LIFESTYLE

Una dose d’annata

 

Parlando di droghe, siamo soliti pensare a cocaina, eroina, hashish, amfetamina fino alle più recenti krokodil, fentanyl e altre.

Pensiamo che queste sostanze, a vario titolo, possano indurre dipendenza, provocare astinenza in loro assenza e, in generale, risultare nocive per la nostra salute.

C’è una sostanza molto più nociva che, tuttavia, è accettata dalla nostra cultura e sulla quale gira gran parte della nostra economia: l’alcool.

Mi riferisco, ovviamente, all’alcool etilico (C2H5OH) che tutti noi impariamo a conoscere fin da piccoli vedendo a tavola il vino o i liquori e, ormai sempre meno, nella versione denaturata per disinfettarci o per pulire le superfici ed i vetri.

Tralasciamo volutamente l’alcool metilico, letale, che ci riporta alla memoria lo scandalo di Narzole del 1986, con 23 morti e decine di persone diventate cieche per l’adulterazione del vino con metanolo.

Proprio per la sua accettazione nella nostra società, l’alcool è una delle droghe più pericolose per almeno tre buone ragioni: è accettato socialmente quindi è parte della nostra cultura, ha un costo accettabile che non rende necessario commettere reati per procurarselo, è di libera vendita (salvo limitazioni di orario ed età).

In realtà proprio queste sue caratteristiche lo rendono una delle droghe più subdole perché il poterla assumere senza tabù, acquistare ovunque sotto casa la fanno considerare una sostanza innocua, oltre che gradevole.

In realtà, i danni provocati dalla sua assunzione smodata sono enormi: all’apparato digerente (dal carcinoma gastrico e intestinale alla cirrosi epatica, passando per la pancreatite), aumento della glicemia, aumento della pressione sanguigna, danni all’apparato cardiocircolatorio ed al sistema nervoso, se ci limitiamo ai danni dovuti all’assunzione cronica.

E se non si manifestano danni apparenti al fisico, possono manifestarsi altri effetti: dal delirium tremens alla allucinosi di Wernicke, dalla psicosi di Korsakoff alla paranoia alcoolica, per citarne solo alcuni.

Non dimentichiamo gli incidenti provocati dalla guida in stato di ebbrezza con manifestazioni che vanno dal rallentamento dei riflessi, alla diplopia (visione sdoppiata) ai colpi di sonno fino alla perdita di coordinazione e al coma.

Un tempo per dimostrare agli amici di essere adulto o, almeno, di non essere più un bambino chiedevi e fumavi una sigaretta, dimostrando di essere entrato nel mondo degli adulti; ora si beve, dalla birra al pub ai superalcolici in discoteca complici, non di rado, gestori e commercianti che non controllano i documenti per non perdere uno o più clienti.

La prevenzione va assolutamente insegnata già nelle scuole, a partire dalla primaria ma è la famiglia, con il suo esempio, che deve evitare di trasmettere modelli sbagliati, di inculcare false verità e mostrare falsi modelli.

Nessuno vieta ai maggiorenni di bere 1-2 bicchieri di vino a pasto, evitando di bere a stomaco vuoto; ma se i genitori si accorgono che il figlio puzza di alcool tornando a casa prima di cena, o dice cose senza senso, è opportuno parlargli chiaramente, senza denigrarlo ma nel suo interesse. Ove occorra, poi, i SERT sono comunque disponibili, gratuitamente, per il supporto medico e psicologico.

Se non ve la sentite, però, o non ne siete capaci pensate che la salute del minore viene prima di ogni altra cosa; magari rinunciate a qualche acquisto e fatevi seguire da un professionista, prima che il danno sia irreparabile; un funerale costa molto di più.

Sergio Motta

Torino astrologica, i luoghi per leggere la città attraverso stelle, luce e tempo

Oltre alla sua conformazione razionale e geometrica, Torino è una città che guarda anche verso il cielo. Questa vocazione eterea la si può comprendere dalle cupole illuminate dal sole, dai soffitti dipinti come firmamenti e dai dettagli quasi nascosti come meridiane antiche, orologi lunari, stelle dorate, simboli zodiacali. Esiste infatti una Torino astrologica, diversa da quella esoterica, che racconta il rapporto tra la città, il tempo e gli astri. Il viaggio comincia in Piazza Castello, cuore simmetrico della città sabauda. Qui le prospettive sembrano studiate per accompagnare la luce durante il giorno e le facciate degli edifici cambiano colore continuamente così come l’armonia dello spazio dà l’impressione di trovarsi dentro una dinamica astronomica. A pochi passi, il Palazzo Reale custodisce alcuni dei più evocativi cieli dipinti della città; sui soffitti compaiono soli raggianti, nuvole dorate, allegorie delle stagioni, figure sospese nell’azzurro ed alcune sale sembrano trasformarsi in firmamenti barocchi, costruiti per celebrare il legame tra sistema cosmico e potere reale. Il tema del tempo ritorna in Palazzo Madama, dove antichi quadranti, decorazioni dedicate ai mesi dell’anno e figure allegoriche raccontano il fluire delle stagioni; e ombre che attraversano le grandi finestre cambiano continuamente l’atmosfera delle sale come una lente multi cromatica. Uno dei luoghi più straordinari resta, però, il Duomo di Torino con la Cappella della Sindone di Guarino Guarini. La cupola, infatti, costruita attraverso intrecci geometrici e aperture luminose, sembra un cielo di pietra e guardandola dal basso si ha la sensazione di osservare una costellazione architettonica. Percorrendo Via Po si incontrano dettagli: stelle scolpite sui portici, ferri battuti con forme circolari simili a orbite planetarie e vecchi orologi che scandiscono il tempo della vita urbana. La prospettiva conduce naturalmente verso il fiume e la collina, quasi fosse una linea tracciata verso il cielo. A rinforzare questa direzione verso l’alto ci pensano le luminarie di Natale che rappresentano stelle, lune e pianeti e coprono la strada fino a piazza Vittorio Veneto. Alla fine della via appare la Chiesa della Gran Madre di Dio dove le statue sembrano osservare il cielo sopra Torino. Tra gli oggetti più affascinanti della Torino astrologica c’è il grande orologio della Stazione di Torino Porta Nuova che da oltre un secolo domina la facciata della stazione come simbolo del tempo moderno e poco lontano, in alcuni cortili nobiliari e ville della collina, sopravvivono meridiane e antichi orologi solari decorati con lune, soli e segni zodiacali. Per capire davvero il rapporto tra Torino e gli astri, tuttavia, bisogna salire al Monte dei Cappuccini. Da qui la città appare come una mappa geometrica attraversata dalla luce. Al tramonto le cupole diventano dorate e la Mole emerge come un gigantesco indice rivolto verso il firmamento. La Mole Antonelliana è il simbolo più potente della Torino del cielo, la sua verticalità cambia aspetto durante il giorno: all’alba è argento, al tramonto diventa oro, di notte crea un effetto stellato. Al Museo Egizio il legame con gli astri continua nei soffitti stellati dei sarcofagi, nelle barche solari e nei riferimenti a Sirio, la stella che regolava il calendario del Nilo. Alcuni reperti mostrano veri strumenti astronomici dell’antichità, quando il tempo veniva misurato osservando il cielo. Come non citare, poi, la Torino Liberty di Casa Fenoglio-Lafleur dove compaiono lune crescenti, stelle a otto punte, vetrate che catturano la luce e ferri battuti che sembrano piccole costellazioni o l’orologio o la Meridiana Monumentale di Piazza Solferino, installata nel 2013 con uno stilo di quasi 6 metri. La vera bellezza della Torino astrologica sta proprio in quei particolar, grandi e piccoli, che costringono a rallentare il passo e ad alzare gli occhi. La nostra è una città squadrata, certo, ma con una speciale attitudine all’incanto e alla fascinazione suggestiva delle stelle e dello zodiaco; la sua costruzione d’altronde come Augusta Taurinorum, edificata dai Romani, segui’ un preciso orientamento astronomico: la città doveva essere allineata con il sorgere del sole nel segno zodiacale di riferimento dell’epoca. “Torino è il punto di incontro tra la terra e le stelle” e queste stelle possono essere guardate da più vicino dal Planetario di Pino Torinese.

Maria La Barbera

Dott. Davide Caricchi: “La sofferenza psicologica non è debolezza”

Psicologo e psicoterapeuta a San Mauro Torinese e online

L’INTERVISTA

La sofferenza psicologica non è debolezza: spesso è una forma di adattamento che ha smesso di funzionare e psicologi e psicoterapeuti si confrontano quotidianamente con questa dimensione complessa e articolata 

A tal proposito, Dottor Caricchi, cosa l’ha portata a scegliere la professione di psicologo e psicoterapeuta?

Credo che alla base di questa scelta ci sia sempre stato un forte interesse per il mondo interno delle persone. Mi ha sempre colpito il fatto che spesso i sintomi psicologici non siano semplicemente “problemi da eliminare”, ma tentativi profondi della mente di gestire sofferenze, conflitti o esperienze difficili.

Nel tempo ho capito che molte persone convivono per anni con ansia, blocchi emotivi, senso di vuoto o difficoltà relazionali senza riuscire davvero a sentirsi comprese. La psicoterapia, per come la intendo io, non è soltanto un insieme di tecniche ma uno spazio in cui una persona può iniziare gradualmente a dare un significato più profondo a ciò che vive.

Nel suo lavoro di psicologo a San Mauro Torinese, quali sono le difficoltà psicologiche che incontra più spesso?

Le richieste più frequenti riguardano sicuramente ansia, attacchi di panico, depressione, difficoltà affettive, problematiche relazionali e momenti di crisi personale.

Molte persone arrivano in studio dopo anni in cui hanno cercato di “resistere da sole”. Spesso all’esterno continuano a funzionare: lavorano, portano avanti relazioni, rispettano i propri impegni. Ma interiormente sentono di essere in costante tensione oppure molto stanche emotivamente.

Nel territorio di San Mauro Torinese e Torino nord vedo spesso persone molto responsabilizzate, abituate a tenere tutto sotto controllo, che fanno fatica a concedersi uno spazio autentico per sé.

Lei ha un approccio psicodinamico. In parole semplici, cosa significa?

Significa cercare di comprendere non soltanto il sintomo ma anche la storia emotiva che c’è dietro.

Per esempio, dietro un’ansia molto intensa può esserci una paura profonda di perdere il controllo, di deludere gli altri o di non sentirsi abbastanza. Dietro alcune forme di rabbia o chiusura emotiva possono esserci esperienze relazionali dolorose mai davvero elaborate.

L’approccio psicodinamico prova a mettere in relazione il presente con certi vissuti più profondi, spesso inconsapevoli. Non per “colpevolizzare” o stigmatizzare il proprio passato familiare ma per aiutare la persona a conoscersi meglio e a vivere con maggiore libertà e consapevolezza emotiva.

Molte persone sono ancora diffidenti verso la psicoterapia. Cosa si sente di dire a chi vorrebbe chiedere aiuto ma continua a rimandare?

Che chiedere aiuto non significa essere deboli.

Molte persone arrivano in terapia quando ormai sono esauste dopo aver cercato per anni di gestire tutto da sole. E spesso scoprono che poter parlare in uno spazio protetto, senza sentirsi giudicate, produce un sollievo molto più profondo di quanto immaginassero.

La sofferenza psicologica non sempre si manifesta in modo evidente. A volte prende la forma di irritabilità costante, insonnia, vuoto, autosvalutazione o difficoltà nelle relazioni. Imparare ad ascoltare questi segnali può essere molto importante.

Oggi molte sedute avvengono anche online. Qual è la sua esperienza?

Lavoro sia online sia in presenza nel mio studio di San Mauro Torinese, e negli ultimi anni ho visto che molte persone riescono a costruire percorsi molto profondi anche a distanza.

Naturalmente la scelta dipende dalla persona, dalle esigenze pratiche e dal momento di vita. Alcuni preferiscono la presenza fisica dello studio, altri trovano più semplice iniziare online.

Quello che conta davvero è la qualità della relazione terapeutica: sentirsi ascoltati, compresi e accolti in uno spazio autentico.

C’è qualcosa che considera particolarmente importante nel suo modo di lavorare?

Credo molto nell’importanza dell’ascolto profondo e nel costruire un clima umano, non giudicante.

Molte persone arrivano dopo essersi sentite fraintese per anni, oppure con la sensazione di “dover funzionare” continuamente. In terapia cerco di creare uno spazio in cui non sia necessario indossare maschere o dimostrare qualcosa.

Ogni percorso è diverso e richiede tempi diversi. Non credo nelle formule standardizzate valide per tutti.

Dove è possibile trovare maggiori informazioni sul suo lavoro?

È possibile trovare maggiori informazioni sul mio lavoro e sui percorsi psicologici che seguo sul sito psicologo-online24.it oppure sulla pagina dedicata allo studio di psicologia a San Mauro Torinese, dove pubblico anche articoli di approfondimento su ansia, relazioni, depressione e benessere psicologico. Ricevo online e nel mio studio di San Mauro Torinese.

Una passeggiata verde in Barriera di Milano con Orticola

Nella mattinata di sabato 6 giugno, il quartiere Barriera di Milano si è  trasformato in un laboratorio a cielo aperto. Accompagnati dall’Assessora alle Politiche Educative della Città di Torino Carlotta Salerno e dagli esperti di ecologia urbana di Orticola del Piemonte, i partecipanti all’iniziativa, unitamente ai ragazzi e alle ragazze del progetto Barriera Multispecie, hanno esplorato strade, giardini e angoli nascosti del quartiere  per scoprire le specie vegetali e animali che convivono con noi ogni giorno. Si è trattato di un’occasione di gioco, di scoperta e confronto che ha coinvolto giovani e meno giovani, volto alla riscoperta di Barriera di Milano come ecosistema vivo e condiviso.

MM

Calamari, speciali in tutte le stagioni

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Gusto e colore per questa deliziosa insalata di pesce.

Delicata e leggera è adatta come antipasto o come secondo, speciale in estate ma ottima da servire durante tutto l’anno, anche tiepida. 

Ingredienti 

2 Calamari freschi 
1 patata 
1 carota 
Pomodori Pachino q.b. 
1 limone 
Olio evo, sale, pepe, prezzemolo q.b. 

Lavare e pulire i calamari, cuocerli per alcuni minuti in acqua salata (fino a quando risultano teneri, dipende dalle dimensioni). Lasciar intiepidire e tagliare a pezzi. 
Cuocere a vapore la patata e la carota, lasciar raffreddare e tagliare a pezzi. Lavare i pomodorini e tagliarli a metà. In una terrina unire tutti gli ingredienti, condire con olio evo, succo e buccia grattugiata di limone, sale, pepe e prezzemolo tritato. Servire tiepido o freddo. 

Paperita Patty 

Una visita alla scoperta del giardino a Sant’Antonio di Ranverso

 

Domenica 7 giugno, ore 15

 

Hortus Conclusus: dal punto di vista del giardino 

tema centrale delle cure dei monaci Antoniani

 

 

Il giardino come luogo di cura e chiave di lettura dell’architettura gotica: domenica 7 giugno la Precettoria di San’Antonio di Ranverso (TO) ospita “Hortus Conclusus”, un percorso che invita ad osservare il complesso monumentale da una prospettiva insolita, intrecciando storia, spiritualità e paesaggio.

L’iniziativa ripercorre idealmente l’antica via Francigena per accompagnare i visitatori alla scoperta della Precettoria attraverso i temi della cura, della natura e del rapporto tra spazio costruito e giardino. Dall’antico ospedale alla chiesa, il percorso culmina nell’Hortus Conclusus, luogo raccolto e simbolico in cui il punto di vista si ribalta: è dall’interno del giardino che l’architettura gotica rivela infatti la propria essenza, in un dialogo continuo tra pietra, luce e vegetazione. Le linee verticali dell’edificio, osservate da questo spazio protetto, guidano lo sguardo verso l’alto e trasformano il giardino in un luogo di immersione e contemplazione, dove il benessere del corpo e quello dello spirito si incontrano.

L’appuntamento è realizzato in collaborazione con APGI, Associazione Parchi e Giardini d’Italia.

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Domenica 7 giugno 2026, ore 15

Hortus Conclusus

Costo della visita: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietto di ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

Prenotazione obbligatoria entro il venerdì

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Dolci etnici a Torino, il viaggio nel mondo passa dalle pasticcerie

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino continua a cambiare volto anche attraverso il cibo. Negli ultimi anni la città ha visto crescere un numero sempre maggiore di locali dedicati ai sapori internazionali e tra le proposte più amate ci sono senza dubbio i dolci etnici. Dai dessert mediorientali alle specialità sudamericane, passando per le tradizioni asiatiche e africane, il capoluogo piemontese si sta trasformando in una piccola capitale del gusto multiculturale.

Passeggiando tra San Salvario, Porta Palazzo e Aurora è facile imbattersi in vetrine colorate dove scoprire sapori lontani. C’è chi entra per curiosità e torna per abitudine, attratto da profumi intensi di miele, cannella, cocco e pistacchio. In molte di queste attività il dolce non rappresenta soltanto un prodotto da vendere, ma un pezzo di identità culturale da condividere con la città.

I sapori del Medio Oriente conquistano Torino

Tra le specialità che stanno riscuotendo maggiore successo ci sono i dolci mediorientali. I baklava, preparati con pasta fillo, frutta secca e sciroppo di zucchero o miele, stanno diventando sempre più richiesti anche dai torinesi. Alcune pasticcerie arabe propongono ricette tramandate da generazioni, spesso realizzate ancora a mano. Accanto ai classici vassoi dorati trovano spazio anche dolci meno conosciuti come il basbousa di semolino o il kunafa con formaggio dolce e pistacchi.

Molti clienti apprezzano la possibilità di assaggiare prodotti diversi dal solito senza allontanarsi dalla città. I proprietari raccontano che negli ultimi anni la curiosità verso le cucine straniere è cresciuta molto, soprattutto tra i giovani e tra chi ama sperimentare nuovi gusti. Il dessert etnico viene spesso scelto anche durante feste e compleanni, sostituendo le proposte più tradizionali.

Dal Giappone al Sud America, Torino scopre nuovi dessert

Anche i dolci asiatici stanno trovando spazio nel panorama gastronomico torinese. In alcuni locali specializzati si possono assaggiare i mochi giapponesi, piccoli dolci di riso dalla consistenza morbida e ripieni di crema o gelato. Non mancano i pancake soffici in stile giapponese e i bubble waffle di origine hongkonghese, molto fotografati sui social e apprezzati soprattutto dai più giovani.

Negli ultimi tempi stanno crescendo anche le attività dedicate ai dessert latinoamericani. Il tres leches, torta morbida imbevuta di latte, e i churros serviti caldi con cioccolato stanno attirando sempre più clienti. In diverse zone della città aprono piccoli laboratori che uniscono tradizione familiare e attenzione alla qualità degli ingredienti. Alcuni proprietari spiegano di voler creare un ponte tra il Paese d’origine e Torino attraverso ricette che parlano di casa, infanzia e ricordi.

Una città sempre più multiculturale anche a tavola

Il successo dei dolci etnici racconta una Torino in continua evoluzione. La città conserva la sua forte tradizione pasticcera, fatta di gianduiotti, bignole e torte storiche, ma allo stesso tempo si mostra aperta alle contaminazioni. Per molti torinesi entrare in queste pasticcerie significa fare un piccolo viaggio senza lasciare il quartiere.

Gli stessi commercianti sottolineano come il cibo riesca spesso ad avvicinare persone e culture diverse. Nei locali si incontrano studenti, famiglie, lavoratori e turisti accomunati dalla voglia di provare qualcosa di nuovo. Il dessert diventa così uno strumento di incontro e curiosità reciproca.

Tra profumi speziati, tè alla menta e vetrine ricche di colori, Torino continua a scoprire il gusto del mondo. E in una città sempre più internazionale, anche il momento del dolce si trasforma in un’esperienza culturale.

NOEMI GARIANO

Il Mufant festeggia 10 anni con un grande evento sul Rooftop del museo

Sabato 6 giugno il Mufant compie i suoi primi 10 anni di attività con un grande evento pubblico sul Rooftop del museo, che rappresenta il nuovo spazio panoramico recentemente restituito alla città grazie al progetto Rooftop Mufant, realizzato nell’ambito del bando “You too” della Città di Torino. Per festeggiare questo anniversario, il museo offrirà l’ingresso gratuito a tutti i partecipanti, e la giornata si trasformerà in una grande festa condivisa con gli amici storici del Mufant: i collaboratori che, negli anni, hanno contribuito alla crescita del progetto, e con i cittadini del quartiere e della città che hanno accompagnato il museo nel suo percorso. Si tratterà di una festa dedicata alla fantascienza, all’immaginario fantastico, alla rigenerazione urbana, ai nuovi percorsi culturali che il museo sta affrontando tra mostre, installazioni, antropologia urbana, musica e arte contemporanea. Nel corso della giornata, i fondatori e codirettori Silvia Casolari e Davide Monopoli ripercorreranno i 10 anni di storia del Mufant, un progetto culturale nato per la loro passione per la fantascienza  e costruito nel tempo attraverso un intenso lavoro di ricerca, curatela e valorizzazione artistica che ha condotto alla completa riqualificazione degli spazi che oggi ospitano il museo e, più recentemente, alla trasformazione del Rooftop in uno spazio culturale aperto alla cittadinanza.

L’evento sarà un’occasione per presentare in anteprima alcuni dei grandi progetti che animeranno il museo a part8re da settembre, tra cui la mostra “Star Trek 60”, dedicata ai sessant’anni della celebre saga fantascientifica, e realizzata a partire dalla collezione di Stefanie Gröner, tra le prime collaboratrici del Mufant. La festa sarà anche un’occasione per parlare del processo di rigenerazione  urbana e culturale che ha interessato gli spazi del museo e, in particolare, del nuovo Rooftop. Il percorso si inserisce nelle azioni di coprogettazione promosse dal programma, nato per creare nuovi spazi da dedicare ai giovani, favorire la partecipazione culturale, la socialità, il benessere, la collaborazione tra istituzioni pubbliche e del territorio attraverso processi condivisi di rigenerazione urbana. Questo progetto è stato prezioso perché ha permesso di restituire alla cittadinanza il grande Rooftop del Museo, trasformandolo in uno spazio aperto, accessibile e condiviso, dedicato alla cultura, agli incontri e agli eventi firmati Mufant.

L’anteprima della mostra “Star Trek 60” avverrà alle 15.30. Si tratta di un viaggio inaugurale della mostra che partirà ufficialmente il 12 settembre. Stefanie Gröner, fondatrice del gruppo Facebook Star Trek Torino e curatrice del progetto, accompagnerà il pubblico in un’esplorazione della sala espositiva con un approfondimento sulla botanica aliena della saga. Alle 16.30 seguiranno i saluti istituzionali e interverranno Carlotta Salerno, Assessore alle Periferie, Politiche educative giovanili della Città di Torino, Giampiero Leo, Consigliere d’Indirizzo di Fondazione CRT, Antonio Cuzzilla, Vicepresidente della Circoscrizione 5, Artmut Grabowski, direttore dei lavori del progetto Rooftop Mufant e la direttrice Silvia Casolari. Alle 17, il direttore Monopoli, accompagnato da Fabio Giani di Vivai Giani e da Simone Savio, studente di Scienze Naturali che ha collaborato al progetto, presenteranno il primo nucleo del nuovo percorso fantabotanico del Rooftop “Alla scoperta del Bosco Orizzontale”. Si tratta di una visita guidata alle prime installazioni verdi di quello che diventerà il bosco orizzontale del museo, un paesaggio sospeso tra botanica, immaginario fantastico e fantascienza. Sarà presente l’artista Raffaella Brusaglino, che collocherà sul Rooftop la “Piccola Pioniera”, nuova tappa del suo progetto artistico. Dopo il coffee break musicale delle 17.30, con Booga Luke, alle 17.45 l’antropologo Francesco Vietti condurrà una speciale versione delle sue passeggiate narrative dedicate al quartiere che circonda il museo. Per questa occasione, l’esplorazione si sposterà sul Rooftop del Mufant per consentire uno sguardo dall’alto sulle trasformazioni del territorio accompagnato da memorie e letture dedicate alla grande letteratura della fantascienza. Alle 18.15 seguirà il compleanno con gli amici del Mufant, Silvia Casolari e Davide Monopoli racconteranno i primi 10 anni del Museo. Parteciperanno Davide Chiarle, coordinatore generale e didattico del museo e Paolo Bertetri, coordinatore scientifico del museo. A seguire, Marzia Mastroianni ricorderà Fabio Mastroianni e la sua straordinaria collezione di trasformers, oggi parte integrante della collezione permanente del museo. Teodoro Maraschiello presenterà “Pneuma K”, opera audiovisiva realizzata insieme a Mariano Equizi, a partire dalla registrazione dei battiti cardiaci dei visitatori e delle visitatori del museo. Un’indagine visionari sul corpo umano e i segnali provenienti dal cosmo. A concludere, dalle 18.45 alle 19.30, sarà presente una musica sul Rooftop, con aperitivo e djset con Booga Luke.

Info: 347 5405096 – info@mufant.it

Mara Martellotta

Daniela Cavalcabò: l’arte vera nasce quando il talento incontra il cuore

Ci sono persone che fanno arte.

E poi ce ne sono altre che sembrano nate direttamente dentro di essa, come se respirassero creatività ancora prima di imparare a parlare.

Bene , Daniela Cavalcabò appartiene a questa rara e preziosa qualità. 

Nasce in una famiglia di musicisti, cresce tra note, strumenti, melodie, emozioni.

L’arte entra nella sua vita appena apre gli occhi. La musica diventa linguaggio quotidiano, sensibilità naturale, respiro.

Canta, suona, osserva, assorbe tutto ciò che è creativo.

E la vita continua a portarla proprio lì, dentro quel mondo fatto di vibrazioni artistiche e libertà espressiva.

Sposa infatti un chitarrista conosciuto dellepoca e da questa unione nasce Alessandro, destinato a sua volta a vivere la musica ad altissimi livelli, diventando infatti il tastierista di Francesco De Gregori per 17 anni

Una famiglia quindi in cui la musica non è soltanto passione, ma è identità.

Ma Daniela non si ferma mai a una sola forma d’arte, a tal punto da diventarne talmente dotta da portarsi anche ad insegnarla per ben 20 anni.

La sua mente curiosa, vivace, brillante la porta anche verso il mondo della pubblicità, dove lavora come designer creativa in diverse agenzie, distinguendosi immediatamente per la sua capacità di immaginare, inventare, trasformare le idee in emozioni visive.

Collabora anche con Guido Gobino, storico nome delleccellenza dolciaria torinese (che la menziona caldamente anche nel libro della sua biografia) , contribuendo con allestimenti e intuizioni creative, arrivando persino a ideare una nuova opera dolciaria al cioccolato chiamata :  “Il N’uovo di Gobino”.

Eppure dentro di lei continua a vivere unaltra passione profondissima: quella per i bijoux e per la scultura.

Daniela osserva il mondo come fanno i veri artisti. Nulla per lei è banale. Ogni oggetto può trasformarsi. Ogni dettaglio può rinascere.

Dalle sue mani prendono vita bijoux unici, poetici, materici, spesso costruiti recuperando elementi apparentemente semplici, ai quali riesce a donare nuova anima, nuova dignità, nuova bellezza.

Perché gli artisti autentici non vedono ciò che una cosa è ma vedono ciò che potrebbe diventare.

Ed è forse anche per questo che il legame con Bob Noto (figura iconica del mondo gourmet e della creatività italiana) è stato così profondo.

Tra loro esisteva quella rara complicità che nasce soltanto tra persone capaci di riconoscere la bellezza nei dettagli più invisibili.

Ma la parte più straordinaria di Daniela non è soltanto il talento. È la sua umanità.

Oggi continua a vivere con unenergia che commuove.

Corre da una parte allaltra della città aiutando persone fragili, donne sole, madri in difficoltà, bambini, famiglie dimenticate. Recupera, conserva, sistema, porta, dona.

Nulla va sprecato se può servire a qualcuno.

E mentre continua a creare bijoux venduti nei negozi più belli di Torino, continua anche a seminare bene intorno a sé con una naturalezza quasi disarmante..proprio come facevano gli artisti di una volta. Quelli che avevano talento nelle mani, ma soprattutto bontà nelle vene.

Il tratto più sorprendente di Daniela è proprio questo : il tempo passa, ma lei non smette mai di ringiovanire nello spirito e nell’anima. Non per inseguire la giovinezza ma perché conserva quella curiosità, quella voglia di creare, di immaginare e di mettersi sempre in gioco che appartengono agli spiriti più vivi.

La sua è una lezione preziosa soprattutto per i giovani. In un mondo che corre veloce e si affida continuamente a nuovi strumenti e tecnologie, Daniela dimostra che la vera innovazione nasce prima di tutto dalla mente, dalla forza, dalla sensibilità e dalla capacità di reinventarsi . Con mezzi semplici, ma con un patrimonio immenso di esperienza, cultura e passione, continua a creare piccole magie quotidiane.

Oggi probabilmente potrebbe limitarsi a godersi il meritato riposo, dedicarsi soltanto agli affetti, ai nipoti, alle passeggiate e ai piaceri della vita. E invece lei sceglie ancora di costruire, immaginare, progettare e condividere. Lo fa con equilibrio, con eleganza e con la consapevolezza della propria età, senza rincorrere il tempo ma dialogando con esso.

Ed è questa la sua forza più autentica: dimostrare che la qualità della vita non dipende dagli anni che passano, ma dalla capacità di restare vivi dentro.

Daniela ha occhi verdi che parlano ancora di entusiasmo, di musica, di curiosità verso il mondo.

Ama i Beatles, ama la cultura, ama le persone, ama tutto ciò che contiene anima.

Ed è forse proprio questo il segreto della sua unicità:

non aver mai smesso di guardare la vita con stupore.

Perché ci sono artisti che creano oggetti bellissimi e poi ci sono artisti molto più rari:

quelli che, senza accorgersene, rendono più bella anche la vita degli altri.

Monica Di Maria di Alleri Chiusano