LA VERSIONE DI GIUSI / di Giusi La Ganga
Di scissioni di partito me ne intendo, purtroppo. Le dinamiche sono sempre le stesse: I voti un po’ se ne vanno, molti restano, parecchi mandano a quel paese entrambi i contendenti. Il risultato finale è a somma negativa.

Per queste ragioni sono fra quelli che pensano che il PD debba essere difeso e sostenuto, per quanti errori abbia fatto l’attuale gruppo dirigente. Ho partecipato ieri alla riunione preparatoria dell’assemblea nazionale, che si terrà il 18 febbraio, dell’Associazione Democraticisocialisti, promossa dal Presidente della Toscana, Enrico Rossi, che intende tener viva, dentro e non fuori dal PD, la cultura socialista, rinnovata e attrezzata ad affrontare i tempi completamente nuovi di fronte a noi. Viviamo un passaggio difficilissimo della democrazia italiana, che sconta una classe dirigente inadeguata e litigiosa, con un elettorato che passa da un uomo della Provvidenza all’altro, senza rendersi conto che non esistono scorciatoie salvifiche ma solo la necessità di un duro lavoro di ricostruzione del paese.
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Si vuole andare di corsa a votare, senza mettere ordine nella legge elettorale e senza costruire i presupposti politici perché il voto risulti utile all’Italia. Ognuno fa un miope calcoletto di convenienza personale o di fazione. L’esito è già scritto, al di là delle frottole propagandistiche: l’ingovernabilità si accentuerà e le prospettive di un’Italia come la Grecia si avvicinano. Continua a sorprendermi il fatto
che molte persone che stimo non vedano o fingano di non vedere i pericoli che incombono. Che preferiscano applaudire entusiasticamente anziché provare a ragionare. Che si spellano le mani quando sentono dire che la legislatura è finita con il voto del 4 dicembre (ed è vero, nella sostanza) e che si indignano però se si fa notare come quel voto abbia anche chiuso il ciclo dell’attuale gruppo dirigente del PD e che sia necessario un nuovo congresso. In altri tempi, dopo tre sconfitte consecutive si sarebbe sentito il bisogno di una nuova legittimazione congressuale. Oggi si fa finta di nulla, anzi si spera che i contestatori (che non sempre hanno ragione) tolgano il disturbo.
Possibile che si debba andare baldanzosi verso un baratro?
Giusi La Ganga
Il Museo del Risparmio di Torino lancia una call for action: “fateci avere i vecchi quaderni dei conti della vostra famiglia”. Daranno un contributo prezioso alla mostra che il Museo sta preparando nelle sue sale in vista dell’8 marzo.
Venerdì 3 febbraio alle ore 18 nella sede del Centro Pannunzio, Sala “Sergio Pininfarina” (via Maria Vittoria 35 H, Torino), Pier Franco Quaglieni terrà una conferenza sul tema: 1947, UN ANNO CRUCIALE DELLA STORIA D’ITALIA, SETTANT’ANNI DOPO.
da una dittatura comunista incombente, facendo fare al Paese una scelta di campo inequivocabilmente occidentale. Si è trattato di un periodo tormentato, animato da forti passioni e scosso da profonde, laceranti conflittualità che hanno pesato nella storia successiva. Fu l’anno della Costituzione, del Trattato di Pace, del passaggio di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia, della scissione di Palazzo Barberini, della strage di Portella della Ginestra, della morte di Vittorio Emanuele III. I 70 anni trascorsi offrono l’opportunità di enucleare i temi più importanti per una ricostruzione storica mettendo a confronto tante opinioni discordanti per offrire a chi ascolta la possibilità di trarre le conclusioni che ritiene.
Già a partire da lunedì 30 gennaio saranno in funzione due coppie di treni regionali “Fast” in sostituzione dei Frecciabianca da Torino a Milano
di Pier Franco Quaglieni *
stellette, le sentivano come idealmente ” avvitate alla carne” .Un’espressione che, mi disse una volta il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,lo aveva ispirato nell’affermare che i carabinieri sentivano gli alamari “cuciti sulla pelle”. Parlando alla Prefettura di Savona ho ricordato anche la Principessa Mafalda di Savoia .Ma forse è troppo pretenderlo da chi ignora perfino gli internati militari. Si è tentato addirittura di equiparare gli ebrei della Shoah con gli immigrati arrivati in Europa, rasentando il ridicolo, con affermazioni goffe e antistoriche. Ma ci si è guardati bene dal parlare di Israele e dell’esodo odierno di tanti ebrei da un’Europa insicura ed impaurita che sembra arrendersi, senza nemmeno tentare di difendere della sua identità laica e cristiana.
per il suo rigore, i suoi docenti qualificati, la sua storia. Il primo in assoluto cui seguiva il “Domenico Berti”, lasciando in fondo alla classifica il magistrale “Antonio Gramsci”, un’enclave contestativa e facilistica che finì assorbito da altro istituto per mancanza di allievi.
presidente Davigo per le sue “apparizioni mediatiche autocelebrative”, parlando anche di “comunicati sterili” e della necessità di ripensare la “politica” dell’Associazione Magistrati, mi hanno indotto ad un ideale, forse troppo emotivo, parallelo con il giudice Bruno Caccia,freddato sotto casa dalla criminalità organizzata. Caccia si rifiutò di scioperare, sentendo la funzione del magistrato talmente alta e indipendente, da rendere incompatibile l’esercizio del diritto di sciopero da parte dei magistrati.Era una schiena diritta che non si piegava di fronte a nulla e a nessuno.
centenario nel 2015 , ci ha lasciato un libro che andrebbe riletto:”Bianco, rosso e grigioverde” edito da Fogola. Insieme ai libri di Giulio Bedeschi , Mario Rigoni Stern, Don Carlo Gnocchi, quello di Italo Ruffino è una testimonianza umana,letteraria e religiosa intensa.
Chiedere ai bambini cosa vogliono diventare significa educarli all’idea che in fondo tutto è possibile e se a cinque anni sognano di diventare astronauta, hanno tutto il diritto di poter esprimere il loro sogno. Influenzano i giochi, gli esempi, le trasmissioni tv. È ormai risaputo il potere orientativo delle fiction tv: ha fatto notizia in Olanda il boom di donazioni di organi riscontrato a seguito della messa in onda di una fiction che ne ha raccontato a lungo i benefici.
La fiction italiana è tornata di gran moda: dall’autunno 2015 alla primavera del 2016 sono state trasmesse in prime time ben 22 serie televisive con un ascolto medio di circa 4 milioni e mezzo di share. Fuori dal computo, ovviamente, il successo dei «Medici» targato dal Lux Vide e «The Young Pope» di Sky. Ma al di là di queste ultime due produzioni internazionali il racconto italiano – come pure ha sottolineato recentemente il più importante giornale economico francese Les Echos – sta vivendo una grandissima stagione: in Italia, ma soprattutto anche all’estero. Del resto basta citare i grandi successi di Gomorra e The Young Pope per scommettere che anche la saga dei «Medici» della Lux venduta già in mezzo mondo farà altrettanto. Al di là dei numeri quello che maggiormente colpisce del racconto italiano è la capacità di attraversare pubblici e generi diversi e fasce di età disomogenee. Un prodotto, insomma, che unisce e che è trasversale su tutte le piattaforme televisive italiane: dalla generalista alla pay passando per il web. E così, se le donne che guardano «Che Dio ci aiuti» (sempre Lux Vide 32,8% di share) il 25,1% degli uomini segue Don Matteo mentre il 42,1% dei giovani di età compresa tra i 12 anni e i 17 guarda «Braccialetti rossi» che è anche la serie con l’età media più bassa, 49 anni. il vantaggio di investire in fiction è giustificato da un lato dalle aspettative di audience della prima visione e dall’altro dall’elevata replicabilità e sfruttamento del prodotto. Se a questo si aggiunge che il valore medio stimato di costo è di circa 620 mila euro l’ora, allora,si comprendo anche meglio l’attenzione che i grandi network televisivi riversano sul seriale.
In tutto 23 relatori per Tedx Torino, l’evento promosso al Lingotto dal titolo ‘This must be the place’ in programma domenica al Centro congressi con il sostegno della Compagnia di San Paolo.
E’ iniziato il 20 gennaio 2017, da Foggia, il workshop tour di ARCO, l’Associazione dei Revisori Contabili Condominiali, per proseguire con Bari il 21 gennaio, Lecce il 27 e Trani il 28. A febbraio ARCO sarà a Napoli il giorno 10 per poi proseguire con l’11 a Roma e il 18 a Torino.

bombardamento americano di Tripoli (15 aprile 1986), ripeteva che, nonostante l’amicizia e i legami con l’Urss, non avrebbe mai ospitato sul proprio territorio aree militari sovietiche o di altri Stati. Ci voleva uno zar come Putin per andare a caccia di basi lungo le coste del Mediterraneo, dalla Siria al Maghreb. Su quella siriana può già dirsi soddisfatto con la base aerea di Khmeimim a Latakia oltre a disporre a suo piacimento della base navale di Tartus che già Hafez al Assad concesse ai sovietici nel 1971. Putin e Bashar Assad hanno appena firmato un accordo per allungare la presenza russa per altri 50 anni e per aumentare le dimensioni di Tartus che potrà ospitare almeno dieci navi militari.
sulla costa di Bengasi una seconda base e ne vorrebbe un’altra anche sul litorale egiziano, a Sidi el Barrani, sfruttando le ottime relazioni con il presidente Al Sisi, segnando così una svolta storica con l’Egitto dopo la cacciata di tutti i consiglieri militari russi dal Paese del Nilo ordinata da Sadat nel 1972. Obiettivi ambiziosi e rischiosi ma finora esistenti solo sulla carta e nei sogni di Putin. Il generale Haftar avrebbe firmato un’intesa con gli ammiragli russi a bordo di una portaerei al largo della Cirenaica che prevede la realizzazione di una base navale e aerea russa sulla costa della Libia, la prima in Nord Africa, a meno di 500 chilometri dalle acque territoriali italiane. Sembra di tornare ai tempi in cui, sulla tolda delle navi da guerra si stringevano alleanze militari, come avvenne nel 1945 nel Canale di Suez, a bordo dell’incrociatore Quincy tra Roosevelt e re Saud d’Arabia,
che garantiva ai sauditi protezione militare in cambio di petrolio. Non è certo un mistero che i rapporti tra Haftar e Mosca siano stretti e solidi già da tempo come dimostrano le visite ufficiali del generale di Tobruk al Cremlino, ricevuto con tutti gli onori di un capo di Stato, per chiedere armi e sostegno logistico al suo esercito cirenaico. “La Russia si muove in modo serio, commentava Haftar al “Corriere della Sera” qualche giorno fa, e fornirà armi solo dopo la fine dell’embargo nei nostri confronti che Putin vuole cancellare”. Il petrolio è al centro di ogni contesa, perchè la Libia è un immenso pozzo di greggio come ben sappiamo e le ricchezze del sottosuolo non sono un fattore marginale nei piani del Cremlino. L’assistenza dei russi al generale libico potrebbe essere un gesto ben calcolato per contare di più nell’area mediterranea, avvicinarsi al settore energetico nordafricano e controllare il traffico commerciale e militare lungo le coste. Mentre il petrolio fa gola a molti, da Haftar ai tripolini e alle numerose milizie in lotta per il controllo dei giacimenti, la produzione di greggio continua a crescere passando da 200.000 barili al giorno di un anno fa ai 700.000 di oggi, sebbene sia ancora molto lontana dai livelli dei tempi di Gheddafi quando superò un milione e mezzo di barili.
Chi controlla le risorse petrolifere controlla la Libia. Nell’estate scorsa le truppe di Haftar occuparono i pozzi nell’est lasciati pressochè indifesi dal governo di Al Sarraj, più un fantasma che un governo, troppo debole per difendersi dalle minacce e dagli attacchi ai palazzi del potere, provenienti da più parti e anche da milizie che sembravano ormai sconfitte. In Libia ci sono almeno tre governi in lotta tra loro: quello di Sarraj, nato dall’accordo firmato in Marocco nel dicembre 2015 con la mediazione dell’Onu, quello laico di Tobruk di Abdullah al-Thani con Haftar comandante dell’esercito, appoggiato da Egitto, Russia e Emirati Arabi Uniti e l’ex governo islamista guidato da Ghwell fino all’arrivo di Sarraj a Tripoli nel marzo 2016. Anche l’Italia è nel mirino delle forze che si oppongono all’esecutivo tripolino appoggiato da Roma e il recente attacco ai “ministeri” della capitale e nei pressi della nuova ambasciata italiana è una chiara sfida al nostro Paese. I gruppi islamisti e laici chiedono il ritiro dei soldati italiani da Tripoli e di non interferire negli affari interni libici. 