Sugli schermi “Nostalgia” di Mario Martone
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Negli stessi vicoli in cui un tempo amministrava la legge l’eduardiano don Antonio Barracano, torna oggi Felice Lasco, il protagonista di “Nostalgia” che Mario Martone ha liberamente tratto – cosceneggiandolo con Ippolita di Majo, forse con qualche frammento di troppo – dal romanzo di Ermanno Rea, presentato a Cannes con i colori dell’Italia ma tornato a casa a mani vuote di Palmarès, come si sperava, non fosse per un’altra calibrata, studiatissima, affascinante interpretazione di Pierfrancesco Favino. Torna in quel rione Sanità, fatto di povertà palpabile ad ogni angolo come di una delinquenza che ha afferrato e fatta sua troppa gioventù, un misto di scorribande e scippi e droga, dopo quarant’anni ha lasciato Il Cairo, e una compagna innamorata, dove è diventato qualcuno e dove se ne era andato giovanissimo, appena quindicenne, piuttosto una fuga che non un libero abbandono. A tornare lo ha spinto la malattia della madre, la gioia per una cura fatta di affetti forti seppur tardivi alle sue ultime ore (che Aurora Quattrocchi descrive con gli occhi e il vecchio corpo, basterebbe la scena del bagno, una sorta di Pietà michelangiolesca a personaggi capovolti, con una rara intensità); e in quelle ore Lasco torna a immergersi nel quartiere, ne coglie gli angoli e i bassi e i visi, le vite che altre zone della Napoli di oggi, eleganti, turistiche, ostentate, dimenticano. Sarebbe l’occasione per partirsene di nuovo, ma lui vi scivola dentro innocentemente, con tranquilla caparbietà. Nel suo girovagare, s’imbatte in don Luigi (Francesco Di Leva, lo avevamo applaudito nell’edizione del “Sindaco di Rione Sanità” dello stesso Martone), che con ogni mezzo cerca di allontanare dalla camorra quei ragazzini e quelle famiglie che ne diverrebbero un facile aiuto.
C’è la ricerca del rione e della sua gente, ma c’è pure la ricerca delle proprie radici, quella che ti lascia riscoprire la figura di un antico amico, Oreste (un sinistro Tommaso Ragno), che ha assunto la realtà del boss e che oggi tutti riveriscono e chiamano “‘o malommo”. Un’amicizia interrotta, soprattutto rifuggita e dimenticata, nascosta nel silenzio di anni, che tuttavia si ha voglia di riportare alla luce, di riaccomodare. Tra le scorribande in moto dei due antichi ragazzi, tra i primi errori, tra la sbagliata voglia d’affermarsi, lo spettatore apprende come sia stato lui la causa della fuga di Lasco, come i due abbiano incrociato l’assassinio di un uomo, come alla voglia di vendetta alla fine non si possa sfuggire. Rione Sanità si fa palcoscenico di vita e di morte, si afferma come volontà di non ritorno, assurdamente, in una sorta di rito e di sacrificio. A cui Martone s’avvicina quasi con dolcezza, raccontando di come la strada non può essere che quella, tra emozioni e urla di ribellione, tra affermazioni di violenza e attimi brevi di speranza. Facce di una vita e di esistenze che Favino si carica sulle spalle robuste di una sempre più forte recitazione, un percorso esatto e commovente di inattesa autodistruzione: anche se una mancanza di sottotitoli non ci lascia gustare appieno, troppe sono le mancanze, il carattere robusto dei dialoghi. Sarebbe sufficiente seguire passo passo, scena dopo scena, tra l’arrivo (uno straniero) e l’addentrarsi sempre più vitale nel rione (le radici scoperte), lo studio e lo sforzo che Favino impiega per rendere appieno il vuoto che negli anni di lontananza s’è creato nel suo Lasco, non soltanto di abitudini ma pure di linguaggio, lento, fatto di opacità d’inflessioni, di ritorni alla memoria: e poi pronto ad esplodere.

Una grande stella a cinque punte al centro, sullo sfondo una ruota dentata a rappresentare il lavoro, un ramo d’alloro ad abbracciare il tutto, in primo piano la scritta “Repubblica Italiana”. Questo è il simbolo della Festa del 2 giugno. Festa, appunto, della Repubblica Italiana. Emblema, dal punto di vista grafico, alquanto “sofferto” e di lunga gestazione. Per arrivarci è occorso, infatti, un percorso creativo durato 24 mesi, 2 concorsi pubblici ed un totale di 800 bozzetti presentati da circa 500 artisti e dilettanti. Il tutto per tagliare il traguardo del 5 maggio del 1948, giorno in cui l’Italia repubblicana poté dire finalmente di avere il suo emblema. L’autore, vincitore di entrambi i concorsi, è Paolo Paschetto, illustratore valdese di Torre Pellice (1885 – 1963). Al suo primo e al suo secondo progetto, la Costituente chiese però sostanziali modifiche illustrative. No alla “cinta turrita” originaria (definita poco simpaticamente “la tinozza”) circondata da folta vegetazione, no al logo con la scritta “Unità e Libertà”, no al disegno centrale di un martello con un’ala e le lettere “R” e “I”, così come al ramo di quercia a destra e al ramo di ulivo a sinistra. Paschetto obbedì. E dal martello si passò alla stella, la cinta turrita diventò una ruota dentata, il ramo d’ulivo diventò d’alloro e sparì la scritta “Unità e Libertà” a favore di “Repubblica Italiana”. Meglio prima o meglio la versione definitiva? Parliamone. Per intanto, proprio in occasione della Festa del 2 giugno, alle ore 15, a raccontare la vera storia dell’Emblema della Repubblica Italiana e dei bozzetti dell’artista, esposti nella mostra “Oltre il giardino. L’abbecedario di Paolo Pejrone” in corso fino al 26 giugno al Castello di Miradolo, sarà lo storico Daniele Jalla, nipote dello stesso Paschetto, ospite del sesto e ultimo degli appuntamenti di “Mezz’ora con …”, promossi ed organizzati dalla “Fondazione Cosso”, al Castello di San Secondo di Pinerolo (via Cardonata, 2). Spiega Daniele Jalla:“La vicenda che portò all’adozione dell’Emblema è stata ricostruita nel dettaglio innanzitutto da Mario Serio, il primo ad essersene occupato attingendo alle fonti conservate dall’ ‘Archivio Centrale dello Stato’ che al tempo dirigeva. Dopo di lui, altri se ne sono interessati, fondamentalmente a partire dal suo saggio, ma anche aggiungendo altri elementi, dettagli, considerazioni. A margine, molto a margine, si è andata sviluppando una diatriba curiosa, volta a stabilire se l’Emblema avesse una radice massonica e se il suo autore fosse massone, per alcuni una colpa, per altri un punto di merito. Nipote dell’autore dell’Emblema, ho avuto il privilegio di poter consultare l’archivio di famiglia e questo mi consente di intervenire apportando nuovi elementi alla ricostruzione della vicenda, che in parte consentono di esaminarla dal punto di vista dell’autore, in parte aggiungono pochi, ma fondamentali dettagli in grado di arricchirne l’interpretazione e al tempo stesso di smentire altre ipotesi, quelle più campate per aria, peraltro”.


In Italia inizia a farsi conoscere su Youtube, nel 2008, dove posta video di scherzi telefonici sul suo canale – lamentecontorta- che gli permettono di raggiungere un grande successo sul web. Sbarca in televisione alle Iene prima e a Sky subito dopo. Da quel momento è un crescendo di successi televisivi: da Tale e quale show passando per Lol- chi ride è fuori fino ad diventare uno dei giudici più amati di Italia’s Got Talent . Oltre alla televisione, Matano riscuote successo anche al cinema, prendendo parte del cast di diverse pellicole quali Fuga di cervelli, con la regia di Paolo Ruffini (2013) fino a Una notte da dottore, con la regia di Guido Chiesa (2021). Nel 2014, Frank riesce a coronare anche uno dei suoi sogni di bambino divenendo uno dei doppiatori di South Park, particolarmente amato dal comico per lo stile irriverente e geniale.
Il talento e la fortuna devono andare di pari passo.
Sono raccolti sotto il titolo de “Un giorno di fuoco” i nuovi eventi programmati dal “Centro Sudi Beppe Fenoglio” e dall’“Assessorato alla Cultura” del “Comune di Alba”, nell’ambito delle celebrazioni del centenario dalla nascita dello scrittore – partigiano– traduttore albese. Titolo che prende ancora una volta il nome da una delle più celebri opere di Beppe Fenoglio (Alba, 1922 – Torino, 1963) e nello specifico dal primo libro pubblicato postumo, nell’aprile del 1963, due mesi dopo la morte dello scrittore. Si inizia giovedì 2 giugno, con ritrovo alle 9,45, a San benedetto Belbo per il primo trekking di questa nuova stagione. Una camminata di circa 14 km tra natura, storia e letteratura attraverso i luoghi dei racconti più intensi e significativi di Fenoglio: il gorgo del Belbo, Ca di Lù e Mimberghe, percorrendo un territorio di grande bellezza paesaggistica e naturalistica. La partecipazione è gratuita con prenotazione sul sito
l’associazione culturale “Premio Roddi”. Ingresso libero prenotandosi sul sito