ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 645

“Con la pensione vivo meglio all’estero”

Una volta raggiunta l’agognata pensione l’obiettivo è fare la valigia e trasferirsi all’estero. La  prospettiva di assegni sempre più bassi, fa sì che quasi due torinesi su tre, il 60%, siano disposti a trasferirsi all’estero per poter mantenere un tenore di vita simile a quello attuale e trovare un ambiente e servizi più adatti alla terza età. I dati giungono dall’Osservatorio welfare di Reale Mutua. Un abitante di Torino su due teme che la propria pensione non sarà sufficiente a mantenere un tenore di vita adeguato una volta fuori dal mondo del lavoro, e un altro 30% prevede molta incertezza all’orizzonte.  Non poter sostenere le spese mediche di cui si potrebbe aver bisogno andando in avanti con gli anni è uno dei timori principali  (44%) appore la paura di cadere in povertà assoluta (30%). Preoccupati in molti anche per  il rischio di dover gravare economicamente sulla famiglia  per le necessità quotidiane (29%) e non riuscire a dare sostegno economico a figli e nipoti (25%).

 

(foto: il Torinese)

Con il dissidente Franzoni scompare un profeta del nostro tempo

di Pier Franco Quaglieni

E’ morto all’età di 88 anni Giovanni Franzoni , la figura più significativa del “dissenso cattolico”, molto più importante, ad esempio, di don Milani di cui ricorre, celebratissimo, il cinquantenario della morte che ha portato papa Francesco a Barbiana, dove Milani esercitava il suo ministero e conduceva la sua scuola

Anche Torino è città che avuto i suoi dissidenti con la creazione di comunità di Base come quella del Vandalino che ancora oggi ha un suo giornale “Il foglio”; Pinerolo è ancora oggi caratterizzata dalla figura,  in certo modo carismatica, di Franco Barbero ex prete sposato che continua a celebrare matrimoni tra omosessuali. Si dovrebbe anche parlare di molti “preti operai” che a forza di sentirsi operai, in alcuni casi, dimenticarono di essere soprattutto preti. La personalità per anni emergente a Torino è stata quella del cardinale Michele Pellegrino, più familiarmente, come lui desiderava, padre Pellegrino: non giunse mai a farsi chiamare padre Michele perché i tempi forse non erano ancora maturi. Era stato un insigne cattedratico dell’Università di Torino, scelto come nuovo vescovo di Torino da Paolo VI ,che aveva un debole per gli intellettuali. Il cardinale Pellegrino protesse le comunità di base e ,come risaputo, intrattenne un dialogo con il futuro sindaco comunista di Torino all’insegna di una costante apertura della Chiesa a sinistra. Ci furono momenti -per fortuna abbastanza brevi -in cui non si capiva più quale fosse la differenza tra Chiesa ufficiale e dissidenti.
Tutto era nato nel clima del ’68,quello che Bersani auspica che torni(sul tema è il caso di tornarvi),del rifiuto di ogni principio di autorità, di una lettura senza guida delle scritture a cui venivano attribuiti significati lontani da quelli tradizionali tramandati dalla gerarchia. Significati che non è inappropriato definire sovversivi ,quasi Gesù fosse stato un profeta dell’anticapitalismo. Uno dei pochi preti coraggiosi fu don Alberto Prunas Tola, che, pur aperto al dialogo con i dissidenti, seppe affermare il necessario primato del Papa come guida ,specie in momenti tanto burrascosi per la navicella di Pietro.

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Nel rapporto con il cardinale torinese che gli fu molto amico, è collocabile anche l’abate dei benedettini di San Paolo fuori le mura a Roma, dom Franzoni (dom, abbreviativo di dominus) titolo spettante agli abati che, nel caso di San Paolo, non erano sottoposti ai vescovi, ma direttamente al Papa. Il cardinale non ufficialmente, ma privatamente, sostenne Franzoni e gli fu vicino anche dopo la sospensione a divinis e la sua riduzione allo stato laicale. Franzoni fu in prima fila nella battaglia per il divorzio ,dopo essersi correttamente dimesso da abate. L’ho conosciuto nel 1974 durante la battaglia per il referendum a sostegno del divorzio. Ebbe il coraggio di affermare chiaro e netto che il matrimonio indissolubile era un sacramento che non poteva essere imposto ai non credenti o ai diversamente credenti attraverso una legge dello Stato. Fu la punta di diamante dei Cattolici per il no che ebbero in Ettore Passerin d ‘Entrèves uno dei più illustri sostenitori. Il divorzio vinse anche per merito di questi cattolici laici. Erano cattolici laici, ma certo molto lontani dal liberalismo che, anzi, vedevano come il fumo negli occhi. In poche battute con lui fu subito chiaro il suo pensiero. A Torino ,stranamente, è stato dimenticato. Ricordo una cena frugale con lui e Pannella. Parlammo di tutto ,di laicità , laicismo, liberalismo, comunismo. Incredibilmente parlammo persino di un intellettuale, Giovanni Papini, convertito tardivamente al cattolicesimo. Era un uomo aperto agli altri, tollerante, pur intransigente nelle sue scelte che gli causarono la riduzione allo stato laicale. Franzoni che fondò anche lui una comunità di base ,rimase coerente con le sue idee, preferendo il silenzio mediatico. Non si lasciò più sfruttare dalla propaganda. Una scelta che gli fa molto onore. Passò decine d’anni di sofferenza e di isolamento.Ma non rinunciò mai a sentirsi figlio della Chiesa, anche perché non venne scomunicato. Era molto stimato come teologo da Paolo VI e parteciperò come abate di San Paolo alle due ultime sedute del Concilio Vaticano II.

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Lui pensava che il Concilio avrebbe dovuto modificare radicalmente la Chiesa nei suoi rapporti con il Terzo Mondo e con il potere economico. Il Concilio certamente fu per la Chiesa una svolta importante, ma questa svolta non poteva avvenire nei tempi e nei modi voluti da Franzoni. Era tempo di preti guerriglieri che nel Sud America avevano imbracciato il mitra,seguendo l’esempio di Che Guevara. Nel 1975 si espresse a favore del Pci di Berlinguer e poi ancora a favore dell’aborto ,sia pure con qualche riserva,limitandosi a dire che se l’aborto veniva praticato, andava anche regolamentato per legge. Sul tema dell’aborto io avevo una diversa sensibilità , nutrivo dei dubbi che espresse anche Norberto Bobbio. Per i laici torinesi e non solo, Bobbio era un’autorità e i suoi dubbi furono anche quelli miei e di alcuni miei amici. Non mi sentii di impegnarmi come per il divorzio, pur rivendicando la laicità dello Stato come valore e metodo liberale. L’idea che non fu solo di Franzoni ma di tanti cattolici ed anche preti, di trovare nel marxismo la soluzione dei problemi si rivelò assai poco lungimirante. Franzoni non poteva non vedere cosa fosse il comunismo reale, non poteva non capire che l’invasione di Praga nel 1969 da parte dei carri armati sovietici aveva svelato anche ai ciechi la verità .Soprattutto non poteva non vedere che il problema della miseria il comunismo sovietico e neppure quello cinese erano riusciti a risolverlo in modo accettabile. I diritti umani venivano confiscati ai sudditi dell’impero sovietico che era anche un impero guerrafondaio ed imperialista. Sul dissidente Sakharov, almeno da quello che mi risulta, non scrisse parole di solidarietà. Egli ha avuto la possibilità di constatare la morte del comunismo e di sopravvivergli molti anni. Non ho più avuto rapporti con lui, ma credo che qualche dubbio gli sia venuto.

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L’editore liberale Rubbettino (e in questo davvero significativo) pubblicò due libri suoi molto interessanti che bisogna leggere per capire il travaglio interiore sincero dell’ex abate che continuò la vita austera del monaco, anche dopo i provvedimenti della Chiesa nei suoi confronti che lo fecero molto soffrire. L’editore liberale ,ripresentando i suoi libri dopo la sua morte, parla di “una delle voci profetiche più audaci e forti del cristianesimo contemporaneo”. Secondo la sua comunità di base che è ancora funzionante, si trattava di “un maestro, un padre, un cristiano coraggioso, un annunciatore intenso ed appassionato del Regno di Dio, un profeta del nostro tempo”. I due libri “Autobiografia di un cattolico marginale” e “Diavolo e misericordia” meritano di essere letti. Resta un dubbio: come mai un uomo di quell’intelligenza e di quella cultura non abbia visto i limiti disumanizzanti del comunismo,la violenza che governava i paesi dell’Est, l’incapacità di far migliorare economicamente i sudditi dell’impero russo. Solo il comunismo cinese, con l’adozione di un capitalismo selvaggio, paradossalmente ha migliorato la situazione, pur imponendo ritmi di lavoro massacranti. Sono domande da porre, pur nel totale rispetto di un uomo che è stato coraggioso e coerente sostenitore delle sue idee e che quindi merita il massimo rispetto, forse persino una certa ammirazione.

Caso G7, se a Venaria i 5stelle locali scimmiottano quelli di Torino

STORIE DI CITTA’ di Patrizio Tosetto
Zio Chiampa salva per l’ennesima volta la sua amica Sindachessa”. Non c’e’ altra alternativa : si faccia il G7 a Venaria. D’accordo, meglio qualcosa che niente. Soprattutto sembra che lo spettro di Milano si allontani. Che poi il Chiampa nazionale faccia sicuramente il suo dovere sponsorizzando Venaria c(he, forse non si e’ capito, ma  e’ nella nostra regione e appartiene persino alla nostra provincia di Torino) non vi è dubbio.  Magnifica la reggia sabauda, meravigliosa “copia” di Versailles, di cui fu invero modello ispiratore, quando la nostra città  era capitale europea e i Savoia a corte parlavano francese. Torino caput mundi.
E senza togliere nulla a Venaria ed ai suoi cittadini continuiamo nel voler dire che Venaria è di Torino e non Torino di Venaria. Siamo campanilisti, legati alla storia che ci ricorda che nel cuore della città si e’ insediato il parlamento subalpino, il primo parlamento Italiano e Cavour mangiava una squisita  finanziera al ristorante Del Cambio. E poco più in la’ Carpano inventava  il Punt e Mes. Chissà  se gli amministratori grillini torinesi conoscono la storia o forse la devono ancora imparare. E  allora il vertice si faccia a Venaria, con una sola  preoccupazione: l’amministrazione comunale della città della reggia ha voce in capitolo? Speriamo di no! Sono pentastellati e non è per essere prevenuti,  ma come i grillini torinesi hanno scimmiottato i romani non vorremmo che quelli di Venaria scimmiottassero quelli di Torino. 
 

Chiamparino scrive a Telt su Chiomonte

Il presidente Chiamparino ha inviato nel pomeriggio di oggi una lettera al presidente di TELT Hubert du Mesnil e all’architetto Mario Virano, direttore generale di TELT.
Nella lettera il presidente Chiamparino esprime la sua sincera preoccupazione per le possibili ripercussioni occupazionali che deriverebbero da una mancanza di continuità dei lavori al cantiere di Chiomonte. Tale situazione, scrive Chiamparino, potrebbe attivare le già annunciate mobilitazioni da parte delle organizzazioni sindacali e potrebbe fornire argomentazioni ai detrattori dell’opera sulle mancate ricadute per lo sviluppo locale, creando inoltre criticità su un’area classificata “sito strategico nazionale” e che vede oggi il presidio continuo e costante delle forze dell’ordine.
Per questo motivo il presidente Chiamparino chiede l’istituzione di un apposito Tavolo per individuare quanto prima le più opportune soluzioni che consentano di intervenire su una situazione che rischia di avere effetti estremamente negativi e di compromettere i notevoli passi avanti realizzati nella pacificazione della valle e nell’isolamento delle frange più estreme del movimento NO TAV.

Legambiente, Carovana delle Alpi 2017

Sostenibilità ambientale, agricoltura sociale e di qualità e turismo dolce 

 tra le chiavi del successo delle pratiche virtuose dell’arco Alpino premiate con le bandiere verdi di Legambiente

Tre bandiere verdi ed una nera per il Piemonte, due bandiere verdi e due nere in Valle d’Aosta.
Tante le iniziative estive in calendario.

 

Legambiente: “Le Alpi risentono sempre di più degli effetti dei cambiamenti climatici. Urgente definire una politica nazionale che valorizzi le aree montane e coinvolga le comunità locali, replicando quegli esempi virtuosi già avviati sul territorio”

 

La sfida della sostenibilità ambientale e la lotta ai cambiamenti climatici passa anche per le Alpi. Patrimonio di inestimabile valore per i paesaggi e luoghi unici, oggi l’arco alpino italiano è anche la culla di tante esperienze virtuose, moderne e rispettose dell’ambiente, in grado di dar impulso ad una nuova economia e incentivare un turismo dolce, responsabile e rispettoso della natura. Buone pratiche montane che Legambiente racconta e premia con le tradizionali bandiere verdi di Carovana delle Alpi, la campagna che ogni anno monitora lo stato di salute dell’arco alpino analizzando le buone e cattive pratiche realizzate sul territorio da amministrazioni, imprese, associazioni e cittadini. Quest’anno sono ben 9 le bandiere verdi assegnate dall’associazione ambientalista su tutto l’arco alpino e che riguardano soprattutto diversi esempi virtuosi nell’ambito del turismo sostenibile, un bel segnale che arriva nell’anno internazionale del Turismo Sostenibile indetto dall’Onu. Il Piemonte ha ricevuto 3 bandiere verdi mentre 2 bandiere verdi sono state riconosciute a realtà valdostane.
Su tutto l’arco alpino sono in aumento le buone pratiche, ma non per questo gli atti di pirateria si placano. Se nel passato si osservava una maggior esplosione di progetti del tutto inusitati per follia e per dimensioni (nuovi villaggi turistici, grandi alberghi, ipermegafunivie in cima alle montagne), ora a fianco di un mondo che si va sempre più affermando in termini di sostenibilità, si reitera con caparbietà, sebbene su dimensioni più ridotte e meno creative, l’idea di una montagna che sta tra il luna park e il supermercato. Un luogo dove tutto può essere acquistato e consumato con leggerezza, nel caos più totale. Negli ultimi 150 anni le Alpi hanno registrato un aumento delle temperature di quasi due gradi centigradi, più del doppio della media globale dell’intero pianeta. Il recente Rapporto 2017 dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) dedica un capitolo intero alle Alpi per avvisarci di come gli impatti del cambiamento climatico saranno particolarmente rilevanti in questa regione. Principalmente si evidenziano una forte diminuzione di estensione e volume dei ghiacciai, uno spostamento verso l’alto di specie animali e vegetali, un alto rischio di estinzioni di specie, un aumento del rischio di parassiti forestali, un aumento del rischio di frane e valanghe, variazioni del potenziale idroelettrico e riduzione del turismo sciistico. I Protocolli della Convenzione delle Alpi, in particolare il Protocollo turismo (ratificato non solo dall’Unione Europea, ma da tutti gli Stati alpini, Italia compresa)vengono per lo più ignorati dai titolari delle bandiere nere e non solo da questi. La Convenzione stessa è vissuta da quasi tutte le istituzioni come un costrutto astratto e lontano dalla realtà. Si dimentica che essa rappresenta un impegno per gli Stati e un appello agli abitanti dell’arco alpino ad agire congiuntamente per garantire un futuro degno di essere vissuto. Un buon motivo quest’ultimo affinché gli organi preposti (Governo e Parlamento) s’impegnino concretamente e in tempi brevi con normative adeguate (una per tutte quella sui voli a motore a fini ludici in montagna) per rendere più cogenti gli indirizzi, al fine di ottenere ovunque nelle Alpi una corretta applicazione della Convenzione stessa.

 

“Anche quest’anno con Carovana delle Alpi torniamo a premiare quelle realtà che già oggi promuovono uno sviluppo sostenibile della montagna, creando vivibilità per i residenti, promuovendo turismo di qualità e salvaguardando e valorizzando il territorio – dichiara Fabio Dovana, presidente Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta –. Di pari passo però non mancano i casi di malagestione della montagna, di un’idea distorta di sviluppo, che depreda le risorse ambientali e mortifica l’ambiente e il turismo sostenibile e di qualità. Per poter toccare con mano la realtà montana Legambiente ha in programma per i prossimi mesi un fitto calendario di iniziative organizzate dai circoli territoriali, un modo per tutti i cittadini interessati per conoscere e condividere insieme una visione di montagna capace di futuro” 

 

Bandiere Verdi. Come ogni anno, tra le bandiere verdi si osservano buone pratiche di conservazione delle risorse naturali, dall’acqua alle culture locali, fino alla salute degli abitanti, all’agricoltura sociale e all’agricoltura al femminile. Quest’anno, tra gli esempi più virtuosi del Piemonte si è distinta l’Associazione Dislivelli, che è riuscita, con il progetto “Sweet Mountains”, a portare alla luce la ricca presenza di luoghi sostenibili ed accoglienti sulle Alpi occidentali (oltre duecento), dimostrando che sono le regioni più turisticamente “dimenticate”, ma con un ambiente più integro, a mostrare i maggiori potenziali di sviluppo sull’arco alpino. Bandiera Verde quest’anno anche per l’Unione Montana Valle Maira (CN), per il coraggio e la lungimiranza nel definire il perimetro di sviluppo della Valle Maira, esprimendo con una buona delibera la propria contrarietà alla pratica di qualsiasi tipologia di accesso e di fruizione motorizzata a scopo ludico del proprio territorio. Ad aggiudicarsi la bandiera “green” di quest’anno c’è anche il Comizio Agrario di Mondovì (CN), che vanta un vero primato, ovvero quello di essere l’unico Comizio rimasto in Italia degli oltre trecento costituiti nella seconda metà del XIX secolo, con una attività mai interrotta, nonostante le avversità storiche, e che quest’anno festeggia i 150 anni di attività (1867 – 2017).  Bandiere verdi anche per la Valle D’Aosta, che vede in testa l’Associazione di Promozione sociale Forrest Gump e la Fondazione Sistema Ollignan Onlus, per la loro capacità di coniugare l’esigenza di occupazione reale delle persone disabili alla pratica dell’agricoltura di montagna, esente dall’uso di pesticidi fino alla coltivazione biodinamica, costruendo forti sinergie con il territorio in un’ottica di agricoltura sociale.
Bandiere Nere. Di tenore opposto sono le bandiere nere, a testimoniare appunto pratiche obsolete e poco lungimiranti che ancora una volta offendono il territorio senza offrire nuove e razionali prospettive di sviluppo (dal consumo di suolo, all’idroelettrico insostenibile, all’uso di mezzi motorizzati in aree sensibili, fino alle inutili e distruttive strutture sciistiche). A ricevere la bandiera nera quest’anno è il Comune di Rassa (VC), piccolo gioiello valsesiano di appena una settantina di residenti, a 920 metri sul livello del mare – finora fortunosamente risparmiato dalla cementificazione e dallo sviluppo selvaggio – per la sua proposta di realizzazione di un impianto idroelettrico ambientalmente insostenibile. Per la Valle d’Aosta, la bandiera nera spetta a Monterosa S.p.A., per il progetto di realizzazione di una pista da sci di discesa nel Vallone di Indren (Gressoney), spacciandola quale miglioramento di un percorso fuoripista, aggirando le normative e perseguendo progetti di fortissimo impatto sul territorio e sull’ambiente.

Infine, bandiera nera anche per l’Amministrazione Comunale di La Thuile, per il progetto di abbattimento di tutti gli edifici del villaggio minatori, detto anche villaggio “Padre Kolbe”, in località Pera Carà, unica testimonianza di campo di prigionia fascista in Valle d’Aosta (Campo P.G. N. 101, Porta Littoria) e punto di interesse per un percorso di turismo minerario.

Iniziative. Tante e variegate le iniziative e gli eventi per questa XVII edizione della Carovana della Alpi: il 22 Agosto, a Courmayeur, è in programma l’iniziativaGuardiamo in faccia il cambiamento climatico! I nostri ghiacciai ce ne parlano, trekking degli ex-presidenti di CIPRA Internazionale e passeggiata sulla balconata della Val Vény, di fronte ai ghiacciai in triste ritirata; il 27 Agosto, a Gressoney-la-Trinité, verrà organizzato un trekking alla conca del Gabiet, per scoprire da vicino i danni che potrebbe provocare la progettata pista di discesa dalla sovrastante Punta Indren. Il 1 settembre, a Barge, nella biblioteca comunale, Legambiente presenterà il “Dossier idroelettrico”, mentre il 3 Settembre, a La Thuile, è previsto un trekking alla scoperta del percorso delle vecchie miniere e degli edifici del campo di internamento fascista “Porta Littoria”, unico campo di lavoro della Valle d’Aosta, i cui edifici rischiano di essere distrutti per far posto ad una zona artigianale; il 10 Settembre, a Doues, è previsto l’incontro con l’associazione “Forrest Gump”, che promuove una felice sinergia tra agricoltura sostenibile e disabilità: seguirà la visita ai campi coltivati ed al laboratorio, realizzato in una struttura messa a disposizione dall’amministrazione comunale, e si concluderà la giornata con una breve passeggiata su percorso accessibile a persone con disabilità ed un festoso pic nic finale. Durante la giornata del 17 Settembre, presso il Castello Rocca de’ Baldi, sarà consegnata la bandiera verde al Comizio Agrario di Mondovì, all’interno di un convegno sull’agricoltura sostenibile. Infine, il 30 Settembre ed il 1 Ottobre, a Monte Rosa Rando,nel contesto dell’iniziativa I colori dell’autunno, sarà organizzato un trekking di due giorni lungo i sentieri del Monte Rosa Rando, percorso di media quota che risale la val d’Ayas (iniziativa realizzata in collaborazione con il Consorzio Operatori Turistici della Val d’Ayas, Bandiera Verde 2016).

Info su: http://bit.ly/2vk0UeU

 

Il sorriso di Berlinguer

Le immagini, per lo più in bianco e nero, ci rimandano il suo viso scavato, il corpo minuto. Una velata malinconia nello sguardo , il timbro di una voce antica. Quella stessa voce che proponeva – con lucidità –  una visione del mondo nuova; la necessità di portarsi dietro tutti in scelte più avanzate, di cambiamento, dove impegnare i destini di un popolo che si diceva comunista, ma di un tipo del tutto originale, italiano e democratico, innervato nella Costituzione repubblicana. Quell’uomo che sembrava così  fragile, si chiamava Enrico Berlinguer. Gentile, riluttante, pacato, colto. Uomo di unità, affezionato alle speranze dei giovani, schivo e apparentemente inadatto alla leadership al punto che -come qualcuno disse –  stava male prima di ogni incontro televisivo.

Un uomo, secondo  Alfredo Reichlin ( morto quest’anno, con il quale ebbi l’onore di lavorare quand’era direttore de L’Unità, giornale glorioso che ora non c’è più)  che per conformazione fisica e psicologica “poteva fare il bibliotecario”, ma che si dimostrò un eccezionale e insostituibile “capo di un popolo”. Trentatre anni fa, l’11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer moriva. Gli fu fatale l’ultimo comizio tenuto qualche giorno prima a Padova in vista dell’appuntamento elettorale. La folla che lo salutò in occasione dei funerali per le strade del centro di Roma fu la testimonianza più evidente dell’amore che il popolo italiano provava per questo uomo gracile e forte allo stesso tempo, partito dalla Sardegna non per fare la “carriera politica” ma per “impegnarsi” nella politica. Tra quei drammatici fotogrammi che accompagnano i suoi ultimi istanti in piazza della Frutta , ce n’è uno, quasi impercettibile a un osservatore poco attento: quello del suo ultimo sorriso alla folla, dopo aver pronunciato le sue ultime parole “..lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini”. Sta tutto in quel sorriso la bellezza di Berlinguer. La bellezza di chi ha scelto di occuparsi in maniera disinteressata degli altri; di avere uno scopo nella vita che va oltre se stessi. In quel sorriso è racchiuso un manifesto politico, troppo in fretta archiviato dopo la sua morte e troppo strumentalmente ritirato fuori per esigenze di propaganda. Il sorriso di un uomo che  è ancora tra noi perché le sue intuizioni politiche e culturali avevano scavato nel profondo della crisi italiana, ne avevano tirato fuori i nervi scoperti attraverso i quali si poteva vedere il futuro della nostra società e dell’Europa.  Un uomo, fatto passare per un conservatore e che, all’opposto, sapeva leggere con visionaria lucidità il cambiamento in corso, cercando di proporre una via d’uscita democratica, non populista.

 Berlinguer riuscì ad affrontare un tema ostico e da molti  mal digerito  come l’austerità che non aveva nulla a che vedere con le ricette neoliberiste e monetarie ma con l’idea di affrontare il tema dei consumi  e della produzione all’interno di una società più giusta, sobria, solidale, democratica, attraverso una migliore distribuzione dei redditi e una condivisa responsabilità tra le classi che esistevano (e esistono..) ancora. Un discorso che affascinò il cattolicesimo progressista e che confermò quella diversità dei comunisti italiani che si fondava non certo sulla purezza ideologica, ma sull’appartenenza a una comunità e a un’idea  della politica basata su una visione morale ( e non moralista), intesa  come servizio, studio, avanzamento e lotta democratica. Si dirà che il mondo è cambiato, è più veloce, ha altre esigenze, e che sono stati commessi tanti errori lungo il cammino. Nulla può essere più vero. Gi stessi che sostengono questo, tante volte, argomentano di come il nostro paese sia cambiato in peggio, per la crisi e per lo spazio esiguo che hanno le giovani generazioni, per l’assenza di futuro. Forse è cambiato in peggio anche perché, invece di contrastare alcune derive,  le abbiamo assecondate; perché si è stati troppo indulgenti nello sposare parole d’ordine, modi di essere, ideologie che non appartengono a una parte che si propone di essere la parte dei più deboli; perché così tanto impegnati a ricercare il futuro si è pensato, più volte in questi anni, di trovarlo gettando via le lezioni del passato. Ecco perché, senza nostalgie ma con il senso dell’attualità, riemerge potente l’insegnamento di Berlinguer. Perché non basta un tweet per “riempire la propria vita”, ma occorre riscoprire il pensiero lungo, quello che invita a guardare al mondo con realismo e creatività, innovazione e obiettivi proiettati nel futuro. Quel “pensiero lungo”, che non è ideologia arrugginita né fuga dalla realtà, manca molto alla politica di oggi. E Berlinguer questo “pensiero lungo” lo cercava nelle suggestioni che arrivavano dall’ambientalismo, dal pacifismo, dai movimenti delle donne. Con il sorriso di chi diceva “.. Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”. Parole dette con un sorriso, dolce e determinato. Parole di Enrico Berlinguer.

Marco Travaglini

 

Srebrenica, luglio 1995… il dovere di non dimenticare

Ogni volta che torno da Srebrenica e da Potočari, porto con me le immagini del filmato che documenta lo sporco “lavoro” degli “Scorpioni”, delle truppe paramilitari d’assalto, delle milizie del boia Mladić. Si filmarono da soli, in preda a un delirio di onnipotenza, per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosniaci disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alla boscaglia, gli sparano. S’intuisce la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “Guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere allo stress di un genocidio.

È una richiesta allucinante, come dire “ora ti sparo. Abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”. Le immagini scorrono nella fabbrica di batterie fredda e silenziosa, incollando gli sguardi allo schermo. Un silenzio che si fa ancora più assordante, spezzato di tanto in tanto da qualche rumore metallico (basta appoggiarsi o inciampare in qualche struttura per provocarlo e amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento). L’atmosfera è sempre pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliesi in uno stress emotivo. Viene il magone e in fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi da queste immagini che non sono tratte da un film ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Sembra di udire la voce profonda e un po’ rauca di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta Memorie di una testa tagliata. Parole che fanno riflettere lì, a Srebrenica. “Chi è che sa di che siamo capaci tutti, vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui…Pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del Sud. Slavo cielo del Sud non senza grazia”. Un limite oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alla pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia, troppe volte, non insegna niente, nonostante offra un infinità di occasioni su cui riflettere, da cui imparare. Quando si esce da quei capannoni è come s’uscisse da una tomba. Qui è il cuore della memoria rimossa dell’Europa, dove esiste un Islam europeo, ma è un’anomalia che disturba, nello schema dello scontro Oriente-Occidente. Predrag Matvejević, scrittore e grande intellettuale balcanico, nato a Mostar e recentemente scomparso, croato-bosniaco con cittadinanza italiana, un giorno scrisse: “Li hanno fatti fuori per questo. Sono una complessità intollerabile in un mondo fatto di bianco e nero. Oggi esiste solo l’Islam che spaventa. Dell’altro chi se ne frega. I musulmani dal volto umano al massimo si compatiscono, come quelli di Srebrenica. Chi se ne importa di un popolo che si fa massacrare e poi non mette nemmeno una bomba? E invece in Bosnia c’e un Islam europeo, che lascia le donne libere, le gonne corte, che accetta i matrimoni misti e quando c’è del buon vino lo beve, senza problemi. Una risorsa dimenticata, che si sarebbe potuta giocare contro i fondamentalisti”.

 

Pure e semplici verità che andrebbero considerate come antidoto al delirio del Califfato che usa anche le vicende dei Balcani per “difendere i musulmani e terrorizzare gli infedeli”, richiamandosi proprio a Srebrenica. Ma ricordare i fatti del luglio di 22 anni fa non basta se non c’è un impegno contro tutte le guerre, contro le violenze nei confronti dei più deboli (bambini, donne, anziani), per ridurre le spese militari, per combattere le diseguaglianze che sono alla radici di tutti i mali.  Senza questo impegno, concreto e tangibile da parte di chi ha responsabilità pubbliche, la memoria non basta più e il rischio che ciò che è stato accada di nuovo diventa dificilmente arginabile. Per questo ciò che in Bosnia iniziò a Visegrad e terminò a Srebrenica – genocidio, stupro etnico, omicidi di massa, violenze – non va mai dimenticato.

Marco Travaglini

 

ASSICURAZIONI SENZA PIU’ VITA: UNA CARROZZERIA SENZA PRESSE

Se penso che sono dovuto arrivare a 59 anni per vedere cose come questa, purtroppo erroneamente percepite come “ottime ” dal Mercato ( nel quale, infatti, si è visto incrementare il valore dell’azione del Leone di Trieste), mi vien da dire: cosa ho studiato e cosa insegno Economia ai miei studenti a fare?

 

Invero, il “momentum” storico post introduzione dell’Euro ha fatto saltare tutte le marcature monetarie sino ad allora note e si è iniziato a navigare a vista su mari perigliosi (nella fattispecie la crisi sovrana e bancaria che ha indotto i vari QE mondiali), tanto che tocca vedere, appunto, una delle primarie Compagnie assicurative internazionali come Generali (ma anche altre, come Allianz, ha fatto lo stesso), cedere a prezzo simbolico( 44 miliardi di polizze, nello specifico, tedesche, a qualche centinaia di milioni) “IL” proprio core business, cioè le polizze vita (sarebbe come per un’impresa che produce carrozzerie alienare a dei concorrenti le presse dei propri stabilimenti), quelle indifferenti da Secoli all’andamento del Mondo, quelle che era un sogno averne montagne per gli assicuratori sin dai tempi delle Scottish Widows, quelle che garantivano una continuità di lungo periodo dei conti aziendali. Tanto poté la finanza adulterata di inizio XXI Secolo, quella dei “tassi zero” per prolungatissimi periodi di tempo al fine di salvare un Sistema marcio, come in gran parte dimostrato dai vari dissesti bancari, andando a generare l’impossibilità della remunerazione capitalizzata delle cosiddette gestioni separate assicurative ramo vita. E questo avrà una ripercussione negativissima per la Previdenza in generale (con quella pubblica che sta man mano ritirandosi) di noi tutti già nel medio periodo.

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PUNTO 1-Generali mette in vendita portafoglio vita tedesco da 44 mld euro – fonti

Generali hamesso in vendita 44 miliardi di euro di portafogli tedeschi diassicurazione vita, nel quadro della ristrutturazionedell’attività in Europa.

it.reuters.com

Torino-Marrakech, nuovo volo diretto

La compagnia aerea TUI fly debutta all’Aeroporto di Torino e annuncia il nuovo volo di linea diretto Torino-Marrakech. Il collegamento sarà operativo a partire dal 4 novembre con una frequenza settimanale, il sabato, con il seguente orario (espresso in ora locale):

Torino Marrakech 19:55 22:30
Marrakech Torino 15:00 19:20

Il volo,  della durata di circa 3 ore e mezza, verrà operato con Boeing 737-700 da 148 posti. TUI fly è una compagnia aerea belga. È una sussidiaria di TUI, uno dei maggiori gruppi turistici internazionali, e parte di TUI Airlines. TUI fly Belgium offre un network di 180 rotte verso oltre 100 aeroporti. Marrakech è una delle più importanti città del Marocco, situata nell’area centro-meridionale del Paese, ai piedi dei monti dell’Alto Atlante e a circa 150 km dalla costa.  Marrakech è inoltre la porta di accesso verso Essaouira e Agadir, rinomate località di vacanza affacciate sull’Oceano Atlantico, oltre ad essere una destinazione molto amata dagli appassionati del golf. Soprannominata anche “città ocra” o “città rossa” per il colore dei suoi edifici, Marrakech è una delle città imperiali del Marocco. Vanta un storia millenaria e numerosi monumenti patrimonio UNESCO; la piazza principale, Jemaa El Fna, è un centro di ritrovo vivace e pittoresco dove poter conoscere la cultura locale e assaggiare le prelibatezze della cucina marocchina. E’ la prima volta che l’Aeroporto di Torino viene collegato con volo di linea con Marrakech.  Il volo sarà a disposizione dei turisti che sceglieranno il Marocco per le loro vacanze, ma anche dei 55 mila membri della comunità marocchina che vivono stabilmente in Piemonte, di cui quasi la metà residente in provincia di Torino. I biglietti del volo Torino-Marrakech sono già in vendita sul sito della compagnia www.tuifly.ma con tariffe a partire da 69.99 Euro.

Distretti Piemonte, esportazioni in aumento

Inizio d’anno brillante per i distretti piemontesi, le cui esportazioni sono aumentate del 14,2% tendenziale (239 milioni di euro di export rispetto al primo trimestre 2016), più del doppio rispetto alle esportazioni distrettuali italiane, cresciute nel primo trimestre 2017 del 6,4%. I livelli delle esportazioni e del saldo commerciale hanno toccato nuovi record nel trimestre, salendo rispettivamente a quota 1,9 e 1,2 miliardi di euro.

 

E’ questo il bilancio della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, che il 10 luglio ha diffuso i dati sugli 11 distretti del Piemonte. Il monitor stima un’ulteriore crescita per il secondo trimestre, visto l’ambiente favorevole, la presenza di significative misure governative a sostegno degli investimenti innovativi e la disponibilità di buone condizioni di investimento.

 

“E’ un quadro che trova conferma anche nei dati su finanziamenti, con il trade estero in crescita del 6,2% nel semestre – sottolinea Cristina Balbo, Direttore regionale Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria della banca. – Nel primo trimestre 2017, le erogazioni alle piccole e medie imprese sono aumentate del 60% rispetto al già ottimo primo trimestre 2016. Un segno di vivacità che, visti i numeri di fine giugno, con erogazioni di poco inferiori al miliardo di euro, si è intensificato. A creare valore aggiunto sul territorio sono soprattutto le filiere, particolarmente presenti nelle zone distrettuali, per le quali Intesa Sanpaolo ha creato due anni fa un programma di incentivazione, che a oggi ha coinvolto oltre 400 imprese piemontesi. Nuovi accordi sono in corso di definizione nel cuneese, a Biella, nel novarese. Questo agevolerà ulteriormente la crescita e lo sviluppo del tessuto economico della nostra Regione”.