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Il Cri Cri di Torino, il cioccolatino che racconta una città

SCOPRI – TO    ALLA SCOPERTA DI TORINO

C’è un piccolo dolce torinese che, più di molti monumenti, riesce a raccontare una storia fatta di eleganza, artigianalità e memoria collettiva. Il Cri Cri non è solo un cioccolatino, ma un simbolo della tradizione dolciaria piemontese, nato in un’epoca in cui Torino era una capitale del gusto e dell’innovazione gastronomica.

Le origini tra nobiltà e cioccolato

La nascita del Cri Cri viene fatta risalire alla fine dell’Ottocento, in un periodo in cui il cioccolato a Torino viveva una stagione d’oro. La leggenda più diffusa racconta che fu creato per una giovane donna dell’alta società torinese, che desiderava gustare il cioccolato senza sporcarsi i guanti. Da questa esigenza nacque l’idea di rivestire una pralina con una copertura di minuscole perline di zucchero, capaci di isolare il calore delle dita e mantenere il cioccolato intatto. Il nome, secondo alcune interpretazioni, deriverebbe dal suono leggero e croccante che si avverte al primo morso, quasi un piccolo “cri cri” che accompagna l’assaggio.

Dove trovarlo oggi tra botteghe e pasticcerie

Oggi il Cri Cri continua a vivere nelle storiche cioccolaterie di Torino, soprattutto nel centro città, dove le vetrine espongono file ordinate di queste piccole sfere lucide e colorate. Si può trovare nelle pasticcerie artigianali che portano avanti la tradizione, spesso accanto ad altri grandi classici come il gianduiotto e il bicerin. Non è raro vederlo anche durante eventi, fiere gastronomiche e mercatini, dove viene presentato come uno dei simboli più riconoscibili della dolcezza piemontese.

Varianti moderne di un grande classico

Se la versione originale resta quella più amata, con il cuore di nocciola e gianduia avvolto nel cioccolato fondente e nello zucchero croccante, negli anni sono nate diverse varianti. Alcuni maestri cioccolatieri propongono il Cri Cri al latte, altri sperimentano ripieni al pistacchio o aromatizzati con agrumi e spezie. Ci sono anche edizioni stagionali, soprattutto durante le festività, in cui il classico dolce si veste di colori e sapori nuovi, senza perdere la sua identità.

Un dolce che diventa racconto e ricordo

Negli ultimi anni il Cri Cri ha assunto anche un valore legato al turismo e all’identità cittadina. Sempre più visitatori lo scelgono come souvenir gastronomico da portare a casa, un’alternativa raffinata ai classici prodotti confezionati. Nelle scatole decorate con richiami alla città, questo piccolo cioccolatino diventa una sorta di cartolina commestibile, capace di evocare portici, caffè storici e passeggiate lungo il Po. Anche per i torinesi resta un dolce legato ai momenti speciali, spesso regalato durante le feste o condiviso dopo una cena in compagnia, a dimostrazione di come, nella sua semplicità, il Cri Cri continui a essere parte viva della quotidianità e della memoria collettiva della città.

Il Cri Cri rimane così un ponte tra passato e presente, un piccolo boccone che racchiude la storia di Torino e la sua passione per il cioccolato. Assaggiarlo non è solo un piacere per il palato, ma un modo per entrare, anche solo per un attimo, nell’anima di una città che ha fatto della dolcezza una vera e propria forma d’arte.

NOEMI GARIANO

 

 

 

 

(Foto di copertina Piemont Cioccolato)

Pronto? Ci sei?

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Quante volte ci è capitato di parlare di lavoro o, tra amici, di chiacchierare amabilmente notando che uno dei presenti sembra distratto, assente, quasi non capisse di cosa si stia parlando.

In virtù del pensiero unico, ormai imperante, diamo per scontato che quella persona a) si dia arie e si ritenga superiore agli altri, b) non stia capendo il discorso, sicuramente per limiti suoi, c) è timido e non riesce ad inserirsi nel discorso.

Quasi nessuno, complice il QI in caduta libera almeno nei Paesi occidentali, pensa che quella persona preferisca ascoltare prima di parlare, che voglia acquisire elementi per poter giudicare oggettivamente, che stia valutando tutte le persone coinvolte.

Al QI in coma si aggiunge l’ormai consolidata prassi del pensiero unico: il primo che sui social lancia un commento, critica o approva un post, viene preso inconsciamente a modello di perfezione, a guru indiscusso dell’argomento e chiunque osi dissentire o anche solo astenersi dal commentare viene indicato come fallito, incapace, boomer o peggio.

Un adagio orientale dice “Il saggio parla poco e pensa molto” a indicare che se vuoi esprimere concetti attendibili devi avere tempo e modo di valutare tutti gli elementi, anche quelli meno evidenti.

Chi mi conosce bene sa che io non sbaglio quasi mai l’impressione che ho di una persona, già al primo contatto, a condizione che mi sia dato il tempo per studiarlo; il che avviene anche parlandogli insieme, proponendo temi di conversazione apparentemente banali, informandomi sui suoi gusti, hobbies, ecc.

Quando vedo una persona che ascolta come se faticasse a comprendere il senso del discorso, per mia forma mentis penso stia valutando il senso delle parole, formandosi un’idea del contesto, valutando la propria posizione rispetto alle tesi emerse e la cosa non può che farmi piacere perché personalmente preferisco una persona riflessiva, che magari fornisca una risposta in ritardo ma dopo averla ponderata, piuttosto che un soggetto impulsivo che cambia idea dieci volte, che parla solo per sentire la sua voce o per dimostrare la sua attività neuronale in un raro momento di lucidità.

I social hanno incancrenito un problema preesistente, specie nel nostro Paese; il nostro triathlon è composto da lancio delle accuse, sollevamento delle polemiche e tiro del sasso nascondendo poi la mano; giudicare senza conoscere, esprimere pareri non avendo competenza in merito e alzando la voce per sostenere la propria tesi sono quanto di peggio un cervello umano possa partorire.

Partiamo dalla considerazione che il nostro giudizio su un determinato fatto dipende da alcuni fattori come esperienza, cultura, carattere e convenienza: se consideriamo che l’ignoranza (non solo a livello scolastico) sta dilagando a macchia d’olio, diventa facile comprendere come la maggior parte delle persone siano sempre più ignoranti, più litigiose, più superficiali, più venali e che, dunque, rispondono positivamente ad un numero esiguo di messaggi, eventi, discorsi ritenendo che tutto il resto non sia meritevole di esistere, sia dannoso per loro, sia censurabile a priori.

Il grosso pericolo che tutti noi corriamo è di venire trascinati in questo modus cogendi e, per non complicarci la vita, non soffrire, non stressarci, tralasciare ogni giudizio su un fatto diventando anche noi ignoranti.

Einstein sosteneva che la curiosità è sinonimo di intelligenza: se davvero è così la maggior parte delle persone che ci circondando ha il QI di un protozoo stante ciò che riescono a concepire.

A proposito di concepimento: speriamo che la riduzione del QI viaggi di pari passo con quella degli spermatozoi; sarebbe un segno incontrovertibile che la natura sa rimediare ai danni dell’uomo.

Sergio Motta

Torino tra birra, storia e cultura. Il febbraio artigiano del birrificio Metzger

Torino si scopre camminando, ascoltando e degustando e a febbraio lo fa attraverso le esperienze firmate birrificio Metzger, che prosegue con il suo calendario di eventi capaci di intrecciare storia urbana, artigianalità brassicola e convivialità.
Dopo la riapertura dello storico birrificio torinese di via Catania 37, nel cuore di borgo Rossini, Metzger si conferma protagonista di una nuova stagione culturale torinese, dove la birra diventa strumento di relazione e di narrazione. Due gli appuntamenti di febbraio organizzati dal birrificio Metzger.
Si comincia sabato 7 febbraio dalle 15 alle 17.30, con il Walking Tour dal titolo “ Dall’Art Nouveau alla birra di Torino”, una passeggiata guidata tra le architetture liberty e le memorie industriali di borgo Rossini, capace di condurre i partecipanti in un viaggio lungo un secolo di trasformazioni urbane. Il percorso si conclude nel birrificio, con visita e degustazione, per un’esperienza da assaporare, passo dopo passo.

Si continua poi domenica 22 febbraio prossimo con la Metzger Experience, visita guidata alla scoperta della produzione della birra. Si tratta di un’immersione completa nel mondo Metzger, con welcome beer, visita agli spazi produttivi, degustazione guidata e laboratorio sensoriale insieme ai birrai. Un appuntamento pensato per chi desidera comprendere da vicino il valore dell’artigianalità, le tecniche produttive e il linguaggio del gusto.
L’esperienza si ripeterà ogni quarta domenica del mese, mentre i walking tour proseguiranno ogni secondo sabato del mese fino a giugno.

Mara Martellotta

Gianduiotto d’Oro a Giuseppe Lavazza: all’Enjoybook una storia di sogni, innovazione e gloria

Nella serata di giovedì 29 gennaio, presso il teatro Juvarra di Torino, si è svolto il primo dei sette incontri che compongono la rassegna “Enjoybook – storie di libertà e visione, dove la parola incontra la musica”, un percorso costituito da testimonianze, emozioni e riflessioni, in cui le parole degli ospiti diventano materia viva, capace di restituire storie e visioni autentiche. Al via dopo cinque anni dallo stop forzato dalla pandemia da Covid 19, e le conseguenti difficoltà di riorganizzazione, Giuseppe Lavazza si è preso la scena e i tanti applausi da parte del numeroso pubblico presente allo Juvarra che, con grande partecipazione, ha ascoltato un racconto di radici, famiglia, innovazione, professionalità, visione e gloria di una delle aziende simbolo del Made in Italy nel mondo, la Lavazza.

Moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano, e introdotto dai promotori della rassegna Marco Francia Maurizio Conti e Cristiana Ferrini, il talk, intitolato “Giuseppe Lavazza – il Gusto dell’impresa”, ha incarnato perfettamente lo spirito con il quale gli italiani sono soliti darsi appuntamento davanti a buon caffè: un momento di condivisione autentica, di amicizia e ascolto. Attraverso le parole di Giuseppe Lavazza, che dalla sua famiglia ha sicuramente ereditato il saper essere visionario e sognatore, con una grande attenzione a non tradire le proprie radici, il tema del caffè si è trasformato in un tramite che ha condotto il pubblico nel tempo della Torino che fu e che potrebbe diventare. Un continuo stimolo a migliorare attraverso la responsabilità nei confronti del proprio sogno, il coraggio di prendersi dei rischi e l’importanza di creare connessioni umane e il sentirsi parte di una famiglia, anche sul posto di lavoro.

“La storia della Lavazza è fatta innanzitutto di persone – ha raccontato Giuseppe Lavazza – la storia di una famiglia e dei suoi collaboratori. Queste due componenti sono sempre rimaste unite fin dagli esordi, quando Luigi Lavazza, fondando nel 1895 la piccola drogheria Lavazza nel centro di Torino, si circondò fin da subito da membri della sua famiglia e da altre persone cui era strettamente legato. Nel tempo in cui il caffè si comprava per origini, Luigi Lavazza fu pioniere della miscela del caffè, creata appositamente per conferire alla sua azienda un’impronta distinguibile e non ripetibile. La continua dedizione nei confronti del lavoro, una visione chiara e un po’ di fortuna hanno creato quelle giuste condizioni di crescita che hanno portato la Lavazza, oggi, a essere un’azienda conosciuta in tutto il mondo per la sua qualità. Diciamo che questo mix di imprenditoria, famiglia, persone e innovazione rappresenta la chiave interpretativa di tutta l’epopea Lavazza”.

La serata è stata anche l’occasione per consegnare a Giuseppe Lavazza il “Gianduiotto d’Oro”, un riconoscimento che premia l’eccellenza rappresentata dall’ospite di “Enjoybook”.

“Complimenti al Dott. Lavazza per questo premio – ha dichiarato l’Assessore al Bilancio, allo Sviluppo attività produttive e Internazionalizzazione della Regione Piemonte, Andrea Tronzano, cha ha premiato Lavazza insieme alla vicesindaca di Torino Michela Favaro – e per tutto ciò che ha fatto, anche per la comunità torinese. Una storia di visione e libertà, un riconoscimento, questo, che invita a riflettere sull’importanza di sostenere chi contribuisce, ogni giorno, a rafforzare l’identità e la competitività del nostro territorio”.

Il prossimo appuntamento della rassegna, che vedrà protagonisti Beatrice Venezi, Annamaria Bernardini e Cesare Rascel, è previsto per giovedì 12 febbraio, alle 20.15, presso il teatro Juvarra.

I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo.

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

Gian Giacomo Della Porta

Lasciare andare: incontro al Conservatorio con Daniel Lumera

Domenica 8 febbraio, alle ore 18, presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, l’esperto internazionale di benessere, Daniel Lumera, guiderà il pubblico in un viaggio profondo e trasformativo attraverso l’esperienza del “lasciare andare”. L’incontro è organizzato da Fondazione FARO e coniuga la ricerca del benessere interiore con la solidarietà: il ricavato andrà a favore delle attività di ricerca sulle cure palliative della Fondazione.
“Il tema del ‘lasciare andare’ è cruciale nella nostra attività quotidiana – racconta Marina Sozzi, coresponsabile dell’Ufficio Culturale di Fondazione Faro – sia quando ci si avvicina alla fine della propria vita, sia quando si ha a che fare con una perdita. La capacità di lasciar andare, di permettere che accada ciò che comunque accadrà, può fare la differenza nell’esperienza del morire e del lutto. Si tratta di una capacità che va allenata: ognuno di noi ha qualcosa che non riesce a perdonare o a lasciarsi alle spalle. Un’abitudine, una dipendenza, un bisogno di controllo, un progetto una relazione finita, un dolore mai integrato, giudizi, paure e aspettative. Per questo abbiamo voluto coinvolgere Daniel Lumera per guidarci in un‘esperienza che ci porti a esperire la leggerezza e il benessere che nasce dalla capacità di lasciare andare ciò che non fa più parte della nostra vita”.
Partendo dal suo recente libro “Ti lascio andare”(Mondadori), Daniel Lumera, biologo naturalista, research fellow nei processi di comunicazione e sociologia, punto di riferimento internazionale nel campo del benessere e della qualità della vita, esplora, alla luce delle recenti ricerche neuroscientifiche, quanto sia essenziale per una vita significativa il saper lasciare andare. Il percorso proposto parte dalla sua esperienza in accompagnamento al fine vita, che lo ha spinto ad approfondire il tema del congedo non solo dagli altri ma anche dal proprio ego, dal passato e dalle aspettative sul futuro. Con insegnamenti, esempi concreti ed esperienze tratti dalla vita quotidiana, Lumera offre un percorso ricco di strumenti pratici per superare le paure legate alla perdita, al cambiamento, imparando ad accogliere con serenità il flusso naturale della vita.
Biglietti su Anyticket
Mara Martellotta

“Degustare è scoprire”, arriva il Salone del Vino

Al via (quasi) la IV Edizione del più importante evento dedicato al vino piemontese, ospitato alle “OGR” di Torino

Dal 28 febbraio al 2 marzo

Sotto il segno del tema “Degustare è scoprire” (“perché ogni nuovo vino apre un orizzonte, impone di scegliere un nuovo punto di vista e modifica la propria mappa del gusto”), s’avvia ad aprire i battenti la IV Edizione del “Salone del Vino” – la più grande “cantina aperta” del Piemonte – ospitata, da sabato 28 febbraio a lunedì 2 marzo, negli spazi delle “OGR” di corso Castelfidardo 22, a Torino. Due giornate, sabato e domenica, dedicate al grande pubblico dei “Wine Lovers” e la giornata di lunedì 2 marzo interamente riservata agli “operatori professionali” del settore (2mila gli ospiti previsti)  e animata da “buyer internazionali” provenienti da SveziaDanimarcaPassi BassiRegno Unito e Repubblica Ceca.

Organizzato dalla torinese “KLUG APS” (con il patrocinio e il sostegno di “Città di Torino”, “Camera di commercio” torinese, “Unioncamere Piemonte”, “Turismo Torino e Provincia”, “Regione Piemonte”, “Città Metropolitana” e il sostegno di “Fondazione CRT”, “Amiat”, “Gruppo Iren” e “GTT”), il “Salone” anche quest’anno anticiperà i suoi appuntamenti ufficiali con un articolato “palinsesto di avvicinamento” che accompagnerà il pubblico per tutto il mese di febbraio, con oltre 50 eventi tra cene, degustazioni e appuntamenti diffusi sul territorio a Torino e in Piemonte, culminando nella settimana del Salone. La cui “mission” rimane sempre la stessa: raccontare il  Piemonte come “sistema culturale” del vino, fatto di paesaggi, persone, lavoro, storie, ricerca e innovazione, cercando di comprendere le trasformazioni in atto e valorizzando le nuove generazioni in cantina e i giovani consumatori.

In proposito sottolinea Patrizio Anisio, direttore del “Salone”: “Raccontare il patrimonio vitivinicolo del Piemonte è un percorso di crescita culturale unico: ad ogni edizione scopriamo nuovi vini, tradizioni che vengono rinnovate, nuove cantine giovani e dinamiche, ma soprattutto vediamo come il pubblico è sempre alla ricerca di ‘esperienze immersive’, con una curiosità vivace, fluida e sempre più attenta alla sostenibilità”. E al direttore, fa eco Domenico Carretta, assessore ai “Grandi Eventi e Turismo” della “Città di Torino”: “Il ‘Salone del Vino’ è una manifestazione che rappresenta la Torino che vogliamo: una città capace di valorizzare le proprie radici, ma con lo sguardo rivolto al futuro, all’innovazione e soprattutto ai giovani. Il coinvolgimento delle cantine ‘First Generation’ e l’attenzione alla sostenibilità dimostrano che il mondo del vino piemontese è più vivo e dinamico che mai”.

Del resto, le cifre parlano chiaro: oltre 500 sono le cantine coinvolte e più di 50 le “masterclass” gratuite organizzate insieme a un ricco programma di “talk”, senza contare le oltre 30 collaborazioni con gli “enti di promozione”. In particolare,  un “focus speciale” sarà dedicato alle cantine di “First Generation”, anche fuori Piemonte: “giovani realtà che stanno riscrivendo il racconto del vino, portando con sé nuove visioni di viticoltura e sostenibilità”. Cui deve andare la massima attenzione, da riservare pur anche alle altre importanti novità cavalcate dal “Salone 2026”: dalla nuova “area food” realizzata in collaborazione con i “Maestri del Gusto di Torino e Provincia” ai 10 talk di approfondimento sostenuti dalla “piattaforma DISSAPORE” che unisce giornalismo tradizionale con quello digitale fino al rafforzamento di “Aspettando il Salone del Vino”, che per tutto il mese di febbraio, con ogni sera un evento, trasformerà Torino, in un grande palcoscenico diffuso, con cene tematiche, degustazioni e appuntamenti speciali che vedranno protagoniste cantine e consorzi, accompagnando il pubblico verso il cuore della manifestazione. Tra i vari appuntamenti, non  mancherà anche quest’anno l’appuntamento con la “Notte Rossa Barbera”, progetto ideato e organizzato dall’“Associazione F.E.A”, in programma venerdì 20 febbraio. Un’occasione per vivere, in chiave pop e moderna, la piola piemontese e la tradizione della “merenda sinoira” tra buon vino, nuove leve della musica italiana e atmosfere d’altri tempi. La nuova edizione del “Salone” – doveroso ricordarlo – si racconta anche attraverso una nuova veste grafica, ideata e disegnata dall’illustratore torinese Jacopo Rosati, che  racconta tutta la filiera vitivinicola con il suo tratto chiaro e nitido, “in un immaginario, fluido e complesso, che racconta ed interroga il mondo del vino”.

Da non dimenticare anche la volontà di consolidare, in questa IV Edizione, le “collaborazioni scolastiche” per coinvolgere giovani studenti nel progetto del Salone del vino, con l’“ITS Academy Turismo Piemonte”, l’Istituto Professionale Statale “G. Colombatto” e l’ITS “Academy Agroalimentare Piemonte”. Grazie al “Dipartimento Integrato Dipendenze” dell’“ASL Città di Torino” ci sarà, poi, uno spazio dedicato di promozione della salute dove il pubblico verrà informato e portato a riflettere sul consumo consapevole di alcol.

Per info più dettagliate sul programma: www.salonedelvinotorino.it

g.m.

Nelle foto: Conferenza Stampa, Patrizio Anisio e Domenico Carretta (Ph. Andrea Borio); Salone del Vino 2025 (Ph. Marzia Benigna); La Mole Antonelliana e il Salone del Vino 2025; Notte Rossa – Barbera 2025

Un anno da record per Bioparco Zoom Torino 

Bioparco Zoom Torino e Parco Natura Viva di Bussolengo, in provincia di Verona, guidati dal gruppo OpenNature archiviano un 2025 da record con 1,2 milioni di visitatori e l’arrivo di nuove specie animali in primavera. Riapriranno il 14 febbraio prossimo. Il gruppo, con un fatturato di 36,4 milioni di euro, entra nel secondo anno dalla fusione, che lo ha reso uno dei principali attori nel panorama zoologico nazionale sui fronti dell’educazione ambientale, della conservazione  della biodiversità e della ricerca scientifica.

“La crescita – spiega Umberto Maccario, CEO del Gruppo OpenNature  – ha interessato entrambe le realtà. Il Parco Natura Viva ha superato le 630 mila presenze (+42% rispetto al 2024), mentre Zoom Torino ha registrato oltre 612 mila visitatori (+12%). Il risultato più importante è stato quello di riuscire, in tempi rapidi, a identificare i punti di forza, metterli a fattor comune e unire le competenze, creando un unico grande team pronto ad affrontare le nuove sfide del corso di OpenNature”.

Oggi i due parchi ospitano circa 300 specie animali e 2500 esemplari di fauna selvatica, inseriti nei programmi di gestione e conservazione dell’Associazione Europea degli Zoo e degli Acquari (EAZA). Accanto alla dimensione scientifica, il pubblico ha confermato il ruolo dell’edutainment come strumento di educazione ambientale.

“Se nel Parco Natura Viva ha registrato un forte interesse Jurassic Adventure e le Extra Experience – prosegue Maccario – a Zoom Torino hanno colpito l’attenzione del pubblico le nuove aree FarmLand e Cascate Zambesi, iniziative che ci permettono di raccontare la biodiversità passata e presente in modo diretto e accessibile, mantenendo il coinvolgimento educativo e il rigore scientifico”.

Mara Martellotta

Sapori di famiglia: il polpettone gustoso e casereccio

Polpettone al forno con patate

Una ricetta della tradizione dagli antichi sapori di pranzi in famiglia. Questo è il polpettone, un secondo gustoso ed economico che racchiude un goloso e succulento ripieno.
Un piatto che rende felice tutti.

Ingredienti

600gr. di carne trita di manzo
2 uova
50gr.di grana grattugiato
4 grissini ridotti in polvere
3 fette di prosciutto crudo
100gr. di toma o fontina
Sale, pepe q.b.
5 patate
1 rametto di rosmarino
Sale, olio q.b.

In una ciotola impastare la carne con le uova, il parmigiano, la polvere di grissini, il sale ed il pepe. Stendere l’impasto su un foglio di carta forno, dare una forma rettangolare, sistemare le fette di prosciutto e sopra, il formaggio a tocchetti.
Arrotolare la carne aiutandosi con la carta forno e sigillare bene. Chiudere a caramella e sovrapporre un altro foglio di carta forno sigillando bene. Sistemare il polpettone al centro di una pirofila da forno, aggiungere le patate tagliate a cubetti condite con olio e rosmarino.
Infornare a 180 gradi per 30 minuti. Estrarre il polpettone, togliere la carta e rimettere in teglia per altri 15 minuti.

Servire caldo.

Paperita Patty

 

Borghi in maschera, il carnevale più grande

Si è svolta oggi, al Grattacielo Piemonte, la conferenza stampa di presentazione di “Borghi in Maschera: il Carnevale più grande d’Italia”, il progetto di valorizzazione territoriale che mette in rete le principali manifestazioni carnevalesche dei borghi piemontesi.

All’incontro hanno partecipato il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, l’assessore alla Cultura Marina Chiarelli, il presidente della Provincia di Vercelli Davide Gilardino e Daniele Pane, presidente dell’Associazione Borghi delle Vie d’Acqua.

L’Associazione Borghi delle Vie d’Acqua riunisce 56 Comuni della bassa vercellese, un’area del Piemonte compresa tra i fiumi Sesia, Dora Baltea e Po. Questa zona pianeggiante della Pianura Padana, tra le province di Vercelli, Alessandria e Pavia, è un mosaico di terre fertili irrigate da secoli da una fitta rete idraulica: canali maestri come il Cavour, ponti canalicoli, sifoni e prese d’acqua che nutrono vasti campi di riso, grange monastiche e castelli di pianura.

Un territorio in cui l’acqua ha modellato nel tempo il paesaggio, l’economia e l’identità delle comunità locali, dove si fondono tradizioni culinarie robuste (panissa vercellese, agnolotti, bagna cauda) con paesaggi percorribili a piedi o in bicicletta lungo strade bianche e la Via Francigena. Qui, tra nebbie autunnali, murales urbani vivaci come quelli di Rive e il suggestivo “Custode delle Risaie”, storia e contemporaneità si intrecciano creando un’identità unica.

L’Associazione nasce con l’obiettivo di valorizzare i borghi attraverso progetti condivisi di promozione culturale e turistica, mettendo in rete Comuni, amministrazioni e realtà locali e favorendo una visione coordinata del territorio. In questo quadro si inseriscono iniziative strutturate come Borghi in Maschera e Sagre nei Borghi: percorsi tematici che uniscono eventi, feste popolari e tradizioni locali in una programmazione comune, capace di dare continuità all’offerta culturale, rafforzare la collaborazione tra i Comuni e rendere più riconoscibile l’identità dei Borghi delle Vie d’Acqua.

“Borghi in Maschera” valorizza le tradizioni carnevalesche locali attraverso una programmazione condivisa che riunisce sfilate, fagiolate, rievocazioni storiche ed eventi popolari realizzati nei Comuni dei Borghi nel corso dell’anno. Un progetto che, già nelle precedenti edizioni, ha dimostrato la forza di una visione coordinata del Carnevale come patrimonio culturale diffuso, capace di unire territori, comunità e identità.

L’iniziativa ha rafforzato nel tempo la collaborazione tra Amministrazioni comunali, Pro Loco e Associazioni, favorendo la conoscenza reciproca tra i borghi coinvolti e ampliando l’offerta complessiva di eventi. La messa in rete delle manifestazioni ha inoltre stimolato la mobilità dei visitatori, creando nuove occasioni di incontro e scambio tra comunità locali e incrementando l’attrattività turistica del territorio.

Grande attenzione è riservata anche alla valorizzazione delle tradizioni gastronomiche e culturali del Carnevale, elementi distintivi della storia e dell’identità dei borghi, strumenti fondamentali per raccontarne le peculiarità sociali e culturali.

«Il Carnevale è una delle espressioni più autentiche dell’identità dei nostri borghi, un patrimonio di colori, maschere, tradizioni e sapori che attraversa i secoli e continua a rinnovarsi – dichiarano il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore alla Cultura Marina Chiarelli –. Con Borghi in Maschera, i centri delle Vie d’Acqua hanno dato vita alla più grande manifestazione carnevalesca diffusa d’Italia. Il progetto valorizza il Piemonte attraverso sfilate, rievocazioni storiche ed eventi gastronomici che ne raccontano la ricchezza culturale. La programmazione coordinata degli appuntamenti offre a famiglie e visitatori nuove occasioni di scoperta, contribuendo a rafforzare l’attrattività turistica regionale. Borghi in Maschera è l’esempio di come la tradizione possa tradursi in un progetto culturale attuale e attrattivo, capace di coinvolgere un pubblico di tutte le età».

«Borghi in Maschera è un progetto che dimostra come la collaborazione tra territori possa trasformare le tradizioni locali in una grande esperienza collettiva – dichiara Daniele Pane, presidente dei Borghi delle Vie d’Acqua –. Anche nel 2026 porteremo avanti questo modello, presentando un calendario condiviso che rafforza il senso di appartenenza, la coesione territoriale e la partecipazione attiva delle comunità dei Borghi delle Vie d’Acqua. Il Carnevale diventa così non solo festa, ma racconto vivo dei nostri borghi e della loro identità».

«Il Carnevale fa parte delle nostre tradizioni e aiuta a mantenere saldi i legami con la nostra identità – aggiunge il presidente della Provincia di Vercelli Davide Gilardino –. Per questo, i Borghi in Maschera sono un appuntamento importante per il territorio, che colora e unisce i Comuni tra sfilate e fagiolate. Per questa occasione, inoltre, la Provincia di Vercelli con la collaborazione dell’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” ha organizzato un seminario sul connubio cibo-carnevale, dove l’antropologia e la storia si incontreranno. Vi aspettiamo per tante scoperte e altrettanto divertimento».

Il progetto coinvolge 49 comuni dei Borghi delle Vie d’Acqua: Albano Vercellese, Alice Castello, Arborio, Asigliano Vercellese, Balzola, Bianzè, Borgo D’Ale, Borgo Vercelli, Buronzo, Caresana, Caresanablot, Carisio, Casanova Elvo, Cigliano, Costanzana, Crescentino, Crova, Desana, Formigliana, Ghislarengo, Greggio, Lenta, Livorno Ferraris, Maglione, Moncrivello, Morano sul Po, Olcenengo, Palazzolo Vercellese, Pertengo, Pezzana, Prarolo, Rive, Robella, Ronsecco, Rovasenda, Salasco, Sali Vercellese, Saluggia, San Germano Vercellese, San Giacomo Vercellese, Sant’Antonino, Santhià, Stroppiana, Tricerro, Trino, Tronzano Vercellese, Villanova Monferrato, Villareggia, Villata.

Con il rilancio dell’iniziativa nel 2026, Borghi in Maschera si conferma un progetto strategico di promozione culturale e turistica, capace di coniugare tradizione, partecipazione e sviluppo locale.

cs