Domenica 3 Dicembre 2017 ospite internazionale al Luppolo saloon di Roletto (To), con il grandissimo live di ERICA SUNSHINE LEE ed il suo Burried Treasure European Tour! Originaria della Georgia e residente a Nashville, ha ormai al suo attivo ben 8 album registrati con i migliori musicisti della scena country americana. Erica Sunshine Lee sfodererà tutto il suo honky tonk in una prima parte acustica a cui seguirà una seconda parte
elettrica ed energica insieme alla DIXIE PARTY Country Power Band di Fiorella Mondo. Alcuni suoi pezzi sono stati coreografati, Check please, Georgia for this, per dirne due, per cui si potrà sia ascoltare che ballare. Ingresso libero al concerto. Per cenare è gradita la prenotazione.

LE TRAME DEI FILM
sarà colpire il misterioso Ghost, che è in possesso di una bomba di settanta chili di plutonio in grado di scatenare la Terza Guerra mondiale. Durata 112 minuti. (Massaua, The Space, Uci)
cinematografica del romanzo della Christie dopo l’edizione firmata da Sidney Lumet nel ’74, un grande Albert Finney come investigatore dalle fiammeggiati cellule grigie. Un titolo troppo grande per non conoscerlo: ma – crediamo, non foss’altro per il nuovo elenco di all star – resta intatto il piacere di rivederlo. Per districarci ancora una volta tra gli ospiti dell’elegante treno, tutti possibili assassini, una partenza da Istanbul, una vittima straodiata, una grande nevicata che obbliga ad una fermata fuori programma e Poirot a ragionare e a dedurre, sino a raggiungere un amaro finale, quello in cui la giustizia per una volta non vorrà seguire il proprio corso. Durata 114 minuti. (Ambrosio sala 2, Massaua, Eliseo Grande, Ideal, Lux sala 2, Reposi, The Space, Uci anche in V.O.)
Borg McEnroe – Drammatico/biografico. Regia di Janus Metz Pedersen, con Shia LaBeouf, Sverrir Gudnason e Stellan Skarsgård. Due campioni, due storie e due personalità diversissime, gli stili che catturano opposte folle di fan, i movimenti freddi e calibrati dell’uno contro quelli nervosi e impetuosi dell’altro, la calma contro il nervosismo, la loro rivalità che li vide a confronto per 14 volte tra il ’78 e il 1981, fino alla finale di Wimbledon, che qualcuno ancora oggi considera una delle più belle partite della storia del tennis. Fino alla loro amicizia, fuori dai campi. Durata 100 minuti. (F.lli Marx sala Chico, Reposi, Uci)
Anthony Mackie. Premio Oscar, l’autrice di “The hurt rocker” e di “Zero Dark Thirty” guarda oggi a quei fatti sanguinosi scoppiati nel luglio del 1967 in un locale privato – privo di licenza – dove un gruppo di persone di colore festeggiavano due ragazzi, anch’essi di colore, ritornati a casa dalla guerra del Vietnam. Lo sguardo sulla repressione seguita, le violenze della reazione, l’invio da parte del governatore Romney della Guardia Nazionale e da parte del presidente Johnson dell’esercito: contro chi vorrebbe seguire ogni regola della legalità c’è chi con violenza la oltrepassa, facendosi forte dell’omertà che nelle forze di comando si fa ben visibile. Lo sguardo sui fatti dell’hotel Algiers, dove tre ragazzi, tra i 17 e i 20, sono barbaramente trucidati. I responsabili, al processo, non subiranno nessuna condanna. Durata 143 minuti. (Greenwich sala 2, Uci)
figlia e dal nipote ribelle. Si devono risolvere i problemi che stanno dentro la fabbrica (qui è successo un incidente che ha provocato la morte di una persona) e la famiglia (qui il fratello della donna si risposa e inizia ad avere problemi con la figlia di primo letto, che gli è stata affidata dopo che la madre è stata ricoverata): tutto questo mentre i migranti stazionano sulle spiagge e creano tendopoli. Durata110 minuti. (F.lli Marx sala HarpoRomano sala 1)
Paddington 2 – Commedia. Regia di Paul King, con Brendan Gleeson, Hugh Grant, Sally Hawkins e Ben Whishaw. L’orsetto inventato dalla fantasia dello scrittore inglese Michael Bond è in cerca di un regalo per la centenaria zia Lucy. Scova nel negozio di antiquariato del signor Gruber un antico libro, prezioso, che verrà rubato e del cui furto verrà sospettato un fascinoso attore. Durata 95 minuti. (The Space, Uci)
padre ad andare a fare insieme la vendemmia lo smuove: o forse sì, e allora potrebbe essere il modo per tentare di costruire insieme un minimo di comunicazione. Dal romanzo di Michele Serra. Durata 103 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, F.lli Marx sala Groucho, Romano sala 2, The Space, Uci)
fortunata saga sulla banda di ricercatori, vittime della crisi e di un precariato che va sempre più stretto a chi può mettere in campo lauree con ottimi voti, che abbiamo conosciuto come inventori di una droga sintetica legale e in seguito come collaboratori in incognito della polizia: oggi sono in procinto di evadere tutti quanti insieme di prigione per ritrovarsi dove tutto è cominciato, alla Sapienza di Roma, per contrastare l’ultimo nemico, il crudele e pericolosissimo Mercurio. Durata 96 minuti. (Massaua, Greenwich sala 3, The Space, Uci)
The Place – Drammatico. Regia di Paolo Genovese, con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini, Silvio Muccini, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi. Un film corale, un’ambientazione unica, una bella carrellata di attori italiani per altrettanti personaggi che Paolo Genovese – l’autore di quel piccolo capolavoro che è “Perfetti sconosciuti” – ha basato su una serie americana, ripensata e adattata, “The Booth at the Edge”, creta dall’autore e produttore Christopher Kubasik nel 2010. Un uomo misterioso, giorno e notte ospite abituale di un bar, con il suo tavolo sul fondo del locale, e personaggi e storie che a lui convogliano, di uomini e donne, lui pronto a esaudire desideri e a risolvere problemi in cambio di alcuni “compiti” da svolgere. Tutti saranno pronti ad accettare quelle richieste? Durata 105 minuti. (Ambrosio sala 3, Greenwich sala 2, Uci)
curatore di un importante museo di Stoccolma, divorziato e amorevole padre di due bambine, sempre all’inseguimento delle buone cause. Nel museo c’è grande fermento per il debutto di un’installazione, “The Square”, che invita all’altruismo e alla condivisione (“il quadrato è un santuario di fiducia e altruismo”): ma quando gli vengono rubati il cellulare e il portafoglio per strada, Christian reagisce in modo scomposto. Nel frattempo, l’agenzia che cura le pubbliche relazioni del museo crea un’inaspettata campagna pubblicitaria a promuovere l’installazione, ottenendo una risposta da parte del pubblico che manda in crisi sia Christian che il museo stesso. Strano e brillante, pieno di interrogativi, simpatico (si ride! si ride!), certo meno “chiarito” rispetto a quel “Forza maggiore” che ci aveva fatto conoscere il regista svedese all’interno del TFF, da guardare (e da ammirare) con occhio decisamente interessato non nella sua complessità ma nei grumi di scene che via via si susseguono e si solidificano, tra il filosofico e il divertito (eccezionale la scena della performance dell’uomo scimmia, costellata dalla curiosità e dallo scetticismo e dalla allegria attenta del pubblico, pronti a farsi terrore), nello sguardo ironico buttato sulla pochezza e sulle turlupinatura di certa arte contemporanea (i vari mucchietti di sabbia che danno vita ad una installazione recuperati in un sacco della spazzatura da un addetto alle pulizie). Durata 142 minuti. (Massimo sala 1 anche in V.O., Nazionale sala 1)
Dench, Ali Fazal, Michael Gambon e Olivia Williams. Nel 1887 Abdul lascia l’India per Londra, per poter donare alla regina settantenne, sul trono da oltre cinquant’anni, una medaglia, proprio in occasione del suo Giubileo d’Oro. La sovrana è attratta dalla cultura che l’uomo porta con sé, dalla sua giovinezza e dalla prestanza, contro lo scandalo che il suo nuovo amico semina in tutta la corte, che non esita a bollarla come pazza. Più “storiucola” che Storia, a tratti imbarazzante per quell’aria di operetta senza pensieri che circola all’interno: naturalmente per il regista di “Philomena” (da ricordare) e di “Florence” (da dimenticare) il ventiquattrenne Abdul è senza macchia, la vecchia e inamidata corte inglese da mettere alla berlina e allo sberleffo, il piccolo entourage regale che grida “sommossa” se ne ritorna tranquillo a servire la vecchia sovrana. Ma ci voleva ben altro polso e visuale, e qui Frears ha tutta l’aria di voler andare in pensione. Durata 112 minuti. (Romano sala 3)
DAL NOSTRO INVIATO Elio Rabbione
limpido quello del regista, che neppure si sogna di lasciar cadere ideologie dall’alto ma analizza con umanità, quella vera, quella quotidiana, quella dell’elemento pressante alla sopravvivenza, fisica e materiale e degli affetti (significativi i momenti di un padre “di vacanza” e del ragazzino che non gli è figlio), lo svolgimento della storia. Ed è un racconto che non vuol essere soltanto la rappresentazione di “quella” storia, ma sogna di raccontare dall’interno anche la crisi che il Portogallo attraversa dal 2008. Importante, costruito con grande partecipazione da quanti “sono” gli operai, documentato, capace di farti apprezzare quanto le parole siano importanti.
passione e di litigi, di travolgimenti e di stravolgimenti, di affetti e di distruzioni. Finché nascono nuovi amori, altrettanto infuocati, lui con una ragazza molto più giovane, lei si perde tra le braccia di un’allieva, tutto quanto raccontato in un poco entusiasmante susseguirsi di altalenanti passaggi temporali e soprattutto con dialoghi e situazioni riempitive (le tre amiche a scambiarsi confidente e no all’interno di un bagno) che suonano false, costruite a tavolino, troppo letterarie. Si tenta l’evoluzione dei personaggi, ma Flavio continua a starsene chiuso nelle proprie paure e Claudia, caposaldo di uno sguardo tutto al femminile, brandito come uno spadone che mena colpi senza pudore, rimane la folle, guerriera, ossessiva, arruffata donna da cui in molti fuggiremmo. Lucia Mascino e Thomas Trabacchi sembrano affrontare la storia con convinzione: siamo noi a uscire dalla sala insoddisfatti, bruciati da quel troppo di prosopopea che la regista ci ha buttato in faccia.
Costantini, direttore artistico dell’iniziativa, e al curatore e critico d’arte Michele Bramante, per le loro capacità nel saper utilizzare nuovi linguaggi espressivi, per la loro originalità nell’interpretazione del mondo produttivo e per le loro affinità con le aziende d’eccellenza, selezionate tra quelle con una storia imprenditoriale importante, un forte legame con le tradizioni del territorio e una grande sensibilità nei confronti dell’arte e della cultura.
contrario li vede, e di ombrelli rossi che come in un quadro di Magritte riempiono il cielo della metropoli. Nella confezione sfuggente tutto diventa abbastanza ridicolo, nel modo di pronunciare le battute, nei silenzi e nelle pause incomprensibili, nella musica roboante che nulla ha a che fare con il resto, nei movimenti robotici che occupano lo schermo e nella inespressività che al pubblico torinese fa riprendere l’uscita a una mezz’ora dall’inizio o strappa sonore risate poco rassicuranti per la troupe seduta a metà della sala. Al di là della presentazione in cartella stampa, ti è difficile ritrovare qualcosa di “affascinante e misterioso” e non ti accontenti certo di una cura formale che scivola immediatamente nel banale. Rispedendo al mittente quella “limpidezza di intenzioni” che fa a pugni con lo svolgersi ingessato della vicenda.
giravolte, che le richiede dedizione completa e la cancellazione della sua vita di ragazza, sino a chiedersi quanto sia stufa o quanto lo faccia per ubbidire agli sforzi di una madre. Mentre deve combattere contro le compagne che la deridono e la emarginano, contro un allenatore che la insulta senza mezzi termini. Sul fronte della ribellione c’è la festa notturna nel bosco a suon di alcol e spinelli o le chiacchierate con le nuove amiche, con tanto di immagini delle loro parti intime sparate su social (e immediata risposta maschile), o la ricerca del primo ragazzo con la paura che lui la cerchi per farci soltanto sesso, mentre la sorella maggiore la tempesta di “l’hai già fatto?”. Il film tenta di entrare nel mondo giovanile ma lo fa in modo quantomai scontato, tenendo lontano lo spettatore da immedesimazione o pietà, subendo la trappola di slungare oltre il dovuto certe situazioni che dovrebbero approfondire il discorso giovanile ma che finiscono con lo svilirlo del tutto. Tutto quanto diventa ancor più antipatico se si pensa che il punto di partenza è stato un documentario sullo stesso ambiente e con lo stesso tragitto, nessuno sentiva il bisogno di gonfiarlo con una storia che alla fine risulta elementare e vuota.
FINO AL 17 DICEMBRE
pittura e soprattutto il disegno e l’opera grafica: suo in mostra un rigoroso “Autoritratto”, linografia su carta del 1936-’37, palese dimostrazione di un’abilità tecnica (nell’uso marcato e attento del lavoro di sgorbia) che andava ben oltre il semplice diletto del fare. La rassegna s’avvia con il bellissimo “Beccaccino”, regalato da Filippo De Pisis a Eugenio Montale (entrambi classe 1896, conosciutisi nel 1919 post-bellico): dono che voleva ricambiare l’omaggio fatto dal poeta ligure di una copia delle sue “Occasioni” con tanto di dedica al pittore ferrarese, che Montale sapeva essere anche buon poeta. E in mostra (dove di De Pisis scrittore troviamo manoscritti di poesie, libri rari e tele che rappresentano il tema del libro, della penna-piuma e del sonetto) scopriamo la lettera in cui, fra orgoglio e ironia, Montale confida al De Pisis: “Lei non lo sa, ma sono anche io pittore, e forse più bravo di lei”. Parole audaci se raffrontate ai risultati pittorici
“non brillanti” ma “pugnaci”: incisioni, tele, bozzetti a pastello. Insieme a carte, lettere, autografi e fotografie. Allievo a Bologna, come De Pisis, di Roberto Longhi, anche per Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Ostia, 1975) la passione per l’arte e la pittura è per tutta la vita compagna fedele della sua attività di regista-scrittore-poeta-giornalista. In mostra ad Alba, troviamo disegni, scritti poetici e autoritratti. Particolarmente suggestivo il pirandelliano“Autoritratto con il fiore in bocca” realizzato a 25 anni, il volto verdastro ferito da violente pennellate bianche e nere, un fiore rosso in bocca e un disegno di ragazzo alle spalle; opera – s’è scritto – che parla già di “sconcertante anticipazione del tocco distorto di Francis Bacon”. Curiosa e abbastanza unica anche la caratteristica di Pasolini, messa in luce dalla rassegna (che propone anche spezzoni scelti e montati del suo cinema), di dipingere non solo con i colori tradizionali, ma con stramberie come fondi di caffè, olio e vino. E che dire di quello stravagante divertissement che pare essere il “Ritratto di De Pisis col pappagallo” realizzato da Carlo Levi (Torino, 1902 – Roma, 1975) nel ’33? Quanto lontana è la lezione casoratiana e l’elementare monumentalità dei ritratti della gente di
Lucania! Qui Levi bonariamente ironizza sull’eccentrica personalità di De Pisis, appassionato collezionista di strane “chincaglierie da Wunderkammer”, immortalandolo con giacca di un azzurro “polveroso” su cui trionfano chiassose medaglie, il fiore all’occhiello, la cravatta a pois e sul viso bello tondo il monocolo e l’orecchino, a far da pendant con gli anelli sopra il guanto di pelle. E, per finire, sulla spalla destra il “pappagallo Cocò”. Verso il “fantastico visionario” volano invece le opere di Giuseppe Zigaina (Cervignano del Friuli, 1924– Palmanova, 2015), apprezzato pittore ma anche superbo letterato, soprattutto per l’attività critico-interpretativa degli ultimi testi di Pasolini, di cui fu amico d’infanzia e con cui collaborò a vari film. In un ambito di singolare eccentrica “visionarietà” si collocano anche i disegni, i dipinti e le bozze di romanzi di Mario Lattes (Torino, 1923 – Torino, 2001): campi di creatività diversi, ma tenuti vivi con grande maestria, così come fu per Alfonso Gatto (Salerno, 1909 – Orbetello, 1976), poeta, scrittore, critico d’arte e perfino gallerista, ma anche pittore di deliziosi acquerelli, oli, tempere e disegni. Suo il libro “Coda di paglia”, illustrato da Mino Maccari (Siena, 1898 – Roma, 1989), anche lui pittore e incisore, ma pure scrittore e giornalista. Fu perfino caporedattore a “La Stampa”, sotto la direzione di Curzio Malaparte. Pittura “ricca e furente”, la sua; “anarchico e geniale”, per Pasolini disegna anche un manifesto di “Accattone”.
Nel cimitero di Père-Lachaise, il grande cimetière de l’Est sulla collina che sormonta la rive droite e il Boulevard de Ménilmontant, nel ventesimo arrondissement di Parigi, è sepolta, tra i tanti illustri defunti, Gerda Taro.
vero nome era Gerta Pohorylle, nasce nel 1910 a Stoccarda e, nonostante le sue origini borghesi entra giovanissima a far parte di movimenti rivoluzionari di sinistra. Le idee politiche, la militanza e la sua origine ebraica, con l’avvento del nazismo in Germania, la costringono a rifugiarsi a Parigi. Nella ville Lumière degli anni folli, magistralmente descritta da Ernst Hemingway in “Festa mobile”, la stella cometa della Taro travolge le vite degli amici e degli amanti con un’energia inesauribile. E’ a Parigi che Gerta Pohorylle conosce André Friedmann, ebreo comunista ungherese e fotografo, che le insegna le tecniche del mestiere. Formano una coppia e iniziano a lavorare insieme. L’atmosfera magica della città e l’estro creativo e vulcanico della giovane la portano a creare per il compagno una figura del tutto nuova. Nasce così Robert Capa, un fantomatico fotoreporter americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Con questo pseudonimo il mondo intero conoscerà Friedman e il fotografo finirà per sostituirlo al suo vero nome, conservandolo per tutta la vita. Lei stessa cambia il nome in Gerda Taro.
ullini erano intatti. Scattava a raffica in mezzo al delirio, la piccola Leica sopra la testa, come se la proteggesse dai bombardieri”. Gerda fotografa prevalentemente con una Rolleiflex, formato 6×6, mentre Robert preferisce la Leica. Poi anche lei inizia ad utilizzare la piccola fotocamera. Nello stile di Gerda predomina l’individuo, i suoi scatti mettono a fuoco i protagonisti della guerra, le vittime, i combattenti, le donne e i bambini, immagini forti che descrivono, in punta di obiettivo, l’evento storico che anticipò come un tragico prologo la seconda guerra mondiale. Le sue foto sono come la sua vita tumultuosa, simile ad una corsa a perdifiato, una vita segnata da passioni forti, da un’incredibile vitalità e da un desiderio di affermazione e di emancipazione che, storicamente, le donne avrebbero raggiunto solo molto più tardi. Questa vita viene spezzata dai cingoli di un carro armato che la travolge proprio mentre torna dalla battaglia di Brunete dove aveva realizzato il suo servizio più importante, che viene pubblicato postumo
sulla rivista “Regards”. Sotto quel carro armato si spengono i sogni, l’entusiasmo, tutte le foto che il futuro
avrebbe potuto regalarle e la breve ed intensa vita della 26enne Gerda Taro.Trasportata a Madrid, la fotografa resta cosciente per alcune ore, giungendo a vedere un’ultima alba: quella del 26 luglio 1937. Il suo corpo viene riportato a Parigi, la patria della sua vita di artista, e, accompagnato da un corteo funebre di duecentomila persone, viene tumulato al cimitero del Père Lachaise. Il suo elogio funebre viene scritto e letto da Pablo Neruda e Louis Aragon. Robert Capa, distrutto dalla morte della sua compagna di vita e d’arte, un anno dopo la scomparsa di Gerda, pubblica in sua memoria “Death in the Making“, riunendo molte delle foto scattate insieme. La vita di Capa, da quel momento, sembra procedere in uno strano, inquietante e provocatorio “gioco a rimpiattino” con la Morte che il fotografo
sfida, conflitto dopo conflitto, scattando immagini sconvolgenti e sempre fedeli al suo motto “se le foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino”. La morte gli dà scacco matto attraverso una mina antiuomo, nel 1954, nella guerra in Indocina, mentre Capa cerca, ancora una volta, di regalare all’umanità un’altra testimonianza dell’orrore dei conflitti bellici. Un fotoreporter, in fondo, non deve fare niente altro se non testimoniare la realtà e semplicemente “dare la notizia”.
Il vento e il paesaggio dell’isola di Jersey fanno da sfondo a Beast di Michael Pearce che ha aperto i titoli in concorso del TFF 35
sospetti e attrazioni, costruisce rapporti intensi e un thriller delle anime che si fa seguire fino al termine, cercando lo spettatore dove stiano pirandellianamente la verità e la finzione: avendo una protagonista femminile bravissima nelle luci e nelle ombre del proprio personaggio, tesa come una corda di violino, esplosiva nel proprio passato come nel destino altrui. Magari già pronta a farsi avanti per il premio alla migliore attrice.
liscio come ognuno si augurerebbe, troppe cose andrebbero cambiate, troppe lacune andrebbero colmate. Potrebbe anche essere un racconto con il suo perché, se avesse una sceneggiatura capace di calarsi più a fondo e una regia non pronta ad appiattire tutto quanto, in cerca di sobbalzi narrativi ma facile al contrario a cadere in depressive (per lo spettatore) zone di noia, impelagandosi in inquadrature e in attimi stiracchiati oltre il dovuto. Ancora per la serie passiamoci sopra, l’argentino Arpòn, con contributi venezuelani e spagnoli, diretto da Tomàs Espinoza, che confessa di aver impiegato quattro anni tondi tondi della sua vista a portarne avanti i preparativi e solo quattro settimane per la realizzazione. Male per lui. Perché si è messo in testa di narrarci, e fin qui ci è riuscito, le strane, disordinate giornate di un preside che vive col chiodo fisso di andare a controllare gli zainetti di ogni singola sua allieva, con la decisione di trovarci chissacché. Capita che in quello di una piccola ribelli ci scovi una siringa che serve ad fare iniezioni nelle labbra delle compagne; ma che poi tutto si perda in sentieri affatto suoi e si sfilacci in incidenti, scomparse, sospetti, puttane e pappa, licenziamenti, nuovi incontri, dentro un film che rimane confuso, disordinato, inafferrabile.
Divertimento al contrario – anche se il bel carico di critica che ne potrebbe nascere rimane parecchio in superficie, pur costringendo lo spettatore a riguardare al “paese perfetto” e a quel tutto che si è sempre fatto per il bene del popolo – in The death of Stalin, a gennaio sugli schermi come Morto Stalin se ne fa un altro, di Armando Iannucci, di padre napoletano e madre gallese, ovvero i giorni che seguirono a quel 2 marzo del ’53, quando con la scomparsa del padre della patria sovietica, colpito nel suo studio da emorragia cerebrale, i suoi sottoposto Malenkov, Kruscev, Berja, Molotov e compagnia scalpitarono per nascondere documenti, imbandire alle masse i funerali, respingere le stesse per ordine e per terrore
con i mezzi più finali, soccorrersi e annientarsi a vicenda in un balletto di facce annichilite, impaurite, ancora disumane, affidare a Kruscev (uno sfrenato Steve Buscemi, che sa difendersi bene dalle altrettanto efficaci caratterizzazioni dei suoi colleghi) la nuova guida dei popoli. Forse se il regista avesse reso più “storico” il film e non fosse caduto, a tratti, nel trabocchetto dello sberleffo, tutto sarebbe apparso più tremendamente vero. Davanti alle immagini, ci regaliamo un sorriso infelicemente amaro. Qualcuno, forse, non riesce a spremere neppure quello.
2003, flop colossale con un budget di 6 milioni dollari e un incasso di 1800. Con la ambiziosa volontà di inseguire i propri sogni, sempre lontano dall’arrendersi, con la frenesia intima e distruttiva di voler ripercorrere le strade di Ed Wood, Franco nelle vesti smoderate e senza ritegno di Wiseau dai teatrini in cui tenta di recitare Shakespeare piomba a Los Angeles in compagnia di Greg Sestero (sarà lui a raccontare in una autobiografia la storia di The room), un altro che vuole scalare il mondo della celluloide. Un rapporto nato sul culto di James Dean, fatto di amicizia e di speranza, di tanti tentativi, soprattutto di quella fiducia che vuol credere in Tommy. Non si sa da dove venga, né quanti anni abbia, né da dove gli arrivino tutti quei soldi che la produzione del film gli intacca, per tacere di un povero linguaggio in suo possesso che il doppiaggio prossimo dovrà rendere con esattezza. Se Greg è più timoroso e guarda anche ad altre occasioni umane e professionali, Tommy viaggia con i suoi capelli lunghi, con il suo lato eccentrico, con la doppia cinghia dei pantaloni a mettergli meglio in evidenza le chiappe, con il culo in piena visione per rendere assai più veritiera con la partner infastidita. Respinto
da un mondo che pur tra i suoi lustrini l’ha già messo da parte, Tommy il film se lo farà da solo, compra l’attrezzatura sia in pellicola che in digitale, mette su una troupe presto stanca, ripete nel ridicolo scena dopo scena. Sino alla serata della prima, tra le risate della sala. Non volute e non dovute per un drammone di una passione a tre risolto con un colpo di pistola, prologo all’etichetta di film culto nelle proiezioni di mezzanotte nei cinema americani. Un successo postume, mentre oggi Tommy insegue ancora parecchi progetti e si dedica ai suoi studi di psicologia. Da vedere, per il ritratto di questo squinternato attore/autore, per una memoria messa all’angolo, per l’operazione che James Franco costruisce, a cominciare dalla sua interpretazione, fantastica, per l’allineamento con l’esempio iniziale (e si resti in sala seduti per gustare l’appaiamento dei vecchi e dei nuovi brani), per i camei di certi colleghi (Sharon Stone, Melanie Griffith, Zac Efron), per il divertimento che sparge lungo la storia, per la approfondita “povertà” di un uomo che pur aveva creduto in un sogno.