FOCUS INTERNAZIONALE di Filippo Re
Può essere l’inizio di una nuova fase del terrore quella annunciata al mondo dal Califfo del deserto, Abu Bakr al Baghdadi, leader dell’Isis, riapparso in un video dopo cinque anni di silenzio
Esalta i suoi miliziani, minaccia vendetta per i suoi numerosi combattenti uccisi in Siria, lancia appelli a intensificare la guerra santa, gli attacchi contro i “crociati”, attentati e guerriglia, si compiace per le stragi nello Sri Lanka, per le operazioni a sud del Sahara e in Libia dove i suoi miliziani hanno attaccato la base aerea di Seba, nel sud-ovest, uccidendo nove soldati del generale Haftar. Tornato tra i vivi dalle macerie del Califfato levantino, non solo il Califfo è vivo nonostante sia stato dato più volte per morto ma rimane saldamente il capo indiscusso del gruppo jihadista. Nei covi dello Sri Lanka le bandiere nere dell’Isis, le uniformi militari, detonatori e bombe, come quelle delle stragi di Pasqua (253 morti) esplose nelle chiese e negli hotel di Colombo spuntano fuori un po’ ovunque con il sigillo di sangue dell’ex Stato islamico, che sconfitto militarmente nel teatro siro-iracheno, risorge come ideologia di morte nel nome di un islam violento e sanguinario. Si ramifica velocemente in altre aree asiatiche, dal Caucaso al Pakistan, dall’Afghanistan all’estremo oriente. Nessun Paese, islamico o occidentale che sia, può sentirsi sicuro e al riparo dalle minacce dei terroristi in grado di scatenare il panico nel cuore di qualsiasi città. Come è accaduto nella vecchia Ceylon dove una cellula dell’Isis, ben armata e ben addestrata, formata, secondo i servizi segreti, da almeno 130 jihadisti legati al califfo al-Baghdadi ha colpito in modo devastante l’isola dell’Oceano indiano. Sarebbero una trentina i cingalesi che hanno combattuto insieme ai miliziani dell’Isis in Siria e in Iraq. Kamikaze tornati in patria per continuare a colpire, uccidere e creare nuove cellule di terroristi seguendo gli ordini del Califfo. E neanche in Siria l’Isis è scomparso del tutto. Proprio alla vigilia di Pasqua 35 soldati siriani sono stati uccisi in una serie di scontri con i jihadisti di al Baghdadi nella provincia di Homs. Ma dopo i massacri di Pasqua altri kamikaze si sono immolati in Sri Lanka in nome del fanatismo religioso e decine di terroristi in fuga sono ricercati per una delle stragi di cristiani più sanguinose degli ultimi anni. Eccidi spaventosi per terrorizzare il mondo e cristiani scelti come bersaglio per la loro religione e anche perchè considerati colonialisti e oppressori per natura in quanto occidentali. Vittime di un odio arcaico, uccisi come i primi martiri dell’era cristiana. Lo Sri Lanka diventa terra di jihadisti da un giorno all’altro facendo risorgere l’estremismo islamico anche sulle sponde meridionali dell’Asia con una violenza ben superiore alle bombe che distrussero alla fine di gennaio la cattedrale cattolica di Jolo, nel sud-est delle Filippine, durante una funzione religiosa, in un attentato rivendicato dall’Isis (27 morti). La carneficina di Colombo è anche più sanguinosa dell’attacco avvenuto alla vigilia del Venerdì santo del 2015 in una scuola salesiana del Kenya quando un commando armato fece irruzione in un campus uccidendo 150 persone, in gran parte studenti cristiani che stavano dormendo. Poi i massacri a Lahore, in Pakistan, 72 morti il 28 marzo 2016, preceduti da quelli di Kaduna, in Nigeria, 50 morti nel 2012 ad opera dei terroristi di Boko Haram, e seguiti da quelli di Tanta e Alessandria in Egitto nella Domenica delle Palme del 2017 con 45 morti. Sono i più gravi massacri avvenuti negli anni recenti durante le funzioni religiose e nei giorni in cui i cristiani si riuniscono per celebrare la Settimana Santa. Le stragi di turisti negli alberghi di Colombo ricordano l’assalto armato a Mumbai nel 2008 con una serie sconvolgente di attacchi terroristici islamici (195 morti) avvenuti contemporaneamente nella città indiana e l’attacco terroristico in un ristorante di Dacca, capitale del Bangladesh, nell’estate 2016, quando furono uccise 23 persone tra cui nove italiani. L’Isis aveva armato e appoggiato il gruppo jihadista locale Jamaat-ul-Mujahideen e, anche in quel caso, alcuni dei terroristi appartenevano a famiglie agiate e benestanti come i kamikaze di Colombo. Per le autorità cingalesi gli autori dei massacri appartengono a un gruppo islamista isolano che voleva vendicarsi degli attacchi alle moschee in Nuova Zelanda, il National Tawheed Jamath (Ntj) che avrebbe agito col sostegno dell’Isis. In base ai dati raccolti dai rapporti sulla persecuzione anti-cristiana nel mondo pubblicati dalla Ong Open Doors (Porte Aperte) e dall’Acs (Aiuto alla Chiesa che soffre) sono molte migliaia i cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede ogni anno. Oltre 4.300 nel 2018, in crescita rispetto ai 3.066 del 2017, di cui il maggior numero è stato registrato in Nigeria. Nel 2018 sono saliti a 245 milioni i cristiani perseguitati nel mondo e, sui 150 Paesi monitorati, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema, mentre l’anno scorso erano 58. Tra i Paesi che rivelano una persecuzione definibile estrema, lo Sri Lanka è in 46° posizione, l’Afghanistan al secondo posto, la Somalia al terzo, la Libia al quarto, tutti Paesi dove la vita per i cristiani è sempre più difficile, come anche nel Burkina Faso dove si moltiplicano gli attacchi contro le comunità cristiane. Sei persone sono morte nei giorni scorsi in un attacco ad una chiesa mentre era in corso la Messa. Hocine Drouiche, imam di Nimes e vicepresidente della Conferenza degli imam di Francia chiede ai musulmani di ribellarsi alla cristianofobia e commenta con queste parole gli attentati in Sri Lanka: “ i cristiani continuano a subire persecuzioni e pagano il conto di guerre che non hanno mai chiesto. Il massacro terrorista in Sri Lanka è molto significativo. Nel mondo l’odio contro i cristiani continua ad aumentare nonostante essi difendano la pace, sostengano i poveri, si prendano cura dei malati. Ogni anno i cattolici spendono miliardi per salvare vite e costruire scuole per bambini bisognosi. É tempo che il mondo musulmano ponga domande sull’aumento della cristianofobia all’interno del discorso islamista contemporaneo. Il massacro di Colombo non è il primo e sfortunatamente non sarà l’ultimo perché le autorità musulmane non vogliono affrontare il pensiero terrorista estremista in modo coraggioso e fermo. I musulmani devono agire, se vogliono proteggere l’islam da questa minoranza estremista che uccide in nome dell’odio e infanga gli islamici. La maggioranza silenziosa non avrà scuse perché sarà accusata di complicità se non dichiara una guerra santa contro l’estremismo e l’odio che quasi domina il discorso degli imam e dei predicatori musulmani”.
dal settimanale “La Voce e il Tempo”



La prima edizione venne stampata nella capitale francese da Sylvia Beach, fondatrice della leggendaria libreria “Shakespeare and Company”, uno dei principali centri della vita culturale parigina degli anni Venti, frequentato da artisti e romanzieri come Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald
La città in cui James Joyce visse fino al 1919 (seppur con diverse interruzioni per soggiorni a Pola, Roma e in Irlanda)fu l’austera, elegante e mitteleuropea Trieste. Città di carattere del tutto particolare ( come la descrisse Umberto Saba: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace. Con gli occhi azzurri e le mani troppo grandi per regalare un fiore;come un amore, con gelosia”), affascinò l’irlandese Joyce. Durante il suo lungo soggiorno triestino, oltre ad insegnare inglese alla Berlitz School, lo scrittore della “terra del trifoglio” completò la raccolta di racconti Gente di Dublino, pubblicando una seconda stesura della raccolta di poesie Musica da camera, scrisse il poema in prosa autobiografico Giacomo Joyce, ed iniziò, oltre al dramma Esuli, i primi tre capitoli del lavoro che gli diede fama internazionale: l’Ulisse, appunto. Dopo Trieste, Joyce visse per vent’anni a Parigi e morì in Svizzera, a Zurigo, a metà gennaio del 1941. A Trieste, oltre al museo a lui dedicato, si può ammirare la sua statua che si trova in uno dei luoghi più belli della città, il Ponterosso che attraversa il Canal Grande, nel quartiere teresiano. Il monumento in bronzo, raffigura lo scrittore mentre cammina sul ponte, assorto nei suoi pensieri, con un libro sottobraccio e il cappello in testa. La targa, riprendendo la “Lettera a Nora” del 1909, recita: “…la mia anima è a Trieste”. Alcune curiosità, tra le tante. Il 16 giugno è celebrato nelle maggiori città del mondo occidentale come “Bloomsday”. In occasione del centenario della giornata narrata nell’ Ulisse (il 16 giugno del 2004), a Dublino venne organizzato un pranzo per diecimila persone nella via principale. In Italia, a Genova, dal 2006 si celebra il “giorno di Bloom” con la lettura quasi integrale in italiano e brani in inglese dell’opera, dalle nove del mattino alla mezzanotte e in luoghi analoghi a quelli del romanzo. Chissà cosa ne penserebbe Joyce?!











Il 29 luglio 1890 Vincent Van Gogh si spegneva nella piccola camera dell’Auberge Ravoux che aveva raffigurato più volte nei suoi quadri durante i mesi trascorsi ad Auvers sur Oise, comune francese situato nel dipartimento della Val d’Oise, nella regione dell’Ile de France.
Il suo soggiorno durò dal mese di maggio fino al 29 luglio del 1890, giorno della sua morte.
accessibili delle città e dei villaggi, dei punti neri sulla carta di Francia? Se prendiamo il treno per andare a Tarascon oppure a Rouen, possiamo prendere la morte per andare in una stella”, un presagio di quello che sarebbe accaduto forse o, semplicemente, la lucida consapevolezza che soltanto la morte avrebbe potuto restituire la pace al suo corpo stanco e alla sua anima tormentata.
Visitare i cimiteri dove sono sepolti grandi poeti, scrittori e artisti suscita ricordi ed emozioni. Uno dei più importanti è senz’altro il “cimetìere du Sud” di Parigi, il grande camposanto di Montparnasse, secondo per grandezza e importanza solo al Père-Lachaise.
cambiamento”, nel 1890, venne aperta una strada ( la rueEmile-Richard) che divise i 19 ettari tra il piccolo e il grande camposanto. In questo museo a cielo aperto nel 14° arrondissement parigino, a lato dei viali tra cappelle e lapidi riposano le spoglie di anonimi cittadini a fianco di personaggi che hanno fatto la storia delle arti e della cultura. Per raccontare le biografie di chi s’incontra, vagando tra le tombe, non ci si può affidare ai 140 caratteri di un tweet. Nessun cinguettio elettronico può trasmettere la densità del pensiero, la profondità della poesia, l’emozione di opere d’arte che evocano incontri con pittori, poeti, drammaturghi, scrittori che dormono nel sonno eterno all’ombra di frondosi alberi di ogni specie. Nella porzione più piccola del cimitero s’incontrano subito le ultime dimore di André Citroén, fondatore dell’omonima e celebre casa automobilistica, di Charles Pigeon – inventore della lampada antiesplosione usata nelle miniere – che è sepolto con la moglie ed entrambi sono raffigurati nelle statue di bronzo coricate su un letto di marmo. Più avanti il pittore bulgaro JulesPascin e Auguste
Bartholdi, lo scultore che realizzo la Statua della Libertà situata all’ingresso del porto di New York. In una tomba di pietra con altri famigliari riposa invece Alfred Dreyfus, protagonista suo malgrado – perché innocente – dell’ affare Dreyfus , il più clamoroso caso politico scoppiato in Francia sul finire dell’800, ai tempi della Terza Repubblica, con l’ufficiale alsaziano di origine ebraica accusato di tradimento e complotto con il nemico tedesco. Dreyfus venne condannato alla prigionia sull’isola del Diavolo, nella Guyana francese. Il suo caso giudiziario divise l’opinione pubblica della Francia intera nel Paese e gran parte degli intellettuali, di fronte a quell’assurda
campagna d’odio razzista e antisemita si schierò dalla sua parte ( sul giornale L’Aurore, Émile Zolapubblicò il suo celebre J’accuse) fino alla sua piena, seppur tardiva,riabilitazione.Nella 26° divisione si trova il sepolcro di Guy de Maupassant, uno dei padri del racconto moderno, autore diBel Ami, mentre nella 30° è sepolto Léon Schwarzenberg, importante oncologo e protagonista dei più avanzati dibattiti sull’etica medica e scientifica, autore di “Changer la mort”, cambiare la morte. Nell’altra parte del cimitero di Montparnasse, la più grande, si possono fare incontri straordinari iniziando da Maurice Leblanc, creatore del ladro gentiluomo Arsène Lupin, la controparte francese dello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Tra le varie “avenue” (Boulevart, du Nord, de l’Est e l’Ouest) e l’intrico di passaggi tra cappelle e lapidi è quasi impossibile non imbattersi in due grandi maestri del teatro dell’assurdo come Eugène Ionesco e
Samuel Beckett. Sulla tomba di quest’ultimo un anonimo ammiratore ha posato una carota, omaggio orticolo-letterario che richiama il suo capolavoro,“Aspettando Godot”( “Lui non saprà niente. Parlerà dei calci che si è preso e io gli darò una carota”). Da lì in avanti il visitatore curioso incrocerà i sepolcri di Susan Sontag, grande scrittrice e intellettuale statunitense, dei registi Joris Ivens – uno dei più grandidocumentaristi del XX° secolo – e Alain Resnais, ispiratore della “nouvelle vague”e autore di pellicole importanti come L’anno scorso a Marienbad e Mon oncle d’Amérique, oppure amati attori come Philippe Noiret (con la scultura del piccolo cane a vegliarne il riposo) e Serge Reggiani, uno degli amici più stretti di Jacques Prévert. Anche Serge Gainsbourg è lì con loro, dopo averci turbato con i suoi sussurri, accompagnati dai sospiri di Jane Birkin quando in coppia – era il 1969 e non s’erano ancora spenti gli echi del maggio francese – cantarono “Je t’aime..moi non plus”. Questo geniale e sulfureo protagonista dello spettacolo francese, non era certamente di una bellezza classica ma era dotato di un fascino in grado di sedurre donne straordinariamente avvenenti. In un angolo di seconda fila giace Chaïm Soutine, ebreo russo perseguitato, genio tormentato della pittura e compagno di Amedeo Modigliani e degli altribohémien e artisti maledetti degli “années folles” di Montparnasse. La sua piccola lapide squadrata, con il nome quasi illeggibile, provoca una stretta al cuore per l’incuria e l’indifferenza a cui è stato
condannato. Poco distante da lui anche l’ultima dimora di Charles Baudelaire va rintracciata scorrendo i nomi incisi sulla tomba di famiglia, quasi nascosto sotto l’iscrizione ingombrante del padre adottivo, Jacques Aupick, e senza alcun particolare epitaffio. Troppo poco per l’autore dei Fleurs du Mal, opera collocata fra le più alte espressioni della poesia di tutti i tempi e paesi. Ma almeno per lui non manca mai la consolazione di un fiore, un biglietto, un pensiero a tenergli compagnia. Lungo il muro che delimita il cimitero, da una parte e dall’altra dell’entrata principale su Boulevard Edgar Quinet, si trovano i sepolcri di Simone De Beauvoir e Jean-Paul Sartre – che
nella vita e nella morte sono ancora insieme – e Marguerite Duras, con l’omaggio delle decine di penne di ogni tipo e colore infilate nel vaso dei fiori. Con lo scrittore Julio Cortázar formano un formidabile quartetto letterario, unendo le pagine delle “Memorie di una ragazza perbene” con quelle dell’esistenzialista che scrisse “La nausea” e “Il muro” e la ribelle che, grazie a “L’amante”, vinse il premio Goncourt. Certamente ci saranno tanti altri prot