Al Carignano, sino a domenica 18, per la stagione dello Stabile torinese
Il palcoscenico pressoché spoglio, l’interno di una casa, su nel nord norvegese, due alte colonne al centro, un lampadario con la sua luce fioca che incombe dall’alto, una mezza dozzina di sedie, un tavolo sul fondo ingombro di bicchieri e lampade e un mucchio di libri, un grande specchio sul fondo che saprà anche accompagnare, come in una folle quanto macabra danza, i momenti più stranianti della vicenda; poi un fumo che dall’esterno a poco a poco continua a invadere l’ambiente, ovvero i miasmi di cui la vita ha riempito non solo la casa ma un’intera famiglia o forse l’evocazione dell’incendio dell’asilo da inaugurare, che qui passa in secondo piano, e una pioggia continua, battente, nauseabonda, come i fragorosi tuoni che l’accompagnano. “Spettri”, uno dei capolavori di Ibsen, arriva al Carignano (repliche sino a domenica 11 dicembre) per la Stagione dello Stabile torinese, prodotto dallo Stabile del Veneto, nella versione e nell’adattamento prosciugante, di 90’, di Fausto Paravidino (fu già Osvald a Bolzano) e per la regia lineare, estremamente rigorosa del lituano Rimas Tuminas. È anche il ritorno sulle scene italiane, nel ruolo di Hélène Alving, di Andrea Jonasson, in un bel contrasto pittorico dei suoi capelli ramati e l’abito verde di scena, algida e avara di dialoghi nella prima parte per poi esplodere lungo la tragedia che s’allunga all’interno del finale, concepita a madonna, con il suo scialle in capo, a raccogliere, la boccetta di morfina in una mano, la richiesta dolorosa e la morte del figlio. Ruolo non semplice, drammaticamente alto, che a tratti la frequentazione diradata di una lingua pare rallentare, cercare il giusto silenzio o afferrare la parola immediata, ma un ruolo superato felicemente, in piena eleganza, con la passione e la maestria che le vedevamo abituale in quel Piccolo milanese di strehleriana memoria.

Pare una tragedia greca questo “Spettri”, dove una madre dice che “gli spettri siamo noi” e un figlio intona “Vesti la giubba” dei “Pagliacci” per chiedere poi disperato il sole. Ma quel sole, nella casa, non potrà mai entrare. Forse qualcuno dovrà immolarsi. C’è realtà e c’è sogno nella elaborazione di Paravidino, c’è il tempo presente e il passato che può aver visto i giochi di due ragazzi, c’è in vantaggio il grumo di rapporti familiari – le parole di Osvald trovano anche lo spazio per un riallacciarsi alla contemporaneità, quando afferma che famiglia non è quella stabilita ma forse incancrenita, bensì quella dove c’è amore tra i componenti – con il ritorno di Osvald da Parigi, artista squattrinato e malato di quella sifilide (“i medici mi parlano di allentamento cerebrale, parole che sanno di tende di velluto!”) che un padre sempre in giro per femmine e gonnelle s’è portato in casa, con la giovinezza e la fuga di Regine (Eleonora Panizzo, tra spensieratezza e ribellione giustamente descritte), che da sempre vede nel vecchio falegname Jakob Engstrand (un appartato Giancarlo Previati, che si prefigura un diverso avvenire, non sai quanto chiaro) una figura paterna per poi scoprire, nella confessione di Hélène che svelerà quanto di marcio non vi sia soltanto in Danimarca, che il vero padre è il signor Alving e che lei sta per innamorarsi di un ragazzo che le è fratellastro. C’è il moralismo puritano e il perbenismo incarnati dal pastore Manders (un logico – “loico” – Fabio Sartor), c’è una pericolosa ambiguità, che hanno lungo un’intera esistenza seppelliti i peccati di casa, c’è il comportamento di Hélène che ha finto di non vedere e che mai s’è sognata di sbattere la porta come la Nora di “Casa di bambola” e di allontanarsi, di fuggirsene via. Ma il tutto sembra essere lo specchio di un destino, di un percorso prefissato, “è d’obbligo per noi umani essere felici?” si chiederà il pastore.

La vera sorpresa della serata è Gianluca Merolli con il suo Osvald, febbricitante, ai limiti della follia, chiuso nella conoscenza, nel disvelamento, nella conseguente propria sofferenza, tra ricordi antichi e paure, una costruzione che arriva anche a scomporsi fisicamente, in quel muovere svirgolato delle labbra e delle mani, in quell’accartocciarsi come un fantoccio sul pavimento. Una prova eccellente, applauditissimo con tutti i compagni la sera della prima. Non ultime raccolgono il successo le musiche, struggenti e appropriate, che vanno da Faustas Latènas a Giedrius Puskunigis, da Georges Bizet a Jean Sibelius. Davvero spettacolo da non perdere.
Elio Rabbione
Le immagini dello spettacolo sono di Serena Pea


Ad Ivrea, “Capitale italiana del libro 2022”, è ormai avviata la macchina organizzativa del Natale, che quest’anno, doverosamente per il capoluogo eporediese, si aprono alle ormai prossime celebrazioni del centenario della nascita di Italo Calvino (Santiago de las Vegas, Cuba, 15 ottobre 1973 – Santa Maria della Scala, Siena, 19 settembre 1985), con un’installazione di “Luci d’artista” in centro città ispirata ad uno dei suoi romanzi più celebri e amati “Le città invisibili”, pubblicate nel 1972, esattamente cinquant’anni fa. L’opera, realizzata da Paolo Amico, siciliano di San Cataldo (“l’artista delle penne a sfera”), a cura dell’assessore alla cultura di Ivrea Costanza Casali e nata da un’idea di Paolo Verri, coordinatore del programma di “Ivrea Capitale del libro”, è composta da 63 striscioni bifacciali collocati nel cuore della città, in via Palestro e in via Arduino, e realizzati con un particolare effetto che li rende visibili in qualsiasi momento della giornata. Ognuno riporta una frase tratta da “Le città invisibili” e particolarmente “vicina” a Ivrea, per l’appunto la “città segreta” che dà il titolo all’intera opera. La tecnica scelta dona un particolare effetto luminoso e permette di vedere l’opera senza il bisogno dell’illuminazione esterna, una “scelta precisa di sostenibilità ambientale e culturale” del progetto, che non produce impatto ambientale e nello stesso tempo è fruibile da tutti, a qualunque ora del giorno. Quest’ultimo aspetto è particolarmente significativo poiché è stato uno dei capisaldi intorno a cui si è sviluppato il dossier di candidatura di “Ivrea a Capitale del libro 2022”. L’opera (che rientra nel circuito di “Luci d’Artista”, il progetto della Città di Torino nato nel 1998 per volontà dell’allora assessore alla Cultura, Fiorenzo Alfieri) sarà inaugurata mercoledì 7 dicembre (ore 17,30 Sala Dorata del “Palazzo di Città” di Ivrea) con una lectio magistralis di Marco Belpoliti – il più autorevole studioso contemporaneo di Calvino – dal titolo “Guardare è un modo di essere nel mondo. Italo Calvino e il visivo”, che anticipa l’uscita in marzo del volume di Italo Calvino “Guardare”, a cura dello stesso Belpoliti (per Mondadori), proprio in occasione del centenario della nascita dello scrittore.




