FOCUS / di Filippo Re
Un dittatore con il turbante nella Nato? È ancora presto per dirlo ma i diciotto articoli del nuovo testo costituzionale non promettono nulla di buono e sembrano segnare una netta svolta presidenzialista e autoritaria della Turchia di Erdogan. I primi articoli dell’attuale legge che si riferiscono alla forma repubblicana e alla laicità dello Stato non corrono pericoli ma ciò che sparirà dalle pagine della Carta riguarda la separazione dei poteri tra giudiziario, legislativo ed esecutivo per cui il “sultano” di Ankara avrà mano libera in tutti i settori. Controllerà ogni mossa della magistratura, nominerà giudici,

procuratori e ministri, potrà cacciarli quando vorrà ed emanerà decreti legge a suo piacimento, potrà sciogliere il Parlamento che avrà un ruolo decisamente minore di quello attuale e decretare lo stato di emergenza. Concentrerà nelle sue mani strapoteri per altri dieci anni. Il sogno di Recep Tayyip Erdogan, salvo colpi di scena, sta per diventare realtà: trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale e governare da monarca assoluto. Rimarrà in carica per due mandati, pari a dieci anni. In realtà governa già da tempo il Paese con il pugno di ferro e il fallito mini golpe del luglio scorso lo ha reso ancora più forte. Così ha deciso il Parlamento di Ankara che ha approvato la riforma radicale della Costituzione in senso presidenzialista.

Non è stato difficile avere i voti necessari in aula con l’opposizione decimata dagli arresti e intimorita dai toni del leader massimo. Per evitare problemi Erdogan ha trovato un fedele alleato nei nazionalisti di estrema destra del partito Mhp, il movimento da cui uscì il killer turco Alì Agca che attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981.

Ma ora si guarda al prossimo passo, resta infatti ancora un scoglio da superare, il referendum popolare a cui sarà sottoposta la riforma il 16 aprile. L’esito appare sicuro anche se non tutti i sondaggi danno per scontata la sua approvazione. Se il presidente verrà confermato alle elezioni del 2019, Erdogan potrebbe governare per altri dieci anni, fino al 2029 con poteri speciali, come un dittatore, instaurando una specie di “sultanato”. Più a lungo di Ataturk che guidò la Turchia dal 1923 al 1938. I segni di megalomania e autoritarismo si sono manifestati alcuni anni fa anche in progetti faraonici e costosissimi come la costruzione del nuovo palazzo presidenziale ad Ankara (oltre 300 milioni di euro) due anni fa. Un gigante immane (1200 sale in stile neo-ottomano) protetto da oltre mille poliziotti, 3000 telecamere e da una guardia molto speciale. Il presidente-sultano riceve capi di Stato, ministri e ambasciatori, scortato da soldati in costume che rappresentano “i sedici imperi” della storia turca.

La sfrenata ambizione di Erdogan di far risorgere una Grande Turchia neo-imperiale avanza come un fiume in piena, di pari passo con una repressione che lascia sempre meno spazio di manovra all’opposizione politica. I leader che cercano di opporsi ai diktat del presidente finiscono dietro le sbarre come il capo del partito filocurdo (Hdp) Salahettin Demirtas che rischia 60 anni di carcere con l’accusa di aver organizzato “un gruppo terroristico” ma anche le altre forze politiche sono sorvegliate da vicino come gli esponenti del Partito repubblicano del popolo (Chp) e i curdi, contrari alla bozza costituzionale. Ha fatto scalpore ciò che è accaduto a un tranquillo deputato curdo, cacciato e sospeso dal Parlamento solo per aver ricordato il genocidio degli armeni e delle altre minoranze compiuto dai turchi negli anni della Grande Guerra.

Per il despota d’Oriente i giochi non sono ancora fatti anche se la campagna referendaria si svolgerà in un clima di tensione e di repressione contro la stampa di
opposizione. Dovrà alzare la guardia anche nei confronti del terrorismo jihadista, uno dei tanti nemici interni che lo ossessiona da qualche tempo. Dopo gli ultimi attacchi, come quello nella discoteca di Istanbul a Capodanno, che hanno insanguinato il Paese, Erdogan ha scatenato la caccia alle cellule dell’Isis ormai ramificate in gran parte della Mezzaluna, ad Ankara, Istanbul, Bursa e a Gaziantep, al confine con la Siria e con una consistente presenza di miliziani neri. Retata anche a Smirne, sulla costa Egea, dove sono state arrestate diverse persone sospettate di aver legami con il Daesh e di voler seminare il panico in città con nuovi stragi. Ma anche nel cuore dell’Anatolia, nella Turchia profonda, il Califfo recluta miliziani per la guerra santa contro infedeli e “traditori” musulmani, come a Konya, antica capitale del sultanato turco selgiuchide, diventata una base per reclutare combattenti per la Siria. Qui, a Konya, la città del poeta sufi persiano Mevlana Rumi (i famosi Dervisci ruotanti), l’attentatore uzbeko del Reina sul Bosforo aveva preso un alloggio con la sua famiglia.
(Dal settimanale “La Voce e il Tempo” – Filippo Re)

nuove e condivise”. Porzio ricorda un’analisi Ismea sui punti di debolezza dell’export del vino presentata qualche giorno fa da Tiziana Sarnari: “Elevata frammentazione degli operatori, incapacità di fare sistema, scarse alleanze produttive e commerciali con aziende estere, difficoltà della UE a concludere accordi di libero scambio, posizionamento dei vini italiani all’estero non sempre adeguato con eccessiva competizione sul prezzo, difficoltà a comunicare efficacemente la grande diversità e varietà del vino Italiano con vitigni, territori, denominazioni, uno sviluppo più intenso delle esportazioni avrebbe bisogno di più “protagonisti”. Si conclude: “L’Italia vince le sfide della competizione internazionale quando riesce a fare sistema, ad innovare nella qualità e a comunicare la diversità”.
8.400 soci, 37 sono associate e rappresentate da Vignaioli Piemontesi con 6.242 aziende vitivinicole.
Inoltre verranno presentati i traguardi raggiunti dai musei e i progetti futuri insieme al calendario degli eventi legati alle celebrazioni di questo decennale. Dalle 18,00 alle 23,00 apertura straordinaria del Museo di Anatomia e del Museo della Frutta con ingresso gratuito. Dalle ore 21 alle 23, ogni trenta minuti circa, partiranno visite guidate gratuite. Alle ore 19,30 l’Ora del Vermouth offerto da “Antica Torino” di Torino.
Meglio tardi che mai…come ho sostenuto più volte, quale alternativa ad un Euro a 2 velocità come finalmente ipotizzato
basterebbe che i pagamenti dello Stato venissero rifatti in Lire: Nel giro di pochi anni si genererebbero due masse monetarie equivalenti ad un rapporto di cambio fissato dal mercato interno, dopo di che, sarà il Mercato stesso a decidere quale delle due prevarrà ( e non è difficile ipotizzare quale).
produttività!), o si lasciano le cose come sono e in pochi anni la distruzione definitiva delle Economie europee non-tedesche è certa, oppure, salvo ipotizzare come altra alternativa un’Euroarea a due velocità EuroNord/EuroMed, bisogna pensare ad un piano, più che sostitutivo, integrativo dell’Euro, per quanto attiene nello specifico all’Italia, con una nuova Lira. La reintroduzione della Lira dovrebbe procedere con la creazione di una doppia valuta circolante in Italia, senza eliminare in una prima fase l’Euro. Lo Stato provvederebbe ad effettuare tutti i pagamenti nella nuova( potrebbe avere un rapporto di 1:1 con l’Euro) o nella reintrodotta vecchia Lira( rapportata con l’Euro a 1936, 27), e sarà poi il Mercato, in funzione delle variabili macroeconomiche( tassi d’interesse, inflazione, crescita, massa monetaria) a determinare gli equilibri fra le due divise interne, la cui massa monetaria( con quelle che sono in Italia le spese dello Stato!) entro breve tempo dovrebbe andare ad equivalersi, onde alla fine, “la vinca la più adatta” al Paese( con quasi totale probabilità sarà da nuova Lira, svalutata – e così l’Economia nazionale ne trarrà in immenso sospiro di sollievo- rispetto all’ Euro, che è, come da millenni a partire dai Sesterzi, certamente più aderente alle caratteristiche dell’Italia).


uomini. 
Il Rettore presenterà alla comunità accademica, al sistema socio-economico e agli ospiti istituzionali le strategie e i progetti che l’Ateneo metterà in campo, forte dei risultati positivi conseguiti negli ultimi anni.“Per dare una risposta adeguata alle aspettative del sistema socio-economico e interpretare correttamente la propria missione”, fa presente il Rettore Marco Gilli, “il nostro Ateneo ha potuto avvalersi negli ultimi anni di una solida condizione economico-finanziaria, dovuta a un’attenta politica di contenimento dei costi, all’acquisizione di una parte crescente della percentuale premiale di Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), ma soprattutto all’acquisizione di fondi competitivi internazionali e al consolidamento di contratti di partnership con il sistema delle imprese.”
Il Politecnico ha approvato un bilancio di previsione 2017 rivolto allo sviluppo di iniziative a sostegno dei propri studenti, delle attività di ricerca e di internazionalizzazione, dello sviluppo culturale e tecnologico del territorio, con investimenti superiori ai 50 milioni di euro. Il numero di docenti torna a crescere: da metà 2014 a fine 2016, sono state aperte complessivamente 430 posizioni; “Il maggior investimento in risorse umane degli ultimi quindici anni”, commenta il Rettore. Il progetto Visiting Professor, che ha consentito di accogliere più di 30 docenti di elevata reputazione internazionale con il solo bando 2016, l’introduzione di uno starting grant per i professori non provenienti dai ruolo del Politecnico, la selezione di ricercatori da destinarsi a tempo pieno ai Campus all’estero e una call per professori esterni che ha portato a quasi 200 candidature per venire a lavorare al Politecnico completano l’investimento sul capitale umano, anche in un’ottica di internazionalizzazione.
criticità che ormai è diventata emergenza: “Senza un supporto da parte delle Istituzioni per il reperimento in tempi brevi di aree e spazi adeguati, che consentano l’estensione del Campus della Scuola di Ingegneria, non saremo in grado di fare di più ed anzi ci troveremo costretti a restringere ulteriormente gli accessi, a meno di rinunciare, e non lo faremo mai, alla qualità della nostra offerta formativa”, commenta Gilli, che ricorda la centralità anche degli altri progetti edilizi già avviati, da ToExpo al MOI.
Fino al 19 febbraio si rinnova l’appuntamento con la 8a Campagna Nazionale della Fondazione per il Tuo cuore Onlus di ANMCO – Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri
Complessa di Cardiologia Ospedale “Garibaldi-Nesima” di Catania e Responsabile del Settore Operativo “Progetto di Prevenzione Nazionale Banca del Cuore“ – Protagonista di eccellenza anche di questa edizione è infatti la Banca del Cuore, quest’anno estesa grazie al nuovo Progetto “Truck Tour Banca del Cuore” che in questi giorni affronta la tappa Sanremese, la prima delle tante che effettuerà nei prossimi 8 mesi nelle oltre 30 città italiane, rappresentando l’evoluzione di una prevenzione cardiovascolare che si sposta “porta a porta” a casa degli italiani.”
Campagna, molte delle quali rivolte alla prevenzione delle malattie cardiovascolari e all’educazione a un corretto stile di vita che permetta di avere un cuore sano – aggiunge Andrea Di Lenarda Presidente Nazionale ANMCO – A queste si sommano dibattiti e incontri con i cittadini all’interno delle stesse strutture ospedaliere e nei teatri, cinema e scuole coinvolte dall’iniziativa. La Banca del Cuore rappresenta una iniziativa di grande rilevanza e impatto per la popolazione italiana, motivo per cui anche la nostra Associazione promuove con forza questo Progetto per il suo alto valore educativo e per il suo forte messaggio in favore della salute dei nostri pazienti”.
Baloccarsi su cosa scrivere sulla targa è inutile se non si ricostruisce l’insieme. E dall’insieme risulta che violenza politica, violenza terroristica, terrorismo sono difficilmente scindibili in quegli anni di piombo. Anche le parole sono pietre, diceva Carlo Levi, pietre che uccidono come la P 38
La polemica su cosa si deve incidere sulla lapide (violenza politica? violenza eversiva? violenza terroristica? terrorismo?) appare un po’ pretestuosa, soprattutto quando si vuole sostenere che quella vicenda terribile fu solo violenza politica. L’uso di bombe molotov in manifestazioni non è mai solo violenza politica. Assaltare la sede del MSI, partito che aveva una folta rappresentanza in Parlamento, è un’idea inconciliabile con la convivenza civile. Le idee si combattono con il confronto delle idee ,non con le aggressioni alle sedi. Altrettanto per l’assalto di tipo squadristico all’”Angelo Azzurro”.
per i compagni di LC, laureatosi proprio nel 1977,anno della morte violenta di Crescenzio, che pure passò un anno in carcerazione preventiva per quell’episodio, si è sempre dichiarato innocente e quindi non si è mai espresso su quel dramma, pur prendendo successivamente le distanze dall’uso della violenza. Nel 2006 ebbe la riabilitazione del Tribunale di Torino e questo chiuse per sempre il discorso giudiziario. E’ vero che nel 1976 Lotta Continua si sciolse proprio di fronte al dilemma del terrorismo, ma una parte significativa di suoi militanti confluirono nei gruppi terroristici.
presidente Ciampi non firmò. Baloccarsi su cosa scrivere sulla targa è inutile se non si ricostruisce l’insieme. E dall’insieme risulta che violenza politica, violenza terroristica, terrorismo sono difficilmente scindibili in quegli anni di piombo. Anche le parole sono pietre, diceva Carlo Levi, pietre che uccidono come la P 38. In particolare l’idea di ridurre la portata della tragedia dell’Angelo Azzurro con una variazione del testo della lapide appare profondamente sbagliata. Soprattutto sbaglia in modo clamoroso chi vuole ricondurre la responsabilità al clima di quegli anni. E’ un vetero sociologismo di convenienza che va respinto. Ciascuno è sempre responsabile dei suoi atti. LC fu un gruppo violento ed eversivo perché la Costituzione consente solo ed esclusivamente manifestazioni pacifiche. Chi ha fatto ricorso alla violenza è quindi eversore delle istituzioni repubblicane. Chi si aggrappa ai nominalismi intende magari ,al di là delle sue stesse intenzioni,non fare fino in fondo i conti su una pagina nera e rossa della storia italiana, rossa anche di sangue versato da vittime innocenti. L’assalto all’Angelo Azzurro fu un atto criminale che non può trovare attenuanti. Di criminalità politica ed eversiva, in una parola terroristica, non foss’altro perché generò terrore in una città già straziata ed umiliata. Non dimentichiamo che nello stesso anno venne ammazzato Carlo Casalegno e ci fu chi persino all’interno di una redazione de “La Stampa” ne gioì.
ruolo istituzionale ,ha ricordato che nel movimento studentesco e nell’autonomia il terrorismo trovò terreno fertile . Gli aspetti penali della questione sono archiviati da tempo. Quelli storici ed anche politici no. I fiancheggiatori di allora ,i simpatizzanti, quelli che non andarono in piazza San Carlo per il “reazionario” Casalegno, quelli che parlarono di sedicenti Brigate rosse e poi di compagni che sbagliano, sarebbe bene che stessero zitti ed evitassero anche di farsi vedere all’inaugurazione della lapide.

