comportamenti violentemente simili. I fatti sono noti. A Torino, causa continui insulti delle mamme all’arbitro “femmina” di una partita di Basket di ragazzine, il pubblico è stato invitato ad uscire dalla palestra per concludere la partita. A Gela due madri a una recita scolastica natalizia delle proprie bambine si sono picchiate per accaparrarsi il miglior posto per fotografarle. Notorio che i violenti sono stupidi. Qui aggravati dai futili motivi. Violenza futilità e stupidità. Ma qui sono donne le violente. Violenza verbale e fisica. Davanti alle loro figlie e davanti alle amiche delle figlie. Loro che dovrebbero educare. Prima reazione: sono solo loro le principali responsabili. Fanno anche il paio con i genitori che percuotono gli insegnanti colpevoli di aver dato un brutto voto al figlio. Follia. Semplice e pura follia. Curabile?Anni fa ho letto un libro scritto da un avvocato, presidente di un’ associazione contro la pedofilia. Figlio di un pedofilo, raccontava del suo lungo percorso per non diventare pure lui un pedofilo. Analisi per non diventare come suo padre.
Non era contrario alla castrazione chimica. Raccontando il suo percorso concludeva coi fatti avendo famiglia e figli felici. Raccontava che il suo inferno era il suo passato ed il suo paradiso il presente ed il futuro. Ci era riuscito con la consapevolezza di cosa sarebbe potuto diventare e di ciò che è diventato. Ci è riuscito con l’aiuto di professionisti. Ci è riuscito. Più volte ho citato questo avvocato per la totale mia totale stima. Ha attraversato il deserto riuscendo in una impresa difficilissima. Lo considero
come caso estremo per stigmatizzare che anche l’impossibile può realizzarsi. Lo cito perché hanno ed abbiamo notevolmente superato il senso del limite della decenza. Lo cito perché questa violenza ci riguarda un po’ tutti. Sia ben chiaro che mi sento lontano mille miglia dalla violenza spicciola di queste donne. Piccole donne. Ma mi rifiuto di credere che il giorno dopo abbiano fatto sogni d’oro. Qualche domanda se la saranno pure posta. I 1600 km di distanza tra due realtà italiane all’ opposto come struttura sociale, ma ad oggi accomunate da questi episodi. Con l’esortazione che chi è normale, come pensa di esserlo il sottoscritto, non si volti dall’ altra parte quando assiste a simili episodi. E che la società oltre a reprimere si ponga anche il problema di educare.









L’Obala Meeting Point è un cinema di Skenderija. Lì, in una serata di fine ottobre di parecchi anni fa, ho assistito alla proiezione di otto cortometraggi realizzati da giovani cineasti bosniaci selezionati nel progetto “Conflitto/Risoluzione”.
anni? L’età degli adolescenti,strappati ai loro giochi e alle fantasie per essere costretti a diventare adulti in fretta e furia. Nelle loro opere s’avvertiva una miscela di eccessi, un amaro sarcasmo e i cenni che non lasciavano nulla all’immaginazione nei confronti della triste realtà che si viveva – e spesso ancora oggi si vive – ogni giorno da quelle parti. In alcuni casi sembrava accantonato, se non addirittura cancellato, ogni riferimento alla speranza. Ma non c’è nulla di cinico in quanto comunicavano. Semmai, questo sì, traspariva un forte disincanto. Non che a colori la crudezza dei fotogrammi sia più lieve ma è indubbio che in quelli girati con la pellicola in bianco e nero le scenografie sono rese ancor più livide e angoscianti. Mi colpì, in modo particolare, la prima
proiezione. Il titolo, “Prva plata”,equivale, tradotto, a “Il primo stipendio”. Ilregista , Alen Drljevic , molto giovane e decisamente magro, occhialetti e un accenno di barba sul volto da bravo ragazzo, era un esordiente con delle ottime idee. Oggi è un affermato regista, già assistente di Jasmila Žbanić , fattosi notare nel 2006 conKarneval, documentario dedicato ai profughi bosniaci e Premio del pubblico alla 18° edizione del Trieste Film Festival, mentre è uscito “Men Don’t Cry”, una potente e originale pellicola sulle vicende legate a quella
che venne definita “la terribile pace” nella terra “del sangue e del miele”. Quelfilmato,che si può trovare anche su YouTube, dura una quindicina di minuti ed è di una efficacia tremenda. La scena si svolge, com’è ovvio, in Bosnia-Erzegovina, circa otto anni dopo la guerra. In un giro di scommesse illegali è stato organizzato un nuovo modo per far puntare i soldi alla gente: delle gare motociclistiche da disputare su un campo minato, in una specie di roulette russa in salsa balcanica. C’è chi scommette sull’esplosione e sulla morte e chi invece confida nella sua fortuna, perché – in questo caso – l’abilità è un fatto relativo,residuale. Del resto, in un paese dove la maggior parte della gente viveva al di sotto della soglia di povertà, non era cosa difficile trovare dei piloti pronti a gareggiare con la morte per portarsi a casa ” il primo stipendio“. Ricordo di essere uscito dal cinema a sera tarda, dopo le premiazioni, i saluti finali e il cocktail. C’era la luna a Sarajevo. Una bella luna piena per la gioia degli innamorati lungo la
passeggiata che costeggia la riva della Miljacka. A me, forse perché avevo ancora negli occhi i fotogrammi che avevo appena visto, ricordava un passaggio del testo di “Cupe Vampe”… “piena la luna, nessuna fortuna”, rammentando le immagini delle disperate corse notturne di chi era costretto ad uscire di casa, cercando di non finire nel mirino dei cecchini. Questi ultimi , per il loro tragico tiro al bersaglio, cercavano la complicità dell’astro più cantato dai poeti. Non per declamare versi ma per vomitare addosso a persone ignare e inermi la loro giornaliera razione di odio, terrore e morte.

