Una mostra di grande rilevanza con protagonista l’artista romana RABARAMA inaugura alla galleria d’arte Malinpensa by Telaccia il 4 ottobre prossimo
Si inaugura martedì 4 ottobre prossimo, presso la Galleria d’Arte Malinpensa by Telaccia, una personale dedicata all’artista romana RABARAMA, nome d’arte di Paola Epifani, che vive e lavora a Padova.
Figlia d’arte, fin da piccola ha mostrato un talento naturale per la scultura, avviando la sua formazione presso la Scuola d’Arte di Treviso e in seguito presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. In realtà il gene artistico è presente nel suo DNA, in quanto anche il padre era pittore e scultore e la madre ceramista. Sin dall’infanzia la scultrice ha frequentato gli ambienti artistici, venendo a contatto con tecniche e idee variegate.
La scelta del suo pseudonimo risulta affascinante per il suo suono melodico che produce. La decisione di adottarlo risponde, comunque, a esigenze ancora più personali e intime. Coincide con il messaggio che ella vuole trasmettere attraverso le sue opere, vale a dire con la sua volontà di lasciare un segno.
La prima parte del nome “Raba”, nell’antica lingua indoeuropea del sanscrito, significa “segno”. La seconda parte “Rama” rappresenta nell’Induismo l’incarnazione divina. Si tratta, quindi, del passaggio dal mondo occidentale, frenetico e spesso distratto, all’universo orientale, più lento e contemplativo.
A soli diciassette anni il suo primo viaggio in Messico, in qualità di rappresentante italiana per il concorso di Toluca, per il quale ha realizzato una scultura in legno alta due metri, poi acquisita dalla collezione permanente del Museo di Arte Moderna.
Il suo talento per la scultura è apparso evidente già dai tempi in cui, ad appena dieci anni, partecipò alla mostra internazionale per il trentesimo anniversario della Nato. Il suo percorso artistico risulta costellato di numerosi successi. Le sue opere sono, per lo più, gigantesche sculture in metallo, in bronzo, alluminio, gomma e marmo, raffiguranti figure umane. Queste assumono una posa raccolta e introspettiva, che si accompagna alla varietà dei diversi pattern e disegni utilizzati per la decorazione. I colori usati esprimono una dirompente vitalità e creatività. Spesso l’artista accompagna le presentazioni delle sue opere con performance multimediali, musica d’avanguardia e set di bodypainting.
Le creazioni di Rabarama sono rappresentate da sculture e dipinti raffiguranti uomini, donne e creature ibride, spesso connotate da caratteristiche eccentriche. La pelle dei soggetti creati dall’artista viene frequentemente decorata con simboli, lettere, geroglifici e altre figure, in una pluralità di forme diverse.
La membrana di “mantello”, che sembra avvolgere queste figure, muta in maniera costante, arricchendosi di simboli, metafore e segni.
Grazie al suo talento Rabarama ha sperimentato e realizzato, nel corso del tempo, le sue creazioni in diversi materiali. Le prime sono state elaborate in terracotta, per passare poi ai bronzi dipinti, i suoi più classici e conosciuti.
Sicuramente di fascino sono le opere, gli splendidi pezzi in marmo, vetro e pietre rare, le inclusioni in resina, i monotoni in resina siliconica, i preziosi gioielli d’artista e gli splendidi dipinti e serigrafie.
L’arte di Rabarama è ricca di un’energia instancabile e di un lessico formale personale, capace di trasmettere all’osservatore una tematica di forte valenza simbolica, psicologica e sociale.
Il suo linguaggio risulta di straordinaria vitalità e si evolve, divenendo in grado di sprigionare un incredibile significato relativo alla vita umana.
L’essere da lei rappresentato acquista una profonda intensità dello sguardo e una luce spirituale notevole, in grado di esprimere stati d’animo e sensazioni variegate.
Rabarama conduce una ricerca assoluta in cui dominano il processo emotivo e quello concettuale, in un iter creativo che pare capace di trasformare la materia in pure emozioni.
Le sculture realizzate in bronzo nascono da un’interpretazione a sua volta originata da un indiscutibile impegno progettuale, di evidente valore artistico e culturale, carica di un significato esistenziale ricco di studi e contenuti. La materia viene plasmata dall’artista, che non dimentica mai i reali valori della vita umana.
Le opere di Rabarama sono esposte in particolar modo all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, in Cina e a Parigi. Soltanto tre sculture si trovano in Italia e sono “Trans-lettera”, “Labirintite” e “Co-stell-azione”, sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria, realizzate nel 2007, in occasione di una personale dal titolo “Rabarama. Identità”.
La personalità di questa artista appare particolarmente controversa, ma molto amata dal pubblico. Anche se Rabarama è maggiormente conosciuta come scultrice, in realtà è anche una fine pittrice e le sue tele riproducono spesso i soggetti che realizzerà in seguito sotto forma tridimensionale.
Per la copertura del derma delle sue sculture prende ispirazione dai nidi d’ape, una forma a lei congeniale nel rappresentare l’eredità biologica e genetica insita nell’uomo, quale destino ineluttabile.
Per le decorazioni della pelle l’artista si sposta dalla visione a nido d’ape verso forme che, via via, acquistano valenze più profonde, quali geroglifici, lettere antiche e moderne.
L’indirizzo della sua ricerca è stato influenzato da numerosi viaggi compiuti all’estero, in Oriente, in particolare in Cina dove, a Shanghai, ma non solo, l’artista è diventata quasi di casa, tanto che una sua scultura è stata acquistata come arredo urbano dal governo cinese. Oggi si trova proprio a Shanghai, davanti al palazzo del governo. Rabarama risulta profondamente affascinata anche dal Giappone, come dall’India, dalle loro rispettive consuetudini e costumi, che le hanno permesso di ampliare la propria conoscenza e approfondire la sua ricerca artistica. Il tema del viaggio risulta, quindi, ispiratore nell’arte di Rabarama, un viaggio inteso come artistico, ma anche “della vita”.
Le tematiche toccate dall’artista sono la natura, con opere ispirate al mare e alla terra, legate a profondi valori umanistici.
Le sue sculture si ispirano al tema della memoria, ripercorrendo il passato per trarre da esso degli insegnamenti, alla tematica della fiducia, indispensabile in questo momento, e alla consapevolezza.
Numerosi i progetti e le collaborazioni realizzate da questa artista molto camaleontica. Si annoverano anche delle collaborazioni con altri artisti e performer, tra cui, nel 2013, il Cirque di Soleil, a Las Vegas.
L’arte, per Rabarama, è diventata espressione e sfogo per le emozioni provocate dallo stato di profondo disagio che ella vive in modo quotidiano nei confronti del mondo che la circonda. L’arte diventa, così, uno strumento che le consente di raggiungere un equilibrio interiore e la serenità desiderata.
Rabarama plasma la materia e, al tempo stesso, colma gli spazi umani interiori con una ricchezza d’animo autentica.
Mara Martellotta
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Antonio Caprarica “Elisabetta per sempre regina” -Sperling & Kupfer -euro 19,50
Il giornalista e scrittore Vittorio Sabadin è un altro esperto di reali e non per niente nei giorni successivi alla morte della regina è stato invitato a svariati programmi televisivi; per aiutarci a decodificare meglio Elisabetta II, la sua vita e il futuro su cui si affaccia suo figlio, ora re Carlo III.
semplici parole che contenevano tutto: «Your loving Lilibet».
Qui la prospettiva adottata dalla giornalista e royal watcher Eva Grippa è quella di ricostruire la figura della sovrana attraverso i suoi rapporti con 10 donne che hanno avuto un ruolo importante nella sua lunga vita.
Perché non chiudere questa carrellata con un libro fotografico di grande pregio, del grande Cecil Beaton (1904 – 1980); che fu molto più del fotografo di teste coronate, star hollywoodiane e personaggi illustri. Conquistò la fama anche come costumista, scenografo e arredatore.

C’è stato e continua ad esserci il Medioevo dei molti film (tra antiche immagini e rivisitazioni, la leggenda di Re Artù con i suoi limpidi cavalieri o l’amore tra Robin e Marian) e delle serie televisive, “Lo Hobbit” e “Il signore degli anelli” hanno riempito le sale e le tasche dei produttori, i volumoni di Ken Follett ci hanno appassionato. E l’artista di oggi, al di là di ogni falsa convinzione, come lo interpreta quel periodo pieno di luce e di colore, avvolto nello studio e nel discernimento di rivelazioni straordinarie, narrato per leggende e per battaglie, illustrato per mostri immaginari, idealizzato per donne e madonne angelicate, per poemi e per versi che hanno posto le basi di una intera letteratura? Una risposta la può dare la mostra “Passi di mille cavalieri… – Storie del Medioevo”, curata da Luigi Castagna e Giuliana Cusino, artefici dell’”Associazione Culturale Arte per Voi”, e presentata (sino al 23 ottobre, orario d’apertura sabato e domenica dalle 16 alle 20) nell’ex Chiesa di Santa Croce, in piazza Conte Rosso ad Avigliana.
Una quarantina di artisti a raccontare, in un ampio panorama, attraverso ceramiche, sculture, dipinti, acquerelli e installazioni. Dalla rievocazione di Alfredo Ciocca, che invero non bada con esattezza ai secoli ma affascina riandando ai Magi di Benozzo Gozzoli, agli “Amanti” e al Liocorno di Giuliana Cusino, finemente “decorati” tra argille e smalti; dall’”Eden” rappresentato da Rocco Forgione in una affascinante prova storicamente posta sulla scia dell’immaginifico Savinio, alla “Strega al rogo” di Giancarlo Laurenti e al torneo di Pippo Leocata; ancora “Gli amanti” incisi su rame da Vinicio Perugia e i giullari chiamati a ricreare una piccola corte a firma di Nino Ventura.

Il Castel Savoia a Gressoney è il castello che la Regina Margherita di Savoia, moglie di Re Umberto I, volle fortemente, ad ogni costo, per trascorrere i mesi estivi, godersi splendidi panorami e la bellezza della vallata del Monte Rosa fino al ghiacciaio del Lyskamm. Il maniero ha il fascino dei castelli della Loira anche se più che un castello è una villa di inizio Novecento, un palazzo protetto da cinque torri neogotiche che gli danno un aspetto da fortezza. Ecco perché ogni volta che poteva la regina lasciava Villa Reale a Monza e le altre residenze per trasferirsi in mezzo ai boschi di Gressoney. Un po’ come l’imperatrice Sissi che dopo ogni litigio con Cecco Beppe, fuggiva lontano dai suoi doveri di consorte dell’imperatore e si rifugiava a casa dei suoi genitori in aperta campagna. Ma la regina Margherita non era triste e inquieta come Sissi, tutt’altro. E così una parte dell’estate e dell’autunno la trascorreva tra le montagne della Valle d’Aosta. Fino al 1925, prima ospite del barone Luigi Beck Peccoz e dal 1904 nella sua nuova residenza, ultimata appunto in quell’anno. La regina era un’appassionata alpinista, interesse che condivideva con il suo amico Beck Peccoz nella cui villa la sovrana soggiornò alcuni anni. Furono anni di vere imprese alpinistiche per la regina, prima donna a scalare il Monte Rosa e a lei è dedicato il rifugio Capanna Regina Margherita, la baita più alta d’Europa. La sua passione per le alte vette si fermò nel 1894 con la morte improvvisa del barone Luigi Beck Peccoz stroncato da un infarto mentre scalava una montagna insieme alla regina. Margherita di Savoia era profondamente legata a Gressoney e la vista delle meravigliose montagne le ricordava i momenti felici trascorsi in compagnia del suo amico barone. Momenti solo felici o anche intimi? D’altronde suo marito Umberto, nonché cugino di primo grado, era
legato a un’altra donna, molto bella e ammirata, quindi anche le voci sulle presunte relazioni della sovrana circolavano nei salotti aristocratici e si faceva, tra gli altri, anche il nome del barone valdostano Beck Peccoz. “Umberto accettò il matrimonio senza entusiasmo, ci informa lo storico dei Savoia Gianni Oliva, come un dovere che fa parte del suo mestiere di futuro re. Uniti in pubblico per recitare la parte degli eredi prima e dei sovrani poi ma in privato seguono ognuno la propria strada in un rapporto di reciproca indifferenza ma privo di rancori”. Molti furono gli omaggi tributati alla prima e più amata regina d’Italia, dalla celebre Ode “Alla regina d’Italia” che Carducci le dedicò, proprio lui fieramente repubblicano e anti-monarchico, alla più modesta ma sempre ottima pizza Margherita. La costruzione del palazzo cominciò nel 1899 per concludersi nel 1904. Alla cerimonia della posa della prima pietra del castello c’era Umberto I che, assassinato a Monza l’anno successivo, nel 1900, non fece in tempo a vederlo ultimato. La regina rimase vedova a 49 anni e trascorse i soggiorni estivi a Gressoney fino al 1925, senza Umberto. Lei, figlia di Ferdinando di Savoia, duca di Genova, morì l’anno successivo, il 4 gennaio 1926, a Bordighera, nella sua villa sulla strada romana. Curiosità, nello stesso anno a Londra nasceva la futura Regina Elisabetta II. A Bordighera Margherita era già stata altre volte: il primo soggiorno avvenne nel settembre 1879 quando, turbata dall’attentato
contro Umberto avvenuto a Napoli, si rifugiò nella città del ponente ligure per riprendersi dallo spavento. Negli anni Trenta il castello fu venduto a un industriale milanese e dal 1981 è proprietà della Regione Autonoma Valle d’Aosta. L’edificio è strutturato su tre piani, gli arredi esposti sono tutti autentici come le tappezzerie in lino e seta che ornano le pareti. L’interno è un omaggio alla sovrana: decori, boiseries, addobbi, fotografie e ritratti di famiglia ricordano il gusto della regina. La splendida veranda semicircolare si affaccia sulla valle e un elegante scalone in legno decorato con grifoni e aquile porta agli appartamenti reali. Il Castel Savoia a Gressoney-Saint-Jean è aperto con visite guidate da aprile a settembre orario 9.00-19.00 tutti i giorni, da ottobre a marzo orario 10.00-13.00 e 14.00-17.00, chiuso lunedì.