ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 645

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di Pier Franco Quaglieni

Il Tar del Lazio lascia in carica Pagella Twitter, il cinguettio che diventa urlo, la riflessione di una giovane studiosa   I due Gianni, lo storico controcorrente Oliva e l’avvocato e politico d’altri tempi  Oberto  L’elogio della cravatta  tra eleganza e rispetto istituzionale 

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Il Tar non ha toccato Enrica Pagella
La sentenza del Tar del Lazio che annulla le nomine di cinque direttori di Musei italiani su 20,
fa sicuramente discutere, come fecero discutere le nomine del ministro Franceschini in base ad un concorso che è stato considerato dal Tar non conforme alle norme vigenti.  La sentenza riguarda solo alcuni direttori perché solo due concorrenti scartati si sono rivolti al Tar, potremmo dire hanno avuto il coraggio di presentare un ricorso. Sicuramente aveva ragione Vittorio Sgarbi ad esprimere perplessità su questo concorso molto “privatizzato”, svoltosi a porte chiuse o addirittura in parte via Skipe. A costo di apparire un bastian contrario, continuo a pensare che i concorsi debbano essere pubblici e trasparenti. La sentenza del Tar pone infatti in evidenza dei criteri valutativi non accettabili a termini di legge.  Enrica Pagella, già presidente della Fondazione Torino Musei, che dal 2003 era direttore di Palazzo Madama e Borgo medievale, non è stata toccata dalla sentenza. Nel caso di Torino non era stata seguita la “linea straniera” e non erano stati umiliati i dirigenti di carriera, ma venne applicato il criterio “tradizionale”.E i buoni risultati si sono visti. Ovviamente nessuno discute di per sé le scelte di Franceschini, ma la forma-mi insegnava Mario Allara- nel diritto, è sostanza.

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Twitter come pietre?

Scriveva il torinese Carlo Levi che <<le parole sono pietre>>. Una vecchia frase degli anni immediatamente successivi alla fine della II guerra mondiale ed in effetti, allora, nel clima infuocato del dopoguerra italiano, le parole erano non solo pietre.Il “triangolo della morte” lo sta a testimoniare. Anche l’apolitico padre di Nicola Matteucci venne ammazzato per il solo fatto di essere un possidente. Un’analoga sorte era toccata al padre del filosofo torinese Vittorio Mathieu, ammazzato con la moglie da partigiani garibaldini nell’agosto 1944. Un incontro questa settimana con una giovane e colta docente torinese mi ha reso consapevole che la virulenza dei linguaggi sui social ,in particolare su Twitter, fa pensare a vere e proprie pietre scagliate attraverso la rete. L’obbligo della sintesi trasforma il pensiero in azione,riducendo al minimo il pensiero che si snatura in slogan. Viene a mancare il confronto delle idee e la politica si manifesta in modo primordiale ed insieme modernissimo. Io avevo sempre pensato che la tolleranza, senza se e senza ma, per tutte le idee dovesse sempre essere la stella polare di un laico. Solo di fronte alle azioni, in particolare a certe azioni, non ci poteva essere tolleranza. Idee e azioni avevano due diversi metri valutativi. Facevo un’eccezione per l’infame manifesto degli oltre 800 intellettuali che armarono la mano agli assassini del commissario Calabresi. La giovane docente mi ha ricordato che già durante la Grande Guerra molti intellettuali si lanciarono nell’uso di un linguaggio violento in cui la parola diventava un proiettile da scagliare contro il nemico. E mi ha anche fatto rilevare che il mio discorso finiva di privare la parola di parte del suo effettivo valore. Lo stringato e pacato manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce del 1925 non fu solo un documento scritto, ma animò l’impegno di molti. Osservazione ineccepibile. In effetti oggi il cinguettio di Twitter è solo apparentemente un cinguettio. Spesso diventa un urlo feroce, un incitamento all’odio e alla violenza.

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Il  nuovo coraggioso libro di Oliva
 Gianni Oliva è noto al vasto pubblico dei lettori per i suoi libri coraggiosi sulle foibe, sull’esodo giuliano- dalmata, sui Savoia, su Umberto II, sull’Esercito. Tutti temi che uno studioso di sinistra  non dovrebbe considerare degni di attenzione se non per  scrivere critiche spesso astiose o riservare silenzi  conditi di disprezzo. Oliva è uno dei pochi storici seri che la storiografia italiana abbia oggi.  L’ultimo libro dal  titolo “Combattere. Dagli arditi ai marò, storia dei corpi speciali” non passerà inosservato. Prevedo già alcune critiche aprioristiche e faziose che quasi sicuramente verranno espresse ,anche se il modo per liquidare chi dissente da noi è oggi la condanna del silenzio, della non recensione, del non invito in TV. Penso che sarà difficile mettere il silenziatore sullo scomodo libro di Oliva che ripercorre in modo lineare una storia che meritava di essere raccontata senza apriorismi faziosi. Gli arditi ,i marò, i paracadutisti ,la “Folgore” apparivano come i simboli dell’Italia fascista e guerrafondaia, incompatibile con l’art. 11 della Costituzione  in cui la guerra viene ripudiata.  I paracadutisti appiedati che resistono fino alla morte nel deserto africano di El Alamein  erano appannaggio dei nostalgici. Oliva ripercorre la loro storia, ricordando l’eroismo di quei soldati caduti a cui solo il Presidente Ciampi ebbe il coraggio di rendere omaggio. Ma dal libro viene fuori anche la storia della X Mas del principe Borghese, dei marinai che violarono il porto di Alessandria . L’autore parla di Luigi Durand de La Penne, di Teseo Tesei e di Elios Toschi, ma prima ancora di  Luigi Rizzo e della Beffa di  Buccari  nella I Guerra Mondiale e persino di Italo Balbo e di Giuseppe Bottai ,arditi nella Grande Guerra ,poi fascisti di primissimo piano. E’ un libro che non si può sintetizzare e che merita di essere letto. Fa onore ad Oliva l’averlo scritto ,diventa un dovere di un lettore che vuole informarsi sulla storia italiana leggerlo. Sicuramente è un libro che darà uno scossone alle vulgate.

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Gianni Oberto e il comune amore per Gozzano

Bello il nuovo tascabile di Palazzo Lascaris dedicato a Gianni Oberto Tarena, Presidente del Consiglio regionale e della Giunta regionale del Piemonte nel corso della I legislatura costituente, dopo essere stato Presidente della Provincia di Torino. La definizione di “disinteressato galantuomo” che costituisce il titolo di un paragrafo del libretto ,appare davvero calzante. Piemontese, avvocato, pubblicista, politico, uomo di grande cultura umanistica e giuridica, Oberto è stato un protagonista rimasto un po’ in ombra. Ingiustamente in ombra. Il Consiglio regionale gli dedicò un centro culturale che lavora in simbiosi con la biblioteca della Regione. Cattolico convinto, era anche un uomo aperto, potremmo dire un cattolico liberale, molto amico di Vado Fusi che me lo fece conoscere poco tempo prima di morire. Lo ricordo come un uomo molto cortese, riservato, direi “vecchio Piemonte “. Amava il suo Canavese profondamente, Ivrea faceva parte del suo DNA. Ricordo un altro incontro con lui insieme a Silvio Geuna che era stato rinchiuso nel carcere eporediese dopo la condanna all’ergastolo nel processo dell’aprile 1944 nel quale venne condannato a morte il generale Perotti. Più che di politica o di Resistenza, parlammo di Guido Gozzano e del “Meleto” di Agliè. Mi citò qualche verso a memoria. Io gli risposi con altri versi. Il nostro rapporto nacque nel nome di Gozzano. Raro, quasi eccezionale esempio di politico, specie democristiano. Per altri versi, già nel 1967 il Presidente della Repubblica Saragat ho la aveva insignito della medaglia d’oro dei benemeriti della scuola,della cultura e dell’arte.

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LETTERE –  scrivere a quaglieni@gmail.com

Lei scrisse tempo fa un elogio della cravatta .Come giudica i politici senza cravatta ed in jeans ,anche in cerimonie pubbliche ? A me sembra una mancanza di rispetto.

Gabriella Uberto

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La cravatta per me è un segno di eleganza, ma anche di rispetto. Le cravatte mi piacciono e ne ho una vasta collezione. Quando faccio un evento importante ne indosso una nuova che mi ricordi quell’evento. Da Marinella a Napoli sono di casa da molti anni. Ci andavano già mio nonno e mio padre. Longanesi , che scrisse che non portare la cravatta era un segno di indipendenza dai vincoli borghesi, è quasi sempre ritratto con la cravatta. Anche Togliatti portava la cravatta e anche il doppiopetto. Magari sono convenzioni, ma in Occidente sono convenzioni consolidate. Sergio Marchionne che si presenta al Quirinale con il solito maglioncino, è fuori posto come lo è Massimiliano Fuksas – progettista del grattacielo della Regione Piemonte- con la maglietta nera in ogni occasione. Ci sono anche politici in maniche di camicia. Diede il cattivo esempio Craxi quando al Palacongressi di Bari parlò, dopo essersi tolto la giacca per il caldo soffocante. Io mi sentirei di chiedere almeno a chi rappresenta le Istituzioni di sottoporsi al sacrificio di indossare giacca e cravatta. Enzo Ghigo, presidente della Regione per un decennio, era sempre inappuntabile come Aldo Viglione .Il via la cravatta e dentro i jeans, come è stato scritto, è un modo errato di voler assomigliare ai cittadini. I cittadini pretendono ben altro da chi eleggono .Se fossero bravi e onesti amministratori, il loro abbigliamento potrebbe passare in secondo piano ma ,quando un Sindaco o un Assessore indossano la fascia tricolore, devono avere l’abbigliamento adatto. Senza eccezioni.

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Egitto, ecco la prima governatrice

FOCUS /  di Filippo Re

Nell’Egitto della repressione, delle stragi di copti, l’ultima ieri, con un bus assaltato da un gruppo armato nel sud del Paese che ha sparato all’impazzata contro un gruppo di pellegrini cristiani diretti in un monastero uccidendone una trentina, e della lotta senza tregua contro il terrorismo islamista, c’è spazio anche per una notizia positiva che infrange un tabù storico. Per la prima volta nella storia moderna l’Egitto ha nominato una donna alla carica di governatore di una provincia. Non era mai accaduto prima. Dopo la rivoluzione di Nasser nel 1952 la maggior parte dei governatori sono sempre stati ex generali dell’esercito o alti funzionari di polizia.

Nadia Abdou è stata scelta come governatore della provincia di Beheira, nel nord-ovest del Paese. Osservatori della realtà egiziana ritengono giusta e corretta la decisione del presidente della repubblica, Abdel Fattah Al Sisi. Finora la carica di governatore provinciale era riservata solo agli uomini. Soprannominata la “Lady di ferro” del Parlamento egiziano, al culmine della sua carriera, a oltre 70 anni, si è ora insediata sulla poltrona di governatore di Beheira, capoluogo di una provincia di sei milioni di persone, vicino ad Alessandria d’Egitto. I ventisette governatori egiziani uniscono le funzioni di prefetto e di presidente della regione in una delle più alte posizioni pubbliche del Paese riservata ai funzionari di grado più elevato. Nadia Abdou era già il primo vice governatore donna dal 2013. La giovane ingegnere di Alessandria completa la sua formazione con un Master in Ingegneria medica e ambientale all’Università di Alessandria. Inizia la sua carriera professionale nella compagnia delle acque di Alessandria dedicandosi alla qualità dell’acqua in un Paese dove migliaia di bambini muoiono ogni anno di diarrea. Dal 2002 al 2012 Nadia Abdou sale la scala aziendale fino alla cima, in una Società delle Acque che apre alle donne “con il metro della bravura, non del genere” ha sottolineato il governatore. Nel 2005 il Consiglio della Compagnia delle acque (Awco) riunisce otto donne e guarda anche oltre i confini dell’Egitto fondando l’Associazione dei servizi idrici nei Paesi arabi. Il sito di informazione specializzata Water & Wastewater Internazional ha riconosciuto alcuni anni fa che Nadia Abdou è una donna d’affari “dura ma leale”. Dichiarò a quel tempo: “io sono musulmana e il mio primo amore è Dio” ma aggiunse che al secondo posto c’è il suo lavoro, “anche più della mia famiglia”. Poco prima della rivoluzione, il nuovo governatore era entrato in politica: fu eletta deputato nel 2010 del National Democratic Party (Ndp), il partito unico del presidente Mubarak, sciolto nel 2011. Oggi il nuovo governatore punta a costruire ospedali e scuole, a sviluppare progetti industriali e turistici nella sua provincia che ospita Rosette, la città portuale famosa per la stele che permise a Champolion di decifrare i geroglifici degli antichi Egizi. Tra le questioni più urgenti da affrontare la mancanza cronica d’acqua, la carenza di infrastrutture e la presenza di estremisti religiosi che allarmano la minoranza cristiana.

Filippo Re

 

Solo materie prime pregiate per “Le creazioni di Marina”

NONA PUNTATA – Viaggio nel vasto mondo degli hobbysti, tra chi per sopravvivere alla crisi sta cercando di trasformare in mestiere una passione

Spirito di iniziativa e intraprendenza. Sono queste le doti che le hanno consentito di riprendere in mano le redini della sua vita e avere la meglio sulla disperazione in cui era precipitata dopo aver perso il lavoro. Rimanere disoccupati dopo i 50 anni è davvero una sciagura. E lo è ancora di più per chi, quel lavoro, lo aveva scelto per passione dedicandogli gli anni migliori della propria vita e ponendosi traguardi professionali sempre più ambiziosi. Così è stato per Marina, cresciuta nel mondo della ristorazione: prima barista, poi cameriera, infine cuoca, il sogno coltivato fin da bambina e finalmente realizzato. “Quando il locale in cui lavoravo ha chiuso – racconta Marina De Stefano, 56 anni – ero convinta che, grazie al bagaglio professionale che mi portavo dietro, per trovare altre opportunità mi bastasse schioccare le dita. Invece niente da fare. Ho bussato a tante porte, tutte sono rimaste chiuse. Capacità ed esperienza, quando superi una certa età, non hanno alcun valore”. Marina non poteva permettersi di stare ferma a piangersi addosso. Ha fatto appello al suo carattere, ha raccolto tutte le sue forze, si è messa in discussione ed è ripartita da sé stessa, stravolgendo completamente la sua vita.

“Negli anni Ottanta – racconta – avevo frequentato un corso per il confezionamento di capi di maglieria e comprato la macchina, l’ho rimessa in funzione e ho incominciato a realizzare modelli da rivendere. Per diversificare la produzione mi sono iscritta a un corso per imparare a fare le borse”. Unendo le due tecniche mi sono inventata oggetti e accessori di vario genere: maglie, scialli, cappelli, borse, sciarpe, guanti, collane, fermagli, cinture, portachiavi e capi in pelliccia sintetica. “L’acquisto dell’attrezzatura per esporre le mie creazioni e i contatti con le associazioni che organizzano eventi per gli operatori del proprio ingegno sono stati gli ultimi passaggi di un percorso che mi ha consentito di reinventarmi un futuro”, precisa. Sono passati due anni dal debutto di Marina tra gli hobbysti. Due anni difficili, ma ricchi di emozioni che oggi la portano ad affermare: “Sono contenta del mio lavoro. Mi piace quello che faccio e sono orgogliosa di quello che riesco a dare ai clienti”.

“Le creazioni di Marina: fatto a mano” è il suo brand, sinonimo della sua fantasia e delle sue capacità artigianali, a cui segue il claim: “Un mondo di borse, accessori per adulti e bambini realizzate con pregio e con passione e amore”. Due frasi che ben rappresentano quello che oggi è il suo lavoro, un lavoro nel quale ha portato i trucchi e i segreti imparati in tanti anni nella ristorazione: “Non si finisce mai di imparare e c’è sempre qualcosa da scoprire. E così come ero solita fare per i piatti che cucinavo, per tutte le mie creazioni utilizzo soltanto materie prime pregiate: per i capi in lana adopero solo filato di Mirtilla; e anche la iuta e il sughero di cui mi servo per borse e cappelli sono di prima scelta”.

 

Paola Zanolli

 

 

A proposito dell’attentato di Manchester

Di Alessandro Continiello *

 

Il tragico evento di Manchester getta ulteriori ombre su quelle figure definite “lupi solitari”, “cellule dormienti” o “terrorismo molecolare”. Trattasi di soggetti cosiddetti di seconda generazione, cittadini di quello Stato ove risiedono stabilmente, che improvvisamente (rectius: con premeditazione) si attivano per perpetrare una strage e portare conseguentemente il terrore nella società, in ragione di una dottrina integralista, sotto l’egida di un fanatismo religioso-militante.

Il target scelto dal ventiduenne Salman Abed non a caso prevedeva il massimo risultato: un ordigno in apparenza non sofisticato, seppur fabbricato “con materiali difficili da reperire nel Regno Unito”, fatto deflagrare in una Arena, a due metri dall’uscita, al termine di un concerto gremito di giovani spettatori. Questo atto ha portato a due conseguenze: nell’immediatezza, mietere il più alto numero di giovani vittime (infedeli, kafir) –anche per le modalità con cui è stata fatta scoppiare la bomba-, immolandosi per la stessa “causa” (jihad); creare un ulteriore senso di insicurezza nelle persone, nella loro quotidianità, nelle abitudini al fine di modificarle. Lo scopo degli attentatori è proprio questo: inculcare nelle menti dei soggetti, noi, la paura che non si è più al sicuro in nessun posto. Le prime polemiche hanno coinvolto, oltre all’inevitabile sistema di sicurezza dell’Arena, anche l’operato prodromico della intelligence inglese e della polizia: sembra, infatti, che alcuni membri della famiglia di Salman Abedi avrebbero allertato le autorità britanniche sulla pericolosità dello stesso – ergo fosse un soggetto noto all’MI5 e da attenzionare-; e, dalla Francia, è pervenuta l’ulteriore notizia secondo cui Salman “avrebbe dato prova di suoi legami con l’Isis”.

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Il problema che attanaglia i Governi occidentali, ma non solo, è come fermare questa potenziale ed inevitabile ecatombe, come vincere la partita a scacchi con il terrore. La risposta al quesito può essere affrontata, pragmaticamente, su due piani di operatività: un’intensa attività prodromica di raccolta di dati e notizie, al fine di prevenire le mosse dell’avversario –e qui entra in gioco l’apparato di intelligence di quella specifica nazione-; ed una coordinamento tra le forze dell’ordine interne, con i mezzi previsti quali investigazioni ed intercettazioni, per porre fine a potenziali attacchi terroristici in corso ed arrestare gli attentatori, sotto l’egida della magistratura e delle garanzie del diritto. Il comune denominatore che le caratterizza prevede uno snodo politico non indifferente: l’utilizzo di risorse, di mezzi e personale per garantire tout court la sicurezza.

Si affermava già nella Relazione sulla Sicurezza in Svizzera del 2015 che: «Gli attentati terroristici di Parigi e Copenaghen..hanno evidenziato due aspetti: in primo luogo la guerra jihadista è potenzialmente in grado di minacciare gli abitanti di Paesi europei in modo concreto e imprevedibile; e, in secondo luogo, persino gli Stati che dispongono di ampie possibilità a livello giuridico e di personale, non possono individuare tempestivamente e impedire tutte le attività terroristiche. Entrambi gli aspetti offrono l’occasione su come intendiamo trattare questi insegnamenti e quali conseguenze dobbiamo trarre. Riguardo alla minaccia, occorre rilevare che possiamo ridurla soltanto in collaborazione con gli Stati interessati. Tra questi occorre enumerare segnatamente quei Paesi in cui il jihadismo si propaga, e includere soprattutto i musulmani che soffrono particolarmente a causa dei loro correligionari criminali. Essi rivestono un ruolo importante nell’individuare tempestivamente, contrastare o impedire l’insorgere di radicalizzazioni. Pertanto le società occidentali, ma anche i Paesi musulmani, dovranno sviluppare nei prossimi anni delle strategie per frenare congiuntamente la radicalizzazione e incoraggiare un Islam illuminato». 

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Se si vuole alzare il livello di sicurezza, si deve peraltro rinunciare, come contraltare, ad una parte della nostra tanto conclamata privacy. In merito alle misure urgenti di protezione civile di cui si può disporre, senza dubbio risultano efficaci le telecamere posizionate presso obiettivi sensibili e non; scanner ai tornelli presso luoghi di aggregazione nonché tutti quegli strumenti elettronici sofisticati che possano neutralizzare, ab origine, i potenziali mezzi usati dagli attentatori (anche i jamming, ad esempio, potrebbero essere utili con tutti i pro et contra). È notizia di questi giorni una nuova linea imposta dal nostro Capo della Polizia in merito agli eventi pubblici secondo cui “verranno affidate alle Forze dell’Ordine tutti i servizi di controllo e verifica con ispezioni e bonifiche ove si svolgono eventi e agli organizzatori il compito di creare un servizio di vigilanza privata che si affianchi”: cosiddetta “gestione partecipata alla sicurezza”. Ma qui sorgono due ulteriori rilievi: in primis il tutto dipende dai costi sostenibili da quel Governo per l’acquisto degli strumenti e dal personale che si può e deve utilizzare per mantenere alto il livello di allerta. Ormai molte nazioni hanno affiancato alle Forze di Polizia, nello svolgimento della loro attività, l’esercito. Il motivo è duplice: un aumento del personale sul campo e la possibilità di usare le armi da guerra in loro dotazione per contrastare i potenziali attacchi. Si è, infatti, visto come gli atti terroristici sono stati commessi con modalità sempre più “ricercate”, per ottenere il risultato voluto. Se l’autore impugna una pistola, ci si può contrapporre con la medesima arma da sparo; ma se ruba un tir -come ariete-, è inevitabile che la semplice pistola potrebbe non bastare, ergo la necessità di fucili d’assalto. Se l’attacco poi si compie con una bomba controllata a distanza, l’uso di disturbatori radio sarebbe utile; ma se trattasi di una bomba rudimentale, come a Manchester, il jamming è inefficace, inutile e dannoso per altri aspetti.

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Ecco che ci avviluppa nel problema. Ed allora come poter quantomeno cercare di prevenire gli attentati terroristici? Solo con una libertà di azione, di mezzi e di uomini dei Servizi Segreti è possibile, potenzialmente, bloccare alla radice eventuali attacchi. Così come lo scambio di informazioni tra intelligence risulta oggigiorno inevitabile, anche a costo di superare quell’anacronismo secondo cui, dicitur, “in momenti critici potrebbe essere effettivamente utile condividere informazioni tra Servizi. Ma esiste anche una sacra regola nei due o tre Servizi più famosi nel mondo occidentale: condividere potrebbe anche risultare una operazione pericolosissima. Un “amico” di oggi potrebbe essere un terribile “nemico” domani..”. Ebbe a dire Benedetto Croce alla Costituente, il 24 luglio del 1947, nel suo celebre discorso contro il trattato di pace: <<La guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall’una e dall’altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che dica o lo sa troppo bene>>.

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Come difendersi, quindi, da questa nuova modalità di guerra cosiddetta asimmetrica o non convenzionale? Con l’aumento –si ripete- delle risorse investite per la sicurezza passiva (acquisto, come indicato, di telecamere, scanner, apparecchiature elettroniche) ed attiva (più uomini, più specialisti del web) per il controllo del territorio, nelle carceri –ove il rischio di radicalizzazione è tangibile-, nei centri di accoglienza –con le stesse modalità “sotto copertura”- e per il controllo della immigrazione. A cui aggiungere, volens ac nolens, scelte di politica di aggregazione per coloro che sono stati già accolti e/o divenuti cittadini di uno Stato, per evitare l’emarginazione di questi soggetti in specifiche zone cittadine. Ma tutto questo potrebbe non bastare se non ci si affida, come visto, agli stessi Paesi musulmani, al fine di “frenare congiuntamente la radicalizzazione e incoraggiare un Islam illuminato”.  Una strana ma inquietante coincidenza: Norway attack: 22 luglio 2011; Woolwich attack: 22 maggio 2013; Brussels attack: 22 marzo 2016; Munich attack: 22 luglio 2016; London attack: 22 marzo 2017; Manchester attack: 22 maggio 2017”.

 

 

*Avvocato del Foro di Milano e Presidente del Comitato locale della LIDU

Foto: Andy Rain/EPA – The Guardian

 

Palazzo Civico a sostegno dell’artigianato

E’ un vero e proprio patto di consiliatura quello che l’Amministrazione comunale intende costruire concretamente con il mondo dell’artigianato torinese. Cinque sono le direzioni entro le quali Palazzo Civico intende agire. Partendo in primis col mappare in modo capillare tutte le eccellenze presenti sul territorio, in secondo luogo semplificando i rapporti tra gli artigiani e la Pubblica Amministrazione e poi assicurando sostegno alle piccole e micro imprese impegnate nel sistema della micro-fornitura, incorporandole anche in Open for business, uno dei programmi pilastro dello sviluppo di Torino nei prossimi quattro lustri.

Tra le novità, sotto il profilo delle agevolazioni, vi è quella di tentare la strada dell’abbattimento fiscale per consentire la trasmissione generazionale di competenze ai giovani. Mentre nell’ambito della promozione è intenzione della Città individuare spazi adeguati da destinare a esposizioni permanenti a rotazione delle imprese.

Sono le piccole imprese l’eccellenza italiana, un connettivo fortemente radicato nei quartieri, in grado di coniugare sapientemente tradizione e laboriosità, a rappresentare la dimensione locale sui mercati internazionali. Dalle botteghe alle piccole officine, dai laboratori agli studi più creativi. Lo abbiamo constatato nell’ultima edizione del Tief, il Turin Islamic Forum di come l’eccellenza artigiana sia l’effettivo portacolori del made in Italy nel mondo. Sono queste le ragioni che mi portano ad affermare con convinzione – sottolinea la sindaca Chiara Appendino – che per lo sviluppo economico e sociale del territorio comunale sia strategica una forte alleanza con quello che è considerato a tutti gli effetti il tessuto aggregante del sistema produttivo, la spina dorsale economica e manifatturiera del Paese, elemento di congiunzione con il mercato globale”.

 

Alle piccole imprese del distretto torinese va riconosciuto il merito di aver saputo con intelligenza e sforzi, talvolta titanici, reggere alla crisi di questi anni, continuando a implementare lavoro, innovazione, sviluppo e ricchezza e a esportare know-how. E’ tuttavia necessario valorizzarne la naturale vocazione produttiva, per non lasciare nessuno indietro.

La strada intrapresa segna una svolta nella visione strategica della città. Accogliendo l’invito formulato dai rappresentanti torinesi della Confederazione Nazionale dell’artigianato, del commercio e della piccola e media impresa (CNA) sarà steso, a partire dai prossimi giorni, un vero e proprio piano di lavoro condiviso per assicurare lo sviluppo economico di un comparto che in città raggruppa alcune decine di migliaia di piccoli imprenditori.

 

Con questo atto, la Giunta guidata dalla sindaca Chiara Appendino ha dimostrato attenzione al mondo dell’artigianato e della piccola industria che CNA rappresenta con autorevolezza dal 1946 – dichiara Nicola Scarlatelli, Presidente di CNA Torino – Adesso nutriamo grandi aspettative circa l’attuazione concreta di questo patto di legislatura”.

 

Attraverso il progetto strategico Open for business, varato lo scorso autunno, l’esecutivo di Palazzo Civico ha inteso puntare nell’attrazione di investimenti finanziari e nella valorizzazione degli eventi culturali, proprio sull’area produttiva. Tra le ambizioni del piano di lavoro vi è quella – compatibilmente con le risorse di bilancio – di ipotizzare una proposta di defiscalizzazione quinquennale delle imposte locali rivolta ai giovani di talento subentrati nella conduzione di un’azienda il cui titolare in quiescenza si è reso disponibile a far da monitore e tramandare il prestigio aziendale. L’intesa prevede anche il coinvolgimento del sistema creditizio affinché siano varati programmi di finanziamento agevolato e la sensibilizzazione delle istituzioni e delle rappresentanze imprenditoriali a dare una mano a quanti sono disponibili a intraprendere la strada del lavoro autonomo. Un documento che sottolinea come sia importante anche la realizzazione di veri e propri “pacchetti per lo shopping” e percorsi dei sensi – dal gusto al tatto, dalla vista all’olfatto – dell’artigianato torinese, proponendoli, in un prossimo futuro, in una App per smartphone.

 

Online banking, tutto quel che c’è da sapere

Di Patrizia Polliotto*

Riguardo all’home banking, molti si chiedono se l’invio di una semplice e-mail. O della documentazione contrattuale via e-mail sia sufficiente a garantire l’esigenza di informazione corretta di correntisti e consumatori. Le piattaforme di online banking hanno prodotto nei rapporti con la clientela una progressiva dematerializzazione delle comunicazioni periodiche, nonché della documentazione contrattuale relativa ai servizi forniti. Ecco, dunque, il quesito più importante posto in incipit di rubrica. Sul tema è intervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 25 gennaio 2017 nella causa C-375/15 (BAWAG), specificando grazie a quali modalità, secondo quanto previsto dalla direttiva sui servizi di pagamento nel mercato interno (Direttiva 2007/64/CE), un fornitore di servizi di pagamento può comunicare ai consumatori le condizioni contrattuali del servizio prestato e le eventuali modifiche alle stesse. Riguardo a ciò, la Corte europea ha stabilito che, alla presenza di determinate condizioni, una email può rappresentare il “supporto durevole” mediante il quale far pervenire le informazioni contrattuali ai consumatori. A tal proposito, le condizioni da soddisfare sono due: la piattaforma deve consentire all’utente di memorizzare le informazioni a lui personalmente dirette in modo da potervi accedere e riprodurle in maniera identica, per un periodo di congrua durata, senza possibilità di alcuna modifica unilaterale del loro contenuto da parte del prestatore o da parte di altro professionista. La seconda condizione, invece, punta l’accento sul fatto che, se l’utente di servizi di pagamento è costretto a consultare la piattaforma per poter avere le informazioni di specie, la trasmissione di tali informazioni deve necessariamente prevedere un comportamento attivo da parte del prestatore di servizi di pagamento, finalizzato a far sapere all’utente che sulla piattaforma sono disponibili le informazioni a esso riservate.

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* Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori

UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI
COMITATO REGIONALE DEL PIEMONTE
TEL. 011 5611800, Via Roma 366 – Torino
EMAIL: UNC.CONSUMATORITORINO@GMAIL.COM

LA BICICLETTA, E NON MOODY’S, SPIEGA MEGLIO COS’E’ LA CINA!

Signori: è iniziata la Guerra (finanziaria), con un’ Apertura scacchistica alla Siciliana da parte del Sistema Usa-centrico che ha messo in campo Moody’s. Invero non so chi, immagino fra un lustro circa, la vincerà. Fino a poco tempo fa avrei pensato che l’Occidente “sangiorgiano” non avesse problemi ad avere la meglio dul Drago cinese, ma per cause “ciclistiche” occorsemi nel pomeriggio di ieri, non ne sono adesso più convinto. Uscito per il solito breve allenamento dopolavoristico di una trentina, di km di cui metà in salita(Superga+ Colle della Maddalena), sotto un caldo terribile che anche a Torino ha iniziato a farsi sentire, a metà della seconda salita vengo superato da un ragazzo asiatico su una bella Colnago da corsa. Sono a tre quarti della soglia cardiaca, per cui riesco con una certa scioltezza ad affiancarlo e proseguiamo di buona lena( attorno ai 15 Km/h su pendenze dell’8%), ma non al massimo, per cui riusciamo a chiacchierare in Inglese. Scopro che si allena anche lui, come molti suoi connazionali studenti universitari a Torino, tutti i giorni in salita in bici e che è uno studente cinese che frequenta il Corso di Laurea di Meccatronica in Inglese al Politenico grazie ad una Borsa di Studio e che è perfettamente in regola con gli Esami, sostenuti con ottimi voti. Mi chiede cosa faccio e, quando gli dico, fra l’atro, che insegno Economia degli Investimenti all’Università di ammonisce, vedendo che non ho il caschetto: ” How can a Professor go cycling without the helmet? It’s dangerous!!!”. Al che io rispondo” Because I’m a rebel!”. “What does rebel mean???” mi fa lui. Un po’ stupito gli dico “Someone who makes revolutions…”. Con aria interogativa mi risponde ” I don’t now what revolution means!” Ed era serio. Quindi delle due l’una: o non lo sa proprio, cosa da escludere, o gli è stato inculcato( a lui, come a un miliardo di altri Cinesi) il rigetto di questo concetto, il che la dice lunga su come sarò difficile prevalere su gente come questo ragazzo, lontano da casa, che studia durissimo, grazie alla capacità di ottenere Borse di Studio, esercitando la mente e, in più, esercitando anche il corpo in modo impegnativo. E che non sa cosa vuol dire fare la Rivoluzione.

https://paoloturatitactica.wordpress.com/2017/05/24/la-bicicletta-e-non-moodys-spiega-meglio-cose-la-cina/

 

Cina critica taglio rating Moody’s – Ultima Ora – ANSA.it

Il taglio del rating sulla Cina, da Aa3 ad A1 annunciato oggi da Moody’s, è basato su un approccio “pro-ciclico” dei giudizi “non appropriato”: è la risposta del ministero delle Finanze, affidata a un comunicato, sulla prima “bocciatura” in oltre 25 anni.…

ansa.it

Il lavoro per la felicità

Questo è il senso: appassionarsi per diffondere positività

Di Paolo Pietro Biancone *

 

L’altro giorno ero sul treno che mi portava a Roma, indaffarato per mille scadenze da portare a termine, e la mia attenzione è stata richiamata da un addetto all’assistenza passeggeri, che lavorava con il sorriso. Distribuiva giornali, generi di conforto e dispensava sorrisi di soddisfazione e fierezza. Comunicava che era lì per volontà e ne era felice e orgoglioso.Insomma, senso di gratitudine che sprizzava da tutti i pori e comunicava buon umore e positività contagiosi. Un gran bel biglietto da visita per l’azienda che l’addetto rappresentava.Questo è il senso del lavoro: amarlo, appassionarsi per diffondere positività.Non è la remunerazione monetaria che induce ad amare il proprio lavoro, ma la remunerazione personale e sociale che ne deriva, in termini di soddisfazione e appagamento. Una frase famosa recita “scegli un lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno, in tutta la tua vita”. È così!

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E ancora, Primo Levi sosteneva che “trovare un lavoro che si ama corrisponde alla migliore approssimazione della felicità sulla terra”. La guida è il talento e la formazione che lo asseconda. Il talento si distingue profondamente dalla passione: talento è avere le premesse fisiche e mentali per poter svolgere un determinato mestiere; altro è la passione che è determinato da fattori anche di diversità, di ciò che non posso. Non sempre passione e talento si coniugano: e questo si vede bene nello sport, io posso essere un appassionato di calcio, ma senza avere il talento per poterlo praticare a livello professionale. Non è un limite, ma una caratteristica. Secondo l’ultima edizione del World Happyness Report, diffuso dal programma di sviluppo sostenibile dell’Onu, è la Norvegia il Paese più felice del mondo, seguito dall’Islanda e la Danimarca. L’Italia si colloca al 50esimo posto. Al di là delle classifiche interessante è individuare le modalità di calcolo del prodotto interno lordo di felicità: esso è in base al reddito pro capite, alle aspettative di vita, al livello di corruzione e alla percezione di sé. Tutti elementi che hanno di per sé motori positivi: la passione, il talento, la fiducia e l’impegno. La ricerca sottolinea che le persone ben retribuite sono più felici, ma i soldi non sono tutto: sulla soddisfazione incidono anche l’equilibrio vita-lavoro, la varietà del lavoro e il livello di autonomia. La percezione di sé e dell’importanza che si riviste nel ruolo sociale e famigliare è altrettanto rilevante e remunerativa, forse di più di un alto stipendio.

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E se poi si è alla ricerca della professione “giusta”, ci si imbatte in statistiche sui laureati che “guadagnano” di più, rispetto ai non laureati. Lauree più remunerative di altre. La laurea è remunerazione famigliare, significa portare a termine un percorso di studio, con il supporto della famiglia. Ma è nella scelta il successo: chi sceglie in base ai propri talenti, avrà sicuramente un percorso più facile e soddisfazioni garantite. L’altra faccia della medaglia è la delusione, la frustrazione, il disagio personale e sociale. La laurea non dà necessariamente la felicità, ma dà autorevolezza sociale. La felicità e la soddisfazione è data da un mix di elementi che partono dalla persona e da come si colloca nel contesto sociale di riferimento; l’aspetto monetario ne è corollario, non elemento determinante. Saper cogliere le sfumature di questo, aiuta a relazionarsi meglio con le scelte e con le opportunità, superando i limiti che il pensiero comune impongono, puntando a una realizzazione personale che a catena coinvolgerà positivamente le aziende, in territorio, le famiglie e tutto il contesto.

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*Professore ordinario di Economia Aziendale

Coordinatore del corso di dottorato in Business & Management

Università di Torino

I premi di TuttoMondo 2017 Save the Children

Premiata al Salone del libro di Torino la 4^ edizione del concorso per under 21

Partecipare: guardarci intorno con occhi curiosi, rompere le regole del gioco, capovolgere la prospettiva ed essere protagonisti delle questioni che ci riguardano”: questo il tema e la mission dell’edizione 2017 di TuttoMondo Contest, il concorso artistico per under 21 promosso da Save the Children in partnership con il Salone internazionale del libro di Torino, con il supporto del movimento giovanile SottoSopra e di Agesci Piemonte.

 

Un’iniziativa lanciata, quattro anni fa, dall’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e tutelarne i diritti, con l’obiettivo di promuovere l’integrazione sociale per contrastare la povertà educativa in Italia. Dai dati dell’ultimo anno, infatti, più della metà dei ragazzi (60%) non partecipa ad attività culturali, ricreative e sportive.

 

«Siamo tornati con entusiasmo a presentare per il secondo anno consecutivo questa importante iniziativa di Save the Children, che ha il merito di avvicinare tanti giovani e giovanissimi alla cultura e alla bellezza – hanno commentato durante la cerimonia di premiazione di TuttoMondo il pluripremiato regista Daniele Luchetti e l’attrice e regista Elena Bouryka – In un Paese che investe ancora troppo poco nella formazione culturale per tutti, è fondamentale un impegno collettivo per contrastare la povertà educativa».

 

Ad essere scelte dalla giuria composta dallo scrittore Fabio Geda, la fotografa e critica Lorenza Bravetta e il regista Michele Vannucci, sono state ancora una volta le opere che più hanno avuto la capacità di rompere gli schemi.

 

Giovanna Evangelista, 21 anni da Napoli, si è aggiudicata per il secondo anno consecutivo la categoria narrativa con l’opera “Oltre noi”, per l’ironia della messinscena che prepara il terreno allo stupore finale e la tensione etica del racconto che invita a non smettere mai di porsi delle domande.

 

Ai 13 giovani del Gruppo Punto Luce Ponte di Nona da Roma è andata, invece, la vittoria nella categoria fotografia con l’opera “Prospettive ironiche di sguardi gentili”, per il tema affrontato, che richiama l’urgenza di cambiamento di tanti giovani che vivono in periferie lasciate al degrado e alla dimenticanza.

 

Abdullah Al Mamun, 21 anni da Roma, ha vinto nella categoria video con l’opera “Uno sguardo”, per la sincerità nel raccontare l’Italia che lotta ogni giorno per i Diritti Universali dell’Uomo. Un film né consolatorio né giudicante.

 

Ai vincitori sono state consegnate delle gift card del valore di 500 euro, per l’acquisto di attrezzatura audiovisiva o fotografica e la frequenza di corsi di specializzazione.

 

Assegnate, inoltre, tre menzioni speciali. Gianmarco Rizzo, 21 anni da Ciampino, con la sua opera “Pane secco” è stato scelto da Save the Childrenper averci ricordato in modo ironico e gentile che la prima esperienza di partecipazione, forse la più importante, si fa in famiglia.

 

Agli studenti del Liceo Artistico di Orvieto è andata invece la menzione speciale SottoSopra (Movimento Giovani di Save the Children), perché tutte le persone del mondo sono in grado di lasciare un segno e questo video ha dimostrato quello che pensiamo: anche se diversi tutti noi possiamo partecipare. 

Infine, Gaia Ricci, 21 anni da Castelnuovo di Farfa (Rieti), si è aggiudicata la menzione Agesci (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani) con l’opera “Working for Wasa”, per aver saputo mettere al centro l’istruzione e l’educazione dei più piccoli come elemento chiave per lo sviluppo.  

 

Il nome “TuttoMondo” si ispira all’omonimo murale realizzato dall’artista K. Haring sul lato posteriore della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa, nel quale sono raffigurate 30 figure concatenate che simboleggiano la pace universale e l’armonia.

 

Pet Therapy, ora anche per pazienti con SLA

Il primo progetto scientifico di Pet Therapy per pazienti con SLA nasce da un’idea di Mondovicino Outlet Village in collaborazione con la Fondazione Vialli e Mauro Onlus. E’ il primo progetto di Pet Therapy in grado di dare benefici fisici e psicologici ai malati affetti da SLA e malattie neuromuscolari. I risultati emersi al termine della fase sperimentale di “Confido: quattro zampe in corsia”, sviluppata dal Centro Clinico NeMO di Arenzano (Genova), verranno proposti al Congresso mondiale della Sla a Boston. L’iniziativa verrà presentata ai giornalisti

 

Mercoledì 24 Maggio – Ore 11

Museo Nazionale del Cinema – Mole Antonelliana

Via Montebello, 20/A, 10124 Torino

 

Interverranno

 

Giacomo Caramelli Direttore Marketing Mondovicino Outlet Village

Massimo Mauro Vice Presidente Fondazione Vialli e Mauro Onlus

Alberto Fontana Presidente Fondazione Serena – Centro Clinico NeMO

Manuela Vignolo Medico Fisiatria responsabile del progetto.

Centro Clinico NeMO Arenzano – Ospedale Colletta

Clotilde Trinchero PhD, Medico Veterinario, Etologa, Presidente di A.S.SE.A. ONLUS®