato e perfettamente funzionante. “L’orologio per noi è un po’ come l’Arma dei Carabinieri: nei secoli fedele”, sentenzia al bancone del Circolo Operaio l’Amleto, lisciandosi la barba. Beh, magari non dura proprio dei secoli ma qualche decennio sì. E il suo Perseoera lì, testimone muto ma preciso, a confermarlo. Il destino del ferroviere e quello del suo orologio sono talmente indissolubili che, di norma, vanno in pensione insieme. Infatti, deposto il berretto e riconsegnato fischietto e paletta, l’orologio rimane di proprietà, quasi fosse una medaglia, un distintivo, un segno di riconoscimento per chi ha fatto parte della grande famiglia dei ferrovieri. Proprio a quell’orologio mirava la gazza ladra. Per Mirella rappresentava l’oggetto del desiderio. Un lucente e ticchettante trofeo da aggiungere alla sua collezione. Di più: il pezzo più pregiato, la “chicca” di cui potersi vantare a destra e manca. Iniziò a svolazzare con aria indolente attorno alla stazione. Un battito d’ali così svagato non avrebbe destato i sospetti del capostazione che, tra l’altro, non pareva avere – così almeno pensava Mirella – grandi conoscenze in fatto di uccelli e quindi particolare timore nell’avvistare nei dintorni il volteggiare di una gazza, per di più ladra. Così, nei giorni scorsi, è accaduto il fatto più inatteso e terribile che l’Amleto Ballanzoni si sarebbe mai immaginato di vivere: il furto dell’orologio. Un furto con destrezza, senza dubbio. E’ bastato un attimo di disattenzione, uno sguardo distolto dal prezioso oggetto che il signor Amleto aveva appoggiato sulla scrivania dell’ufficio, dopo averlo staccato dalla catenella per poterlo lucidare per bene, e… puff! Sparito! Il disperato capostazione ha frugato dappertutto, in un crescendo di agitazione e sconforto. Niente. Il suo Perseo non c’è più. Vero che la porta e la finestra erano come sempre aperte ma, mio Dio, e’ successo tutto così in fretta da non riuscire a farsene una ragione. Chi può essere stato? Il perché lo si intuisce: era un signor orologio che poteva senz’altro far gola a qualche malintenzionato. Ma, nonostante si sforzi di pensare a chi possa essere il colpevole, l’identità del ladro rimane un mistero. L’orologio si e’, come dire?, volatilizzato! Non immaginava, il pover’uomo, di aver fatto centro con quella definizione. Sì, perché proprio su di un volatile andava concentrata l’attenzione e, successivamente, la ricerca della refurtiva. Amleto Ballanzoni, però, non s’intende per nulla d’uccelli. Sa distinguere un passero da un’aquila solo per le dimensioni. Sa tutto su locomotive, convogli, linee, ma di ornitologia non conosce nulla. Buio pesto. Non sapendo distinguere un tordo da un merlo, una beccaccia da una poiana, immaginarsi cosa può sapere delle gazze e del loro “vizietto”. Così Mirella impreziosì la sua collezione e per un po’ se ne stette buona buona a rimirare i suoi trofei senza sentire l’impellente bisogno di dedicarsi al furto, alla rapina, all’altrui alleggerimento. Al capostazione, con il morale sotto le scarpe, non restò che arrangiarsi in qualche modo. Nell’attesa di comprarsi un orologio nuovo, pur con la consapevolezza che come il suo Perseo non ce ne sarebbe stato più di eguale, ha recuperato dalla soffitta il vecchio pendolo a cucù. E’ un ricordo della zia Ermelinda che, a sua volta, l’ha ereditato dal signor Giustinetti, un impiegato alle poste svizzere di Martigny che d’estate e per molto tempo soggiornò in una camera d’affitto qui, sul lago Maggiore. Per ringraziare la zia delle gentilezze e di un certo qual affetto che aveva in lei trovato corrispondenza, lasciò come pegno d’amicizia il simbolo più indicativo del tempo per uno svizzero: un orologio. Nella fattispecie, un orologio a cucù. Esattamente questo che, pur impolverato e con la superficie tormentata da qualche scalfittura, mantiene – a dispetto dell’età – un invidiabile funzionamento. Il meccanismo é in buono stato ma il merito del suo pieno recupero va tutto ad Amleto che, con passione e curiosità, si diletta a smontare e rimontare tutti i meccanismi che gli capitano tra le mani. E’ un pezzo veramente raro della produzione tedesca di orologi a cucù di fine ‘800, e deve avere anche un discreto valore economico. Il frontale riproduce, stilizzandola, una tipica stazione ferroviaria dell’epoca, in foggia neogotica. “Quasi un segno del destino”, commenta l’omone, piacevolmente sorpreso dalla scoperta. Il cucù se lo ricordava vagamente e vederlo ora come riproduzione del suo ambiente di lavoro e di vita gli fa dimenticare per un po’ il magone del furto subito. Il movimento, revisionato e sincronizzato, consente – allo scoccare delle ore – l’apertura di uno sportello dal quale esce un uccellino che esegue un intonato canto del cuculo. Tutto questo ovviamente grazie alla suoneria, ma il piccolo volatile canterino sembra quasi vero. “Non è la mia cipolla”, borbotta Amleto, “ma non è neanche poi male e, in fondo, tiene bene il tempo che poi è giusto il mestiere che deve fare”.
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Così, il pendolo a cucù ha preso servizio. La cosa non è passata inosservata nemmeno a Mirella che, finita la fase contemplativa, ha ripreso i suoi giri. Udito il canto del cuculo, si è precipitata a curiosare dalla finestra dell’ufficio della stazione. Ciò che vede la lascia interdetta, con il becco spalancato. “Mamma mia, che fusto! Che melodia, che ugola intonata”, dice tra se, incantata davanti alla visione dell’uccelletto di legno che fa capolino dal pendolo al battere dell’ora. Mirella ha un tuffo al cuore. Avverte il fascino irresistibile del maschio canterino e, turbata, guardandolo con occhio languido, se ne innamora così, su due zampe. Il classico colpo di fulmine, direte voi. Sì, “le coupe de foudre”, come dicono gli svizzeri tra Losanna e Ginevra. Roba da lasciare lì stecchita la gazza, che dimentica d’essere ladra e s’immagina stretta in un abbraccio a cinguettare fitto fitto con quell’esempio superbo di germanico volatile. Come fare ad attirare la sua attenzione? Come farsi vedere e fargli sentire il piacevolissimo brivido che le intirizzisce le piume? Aspetta rapita per ore, alternandosi in volo tra il davanzale della finestra e l’albero di fichi lì davanti. Ogni tanto il cuculo esce, canta e poi si ritira dietro l’anta di legno. Non sembra interessato alla presenza di Mirella. Quasi non l’avvertisse. La gazza è incredula. “Ma come? Non avverte, quel pennuto, il mio fascino? Non incrocia mai il mio sguardo. Anzi, mi pare che tenga sempre gli occhi fissi davanti a se… E quel suo rimanere lì, impettito come uno stoccafisso? E’ una mia idea o quello se la tira un po’? “. Mirella, come tutte le gazze, è caratteriale, piuttosto scontrosa, scorbutica. Ma il fascino esercitato da quell’uccelletto del cucù è troppo forte e lei, nonostante tutto l’orgoglio, non puo’ (e non vuole) resistergli. “Che sia sensibile ai regali?”, pensa Mirella. Dopotutto le gazze come lei subiscono l’attrazione dei bellissimi oggetti lucenti. Chissà che quell’uccello, per timidezza, non avendo il coraggio di volar via da quella strana casetta, non abbia bisogno di qualche incoraggiamento? Detto e fatto, Mirella vola al suo nido e, preso il bottone dorato, lo posa sulla mensola a fianco del pendolo a cucù. Allo scoccare dell’ora, puntualmente, l’uccelletto fa capolino cantando e, senza rivolgere lo sguardo né a destra né a sinistra, ritorna in casa, chiudendosi la porta dietro le spalle. Forse il bottone è un po’ misero, pensa la gazza, e poco per volta si priva di tutto il suo patrimonio, accumulato di furto in furto. In ultimo si priva anche del pezzo più pregiato: l’orologio sottratto al capostazione mettendo a segno il colpo più bello della sua vita. E’ innamorata persa, la povera Mirella. Innamorata senza speranza, ignara del fatto che l’uccello di legno dell’orologio a cucù non può corrisponderle l’affetto essendo lui, per l’appunto, un finto volatile. Così, dopo tutto quel darsi da fare senza ottenere in cambio nemmeno uno sguardo, con il cuore gonfio di amarezza, la gazza fa per riprendersi le sue cose ma – colmo della disperazione – oltre al bottone, ai tappi e alla spilla non trova più l’orologio. Amleto Ballanzoni l’ha visto sulla mensola e, incredulo, si è dato una gran manata in fronte: “Eccolo lì, il mio Perseo! Vecchio balordo, cominci a perdere i colpi! L’avevo davanti agli occhi e non riuscivo a vederlo da tanto ch’ero agitato. Meno male, va… D’ora in poi starò più attento a dove metto le cose”. Per il capostazione, recuperato il prezioso orologio, il caso era chiuso. E il pendolo a cucù? Ormai fa parte dell’arredamento. Funziona bene e, per di più, è perfettamente in “linea” con l’ambiente dato che raffigura una stazione ferroviaria. L’unica modifica che Amleto ha deciso di introdurre riguarda quel fastidioso cuculo che canta, monotono, ogni ora. L’eliminazione è avvenuta senza troppe storie. E’ bastato spegnere il meccanismo della suoneria con l’apposita levetta e l’uccello resta, segregato e silenzioso, dentro la sua casetta trasformatasi in prigione. Mirella, ormai disperata, vedendo quella porticina chiusa ha deciso di andarsene via, il più lontano possibile da quell’odioso uccello pieno di sé che chissà poi cosa credeva di essere. Volata via e stabilitasi sulle colline del Vergante, dalle parti di Massino Visconti, ha conosciuto una gazza maschio. I due vanno d’amore e d’accordo, rastrellando oggetti per abbellire la loro dimora nel bosco alle pendici del monte San Salvatore. Amleto Ballanzoni, a sua volta, fischia e agita la paletta all’arrivo e alla partenza dei treni nella sua stazione, con il berretto rosso in testa e l’orologio ben saldo alla catenella del panciotto. L’uccelletto di legno riposa nella penombra della sua dimora in attesa di tornare a cantare allo scoccare di ogni ora. Può darsi che accadrà presto ma noi non lo sappiamo. E poi questa è un’altra storia.
Marco Travaglini
A Torino le pizzerie non mancano, anzi. Negli ultimi anni l’offerta è cresciuta a tal punto da rendere sempre più difficile distinguersi. È proprio per questo che l’apertura di FINARELLA, il nuovo progetto di Marco Bonomi nei locali che hanno ospitato prima Peyrano e poi Gaudenti sotto i portici di corso Vittorio Emanuele II, merita attenzione.
Più che l’ennesima insegna, FINARELLA porta un’idea precisa: riportare al centro la vera pizza romana, quella sottile e “scrocchiarella“, costruita su impasti studiati con cura, farine selezionate e lunghi tempi di fermentazione. Un prodotto che può sembrare semplice, ma che richiede una tecnica rigorosa e una grande attenzione ai dettagli. In un panorama dominato dalla pizza napoletana contemporanea, la scelta di puntare con decisione sulla tradizione romana rappresenta una proposta diversa e ben riconoscibile.
Il menu affianca i grandi classici a interpretazioni più creative, ma è proprio la qualità dell’impasto a rappresentare il vero elemento distintivo del progetto. La croccantezza, la leggerezza e l’equilibrio tra consistenza e sapore sono il filo conduttore di un’offerta pensata per valorizzare la pizza nella sua essenza.
Anche la scelta della location non è casuale. I portici di corso Vittorio si arricchiscono di un nuovo indirizzo destinato a diventare un punto di riferimento, valorizzando uno spazio che fa parte della memoria gastronomica della città. Dopo la storica esperienza di Peyrano e quella della pasticceria Gaudenti, arriva un progetto che guarda al futuro senza dimenticare il passato.
Per chi segue la ristorazione torinese, Marco Bonomi non è certo un nome nuovo. Con i suoi progetti ha già dimostrato di conoscere molto bene il mondo dell’imprenditoria food, costruendo format capaci di funzionare e di creare identità. Ne avevamo già parlato in occasione di Amici Miei, altro progetto che ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel panorama cittadino.
FINARELLA sembra inserirsi proprio in questo percorso: un locale con un’identità forte, una proposta chiara e la volontà di distinguersi non con effetti speciali, ma attraverso la qualità del prodotto. In una città dove le pizzerie sono tante, riuscire a offrire qualcosa di realmente diverso è probabilmente la sfida più difficile. E anche quella più interessante.
Chiara Vannini
Sabato 18 luglio 2026 un viaggio immersivo tra storia, tradizioni, sapori e comunità nel cuore della Valchiusella
Dopo l’ultima edizione del 2018, torna a Vico Canavese uno degli appuntamenti più rappresentativi e identitari della Valchiusella. Sabato 18 luglio 2026 il borgo storico ospiterà la nuova edizione della Notte dei Vutun, manifestazione che celebra il patrimonio culturale, storico, architettonico ed enogastronomico del territorio attraverso un’esperienza diffusa capace di coinvolgere residenti e visitatori in un percorso di scoperta e partecipazione.
La manifestazione nasce dall’incontro tra memoria, comunità e valorizzazione del territorio, trasformando il centro storico in un itinerario esperienziale che accompagna il pubblico alla scoperta delle peculiarità del borgo e delle sue tradizioni. Il ritorno dell’evento rappresenta il rilancio di una manifestazione che negli anni ha contribuito a promuovere il territorio e a rafforzare il senso di appartenenza della comunità locale, recuperando un’importante eredità e arricchendola con nuove modalità di partecipazione e fruizione.
Protagonisti della serata saranno i caratteristici Vutun, gli antichi passaggi coperti in pietra che attraversano il paese e costituiscono uno degli elementi più riconoscibili dell’architettura locale. Un tempo utilizzati come spazi di passaggio, relazione e protezione del nucleo abitato, i Vutun rappresentano ancora oggi una preziosa testimonianza della storia e dell’identità della comunità.
Per una sera questi luoghi torneranno a essere spazi di incontro e condivisione, diventando le tappe di un percorso che intreccia cultura, memoria, tradizioni e valorizzazione delle produzioni locali. L’itinerario prenderà il via da Piazza Garibaldi e si svilupperà attraverso nove tappe distribuite nel centro storico, ciascuna ospitata all’interno di un Vutun o in uno degli spazi più significativi del borgo.
Dal Vutun d’Nora, che accoglierà i visitatori all’ingresso del percorso, fino al Vutun dal Furn, dedicato alla tradizione dolciaria locale, ogni tappa offrirà una diversa chiave di lettura del territorio. I partecipanti saranno accompagnati lungo le antiche vie del paese alla scoperta di luoghi simbolici come il Vutun del Ceric, il Vutun Corona Grossa, il Vutun Rocche d’Gal, il Vutun d’Bert, il Vutun d’la Mugna e il Vutun Ca d’Burdet, in un itinerario che restituisce il valore storico e sociale di questi spazi, da sempre luoghi di incontro e vita comunitaria.
Ad accompagnare ogni singola tappa del percorso saranno proposte gastronomiche ispirate alla tradizione della Valchiusella e alla cultura della montagna, con prodotti e ricette che raccontano il territorio attraverso i suoi sapori più autentici. Non semplici degustazioni, ma tappe di un racconto collettivo che intreccia paesaggio, storia, cultura materiale e memoria delle comunità locali.
Tra gli elementi distintivi della manifestazione vi sarà il percorso narrativo immersivo in cuffia, realizzato in continuità con il progetto Vi.Co. Vicinanza e Comunità. Attraverso contenuti audio dedicati alla storia del borgo, dei Vutun e delle persone che ne hanno costruito l’identità, i partecipanti potranno vivere un’esperienza coinvolgente e accessibile, capace di mettere in relazione luoghi, memoria e racconto.
Nel corso del pomeriggio sono inoltre previsti momenti di approfondimento culturale dedicati alla storia di Vico Canavese, delle sue fontane e delle sue architetture storiche, con l’obiettivo di rendere il patrimonio locale sempre più conosciuto, valorizzato e fruibile. La serata sarà inoltre accompagnata da interventi musicali diffusi che contribuiranno a creare un’atmosfera di incontro e partecipazione lungo tutto il percorso.
«La Notte dei Vutun rappresenta molto più di un evento – dichiara l’Amministrazione Comunale di Valchiusa – È un’occasione per riscoprire la nostra storia, valorizzare il patrimonio culturale e rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. Attraverso la partecipazione degli abitanti e il coinvolgimento delle realtà locali vogliamo costruire un’esperienza autentica, capace di raccontare l’identità del nostro territorio e di aprirla a nuovi visitatori».
Elemento centrale dell’iniziativa è infatti il coinvolgimento diretto della popolazione locale. Associazioni, volontari, produttori, cittadini e giovani del territorio partecipano attivamente all’organizzazione dell’evento, contribuendo alla costruzione di un programma condiviso e autenticamente radicato nella realtà locale.
La manifestazione intende inoltre favorire la trasmissione della memoria e dei saperi tra generazioni, coinvolgendo bambini e ragazzi in attività dedicate alla scoperta del patrimonio storico e culturale del territorio. Particolare attenzione sarà dedicata anche ai temi dell’accessibilità e dell’inclusione, attraverso percorsi chiari e facilmente fruibili, punti informativi, strumenti di orientamento e modalità di partecipazione pensate per pubblici diversi.
Il progetto integra inoltre principi di sostenibilità ambientale, promuovendo l’utilizzo di materiali a basso impatto, la riduzione dei rifiuti, la raccolta differenziata e la valorizzazione delle produzioni locali e delle filiere corte.
La Notte dei Vutun si propone come un’occasione per riscoprire il patrimonio materiale e immateriale della Valchiusella, favorendo l’incontro tra comunità e visitatori e contribuendo alla costruzione di un modello di valorizzazione culturale sostenibile e partecipato. L’iniziativa punta inoltre a rafforzare l’attrattività del territorio, promuovendo un turismo attento alle identità locali e capace di apprezzare la ricchezza storica, paesaggistica e culturale delle piccole comunità montane.
Con il ritorno della Notte dei Vutun, Vico Canavese rinnova il proprio legame con la storia e con le proprie radici, trasformando i luoghi della memoria in spazi di esperienza, incontro e partecipazione condivisa.
La manifestazione prenderà il via alle ore 20.00 con partenza da Piazza Garibaldi. Musica, racconti, sapori e percorsi immersivi accompagneranno il pubblico lungo un viaggio nel cuore del borgo storico, restituendo ai Vutun il loro significato originario: quello di luoghi di relazione, accoglienza e comunità.
La notte dei Vutun è realizzato con il contributo di Fondazione CRT
Biglietteria: Orario inizio prevendita ore 15 – Piazza Garibaldi – Vico Canavese
Prezzo: 28 euro adulti – 20 euro bambini da 6 a 12 anni
Osservo spesso i bambini giocare, all’asilo o al parco, e la cosa che maggiormente mi salta agli occhi è l’assenza di filtri che contraddistingue il loro comportamento.
I bambini giocano con gli altri bambini, fino ad una certa età preferiscono quelli del proprio genere per poi diversificare, ma senza altro criterio di scelta che non siano la gioia di stare insieme, la disponibilità a giocare, la simpatia.
Poi, man mano che crescono, sentono i discorsi in casa, vengono addirittura addestrati a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, dove i primi siamo noi bianchi, meglio se italiani, e i “cattivi” sono tutti gli altri, come in un enorme incontro di calcio “Italia vs. Resto del mondo”.
Ecco così che il subsahariano puzza, il maghrebino sarà musulmano, il cinese mangia gli insetti e stereotipi del genere.
Potrei aggiungere che gli albanesi vengono divisi, a seconda del genere, in prostitute o protettori.
Non ho detto “Babatunde”, “Mohammed” o “Wei”, ma in generale qualunque uomo o donna di quelle zone lì.
Questo denota l’ignoranza enorme che abbiamo nei confronti delle etnie, della geografia e di ciò che ne deriva.
Io non ho mai avuto problemi di razzismo, né paura del diverso. Circa 45 anni fui tra i primi, almeno nel quartiere Santa Rita, ad avere per fidanzata una ragazza straniera, di Quezon City (Filippine), scappata dal regime di Marcos; la gente che ci incontrava si divideva in due categorie: chi ci guardava come alieni, commentando che era cinese o giapponese e chi ci evitava pensando che avremmo trasmesso qualche patologia sconosciuta.
La cosa curiosa è che noi chiamiamo, ad esempio, omofobia con riferimento alla fobia nei confronti dell’omosessualità (e di chi la pratica) ciò che, a rigor di logica, dovremmo chiamare eterofobia, cioè paura del diverso.
I bambini hanno ancora la capacità di chiedere scusa, di non giudicare, di ammettere di non sapere, di piacersi “a pelle” e non “a seconda della pelle”. Poi arriva un genitore e insegna al ragazzino o alla ragazzina che così come fa non va bene, che è pericoloso assaggiare il couscous, che la loro carne viene macellata in modo pericoloso mentre il rito halal e, ancor più, quello kosher ebraico sono igienicamente i migliori.
E per ogni etnia che non sia la nostra potremmo trovare decine di denigrazioni, a partire dal “non si capisce quando parlano”: perché non approfittarne per imparare una lingua straniera? In tenera età è sicuramente molto più facile.
I figli di tutti i miei amici hanno imparato la lingua del genitore non italiano, quelli trasferiti all’estero per lavoro hanno imparato la lingua del luogo, oltre alle due lingue insegnate a scuola. Chi sta messo peggio tra noi e loro?
Una volta in cui ero particolarmente paziente, sentendo al parco due signore (badate: cinquantenni circa, non ottuagenarie) parlare male degli stranieri a prescindere, mi divertii un po’. Non ce l’avevano né con la religione, né con il fatto che rubassero posti di lavoro, ma che stavano imponendo la loro cultura. Mi inserii con noncuranza nel loro discorso e aggiunsi: lo sa che adesso imporranno anche i numeri arabi?
Le signore, inorridite, andarono ancora di più nel panico ignorando, come sempre accade quando si parla senza ragionare, che i numeri arabi (1,2, ….0) sono quelli che usiamo, in quasi tutto il mondo, da millenni.
Sergio Motta
A cura di piemonteitalia.eu
Leggi la ricetta ↘️
https://www.piemonteitalia.eu/it/enogastronomia/ricette/agnolotti-piemontesi-dal-plin
Nelle botteghe poste lungo lo Strona, il torrente che dà il nome alla valle, principale affluente del Toce, si tornivano e lavoravano utensili da cucina, ciotole, mestoli, e piccoli oggetti d’arredo, già molto prima che arrivasse l’energia elettrica, usando la forza motrice dell’acqua.
A onor del vero, quella che oggi in molti chiamano anche la “valle dei Pinocchi” – da quando gli artigiani si sono specializzati nel dar vita al burattino più amato del mondo – aveva un altro soprannome: la “val di cazzuj”, rammentando la grande quantità di cucchiai di legno che lì venivano prodotti. Questa valle, che da Omegna sale verso il monte Capezzone, è una terra ricca di suggestioni e bellezze. Comprende, nei quattro comuni che la compongono, ben 14 nuclei abitati: Germagno, Loreglia, Chesio, Strona, Luzzogno, Fornero, Inuggio, Piana, Sambughetto, Massiola, Rosarolo, Otra, Forno e Campello Monti. Da sempre è terra di lavoratori e inventori che l’anno resa famosa non solo per il legno ma anche per l’antica tradizione nella lavorazione del ferro e del peltro, tanto che, dal XVII al XIX secolo si può parlare di una scuola di peltrai emigrati dalla Valle strona in varie città d’Italia ed Europa. L’ingegno non è mai mancato. A Sambughetto venne inventata una pala, la “sesula” , che veniva utilizzata in inverno per sgomberare la neve dalle strade , senza che la neve le si attaccasse. Il primo tornio mosso dalla forza dell’acqua fu quello di Gaudenzio Piana, di Fornero. Come e perché Piana poté costruirlo, è questione avvolta in un alone di leggenda. Pare che avendone visto un esemplare nelle prigioni di Genova, dove era stato rinchiuso perché aveva disertato dall’esercito piemontese dopo la sconfitta di Novara del 1849, decise di costruirsene uno uguale, non appena fosse tornato libero. Il tutto in gran segreto, evitando che i compaesani potessero copiare la sua nuova macchina e usufruire anch’essi dei vantaggi che arrecava, visto che il tornio ad acqua consentiva una resa di gran lunga più alta rispetto ai tradizionali torni azionati a pedale. Il segreto durò poco, però e nel giro di pochi decenni la valle si riempì di torni mossi dalle acque dello Strona. Così, producendo senza soste e innovando in base alle richieste di mercato, si è giunti ai Pinocchi di tutte le fogge e grandezze che, insigniti del marchio “Piemonte eccellenza artigiana”, vengono venduti un po’ ovunque, compresa Collodi, la patria toscana del burattino inventato nel 1881. Sono più di cento i passaggi che occorrono per realizzare un Pinocchio snodabile completo e per immaginare sempre dei nuovi modelli occorrono un estro e una fantasia non comuni. “C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”, si legge nell’incipit di uno dei più famosi libri per l’infanzia al mondo, il Pinocchio, di Carlo Lorenzini, detto il Collodi. Ma andrebbe detto anche, senza offesa per nessuno, che quel mastro Geppetto che ha saputo lavorare il “tronco parlante” regalatogli da mastro Ciliegia, forse era arrivato nel Granducato di Toscana dalla Valle Strona.
Marco Travaglini
Domenica 12 luglio a Bardonecchia, in via Medail, sarà una giornata all’insegna della natura, tra fiori, piante, artigianato e specialità agroalimentari, immersi nel verde di un contesto alpino magnifico.
Tutto ciò è quanto promette FLOR Estate, che quest’anno torna a Bardonecchia per il nono anno, nel cuore della val di Susa piemontese.
La manifestazione sarà a ingresso libero e gratuito, in programma dalle 9.30 alle 19 di domenica 12 luglio nella centralissima via Medail.
Gli espositori provenienti dal Piemonte saranno cinquanta, florovivaisti con le loro profumate e vivaci eccellenze di stagione, ma anche piccoli agricoltori e artigiani per una festa che vuole celebrare la natura in tutte le sue forme.
Si potranno trovare piante tipiche delle coltivazioni di montagna, cui si aggiungono proposte più tradizionali per rispondere alle esigenze e ai gusti di tutti, dalle erbacee perenni alla fioritura estiva, dalle piante carnivore ai cactus e alle succulente; saranno presenti inoltre violette, piante verdi da interno ed esterno, piante aromatiche e peperoncini, arbusti australiani, bonsai e molte altre specie ancora.
Accanto alle piante e ai fiori la natura assumerà altre forme, quelle dei prodotti cosmetici, della rosa, del vino, dei prodotti a base di lavanda, dei prodotti di arredamento per la casa e giardino, fino ai capi e accessori di vestiario in bambù, insieme ai braccialetti minerali, ai vassoi in eco-resina e a molte altre proposte artigianali all’insegna della bellezza.
Saranno anche presenti in via Medail saporite proposte agroalimentari grazie alla presenza di piccoli produttori, che presenteranno le loro eccellenze naturali, come il miele, le nocciole, l’aglio di Caraglio, i salumi, lo zenzero disidratato e i biscotti artigianali, ma anche erbe aromatiche e officinali, spezie di ogni tipo, tisane e infusi.
Notevole spazio verrà dato, come ogni anno, ai liquori di montagna, a cominciare dal genepy, lo spettacolare liquore alpino che, nel corso della giornata, avrà un momento tutto suo.Sarà organizzata, infatti, una degustazione di genepy alla presenza di alcuni produttori del territorio, un’occasione per presentare ufficialmente la nuova edizione del “Genepy Day” che Orticola del Piemonte organizzerà a Torino il prossimo inverno.
FLOR è diventato nel corso degli anni un appuntamento irrinunciabile per gli amanti della natura e delle sue eccellenze floreali e agroalimentari e per i villeggianti che cercano rifrigerio dal caldo cittadino e giungono in altura per godersi alcune eccellenze del florovivaismo piemontese.
FLOR Estate Bardonecchia è organizzata da Orticola del Piemonte, con il patrocinio del Comune di Bardonecchia.
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Ambientazioni curate, installazioni, workshop e momenti esperienziali al centro di “Casàlia”, il nuovo appuntamento che racconta il modo di abitare contemporaneo e che trasforma lo spazio espositivo in un percorso esplorativo delle tendenze a riguardo. Il nuovo evento lifestyle si terrà presso l’Oval Lingotto dall’8 all’11 ottobre prossimo, organizzato da GL events Italia. L’evento si configura come un luogo e un momento di incontro fra design, benessere, creatività e cultura della casa, finalizzato al dialogo tra aziende, professionisti e pubblico in un format pensato per ispirare, orientare e coinvolgere.
“Casàlia nasce a Torino, ma porta all’Oval una rappresentanza di eccellenze dell’abitare provenienti da diversi territori italiani – ha dichiarato Gabor Ganczer, amministratore delegato di GL events Italia – l’obiettivo è creare uno spazio in cui ispirazione ed esperienza si traducano in scelte reali, generando valore sia per il pubblico sia per le aziende”.
I visitatori di Casàlia potranno muoversi all’interno di un ambiente contemporaneo, fatto di materiali da toccare, arredi da testare, soluzioni da confrontare e idee da portare nella propria quotidianità diventando, così, protagonisti di un’esperienza che permette di passare dall’ispirazione alla progettazione concreta dei propri spazi.
L’offerta espositiva interpreta alcune delle principali tendenze che stanno trasformando il mondo dell’abitare: da un lato il ritorno ai materiali autentici e al valore della manifattura italiana, rappresentato da realtà come la torinese Bo&Torielli Marmi, la salernitana Rizzo Marmi, la cuneese Tolin Parquet e il designer piemontese Pietro Cacciolatto, protagonisti di una cultura manifatturiera che valorizza personalizzazione, qualità e unicità; dall’altro, il crescente interesse per il benessere domestico e per gli spazi outdoor, con proposte come le poltrone massaggianti prodotte dall’azienda milanese Komoder, da Catania i bracieri in pietra lavica e acciaio corten di Foku e, da Cuneo, le soluzioni per pergole, living e cucine all’aperto sviluppate da Nosdey, azienda specializzata in design e progettazione per ambienti esterni, con sede a Borgo San Dalmazzo (CN).
Un ruolo centrale sarà affidato al programma culturale ed esperienziale. Il Cultural District ospiterà incontri e approfondimenti dedicati ai nuovi linguaggi dell’abitare, tra cui il talk dell’architetta e psicologa Marcella Taricco sul rapporto tra colore, emozioni e benessere negli ambienti domestici. Accanto agli appuntamenti di approfondimento, nel Creative Lab il pubblico potrà partecipare a workshop creativi come quelli dedicati alla resina, alla tappezzeria, all’uncinetto e alla pittura, confrontarsi con professionisti del settore nello spazio SOS Interior e prendere parte ad attività dedicate alle famiglie e ai più piccoli. Degustazioni, momenti di intrattenimento e occasioni di confronto completeranno un programma pensato per rendere la visita coinvolgente e accessibile per tutti.
Casàlia si candida così a diventare un nuovo appuntamento di riferimento nel panorama italiano dedicato alla casa e al lifestyle, rivolgendosi a chi considera l’abitare una questione di arredamento, ma soprattutto un’espressione di identità, benessere e qualità della vita.
Casàlia 2026 – 8-11 ottobre – Oval Lingotto Fiere, Torino https://casaliatorino.it/
Mara Martellotta
Alessandra Macario ci invia queste belle immagini dei campi di girasole a Ferrere d’Asti. Luminosi come l’estate.

