Lunedì 20 febbraio ore 21
ACHILLE LAURO
poltronissima € 80,50 | poltrona A € 70,50 | galleria € 60,50 |galleria B € 50,50 | galleria C € 40,50
Arriva ance al Teatro Colosseo Achille Lauro Unplugged, occasione per ascoltare live la performance di Achille Lauro in una nuova versione intima ed essenziale.
L’artista, reduce dal successo dell’Achille Lauro Superstar with Electric Orchestra tour della scorsa estate insieme all’Orchestra della Magna Grecia e alla sua rock band che si è esteso per oltre dieci settimane ai festival e alle arene estive più importanti d’Italia, nel 2023 porterà sul palco tutta la musica prodotta negli anni, dai primissimi dischi a oggi, tra cui l’ultimo singolo Che sarà (Elektra Records / Warner Music Italy) una ballad intima che segna il ritorno di Achille Lauro in una nuova veste essenziale e introspettiva come si evince nel videoclip fuori su youtube girato per intero nella città eterna tra l’Ara Pacis e le iconiche vie del centro storico.
Nel 2023 Achille Lauro sarà anche in tour negli istituti superiori italiani per il progetto Achille Lauro nelle scuole con il supporto di H-farm, Amazon e Code.org, un’occasione speciale dedicata alle nuove generazioni per stabilire un dialogo tra gli studenti e il cantante, da sempre sensibile alle tematiche che riguardano i ragazzi stimolandoli a misurarsi con aspettative e timori, e con la consapevolezza delle tante opportunità che oggi hanno a disposizione.
Che Torino sia “città misteriosa” è ormai appurato. La meta che vi propongo oggi può rientrare sotto questo aspetto “tenebroso”, infatti è del Museo Cesare Lombroso che vi voglio parlare.
Particolarmente attinente è la vicenda del pittore Richard Dadd (1817-1886), che uccise il padre con un coltello a serramanico perché lo aveva scambiato per un principe delle tenebre, nemico della divinità che Richard adorava, Osiris, a cui aveva anche dedicato un piccolo santuario in una camera in affitto a Londra. Non c’è bisogno di spiegazioni per personaggi allucinati come Ensor, ( 1860-1949) e Munch,( 1863-1944). Forse tra tutti l’ “oscar della follia” va a Jackson Pollock, artista maledetto per eccellenza, consumato da alcool e droghe, riformato dall’esercito per problemi psichici, morto a soli 44 anni in un tragico incidente stradale, la stessa signora Guggenheim di lui aveva detto: “quest’uomo ha dei seri problemi, la pittura è senza dubbio uno di questi”. L’elenco è ancora lungo ed è costituito da grandi nomi quali Francis Bacon, (1909-1992), l’autodistruttivo e tormentato Jean Michel Basquiat (1960-1988) e la triste Camille Claudel (1864-1943), artista brillante, allieva e amante di Rodin. Camille soffrì di depressione con manie di persecuzione e venne internata per volere della madre, in tal modo è come se fosse morta due volte in solitudine: sola, perché rinchiusa in manicomio e sola, perché nemmeno un familiare partecipò al suo funerale.

Avrebbe potuto utilizzarlo come titolo alla sua nuova personale subalpina.”A tutti i miei incontri con persone, animali e cose” è invece l’originale dedica che Stefano Levi Della Torre (Torino, 1942) scrive, in apertura di catalogo, a tutti i “protagonisti” (persone, animali e cose per l’appunto) raccontati in una ricca antologica ospitata, fino a martedì 28 febbraio nelle sale espositive della “Fondazione Giorgio Amendola” di Torino. Una sessantina i dipinti esposti, accompagnati ad alcune pagine grafiche di rapida puntuale cifra stilistica, datati fra il 1985 ed il 2022. Quarant’anni di intensa attività artistica, praticata a compendio e prezioso collante ai tanti altri “mestieri” portati avanti negli anni da questo raffinato intellettuale torinese, saggista e studioso della tradizione e della cultura ebraica, nonchè docente alla “Facoltà di Architettura” del Politecnico di Milano, scrittore e, soprattutto, pittore. “Credo – sottolinea Levi Della Torre – di pensare molto per immagini… Penso che per me la pittura sia la guida anche della scrittura”.
cordialità, la voce pacata, pochi sorrisi appena accennati, una dolce mitezza. Il tutto mi ha ricordato l’incontro nel 1987 con il di lui zio materno Primo Levi. L’occasione, un’intervista, pochi mesi prima della sua tragica fine, al grande autore delle pagine di “Se questo è un uomo”, voluto dal “bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi” dell’Inferno di Auschwitz. Fra i due, assonanze comuni. Il cui riferimento, credo, l’artista abbia gradito, inviandomi dopo poco un suo scritto sullo zio (“piuttosto lungo, se non ha tempo di leggerlo– cortese ironia – non mi offendo”) con in esergo le illuminanti parole di Kafka: “Una volta gettato, un ponte non può smettere di essere un ponte senza precipitare”.
candidi capelli. Per lui, la fine di un tormento, di un lungo martoriante incubo, raccontato nell’opera a fianco: il grande “Diluvio” (1985) che distrugge, avvolge in un abbraccio mortale cose, animali, esseri viventi trascinati nel gorgo del non ritorno. Metafora della condizione umana. Sono i “Sommersi” della Shoa, che il lager non ha risparmiato e verso cui i “Salvati” nutrono forti “sensi di colpa” per esser loro sopravvissuti; sono gli infuriati, terrorizzati e mordaci “gallinacei” dal becco rosso reclusi, nell’agitazione di forme ed espressionistici colori, nell’“Allevamento” del ’91. Disposizione non casuale, non effettuata in base a date, “ma – sottolinea l’artista – a seconda di come i quadri si parlano e si richiamano l’un l’altro”.
lasciatagli da un altro importante zio (di parte paterna), quel Carlo Levi, il “torinese del sud” del “Cristo si è fermato a Eboli” e dei “Sei di Torino”, il cui buen retiro estivo, sulla prima collina di Alassio (“Benedetto chi viene a casa Levi” la scritta in ebraico sovrastante la porta d’ingresso), il giovane Stefano ebbe probabilmente modo di frequentare con una certa assiduità, assorbendo l’amore dello zio per la natura rigogliosa del grande parco di casa. E da lui apprendere a trasgredire, nei limiti concessi, le regole di una pittura comunque e sempre “spontaneamente figurativa”. Suggestiva e, a tratti, intrigante la carrellata dei personaggi che hanno fatto la storia, più o meno grande, del “libero pensiero” torinese del Novecento e d’oggi: dal suo pacato “Autoritratto” del ’96, a un giovane Carlo Ginzburg del’94, fino all’elegante figura di Giovanna Galante Garrone in posa a strimpellare la chitarra. Notevoli, per linguaggio e capacità introspettiva, i ritratti dell’indimenticato Norberto Bobbio e della moglie Valeria Cova Bobbio, scomparsa nel 2001, tre anni prima del marito, di cui era stata la più stretta collaboratrice.