LIFESTYLE

Miss Italia riparte dal Valentino

La prima selezione provinciale Piemonte e Valle d’Aosta mercoledì 27 maggio alle ore 20, il look sarà un omaggio al Rosso Valentino

Dopo il gran successo degli scorsi anni, seguiti all’elezione, nel 2023, di Francesca Bergesio, originaria di Bra, in provincia di Cuneo, a Miss Italia Piemonte e Valle d’Aosta, Miss Italia riparte con un boom di iscrizioni.
Saranno cinquanta le aspiranti Miss che parteciperanno alla prima selezione provinciale Piemonte e Valle d’Aosta 2026, in programma mercoledì  27 maggio, dalle 20, nella stupenda location del parco del Valentino di Torino presso Villa Glicini, in viale Ceppi 5
È presente un grande entusiasmo intorno alla nuova edizione dello storico concorso di bellezza, che continua ad attirare centinaia giovani pronte a mettersi in gioco, mostrando il proprio talento e la propria eleganza, raccontando le loro storie di vita e i loro sogni, lontane dai social, ma presenti dal vivo sulla passerella.
Le selezioni regionali rappresentano il primo passo verso le finali nazionali per un programma che si preannuncia ricco di serate a base di spettacoli, moda e grandi emozioni.
“L’appuntamento di mercoledì inaugura il percorso regionale che porterà  alle finali nazionali del concorso più ambito dalle ragazze e che ancora oggi, a distanza di 87 anni, continua a far sognare, tanto che le iscrizioni sono in forte crescita, e le pre-selezioni che ci hanno portato fin qui sono state molto impegnative – spiega Mirella Rocca, agente esclusivista per Piemonte e Valle d’Aosta e a capo dell’agenzia CDH Model, che da quest’anno si è  unita a Miss Italia – Come nel 2025 , anche quest’anno abbiamo scelto per il Piemonte e la Valle d’Aosta un colore unico, che sarà il Rosso Valentino , in memoria del grande maestro dell’alta moda italiana. Il look sarà estremamente attuale, nello stile de ”Il diavolo veste Prada”. Inoltre, ad ogni appuntamento, le ragazze non solo sfileranno, ma si cimenteranno anche in brevi numeri musicali. Sono contentissima e orgogliosa delle mie aspiranti, che non  sono solo belle, ma anche intelligenti e portatrici di valori oggi difficili da trovare. Miss Italia non è solo un percorso di bellezza, ma anche di crescita umana e professionale che richiede molta preparazione.  Miss Italia è un sogno che continua sempre, anche in un momento così difficile per le donne”.
Tra le novità del 2026 vi sarà  l’unione tra Miss Italia e la Torino Fashion  Week , che si terrà dal 27 giugno al 2 luglio a palazzo Saluzzo Paesana, con due serate dedicate alla selezione, tra una finale regionale di Miss Torino Fashion Week 2026, che confermerà l’accesso direttamente alle finali nazionali .
Mara Martellotta

SANTANINFA Quando la creatività nasce da un amore, da un viaggio… e da un’intuizione dell’anima

Ci sono donne che seguono una strada già scritta.

E poi ce ne sono altre che la strada la cambiano mentre camminano, quasi senza accorgersene, seguendo il gusto, l’istinto, la curiosità, il bisogno profondo di trasformare tutto ciò che toccano in qualcosa che parli davvero di loro.

Sandra Giabardo Vallarino Gancia appartiene decisamente alla seconda categoria.

Nata e cresciuta in Veneto. Successivamente si sposa e si lega a uno dei cognomi storici più conosciuti delle Langhe e dell’Astigiano : quella della famiglia Vallarino Gancia .

La sua vita sembrava già disegnata dentro un’eleganza composta, raffinata, quasi prevedibile.
Un matrimonio, due figlie bellissime, una quotidianità apparentemente definita.

Poi però la vita, come spesso accade alle anime più vive, cambia ritmo.
Il matrimonio finisce. E proprio lì, dove molte persone si fermano, lei ricomincia.

Non con rabbia.
Non con clamore…ma quella forma rara di rinascita che nasce dalla curiosità verso il mondo.

Ed è proprio grazie ad un amore siciliano che tutto prende un’altra direzione.
L’amore quindi, la Sicilia, i colori, la luce, i mercati, le tradizioni, le mani che intrecciano materia e memoria, accudiscono sempre di più l’evoluzione sorprendente del domani che verrà .

Ed ecco comparire loro: le coffe siciliane.
Borse antiche, popolari, autentiche, nate per essere pratiche prima ancora che belle.
Lei le osserva, le studia, le ama immediatamente.
Ma dentro di sé sente che manca qualcosa…o forse, semplicemente, manca ancora lei.

Così Sandra torna a Torino con quell’idea in testa che continua a bussare.
Compra coffe semplici, essenziali, quasi nude e comincia a trasformarle.
Nastri, borchie , ricami vintage ,
Frasi disegnate sulla stoffa che parlano di mondi fantastici, dettagli eclettici, pizzi , abbinamenti e
colori inaspettati.

Ogni borsa smette di essere solo un accessorio e diventa un racconto. Un piccolo mondo personale. Un’identità da indossare.

Le amiche iniziano a notarle. Le chiedono, le vogliono. Una tira l’altra.
E così, quasi senza un business plan, senza strategie studiate a tavolino, nasce “Santaninfa”.

Un marchio che non nasce dalla moda ma nasce dall’anima.

Da quel momento la creatività prende velocità. Alle coffe si aggiungono clutch, giacche militari reinventate, capi vintage che tornano a vivere attraverso il suo sguardo.

Ed è qui che si comprende davvero il cuore del suo lavoro:
lei non personalizza semplicemente un capo. lei restituisce carattere alle cose.

Prende una giacca anonima e la trasforma in una dichiarazione di personalità.
Prende un tessuto e gli dà memoria.
Prende un colore e lo fa dialogare con un altro in maniera quasi istintiva, ma perfetta.

Ogni creazione sembra dire:
“Non esiste bellezza senza identità.”

Le sue mani costruiscono pezzi che mescolano Sicilia, Piemonte, internazionalità, vintage e contemporaneo, romanticismo e ironia, artigianalità e moda….ma soprattutto libertà.
Il suo successo esplode per la sua versatilità capace di plasmarsi su tutte le sue creazioni . Piace alle ragazze giovanissime come alle donne più mature proprio per questo motivo: non hanno età ma hanno anima.

E forse il segreto del suo successo è tutto qui. Nell’aver capito che la moda più interessante non è quella che omologa, ma quella che racconta.
Quella che fa sentire una persona unica, riconoscibile, viva.

Oggi Santaninfa è una realtà amata, cercata, indossata anche da personaggi dello spettacolo e da una Torino che continua a riconoscere in lei qualcosa di raro:
l’autenticità.

Ma la parte più bella della sua storia resta forse un’altra: la dimostrazione che a volte la vita ti porta lontano e non sempre attraverso ciò che avevi programmato…
ma attraverso ciò che hai amato davvero.

Un amore. Un viaggio. Una borsa vista in Sicilia.
E improvvisamente un destino completamente nuovo che prende forma tra nastri, ricami e meraviglia.

Con Santaninfa si respira ancora quella bellezza autentica che ha reso grande il vero Made in Italy: la ricerca dei materiali, la cura dei dettagli, la qualità, il gusto, l’anima artigianale di una sartoria che racconta ancora emozioni e identità.

In un mondo sempre più veloce e omologato, dove tutto rischia di assomigliarsi e perdere valore, il suo lavoro ricorda quanto sia importante preservare l’originalità, la creatività e il saper fare italiano.

E forse la speranza più bella è proprio questa:
che tanti giovani possano ancora imparare da realtà come Santaninfa, continuando a credere nella qualità, nell’unicità e nella poesia delle cose fatte con amore.

Monica Di Maria di Alleri Chiusano

La solastalgia, il disagio creato dai cambiamenti ambientali

Coniato dal filosofo Glenn Albrecht dell’universita’ di Newcastle in Australia, “solastalgia” e’ un neologismo che deriva dalla fusione di “solace” e “nostalgia”, che insieme creano  la nostalgia della conforto. È un termine che indica il senso di malessere che si genera quando l’ambiente circostante viene maltrattato, danneggiato e deturpato.  A dar vita a questa “patologia del luogo” sono fenomeni climatici estremi come tempeste e alluvioni, ma anche fuoriuscite di petrolio e altri disastri causati dall’uomo. Quando i territori a cui apparteniamo, quelli delle nostre radici, non sono piu’ riconoscibili ai nostri occhi e alla nostra memoria questo puo’ causare stress, ansia e malessere.

Ci si sente come se quei luoghi, che rappresentano la nostra identita’ ci fossero stati portati via, si crea un senso di smarrimento dovuto alla trasformazione della nostra casa, di quello spazio che ha la funzione di rifugio e di sicurezza sia fisica che psico-sociale. Albrecht comincio’ a parlare di solastalgiariferendosi alle vicende dell’ Upper Hunter Valley che vennemodificata, meglio dire stravolta, a causa delle  operazioni di estrazione mineraria  che avevano causato nei suoi abitanti importanti problemi di umore, rabbia e senso di frustrazione.


Gli interventi dell’uomo sull’ambiente naturale, sempre piu’spesso, hanno risvolti funesti non solo sul sistema ecologico, ma anche sugli esseri umani che lo vivono e che non lo riconoscono piu’ come loro habitat originario. Questo fenomeno nostalgico, sfortunatamente, non e’ piu’ ricollegabile unicamente a singoli eventi, ma  lo si puo’ trattare a livello globale a causa della massiccia attivita’ di antropizzazione che incede inarrestabile e di frequente in maniera irrispettosa. Quest’anno siamo rimasti tutti sorpresi dal caldo record e innaturalmente protratto al sud e dai violenti temporali al nord che hanno avuto il potere di distruggere paesaggi naturali e urbani; ognuno di noi guarda a questi fenomeni estremi con preoccupazione perche’ compromettono la possibilita’di previsione, di poter pianificare  molte attivita’, ma soprattutto creano la  sensazione di non essere al sicuro nel proprio ambiente.Si da’ origine cosi’ alla “ecoansia” che produce molti dubbi sul futuro, impedisce di progettare soprattutto ai giovani che gia’ da tempo hanno cominciano a ribellarsi. Diversi sono, infatti, gli interventi attivi di ragazzi, conosciuti e non, che alle conferenze dell’Onu o  alle manifestazioni in piazza con determinazionedenunciano lo sfruttamento del pianeta,  urlano la loro  paura per il futuro  chiedendo uno stop all’utilizzo indiscriminato e dannosodel nostro pianeta. Da una parte il progresso dall’altra la necessita’che questo sia sostenibile e riguardoso, generazioni a confronto sull’avvenire, ma di sicuro un malessere ecologico sempre piu’diffuso nel presente.

MARIA LA BARBERA

Le lasagne in bianco con verdura e salmone

Le lasagne sono sempre perfette, ideali per le occasioni speciali. Ricche e gustose si possono preparare in tante varianti sfiziose. Gustiamole in bianco con la verdura ed il pesce. 

Ingredienti 

1 Confezione di sfoglia per lasagna (senza precottura) 
200gr. di ricotta 
150gr. di mascarpone 
250gr. di ritagli di salmone affumicato 
1 palla di spinaci cotti 
500ml. di besciamella 
Pepe, sale, timo, parmigiano grattugiato q.b

Saltare in padella, senza condimento, i ritagli di salmone tagliati a striscioline. Lasciar raffreddare. Mescolare la ricotta con il mascarpone, unire gli spinaci cotti e saltati in padella, il timo, il sale, il pepe ed il salmone. In una teglia da forno imburrata assemblare le lasagne a strati alternando le sfoglie al composto e besciamella. Ultimati gli ingredienti cospargere con abbondante parmigiano. Cuocere in forno a 180 gradi per circa 30 minuti. 



Paperita Patty 

L’orologio conteso

Mirella, in quanto gazza, com’è facilmente intuibile dal nome, ha un piccolo particolare che la distingue dagli altri uccelli: subisce il fascino degli oggetti luccicanti, è attratta da quelli particolarmente colorati, che adora rubare e nascondere. “Comunque”, tiene a precisare con gli altri pennuti, “andiamoci piano con le offese: io non sono una ladra. Diciamo che ho la tendenza ad appropriarmi delle cose belle anche se non sono mie. Ma non è un difetto, semmai una qualità. Mi piace il bello e di fronte al bello non resisto. Suvvia, e che sarà mai?“

Mirella è una gazza ladra bella e furba. Bella, poiché possiede un piumaggio iridescente che la rende del tutto particolare, come solo gli uccelli eleganti sanno di poter essere. A prima vista è bianconerama, a seconda della luce, s’intravedono riflessi color verde metallico e grigi. Ne è consapevole e lo fa pesare agli altri uccelli durante il volo, quando alterna veloci battiti d’ala a lunghe planate, inarcando il becco con aria altezzosa. Anche quand’è a terra cammina e saltella impettita, tenendo la coda sollevata. Si crede molto furba e scaltra, abituata com’è a fregare il prossimo. Ma Mirella, in quanto gazza, com’è facilmente intuibile dal nome, ha un piccolo particolare che la distingue dagli altri uccelli: subisce il fascino degli oggetti luccicanti, è attratta da quelli particolarmente colorati, che adora rubare e nascondere. “Comunque”, tiene a precisare con gli altri pennuti, “andiamoci piano con le offese: io non sono una ladra. Diciamo che ho la tendenza ad appropriarmi delle cose belle anche se non sono mie. Ma non è un difetto, semmai una qualità. Mi  piace il bello e di fronte al bello non resisto. Suvvia, e che sarà mai?“. Mirella va presa così com’è. Si ritiene, nonostante il difettuccio, una gazza senza aggettivo. E pretende di esser chiamata esclusivamente con il nome proprio. Comunque, visto che – pur negandone l’evidenza – un po’ ladra lo è nei fatti, ha accumulato un bel bottino nel nido che si è ricavata tra le travi del solaio della signora Brigida, l’anziana proprietaria della locanda del “Monte Camoscio”. Lì, nel fitto intreccio di ramoscelli, brillano gli oggetti racimolati durante le sue scorribande. Un bottone dorato, una spilla di latta, una fibbia argentata, alcuni tappi di metallo a corona, una moneta da cinquecento lire di quelle vecchie, con incise le tre Caravelle, il cappuccio di una stilografica. Tutte cose belle, luccicanti e quindi di valore. Ma da un po’ di tempo Mirella ha messo gli occhi sull’orologio del capostazione Ballanzoni. Amleto Ballanzoni è un omone sulla sessantina, con il volto incorniciato da una folta barba bianca. I bambini, per questo, l’hanno ribattezzato “Babbo Natale”.

***

Lui, sempre sorridente e pacioso, non se l’è mai presa. Anzi: la somiglianza con il caro e simpatico vecchietto gli garba, strappandogli un sorriso. Da poco meno di trent’anni dirige con fischietto e paletta la stazione ferroviaria di Baveno, sulla linea Milano-Domodossola. Un tempo era una fermata importante, ora un po’ meno, ma il signor Amleto, con in testa il suo berretto da Capostazione di prima classe in panno rosso e galloni dorati, non si scompone. Il dovere è sempre il dovere. “I treni devono viaggiare in orario”, dice scrutando orgoglioso il suo Perseo meccanico, a carica manuale, con la lucida locomotiva turca disegnata sulla cassa. Quest’orologio da tasca, fissato al panciotto con una catena d’argento, è il segno distintivo del ferroviere, quasi un segno del comando. L’orologio assume un’importanza vitale e deve garantire l’assoluta precisione nel calcolo dello scorrere del tempo per regolare il traffico su rotaia. Tutto dipende dal tempo: tabelle, orari, coincidenze, scambi. Tutto dipende dalla sincronia degli orologi. E quello in possesso di Amleto Ballanzoni non è un orologio comune: è un modello costruito appositamente per le Ferrovie dello Stato e quindi è “l’Orologio”, quello con la “o” maiuscola. Preciso e infallibile, da mantenere sincronizzato e perfettamente funzionante. “L’orologio per noi è un po’ come l’Arma dei Carabinieri: nei secoli fedele”, sentenzia al bancone del Circolo Operaio l’Amleto, lisciandosi la barba. Beh, magari non dura proprio dei secoli ma qualche decennio sì. E il suo Perseoera lì, testimone muto ma preciso, a confermarlo. Il destino del ferroviere e quello del suo orologio sono talmente indissolubili che, di norma, vanno in pensione insieme. Infatti, deposto il berretto e riconsegnato fischietto e paletta, l’orologio rimane di proprietà, quasi fosse una medaglia, un distintivo, un segno di riconoscimento per chi ha fatto parte della grande famiglia dei ferrovieri. Proprio a quell’orologio mirava la gazza ladra. Per Mirella rappresentava l’oggetto del desiderio. Un lucente e ticchettante trofeo da aggiungere alla sua collezione. Di più: il pezzo più pregiato, la “chicca” di cui potersi vantare a destra e manca. Iniziò a svolazzare con aria indolente attorno alla stazione. Un battito d’ali così svagato non avrebbe destato i sospetti del capostazione che, tra l’altro, non pareva avere – così almeno pensava Mirella – grandi conoscenze in fatto di uccelli e quindi particolare timore nell’avvistare nei dintorni il volteggiare di una gazza, per di più ladra. Così, nei giorni scorsi, è accaduto il fatto più inatteso e terribile che l’Amleto Ballanzoni si sarebbe mai immaginato di vivere: il furto dell’orologio. Un furto con destrezza, senza dubbio. E’ bastato un attimo di disattenzione, uno sguardo distolto dal prezioso oggetto che il signor Amleto aveva appoggiato sulla scrivania dell’ufficio, dopo averlo staccato dalla catenella per poterlo lucidare per bene, e… puff! Sparito! Il disperato capostazione ha frugato dappertutto, in un crescendo di agitazione e sconforto. Niente. Il suo Perseo non c’è più. Vero che la porta e la finestra erano come sempre aperte ma, mio Dio, e’ successo tutto così in fretta da non riuscire a farsene una ragione. Chi può essere stato? Il perché lo si intuisce: era un signor orologio che poteva senz’altro far gola a qualche malintenzionato. Ma, nonostante si sforzi di pensare a chi possa essere il colpevole, l’identità del ladro rimane un mistero. L’orologio si e’, come dire?, volatilizzato! Non immaginava, il pover’uomo, di aver fatto centro con quella definizione. Sì, perché proprio su di un volatile andava concentrata l’attenzione e, successivamente, la ricerca della refurtiva. Amleto Ballanzoni, però, non s’intende per nulla d’uccelli. Sa distinguere un passero da un’aquila solo per le dimensioni. Sa tutto su locomotive, convogli, linee, ma di ornitologia non conosce nulla. Buio pesto. Non sapendo distinguere un tordo da un merlo, una beccaccia da una poiana, immaginarsi cosa può sapere delle gazze e del loro “vizietto”. Così Mirella impreziosì la sua collezione e per un po’ se ne stette buona buona a rimirare i suoi trofei senza sentire l’impellente bisogno di dedicarsi al furto, alla rapina, all’altrui alleggerimento. Al capostazione, con il morale sotto le scarpe, non restò che arrangiarsi in qualche modo. Nell’attesa di comprarsi un orologio nuovo, pur con la consapevolezza che come il suo Perseo non ce ne sarebbe stato più di eguale, ha recuperato dalla soffitta il vecchio pendolo a cucù. E’ un ricordo della zia Ermelinda che, a  sua volta, l’ha ereditato dal signor Giustinetti, un impiegato alle poste svizzere di Martigny che d’estate e per molto tempo soggiornò in una camera d’affitto qui, sul lago Maggiore. Per ringraziare la zia delle gentilezze e di un certo qual affetto che aveva in lei trovato corrispondenza, lasciò come pegno d’amicizia il simbolo più indicativo del tempo per uno svizzero: un orologio. Nella fattispecie, un orologio a cucù. Esattamente questo che, pur impolverato e con la superficie tormentata da qualche scalfittura, mantiene – a dispetto dell’età – un invidiabile funzionamento. Il meccanismo é in buono stato ma il merito del suo pieno recupero va tutto ad Amleto che, con passione e curiosità, si diletta a smontare e rimontare tutti i meccanismi che gli capitano tra le mani. E’ un pezzo veramente raro della produzione tedesca di orologi a cucù di fine ‘800, e deve avere anche un discreto valore economico. Il frontale riproduce, stilizzandola, una tipica stazione ferroviaria dell’epoca, in foggia neogotica. “Quasi un segno del destino”, commenta l’omone, piacevolmente sorpreso dalla scoperta. Il cucù se lo ricordava vagamente e vederlo ora come riproduzione del suo ambiente di lavoro e di vita gli fa dimenticare per un po’ il magone del furto subito. Il movimento, revisionato e sincronizzato, consente – allo scoccare delle ore – l’apertura di uno sportello dal quale esce un uccellino che esegue un intonato canto del cuculo. Tutto questo ovviamente grazie alla suoneria, ma il piccolo volatile canterino sembra quasi vero. “Non è la mia cipolla”, borbotta Amleto, “ma non è neanche poi male e, in fondo, tiene bene il tempo che poi è giusto il mestiere che deve fare”.

***

Così, il pendolo a cucù ha preso servizio. La cosa non è passata inosservata nemmeno a Mirella che, finita la fase contemplativa, ha ripreso i suoi giri. Udito il canto del cuculo, si è precipitata a curiosare dalla finestra dell’ufficio della stazione. Ciò che vede la lascia interdetta, con il becco spalancato. “Mamma mia, che fusto! Che melodia, che ugola intonata”, dice tra se, incantata davanti alla visione dell’uccelletto di legno che fa capolino dal pendolo al battere dell’ora. Mirella ha un tuffo al cuore. Avverte il fascino irresistibile del maschio canterino e, turbata, guardandolo con occhio languido, se ne innamora così, su due zampe. Il classico colpo di fulmine, direte voi. Sì, “le coupe de foudre”, come dicono gli svizzeri tra Losanna e Ginevra. Roba da lasciare lì stecchita la gazza, che dimentica d’essere ladra e s’immagina stretta in un abbraccio a cinguettare fitto fitto con quell’esempio superbo di germanico volatile. Come fare ad attirare la sua attenzione? Come farsi vedere e fargli sentire il piacevolissimo brivido che le intirizzisce le piume? Aspetta rapita per ore, alternandosi in volo tra il davanzale della finestra e l’albero di fichi lì davanti. Ogni tanto il cuculo esce, canta e poi si ritira dietro l’anta di legno. Non sembra interessato alla presenza di Mirella. Quasi non l’avvertisse. La gazza è incredula. “Ma come? Non avverte, quel pennuto, il mio fascino? Non incrocia mai il mio sguardo. Anzi, mi pare che tenga sempre gli occhi fissi davanti a se… E quel suo rimanere lì, impettito come uno stoccafisso? E’ una mia idea o quello se la tira un po’? “. Mirella, come tutte le gazze, è caratteriale, piuttosto scontrosa, scorbutica. Ma il fascino esercitato da quell’uccelletto del cucù è troppo forte e lei, nonostante tutto l’orgoglio, non puo’ (e non vuole) resistergli. “Che sia sensibile ai regali?”, pensa Mirella. Dopotutto le gazze come lei subiscono l’attrazione dei bellissimi oggetti lucenti. Chissà che quell’uccello, per timidezza, non avendo il coraggio di volar via da quella strana casetta, non abbia bisogno di qualche incoraggiamento? Detto e fatto, Mirella vola al suo nido e, preso il bottone dorato, lo posa sulla mensola a fianco del pendolo a cucù. Allo scoccare dell’ora, puntualmente, l’uccelletto fa capolino cantando e, senza rivolgere lo sguardo né a destra né a sinistra, ritorna in casa, chiudendosi la porta dietro le spalle. Forse il bottone è un po’ misero, pensa la gazza, e poco per volta si priva di tutto il suo patrimonio, accumulato di furto in furto. In ultimo si priva anche del pezzo più pregiato: l’orologio sottratto al capostazione mettendo a segno il colpo più bello della sua vita. E’ innamorata persa, la povera Mirella. Innamorata senza speranza, ignara del fatto che l’uccello di legno dell’orologio a cucù non può corrisponderle l’affetto essendo lui, per l’appunto, un finto volatile. Così, dopo tutto quel darsi da fare senza ottenere in cambio nemmeno uno sguardo, con il cuore gonfio di amarezza, la gazza fa per riprendersi le sue cose ma – colmo della disperazione – oltre al bottone, ai tappi e alla spilla non trova più l’orologio. Amleto Ballanzoni l’ha visto sulla mensola e, incredulo, si è dato una gran manata in fronte: “Eccolo lì, il mio Perseo! Vecchio balordo, cominci a perdere i colpi! L’avevo davanti agli occhi e non riuscivo a vederlo da tanto ch’ero agitato. Meno male, va… D’ora in poi starò più attento a dove metto le cose”. Per il capostazione, recuperato il prezioso orologio, il caso era chiuso. E il pendolo a cucù? Ormai fa parte dell’arredamento. Funziona bene e, per di più, è perfettamente in “linea” con l’ambiente dato che raffigura una stazione ferroviaria. L’unica modifica che Amleto ha deciso di introdurre riguarda quel fastidioso cuculo che canta, monotono, ogni ora. L’eliminazione è avvenuta senza troppe storie. E’ bastato spegnere il meccanismo della suoneria con l’apposita levetta e l’uccello resta, segregato e silenzioso, dentro la sua casetta trasformatasi in prigione. Mirella, ormai disperata, vedendo quella porticina chiusa ha deciso di andarsene via, il più lontano possibile da quell’odioso uccello pieno di sé che chissà poi cosa credeva di essere. Volata via e stabilitasi sulle colline del Vergante, dalle parti di Massino Visconti, ha conosciuto una gazza maschio. I due vanno d’amore e d’accordo, rastrellando oggetti per abbellire la loro dimora nel bosco alle pendici del monte San Salvatore. Amleto Ballanzoni, a sua volta, fischia e agita la paletta all’arrivo e alla partenza dei treni nella sua stazione, con il berretto rosso in testa e l’orologio ben saldo alla catenella del panciotto. L’uccelletto di legno riposa nella penombra della sua dimora in attesa di tornare a cantare allo scoccare di ogni ora. Può darsi che accadrà presto ma noi non lo sappiamo. E poi questa è un’altra storia.

Marco Travaglini

La tenue trama dell’acqua di lago

 

Bonaccia, tempesta, onda, schiuma, increspature del vento, sciabordio lungo i moli. Chi è nato sulle rive del Verbano o del Cusio, come i persici, ha nel sangue la trama dell’acqua del lago. Non è cosa che si possa capire fino in fondo se non s’avverte dentro, nel profondo di se stessi. Si avverte, si prova un debole per quei ghirigori disegnati dalle correnti in superficie. Sono disegni, rughe cesellate nell’istante stesso che precede la loro cancellazione da un’altra onda. Affascina lo scorrere lento della corrente nelle vicinanze delle foci degli immissari, con i pesci che si mettono di traverso, puntando il muso in senso opposto, tenaci come salmoni pronti a spiccare il salto. Come ogni cosa viva mettono a nudo il loro spirito ribelle e stanno lì, in direzione ostinata e contraria. Anche i colori del laghi a nord del Piemonte – Maggiore, d’Orta, Mergozzo – il più delle volte, non s’accontentano delle mezze misure prediligendo tonalità forti: grigio metallo e antracite sotto la pioggia battente d’inverno; verdeazzurro carico, pieno di vita e di promesse in tarda primavera; dolente e malinconico, pur senza rassegnazione, negli autunni dove il colore delle foglie dei boschi tinge di giallo e arancio il riverbero dell’acqua vicino alle rive. Sul Cusio, nell’ombra di una nuvola che accarezza il Mottarone e fugge via, rapida, verso l’alta Valsesia, irrompe la scia di una barca a motore che taglia a metà l’immagine riflessa per poi lasciare all’acqua il compito di ricomporla, con le forme morbide e mosse di un’opera di Gaudì. Torce le immagini, le confonde. A volte le piccole onde appaiono e scompaiono a pelo d’acqua lasciando immaginare le squame del mostro del lago. Ma ci sarà poi davvero, il mostro del lago? E cosa potrà mai essere? Uno di quei draghi che infestavano l’isola prima che San Giulio li scacciasse, arrangiatosi a vivere nei fondali più scuri per scansare l’esilio? E’ maschio o è femmina, come quella creatura scozzese che non ama farsi fotografare? Questo è il lago d’Orta. E nel lago, questo è certo, vivono quei pesci che hanno poca voglia di farsi pescare. Sostando sulle rive dell’Orta o del Maggiore si avverte subito l’odore dell’acqua. Un odore forte, intenso, d’alga e di sassi bagnati, del legno tirato a lucido e verniciato di fresco del fasciame delle imbarcazioni, di quel vento che viaggiando raccoglie e conserva odori e profumi. Le prime canne da pesca, rudimentali attrezzi di bambù che da ragazzi ci si costruiva da soli, nel tempo si sono raffinate grazie alle mani esperte di artigiani di talento. Ora le usano in pochi, sostituite da quelle lucenti, super tecnologiche, leggere e flessibili come giunchi. Le canne telescopiche al carbonio sono però troppo sensibili per le mani segnate dai calli dei vecchi pescatori. Se proprio occorre ammodernarsi, meglio quelle robuste, affidabili, in solida vetroresina. Si sentono bene al tatto, stringendole tra le dita. Quasi tutti gli amici possiedono canne simili. E spesso, insieme, si va a pescare. Un modo come l’altro per stare in compagnia, rievocando scampoli di vecchie memorie. Secondo voi, tra amici, solitamente dove ci si trova? All’osteria per una bevuta e quattro chiacchiere? Al Circolo per una partita a scala quaranta, una briscola chiamata o una più impegnativa scopa d’assi? Alla balera, per fare quattro salti in compagnia di quelle che un tempo furono ragazze e oggi, sempre più spesso,sono diventate delle vedove? Secondo voi, dove ci si trova? Al bar, al cinema, sulle gradinate di un campo di calcio di periferia guardando l’arrancare dietro una sfera di cuoio giocatori di squadre che spesso perdono, qualche volta pareggiano e raramente vincono? O magari giù in piazza, seduti in fila su una panchina a guardar passare la gente, commentare le novità e le maldicenze, discutendo di sport e di politica? Il mondo è paese, si sa, e anche i passatempi sono più o meno gli stessi. Ma con gli amici abbiamo deciso diversamente. Con rispetto per tutti abbiamo scelto un’altra strada. Intendiamoci: le cose citate le facciamo anche noi, per carità. Si fanno, si fanno ma quando decidiamo di stare in compagnia ci si trova tra di noi in riva al lago. Là dove il Cusio fa una piccola ansa va in scena da tantissimo tempo, quasi fosse una rappresentazione di tragedia greca, l’infinita gara a chi dimostra d’essere il più scaltro tra la combriccola di stagionati pescatori e quei persici diventati, con il tempo e con l’età, sempre più furbi e sospettosi. Chi abbocca? Chi fa la figura del pesce lesso? Noi, facendoci prendere per il naso da quei ciprinidi a strisce – pesci “della Juve” come dice storcendo il naso uno dei nostri, granata fino al midollo – o loro, ingannati dall’esca luccicante e dall’incontenibile golosità? Difficile dirlo. Ci si scambia spesso di ruolo, nonostante la sfuggevole abilità dei guizzanti abitanti del lago. Ma questa è la storia che accompagna le storie di chi è nato e vive sui laghi e che sente scorrere dentro di sé la trama fluida dell’acqua dolce.

Marco Travaglini

Mangiare esotico: Curry di pollo con riso Basmati

Un piatto esotico molto aromatico dal sapore particolare, speziato ma al contempo delicato.

Esistono molte varianti per preparare questa semplice ricetta, questa è la mia preferita.

Ingredienti

4 sovracosce di pollo
1 cucchiaio di curry in polvere
1 cucchiaino di pepe nero
1 cucchiaino di curcuma
1/2 cucchiaino di peperoncino in polvere
4-5 chiodi di garofano
1/2 stecca di cannella
1 pezzetto di radice di zenzero fresco
5-6 capsule di cardamomo schiacciate
1 cucchiaio di aceto bianco
2 spicchi di aglio
1 cipolla media
2-3 foglie di alloro
200ml di latte di cocco
Olio, acqua, sale, q.b.

Privare il pollo da grasso e pelle ed incidere la carne trasversalmente con un coltello. Mettere il pollo in una ciotola e cospargere con pepe, curry, curcuma, peperoncino, chiodi di garofano, cardamomo, cannella, sale ed aceto.
Massaggiare la carne con i guanti (per evitare di macchiarsi le mani) e lasciare marinare in frigo per alcune ore.
Scaldare l’olio in una padella, affettare aglio e cipolla sottilissimi, lasciar cuocere a fuoco basso sino a quando è lucida poi, aggiungere la carne e lasciar rosolare da ambo le parti a fuoco vivace per 5 minuti poi, coprire con acqua calda, portare a bollore e cuocere coperto per 30 minuti. Unire il latte di cocco, portare a bollore e proseguire la cottura per 10 minuti scoperto. Cuocere il riso in acqua salata, scolarlo e servirlo al naturale con il pollo,  nappare il tutto con la salsa al curry.

Paperita Patty

Dolcetto Summer Fest”

Sabato 6 giugno 2026 è in programma la quarta edizione del “Dolcetto Summer Fest”, un grande evento di degustazione che porterà nel centro storico di Rodello circa 40 produttori di Dolcetto da diverse aree del Piemonte, street food, musica e tanto altro ancora, per celebrare uno dei vitigni più rappresentativi del Piemonte e scoprire il fascino e l’autenticità di un borgo di Langa meraviglioso e ancora incontaminato.
Il programma prevede alle 15.00, presso il Teatro Chiesa dei Battuti di Rodello, il salotto-tavola rotonda “Dolcetto: il coraggio delle radici, la scommessa del territorio”, dialogo tra visione, racconto e cronaca con l’imprenditore Oscar Farinetti e l’attore Paolo Tibaldi moderati dal giornalista Filippo Larganà.
Alle 17.00 prenderà il via la degustazione dedicata ai wine lovers, che potranno accedere all’evento acquistando un pass di degustazione vini al costo di 20,00 €, che consentirà di degustare liberamente tutti i vini presenti: con le sue oltre 100 etichette, il “Dolcetto Summer Fest” è il più vasto banco di assaggio dedicato al Dolcetto nelle diverse denominazioni e peculiarità, narrate da produttori, consorzi e associazioni provenienti dalle principali aree vocate a questo importante vitigno. I visitatori potranno costruire il proprio percorso per aree tematiche per approfondire la conoscenza del vino, dei territori e dei produttori.
Ad arricchire l’offerta, a partire dalle 18.00, stand gastronomici e food truck dislocati nel centro storico, dove sperimentare sfiziosi abbinamenti in un clima festoso e conviviale.
Il costo del biglietto di ingresso al Dolcetto Summer Fest è di 20,00 € in prevendita online e include degustazioni illimitate, oltre al calice e la tasca porta bicchiere in omaggio.
Ad arricchire l’offerta, a partire dalle 18.00, stand gastronomici e food truck dislocati nel centro storico, dove sperimentare sfiziosi abbinamenti in un clima festoso e conviviale.
Il giorno seguente, domenica 7 giugno 2026, presso lo Spianamento di San Sebastiano a Diano d’Alba (CN) si terrà un pranzo accompagnato dai Dolcetto che hanno partecipato all’evento e verranno riconosciuti i migliori tre vini Dolcetto 2024 degustati dalla giuria di esperti durante la Degustazione alla Cieca aperta al pubblico, prevista per sabato 23 maggio 2026 a Montelupo Albese.
PRODUTTORI PRESENTI CON POSTAZIONE DEDICATA:
1 Abrigo Fratelli, Diano d’Alba (CN)
2 Adriano Marco e Vittorio, San Rocco Seno d’Elvio, Alba (CN)
3 Agnelli Viassone, Alba (CN)
4 Azienda Agricola La Ruota, Montelupo Albese (CN)
5 Azienda Agricola Stra, Novello (CN)
6 Boero Manuel, Monforte d’Alba (CN)
7 Bottega del vino Dogliani Docg, Dogliani (CN)
8 Brezza Giacomo e Figli, Barolo (CN)
9 Cantina comunale I Söri di Diano, Diano d’Alba (CN)
10 Consorzio di Tutela dell’Ovada Docg, Ovada (AL)
11 Fratelli Giribaldi, Rodello (CN)
12 Mossio, Rodello (CN)
13 Oberto Egidio, La Morra (CN)
14 Olivero Mario, Roddi (CN)
15 Poderi Colla, Alba (CN)
16 Produttori di Montelupo Albese, Montelupo Albese (CN)
17 Quila, Neive (CN)
18 Renzo Drocco, Rodello (CN)
19 Roccasanta, Perletto (CN)
20 Tenuta Gaggino, Ovada (AL)
21 Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy, Barbaresco (CN)
22 Traversa 1816 – Fratelli Rovera, Spigno Monferrato (AL)
23 Vigna Foresta, Isola d’Asti (AT)
24 Viticoltori Rodello di Anna Anselmo, Rodello (CN)
25 Elenco in aggiornamento…
BANCO D’ASSAGGIO DEL DOLCETTO:
1 Abrigo Giovanni, Diano d’Alba (CN)
2 Agricola Gian Piero Marrone, La Morra (CN)
3 Amalia Cascina in Langa, Monforte d’Alba (CN)
4 Angelo Negro, Monteu Roero (CN)
5 Borgogno Fratelli Serio & Battista, Barolo (CN)
6 Domenico Clerico, Monforte d’Alba (CN)
7 Gigi Rosso, Castiglione Falletto (CN)
8 Manzone Giovanni, Monforte d’Alba (CN)
9 Rizzi, Treiso (CN)
10 Terre del Barolo, Castiglione Falletto (CN)
11 Terrenostre, Cossano Belbo (CN)
12 Valletti Giacinto, Dogliani (CN)
13 Villadoria, Serralunga d’Alba (CN)
14 Elenco in aggiornamento…
STREET FOOD:
1 Apicoltura Avìe, La Morra (CN)
2 Cascina Buschea, Rodello (CN)
3 Mencos Brothers, Santo Stefano Belbo (CN)
4 Pro Loco Montelupo Albese
5 Pro Loco Rodello
6 Riso Scagliotti, Fontanetto Po (VC)
Per acquistare online:
Dolcetto Summer Fest 2026 Centro storico Rodello 06 giugno 2026 Biglietti- Strada del barolo
ALLA PROSSIMA !
LUCA GANDIN

Ancora insieme la Reggia di Venaria e il “Dolce Stil Novo”

Alla gestione del prestigioso ristorante stellato si abbina anche quella della “Caffetteria degli Argenti by Alfredo Russo” Ancora insieme la Reggia di Venaria e il “Dolce Stil Novo” di Alfredo Russo La Venaria Reale prosegue la sua lunga e prestigiosa partnership con lo chef Alfredo Russo e il ristorante “Dolce Stil Novo alla Reggia”: è stato infatti di recente rinnovato il rapporto che lega dal 2008 il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude con il celebre locale, magnificamente affacciato sul Belvedere della Reggia: da 18 anni consecutivi vanta l’ambìto riconoscimento della “Stella Michelin” con frequentazioni ed apprezzamenti ormai di livello internazionale, grazie appunto al talento indiscusso e alle doti dell’alta ristorazione di Alfredo Russo, incentrate su una filosofia innovativa e personale, ma con profonde ricercate radici nella tradizione italiana.

L’intesa prevede una novità assoluta e significativa: la gestione, sempre da parte di Alfredo Russo, anche del punto ristoro posizionato lungo il piano nobile nei pressi della Galleria Grande, la “Caffetteria degli Argenti by Alfredo Russo” che può adesso presentarsi con rinnovate e prelibate proposte culinarie, aggiungendo ulteriore charme e richiamo all’esperienza della visita. Particolarmente soddisfatti Michele Briamonte e Chiara Teolato, Presidente e Direttrice Generale del Consorzio: «Il rinnovo di questo accordo consente alla Reggia di Venaria non solo di proseguire, ma anche di accrescere la propria offerta di qualità nella ristorazione, confermando per i nostri turisti e non solo la proposta di un’esperienza di visita di pregio anche in questo speciale ambito: siamo compiaciuti che sia lo chef Alfredo Russo ad  operare per questa ulteriore sfida che senz’altro saprà interpretare con gli eccellenti risultati che ormai da diversi anni gli sono riconosciuti unanimemente anche all’estero».