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Il Roc del Gal delle Valli di Lanzo
A cura di piemonteitalia.eu
Sulla strada verso il Lago di Monastero, piccolo specchio d’acqua delle Valli di Lanzo, si trova un punto panoramico dal grande fascino dove è possibile ammirare tutta la catena alpina circostante…
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Venticinque anni e una scelta chiara: cambiare tutto, tranne l’essenziale.

Amici Miei, insegna storica di corso Vittorio Emanuele II 94/a, celebra il traguardo con un nuovo look e una nuova identità visiva. I muri parlano, ironizzano, cambiano idea. Lo spazio si rinnova, l’atmosfera evolve. Ma al centro resta lei: la pizza.
Quando a Torino la pizza era ancora “solo una pizza”, Amici Miei era già tra i primi a trattarla come un prodotto serio. Non gourmet, non costruita per stupire con effetti speciali. Pizza vera. Con il sapore di pizza.
Negli anni è stata anche tra i pionieri della versione senza glutine, proposta senza compromessi, con la stessa cura e dignità dell’impasto tradizionale. Nessuna pizza di serie B, allora come oggi.
A 25 anni dalla nascita, il locale rilancia con una novità interessante: si può scegliere tra impasto alla romana – croccantissimo – o napoletana – morbidissimo. Due caratteri diversi, stessa attenzione alle materie prime e alla lavorazione. Ingredienti di prim’ordine, equilibrio, tecnica.

Accanto alla pizza, una cucina gastronomica che sorprende per coerenza: fritti curati, insalate mai banali e uno stracotto che pochi si aspetterebbero in una pizzeria. Non un cambio di mestiere, ma un ampliamento naturale dell’offerta.
Il progetto porta la firma del fondatore Marco Bonomi, ingegnere di formazione, che nel 2000 ha dato vita a un’idea allora innovativa per Torino: la pizzeria come luogo di identità, non solo di consumo. Per il nuovo corso si è affiancato a Marco Rubiola per l’identità creativa e a Stefano Cerruti per la ridefinizione degli interni.
“Festeggiare 25 anni significa fermarsi un momento e guardare a quello che si è costruito, ma anche trovare il coraggio di rimettersi in gioco. In Amici Miei abbiamo scelto di rinnovare il modo di raccontarci e di accogliere le persone, continuando a fare quello che sappiamo fare meglio: una pizza curata, pensata e condivisa. È un cambiamento naturale, che nasce dal desiderio di restare fedeli a noi stessi, senza smettere di evolvere”, spiega Bonomi.
Fiore all’occhiello nei dessert restano le storiche e goduriose zeppole della Pasticceria Amici Miei di corso Vinzaglio 23, un altro indirizzo di casa Bonomi molto amato in città. E con la Festa del Papà alle porte — dove la zeppola è il dolce simbolo per eccellenza — un salto lì diventa quasi obbligato.

Il tutto in corso Vittorio Emanuele II, sempre più tra i portici più glamour di Torino, dove ristorazione e socialità stanno vivendo una nuova stagione.
Un anniversario che non celebra il passato con nostalgia, ma riafferma un principio semplice: la pizza non ha bisogno di aggettivi altisonanti.
Ha bisogno di essere fatta bene.
Chiara Vannini
Amico cane
Chiunque vada abbastanza regolarmente a fare la spesa, avrà notato che nel giro di pochi anni i reparti dedicati alla prima infanzia si sono ridotti di volume, per lasciare posto a quelli per gli animali il cui spazio è praticamente raddoppiato: alimenti di tutti i generi, lettini, cucce, tiragraffi, giochi di ogni genere; la parte preponderante è destinata, naturalmente, a cani e gatti.
Sembrerebbe un aumento di sensibilità nei confronti di questi animali tale da far ipotizzare che sia, di pari passo, migliorata la condizione in cui questi animali vengono accuditi.
In realtà, sentendo le relazioni di molti Comuni e canili, è in aumento il numero di animali abbandonati, o dei quali è stata omessa la custodia, per cui non possiamo validare l’equazione “più ne adottiamo, meglio stanno”.
Sfatiamo, intanto, un mito: Rottweiler, Pitbull, Dogo Argentino, Cane Corso e così via possono essere pericolosi, soprattutto in rapporto al loro peso, ma dipende da come vengono tenuti: le uniche due volte in cui sono stato morso da un cane, si trattava di un meticcio alto 40 cm in tutto e di un pincher. Le uniche due volte in cui ho avuto incontri ravvicinati con un rottweiler, in un caso mi è saltata addosso per leccarmi tutto (nonostante i suoi 60 kg) e nell’altro, arrivato a 1 metro da me, si è buttato a zampe all’aria per farsi fare i grattini.
La proposta di legge di prevedere un patentino per condurre i cani mi trova comunque d’accordo; se il cane viene lasciato libero di girare senza guinzaglio e senza museruola è palese che possa costituire un pericolo a prescindere dalla mole. Certo, un pincher non sbranerà qualcuno, ma se attraversa di colpo la strada ad un ciclista o si infila tra i piedi di un anziano claudicante ecco che diventa più pericoloso di un dogo argentino correttamente condotto.
Per molte persone, quella di detenere un cane è sicuramente una moda, come il veganesimo o la spiritualità, dettata dalla non conoscenza degli animali, di quella specie in particolare, dall’egoismo di pensare a sé stessi anziché a sé in rapporto all’animale.
Tenere il guinzaglio lungo 3 metri è come non averlo affatto perché, nel momento in cui devi richiamare l’animale, tempo di reazione del conduttore, tempo meccanico di riavvolgimento mentre, magari, il cane va nella direzione opposta fanno si che non si riesca a scongiurare il pericolo.
Molti, inoltre, non sanno (o fingono di non sapere) che il conduttore è sempre responsabile della condotta del cane, civilmente e penalmente, anche se questi è stato affidato loro temporaneamente (dog sitter, custode di casa, ecc.) per cui, se non siete sicuri di conoscere l’animale, declinate l’invito o, quantomeno, stipulate una polizza RC temporanea che potrà rifondere eventuali danni civili.
Non parliamo di come alimentarlo o come farlo svagare perché ci addentreremmo in un ginepraio (quali piante sono da evitare se si hanno animali domestici? quali cibi sono veleno per i cani? se il gatto non beve come modificare la sua dieta?) ed è la prova che molti adottano un cane perché in un primo momento è gratis mentre la playstation costa molto di più.
Ricordiamo, inoltre, che nel caso il cane venga trovato in strada, libero, dev’essere affidato al canile convenzionato che, nel caso il cane sia dotato di microchip, restituirà l’animale al proprietario dietro pagamento delle spese sostenute; è assolutamente vietato impossessarsene perché, al di là degli aspetti legali, potrebbe essere stato rubato o essere affetto da patologie trasmissibili che solo il Servizio Veterinario dell’ASL può verificare.
Nel caso quel cane venga trovato nuovamente in giro da solo, il proprietario verrà denunciato per omessa custodia e, nei casi più gravi, potrebbe essergli impedito di custodire altri cani.
Ne vale la pena?
Sergio MOTTA
SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
A Torino, parlare di alta pasticceria significa inevitabilmente evocare una tradizione solida, stratificata, fatta di grandi classici e di una cultura del gusto che affonda le radici nella storia sabauda. In questo contesto si inserisce il lavoro di Fabrizio Racca, maestro pasticcere che negli anni ha costruito un percorso riconoscibile, fondato su rigore tecnico, materie prime selezionate e una costante tensione verso la contemporaneità.
La sua pasticceria è oggi uno spazio in cui il dolce diventa espressione di studio e sensibilità. Le vetrine raccontano una produzione ampia e articolata: dalla piccola pasticceria alle torte moderne, dai lievitati alle monoporzioni di design, fino alle creazioni dedicate alle festività. Ogni proposta rivela una ricerca attenta sugli equilibri, sulle consistenze e sull’intensità aromatica, con un’attenzione particolare alla pulizia del gusto e alla precisione delle finiture.
Tradizione piemontese e linguaggio contemporaneo
Il legame con il territorio resta centrale. I grandi riferimenti della tradizione piemontese non vengono semplicemente replicati, ma reinterpretati con misura. Il cioccolato, materia identitaria per Torino, è declinato in diverse forme e lavorazioni, così come la frutta secca, le creme e le basi classiche della pasticceria italiana. L’approccio è quello di chi conosce profondamente le regole del mestiere e sceglie, quando necessario, di riscriverle con coerenza.
La produzione spazia dalle torte da ricorrenza alle proposte da banco quotidiane, con una linea moderna che punta su forme essenziali e su un’estetica raffinata. Le monoporzioni, in particolare, rappresentano uno dei tratti distintivi della casa: piccole architetture dolciarie in cui ogni elemento è calibrato, dalla base croccante alla mousse, fino alle glasse e agli inserti.
Le monoporzioni di Cioccolató
In occasione di Cioccolató 2026, la manifestazione dedicata al cioccolato che anima il centro cittadino, Fabrizio Racca ha presentato una selezione di monoporzioni pensate per dialogare con il pubblico e con la tradizione torinese, senza rinunciare a un’impronta innovativa.
Tra le proposte, una creazione che unisce pesca, cioccolato e amaretti: un incontro tra la dolcezza della frutta, la profondità del cacao e la nota aromatica tipica dell’amaretto, in un gioco di consistenze che alterna cremosità e friabilità. Un’altra monoporzione è stata dedicata alle rose, con un profilo più delicato e floreale, capace di sorprendere per equilibrio e finezza. Infine, il gusto bicerin, omaggio alla bevanda simbolo di Torino, reinterpretato in chiave dolce: caffè, cioccolato e crema si fondono in una composizione che richiama la stratificazione del celebre bicchiere, trasformandolo in un dessert contemporaneo.
Queste creazioni hanno confermato la capacità del laboratorio di confrontarsi con eventi di rilievo cittadino proponendo prodotti coerenti con la propria identità, ma al tempo stesso pensati per un pubblico ampio e curioso.
Qualità, ricerca e visione
Alla base di ogni produzione c’è una selezione rigorosa delle materie prime e una lavorazione che privilegia freschezza e stagionalità. L’innovazione non è mai fine a sé stessa, ma si traduce in studio delle tecniche, sperimentazione controllata e aggiornamento costante. È questo equilibrio tra tradizione e slancio creativo a definire il percorso di Fabrizio Racca nel panorama torinese.
In una città dove la cultura del dolce è parte integrante dell’identità collettiva, la sua pasticceria rappresenta un esempio di come sia possibile rinnovare il linguaggio della tradizione senza snaturarlo. Un laboratorio in continua evoluzione, capace di raccontare Torino attraverso il gusto, con uno sguardo rivolto al futuro.
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NOEMI GARIANO

Spaghettata tricolore: semplice ma buona!
Basilico, aglio e pomodoro sono sani e gustosi
Verde. Basilico: la pianta aromatica piu’ conosciuta e profumata dona freschezza e colore, indispensabile ingrediente. Bianco. Aglio: gusto deciso, intenso e aromatico, rigorosamente crudo. Rosso. Pomodoro cuore di bue: il re degli orti, saporito, costoluto a forma irregolare, polpa compatta e consistente povera di semi e di succo, aromatico e carnoso. La semplicita’ e’ in tavola.
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Ingredienti per 4 persone:
350gr. di spaghetti
3 grossi pomodori cuore di bue sodi ma ben maturi
1 spicchio di aglio crudo
10 foglie di basilico fresco
Abbondante parmigiano grattugiato
Olio evo, sale.
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Pelare i pomodori, tagliarli a spicchi eliminando i pochi semi e lasciarli scolare per circa un’ora in uno scolapasta. Portare a bollore l’acqua salata e cuocere gli spaghetti. In una grande terrina mettere i pomodori strizzati e tagliati a dadini, il sale e l’aglio tritato finemente; versare gli spaghetti ben scolati, condire con abbondante olio evo, parmigiano grattugiato e le foglie sminuzzate di basilico, mescolare e servire subito.
Paperita Patty
Memoria, tradizione popolare e creatività
Esiste una Torino che non ha i portici eleganti né le linee perfette della città barocca, è irregolare, nata fuori dalle mura, cresciuta tra fiume e faticoso impegno, un piccolo fazzoletto storico nel cuore di Aurora, a pochi passi da Porta Palazzo: Borgo Dora.
Il suo nome è legato alla Dora Riparia, il fiume che bagna questo rione, testimone della sua opera e del suo destino. I primi magazzini, le botteghe e le attività artigiane nacquero oltre la porta settentrionale della città romana e nel Settecento l’area fu trasformata dalla presenza dell’Arsenale di Torino; si animò, infatti, di operai, di depositi e di nuove dinamiche. Non era un quartiere nobile né ricco, ma sempre in fermento, vivace, colorato, importante per dare a questa aristocratica città una personalità complessa ed eterogenea.
In piemontese è “Borgh Dòira”, ma anche “Borgo del Balon”. La provenienza del significato di questa area torinese resta incerta: potrebbe derivare da “vallone”, per l’avvallamento che separava l’abitato dalla cinta muraria; oppure da “pallone”, per uno sferisterio, una struttura sportiva per giocare ai vari giochi con il pallone, dedicato al gioco del pallone; o ancora da “Borgum ad pillonos”, come riportano documenti medievali, in riferimento ai piloni di un antico ponte sulla Dora.
Nell’Ottocento Borgo Dora divenne uno dei primi poli industriali torinesi. Gli stabilimenti sfruttavano l’energia dei mulini alimentati da un canale, oggi ricordato come Canale Molassi, che ha lasciato traccia nell’andamento curvo degli edifici. Con l’arrivo dell’elettricità, le industrie si spostarono altrove e al loro posto rimasero osterie, botteghe, laboratori che ne connotarono il carattere e l’unicità.
Il mercato di Porta Palazzo, considerato il più grande mercato all’aperto d’Europa, è sempre stato il cuore vibrante di questo quartiere unico nel suo genere, “un varco spazio-temporale” come dice lo scrittore Giuseppe Culicchia. Dopo l’arrivo di contadini, ambulanti, e rigattieri, dal commercio povero tipico di questa fetta cittadina nacque il Balon, mercato del riuso e degli “straccivendoli”. Prima di diventare meta vintage, infatti, questa piazza di scambi era simbolo di una economia di sopravvivenza: oggetti riparati, abiti di seconda mano, vecchi corredi ingialliti, raccontava, in sostanza, una città che riutilizzava tutto, un luogo avvezzo al riciclo, attitudine ante litteram di pratiche moderne di riuso dalla vocazione green.
Nelle vicinanze, sotto le strutture del Mercato Centrale Torino, si conservano resti di antiche ghiacciaie ipogee, testimoni della Torino commerciale e poco distante ha sede la Scuola Holden, fondata da Alessandro Baricco, che costituisce un custode attuale a tutela della narrazione di un quartiere che è come un personaggio della città portatore di storie, di tracce di umanità e moderne abilità. Nel centro del Cortile del Maglio, parte dell’antico complesso legato all’Arsenale, campeggia ancora il maglio, strumento per lavorare il ferro; oggi, in questo spazio, hanno si organizzano eventi ed iniziative culturali. Borgo Dora, inoltre, è sempre stato un quartiere di passaggio e mescolanza: nell’800 accolse operai e migranti interni, nel 900 divenne una delle prime aree multiculturali della città; nelle sue strade si sentono accenti diversi con un’unica vocazione alla trasformazione e all’integrazione. Personaggi illustri come Cesare Lombroso, che studiò nei pressi del mercato le dinamiche delle classi marginali, ed Edmondo De Amicis, che descrisse nei suoi scritti la Torino più umilmente laboriosa, luogo ideale di effervescenza sociale, vissero questo borgo riconoscendone il carattere e le peculiarità.
Ancora oggi si possono vedere ferramenta degli anni Sessanta, botteghe di restauro, piccole trattorie dove il menù è fieramente quello di una volta. Borgo Dora è un’anima forte di Torino che, tuttavia, rischia di essere spesso snaturato da movida incivile e affitti brevi sempre più frequenti che ne alterano la sua indole “conservatrice” di attività e rituali; sarebbe importante rispettare la sua unicità e la sua essenza evitando di trasformarla in un quartiere malinconicamente turistico.
Torino può essere fiera di Borgo Dora perché rappresenta l’anima autentica della città: un quartiere dove storia e quotidianità si intrecciano, dove la comunità si incontra, la creatività fiorisce e la memoria si trasforma in orgoglio. La sua energia e vitalità lo rendono simbolo di resilienza e identità popolare torinese.
Maria La Barbera
Una ricetta della cultura contadina, tipica del Monferrato.
Una ricetta antica dal sapore delicato ed aromatico riproposta oggi anche nei ristoranti piu’ raffinati. Si chiama cosi’ perche’ la carne del coniglio, dopo la cottura, sara’ conservata sotto’olio a macerare con aglio ed aromi e diventera’ tenera e saporita proprio come… il tonno.
Ingredienti
1 kg. di coniglio intero
1 carota
1 cipolla
1 costa di sedano
6 spicchi di aglio
2 chiodi di garofano
2 bacche di ginepro
1 mazzetto di salvia
4 foglie di alloro
1 rametto di rosmarino
1ciuffo di prezzemolo
Olio evo
Sale, pepe q.b.
Lavare bene il coniglio in acqua e aceto. Tagliare a pezzi la carota, il sedano e la cipolla, metterli in una pentola con due litri di acqua, unire tutti gli aromi (tranne la salvia e l’aglio), il pepe, il sale, portare a bollore, aggiungere il coniglio e cuocere per circa 90 minuti. A cottura ultimata, lasciar raffreddare e spolpare la carne a pezzi non troppo piccoli. Pelare gli spicchi di aglio, lavare e asciugare la salvia. Prendere un contenitore, preferibilmente in vetro, versare dell’olio sul fondo, fare uno strato di coniglio con foglie di salvia e aglio, aggiungere altro olio e proseguire con gli strati sino ad esaurimento degli ingredienti, coprire il tutto con altro olio. Lasciare riposare in frigo per almeno 48 ore. Servire a temperatura ambiente decorando a piacere.
Paperita Patty
