Tra i tanti temi e soggetti trattati da Labar, geniale artista siciliano da molti anni residente in Monferrato a Villadeati in un palazzo secentesco in cui si dedica con la stessa passione e bravura a pittura, scultura ed incisioni, il mare si fa protagonista della prestigiosa mostra nel Museo Montanari di Moncalvo.
La nostalgia della terra natale, pur alleviata dallo splendore del paesaggio collinare che gli offre infinite nuove sollecitazioni, gli resta costantemente nel cuore suscitando l’esigenza di trasferirne il ricordo in immagini di un realismo che non è veridicità bensì vagheggiamento del vero ampliato in aspetti ancor più belli in quanto sognati come aspirazione al miglior mondo possibile.
Ogni particolare preciso, purificato e avvolto in un clima atemporale e universale va oltre la contingenza raggiungendo una perfezione assoluta che si può trovare solo nel sogno, se è vero che questo è realizzazione di un desiderio come afferma la psicanalisi.
Il desiderio di Labar è il raggiungimento e la comunicazione della Bellezza attraverso un percorso mitico-simbolico che tiene viva la nostra tradizione millenaria riservando l’unione di forma e Idea tradotta in immagine.
Fedele al genere figurativo non si assoggetta a mode aniconiche e a leggi di mercato procedendo attraverso immagini cariche di significati simbolici convinto che occorra far dialogare l’interiorità dell’artista con l’esteriorità che gli sta intorno.
Bellezza è sinonimo di armonia ed equilibrio, il mare è reso con pennellate levigate, purissime e sublimate nell’azzurro, mai sconvolto da romantiche procelle bensì simbolo di approdo sicuro; i sassi, tersi e vellutati invitano a camminarvi sopra; il cormorano sta dall’alto immobile vedetta e custode dell’armonia; l’agave si erge come sacrale oggetto totemico a creare ancestrali vincoli di appartenenza alla terra e al mare.
Sempre affiora il mito, la sua Messina, adagiata sulle rive marine della Magna Graecia, viene rievocata, nella pittura, al pari della Zacinto di Foscolo, in poesia, distesa sulle sponde del “Greco mar” da cui era nata Venere dea della bellezza.
Al modus operandi, accanto allo slancio intuitivo dell’immaginazione, concorre il mestiere, il lavoro faticoso che lo rende abilissimo artigiano nel costruire l’opera in modo lento, assiduo e scrupoloso facendo tesoro delle esperienze dei grandi del passato.
La gestione del lavoro può durare giorni e giorni finché non ottiene il risultato che ritiene sia la consacrazione del compito che si è assunto.
Le marine, esposte in mostra, sono una dichiarazione d’amore per la natura facendo uscire il senso del divino che c’è in essa poiché fare arte è qualcosa di sacrale, unificante il bello e il buono, il famoso kalòs kai agathos greco.
Sono anche dimostrazione di come in esse riaffiorino suggestioni dei grandi maestri del passato: “L’acquitrino e le ninfee” accolgono la teoria di Leonardo sulla applicazione dei colori primari e secondari al fine di ottenere il rilievo; “Acqua chiara”, con la distesa dei sassi, rivela la precisione fiamminga del dettaglio “La spiaggia” del 2019 è un capolavoro di Labar che, essendo anche un matematico, conosce perfettamente le regole della prospettiva attenendosi al trattato di Luca Pacioli “De divina proportione”.
Una particolare attenzione è rivolta alla scelta di materiali, utensili, tele e colori che devono essere i migliori per concorrere al risultato.
La stessa attenzione è rivolta all’incisione, che esercita personalmente nelle sale della sua dimora, adibite a questa disciplina, dove troneggiano rari torchi litografici e calcografici del 700 e dell 800 che ricreano la seducente atmosfera respirata nelle botteghe di Colmar e di Norimberga.
Gli stessi strumenti, bulini, inchiostratori, rotelle, sgorbi, tagliacarte, scovati avventurosamente in mercatini e botteghe antiquarie, sprigionano il fascino del pensiero di tante mani di artisti sconosciuti, e forse importanti, che li hanno usati.
Tra tanto rigore è singolare e desta emozione” La barchetta di carta va al mare”, nostalgico ritorno all’infanzia quando di fronte al mare sentiva il desiderio di avventurarsi tra le onde.
Il sogno si è poi avverato navigando tanti anni come skipper esperto e al tempo stesso trovando meravigliose suggestioni per la propria arte.
Giuliana Romano Bussola
CHIARA DE CARLO

I singolari portabottiglie, creati dalle loro stesse mani, niente hanno a che vedere, seppur ci sia una certa assonanza verbale, con lo scolabottiglie di Duchamp che ha dato l’avvio al Ready-made e al Dadaismo limitandosi a scegliere e collocare un oggetto preesistente dandogli dignità artistica.
Ogni artista ha esposto piccole belle sculture che, nonostante la semplificazione di loro opere più complesse, riescono a contraddistinguere gli stili personali immediatamente riconoscibili.
Cinque eleganti sezioni, “Nascita di una collezione”, “Nuove sensibilità e ricerche”, “La pittura di paesaggio al Museo Civico”, “Dalla Scapigliatura al Divisionismo” e “Ricerche simboliste tra pittura e scultura”, accompagnate da tre focus su Andrea Gastaldi, Antonio Fontanesi e Giacomo Grosso. Un valido quanto suggestivo percorso che Passoni ama definire altresì una “ricognizione del nostro patrimonio storico”, dove trovano posto anche opere mai esposte, restaurate grazie al contributo degli Amici della Fondazione Torino Musei, quali “Ecco Gerusalemme” di Enrico Gamba, acquistato nell’anno della sua esecuzione per il Museo nel 1862 dalla Società Promotrice delle Belle Arti, e “Nobili in viaggio” (ma ritrovandone il titolo originale con cui fu esposto nel 1867, “La Guida. Studio di castagni dal vero”) di Francesco Gonin, sempre presso la Società Promotrice torinese.


RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
Nelle sale della mostra che ospita temporaneamente i ritratti di vari maharaja (scattati dal fotografo irlandese Lafayette e provenienti dal Victoria & Albert Museum) la giornalista viene letteralmente ammaliata dagli occhi scuri di Amrit Kaur. Principessa indiana, unica figlia femmina del maharaja di Kapurthala, ritratta 20enne nel 1924 quando fu presentata a Buckingham Palace a re Giorgio e alla regina Mary. Era stata educata in Inghilterra e in Francia, aveva vissuto negli anni 30 a Parigi e la sua famiglia possedeva una collezione di gioielli particolarmente importanti.
Come negli altri suoi libri, lo storico e scrittore inglese, ha scritto “Anarchia” basandosi sull’assoluto rigore della ricerca storica ammantandola poi di scorrevolezza narrativa. Ha ricostruito la monumentale e corposa storia della Compagnia delle Indie, fin dalla sua nascita e lungo la sua inarrestabile ascesa, in quasi 500 pagine corredate da immagini dell’epoca.
Maud Ventura ha 29 anni, è parigina con lontane origini italiane, ha un podcast molto seguito, “Lalala”, con questo romanzo di esordio ha vinto il “Prix Du Premier Roman” e innescato un vero e proprio caso letterario. Il racconto si basa in parte sulla sua esperienza personale, ma ha chiarito che la protagonista è molto diversa da lei, anche se la storia nasce comunque nelle paure e nelle ansie dell’autrice.Il tema è fondamentalmente: è possibile amare troppo e vivere nel terrore di non essere amate come si vorrebbe? E’ vero amore? Oppure un desiderio incolmabile di essere viste, considerate, amate?
Questo racconto dell’India coloniale è un testo inedito della scrittrice americana (nata nel 1832 e morta nel 1888) la cui fama è legata soprattutto alla tetralogia di “Piccole donne”, ma che spaziò anche nel thriller e nel gotico in scritti meno conosciuti.
E’ una storia di ossessione, dolore e scoperta della propria natura più profonda, quella che si sviluppa in questo romanzo dello scrittore americano nato nel 1945 a Washington, autore di 11 romanzi e docente di scrittura alla Columbia University.