CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 728

Ragazzi di vita: un affresco delle borgate del dopoguerra

Ultima replica domani al Carignano di Torino per “Ragazzi di vita”, spettacolo tratto dal romanzo omonimo di Pier Paolo Pasolini, sulla breccia dal 2016 grazie alla drammaturgia di Emanuele Trevi e la regia di Massimo Popolizio che è valso a questo adattamento ben tre premi: Ubu, Critica e Le Maschere

Grande protagonista Lino Guanciale, attore di diverse fiction, idolatrato dal pubblico della tv generalista, già a Torino in autunno sempre allo Stabile per lo spettacolo “La classe operaia va in paradiso” dal film di Elio Petri. Qui lo ritroviamo nei panni dell’io narrante del testo pasoliniano, il punto di vista esterno su quella Roma del dopoguerra delle periferie degradate. Una scenografia scabra riproduce quelle borgate popolate da anime povere, costrette a vivere di furti, espedienti e lavori di ogni genere, dai meno legali ai più umilianti, e l’autenticità di un mondo primitivo scandito dalla noia, la miseria e la morte. Popolizio non opera un lavoro di trasposizione del testo alla lettera ma offre dei quadri corrispondenti ai diversi episodi del romanzo, dove il senso del comico e del tragico si rincorrono continuamente, alternandosi in giusta dose senza cadere nel parossismo o nella caricatura. Un lavoro corale che coinvolge tantissimi attori giovani, diciotto in tutto, che incarnano tutta quella vitalità e spregiudicatezza dei “borgatari”. Tutti insieme sul palco si presentano in larghe mutande bianche con un’ingenuità puerile che verrà declinata via via da ogni interprete in maniera personalissima e convincente nei diversi personaggi: Riccetto, Lanzetta, il Caciotta, Amerigo, Begalone, Alvaro, Spudorato e tutti gli altri che insieme rappresentano l’affresco della povertà morale e materiale dell’Italia degli emarginati che si presentò agli occhi di Pasolini al suo arrivo a Roma nel 1950.

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Il raccontarsi dei personaggi ora in prima ora in terza persona, eredità di Ronconi, grazie al ritmo sostenuto degli attori non fa cadere lo spettacolo nel didascalico o nell’effetto “libro parlato”, anche se la struttura a quadri giustapposti e un’interpretazione non sempre emotivamente sentita fanno cadere a tratti l’attenzione dello spettatore. E se Emanuele Trevi voleva far emergere il narratore/attore (Lino Guanciale) uno “straniero” come Pasolini rispetto a quella realtà, ci è riuscito, complici anche il costume da borghese e una recitazione non sempre empaticamente coinvolta, che lascia Guanciale un po’ ai margini, distante dagli eventi. Per un’ora e quarantacinque minuti i giovani attori funambolici zompettano, urlano e gesticolano in dialetto romanesco sfruttando l’intera profondità del palco e tutti gli spazi che servono ad accorciare la distanza dal pubblico, il proscenio e i primi palchetti, dai quali ogni tanto sbuca a sorpresa un personaggio. Impalcature e carrelli semovibili che di volta in volta diventano trampolini, barche, tram, permettono di sfruttare lo spazio anche in altezza e rappresentano in modo efficace le spoglie periferie romane del secondo dopoguerra. Sono diversi i momenti godibili tra spunti comici, che squarciano per un attimo il dramma dei “borgatari”, battutacce in romanesco e canzoni dal vivo cantate in coro, spensierate e nostalgiche, attinte dal repertorio di Claudio Villa, che portano un po’ di leggerezza in quella dolente umanità.

Giuliana Prestipino

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Insieme con Lino Guanciale è doveroso citare gli altri interpreti: Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Verdiana Costanzo, Roberta Crivelli, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Lorenzo Grilli, Michele Lisi, Pietro Masotti, Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti.

 

Too short to wait chiude domenica

Anteprima Spazio Piemonte > 18° gLocal Film Festival  

Ultimo giorno di proiezioni > domenica 10 febbraio 2019

Si chiude domenica 10 febbraio in sala Il Movie (Via Cagliari 40/e, Torino), la 5 giorni di cortometraggi di TOO SHORT TO WAIT, con in programma 24 corti iscritti alla sezione Spazio Piemonte e i 18 partecipanti al contest Torino Factory, di cui 8 accederanno alla seconda fase del contest-video-lab. La giornata vede anche l’ultimo appuntamento con CORSI CORTI – Piccole storie di cinema: a dialogare con il pubblico in sala, la casa di distribuzione e sales agency torinese specializzata proprio nel formato breve Lights On, che domenica 10 febbraio offrirà un assaggio della masterclass Distribuire un cortometraggio: istruzioni per l’uso in calendario sabato 9 marzo, durante il 18° gLocal Film Festival.

 

Il pomeriggio si apre alle 15.30 con YOUNG&SCHOOL in cui trovano spazio, tra gli altri, 10 corti realizzati da scuole medie e superiori del Piemonte su coordinamento di Luca Percivalle in cui gli studenti si sono dedicati agli attuali temi dell’uso dei social media e del contrasto al cyberbullismo.

 

Alle 17.30 tocca a DOC #3 in cui è la poesia dei paesaggi a fare da filo conduttore in un viaggio che porta dal centro abitato norvegese più a nord del mondo nell’arcipelago delle Svalbard in La parte che avanza di Omar Bovenzi. alle montagne piemontesi che abbracciano la Val Pellice in Le montagne sono la meraviglia di Dio di Michele Comba, passando per le strade di confine con la Francia, a Bardonecchia oggi rotta di migrazione in Il confine occidentale di Luigi D’Alife.

 

I 18 lavori raccolti nella 2a call di Torino Factory, contest per videomaker under 30 riservato a opere della durata massima di 3’ e ambientate per almeno l’80% in location cittadine, saranno protagonisti della proiezione delle 19.30, mostrandosi al pubblico sul grande schermo. Solo 8 saranno scelti dal direttore artistico del progetto Daniele Gaglianone, per accedere al gLocal Film Festival e successivamente cimentarsi nella realizzazione di cortometraggi inediti girati nei quartieri torinesi, affiancati da tutor esperti che li accompagneranno fino alla proiezione in anteprima nella sezione dedicata al Torino Film Festival 2019.

 

In apertura della proiezione serale delle 21.30, l’appuntamento con CORSI CORTI. PICCOLE STORIE DI CINEMA, realizzato in collaborazione con il CNC – Centro Nazionale del Cortometraggio. È la casa di distribuzione e sales agency torinese Lights On a chiudere il ciclo di incontri che da giovedì ha visto avvicendarsi professionisti della settima arte in brevi masterclass in cui la vocazione formativa della rassegna trova la propria realizzazione. Lights On, che gestisce opere italiane ed internazionali accompagnandole nella partecipazione ai festival di tutto il mondo, proporrà al pubblico di Too Short To Wait alcune anticipazioni sulla masterclass di sabato 9 marzo DISTRIBUIRE UN CORTOMETRAGGIO: ISTRUZIONI PER L’USO, incentrata sull’esplorazione del percorso distributivo dei cortometraggi, dalla creazione di una strategia mirata per la distribuzione festival all’analisi dei contratti con potenziali compratori televisivi e piattaforme. (Iscrizione 10 € entro l’8 marzo su Eventbrite, gratuita per i partecipanti a Spazio Piemonte e Torino Factory. INFO info@piemontemovie.com)

 

Questa edizione di TOO SHORT TO WAIT – anteprima spazio piemonte ha portato sullo schermo 129 opere brevi, di cui le 5 più votate dal pubblico e le 15 selezionate dalle curatrici, Chiara Pellegrini e Roberta Pozza, comporranno la rosa di 20 cortometraggi che approderanno al 18° gLocal Film Festival e gareggeranno per i premi del concorso Spazio Piemonte. In palio il PREMIO TORÈT Miglior Cortometraggio (1.500 €), il Premio ODS – Miglior Attore, Premio ODS – Miglior Attrice e Miglior Corto d’Animazione assegnati dalla giuria di professionisti del campo, oltre ai premi speciali dei partner Cinemaitaliano.info, Scuola Holden, Machiavelli Music e Seeyousound Music Film Festival, e infine il Premio del Pubblico.

 

TOO SHORT TO WAIT > anteprima Spazio Piemonte > 18° gLocal Film Festival

6 – 10 febbraio 2019 > Il Movie (via Cagliari 40/e – Torino)

Ingresso 5 € / Ridotto 3 € – under12 / gratuito per i soci Piemonte Movie

Una madre e un figlio, l’ultima confessione

Precocissimo autore teatrale, avvocato che presto gira le spalle alla professione per dedicarsi alla scrittura e al palcoscenico, direttore artistico per differenti realtà teatrali, Furio Bordon chiude oggi con Un momento difficile un progetto drammaturgico tratto dalle pagine di “Stanze di famiglia” (edito da Garzanti) e dedicato alla vecchiaia, ai ricordi, all’accettazione o no di uno stato della vita, il cui punto di partenza fu nel ’95 quelle Ultime lune (La notte dell’angelo il secondo momento) con cui Mastroianni si congedò dal suo pubblico (sarebbe scomparso l’anno successivo) e che pochi anni dopo ancora Gianrico Tedeschi avrebbe portato al successo, testo fortunato che in questa stessa stagione è affidato alle cure interpretative di Andrea Giordana.  Non è facile parlare della morte su di una scena, degli addii, degli ultimi istanti di una vita, senza facilmente cadere nella retorica, nella facilità dei sentimenti, nella banalità del già detto troppe volte. Non c’è soltanto l’abbandonarsi di una persona sul letto di morte, quasi del tutto inconsapevole con quella testa che non c’è più, c’è soprattutto il ricordo e i rimpianti di chi le siede ancora accanto, di chi finora l’ha accudita, e continua ad accudirla in quegli ultimi istanti, pur di non affidarla ad una struttura esterna. È il rito della quotidianità, con i bisogni di un corpo sfatto e non più governabile, ci sono le creme da passare sulle gambe, le mutande da riporre nel cassetto del comò (di questa camera da letto inventata da Alessandro Chiti), le pisciate e i pannoloni di cui non si può mai fare a meno, le solite domande ripetute all’ossessione cui rispondere e le risposte presto dimenticate. Una pagina scritta che diventa un pezzo di vita per molti degli spettatori. C’è una madre che muore e c’è un figlio che per l’intera vita ha odiato e amato sua madre e continua a vivere. Bordon, con una scelta che porta ad un eccessivo scompenso narrativo, privilegia il passato e accantona troppo il presente, mettendo per difetto in un angolo la madre anziana, cui un’attrice come Ariella Reggio offre più accenni di simpatia che dolori (dis)umani, non dandole certo le occasioni per una bravura che da sempre le conosciamo. A spostare l’ago narrativo entrano fin da subito tra le pareti di casa la sbiadita figura del padre (Francesco Foti) e soprattutto quella materna (Debora Bernardi, quasi lei a padroneggiare la scena per l’intera serata), bella, gran narratrice, spavalda all’eccesso nel rivendicare un’esistenza di errori, di scelte sbagliate, di rimproveri e di sfacciataggine, di tradimenti, ma pure alla ricerca di un (vicendevole) riavvicinamento.

Entrambi ripresi in età giovanile a ricordare, a ricostruire. Attimi dolorosi e ricordi che possono anche portare ad un sorriso. È un’ultima lotta tra “Tu”, il protagonista senza nome, e la madre, un accumularsi di difficoltà e della necessità di chiarirsi, di andare a fondo per riscoprire i perché di un’intera esistenza, è un dialogo conclusivo (ma arriva ancora un sottofinale disturbante, marionettistico e fuori luogo che la regia di Giovanni Anfuso mescola di luci e di suoni) di chi poco a poco scivola dall’essere figlio alla condizione di orfano, con la ferma consapevolezza che soltanto adesso è arrivato un grande senso di vuoto, che è quello il momento difficile. Coprodotto dallo Stabile di Catania e da quello del Friuli Venezia Giulia, Un momento difficile è vivaddio una novità italiana, che raramente ci è dato vedere sui nostri palcoscenici, e questo è un suo gran merito. E ha al suo centro un eccellente interprete, un Massimo Dapporto in vero stato di grazia, chiamato e richiamato con i suoi compagni alla prima dell’Erba (le recite, per il cartellone della Grande Prosa, terminano domani) per gli applausi di un pubblico numeroso e convinto. Ha costruito un personaggio vero, tangibile e pieno di memorie, autentico nelle sue disperazioni e nella voglia di recuperare un’esistenza, sincero in ogni sua piega, commosso e commovente, magari padrone di andare a frugare nelle pieghe del proprio passato e di scovarvi qualcosa che suoni bene a rivestire il suo “Tu”. E nella sua grande sincerità, sono pieghe che fa riscoprire a noi.

Elio Rabbione

 

Leggere, tradurre, amare Virginia Woolf

Alla GAM di Torino incontro con Nadia Fusini, fra le più acute traduttrici dell’opera della scrittrice inglese

Fra le più grandi scrittrici e intellettuali inglesi del Novecento, ancora oggi icona indiscussa di quell’“orgoglio femminile” espresso in totale libertà culturale e ideologica nei suoi romanzi di maggior successo – da “Una stanza tutta per se’” a “Mrs Dalloway” e a “Orlando” – a Virginia Woolf (Londra, 1882 – Rodmell, 1941) è dedicato il primo degli incontri inseriti nel progetto “Diari tra Diari”, ideato dall’artista Maria Morganti nell’ambito del programma triennale di “residenza per artisti” , organizzato dalla GAM di Torino in collaborazione con la “Fondazione Spinola Banna per l’Arte” e realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo. L’appuntamento è per mercoledì 13 febbraio, a partire dalle ore 18, presso la GAM (ingresso libero, fino ad esaurimento posti, tel. 011/4429518), in via Magenta 31, a Torino. A condurci, con saggia competenza e accorata passione, lungo i sentieri tortuosi dell’opera letteraria, del libero pensiero (“Potete bloccare tutte le librerie se volete ma non c’è un cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente”) e di una vita tormentata e tempestosa quale fu quella di Virginia Woolf, conclusasi tragicamente con il suicidio nelle acque del fiume Ouse, nelle campagne dello Yorkshire, sarà Nadia Fusini, scrittrice, docente, critica letteraria e fra i grandi traduttori – insieme a Jorge Luis Borges, Marguerite Yourcenar e, in Italia, Giulia Niccolai e Cristina Campo – della scrittrice inglese, tradotta in tutto il mondo, in oltre 50 lingue. “Quella che vi racconterò – sottolinea la Fusini – è prima di tutto la storia di un incontro e di un’amicizia. Il mio primo incontro con Virginia Woolf si perde nell’aurora dell’adolescenza”.   Galeotto, il romanzo “Flush, vita di un cane”, pubblicato nel 1933, in cui la Woolf racconta la vita della poetessa inglese Elizabeth Barret Browning, attraverso l’ottica e la storia del suo cane, un cocker spaniel dal pelo fulvo, di nome Flush, per l’appunto. “Quando lessi quel libro – ancora la Fusini – me ne innamorai. Non della poetessa; del cane e di Virginia Woolf. Da allora in poi, con questa scrittrice ho intrattenuto via via relazioni le più diverse, le più intime, le più rispettose, le più gelose, le più possessive”. E di questo Nadia Fusini (toscana, di Orbetello) parlerà nell’incontro alla GAM. Nadia Fusini  insegna Letteratura Inglese e Letterature Comparate presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, dopo aver insegnato Critica e Filologia Shakespeariana per anni all’Università La Sapienza di Roma. Ha tradotto e commentato molti grandi autori, tra cui Virginia Woolf (Premio Mondello 1995 per la traduzione di “Le onde”), John Keats, Shakespeare, Samuel Beckett, Mary Shelley, Wallace Stevens (Premio Achille Marazza 1996 per la traduzione di “Aurora d’autunno”). Tra gli importanti studi dedicati a Virginia Woolf si segnalano in particolare le “Opere” nell’edizione Meridiani Mondadori (1998) e “Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf” (Mondadori 2006), tradotto in varie lingue. Sull’identità e il femminile si ricordano: “La luminosa. Genealogia di Fedra” (Feltrinelli 1988); “Uomini e donne. Una fratellanza inquieta” (Donzelli 1995); “Nomi. Dieci scritture femminili” (Donzelli 1996); “Donne fatali. Ofelia, Desdemona, Cleopatra” (Bulzoni 2005).Della sua fortunata produzione narrativa: “La bocca più di tutto mi piaceva” (Donzelli 1996 e Mondadori 2004); “Lo specchio di Elisabetta” (Mondadori 2004); “L’amore necessario” (Mondadori 2008). Sempre per Mondadori ha pubblicato nel 2010 “Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare”. Per Einaudi, “Hannah e le altre” (2013) e “Vivere nella Tempesta” (2016). Per Mondadori è appena uscito anche il “Meridiano” su John Keats a sua cura.

g.m.

 

Nelle foto
– Virginia Woolf
– Nadia Fusini

La follia che “cura” la pazzia

C’erano una volta i matti
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Non tutte le storie vengono raccontate, anche se così non dovrebbe essere. Ci sono vicende che fanno paura agli autori stessi, che sono talmente brutte da non distinguersi dagli incubi notturni, eppure sono storie che vanno narrate, perché i protagonisti meritano di essere ricordati. I personaggi che popolano queste strane vicende sono “matti”,” matti veri”, c’è chi ha paura della guerra nucleare, chi si crede un Dio elettrico, chi impazzisce dalla troppa tristezza e chi, invece, perde il senno per un improvviso amore. Sono marionette grottesche di cartapesta che recitano in un piccolo teatrino chiuso al mondo, vivono bizzarre avventure rinchiusi nei manicomi che impediscono loro di osservare come la vita intanto vada avanti, lasciandoli spaventosamente indietro. I matti sono le nostre paure terrene, i nostri peccati capitali, i nostri peggiori difetti, li incolpiamo delle nostre sciagure e ci rifugiamo nel loro eccessivo gridare a squarcia gola, per non sentirci in colpa, per non averli capiti e nemmeno ascoltati. (ac)
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5. La follia che “cura” la pazzia
I primi metodi utilizzati agli albori della nascita dei manicomi parevano una sorta di commistione tra riti magici e primordiali e sadiche torture. Ai malati venivano fatti indossare corsetti di ferro anche senza rivestimenti in cuoio, strette camicie e cinture di forza, i più gravi e violenti venivano incatenati a forza ai letti disposti sia in orizzontale che in verticale, e lasciati lì per giorni. Era utilizzato anche il metodo dell’urticazione, ottenuta percuotendo il malato con rami d’ortica, mentre per i più agitati erano prescritte trasfusioni di sangue di agnello, “per rendere più miti i furiosi”. A scusare – se mai possibile – i barbari metodi cinquecenteschi c’è la quasi assoluta mancanza di conoscenza della materia e l’inconfutabile incapacità di trovare una soluzione ad un problema che nemmeno si capiva; al contrario, trovare parole che spieghino i metodi altrettanto violenti utilizzati in tempi non così lontani da noi, pare più complicato se non arduo. In tutte le strutture destinate ad ospitare l’enorme massa di alienati che andava via via aumentando nel tempo, il sistema più utilizzato per tenere sotto controllo i degenti marchiati come incurabili era quello di immobilizzarli al letto, per contenerne la pericolosità. La contenzione prevedeva l’uso di stringhe, polsini e cavigliere, oppure la nota camicia di forza, che impediva qualsiasi movimento. Non sempre però tale metodo portava a raggiungere i risultati sperati, così si passava all’idroterapia, che consisteva nell’immergere il paziente in una vasca di acqua bollente o ghiacciata, per farlo rilassare: il trattamento durava poche ore o tutta la notte. Le immersioni potevano essere indotte “a sorpresa”, oppure sostituite con forti getti di acqua gelata mirati alla testa. Altro sistema era quello delle “fangature elettriche”, che prevedeva l’utilizzo di fango spalmato sulla pelle del malato, e, sopra, veniva posta una placca di metallo che trasmetteva corrente. Il fango permetteva una migliore distribuzione della corrente nel corpo, con ottimi effetti sedativi. La “diatermia”, invece, si basava sull’elevare la temperatura del corpo mediante il passaggio di correnti ad alta frequenza. Questa tipologia di cura era molto complessa, i medici raccomandavano agli inservienti di “essere provvisti di sacchetti di sabbia di vario peso e dimensioni da mettere sulla testa, sul collo, sull’addome, sugli arti dei malati per evitare movimenti”. Tecniche innovative erano poi la “malariaterapia”, che consisteva nell’inoculazione del parassita della malaria per procurare altissime febbri, o l’”insulinoterapia”, grazie alla quale si riusciva a far arrivare il paziente ad un passo dal coma, per poterlo poi improvvisamente risvegliare: più il momento del risveglio era brusco e violento, più il trattamento sarebbe stato ritenuto positivo. Quest’ultimo procedimento era consigliato soprattutto per gli affetti da schizofrenia; anche il figlio “segreto” di Mussolini e Ida Dalser, Albino Mussolini, fu sottoposto a tali cure, quando venne rinchiuso nel manicomio di Mombello, dove morì di consunzione. La stessa Ida subì le medesime pratiche, quando impazzì e venne internata in diverse strutture. Negli anni Trenta si introdusse una nuova terapia, lo “shock cardiazolitico”, precursore dell’elettroshock, che prevedeva l’iniezione endovenosa di una soluzione di Cardiazol per provocare forti crisi convulsive epilettiche nel paziente. Benchè risultasse la più potente tra le cure di shock, tale criterio non si diffuse e smise di essere utilizzato, poiché i costi erano troppo alti e in più risultava difficoltoso “azzeccare” la giusta dose di farmaco da somministrare. Con gli anni Cinquanta il boom degli psicofarmaci, che causavano amnesia e disorientamento nei pazienti, le cinghie di contenzione vengono allentate, le cicatrici e i lividi si spostano dall’epidermide alla mente. “Che cosa bella è l’uomo, quando è uomo”, diceva il commediografo greco Menandro, il problema è quando non lo è.  E’ stato un “uomo” ad inventare il metodo che, in modo tristemente stereotipato, colleghiamo agli ospedali psichiatrici: l’elettroshock.  La terapia elettroconvulsiva viene scoperta in pieno regime fascista, (sono anni in cui il numero dei ricoverati nei manicomi cresce in maniera esponenziale), dal neurologo e psichiatra Ugo Cerletti, che la mette a punto nel 1938, con l’aiuto di un altro collega, Lucio Bini. La terapia riscuote grande successo e viene largamente utilizzata, lo stesso Ugo Cerletti definisce il suo metodo “il più semplice, il più pulito, il più innocuo”, non stupisce che fosse anche quello più economico. L’”illuminazione” arriva a Cerletti quando visita il mattatoio di Roma e assiste all’uccisione degli animali. I maiali venivano prima storditi tramite l’utilizzo di un circuito che applicava una scarica elettrica direttamente al cranio, quando la bestia era presa da una vera e propria crisi epilettica, veniva sgozzata. La “terapia della morte” nasceva dalla concezione arcaica di stampo medievale secondo cui un demone si insinuava nella mente del malato, e l’unico modo per scacciarlo e guarire la vittima, era quello di uccidere il corpo della vittima stessa, poiché i demoni infestano solo la carne dei vivi. L’elettroshock non uccideva i pazienti, come si era potuto evincere dai primi esperimenti del 1938, eseguiti su un trentanovenne vagabondo fermato a Roma in stato confusionale, ma portava allo stato di coma il paziente, che poi veniva bruscamente rianimato. La morte apparente avrebbe ingannato il demone-malattia, e guarito il paziente malato-posseduto. L’oggetto più temuto dai detenuti costava pochissimo, 4.600 Lire, occupava poco spazio e sembrava un “nécessaire da viaggio”. Le sedute di elettroshock venivano annunciate da squilli di tromba da capotreno suonate da un infermiere. A Collegno, una delle tante vittime dell’elettroshock racconta la propria esperienza: ricorda che lo avevano fatto entrare in una cella chiusa senza spiegargli che cosa sarebbe successo. Gli dissero di mettersi sdraiato sul lettino e le infermiere gli posero una gomma in bocca e delle cuffie sulle tempie, e quando arrivò il medico diedero corrente. “Non potete immaginare quanto male possa fare”, spiega la vittima, precisando che il dottor Giorgio Coda, prima di farlo andare via, lo aveva bloccato per ripetere l’operazione nella zona genitale, “Per me fu la fine di tutto”, spiega il paziente, “ e il male che sentivo non potrò mai più dimenticarlo”.Nel 2013 L’elettroshock veniva praticato in novantuno presidi sanitari su 1400 pazienti, secondo i dati della Commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario italiano. Un obbrobrio che si commenta da sé.
 
Alessia Cagnotto
 

Il tenente Colombo sotto la Mole

Grandi sorprese in questo inizio di 2019 per il pubblico torinese del grande teatro: a febbraio arriva nel capoluogo sabaudo, l’esclusiva italiana del “Tenente Colombo”, l’ispettore più acuto e geniale quanto bizzarro e divertente che sia mai stato trasmesso dal piccolo schermo

Questa volta il Tenente Colombo appassionerà gli spettatori non a casa davanti alla tv ma seduti alle comode poltrone del Teatro Cardinal Massaia di via Sospello 32/C dove,sabato 9 e domenica 10 febbraio, l’amato inquirente trasporterà i presenti nell’atmosfera originaria di oltre cinquant’anni fa per portare in scena un thriller che in Inghilterra ha già fatto registrare a teatro ben cinque anni di sold out. Il tutto riservando agli spettatori alcune gradite sorprese come l’uso, sul palcoscenico, dell’autentico modello dell’impermeabile del Tenente Colombo, o la rivelazione del dettaglio mai svelato del nome della moglie del noto personaggio. A portare in scena l’emozionante giallo, scritto dagli autori originali della serie TV Richard Levison & William Link, saranno Ivan Fabio Perna, uno dei più acclamati interpreti di teatro americano in Italia, il quale firma anche la regia dello spettacolo ricco di colpi di scena e che lo vede protagonista accanto a Marco Manzini nei panni del freddo e cinico dott. Flemming. Gli interpreti si affronteranno in una tenace sfida, fatta di astuzie e contromosse, nella quale soltanto alla fine uno prevarrà sull’altro, dando vita ad un finale sorprendente! Completano il cast: Barbara Cinquatti, Maria Elvira Rao, Claudio Orlotti, Grazia Audero e Sebastiano Drago.

Quale sarà il caso affrontato dal Tenente Colombo nella sala del Cardinal Massaia di Torino?

L’omicidio è quello messo in atto dal Dottor Roy Flemming, brillante psichiatra di Los Angeles stanco del logoro rapporto con la possessiva e nevrotica moglie. Con l’aiuto della sua amante, organizza un ingegnoso assassinio basato su una sostituzione di persona, che gli creerà un alibi all’apparenza perfetto. Il piano creato da Flemming sembra andare per il verso giusto, ma il caso viene affidato ad un bizzarro ufficiale di polizia: il Tenente Colombo. Un tipo molto sospettoso che si rivela un formidabile avversario. Il Tenente appare maldestro, smemorato, inetto e burocrate, ma in realtà si dimostra un sagace professionista e un profondo conoscitore della natura umana. Il guanto di sfida è stato lanciato… Anche a teatro si segue dunque l’impostazione della stessa serie televisiva secondo la quale, sin dalle prime sequenze, lo spettatore conosce l’assassino, perché vede compiere il delitto in diretta… ma è poi fortemente coinvolto dal marchingegno di trappole psicologiche che Colombo metterà in atto per arrivare ad avere le prove tali da incastrare l’autore del crimine.  Fra i momenti salienti affrontati dalla regia dello spettacolo figura anche la messa in scena dell’omicidio. Due settimane intense di prove che hanno visto la Cinquatti e Manzini in una drammatica scena di strangolamento iperrealista e mozzafiato che ha fatto letteralmente saltare il pubblico sulle poltrone.  Colombo non è solo uno thriller… è anche un giallo, un dramma psicologico e una commedia: insomma due ore emozionanti, divertenti e irripetibili con l’opportunità davvero singolare di vedere dal vivo l’‘impermeabile acquistato nel 1967 da Peter Falk per girare la puntata pilota. La ditta spagnola di produzione esiste ancora adesso ma il modello è andato perduto: con grande emozione Ivan Fabio Perna è riuscito ad avere copie dei modelli originali e in una corsa contro il tempo l’ha fatto confezionare dalla costumista Dina Lo Tartaro. Questa produzione è l’unica al mondo ad avere il modello del trench originale del Tenente Colombo.  La produzione del Tenente Colombo è di LEWIS & CLARK, compagnia nata nel 1999 con l’obiettivo di produrre e mettere in scena un repertorio di opere teatrali americane e anglosassoni. Particolare attenzione viene dedicata alla restituzione della mise-en-scène in grado di rispecchiare la cultura, il tempo e la struttura drammaturgica sviluppata dall’autore. Anima è Ivan Fabio Perna, esperto conoscitore della commedia americana, nonché autore, regista e attore.  A New York ha lavorato a fianco degli attori americani Randy Danson e Daniel Von Bargen, in Italia con Franca Nuti, Giancarlo Dettori, Franco Branciaroli, ha inoltre collaborato con il Teatro Stabile di Ancona e con il Piccolo Teatro di Milano. È traduttore del commediografo americano Neil Simon ed è stato il regista del musical in tournée nazionale Moulin Rouge tratto dal film B. Luhrmann. Come autore firma le commedie Questioni di Donne, L’Uomo con la Barba, Terapie di Gruppo, Ti Amo da Morire, Questioni di Famiglia e la saga dell’ispettore Mantovani con Sei Personaggi in Cerca di un Cadavere e Il Mistero delle Lacrime di Giada. Dal 2017 è direttore artistico del “Dreams Festival”, la prestigiosa stagione estiva loanese che ha ospitato nomi come Ranieri, Sgarbi, Masini, Turci, Branduardi e tanti altri. Sarà proprio Perna a calarsi nei panni del Tenente Colombo e far rivivere uno dei miti della storia dei gialli, portandolo a teatro, a Torino.

DOPO 5 ANNI DI SOLD-OUT IN INGHILTERRA, IL 9 E 10 FEBBRAIO LO SPETTACOLO, IN ESCLUSIVA ITALIANA, SBARCA IN CITTA’ CON L’IMPERMEABILE ORIGINALE DELL’INFALLIBILE ISPETTORE PIU’ CONOSCIUTO IN TV

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Informazioni e prevendite:

– Presso le biglietterie del Teatro Cardinal Massaia
– Al numero tel. 011.2216128

– E-mail: prenotazioni@teatrocardinalmassaia.it
– Presso la biglietteria on-line Biglietto Veloce –
cliccare su: http://bit.ly/colombo_biglietti

Trailer dello Spettacolo visibile al link: http://bit.ly/trailer_colombo_02

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AL TEATRO CARDINAL MASSAIA

in Via Sospello, 32/c a Torino

Sabato 9 (ore 21) e Domenica 10 Febbraio (ore 16)

LEWIS&CLARK presenta:

Ivan Fabio Perna – Marco Manzini
in

TENENTE COLOMBO

– Prescrizione Omicidio –

di Richard Levison & William Link

 

Svelato il “cuore” romanico del Santuario della Consolata

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Presentati gli affreschi dell’antica Chiesa di Sant’Andrea

Tra il dicembre 2016 e il dicembre 2018 duecentosettantotto donatori – la maggior parte torinesi, ma pure dalla provincia, come da Asti e Cuneo, come dalla Lombardia al Lazio, dalla Sicilia alla Sardegna alla Puglia, agli Emirati Arabi anche, i più con una sola donazione, una persona di donazioni ne ha fatte dieci – hanno raccolto oltre 67 mila euro che grazie al raddoppio operato dalla Fondazione Crt sono divenuti 134, una eccellente politica di fundraising che ha dato vita ad un nuovo, preciso impulso archeologico. Ad opera di quella stessa Fondazione che, ha spiegato in conferenza stampa il presidente Giovanni Quaglia, “da sempre principale sostenitore privato del Santuario della Consolata, cui ha storicamente destinato 4 milioni di euro, continua a mettere a disposizione risorse economiche, competenze e idee progettuali per la valorizzazione e la salvaguardia di questo meraviglioso “gioiello”, confermando il proprio impegno per il patrimonio artistico ecclesiastico”. “Un atto di filantropia innovativa – ha ancora sottolineato Quaglia -, dal momento che al nostro interno stiamo raccogliendo una vera sensibilità per il restauro collegato alla comunità di riferimento, interpretando la restituzione come strumento di inclusione sociale. Nei prossimi mesi avvieremo un progetto che prevede il coinvolgimento di santuari nel Piemonte e nella valle d’Aosta”. A segno di gratitudine, saranno quelle 278 persone a poter ammirare prima di ogni altro gli affreschi portati alla luce sulle pareti che furono le prime campate della chiesa di Sant’Andrea, costruita nell’XI secolo, su cui dietro l’invito di Giovanna Battista di Savoia-Nemours l’abate Guarini costruirà il capolavoro barocco nel 1675.

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Quell’architettura barocca che si pone come eccellenza e che rende famoso e visitato il capoluogo piemontese, cifra di richiamo che tuttavia non dovrebbe passare sotto silenzio un passato protocristiano e medievale di cui Torino non è certo ricca ma che pure torna alla luce (si pensi alla basilica risorta sotto la costruzione modernissima della “Nuvola” Lavazza o ai resti delle tre chiese sotto l’edificio del duomo della città), un precedente panorama dove le cronache inscrissero la chiesa, di cui ammiriamo all’aria aperta oggi il campanile, definita come il luogo sacro più bello e più importante della città. Un bell’esempio di ritrovamento artistico, un lampo di storia e di vita che riappare e a tratti sembra ancora voler trattenere gli aspetti di una chiara lettura, è il lavoro – al di là della campagna di ricerca nel 2008, che lasciava intravedere come la parte absidale dell’antica chiesa romanica si fosse conservata -, con 240 giorni di cantiere, portato avanti da un Protocollo d’intesa che ha visto la collaborazione del Santuario della Consolata (il Rettore, Mons. Giacomo Martinacci, ha tracciato la storia del complesso e ha espresso tutta la speranza che il percorso avviato possa dare ulteriori frutti, come il restauro della settecentesca Cappella dell’Abate), della Curia Metropolitana, della Soprintendenza nella persona dell’architetto Luisa Papotti, del Politecnico e dell’Università, della Fondazione Crt e soprattutto del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.

Oggi quella che è stata la Cappella invernale dei sacerdoti che abitano il Convitto del Santuario cambia veste. Antica, meravigliosa, pronta ad accogliere nuovi interventi, che gli studi stanno avvicinando a esempi rintracciabili nell’Abbazia della Novalese e nella Collegiata di Sant’Orso ad Aosta. Rimossi gli intonaci posteriori e lo coloriture moderne, anche con l’utilizzo del laser, sono apparsi questi pressoché inattesi gioielli. Sulla parete sud ha preso forma una grande figura, la mano destra protesa verso l’alto e la sinistra a reggere un cartiglio, da cui si evince che potremmo identificare il personaggio con il profeta Abramo.

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Sulla parete nord, sono comparse due grandi figure inquadrate da elementi architettonici, che recano in mano ancora dei cartigli: alla sommità delle pareti, nelle fasce decorate, a lato di variopinte greche intrecciate, si riconoscono due volti. Uno maschile con grandi occhi, naso affilato e barba, il cui copricapo ci dice che potrebbe trattarsi di un monaco, probabilmente San Benedetto, come suggeriscono alcune lettere dipinte a lato (i primi monaci della chiesa di Sant’Andrea erano benedettini), l’altro femminile, con il capo velato, caratterizzato da un intenso sguardo. I lavori non hanno coinvolto esclusivamente le pareti, anche il catino absidale ha visto riapparire una decorazione floreale, probabilmente secentesca, a ghirlande e motivi vegetali. Soprattutto Luisa Papotti ha messo in luce gli aspetti storici e artistici del ritrovamento: “Davanti ai nostri occhi, ricompare l’architettura imponente della antica basilica conventuale, che i monaci fuggiti da Novalesa ricostruirono intorno all’anno 1000 nell’angolo nord-occidentale della città medievale. Ne ritroviamo la muratura laterizia esterna scandita da lesene, fregi di archetti pensili e monofore, ma anche le decorazioni interne, animate da fregi policromi e da ieratiche figure di santi e profeti”. Il visitatore si troverà quindi dinanzi ad un’importante testimonianza del medioevo torinese, che richiede ancora un lungo lavoro di indagine, ma che in futuro potrà forse veder riapparire parte delle proprie strutture, risalenti all’indomani delle incursioni saracene, che videro altresì l’apporto di due figure di primo piano come quelle di Gezone, abate di Breme, e di Bruningo, monaco architetto.

 

Elio Rabbione

 

 

Credits photo Delmastro – Distefano – architetti

Le immagini degli affreschi riscoperti, nell’ordine: sulla parete sud, il patriarca Abramo; i personaggi raffigurati sulla parete nord e uno scorcio della parete stessa. In ultimo, la posizione di uno degli affreschi ritrovati nella ricostruzione dell’antico complesso religioso di Sant’Andrea.

Il "Pannunzio" propone: "La sala tre del Massimo intitolata a Soldati"


“A vent’anni esatti dalla sua morte merita un riconoscimento da parte della sua Città”
Tra le diverse proposte di intitolazione della sala tre del Cinema Massimo il Centro “Pannunzio “ intende aggiungere una proposta: Mario Soldati, regista e scrittore nato a Torino che venne festeggiato proprio al Museo del cinema per i suoi 85 anni. Crediamo di non dover spendere delle particolari parole per sostenere una candidatura che dovrebbe trovare largo consenso:i suoi film sono entrati nella storia del cinema e la figura di Soldati non è mai stata divisiva politicamente. A vent’anni esatti dalla sua morte Soldati merita un riconoscimento da parte della sua Città e l’intitolazione di una sala al Museo del cinema sarebbe un riconoscimento non effimero molto significativo. Grato per una segnalazione, porgo  cordiali saluti. 
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Pier Franco Quaglieni
direttore del Centro Pannunzio, presidente del Comitato nazionale per le onoranze di Mario Soldati

Il “Pannunzio” propone: “La sala tre del Massimo intitolata a Soldati”

“A vent’anni esatti dalla sua morte merita un riconoscimento da parte della sua Città”

Tra le diverse proposte di intitolazione della sala tre del Cinema Massimo il Centro “Pannunzio “ intende aggiungere una proposta: Mario Soldati, regista e scrittore nato a Torino che venne festeggiato proprio al Museo del cinema per i suoi 85 anni. Crediamo di non dover spendere delle particolari parole per sostenere una candidatura che dovrebbe trovare largo consenso:i suoi film sono entrati nella storia del cinema e la figura di Soldati non è mai stata divisiva politicamente. A vent’anni esatti dalla sua morte Soldati merita un riconoscimento da parte della sua Città e l’intitolazione di una sala al Museo del cinema sarebbe un riconoscimento non effimero molto significativo. Grato per una segnalazione, porgo  cordiali saluti. 

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Pier Franco Quaglieni

direttore del Centro Pannunzio, presidente del Comitato nazionale per le onoranze di Mario Soldati

Arteinfiera compie venticinque anni

In programma dal 15 al 24 marzo 2019 a Casale Monferrato

                        

La Mostra Regionale di San Giuseppe 2019 si avvicina a grandi passi all’edizione numero settantatre, che si svolgerà al Quartiere Fieristico della Cittadella di Casale Monferrato da venerdì 15 a domenica  24 marzo 2019. Ad organizzarla, all’insegna della continuità, sarà la D&N Eventi di Casale Monferrato, che ha già riconfermato gli ingredienti che avevano contribuito al grande successo dell’edizione del marzo 2018, ovvero de ‘La Fiera dei record’, con un afflusso senza precedenti di espositori e di pubblico: si tratta dell’ingresso gratuito e del percorso a giorni alterni, oltre che della tradizionale Piazzetta del Gusto con espositori provenienti da svariate regioni italiane. E quest’anno c’è una ricorrenza particolare. Arteinfiera, la mostra di arte contemporanea, fondata e curata dall’artista e critico d’arte Piergiorgio Panelli ha raggiunto il quarto di secolo di vita, risalendo la sua prima edizione, all’interno della Mostra Regionale di San Giuseppe a venticinque anni orsono. Il titolo di questa edizione è ‘Volare

lentamente’. “Questo titolo – dice Piergiorgio Panelli – è motivato dal fatto che in un momento in cui il mondo va esageratamente veloce, a lentezza è l’etica migliore per capire meglio noi stessi e le cose migliori da apprezzare come la bellezza e l’arte”. Per l’edizione 2019 Panelli ha invitato artisti provenienti da quasi tutte le province del Piemonte: Roberta Petrone di Torino, Antonella Tavella di Cuneo, Pietro Perrera di Casale Monferrato, Stefania Dolce di Casale Monferrato, Antonino Fulci di Vercelli, Marco Giachero di Alessandria, Michela Squillaciotti di Asti ed Eugenio Cerrato di Novara.