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Daniela Cavalcabò: l’arte vera nasce quando il talento incontra il cuore

Ci sono persone che fanno arte.

E poi ce ne sono altre che sembrano nate direttamente dentro di essa, come se respirassero creatività ancora prima di imparare a parlare.

Bene , Daniela Cavalcabò appartiene a questa rara e preziosa qualità. 

Nasce in una famiglia di musicisti, cresce tra note, strumenti, melodie, emozioni.

L’arte entra nella sua vita appena apre gli occhi. La musica diventa linguaggio quotidiano, sensibilità naturale, respiro.

Canta, suona, osserva, assorbe tutto ciò che è creativo.

E la vita continua a portarla proprio lì, dentro quel mondo fatto di vibrazioni artistiche e libertà espressiva.

Sposa infatti un chitarrista conosciuto dellepoca e da questa unione nasce Alessandro, destinato a sua volta a vivere la musica ad altissimi livelli, diventando infatti il tastierista di Francesco De Gregori per 17 anni

Una famiglia quindi in cui la musica non è soltanto passione, ma è identità.

Ma Daniela non si ferma mai a una sola forma d’arte, a tal punto da diventarne talmente dotta da portarsi anche ad insegnarla per ben 20 anni.

La sua mente curiosa, vivace, brillante la porta anche verso il mondo della pubblicità, dove lavora come designer creativa in diverse agenzie, distinguendosi immediatamente per la sua capacità di immaginare, inventare, trasformare le idee in emozioni visive.

Collabora anche con Guido Gobino, storico nome delleccellenza dolciaria torinese (che la menziona caldamente anche nel libro della sua biografia) , contribuendo con allestimenti e intuizioni creative, arrivando persino a ideare una nuova opera dolciaria al cioccolato chiamata :  “Il N’uovo di Gobino”.

Eppure dentro di lei continua a vivere unaltra passione profondissima: quella per i bijoux e per la scultura.

Daniela osserva il mondo come fanno i veri artisti. Nulla per lei è banale. Ogni oggetto può trasformarsi. Ogni dettaglio può rinascere.

Dalle sue mani prendono vita bijoux unici, poetici, materici, spesso costruiti recuperando elementi apparentemente semplici, ai quali riesce a donare nuova anima, nuova dignità, nuova bellezza.

Perché gli artisti autentici non vedono ciò che una cosa è ma vedono ciò che potrebbe diventare.

Ed è forse anche per questo che il legame con Bob Noto (figura iconica del mondo gourmet e della creatività italiana) è stato così profondo.

Tra loro esisteva quella rara complicità che nasce soltanto tra persone capaci di riconoscere la bellezza nei dettagli più invisibili.

Ma la parte più straordinaria di Daniela non è soltanto il talento. È la sua umanità.

Oggi continua a vivere con unenergia che commuove.

Corre da una parte allaltra della città aiutando persone fragili, donne sole, madri in difficoltà, bambini, famiglie dimenticate. Recupera, conserva, sistema, porta, dona.

Nulla va sprecato se può servire a qualcuno.

E mentre continua a creare bijoux venduti nei negozi più belli di Torino, continua anche a seminare bene intorno a sé con una naturalezza quasi disarmante..proprio come facevano gli artisti di una volta. Quelli che avevano talento nelle mani, ma soprattutto bontà nelle vene.

Il tratto più sorprendente di Daniela è proprio questo : il tempo passa, ma lei non smette mai di ringiovanire nello spirito e nell’anima. Non per inseguire la giovinezza ma perché conserva quella curiosità, quella voglia di creare, di immaginare e di mettersi sempre in gioco che appartengono agli spiriti più vivi.

La sua è una lezione preziosa soprattutto per i giovani. In un mondo che corre veloce e si affida continuamente a nuovi strumenti e tecnologie, Daniela dimostra che la vera innovazione nasce prima di tutto dalla mente, dalla forza, dalla sensibilità e dalla capacità di reinventarsi . Con mezzi semplici, ma con un patrimonio immenso di esperienza, cultura e passione, continua a creare piccole magie quotidiane.

Oggi probabilmente potrebbe limitarsi a godersi il meritato riposo, dedicarsi soltanto agli affetti, ai nipoti, alle passeggiate e ai piaceri della vita. E invece lei sceglie ancora di costruire, immaginare, progettare e condividere. Lo fa con equilibrio, con eleganza e con la consapevolezza della propria età, senza rincorrere il tempo ma dialogando con esso.

Ed è questa la sua forza più autentica: dimostrare che la qualità della vita non dipende dagli anni che passano, ma dalla capacità di restare vivi dentro.

Daniela ha occhi verdi che parlano ancora di entusiasmo, di musica, di curiosità verso il mondo.

Ama i Beatles, ama la cultura, ama le persone, ama tutto ciò che contiene anima.

Ed è forse proprio questo il segreto della sua unicità:

non aver mai smesso di guardare la vita con stupore.

Perché ci sono artisti che creano oggetti bellissimi e poi ci sono artisti molto più rari:

quelli che, senza accorgersene, rendono più bella anche la vita degli altri.

Monica Di Maria di Alleri Chiusano

Il gusto delle cose semplici

La custode delle storie appese a una gruccia…

In un’epoca che misura il valore delle persone attraverso i numeri, la visibilità e il successo apparente, esistono ancora luoghi dove il tempo sembra seguire regole diverse.

Uno di questi luoghi è una lavanderia nel centro di Torino.

Niente insegne luminose, nessuna strategia di marketing aggressiva, nessuna promessa di rivoluzionare il mondo. Solo una donna pacata , solare, instancabile se pur distrutta , elegante nei modi e raffinata nella sua cultura dell’essere , così speciale, unica  …..e  che da ventotto anni apre la saracinesca ogni mattina e svolge il proprio lavoro con una dedizione che oggi è diventata merce rara.

A prima vista qualcuno potrebbe definirlo un lavoro semplice. Ma è proprio qui che nasce l’equivoco del nostro tempo.

Non esistono lavori umili. Esistono modi straordinari di svolgerli.

E lei appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Tra le sue mani passano abiti che raccontano vite. Vestiti da cerimonia, cappotti ereditati, maglioni amati, tessuti delicati che sembrano ormai perduti. Lei li osserva, li studia, li comprende…e spesso compie piccoli miracoli.

Allunga ciò che si è ristretto, recupera ciò che sembrava irrimediabilmente rovinato, elimina macchie che parevano eterne, ripara strappi e restituisce dignità a capi che altri avrebbero gettato via.

Ma la sua vera specialità non è il lavaggio: è la cura.

Quella cura antica che non si insegna nei corsi e non si compra online.

La stessa cura con cui accoglie ogni cliente, ricordandone le abitudini, ascoltandone le storie, trattando ogni persona con rispetto e gentilezza.

Nel suo negozio vivono anche i suoi quattro compagni inseparabili: tre eleganti levrieri e un trovatello salvato dalla strada.

Chi entra comprende subito che non si tratta soltanto di amore per gli animali. Si tratta di una precisa filosofia di vita. Rispetto per ciò che è fragile.Rispetto per ciò che è stato trascurato.Rispetto per ciò che merita una seconda possibilità.

Forse è per questo che riesce a restituire vita agli abiti….perché vede valore dove altri vedono soltanto un oggetto consumato.

I mestieri come il suo hanno costruito il nostro Paese.

Sono i lavori silenziosi che hanno accompagnato generazioni intere senza chiedere applausi.

Il calzolaio, la sarta, il falegname, il fornaio, il lavandaio…professioni che oggi rischiano di essere considerate minori solo perché non producono visibilità. Eppure sono essenziali.

Perché una società non vive soltanto di innovazione. Vive anche di mani esperte, di esperienza, di pazienza e di cura.

Proteggere questi mestieri significa proteggere una parte della nostra identità.

Significa ricordare che il valore di una persona non dipende dal titolo che porta sul biglietto da visita, ma dalla passione, dall’onestà e dall’amore che mette ogni giorno nel proprio lavoro.

Da ventotto anni questa donna non lava soltanto abiti, custodisce un’idea di mondo e ne protegge il sentimento . 

Per alcuni,  forse,  suonerebbe bizzarro…ma persino gli abiti hanno un posto importante nel cuore della gente , perché gli stessi ci rammentano ricordi preziosi, la nostra unicità , il nostro stile e quindi la nostra fedele appartenenza a noi stessi.

Essi simboleggiano doni importanti, testimoniano amori e ricordi molto radicati in tutti noi . 

Lei vive ancora in un  mondo in cui la competenza è praticamente fondamentale e dove la gentilezza non è una debolezza ma un’invito a cogliere il meglio di tutto e di tutti.

Una donna lei che vive in un mondo in cui anche l’amore può prevedere forme di appartenenze  differenti da altre ma molto intense.

Infatti la sua famiglia è costituita anche dai suoi  animali che la accompagnano ogni giorno, come dalla gente del borgo che per lei nutre un grande rispetto e non manca mai di mostrarle affetto ringraziandola giorno per giorno

Per tutto questo, possiamo quindi considerare il fatto che l’eccellenza può nascondersi anche dietro il bancone di una piccola lavanderia.

Ed è così che al mattino, il primo mattino … come in una fiaba che si ripete da ventotto anni senza perdere un grammo della sua magia, lei apre la porta della sua lavanderia e comincia il rito.

Espone i capi appena lavati e stirati con una cura che somiglia a una carezza. Li sistema uno accanto allaltro come farebbe la direttrice di un grande atelier, eppure quelli non sono abiti creati per una sfilata. Sono gli abiti della vita.C’è la giacca di chi va al lavoro, il vestito della festa, il maglione che ha attraversato un inverno difficile, la camicia di un incontro importante, l’abito di una giovane sposina, il cappottino di un bimbo, il foulard di una signora che non rinuncia alleleganza.

Ogni capo custodisce una storia quindi, un’emozione. Ogni piega racconta una persona. Ogni tessuto porta con sé un frammento di vita diverso da tutti gli altri.

Forse è proprio questo il segreto della sua unicità: non lavare semplicemente dei vestiti, ma prendersi cura, ogni giorno, delle piccole storie che le persone le affidano….restituendole più pulite, più ordinate, e qualche volta persino un po’ più leggere.

Proprio come fanno le persone speciali….senza rumore, senza clamore.  Con la semplice, straordinaria bellezza dellamore per ciò che fanno, se pur tra vapore, detersivi e ferri da stiro, stiratura di pieghe e rammendi di strappi.

Ogni giorno tornano a nuova vita abiti stanchi e tessuti segnati dal tempo, ma forse, senza saperlo, si restituisce anche qualcosa che oggi si trova sempre più difficilmente: la fiducia nelle persone e la più autentica e fedele professionalità .

Perché certi mestieri puliscono si i tessuti, ma alcune persone, sanno invece anche rendere un po’ più pulito il mondo . 

Monica Di Maria di Alleri Chiusano 

(Lavanderia S.Maria : via San Dalmazzo 16/A – Torino -Tel. 333.6638003

Si va tutti a “La Corte”

Apre a Torino un nuovo “polo” dedicato all’inclusione, all’autonomia e alla formazione delle persone con disabilità e non

Giovedì 11 giugno, ore 18

Generosi e coraggiosi artefici dell’iniziativa, “I Buffoni di Corte Aps”, Associazione operante dal 2008 sul territorio torinese (prima sede in corso Sebastopoli 272/e) nell’ambito didattico e formativo dei giovani, adolescenti e persone “con disabilità”. In quasi 18 anni di attività più di 800 sono ad oggi gli associati, oltre 600 le famiglie coinvolte, 1500 i volontari e oltre 600 i sostenitori (con un network che include più di 70 aziende partner e oltre 20 Organizzazioni “non profit”):  è a loro e al costante impegno sociale ed organizzativo de “I Buffoni” che si deve la creazione de “La Corte” (via Rubino, 82), nuova sede dell’Associazione e nuovo “polo” rivolto per l’appunto ai giovani e alle persone “con disabilità” residenti a Mirafiori Nord, e non solo.

Il complesso sorge nel sito, dove fino al 2018 era presente l’“asilo nido” di quartiere e assegnato dal “Comune di Torino” a “I Buffoni di Corte” nel 2021, oggi trasformato grazie al progetto (ispirato alla Scuola del “Bauhaus” secondo i principi chiave di “bellezza” e “anamorfismo”, con effetti di illusione ottica tridimensionale visibili da precisi punti di vista) firmato dall’architetto torinese Alex Cepernich, fervido sostenitore della visione e missione dell’Associazione. Il fabbricato, a forma di “L” composto da un solo piano fuori terra, cui si unisce un secondo immobile di circa 90 metri quadrati, immerso nei 1565 metri quadrati di giardino (destinati ad ospitare un “orto urbano”, una “zona relax” ed un “punto ristoro” per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità), sarà inaugurato giovedì 11 giugnoalle 18, alla presenza del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, degli assessori Carlotta Salerno e Jacopo Rosatelli, affiancati dal presidente della “Circoscrizione Due”, Luca Rolandi.

Sottolineano Luca Nicolino e Valentina Cocchi, rispettivamente presidente e direttrice operativa de “I Buffoni di Corte”: “ ‘La Corte’ vuole essere uno spazio aperto a tutti, un luogo in cui laboratori e progettualità saranno, da un lato consolidati e potenziati e, dall’altro, ampliati con nuove iniziative rivolte non solo alle persone con disabilità, ma anche ai giovani, che qui potranno accompagnarci nei nostri progetti ma anche studiare negli spazi ‘coworking’, agli anziani, ai cittadini del quartiere e del territorio che qui possono venire per un caffè, per scambiare due chiacchiere e per prendere parte alle molte attività con tutte le persone dell’Associazione”.

L’obiettivo, insomma, è quello di “diventare un luogo di formazione ed incontro all’interno del quale possa generarsi ed unirsi una collettività, attraverso l’interazione tra associati, studenti, professionisti del settore e volontari”.

E gli spazi, oggi, di certo, non mancano (costruiti grazie ai fondi “PNRR – Piano Integrato Urbano” e ai contributi di “Fondazione Compagnia di San Paolo”, “Reale Foundation”, “Fondazione Peppino Vismara” “Rotary” e “Interact”, oltre a quelli di “aziende private” e tantissime “persone fisiche”). Spazi che possono contare su  20 laboratori, una palestra, che accoglierà “attività di teatro”, “danza e movimento”,   una cucina dove si terrà uno dei “progetti di autonomia e formazione al lavoro” portato avanti dall’Associazione, “Mani in pasta”. Laboratori e attività che, attualmente, coinvolgono 150 famiglie di persone con disabilità e circa 80 adolescenti e giovani; “volontari scout”, persone impegnate in lavori di pubblica utilità, servizio civilisti e tirocinanti di Università e Scuole Superiori.

Nello specifico, l’Associazione organizza “laboratori artistici”, gestiti da professionisti e dedicati a giovani e persone con disabilità, dalla ceramica all’acrobatica, dalle percussioni al canto e al teatro. Propone inoltre percorsi di formazione al lavoro come “Mani in Pasta” (di cui già s’é accennato) e “percorsi educativi” come “Una chiave per l’autonomia” e “Senza vergogna”, nell’ambito dell’affettività e della sessualità, abbinati alla “danzamovimentoterapia”. Per non dimenticare i suoi “servizi di supporto”, come lo “sportello informativo” e quello “psicologico”, nonché quelli di “formazione” e “sensibilizzazione” rivolti a scuole (studenti e personale), “gruppi scout” e aziende.

Fiore all’occhiello, in conclusione, la creazione di un’eccellente “Compagnia Teatrale”, “La Compagnia delle Frottole”, nata nel 1998 e composta da 23 attori di cui 10 con disabilità cognitiva.

Per ulteriori infowww.ibuffonidicorte.it

Gianni Milani

Nelle foto: I giovani de “La Corte”; Particolare degli “interni”; Attività in giardino; Teatro “La Compagnia delle Frottole”

Cresce il turismo a Castelnuovo Don Bosco

L’elaborazione dei dati di Visit Piemonte non lascia alcun dubbio: il turismo nell’area di Castelnuovo Don Bosco cresce e negli ultimi anni fa registrare trend positivi esponenziali di cui non possiamo che andare fieri.” Grande soddisfazione emerge dalle parole del sindaco di Castelnuovo Don Bosco Umberto Musso nell’analisi sui flussi turistici che premiano fra il 2024 e il 2025 le Terre dei Santi facendo rilevare importanti incrementi di visite nell’area situata a cavallo fra il Monferrato Astigiano e le colline del Torinese. A spiccare è certamente il dato che riguarda i flussi dall’estero con gli arrivi (ossia il numero complessivo degli utenti che arrivano in zona) che salgono addirittura di quasi il 65% rispetto all’anno precedente con le presenze (numero totale dei pernottamenti) che si incrementano del 37,6%. Anche gli arrivi dall’Italia sono all’insegna del segno più grazie ad un incremento dell’11,2% accompagnato anche da un +0,6% per le presenze interne. Complessivamente dunque a Castelnuovo Don Bosco gli arrivi nel 2025 sono stati 9.092 contro i 7.913 dell’anno precedente (aumento del 22,7%) mentre le presenze sono salite dell’11,8% passando da 15.860 a 17.738. In conclusione sono molti i nuovi turisti (soprattutto dall’estero) che hanno scelto di visitare Castelnuovo Don Bosco facendo aumentare anche i pernottamenti complessivi, rispondendo a un obiettivo comune di tutta l’area che desidera accrescere le ricadute economiche sulla ricettività, la ristorazione e il commercio derivanti da un prolungamento di soggiorno. “Sul fronte del turismoaggiunge il primo cittadino di Castelnuovo Don Bosco – abbiamo deciso di incidere maggiormente innanzitutto affiliando il nostro Comune all’Ente Turismo Langhe Monferrato Roero per poter finalmente rientrare in un ampio circuito di promozione del territorio. Ma abbiamo lavorato per lanciare, oltre alle consuete e importanti manifestazioni, anche eventi culturali, musicali e incontri che vanno a qualificare le nostre zone con proposte qualitative. Altro aspetto su cui insisteremo particolarmente è quello della comunicazione che è fondamentale per raggiungere un pubblico sempre più ampio. Infine non è da sottovalutare l’attenzione al territorio: la giusta manutenzione del verde pubblico, degli spazi fioriti e delle strade rendono il Comune bello da vedere e da vivere e se il territorio è ben curato risulta dunque più appetibile.” E a proposito di eventi e turismo a Castelnuovo Don Bosco si entra nel vivo della stagione estiva di eventi a cominciare dall’appuntamento di sabato 27 giugno quando il paese diventerà il borgo del vino con una festa dedicata ad una delle principali eccellenze del territorio conosciuto per il Fresia, la locale Malvasia e non solo. Subito dopo sarà la volta, nel primo weekend di luglio, della tradizionale Corsa delle Botti, per legare il prodotto enologico delle colline castelnovesi ai suoi più caratteristici riti.

In volo sul lago

Il giorno prima della partenza avevamo controllato per bene le previsioni meteorologiche. La mongolfiera non può staccarsi da terra in presenza di pioggia, temporali, vento troppo forte o gran caldo. Ma dal centro Geofisico Prealpino di Varese, nell’edizione mattutina della trasmissione radiofonica “Gazzettino padano“, garantirono che il tempo volgeva al bello. Era già più che una garanzia ma comunque, per scrupolo, verificammo anche sui vari siti meteo di internet, trovando conferma. Per il decollo avevamo scelto un ampio prato poco distante dal capannone. Era il luogo ideale: non c’erano ostacoli che potessero intralciare le manovre di volo. Posizionata la cesta iniziammo a stendere l’enorme pallone bianco e rosso e in meno di  mezz’ora era pronto per essere gonfiato con l’aria fredda di un ventilatore. Un lavoro che durò circa venti minuti, al termine del quale la mongolfiera era pronta per il decollo. Eravamo emozionati e non vi dico che sensazione provai quando ci staccammo da terra e iniziò l’ascensione. Il rumore del bruciatore e quella fiammata che ci scaldava le guance ci avevano distratti e quasi non ci rendemmo conto di essere già in volo. In meno di un quarto d’ora l’altimetro segnava 3600 piedi. “Quindi, amico mio, stiamo viaggiando a poco più di mille metri d’altezza“,disse Roland. L’apparecchio rilevava anche  la variazione della pressione atmosferica rispetto all’altezza sul livello del mare  e questa tendeva a diminuire aumentando la quota. Da terra, André Lacroix, uno degli amici di Roland, aveva il compito di comunicare con noi attraverso la radio aeronautica in VHF. Quest’ultima, dalle frequenze sempre aperte, ci  consentiva  di mantenere il contatto con l’assistenza. Una rapida occhiata alla sonda termica che misurava la temperatura interna dell’involucro ci confermò che tutto procedeva per il meglio.

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Il volume della nostra mongolfiera , come ho già ricordato, corrispondeva a quelle di medie dimensioni, capaci di portare tre o quattro persone. L’autonomia di volo poteva variare da un’ora e mezza a un paio d’ore,secondo la quantità di propano a disposizione per il bruciatore, dalle condizioni climatiche e dal peso trasportato. Nel nostro caso il carico di combustile, il bel tempo e il fatto che eravamo solo due e per di più longilinei, ci garantiva un ampio margine verso le due ore. Roland si confermò un provetto “pilota dell’aria“,controllando l’andamento dell’aerostato e manovrando il bruciatore. Quando apriva la valvola, aumentando la quantità di aria calda,il pallone tendeva a salire;viceversa, quando la diminuiva, tendeva a perdere quota lentamente e in modo graduale. La magia di volare in mongolfiera era indescrivibile. Il panorama non era per nulla paragonabile a quello che si può vedere dall’alto di una montagna. Era più completo, vario, mobile. Il lago pareva una creatura viva. La nostra ombra, in basso, sfiorava l’acqua e le terre che la circondavano. Da quassù le cose mutavano forma: i profili dei monti, il reticolo delle strade, le strutture di case e piazze, i corsi d’acqua,i battelli,la ferrovia. Roland, filosofando,disse: “E’ davvero un altro punto di vista,  molto probabilmente una visione diversa del  mondo“. Ero anch’io molto eccitato.“Guarda là, Roland. Guarda la statua del San Carlone!Impressionante!Domina la città di Arona e parte del Golfo Borromeo dall’alto dei suoi 35 metri”.Si vedevano il centro abitato,il lungolago e i resti della Rocca Borromea , la “Gibilterra del Lago Maggiore” che fu espugnata e distrutta da Napoleone nel 1800. Più a sud le macchie colorate dei campeggi di Dormelletto e il ponte di ferro sul Ticino che segna il confine tra Piemonte e Lombardia dove, da una sponda all’altra del fiume,Castelletto Ticino e Sesto Calende si guardano negli occhi.

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A nord di Arona, tra il lago e le verdi colline del Vergante, s’intravedevano le ville e i borghi di Dagnente, Meina, Ghevio, Lesa, Belgirate e – più in su -Colazza,Pisano,Nebbiuno,Massino Visconti, Brovello Carpugnino. ” Quel campanile è di Gignese e, più giù, c’è Vezzo. Vedi la strada che scende verso Baveno? Levo, Someraro, Campino e Loita sembrano messe in fila“. Stresa, la  “perla” del lago, nobile e un po’ fanè, si specchiava nel golfo borromeo proprio davanti all’Isola Bella e più in su, oltre Baveno, tra Feriolo e Fondotoce, la Toce sfociava nel lago.Ville e campanili, case e fabbriche da Pallanza a Intra sembravano cubetti delle costruzioni mentre la lingua d’asfalto della statale del lago Maggiore attraversava Ghiffa, Oggebbio, Cannero e Cannobio fino a incontrare la sbarra del confine con la Svizzera, tra Piaggio Valmara e Brissago. Sotto di noi, come su di una mappa in rilievo, vedevamo i laghi d’Orta e di Mergozzo e il lungo fondovalle ossolano dal quale partivano come lische di un pesce le strade che salivano verso le testate delle valli laterali, chiuse dalla corona delle alpi Pennine e Lepontine. Ma erano i colori del lago, le increspature dell’acqua mossa dalla brezza di superficie, a provocare una vera e propria vertigine. Galleggiavamo nell’aria e sotto di noi non c’era angolo che non contribuisse a comporre la grande suggestione del paesaggio. Le alture, il profilo dei poggi, i corsi d’acqua scintillanti che corrono tra le vallette verso il lago, la ricca vegetazione dei boschi, i giardini e i parchi, le serre delle aziende che coltivano camelie e azalee. Anche il tempo volava ed era giunto in momento di tornare con i piedi per terra. Ci dirigemmo sulla zona da cui eravamo partiti, scendendo poco alla volta per sondare il vento al suolo. In breve atterrammo nello spazioso prato ai margini della vecchia fabbrica di ceramiche. Scesi dalla mongolfiera ci abbracciammo forte. ” E’ stato un volo bellissimo. Mi era capitato altre volte di salire in mongolfiera ma qui, sul Maggiore, ho provato emozioni da brivido. Adesso io e André sgonfieremo il pallone, smontandolo. Dobbiamo rimetterlo nelle casse poiché, dopodomani, ci toccherà rispedirlo a Ginevra. Come ogni anno, il professor Guy De Marne organizza una gara di mongolfiere e ha bisogno di tutti i suoi aerostati per l’occasione“. Dopo le parole concitate di Roland, ci salutammo con un lungo abbraccio. Era stata davvero una giornata indimenticabile. Sul pontile dell’imbarcadero, nell’attesa di salire a bordo del San Cristoforo, il traghetto che collega Laveno con Intra, pensai che quell’esperienza doveva rimanere unica.  Non era il caso di ripetere quel volo  perché le grandi emozioni sono tali se non ci si fa l’abitudine. A Intra salii sulla motonave “Stambecco” e mezz’ora dopo scendevo al porto di Baveno. Andai a casa, sfinito dalla stanchezza ma contento. Dopo cena mi sdraiai sul letto, guardando fuori dalla finestra della stanza che dà sul lago. La luna, una mezza falce circondata dalle nubi, stava per essere ingoiata dalle stesse. S’annunciava una di quelle notti scure che si mangiano le stelle. Ero pronto a rivivere , in sogno , le gioie intense di questa memorabile giornata. Con un clik! spensi la luce dell’abat-jour. Buonanotte!

Marco Travaglini

Il Vermouth Carpano celebra 240 anni di storia

Con una nuova partnership con Gerla 1927 e sulla Pista del Lingotto

Carpano, punto di riferimento internazionale del Vermouth di Torino del gruppo Fratelli Branca Distillerie, celebra 240 anni dalla nascita tornando nel luogo in cui la sua storia ha avuto inizio: Torino.
Si tratta di una ricorrenza simbolica per il brand che, nel 1786, grazie all’intuizione di Antonio Benedetto Carpano, diede vita sotto i portici della città alla prima ricetta del vermouth moderno, trasformando per sempre il rito dell’aperitivo in un’esperienza culturale e sociale destinata a diventare patrimonio italiano.
In occasione di questo importante anniversario Carpano annuncia una prestigiosa collaborazione con il gruppo Gerla 1927, marchio storico torinese dell’alta pasticceria e della ristorazione. Si tratta di un progetto che nasce da una profonda affinità di visione tra due eccellenze accomunate da un legame radicato con la città, dalla cura per la qualità e dalla capacità di attraversare il tempo restando un punto di riferimento contemporaneo. Attraverso la partnership con il gruppo Gerla 1927, la gamma Carpano entrerà nei luoghi più autentici dell’ospitalità torinese con drink list su misura. La collaborazione prende così forma come un racconto diffuso dedicato alla città e ai suoi rituali contemporanei, fatto di esperienze, signature cocktail, percorsi gastronomici e momenti di incontro pensati per restituire una visione attuale dell’aperitivo torinese.
Il percorso unisce icone cittadine dal fascino senza tempo. La presenza di Carpano prenderà forma in alcuni luoghi emblematici dell’ospitalità torinese, ciascuno legato a una diversa espressione del rito dell’aperitivo e della cultura cittadina.

Al Caffè Platti 1875, istituzione torinese e storico salotto della vita culturale cittadina, frequentato da figure quali Cesare Pavese e Luigi Einaudi, la cultura del vermouth incontra quella dei grandi Caffè, spazi in cui il consumo si fa conversazione, abitudine sociale, memoria condivisa.
Gerla 1927, storica pasticceria in corso Vittorio Emanuele II, vanta, invece, il legame con la tradizione della pasticceria piemontese aperta oggi anche a una proposta di cocktail bar capace di estendere con naturalezza il dialogo tra dolce, aperitivo e convivialità.
House of Carpano nasce, invece, sulla terrazza de La Pista Restaurant, sul tetto del Lingotto, uno degli edifici più emblematici della Torino industriale. Nato come stabilimento Fiat, con la celebre pista di collaudo sospesa sulla città, il Lingotto è nel tempo diventato un simbolo della capacità torinese di trasformare la propria memoria produttiva in cultura, ospitalità e visione urbana.
House of Carpano proporrà cocktail segnature costruiti sull’intera gamma del brand, abbinamenti gastronomici pensati per valorizzare la complessità aromatica del vermouth e una programmazione musicale con DJset ogni giovedì, venerdì e sabato.
House of Carpano sarà aperta al pubblico dall’11 giugno e rappresenterà uno spazio dedicato all’esperienza dell’aperitivo a 360 gradi, un’esperienza in cui la storia del brand, la materia del vermouth, il paesaggio  del Lingotto e la ritualità torinese trovano una forma riconoscibile e aperta alla città.
Carpano, attraverso questa collaborazione, sceglie di raccontare i propri 240 anni, riaffermando la contemporaneità di una storia che continua a dialogare con il presente , attraverso luoghi, persone e linguaggi capaci di evolvere insieme a Torino.

“I grandi marchi non vivono nella nostalgia della propria storia. Vivono – afferma Niccolò Branca, Presidente di Fratelli Branca Distillerie – nella capacità  di trasformare la propria eredità  in qualcosa che generi ancora significato, esperienza e relazione. Carpano appartiene alla cultura internazionale del  vermouth non perché abbia inseguito i cambiamenti del mercato, ma perché ha saputo rimanere fedele a una visione abbastanza solida da attraversarli senza perdere se stessa.
Tornare a Torino con questa profondità e questa struttura significa riaffermare che l’origine di un brand non è  un fatto relegato al passato, ma che continua a produrre qualità e visione nel presente. La tradizione,  che non è conservazione, rappresenta, invece, la capacità di scegliere il futuro con la stessa intransigenza con cui si è  sempre scelto il meglio”.

“Le grandi idee diventano rilevanti solo quando trovano una forma concreta per entrare nei luoghi, nelle abitudini e nei gesti delle persone – ha affermato Roberto Munnia, Presidente del Gruppo Gerla 1927- con Carpano abbiamo voluto costruire un progetto che parta dalla storia, ma che non si limiti a raccontarla, ma la traduca piuttosto in esperienza quotidiana, in accoglienza, in qualità, in un modo di vivere contemporaneo in Torino. Per noi l’ospitalità è  proprio questo, immaginare con ambizione e poi dare corpo a quella visione, dettaglio dopo dettaglio”.

MM

Cresce il turismo lento della via Francigena, il Piemonte al centro

Cresce il turismo lento lungo la via Francigena, e il Piemonte si conferma una delle porte d’ingresso più suggestive del cammino europeo in Italia. Nel 2025 sono state distribuite quasi 20 mila Credenziali del Pellegrino lungo l’intero itinerario, con un incremento del 35,95% rispetto all’anno precedente e una presenza internazionale del 53%, secondo i dati forniti dall’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF). Si tratta di un fenomeno che riflette una trasformazione più ampia delle abitudini di viaggio: aumentano le esperienze outdoor, i percorsi a tappe e i viaggi legati a borghi, paesaggi e territori meno battuti dal turismo di massa. Il cammino diventa così un modo per conoscere in profondità le comunità locali, le aree interne, le città d’arte e i paesaggi rurali. In questo contesto la via Francigena rappresenta uno degli itinerari più identitari del turismo lento europeo. La sua forza consiste nella possibilità di essere percorsa per alcuni tratti, secondo le stagioni e le tipologie di viaggiatori, da parte sia di chi cerchi spiritualità sia di chi scelga il trekking, il cicloturismo o un’esperienza culturale nei borghi.

Visit Italy è una piattaforma culturale indipendente di riferimento per la promozione del turismo italiano, e racconta oggi la via Francigena in modo nuovo, con il lancio internazionale della nuova campagna dedicata all’itinerario.

“La via Francigena è uno dei cammini più antichi e identitari d’Europa. In Piemonte attraverso paesaggi profondamente legati alla storia del pellegrinaggio, dalle vie che collegano le Alpi alla Pianura fino ai centri storici che per secoli hanno accolto viaggiatori e mercanti. Valorizzare questo territorio significa raccontare una delle grandi porte d’ingresso italiane di un unico viaggio culturale europeo – commenta Ruben Santopietro, CEO di Visit Italy”.

La via Francigena, dal passo del Gran San Bernardo, attraversa la Valle d’Aosta e raggiunge il Piemonte, dove il paesaggio cambia gradualmente dalle vallate alpine agli ampi orizzonti della pianura. È qui che il cammino assume il volto delle campagne storiche, delle risaie e dei centri urbani che per secoli hanno rappresentato punti di sosta per i pellegrini diretti a Roma. Il percorso attraversa il Canavese e raggiunge Ivrea, città industriale e Patrimonio dell’UNESCO, per poi proseguire verso Viverone e la Serra Morenica, una delle grandi formazioni glaciali d’Europa. Da qui, la Francigena entra nella pianura vercellese, attraversando le risaie, fino a Vercelli. Proseguendo verso Sud-Est, il percorso lascia il Piemonte per entrare in Lombardia, in direzione di Pavia e continuando il viaggio verso il centro della Penisola. Il tratto tra Ivrea e Viverone è più indicato per chi cerca un’esperienza in gradi di unire natura e storia, tra colline, laghi e piccoli borghi immersi nel verde, e una sezione ideale per chi desideri scoprire il patrimonio locale. L’area di Vercelli rappresenta il cuore storico della Francigena piemontese: le architetture medievali, le abbazie e le testimonianze del passato Pellegrino rendono questo tratto adatto a chi cerchi una dimensione più spirituale del cammino.

Le lunghe distese della pianura e delle risaie, con percorsi regolari e dislivelli contenuti, rendono il tratto piemontese accessibile anche a chi affronti un cammino a tappe o in bicicletta.

Mara Martellotta

“CreativAfrica” XII edizione

Musica, cucina, creatività e incontri. Riecco, all’ombra della Mole, l’eclettico  Festival dedicato all’antico Continente “Culla dell’umanità”

Da domenica 7 a giovedì 18 giugno

Dodicesima edizione e 12 giorni di iniziative, articolate tra “laboratori”, “incontri” e “concerti live” distribuiti su tre sedi: il Circolo Sociale “Jigeenyi”, in via Borgo Dora 3/0, la “Cascina Falchera”, in strada Cuorgnè 109, e il “Magazzino sul Po”, ai Murazzi del Po Ferdinando Buscaglione 18. Così si presenta, in estrema sintesi, il ritorno sotto la Mole del Festival “CreativAfrica”, organizzato da “Renken ETS” (che, a Torino, dal 2006 promuove “cittadinanza globale e cooperazione tra Italia e Senegl, per una cooperazione decoloniale, antirazzista e transfemminista”), con il contributo di “Fondazione CRT”“Fondazione per la Cultura Torino” ed il patrocinio del “Comune di Torino”.

Obiettivo primo quello di “promuovere i valori dell’antirazzismo e dell’intercultura, intesa come valorizzazione della diversità e promozione del dialogo e dell’incontro, l’iniziativa – spiegano gli organizzatori – nasce proprio dal desiderio di approfondire e conoscere le culture africane e di proporsi come spazio di confronto capace di decostruire stereotipi e promuovere nuove narrazioni”. Tutte le attività sono infatti pensate per essere accessibili al più vasto pubblico, valorizzando la “diversità come risorsa”.

“Roots and Sprouts” (“Radici e Germogli”) è, in modo decisamente emblematico, il tema di questa dodicesima edizione del Festival, che si prefigge di “aprire” il suo sguardo alle “radici” delle culture africane e contemporaneamente ai “germogli” che intessono nuove vie per la “creatività afrodiscendente”. Sottolinea Giulia Gozzellino dell’Associazione “Renken”“L’edizione di quest’anno gioca sulle relazioni intergenerazionali, sugli scambi, sulle nuove tendenze, sulle radici nelle quali affondano i diversi movimenti legati alla ‘black music’ e alla ‘black culture’ e sul legame tra modelli e eredità ancestrali e gli sviluppi globali”. Mentre si mettono in discussione i meccanismi di “tribalizzazione” e di “folklorizzazione” delle culture africane, “la nuova edizione – continua Gozzellino – rende omaggio simultaneamente alle tradizioni e alle molteplici forme di innovazione musicale, artistica, culinaria e letteraria che possono contribuire a disinnescare i pregiudizi e a decostruire la colonialità del nostro presente”.

“Musica”“Cucina”“Laboratori – talk e animazioni interculturali”: sono questi i tre filoni su cui s’intrecciano le iniziative in agenda.

Cuore del Festival, sicuramente gli eventi a carattere musicale, con una selezione di artisti e sonorità che raccontano ampiamente la ricchezza e la complessità, in tale campo, delle “culture afrodiscendenti”. Tra i vari ospiti, da segnalare in particolare “Les Mamans du Congo & Rrobin” (“Cascina Falchera”, venerdì 12 giugno, ore 22) e Lina Simons (“Cascina Falchera”, giovedì 11 giugno, ore 22), al secolo Pasqualina De Simone, nativa di Pozzuoli da madre nigeriana e padre italiano, studi musicali a Londra e un album “P.A.S.” che la impone come una delle voci più originali della nuova scena musicale italiana.

Altro Spazio importante di “CreativAfrica”, sarà certamente quello dedicato alla “Cucina”, con la proposta di “laboratori interculturali” e “momenti di ristorazione” pensati per favorire l’incontro tra storie, tradizioni e sapori provenienti da tutto il continente africano. Imperdibili gli “show coking” guidati dalla chef nigeriana Maria Ojo (che, domenica 7 giugno, ore 16, al “Jigeenyi”, coinvolgerà il pubblico in un’attività destinata a diventare un “apericena condiviso”, trasformando il momento culinario in un’occasione di incontro, convivialità e scambio tra persone e culture) e dallo chef senegalese Moussa Kane (sempre al “Jigeenyi”, mercoledì 10 giugno, ore 16).

Occasione, altrettanto preziosa, per partecipare “in modo attivo e consapevole alla ricchezza di un patrimonio culturale vivo, plurale e in continua trasformazione”, sarà quella offerta dai molti “laboratori” e “worksop”, pensati “ad hoc” e guidati da ospiti di indubbia esperienza. Tra i tanti, l’artista multidisciplinare italo-egiziano (ma cresciuto nella periferia romana) Mosa One che (giovedì 18 giugno, ore 19, al “Magazzino sul Po”) guiderà i partecipanti nella realizzazione di un “graffito su muro o pannello”, lavorando sui temi che attraversano e segnano la sua personale ricerca: identitàappartenenza perifericadoppia eredità culturale e giustizia sociale.

A chiudere i giochi (sempre al “Magazzino sul Po”, giovedì 18 giugno, ore 22), i ritmi afro-elettronici di Dj Alé, brasiliana, produttrice di eventi culturali e creatrice della serata “Erotika”, oggi residente in Francia.

Per info e programma dettagliato: www.renken.it

g.m.

Nelle foto: Lina Simons; Immagine guida (opera di Stefania Bruno); Cibo; Laboratorio Mosa One

Il ragioniere di Baveno

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“Ragioniere, buongiorno. Anche oggi, il solito?”. Così lo salutava ogni mattina, dal lunedì al sabato, il signor Alfredo. All’anagrafe Alfredo Tichetti, di professione bigliettaio addetto allo scalo della Navigazione Lago Maggiore, in servizio all’imbarcadero di Baveno.

E il “solito” non era una consumazione al bar ma semplicemente il biglietto del battello che da Baveno lo portava in giro per il lago. A volte verso Intra dove, dopo gli scali all’Isola Madre, a Pallanza e a  Villa Taranto ( ma solo d’estate), aveva a disposizione un quarto d’ora scarso per imbarcarsi sul traghetto che faceva la spola con Laveno, sulla sponda lombarda del Verbano. A volte verso le isole Pescatori e Bella, Stresa, Santa Caterina del Sasso e la parte bassa del Maggiore, verso Angera e Arona. Il ragioniere era Teobaldo Lucciconi di anni sessantasei, celibe. Per quelli che lo conoscevano era semplicemente “il ragioniere”, tant’è che il suo nome non lo usava più nessuno e, se non fosse scritto sui registri del municipio, avrebbe potuto anche pensare di cancellarlo. Lucciconi era stato ragioniere contabile, impiegato alla filiale bavenese della Banca d’Intra al n. 5 di corso Giuseppe Garibaldi, a pochi passi dal piazzale dell’imbarcadero e dei moli d’attracco dei battelli e dei motoscafi. Aveva passato più di trent’anni dietro a quello sportello, intento a contare i soldi degli altri, a darne e riceverne. In tutto quel tempo gli sono passati davanti agli occhi i fatti privati e pubblici, le gioie e le tristezze di diverse generazioni. Altro che il confessionale del prete, su alla parrocchiale! Era in banca che ci si scambiava un saluto e si ricevevano confidenze, dovendo anche dare – se richiesto – qualche utile consiglio. Ma giunto al tempo della pensione, non ci pensò un minuto di troppo. Si levò le mezze maniche e, sempre con garbo (il che non guasta mai), salutò tutti e se ne andò senza rimorsi. Non che stesse male, anzi: aveva degli amici sinceri lì, e in fondo era stata la sua famiglia per tanto tempo. Vivendo da solo si era affezionato a quell’ambiente ma, come in tutte le cose, cercava di non vivere di ricordi e malinconie. Così aveva pensato che, dopo tanti anni passati tra casa e ufficio, ufficio e casa, era venuto il momento di prendere un poco d’aria fresca, guardandosi intorno. E sul lago di cose da vedere ce n’erano davvero tante. Così, a volte a piedi e altre utilizzando i mezzi pubblici (dal treno alla corriera passando, ovviamente, dal battello), iniziò a girare i paesi del lago su entrambe le sponde, la piemontese e la lombarda senza tralasciare la parte più a nord, in territorio elvetico, dedicandosi a frequentare le amicizie e a ripercorrere, con la memoria, le tante storie dei tipi originali con cui ha avuto a che fare. E vi possiamo assicurare che sono tanti che nemmeno vi immaginate. Ma soprattutto ebbe occasione e tempo per riscorire Baveno e le sue frazioni. ” Ma guarda tu”, pensava “E chi l’avrebbe mai detto che vivevo in un posto così bello e non ci avevo quasi mai fatto caso”. Era una delle sue riflessioni ricorrenti da quando era andato in pensione. Per tanti, troppi anni era stato “preso” dal lavoro e non alzava quasi mai lo sguardo sopra lo sportello. Arrivava in banca al mattino presto, portandosi da casa la “schisceta”. Eh, sì. Voi come la chiamate? Baracchino, pietanziera, gamelin, gavetta, gamella? Da noi quella pentolina di metallo a strati, con un coperchio ben chiuso per evitare perdite, indispensabile per scaldare su un termosifone un poco di pasta avanzata del giorno prima, una minestra di verdura o una fetta di carne, era la schisceta. Del resto da single, come si usa dire al giorno d’oggi, cosa andava a casa a fare? Non aveva nessuno ad aspettarlo o che cucinasse per lui e allora gli avanzi della sera prima erano più che sufficienti per mettere insieme un pasto economico da consumare sul posto di lavoro. Usciva di casa che era buio e ritornava a sera inoltrata perché spesso si fermava a dare una mano al direttore nel disbrigo dei conti e delle chiusure di cassa. Eh, un tempo non si guardava mica l’orologio. Prima il lavoro, poi il lavoro e poi ancora la famiglia. E lui che era praticamente tutta la sua famiglia quando andava a casa si fermava qualche minuto ad accarezzare il gatto della signora Maria, la vecchia lavandaia che abitava in cima a quel rione che chiamavano “il baeton”. Si faceva accarezzare perché gli dava sempre qualche pelle di salame, crosta di formaggio e cotiche avanzate. Il Tigre (si chiamava così per il pelo rosso striato di grigio e non certo per il carattere intraprendente visto che stava sempre sdraiato al sole, sullo zerbino di casa, a ronfare) manifestava la sua riconoscenza sfregandosi alle gambe con un sonoro ron-ron. Le giornate del ragioniere scorrevano così, senza troppe emozioni e senza andar di fretta. Poteva permetterselo, facendo una vita tanto regolare da far invidia a un orologiaio svizzero. Ogni giorno gli capitava di veder gente correre qua e là, sempre indaffarata, quasi avessero addosso tutti l’argento vivo. E lui? Niente. Si era guadagnato il diritto alla flemma. Gli capitava, come accade a tutti, qualche episodio dove la frenesia prendeva il sopravvento e bisognava darsi da fare ma erano, per fortuna, momenti piuttosto rari. Così, pur non mancando ai suoi doveri, cercava di tenere un passo che fosse, come dire, il più lento e ragionato possibile. E, bene o male, ci riusciva. Al Circolo Operaio bavenese ci andava soprattutto il lunedì mattina, giorno di mercato, dopo aver bighellonato tra le bancarelle. Gli piaceva quel brulicare di persone che chiacchieravano e contrattavano le merci esposte con un vociare che metteva allegria. Quando c’erano i turisti, dalla tarda primavera alla fine dell’estate, era una vera e propria babele di lingue. Sarà stato perché pativa la solitudine o perché gli piaceva iniziare una nuova settimana con un poco di movimento dopo l’ozio domenicale, ma far due passi al mercato era proprio divertente. Non che ci andasse per comprare qualcosa. Gli capitava raramente e solo per alcuni capi di vestiario. Per i generi alimentari andava in uno dei due piccoli supermercati.

Anzi, per non far torto a nessuno, stava ben attento a fare la spesa sia in uno che nell’altro. Così, pensava, nessuno ne avrà a male. Tanto più che al giorno d’oggi i prezzi sono più o meno uguali e anche la qualità non si discosta di molto. Ma, compere a parte, il mercato lo metteva di buon umore. Confessava che rimpiangeva quando era in centro, occupando la piazzetta tra le scuole elementari, il retro del municipio e pure la via principale che costeggiava la scalinata della chiesa. In seguito, per non intralciare il traffico e agevolare la viabilità, venne spostato sul viale del ponte che attraversava il torrente Selvaspessa tra Baveno e Oltrefiume, piò meno all’altezza del punto dove in passato c’era la vecchia passerella. Era sì più funzionale al traffico ma anche più decentrato e, quindi, un po’ più scomodo. Comunque, ora che era in pensione, quella passeggiata era piacevole e, terminato il giro verso le dieci e mezza, si avviava pigramente alla volta del Circolo. Passava sotto il ponte della ferrovia, svoltando a destra sul viale alberato e scendeva a fianco della stazione ferroviaria proprio davanti all’entrata dell’imponente Casa del Popolo. Fuori, nella bella stagione, c’era sempre qualcuno che si sfidava sui campi da bocce, mentre gli altri avventori si dividevano tra coloro che sbirciavano la partita, leggevano il giornale commentando i fatti del paese o si lasciavano prendere la mano dal turbinio delle carte da ramino o da scopa. E lui, il ragioniere, dopo aver chiesto un bicchiere di spuma o, più raramente, una cedrata, rispondeva di buon grado ai quesiti di natura finanziaria che gli venivano posti. Del resto, come gli aveva detto il cavalier Borloni dandogli una pacca sulla schiena, anche se a riposo “si è sempre ragionieri, no?”.

Marco Travaglini

“DanzAzione”, un nuovo percorso educativo multidisciplinare

Conclusione Progetto “DanzAzione” con WORKSHOP 6 GIUGNO 2026 In Corso Sicilia 12,  presso il Circolo C.R.D.C

 

Ci vediamo sabato 6 giugno, a partire dalle ore 14 e fino alle 19, presso il Circolo Ricreativo Dipendenti Comunali di Torino, per un importante appuntamento rivolto a tutta la cittadinanza.

Siamo tutti invitati al Workshop che intende tirare le fila del lavoro svolto durante l’anno nell’ambito del progetto di “DanzAzione”, promosso da Yuki ASD-APS, Centro di Arti Marziali e discipline olistiche.

È un’iniziativa di altissimo profilo volta ad introdurre nelle scuole torinesi un nuovo percorso educativo multidisciplinare.

Lo scopo è quello di promuovere: una soglia elevata di benessere e consapevolezza di sé, trovare una via maestra verso l’inclusione, costruire ambiti educativi più accoglienti, rivolgere particolare attenzione ai giovani portatori di vulnerabilità.

Includendo anche studenti con disabilità cognitive e fisiche, ADHD, BES, e ragazzi provenienti da ambienti e contesti culturali molto differenti tra loro; con relative problematiche di reciproca conoscenza, rispetto e integrazione.

Il progetto, co-finanziato con i fondi dell’8 x 1000 alla Chiesa Valdese, ha preso il via nel quartiere Barriera di Milano, che non è esattamente uno dei più facili della città.

 

A svilupparlo e condurlo -mettendo a disposizione tutte le conoscenze, la bravura, anni di esperienza e pratica sul campo- è stato il pool di “DanzAzione” .

Più che un laboratorio, si definiscono: esperienza collettiva di “anime in movimento”, nata da Alessandra Barilla -danzatrice, danzaterapista e insegnante yoga-, Christian Andreotti -Maestro aikido-, e Fabiana Fabiani -coordinatrice, esperta di rilassamento e ricercatrice del movimento-.

 

Protagonisti dell’iniziativa, dunque, circa 50 studenti dell’I.I.S.”J.B.Beccari” e 25 professionisti nell’ambito socio educativo, tra: educatori, insegnanti, operatori sociali, psicologi e istruttori sportivi che hanno portato nelle scuole torinesi un nuovo percorso educativo multidisciplinare.

La prima fase del percorso si è svolta attraverso incontri mensili dedicati a docenti e operatori; nel corso dei quali si sono condivise tecniche e strumenti volti a rafforzare l’inclusione, l’ascolto e la gestione delle differenze nei contesti educativi.

I partecipanti, attraverso il movimento e linguaggi artistici, hanno potuto sperimentare modalità nuove e diverse sulla via di una maggiore concentrazione, migliore regolazione emotiva e benessere psicofisico.

 

In un secondo tempo, il progetto è entrato nelle classi e, i laboratori che sono stati ideati, hanno accompagnato i ragazzi in un percorso esperienziale -entusiasmante e rivelatore di nuove opportunità di crescita e realizzazione di sé- basato su corpo, respiro, creatività e presenza.

 

Fondamentale è stata l’introduzione di elementi strategici come: danzaterapia, yoga, aikido, teatro e momenti di verbalizzazione. Tutto si è svolto all’interno di uno spazio protetto, dove ognuno ha avuto la possibilità di esprimersi senza il peso di sentirsi giudicato, potendo così maturare una maggiore capacità di ascolto di sé e degli altri.

I tanti momenti condivisi, le pause, gli esercizi di contatto e le parole pronunciate durante gli incontri, hanno contribuito a creare e consolidare legami più forti, autentici e significativi tra i partecipanti….ed ecco lo splendido e, per certi aspetti, sorprendente “incontro di anime”.

É questo il meraviglioso risultato del lavoro di DanzAzione a cui assisteremo sabato. Esempio di successo da replicare…..