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Il Vermouth Carpano celebra 240 anni di storia

Con una nuova partnership con Gerla 1927 e sulla Pista del Lingotto

Carpano, punto di riferimento internazionale del Vermouth di Torino del gruppo Fratelli Branca Distillerie, celebra 240 anni dalla nascita tornando nel luogo in cui la sua storia ha avuto inizio: Torino.
Si tratta di una ricorrenza simbolica per il brand che, nel 1786, grazie all’intuizione di Antonio Benedetto Carpano, diede vita sotto i portici della città alla prima ricetta del vermouth moderno, trasformando per sempre il rito dell’aperitivo in un’esperienza culturale e sociale destinata a diventare patrimonio italiano.
In occasione di questo importante anniversario Carpano annuncia una prestigiosa collaborazione con il gruppo Gerla 1927, marchio storico torinese dell’alta pasticceria e della ristorazione. Si tratta di un progetto che nasce da una profonda affinità di visione tra due eccellenze accomunate da un legame radicato con la città, dalla cura per la qualità e dalla capacità di attraversare il tempo restando un punto di riferimento contemporaneo. Attraverso la partnership con il gruppo Gerla 1927, la gamma Carpano entrerà nei luoghi più autentici dell’ospitalità torinese con drink list su misura. La collaborazione prende così forma come un racconto diffuso dedicato alla città e ai suoi rituali contemporanei, fatto di esperienze, signature cocktail, percorsi gastronomici e momenti di incontro pensati per restituire una visione attuale dell’aperitivo torinese.
Il percorso unisce icone cittadine dal fascino senza tempo. La presenza di Carpano prenderà forma in alcuni luoghi emblematici dell’ospitalità torinese, ciascuno legato a una diversa espressione del rito dell’aperitivo e della cultura cittadina.

Al Caffè Platti 1875, istituzione torinese e storico salotto della vita culturale cittadina, frequentato da figure quali Cesare Pavese e Luigi Einaudi, la cultura del vermouth incontra quella dei grandi Caffè, spazi in cui il consumo si fa conversazione, abitudine sociale, memoria condivisa.
Gerla 1927, storica pasticceria in corso Vittorio Emanuele II, vanta, invece, il legame con la tradizione della pasticceria piemontese aperta oggi anche a una proposta di cocktail bar capace di estendere con naturalezza il dialogo tra dolce, aperitivo e convivialità.
House of Carpano nasce, invece, sulla terrazza de La Pista Restaurant, sul tetto del Lingotto, uno degli edifici più emblematici della Torino industriale. Nato come stabilimento Fiat, con la celebre pista di collaudo sospesa sulla città, il Lingotto è nel tempo diventato un simbolo della capacità torinese di trasformare la propria memoria produttiva in cultura, ospitalità e visione urbana.
House of Carpano proporrà cocktail segnature costruiti sull’intera gamma del brand, abbinamenti gastronomici pensati per valorizzare la complessità aromatica del vermouth e una programmazione musicale con DJset ogni giovedì, venerdì e sabato.
House of Carpano sarà aperta al pubblico dall’11 giugno e rappresenterà uno spazio dedicato all’esperienza dell’aperitivo a 360 gradi, un’esperienza in cui la storia del brand, la materia del vermouth, il paesaggio  del Lingotto e la ritualità torinese trovano una forma riconoscibile e aperta alla città.
Carpano, attraverso questa collaborazione, sceglie di raccontare i propri 240 anni, riaffermando la contemporaneità di una storia che continua a dialogare con il presente , attraverso luoghi, persone e linguaggi capaci di evolvere insieme a Torino.

“I grandi marchi non vivono nella nostalgia della propria storia. Vivono – afferma Niccolò Branca, Presidente di Fratelli Branca Distillerie – nella capacità  di trasformare la propria eredità  in qualcosa che generi ancora significato, esperienza e relazione. Carpano appartiene alla cultura internazionale del  vermouth non perché abbia inseguito i cambiamenti del mercato, ma perché ha saputo rimanere fedele a una visione abbastanza solida da attraversarli senza perdere se stessa.
Tornare a Torino con questa profondità e questa struttura significa riaffermare che l’origine di un brand non è  un fatto relegato al passato, ma che continua a produrre qualità e visione nel presente. La tradizione,  che non è conservazione, rappresenta, invece, la capacità di scegliere il futuro con la stessa intransigenza con cui si è  sempre scelto il meglio”.

“Le grandi idee diventano rilevanti solo quando trovano una forma concreta per entrare nei luoghi, nelle abitudini e nei gesti delle persone – ha affermato Roberto Munnia, Presidente del Gruppo Gerla 1927- con Carpano abbiamo voluto costruire un progetto che parta dalla storia, ma che non si limiti a raccontarla, ma la traduca piuttosto in esperienza quotidiana, in accoglienza, in qualità, in un modo di vivere contemporaneo in Torino. Per noi l’ospitalità è  proprio questo, immaginare con ambizione e poi dare corpo a quella visione, dettaglio dopo dettaglio”.

MM

Cresce il turismo lento della via Francigena, il Piemonte al centro

Cresce il turismo lento lungo la via Francigena, e il Piemonte si conferma una delle porte d’ingresso più suggestive del cammino europeo in Italia. Nel 2025 sono state distribuite quasi 20 mila Credenziali del Pellegrino lungo l’intero itinerario, con un incremento del 35,95% rispetto all’anno precedente e una presenza internazionale del 53%, secondo i dati forniti dall’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF). Si tratta di un fenomeno che riflette una trasformazione più ampia delle abitudini di viaggio: aumentano le esperienze outdoor, i percorsi a tappe e i viaggi legati a borghi, paesaggi e territori meno battuti dal turismo di massa. Il cammino diventa così un modo per conoscere in profondità le comunità locali, le aree interne, le città d’arte e i paesaggi rurali. In questo contesto la via Francigena rappresenta uno degli itinerari più identitari del turismo lento europeo. La sua forza consiste nella possibilità di essere percorsa per alcuni tratti, secondo le stagioni e le tipologie di viaggiatori, da parte sia di chi cerchi spiritualità sia di chi scelga il trekking, il cicloturismo o un’esperienza culturale nei borghi.

Visit Italy è una piattaforma culturale indipendente di riferimento per la promozione del turismo italiano, e racconta oggi la via Francigena in modo nuovo, con il lancio internazionale della nuova campagna dedicata all’itinerario.

“La via Francigena è uno dei cammini più antichi e identitari d’Europa. In Piemonte attraverso paesaggi profondamente legati alla storia del pellegrinaggio, dalle vie che collegano le Alpi alla Pianura fino ai centri storici che per secoli hanno accolto viaggiatori e mercanti. Valorizzare questo territorio significa raccontare una delle grandi porte d’ingresso italiane di un unico viaggio culturale europeo – commenta Ruben Santopietro, CEO di Visit Italy”.

La via Francigena, dal passo del Gran San Bernardo, attraversa la Valle d’Aosta e raggiunge il Piemonte, dove il paesaggio cambia gradualmente dalle vallate alpine agli ampi orizzonti della pianura. È qui che il cammino assume il volto delle campagne storiche, delle risaie e dei centri urbani che per secoli hanno rappresentato punti di sosta per i pellegrini diretti a Roma. Il percorso attraversa il Canavese e raggiunge Ivrea, città industriale e Patrimonio dell’UNESCO, per poi proseguire verso Viverone e la Serra Morenica, una delle grandi formazioni glaciali d’Europa. Da qui, la Francigena entra nella pianura vercellese, attraversando le risaie, fino a Vercelli. Proseguendo verso Sud-Est, il percorso lascia il Piemonte per entrare in Lombardia, in direzione di Pavia e continuando il viaggio verso il centro della Penisola. Il tratto tra Ivrea e Viverone è più indicato per chi cerca un’esperienza in gradi di unire natura e storia, tra colline, laghi e piccoli borghi immersi nel verde, e una sezione ideale per chi desideri scoprire il patrimonio locale. L’area di Vercelli rappresenta il cuore storico della Francigena piemontese: le architetture medievali, le abbazie e le testimonianze del passato Pellegrino rendono questo tratto adatto a chi cerchi una dimensione più spirituale del cammino.

Le lunghe distese della pianura e delle risaie, con percorsi regolari e dislivelli contenuti, rendono il tratto piemontese accessibile anche a chi affronti un cammino a tappe o in bicicletta.

Mara Martellotta

“CreativAfrica” XII edizione

Musica, cucina, creatività e incontri. Riecco, all’ombra della Mole, l’eclettico  Festival dedicato all’antico Continente “Culla dell’umanità”

Da domenica 7 a giovedì 18 giugno

Dodicesima edizione e 12 giorni di iniziative, articolate tra “laboratori”, “incontri” e “concerti live” distribuiti su tre sedi: il Circolo Sociale “Jigeenyi”, in via Borgo Dora 3/0, la “Cascina Falchera”, in strada Cuorgnè 109, e il “Magazzino sul Po”, ai Murazzi del Po Ferdinando Buscaglione 18. Così si presenta, in estrema sintesi, il ritorno sotto la Mole del Festival “CreativAfrica”, organizzato da “Renken ETS” (che, a Torino, dal 2006 promuove “cittadinanza globale e cooperazione tra Italia e Senegl, per una cooperazione decoloniale, antirazzista e transfemminista”), con il contributo di “Fondazione CRT”“Fondazione per la Cultura Torino” ed il patrocinio del “Comune di Torino”.

Obiettivo primo quello di “promuovere i valori dell’antirazzismo e dell’intercultura, intesa come valorizzazione della diversità e promozione del dialogo e dell’incontro, l’iniziativa – spiegano gli organizzatori – nasce proprio dal desiderio di approfondire e conoscere le culture africane e di proporsi come spazio di confronto capace di decostruire stereotipi e promuovere nuove narrazioni”. Tutte le attività sono infatti pensate per essere accessibili al più vasto pubblico, valorizzando la “diversità come risorsa”.

“Roots and Sprouts” (“Radici e Germogli”) è, in modo decisamente emblematico, il tema di questa dodicesima edizione del Festival, che si prefigge di “aprire” il suo sguardo alle “radici” delle culture africane e contemporaneamente ai “germogli” che intessono nuove vie per la “creatività afrodiscendente”. Sottolinea Giulia Gozzellino dell’Associazione “Renken”“L’edizione di quest’anno gioca sulle relazioni intergenerazionali, sugli scambi, sulle nuove tendenze, sulle radici nelle quali affondano i diversi movimenti legati alla ‘black music’ e alla ‘black culture’ e sul legame tra modelli e eredità ancestrali e gli sviluppi globali”. Mentre si mettono in discussione i meccanismi di “tribalizzazione” e di “folklorizzazione” delle culture africane, “la nuova edizione – continua Gozzellino – rende omaggio simultaneamente alle tradizioni e alle molteplici forme di innovazione musicale, artistica, culinaria e letteraria che possono contribuire a disinnescare i pregiudizi e a decostruire la colonialità del nostro presente”.

“Musica”“Cucina”“Laboratori – talk e animazioni interculturali”: sono questi i tre filoni su cui s’intrecciano le iniziative in agenda.

Cuore del Festival, sicuramente gli eventi a carattere musicale, con una selezione di artisti e sonorità che raccontano ampiamente la ricchezza e la complessità, in tale campo, delle “culture afrodiscendenti”. Tra i vari ospiti, da segnalare in particolare “Les Mamans du Congo & Rrobin” (“Cascina Falchera”, venerdì 12 giugno, ore 22) e Lina Simons (“Cascina Falchera”, giovedì 11 giugno, ore 22), al secolo Pasqualina De Simone, nativa di Pozzuoli da madre nigeriana e padre italiano, studi musicali a Londra e un album “P.A.S.” che la impone come una delle voci più originali della nuova scena musicale italiana.

Altro Spazio importante di “CreativAfrica”, sarà certamente quello dedicato alla “Cucina”, con la proposta di “laboratori interculturali” e “momenti di ristorazione” pensati per favorire l’incontro tra storie, tradizioni e sapori provenienti da tutto il continente africano. Imperdibili gli “show coking” guidati dalla chef nigeriana Maria Ojo (che, domenica 7 giugno, ore 16, al “Jigeenyi”, coinvolgerà il pubblico in un’attività destinata a diventare un “apericena condiviso”, trasformando il momento culinario in un’occasione di incontro, convivialità e scambio tra persone e culture) e dallo chef senegalese Moussa Kane (sempre al “Jigeenyi”, mercoledì 10 giugno, ore 16).

Occasione, altrettanto preziosa, per partecipare “in modo attivo e consapevole alla ricchezza di un patrimonio culturale vivo, plurale e in continua trasformazione”, sarà quella offerta dai molti “laboratori” e “worksop”, pensati “ad hoc” e guidati da ospiti di indubbia esperienza. Tra i tanti, l’artista multidisciplinare italo-egiziano (ma cresciuto nella periferia romana) Mosa One che (giovedì 18 giugno, ore 19, al “Magazzino sul Po”) guiderà i partecipanti nella realizzazione di un “graffito su muro o pannello”, lavorando sui temi che attraversano e segnano la sua personale ricerca: identitàappartenenza perifericadoppia eredità culturale e giustizia sociale.

A chiudere i giochi (sempre al “Magazzino sul Po”, giovedì 18 giugno, ore 22), i ritmi afro-elettronici di Dj Alé, brasiliana, produttrice di eventi culturali e creatrice della serata “Erotika”, oggi residente in Francia.

Per info e programma dettagliato: www.renken.it

g.m.

Nelle foto: Lina Simons; Immagine guida (opera di Stefania Bruno); Cibo; Laboratorio Mosa One

Il ragioniere di Baveno

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“Ragioniere, buongiorno. Anche oggi, il solito?”. Così lo salutava ogni mattina, dal lunedì al sabato, il signor Alfredo. All’anagrafe Alfredo Tichetti, di professione bigliettaio addetto allo scalo della Navigazione Lago Maggiore, in servizio all’imbarcadero di Baveno.

E il “solito” non era una consumazione al bar ma semplicemente il biglietto del battello che da Baveno lo portava in giro per il lago. A volte verso Intra dove, dopo gli scali all’Isola Madre, a Pallanza e a  Villa Taranto ( ma solo d’estate), aveva a disposizione un quarto d’ora scarso per imbarcarsi sul traghetto che faceva la spola con Laveno, sulla sponda lombarda del Verbano. A volte verso le isole Pescatori e Bella, Stresa, Santa Caterina del Sasso e la parte bassa del Maggiore, verso Angera e Arona. Il ragioniere era Teobaldo Lucciconi di anni sessantasei, celibe. Per quelli che lo conoscevano era semplicemente “il ragioniere”, tant’è che il suo nome non lo usava più nessuno e, se non fosse scritto sui registri del municipio, avrebbe potuto anche pensare di cancellarlo. Lucciconi era stato ragioniere contabile, impiegato alla filiale bavenese della Banca d’Intra al n. 5 di corso Giuseppe Garibaldi, a pochi passi dal piazzale dell’imbarcadero e dei moli d’attracco dei battelli e dei motoscafi. Aveva passato più di trent’anni dietro a quello sportello, intento a contare i soldi degli altri, a darne e riceverne. In tutto quel tempo gli sono passati davanti agli occhi i fatti privati e pubblici, le gioie e le tristezze di diverse generazioni. Altro che il confessionale del prete, su alla parrocchiale! Era in banca che ci si scambiava un saluto e si ricevevano confidenze, dovendo anche dare – se richiesto – qualche utile consiglio. Ma giunto al tempo della pensione, non ci pensò un minuto di troppo. Si levò le mezze maniche e, sempre con garbo (il che non guasta mai), salutò tutti e se ne andò senza rimorsi. Non che stesse male, anzi: aveva degli amici sinceri lì, e in fondo era stata la sua famiglia per tanto tempo. Vivendo da solo si era affezionato a quell’ambiente ma, come in tutte le cose, cercava di non vivere di ricordi e malinconie. Così aveva pensato che, dopo tanti anni passati tra casa e ufficio, ufficio e casa, era venuto il momento di prendere un poco d’aria fresca, guardandosi intorno. E sul lago di cose da vedere ce n’erano davvero tante. Così, a volte a piedi e altre utilizzando i mezzi pubblici (dal treno alla corriera passando, ovviamente, dal battello), iniziò a girare i paesi del lago su entrambe le sponde, la piemontese e la lombarda senza tralasciare la parte più a nord, in territorio elvetico, dedicandosi a frequentare le amicizie e a ripercorrere, con la memoria, le tante storie dei tipi originali con cui ha avuto a che fare. E vi possiamo assicurare che sono tanti che nemmeno vi immaginate. Ma soprattutto ebbe occasione e tempo per riscorire Baveno e le sue frazioni. ” Ma guarda tu”, pensava “E chi l’avrebbe mai detto che vivevo in un posto così bello e non ci avevo quasi mai fatto caso”. Era una delle sue riflessioni ricorrenti da quando era andato in pensione. Per tanti, troppi anni era stato “preso” dal lavoro e non alzava quasi mai lo sguardo sopra lo sportello. Arrivava in banca al mattino presto, portandosi da casa la “schisceta”. Eh, sì. Voi come la chiamate? Baracchino, pietanziera, gamelin, gavetta, gamella? Da noi quella pentolina di metallo a strati, con un coperchio ben chiuso per evitare perdite, indispensabile per scaldare su un termosifone un poco di pasta avanzata del giorno prima, una minestra di verdura o una fetta di carne, era la schisceta. Del resto da single, come si usa dire al giorno d’oggi, cosa andava a casa a fare? Non aveva nessuno ad aspettarlo o che cucinasse per lui e allora gli avanzi della sera prima erano più che sufficienti per mettere insieme un pasto economico da consumare sul posto di lavoro. Usciva di casa che era buio e ritornava a sera inoltrata perché spesso si fermava a dare una mano al direttore nel disbrigo dei conti e delle chiusure di cassa. Eh, un tempo non si guardava mica l’orologio. Prima il lavoro, poi il lavoro e poi ancora la famiglia. E lui che era praticamente tutta la sua famiglia quando andava a casa si fermava qualche minuto ad accarezzare il gatto della signora Maria, la vecchia lavandaia che abitava in cima a quel rione che chiamavano “il baeton”. Si faceva accarezzare perché gli dava sempre qualche pelle di salame, crosta di formaggio e cotiche avanzate. Il Tigre (si chiamava così per il pelo rosso striato di grigio e non certo per il carattere intraprendente visto che stava sempre sdraiato al sole, sullo zerbino di casa, a ronfare) manifestava la sua riconoscenza sfregandosi alle gambe con un sonoro ron-ron. Le giornate del ragioniere scorrevano così, senza troppe emozioni e senza andar di fretta. Poteva permetterselo, facendo una vita tanto regolare da far invidia a un orologiaio svizzero. Ogni giorno gli capitava di veder gente correre qua e là, sempre indaffarata, quasi avessero addosso tutti l’argento vivo. E lui? Niente. Si era guadagnato il diritto alla flemma. Gli capitava, come accade a tutti, qualche episodio dove la frenesia prendeva il sopravvento e bisognava darsi da fare ma erano, per fortuna, momenti piuttosto rari. Così, pur non mancando ai suoi doveri, cercava di tenere un passo che fosse, come dire, il più lento e ragionato possibile. E, bene o male, ci riusciva. Al Circolo Operaio bavenese ci andava soprattutto il lunedì mattina, giorno di mercato, dopo aver bighellonato tra le bancarelle. Gli piaceva quel brulicare di persone che chiacchieravano e contrattavano le merci esposte con un vociare che metteva allegria. Quando c’erano i turisti, dalla tarda primavera alla fine dell’estate, era una vera e propria babele di lingue. Sarà stato perché pativa la solitudine o perché gli piaceva iniziare una nuova settimana con un poco di movimento dopo l’ozio domenicale, ma far due passi al mercato era proprio divertente. Non che ci andasse per comprare qualcosa. Gli capitava raramente e solo per alcuni capi di vestiario. Per i generi alimentari andava in uno dei due piccoli supermercati.

Anzi, per non far torto a nessuno, stava ben attento a fare la spesa sia in uno che nell’altro. Così, pensava, nessuno ne avrà a male. Tanto più che al giorno d’oggi i prezzi sono più o meno uguali e anche la qualità non si discosta di molto. Ma, compere a parte, il mercato lo metteva di buon umore. Confessava che rimpiangeva quando era in centro, occupando la piazzetta tra le scuole elementari, il retro del municipio e pure la via principale che costeggiava la scalinata della chiesa. In seguito, per non intralciare il traffico e agevolare la viabilità, venne spostato sul viale del ponte che attraversava il torrente Selvaspessa tra Baveno e Oltrefiume, piò meno all’altezza del punto dove in passato c’era la vecchia passerella. Era sì più funzionale al traffico ma anche più decentrato e, quindi, un po’ più scomodo. Comunque, ora che era in pensione, quella passeggiata era piacevole e, terminato il giro verso le dieci e mezza, si avviava pigramente alla volta del Circolo. Passava sotto il ponte della ferrovia, svoltando a destra sul viale alberato e scendeva a fianco della stazione ferroviaria proprio davanti all’entrata dell’imponente Casa del Popolo. Fuori, nella bella stagione, c’era sempre qualcuno che si sfidava sui campi da bocce, mentre gli altri avventori si dividevano tra coloro che sbirciavano la partita, leggevano il giornale commentando i fatti del paese o si lasciavano prendere la mano dal turbinio delle carte da ramino o da scopa. E lui, il ragioniere, dopo aver chiesto un bicchiere di spuma o, più raramente, una cedrata, rispondeva di buon grado ai quesiti di natura finanziaria che gli venivano posti. Del resto, come gli aveva detto il cavalier Borloni dandogli una pacca sulla schiena, anche se a riposo “si è sempre ragionieri, no?”.

Marco Travaglini

“DanzAzione”, un nuovo percorso educativo multidisciplinare

Conclusione Progetto “DanzAzione” con WORKSHOP 6 GIUGNO 2026 In Corso Sicilia 12,  presso il Circolo C.R.D.C

 

Ci vediamo sabato 6 giugno, a partire dalle ore 14 e fino alle 19, presso il Circolo Ricreativo Dipendenti Comunali di Torino, per un importante appuntamento rivolto a tutta la cittadinanza.

Siamo tutti invitati al Workshop che intende tirare le fila del lavoro svolto durante l’anno nell’ambito del progetto di “DanzAzione”, promosso da Yuki ASD-APS, Centro di Arti Marziali e discipline olistiche.

È un’iniziativa di altissimo profilo volta ad introdurre nelle scuole torinesi un nuovo percorso educativo multidisciplinare.

Lo scopo è quello di promuovere: una soglia elevata di benessere e consapevolezza di sé, trovare una via maestra verso l’inclusione, costruire ambiti educativi più accoglienti, rivolgere particolare attenzione ai giovani portatori di vulnerabilità.

Includendo anche studenti con disabilità cognitive e fisiche, ADHD, BES, e ragazzi provenienti da ambienti e contesti culturali molto differenti tra loro; con relative problematiche di reciproca conoscenza, rispetto e integrazione.

Il progetto, co-finanziato con i fondi dell’8 x 1000 alla Chiesa Valdese, ha preso il via nel quartiere Barriera di Milano, che non è esattamente uno dei più facili della città.

 

A svilupparlo e condurlo -mettendo a disposizione tutte le conoscenze, la bravura, anni di esperienza e pratica sul campo- è stato il pool di “DanzAzione” .

Più che un laboratorio, si definiscono: esperienza collettiva di “anime in movimento”, nata da Alessandra Barilla -danzatrice, danzaterapista e insegnante yoga-, Christian Andreotti -Maestro aikido-, e Fabiana Fabiani -coordinatrice, esperta di rilassamento e ricercatrice del movimento-.

 

Protagonisti dell’iniziativa, dunque, circa 50 studenti dell’I.I.S.”J.B.Beccari” e 25 professionisti nell’ambito socio educativo, tra: educatori, insegnanti, operatori sociali, psicologi e istruttori sportivi che hanno portato nelle scuole torinesi un nuovo percorso educativo multidisciplinare.

La prima fase del percorso si è svolta attraverso incontri mensili dedicati a docenti e operatori; nel corso dei quali si sono condivise tecniche e strumenti volti a rafforzare l’inclusione, l’ascolto e la gestione delle differenze nei contesti educativi.

I partecipanti, attraverso il movimento e linguaggi artistici, hanno potuto sperimentare modalità nuove e diverse sulla via di una maggiore concentrazione, migliore regolazione emotiva e benessere psicofisico.

 

In un secondo tempo, il progetto è entrato nelle classi e, i laboratori che sono stati ideati, hanno accompagnato i ragazzi in un percorso esperienziale -entusiasmante e rivelatore di nuove opportunità di crescita e realizzazione di sé- basato su corpo, respiro, creatività e presenza.

 

Fondamentale è stata l’introduzione di elementi strategici come: danzaterapia, yoga, aikido, teatro e momenti di verbalizzazione. Tutto si è svolto all’interno di uno spazio protetto, dove ognuno ha avuto la possibilità di esprimersi senza il peso di sentirsi giudicato, potendo così maturare una maggiore capacità di ascolto di sé e degli altri.

I tanti momenti condivisi, le pause, gli esercizi di contatto e le parole pronunciate durante gli incontri, hanno contribuito a creare e consolidare legami più forti, autentici e significativi tra i partecipanti….ed ecco lo splendido e, per certi aspetti, sorprendente “incontro di anime”.

É questo il meraviglioso risultato del lavoro di DanzAzione a cui assisteremo sabato. Esempio di successo da replicare…..

Profumo di mare con l’insalata di polpo mediterranea

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Il profumo del mare nel piatto. Un piatto fresco e leggero dal gusto unico e saporito. L’insalata di polpo puo’ essere servita come antipasto o come secondo piatto accompagnato da pane abbrustolito leggermente strofinato con uno spicchio di aglio. Una ricetta semplicemente deliziosa.

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Ingredienti

1 Polpo di medie dimensioni

100 gr. di olive verdi o nere

100 gr. di sedano

½ cipolla rossa di Tropea

10 pomodori Pachino

20 capperi dissalati

Olio evo, succo limone, sale, pepe q.b.

2 foglie di basilico e prezzemolo, 1 foglia alloro

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Cuocere il polpo in pentola a pressione in acqua poco salata con l’aggiunta di una foglia di alloro per circa 15/20 minuti dall’inizio del fischio. Lasciar intiepidire. Lavare e pulire le verdure, affettarle e metterle in una ciotola con le olive, i capperi, il prezzemolo tritato e i pomodorini tagliati a meta’. Tagliare il polipo a tocchetti, condire con olio evo, poco sale, pepe macinato al momento e succo di limone, unire alle verdure, mescolare e lasciar insaporire. Servire accompagnato da fette di pane casereccio abbrustolito e strofinato con poco aglio.

Paperita Patty

La gita valdostana sul vecchio Fiat 314

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L’attesa, come ogni anno, si era fatta spasmodica con il passare dei giorni. L’appuntamento della gita parrocchiale – con il passare degli anni – era diventato la più importante occasione di cui potevano disporre gli abitanti del paese per respirare un po’ d’aria diversa, visitare qualche località, stare in compagnia.

 

Don Giusto, parroco di Sant’Anna, coadiuvato da Carlin e Isadora – il sacrestano e la fidatissima perpetua – dopo tanti viaggi nelle Langhe, tra le colline dell’astigiano e nelle campagne dell’Oltrepo pavese, aveva avanzato una proposta del tutto nuova. Ne discussero parecchio e alla fine decisero democraticamente, due contro uno: sarebbero andati in Valle d’Aosta, fino a Courmayeur.  Da subito si era registrata un’intesa tra il prelato e la sua assistente  mentre Carlin si espresse per  un itinerario “più tradizionale”. “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia non sa quel che trova”, ripeté più volte, inascoltato. In realtà, le strade vecchie, negli anni precedenti, portavano dritte in mezzo alle vigne dei barbera, dei dolcetti e delle bonarde. E cosa c’era di meglio, a giudizio del Carlin, di un buon mezzo litro di quello buono? A spalleggiarlo, di solito, c’era il maestro Rubicondi, il quale – citando Molière – sosteneva come fosse grande “la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro, un buon amico”. E loro due, libri a parte, erano grandi amici e, soprattutto, forti bevitori. Ma, per un caso fortuito, il maestro era costretto a letto per colpa di una brutta storta che si era procurato uscendo un po’ brillo dall’Osteria del Gatto Nero. Non aveva visto il gradino, inciampando e finendo lungo e tirato sul selciato. Senza l’aiuto e il sostegno dell’amico letterato, Carlin dovette soccombere all’altrui volere. Così la gita prese una via diversa da quelle a sfondo enologico anche se il sacrestano pensò che, in un modo o nell’altro, una puntata alle cantine della Vallée ci sarebbe scappata. Già prima dell’alba un piccolo gruppo si era dato appuntamento nella piazza, davanti  alla statua di Massimo d’Azeglio.

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L’attesa del torpedone li aveva resi insonni e tanto valeva, a quel punto, prepararsi  così da poter salire per primi sul mezzo e accaparrarsi i posti migliori, quelli davanti. Scarsamente abituati ai viaggi lunghi e immaginando una strada tutta curve, a scanso di equivoci e di fastidiosi mal d’auto, era consigliabile mettersi dietro al guidatore, con la strada bene in vista dal parabrezza dell’autobus. Carlin era tra questi. Sia lui che la moglie, Margherita, si erano tirati a lucido, con l’abito delle grandi occasioni. La consorte, oltre alla borsetta, aveva una grande sporta dove teneva il vettovagliamento necessario per quel viaggio. Tra i generi di conforto, nemmeno dovessero andare chissà dove, c’erano frittate, tomini elettrici, coregoni in carpione, capponatine di verdure, un paio di salami e di piccole tome, pane bianco e di segale. Ovviamente, ça va sans dire, un fiaschetto di quel vino che faceva resuscitare anche i morti.  Il torpedone arrivò puntualmente in ritardo di una buona mezz’ora e, brontolando sottovoce, la comitiva occupò tutti i posti disponibili, lasciando quello a fianco dell’autista a Don Giusto che sull’abito talare aveva indossato una vecchia giacca a vento nera. Partirono e dopo aver oltrepassato Ivrea, Montaldo Dora e Borgofranco, giunti nei pressi di Carema, si udirono i primi gemiti da parte di alcuni  passeggeri. Quel cartello che campeggiava all’ingresso del paese, “Fermati a Carema dove il tempo ha un sapore” era ben più che un invito per chi non vedeva l’ora di godersi la festa dell’uva, andar per cantine all’assaggio di quell’inebriante nebbiolo o sedersi al tavolo delle osterie. Il parroco, ben consapevole del significato di quei mugugni, non s’intenerì e invitando il conducente a proseguire, smorzò ogni speranza a coloro che pregustavano quel nettare rosso rubino. Nemmeno il tempo di una sosta lampo presso la piccola rivendita al minuto della signora Lina, tento il sacrestano con voce implorante? Don Giusto, ostinato e inflessibile, non rispose nemmeno, lanciando uno sguardo che non incenerì Carlin solo perché aveva bisogno del suo aiuto per tenere in ordine la sacrestia e la chiesa. Il vecchio Fiat 314  varcò il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta ansimando. In breve si lasciò le spalle, dimostrando d’essere ancora in grado di svolgere la sua funzione dopo alcuni decenni di onorato servizio di linea, i primi paesi della Vallée. Il Forte di Bard, imponente fortezza costruita nel XIX secolo dai Savoia, dominava la valle dal suo strategico sperone roccioso, sbarrandone l’accesso. A bocca aperta, torcendosi il collo per guardar meglio le mura dai finestrini, gran parte dei partecipanti alla gita restarono incantati. I commenti  si sprecarono, al punto che passarono da Arnad velocemente, trovandosi alle porte di Verrès. L’unico ad accorgersi che avevano attraversato il paese del famoso lardo,  più immusonito che mai, era il povero Carlin. Ma dopo lo sgarbo di Carema, dal quel suo “don” non si aspettava più nulla di buono, almeno nel viaggio d’andata. Poi, per il resto, si sarebbe visto. Il torpedone faticò molto sulle rampe del Montjovet. La salita della Mongiovetta mise a dura prova i pistoni del motore del pullman che riprese la sua marcia regolare solo nei pressi di Saint Vincent ( lì nessuno ebbe da ridire: il casinò e il gioco d’azzardo non erano nelle corde e nelle possibilità dei gitanti). Il tratto da Chambave a Nus – con il castello medievale di Fénis, uno dei più famosi e meglio conservati d’Italia – venne “digerito” facilmente , una dozzina di chilometri più avanti, entrarono in Aosta. La visita all’antica Augusta Praetoria, la “Roma delle Alpi”, fu rapida. Don Giusto, basco in testa e passo garibaldino, guidò la comitiva della parrocchia di Sant’Anna dall’Arco di Augusto alla Porta Pretoria, attraversando la lastricata via Sant’Anselmo senza per star occhio a vetrine e botteghe. Un salto al Foro e al teatro romano, poi un giro in piazza Chanoux e l’immancabile preghiera nella Cattedrale di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista, con la sua facciata massiccia e i due campanili romanici. Il ritorno all’autobus fu ancor più rapido, con il gruppo sollecitato dal parroco che esortava “Dai, dai. Presto che è tardi! Passi lunghi e ben distesi che ci aspettano a Courmayeur per il pranzo!”. Poco meno di quaranta chilometri sulla Statale 26 furono percorsi in un soffio, passando da Sarre, Saint Pierre, Morgex.

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Forse fu la fame ( nonostante gran parte delle provviste, preparate per la merenda del ritorno, fossero già state consumate) ma l’arrivo a Courmayeur venne salutato da un gran applauso. Il signor Del Grosso, l’autista, si guadagnò delle robuste pacche sulle spalle, mostrando però di non gradire tutto quell’entusiasmo. Allo Chalet de la bonne cuisine, il cuoco – monsieur Vittoz – aveva preparato una grande tavolata, riservando la sala più spaziosa alla comitiva canavesana. Don Giusto fece accomodare tutti e chiese un minuto di silenzio e raccoglimento in preghiera. A voce bassa, il prelato disse: “Guarda con bontà, o Signore, e benedici questo cibo e tutti coloro che l’hanno preparato; aiutaci a condividere il nostro pane con tutti i poveri del mondo”. Dopo aver fatto tutti il segno della croce, iniziarono il pranzo. E, come promesso nei giorni precedenti, il banchetto fu davvero memorabile. Dopo gli antipasti con i salumi tipici – dal lardo d’Arnad al prosciutto alla brace, dalle mocette ai boudins – si passò al primo: una scodella di pèilà, la minestra di farina di segale e di frumento, con pane, fontina e burro. “Una cosina leggera,eh!”, disse la signora Margherita che però non ne lasciò nemmeno un’ombra. La seconda portata fu molto apprezzata. E a chi non piaceva la carbonade? Antico piatto di montagna a base di carne bovina salata a lungo e  cotta lentamente con aglio e lardo affumicato. Preparata con il vino rosso, sparì in un battibaleno. Poi, per gli stomaci più resistenti, quelli che il prevosto amava definire “i mai sazi”, una larga fetta di polenta con fontina e toma ( quella locale, poiché l’altra e più famosa, quella di Gressoney, era finita). Come dolce, per tutti, le tegole valdostane, celebri gallette di pasta di mandorle. E il vino? In fondo – da Carema in poi – l’attesa per quel nettare d’uva andava in qualche modo compensata. E così venne servito  dell’Enfer rosso, prodotto nelle vigne di Arvier. Sul nome, Don Giusto ebbe da ridire ma si trovò d’accordo sulla sua ottima qualità con il suo sacrestano, sentenziando un po’ brillo “A chi non piace il vino, il Signore faccia mancare l’acqua”. Si pentì, chiese perdono per quell’improvvida frase e, con fare mesto, se ne versò un altro bicchiere. Al termine del pranzo – sorbiti caffè e una grappa o un génépy come ammazza-caffè – raccolsero le loro cose predisponendosi al ritorno. Una breve sosta venne dedicata per una visita e una preghiera al Santuario di Notre Dame di Rochefort, poco distante da Arvier. E poi, via. In discesa, verso Aosta e il canavese, con il vecchio Fiat 314 affidato alle cure di Ausilio Del Grosso che, da autista provetto e responsabile, si era limitato ad un solo bicchier di vino e agli antipasti. Giunsero al calar delle prime luci della sera nella piazza dove, insensibile al tempo e alle stagioni, li aspettava la statua del grande statista  Massimo Taparelli. Si salutarono, congedando l’autista che doveva condurre il mezzo alla rimessa di Ivrea. Don Giusto era contento e strinse la mano a tutti, ringraziandoli per la compagnia e per l’ottimo contegno che avevano dimostrato. “ Ah, cari miei. Se il buon D’Azeglio, ai tempi suoi e di Cavour avesse potuto contare su dei concittadini così in gamba, in quel suo dire – “Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani” – avrebbe inserito una nota di speranza in più”, disse il prelato. In qualche sguardo s’intuì un cenno di commozione e a un paio di gentildonne scese una lacrima fugace. Solo Margherita lanciò uno sguardo torvo al suo Carlin che, quatto quatto, se ne stava andando verso l’Osteria del Gatto Nero a verificare se almeno lì c’era traccia di quel Carema che avrebbe voluto sorseggiare e che gli era rimasto in mente come un desiderio inappagato.

 

Marco Travaglini

Il gelato conquista Rivara con quattro giorni di festival

Quattro giorni nel parco di Villa Ogliani con 13 maestri gelatieri da 10 regioni, gusti inediti costruiti su ingredienti di territorio, la Merenda Sinoira canavesana in prima assoluta, una Cena Gourmet con sei chef e tanti momenti per i bambini. Attesi 20 mila visitatori

Rivara, 02 giugno 2026 — Dal 4 al 7 giugno 2026, il Parco di Villa Ogliani a Rivara (Torino) ospita la quarta edizione del Festival del Gelato Italiano — artigianale e gastronomico. Tredici maestri gelatieri provenienti da dieci regioni italiane — da Valle d’Aosta alla Basilicata — portano a Rivara gusti inediti creati appositamente per l’evento, ciascuno costruito attorno a un ingrediente tipico del proprio territorio: dalla castagna affumicata dell’entroterra ligure al caffè dei pescatori di Fano, dal mosto cotto delle cantine umbre al latte delle asine allevate in Canavese. Il festival è organizzato da Associainsieme ETS, con il Comune di Rivara e il maestro gelatiere Marco Nicolino di Rivarolo Canavese come direttore artistico, con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste, di Regione Piemonte, della Città Metropolitana di Torino e di ASCOM Confcommercio Torino e provincia. L’ingresso è gratuito. Attesi 20 mila visitatori.

Il gelato sarà il cuore del Festival: nel parco sarà possibile seguire passo dopo passo la produzione dei gelati e assaporare nuovi gusti, pensati per tutti, anche per i più piccoli e per i palati più curiosi. Un gusto sarà dedicato al sociale per l’ADMO Associazione Donatori Midollo Osseo, uno celebrerà gli 80 anni della Vespa con il raduno del Vespa Club, uno sarà creato dagli studenti dell’alberghiero di San Benigno e molte altre sorprese. Intorno al gelato si sviluppa un programma ricco di dimostrazioni, masterclass, show-cooking e racconti che permetteranno di scoprire il lavoro e la passione che ogni giorno animano i Maestri Gelatieri, conoscere le loro tecniche e i retroscena del dolcissimo mondo del gelato. 

Il Festival non è solo degustazione di gelati, ma anche grande valorizzazione del territorio. Il Parco ospita infatti il Villaggio del Canavese con la promozione dei suoi 16 Comuni cui si affiancano i Maestri del Gusto della Camera di commercio di Torino, le proposte artigianali ed enogastronomiche e un susseguirsi di eventi e iniziative che iniziano al mattino, con la colazione siciliana, e terminano con le passeggiate notturne nei boschi delle streghe. Anche le attività commerciali di Rivara partecipano, con aperture straordinarie durante il week end.