Teatro Comunità 2021
LE SORELLE
Biografie teatrali
da Tre Sorelle di Anton Čechov
Un viaggio ai confini del testo attraverso i vissuti delle/degli interpreti
Regia di Maria Grazia Agricola e Duccio Bellugi Vannuccini
con la collaborazione di Céline Schlotter
Una co-produzione internazionale Associazione Choròs, Torino
Université Paris 8, ARTA e Théâtre du Soleil, Parigi
dal 27 al 31 ottobre 2021, ore 21
Teatro Marchesa, corso Vercelli 141, Torino
Con Le Sorelle, L’Associazione Choròs – TeatroComunità 2021 ha ricevuto quest’anno il riconoscimento di “Progetto Speciale” dal MiC Ministero della Cultura – Direzione Generale dello Spettacolo.
L’Associazione Choròs arriva al “Progetto Speciale” da un lungo viaggio teatrale nei territori che nel 2011 l’ha portata in Barriera di Milano a Torino, all’interno della cornice del Teatro Marchesa, luogo in cui poter esplorare le potenzialità della propria metodologia: il coinvolgimento dei cittadini e delle cittadine nella creazione teatrale attraverso il racconto biografico.
Oggi, questo importante riconoscimento, si accompagna a un ulteriore sviluppo a livello internazionale: Le sorelle è infatti una co-produzione nata dalla collaborazione con Università Paris 8, Associazione ARTA e Théâtre du Soleil di Parigi. A seguito dello stage condotto da Maria Grazia Agricola e Duccio Bellugi Vannuccini nell’ottobre 2019 a Parigi e nel gennaio 2020 a Torino, è stato avviato un processo di ricerca con un gruppo di giovani artisti italiani, francesi ed europei che vede finalmente il suo debutto ufficiale a Torino.
Il gruppo di lavoro, partito a gennaio 2020, prevedeva la possibilità di sviluppare il progetto in una serie di tappe, tra Torino e Parigi, durante il corso dell’anno artistico 2020-21. Fino al lockdown e al blocco delle attività artistico-teatrali dal marzo 2020. In quei mesi, nonostante il Teatro Marchesa fosse chiuso, e i partecipanti fossero in isolamento forzato, l’Associazione ha continuato a lavorare al progetto. Nonappena è stato possibile, sono ripartiti i laboratori virtuali con un intenso lavoro condotto nei luoghi della quarantena.
A ciascun partecipante è stato chiesto di scrivere storie, racconti, lettere rivolte a una persona prescelta. Scritti capaci di evocare la condizione di vita in cui ci siamo trovate/i in questi mesi. Le lettere, editate e rielaborate drammaturgicamente, sono diventate eredità-prodotto di un lavoro intenso lungo l’arco di tre mesi.
Un patrimonio drammaturgico e teatrale – le “Biografie Teatrali” – che s’intreccia in profondità con il testo di Čechov, annullando le distanze. In questa mescolanza e fluidità testuale il flusso di parole diventa un “unicum” in cui diventa impossibile riconoscere le parole delle attrici e degli attori da quelle di Čechov.
La drammaturgia è un lungo viaggio insieme in una periferia dell’esistenza sospesa tra sogno, speranza, momenti di felicità e disillusioni. Il passaggio continuo tra italiano e francese rende ancora più intenso ed incalzante il ritmo della scrittura scenica. L’apparente assertività di Olga, la passione delegata all’amore di Masa, l’illusione di un futuro felice di Irina, le visioni di Versinin risuonano nei racconti e nelle immagini delle persone in scena. Queste svelano, attraverso e insieme al testo di Čechov, i propri desideri e i sogni di un altrove possibile.
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TeatroComunità 2021
Le Sorelle
Biografie Teatrali
Da Tre Sorelle di Anton Čechov
Un viaggio ai confini del testo attraverso i vissuti delle/degli interpreti
Regia di Maria Grazia Agricola e Duccio Bellugi Vannuccini
Con la collaborazione di Céline Schlotter
In scena e autori Marianna Barbaro, Marie Beau, Isabelle Baron, Olivier Becker, Sara Cesaretti, Alba Galbusera, Federica Gamba, Gabriella Inglese, Olivia Kryger, Antonio Ruggiero, Céline Schlotter, Antonio Verdini
Contributo musicale Ali Ghasemi
Disegno luci Cristian Perria con la collaborazione di Francesco Serra
Riprese video Andrea Deaglio Mu produzioni audiovisive
Fotografie Gaetano Toldonato
Co-produzione Associazione Choròs, Torino
Université Paris 8, ARTA e Théâtre du Soleil, Parigi
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INGRESSO 10 euro // ridotto 7 euro
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA
infochoroscomunita@gmail.com
345 1445550 // 346 9509347
www.choroscomunita.com
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Questo libro è scritto dalla canadese 61enne Deborah Ellis, molto attiva sul fronte dell’impegno sociale e oggi anche assistente sociale a Toronto. Femminista e pacifista convinta, fin dall’età di 17 anni ha lavorato in varie zone del pianeta (tra le quali l’Africa) e vissuto un’esperienza decisamente importante in un campo per rifugiati afghani in Pakistan. Da lì e dai racconti delle donne afghane scampate all’orrore dei talebani nasce questo libro che insieme ai successivi “Il viaggio di Parvana” e “Città di fango” forma la “Trilogia del burka”.
L’autrice è nata in Palestina nel 1974 ed ha al suo attivo romanzi, racconti, saggi ed opere teatrali. Ha vinto premi importanti ed è stata finalista al National Book Award 2020 e all’International Man Booker Prize 2021.
La Grenville è una delle più famose e acclamate scrittrici australiane, diventata famosa con il successo del suo primo romanzo “Il fiume segreto” nel 2005, considerato un classico della letteratura contemporanea.
Ira Levin, nato a New York nel 1929 e morto nel 2007, è stato un grande romanziere e drammaturgo; tra le sue opere anche “Rosemary’s Baby” e “I ragazzi venuti dal Brasile”.
Pare esserci un settimo personaggio in questa ibseniana “Casa di bambola”, modernamente intesa e messa in scena (l’autore la scrisse durante un soggiorno ad Amalfi, nel 1879), diretta da Filippo Dini, con cui il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale ha inaugurato – con autentico e meritato successo – la propria stagione. Un simbolismo di troppo, quell’albero che viene a sostituirsi ad un più comune albero di Natale, il pino delle nostre infanzie, colorato di addobbi, e che affonda le proprie radici nel salotto di casa Helmer per alzarsi verso il cielo. È al centro della bella scena che il regista ha richiesto a Laura Benzi, bella e piena di tonalità bianche, di luci pronte ad accendersi per le feste, di una felicità senza pensieri che sarà presto appannata. Ma è un albero che per l’intera rappresentazione finisce col rivelarsi ingombrante, superfluo, con la pretesa di rispecchiarsi nelle parole veterotestamentarie (“dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare”), recitate all’inizio dai coniugi travestiti a mo’ di marionette, parole che gettano un velo scuro tra l’uomo e la donna. Insuperabile: e quanto lo sia, senza tentativi di ravvicinamenti, Dini ce lo mostra chiaramente, nella posizione distanziata in cui pone Nora e Torvald nella confessione di lei del finale.
Per ricordarlo e aiutarci a conoscerlo più a fondo Giuseppe Mendicino ha pubblicato, recentemente, per l’editore Laterza “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”. Si tratta di un libro utilissimo, impreziosito da belle immagini messe a disposizione dal figlio Alberico, primogenito di Rigoni Stern, che offre squarci poco conosciuti o addirittura inediti sulla vita dell’autore del Sergente nella neve, dall’infanzia in via Ortigara dove viveva la sua famiglia, agli anni giovanili e dei giochi spericolati sull’Altopiano dei Sette Comuni che spaventavano la madre Anna (“Can de toso, mi fai morire” lo rimbrottava per poi coccolarselo e difenderlo) fino ai tempi della guerra, della ritirata di Russia e della prigionia. Le vicissitudini della guerra sono state narrate da Rigoni Stern non soltanto nel suo capolavoro, ma anche in volumi come Quota Albania, Ritorno sul Don, I racconti di guerra,Quel Natale nella steppa, Tra due guerre. Nel volume sono rievocati gli anni della ricostruzione, il lavoro all’ufficio imposte del catasto, la scrittura e la grande lezione d’amore per la montagna e la natura che accompagnarono per tutta la vita l’impegno e l’etica morale di Mario Rigoni Stern e ci avvicinano al suo stile narrativo semplice e chiaro, profondo e mai banale, fortemente caratterizzato da una vena umanissima, antieroica e di forte valore civile. Scrive Mendicino: “Rigoni teneva ad evidenziare che l’etica è una, a tutte le latitudini, dovunque ci troviamo. I valori sono sempre gli stessi: amicizia, coraggio, desiderio di libertà, altruismo. L’umanità è una, al di là dei confini, dei colori e delle razze. E’ stato un uomo coerente, che ha vissuto, applicando in maniera concreta questi valori“. Un altro tema caro allo scrittore di Asiago che trova largo spazio nel racconto di Mendicino fu il rapporto d’amore e rispetto per la natura, il paesaggio, la flora e gli animali. In una intervista Rigoni Stern confidò come il suo ambiente fosse ”fatto di boschi, di pascoli, di montagne, di nevi e temporali”. Temi ai quali dedicò libri importanti come Il bosco degli urogalli, Inverni lontani, Aspettando l’alba, Uomini, boschi e api e soprattutto Arboreto salvatico. In quest’ultimo libro , pubblicato nel 1991, Mario Rigoni Stern scelse venti alberi a lui particolarmente cari e li raccontò, partendo dalle caratteristiche botaniche e ambientali per poi illustrarne la storia e le ricchezze, spiegando gli influssi che hanno avuto nella cultura popolare e nella letteratura, non facendo mancare riferimenti alle sue esperienze di vita. Una intera comunità e le sue genti, quella dell’altipiano dei Sette Comuni, venne narrata nella stupenda trilogia composta da Storia di Tönle, L’anno della vittoria e Le stagioni di Giacomo, annoverabile senza dubbio tra i suoi libri migliori. Mario Rigoni Stern. Un ritratto è la terza opera che Giuseppe Medicino gli ha dedicato, accanto a Mario Rigoni Stern. Il coraggio di dire no, e Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri. Il centenario della nascita è celebrato anche da un bellissimo volume a fumetti che gli dedica un omaggio antiretorico, incrociando le sue narrazioni e la biografia con una formula intelligente e originale. I due grandi temi che costituiscono il filo comune delle sue opere letterarie, come ricorda nella prefazione Sergio Frigo, presidente del Premio letterario Rigoni Stern, sono quelli della storia – “la guerra che tutto travolge senza remissione”, e la natura, “che invece rimargina le ferite e risolleva l’uomo dagli abissi in cui si va periodicamente a cacciare”. La sceneggiatura del graphic novel è intessuta sulla vicenda de Il sergente nella neve, in cui Mario Rigoni Stern ripercorre la ritirata di Russia con i suoi alpini riportati “a baita“, con i ricordi rivissuti nel Ritorno sul Don quando, accompagnato dalla moglie, intraprese il viaggio verso l’Est per rivedere i luoghi della guerra “col cuore gonfio e la toponomastica impressa nella mente”.
La storia si intitola semplicemente Rigoni Stern (144 pagine edite da Becco Giallo, con la sceneggiatura di Camilla Trainini e i disegni di Chiara Raimondi) e inizia nel 1970 quando allo scrittore, seduto al suo tavolo di impiegato del catasto di Asiago, di tanto in tanto e quasi inavvertitamente trascrive sui fogli i nomi dei commilitoni, sussurrando: “Sento di avere un conto in sospeso con la memoria”. Parte con la moglie Anna per il lungo viaggio in treno alla volta di Kiev dove sono attesi da una guida per raggiungere la steppa russa e i luoghi del fronte del Don che riaccendono in lui le memorie. Le illustrazioni della venticinquenne Chiara Raimondi cambiamo colore ogni volta che si passa dal presente al passato, imprimendo una potente forza evocativa al racconto. Spesso le frasi sono tratte dai due libri, rispettando rigorosamente il pensiero e le descrizioni dello scrittore nei giorni della ritirata e della battaglia di Nikolajewka, dei campi di concentramento e del ritorno sull’altipiano. Le due giovanissime autrici fanno riecheggiare la sua voce: “..sotto la neve ritrovo i miei sentieri, sento di non essere solo. Nel silenzio, sembra che i compagni camminino ancora con me, risvegliati dalla memoria”. Un originale tributo al più grande scrittore di montagna del dopoguerra.