CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 411

Riflessioni su Venere: dea, capolavoro, influencer

Come non discuterne?


La bella e ondosa chioma bionda è tornata a far parlare di sé dopo secoli, un tempo allegoria del rinnovamento culturale del Rinascimento, oggi forse personificazione del nostro tempo caratterizzato da una generale mancanza di logos, passando da simbolo indiscusso di bellezza e sensualità, ad una moderna sciattaicona svuotata di ogni significato, una sorta di contemporanea versione alla Andy Warhol, ma priva del senso di critica e denuncia sociale che caratterizzava le opere della Pop Art.
Quante parole e quante contestazioni intorno alla vicenda della Venere influencer, eppure penso che abbiamo ben poco di cui lamentarci, giacché, a mio modestissimo parere, questa odierna rivisitazione ce la meritiamo tutta.

Lasciate che mi spieghi.
Sul finire del 1400 precisamente tra il 1485 e il 1486- Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, meglio noto come Sandro Botticelli (1445-1510), dona al mondo una delle opere più strabilianti della storia dellarte: un mare leggermente increspato, piccole onde che si susseguono secondo un ritmo simmetrico quasi una decorazione da carta da parati-  mentre sullacqua si riflette un cielo terso. Dal lato sinistro del quadro si sporge Zefiro, ha le guance gonfie, soffia per far giungere lavvenente Venere sulla riva, mentre la bella Clori si lascia avvolgere dal dio in un eterno abbraccio aggraziato. Dallaltro lato della tela, una fanciulla, probabilmente una delle Ore o delle Grazie- porge con gesto gentile alla dea una veste, indumento che è di per séun tripudio di decorazioni naturalistiche, le pieghe della stoffa sono riccamente ricamate con primule, rose e rami di mirto, pianta sacra alla stessa Venere e raffigurata anche nellaltrettanto celebre dipinto dello stesso autore, la Primavera.
Al centro della composizione, lo strabiliante artista, allievo di Filippo Lippi, pone Venere.  La splendida figura si staglia nuda allinterno di una conchiglia aperta, che la porta sulla marina, con un atteggiamento di timida riservatezza che tuttavia non la salvaguarda dal trasudare elegante sensualità. Lautore, che apprende le lezioni del Verrocchio e del Pollaiolo, è anche profondo conoscitore dellarte classica, motivo per cui i tratti di Venere/Afrodite  si fanno preziosi e leggiadri, ma altresì ispirati alla statuaria greca; secondo la tradizione iconografica della Venere pudica, la sempiterna fanciulla con una mano si copre il pube e con laltra il seno, mentre i lunghi capelli le incorniciano il volto e contribuiscono a coprire la nudità del corpo.
Il soggetto raffigurato è ripreso dalle Metamorfosi di Ovidio (poeta romano I a.C. – I d-C.), tematica già rappresentata nelle Stanze di Agnolo Poliziano e in generale argomento assai apprezzato e conosciuto presso la corte intellettuale della famiglia Medici.
È bene precisare che, nonostante la titolazione Nascita di Venere, il momento ritratto è lapprodo di Afrodite presso lisola di Cipro.
Come la celeberrima Primavera, anche questopera risponde al diffondersi del neoplatonismo presso la corte di Lorenzo il Magnifico, figura essenziale del Rinascimento, uomo colto e dai gusti raffinati, che amava circondarsi di artisti, filosofi ed intellettuali.
Secondo la filosofia neoplatonica lamore è principio vitale e forza del rinnovamento della natura, per tale motivo lopera del Botticelli va letta come celebrazione e allegoria della nascita di una nuova umanità, rappresentata proprio da Venere, la cui nudità diventa pura sublimazione del concetto di bellezza, esimio tentativo, da parte del pittore, di canonizzare i paradigmi estetici del pensiero di Plotino, per il quale la mimesi non è più pensata come copia del reale, ma come copia del modello ideale, ossia come idealizzazione.
Per secoli tale capolavoro si è fatto amare, senza alcuna difficoltà, perché il bello colpisce il cuore e la mente e non può che lasciare lo spettatore senza fiato.
Per secoli, appunto, fino alla nostra attualità, asettica e adiafora, ossia indifferente.
Silenzio che si è quietato giusto fino al 2020, il tempo di un battito dali duna farfalla o di una storia su instagram, quando la più che nota Chiara Ferragni ha solcato i vasariani corridoi degli Uffizi.
E poi di nuovo il nulla.
Ma ecco allimprovviso il riapparire di quella inconfondibile chioma bionda.
È la nostra Venere, solo che ora non rappresenta più lidea botticelliana, bensì la nostra. È tutta moderna, ora la bella Afrodite: alla faccia del body positive o del girl power, si presenta abbigliata da radical chic, non mostra nemmeno un centimetro dellantica perfezione e sembra sorridere inebetita accanto alla sua bicicletta ecosostenibile, mentre presenta al mondo unItalia stereotipata -che poi come sappiamo Italia non è-.
Questa tanto dibattuta Venere mondana è leffigie dellaltrettanto discussa campagna promozionale Open to meraviglia, voluta dal Ministro del Turismo Daniela Santanché e costata ben 9 milioni di euro. Le problematiche paiono essere effettivamente complesse, al punto che il caso è finito in parlamento con laccusa   di grave danno di immagine al Paese. Gli scivoloni in effetti sono molteplici, èinnegabile, e grossolani, per lo più traduzioni errate e locazioni geografiche inesatte. Solo un esempio: sul sito si legge che Palladio interviene, per ledificazione della Basilica Palladiana, sul preesistente Palazzo della Regione, in realtà Palazzo della Ragione, definizione data alledificio poiché lì si esercitava la ratio.
A far discutere sono anche le immagini da cartolina pizza e mandolino, che per altro non sono nemmeno state realizzate sul territorio. E infine questo claim ibrido e maccheronico che richiama quel Verybello voluto nel 2015 dal Ministero dei Beni culturali, espressione per altro ritenuta inadatta e poco internazionale.
Insomma questa trovata pare fare acqua da tutte le parti.
Eppure non sono tali numerosi errori a colpire la mia attenzione.
Mi pare, a guardarla bene, che sul volto della mirabile Afrodite non ci sia più un aggraziato sorriso, ma un ridere sommesso e beffardo, una smorfia celata e trattenuta da photoshop, una presa in giro rivolta a noi, noi osservatori automatici, a noi incapaci di agire attivamente e icon criterio, a noi che come s**** rimaniamo a guardare per dirla parafrasando il titolo di un film di PIF, geniale quanto veritiero.
Quello che penso è che questa Venere influencer ce la meritiamo.
Come la Dea botticelliana era allegoria della ratio rinascimentale, dell uomo misura di tutte le cose e della nuova umanità illuminata, questa contemporanea Venere influencer è perfetta metafora del tempo in cui stiamo vivendo.
La storica bellezza lascia spazio ad un aspetto banalizzato e standardizzato, la simbolica nudità che esaltava la perfezione del corpo è ora censurata con abile e subdolo moralismo, infine lo slogan, così tristemente scarno, riecheggia la pochezza di contenuti inculcata dalla cultura del Social.
Non è dunque lattualizzazione ironica dellicona rinascimentale, bensì una sorta di nemesi: una fanciulla vacua e vaga truccata da capolavoro, personificazione ad hoc di una società dove la leggerezza spadroneggia, i ruoli si sfaldano e nessuno vuole assumersi le proprie responsabilità.
Lo dimostrano le recenti circostanze, in particolar modo i fatti riguardanti la scuola.
Il sistema educativo si sta sgretolando, sta cedendo il luogo in cui i ragazzi vengono istruiti, in cui si concretizzano i verbi latini disco e nosco secondo le accezioni più late dei termini.
Le cose funzionavano bene fino a non troppo tempo fa. La famiglia ricopriva il suo ruolo essenziale per la crescita dei giovani, parimenti la scuola contribuiva alla formazione del futuro cittadino (secondo quanto sostenuto nel documento chiamato Patto di Corresponsabilitàtra Famiglia e Istituzione), rivestendo un ruolo chiave nella crescita dellindividuo, il quale si preparava così ad inserirsi attivamente nella collettività.
Dun tratto i due nuclei non hanno più viaggiato in parallelo, luno ha improvvisamente debordato nellaltro, che a sua volta ha perso senso di fermezza e concretezza. Di nuovo andrei a ricercare le cause in questa violenta e forzata intromissione tecnologica nelle nostre vite.
Scusate poi se mi appello a quello che è propriamente il mio campo: lo abbiamo già dimenticato il casus belli del David di Michelangelo? Una vicenda che come sempre ha acceso gli animi per qualche pomeriggio, poi è passata in sordina: Hope Carrasquilla, preside della Classical School di Tallahassee, in Florida, è costretta a rassegnare le dimissioni per aver mostrato la statua del David di Michelangelo Buonarroti durante una lezione di arte -tra laltro proprio sullarte del Rinascimento italiano- in seguito alle proteste dei genitori degli alunni, i quali hanno accusato la docente di pornografia.
Certo, è successo lontano da noi, nella stessa terra misteriosa dove la Cancel Culture vuole eliminare Dante e Omero dai programmi scolastici perché ritenuti offensivi e razzisti, nello stesso luogo in cui i grandi classici della Disney sono eliminati dalla storia della filmografia e con la stessa ignorante presunzione vengono trattati alcuni capisaldi del cinema internazionale (Via Col vento giusto per citarne uno).
Eppure è la stessa patria che guardiamo con fascinazione e adorazione, è la stessa America che vogliamo tanto imitare, quindi scusate se mi indigno e un po mi spavento.
In più vi confesso, certo non a questi assurdi livelli, ma anche nelle nostre scuole tutte italiane noi docenti dobbiamo entrare in classe in punta di piedi, non tanto per timore dei ragazzi, ma per le eventuali rimostranze che potrebbero giungere da casa.
Lo dico sorridendo, ma pensatemi mentre spiego Storia dellArte, che praticamente è tutta un nudo e quando non si parla di religione si tratta di scene di violenza! Cosa dovrei spiegare? Forse rimangono alcune opere fiamminghe, ma non possiamo soffermarci solo sul genere natura morta che poi per lo più si tratta di scene di vanitas e qualcuno potrebbe comunque sentirsi turbato allidea di sfiorire e non essere immortale-.
A me in primis era capitato qualche anno fa: una mamma mi aveva atteso fuori da scuola, per dirmi che era contraria alla consegna che avevo assegnato alla figlia (un disegno attraverso il quale i ragazzi avrebbero dovuto esprimere ciascuno le proprie emozioni): classe I media, studio delle emozioni, con tanto di spiegazione e restituzione del lavoro da parte mia ad ogni fine ora, completo di confronto attivo tra gli alunni, basato su riflessioni e raffronti. Lezioni a cui per altro lalunna in questione partecipava volentieri, senza ansie né traumi.Ricordo che la vicenda si era poi conclusa senza eccessive difficoltà, qualche delucidazione in più e una spiegazione accurata di quanto avveniva in classe avevano appianato i dubbi della madre che si era dimostrata aperta al dialogo.
Accade qualche giorno fa vicino Napoli. Alcuni genitori, membri dellAssociazione Borromeo, protestano perché la classe dei figli realizza, sotto la supervisione del docente, un film horror, attivitàche, a detta di tali individui, è di cattivo gusto  e senza un finale educativo. Il filmato però tratta tematiche importanti e di grande attualità quali il bullismo, lemarginazione, la violenza in etàadolescenziale, ma anche lamicizia e la rivalsa; inoltre gli alunni vengono preparati studiando testi specifici, quali alcuni romanzi di Stephen King, maestro per eccellenza della letteratura horrorcontemporanea, abilissimo scrittore  e uomo di grande cultura e genialità, insomma non proprio improvvisando su filmati di serie B o libri privi di messaggio come certe saghe dark che poi riscuotono pure troppo successo.
Sono davvero numerosi i casi in cui la scuola, e i componenti di tale comunità educante, devono retrocedere a favore di questa prepotenza diffusa, basata su villania e ignorantaggine.
Ad oggi non mi crea sconcerto lappunto di un signor nessuno, ma temo grandemente il fatto che queste assurde prese di posizione non solo vengano ascoltate, ma abbiano spesso la meglio sulle scelte didattiche e sulle metodologie educative impiegate del docente, che per altro è un professionista dellerudizione, pagato (molto poco) per istruire i ragazzi e prepararli alla vita, non solo allinterrogazione imminente.
Questi sono i veri atteggiamenti che sminuiscono il ruolo del Professore, non i rapporti più o meno stretti che talvolta si instaurano allinterno della classe, non gli strumenti e i metodi che gli insegnanti decidono di adottare, e non è nemmeno colpa dei banchi a rotelle o dei libri di testo digitali.
La colpa è dei padri e delle madri di questa Venere influencer.
Che poi è figlia nostra, di noi adulti, dei miei coetanei, di questa bizzarra generazione che crede di sapere tutto, che non vuole vedere i propri figli crescere perché ciò significherebbe invecchiare, che non basta a se stessa e perciò sproloquia su tutto, che non ha ancora capito i cambiamenti che ormai sono avvenuti e colpevolizza le nuove generazioni.
Questa Venere influencer non ha proprio nulla di sbagliato, al contrario.
Solo che guardarsi allo specchio talvolta può essere doloroso.

ALESSIA CAGNOTTO

“More or less” il tema di Cortona on The move

Presentato alle Gallerie d’Italia a Torino

È  stata presentata alle Gallerie d’Italia di Torino la tredicesima edizione del Festival internazionale di fotografia Cortona on The Move, in programma dal 13 luglio al primo agosto prossimo a Cortona.

Tema scelto per questa edizione la dicotomia “More or less”. Sono stati invitati più  di trenta artisti  per 26 mostre che saranno allestite tra il centro storico cittadino, la fortezza medicea del Girifalco e la Stazione C nei pressi della stazione di Camurcia Cortona.

”More or Less – spiega il direttore artistico di Cortona on The Move, Paolo Woods – delineano due categorie che definiscono il mondo in cui viviamo, le nostre aspirazioni, le nostre paure e le nostre appartenenze.

La contrapposizione tra l’abbondanza e la scarsità, il superfluo e l’essenziale, l’elite e le masse, l’accumulo e la dispersione sono temi molto cari alla fotografia, attorno ai quali si sono sviluppati interi generi.

On the Move 2023, a Cortona, si concentrerà sul More, guardando al passato e al presente, e si soffermerà  sul Less, studiandone gli stereotipi e offrendo un programma ricco di spunti per comprendere il nostro mondo. La priorità assoluta nella lista degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite è  quella di debellare la povertà.  La delusione per i fallimenti delle ideologie egualitarie e i timori per gli estremi del capitalismo sarebbero stati stemperati dal successo delle democrazie, che avrebbero livellato gli estremi e ci avrebbero assicurato un ceto medio più strutturato che avrebbe governato il mondo. Ma ciò  non è accaduto. Secondo la maggior parte degli indicatori, i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più  poveri. Un americano medio dovrebbe lavorare per tre milioni di anni per diventare ricco come l’americano più abbiente.

“Il nostro obiettivo  – ha spiegato Veronica Nicolardi, direttrice di Cortona on The Move  – è  quello di continuare l’indagine della contemporaneità e del mezzo fotografico, che ha caratterizzato il percorso intrapreso già dall’inizio dal Festival, arricchendola di nuovi strumenti”.

More or Less sono categorie che presentano un valore che cambia nel corso degli anni e a livello geografico. Non si tratta solo di categorie economiche ma anche ontologiche, un prisma attraverso il quale vediamo il mondo.

È  anche stato indetto il Premio Vittoria Castagna dall’Associazione Culturale On the Move, nell’ambito dei giovani in formazione  o che abbiano già  concluso il loro percorso di studi, massimo trentenni, che operino nell’ambito del marketing edella comunicazione per la produzione culturale.

Vittoria Castagna ha rappresentato per anni un punto di riferimento umano e professionale, contribuendo in modo unico alla crescita del team di lavoro con cui si è relazionata in direzione dello sviluppo di Cortona on The move, affiancando la direzione del festival nella gestione dei partner e nelle strategie di comunicazione.

La manager del marketing e della comunicazione è una figura professionale caratterizzata da capacità  di comunicazione e marketing tradizionali e innovativi,  accanto alla conoscenza di strumenti e mezzi di sostentamento economici per progetti culturali  quali bandi e fundraising, unitamente a competenze di gestione delle risorse umane e di coordinamento.

Il candidato, la candidata saranno ospitati nei giorni di inaugurazione del festival, dal 13 al 16 luglio 2023.

Il Premio Vittoria Castagna sarà  di 5 mila euro e verrà  riconosciuto sulla base di un’idea progettuale che indichi come il candidato svilupperebbe un’idea di progetto di comunicazione volto a sviluppare relazioni e progetti corporative, di modo da garantire nel tempo sostenibilità alla manifestazione.

MARA MARTELLOTTA

La pittura di Gianni Bui tra movimento e trionfo del colore

 

 

L’Osteria Rabezzana, nelle sue eleganti sale, accoglie la mostra, inaugurata sabato 6 maggio scorso alla presenza dell’artista e intitolata “La pittura di Gianni Bui”.

Da diversi anni l’ex giocatore del Torino Gianni Bui, centravanti granata indimenticato degli anni Settanta, si dedica alla pittura e ora l’Osteria Rabezzana ne ospita una mostra personale, che consente di apprezzarne il suo talento artistico.

“La pittura – afferma il professor Marco Basso – in qualcosa assomiglia allo sport del calcio e richiede una personalità assoluta. Gianni Bui non ha mai frequentato l’Accademia, ma si esprime artisticamente a livelli molto elevati. Diversi artisti provenienti dal mondo dello sport si sono espressi a livelli abbastanza simili.

Gianni Bui, ex giocatore del Verona, è stato un prolifico attaccante a cavallo degli anni Sessanta e Settanta.

È stato anche giocatore del Torino e capocannoniere in serie B con il Catanzaro.

Lasciato il calcio si è dedicato alla grande passione della sua vita, la pittura.

Già da bambino si divertiva a disegnare e ha avvicinato questa disciplina da autodidatta”.

“Mi dilettavo – afferma Gianni Bui – con i colori. Nei ritiri prima della partita si giocava a carte, ma io mi annoiavo e così iniziavo a dipingere, a disegnare riempiendo quaderni su quaderni. I pennelli sono diventati i compagni più assidui della mia vita”.

Seguo il mio istinto, qualche paesaggio a volte me lo chiedono, ma non sono temi che mi attraggono molto.

Se devo proprio dipingere un paesaggio lo faccio mostrando qualcosa di nuovo, allontanandomi dal linguaggio classico.

Anche i ritratti li dipingo in modo diverso, magari contorto, ma sicuramente unico”.

Quello compiuto da Gianni Bui rappresenta un percorso pittorico lungo che gli ha permesso di sviluppare una notevole sensibilità che ha attraversato negli anni diverse fasi artistiche, ben rappresentate dai suoi quadri.

La figurazione tocca il ritratto, il paesaggio, la natura morta, fino a raggiungere una sensibilità astratta in cui forma e colore si compensano con delicatezza e raffinatezza. Gianni Bui dipinge ciò in cui si rispecchia e risulta molto indicativa la ricerca di un linguaggio personale in cui figura un graduale abbandono della stesura pittorica più significativa. Proprio questo abbandono della stesura pittorica più figurativa e tradizionale lo conduce alla sperimentazione, dimenticando i riferimenti alla realtà e privilegiando il processo tecnico del colore con garbo e gusto. In questo modo Gianni Bui conquista la libertà espressiva dell’astrattismo, assimilando elementi dei grandi maestri del Novecento che, dalla pittura figurativa, sono passati al non figurativo. In lui sfuma il bisogno di misurarsi con la realtà oggettiva, traducendo la propria emotività nel segno e nel colore.

Il suo viaggio pittorico ha origine dell’emozione e proprio attraverso l’emozione è possibile avvicinare il percorso di questo artista, in cui l’esplorazione viene affiancata sempre all’introspezione.

Gianni Bui, la cui mostra rimarrà aperta all’Osteria Rabezzana fino al 28 maggio prossimo, lavora molto con l’acrilico e la grande novità della sua arte è stata la sua capacità di conquista rappresentata dalla novità dell’astrattismo, che lo ha reso capace di assimilare elementi propri dei maestri del Novecento.

Orari da martedì a sabato dalle 9.30 alle 12; 16.30-19.

Chiuso lunedì e domenica.

MARA MARTELLOTTA

La figlia del reggimento di Gaetano Donizetti al teatro Regio

Con la partecipazione straordinaria di Arturo Brachetti e sul podio Evelino Pidò

 

Per la stagione d’opera 2023 il teatro Regio di Torino propone “La figlia del reggimento”, opera comunque di Gaetano Donizetti, con la partecipazione straordinaria di Arturo Brachetti, e sul podio, per l’occasione, Evelino Pido’. La regia immaginifica è del duo Barbe &- Doucet.

Inizia la mattina 29 aprile, alle ore 11, la vendita per l’Anteprima Giovani de “La figlia del reggimento” di Gaetano Donizetti, in scena venerdì 12 maggio e riservata al pubblico under 30.

Da sabato 13 maggio al 23 maggio tornerà al Teatro Regio, dopo 29 anni di assenza, “La figlia del reggimento “, la più fortunata opera francese scritta da Gaetano Donizetti, in un nuovo allestimento coprodotto dal teatro La Fenice di Venezia.

La regia immaginifica mescola con un tono umoristico elementi reali e elementi surreali, come risulta tipico delle produzioni del duo Barbe & Doucet.

L’opera, piuttosto impegnativa, è diretta da Evelino Pidò, ambasciatore dell’opera romantica e del bel canto nel mondo, che torna al teatro Regio alla guida di un cast superbo di specialisti del repertorio, il soprano Giuliana Gianfaldoni nella parte di Marie, il grande tenore John Osborn in quella di Tonio; il mezzosoprano Manuela Custer quale interprete della marchesa di Berkenfield e il baritono Roberto De Candia, che vestirà i panni di Sulpice.

Straordinaria la partecipazione di Arturo Brachetti nel ruolo della Duchessa di Krackentorp, un personaggio che pare un cameo, capace di esaltare le doti dell’artista, icona del trasformismo internazionale.

Mercoledì 10 maggio al Piccolo Regio Puccini, con ingresso libero, si terrà la Conferenza Concerto condotta dalla giornalista Susanna Franchi , con la partecipazione di Evelino Pidò, direttore d’orchestra, del baritono Roberto De Candia e del soprano Amélie Hois, del tenore Francesco Lucii e del basso Guillaume Andrieux, che interpreteranno arie dell’opera di Donizetti, accompagnati al pianoforte da Carlo Caputo.

Il 12 maggio, a partire dalle 19, si potrà condividere un aperitivo e, nel Foyer del Toro, assistere a una breve presentazione spettacolo con la partecipazione straordinaria di Arturo Brachetti, prima dell’inizio, alle ore 20, dell’anteprima Giovani.

Al termine 300 under 30 potranno accedere al Foyer del Toro per assistere a “Contrasti”, una sezione che ospita sia Cecilia sia Corgiat. La prima è un’artista e cantautrice torinese diplomata al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino.

Corgiat, alias di Giovanni Corgiat Mecio, è produttore italiano di musica elettronica, specializzato in Composizione musicale Elettroacustica presso il Conservatorio di Torino.

Per Anteprima giovani l’ingresso è riservato a under 30 e a minori di anni 14 accompagnati da un maggiorenne under 30.

“La fille di régiment” rappresenta un’opera comique in due atti di Gaetano Donizetti, una delle tante opere composte dal maestro quando era a Parigi.

Le donne forti sono una costante nella produzione di Donizetti e Marie, la protagonista della Figlia del reggimento, risulta la più solare e insieme la meno femminile. Ha imparato dell’esercito napoleonico ad amare la patria e a imprecare come un soldato. Per la ragazza tutto cambia quando scopre di essere la figlia di una marchesa, anche se la vita aristocratica la delude un poco. Ritroverà il sorriso grazie all’aiuto dell’adorato Tonio, con l’aiuto dei papà militari.

Composta a Parigi nel 1840, si tratta della prima e fortunata opera francese di Donizetti di cui, messo da parte ogni snobismo, i transalpini si innamorarono, tanto che adottarono il “Salut a la France” come inno non ufficiale, in alternativa alla Marsigliese.

L’opera risulta una successione di marce brillanti, numeri vocali di virtuosismo sbalorditivo e episodi spiritosi. Molto nota l’aria di Tonio “Ah! mes amis” con i suoi nove do di petto. A farceli ascoltare sarà la voce di John Osborne, affiancato dalla Marie di Giuliana Gianfaldoni e da un cast di specialisti del repertorio.

La regia dell’opera è firmata dal duo Barbe & Doucet.

L’edizione è in lingua originale francese.

Ne “La figlia del reggimento”, uno dei capolavori dell’opera comique, la musica si alterna a scene recitate. Melodramma comico in due atti, musicato nell’estate e autunno del 1839, su libretto di Jules Henry Vernoy de Saint Georges e Jean Francois Bayard, reca la versione italiana di Callisto Bassi. Fu rappresentata per la prima volta a Parigi, al Thétre de l’Opera Comique l’11 febbraio 1840.

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino. Raf e Angelo Branduardi

GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Lunedì. Al Cafè des Arts suonano i Lametia. Al teatro Colosseo arriva Raf.

Martedì. Al Blah Blah si esibiscono i Bikini Mood. Allo Spazio 211 è di scena Peter White. Al teatro Colosseo 2 concerti consecutivi con orchestra per i Modà. Al Jazz Club suona il trio Underbar.

Mercoledì. Al Jazz Club si esibisce Zelda & The Blues Society. All’Osteria Rabezzana suona Emanuele Cisi con i Four & More.

Giovedì. Al Mad Dog si esibisce il quartetto Twombao. Allo Spazio 211 è di scena Mick Harvey con J.P Shilo, la cantante Amanda Acevoe e il quartetto d’archi Sometimes With Others. Al Dash suona la Ukuele Turin Orchestra. All’Hiroshima Mon Amour sono di scena i Sick Tamburo. Al Jazz Club suona il quartetto MiTo Hammond.

Venerdì. Al teatro Colosseo Angelo Branduardi con Fabio Valdemarin, presenta “Confessioni di un malandrino”. Al Magazzino sul Po si esibisce Farina Tree e Follia Nuda. Al Concordia di Venaria è di scena Cosmo. Al Folk Club si esibisce Jon Gomm. All Hiroshima Mon Amour è di scena Lucio Corsi. Al Blah Blah suonano i Vicious Rumors. Allo Spazio 211 si esibiscono i Leatherette con i Hangarvain. A El Paso suonano i Regrowth, Middle Finger e Toxic Youth.

Sabato. Da Gilgamesh si esibiscono i Melty. Allo Spazio 211 suonano i The Soft Moon. Al Jazz Club  sono di scena i Son Machito. Al Blah Blah suonano gli Alma Thaur. Allo Spazio Kairòs si esibisce Lastanzadigreta. Al Cap 10100 sono di scena i rapper Rico Mendossa, Dani Faiv e Jack The Smoker.

Domenica. Al Jazz Club suonano i Soul Food Family. I Casino Royale suonano alle OGR.

Pier Luigi Fuggetta

Barbara, ti ricordi Venezia?

Ti ricordi quel freddo pomeriggio di fine inverno a Venezia? Ci eravamo persi tra le calli di Cannaregio, dove la città sfuma verso oriente nel silenzio ovattato da quella impalpabile nebbia.

 

Tu fotografavi e mi dicevi: “Adoro Venezia, perché ogni volta che ci torniamo è diversaogni volta che ci torniamo riusciamo a scorgere qualcosa di nuovo che la volta precedente ci era sfuggito”. E mentre parlavi ti stringevi a me. E io ti cingevo le spalle con un naturale gesto d’affetto e protezione. Camminavamo senza avvertire stanchezza, in cerca d’immagini ed emozioni. In fondo alle Fondamenta Nove, dove la laguna si fa larga e quasi mare, s’intravedeva la sagoma dell’isola di San Michele. Come un antico pesce galleggiava nella bruma, quasi sospesa tra l’acqua grigia e il cielo intonato al più brunito dei metalli. Oltre al cancello di ferro battuto, il silenzio del riposo dei morti: dei più umili e di quelli che, in vita, suscitarono passioni e invidie. E più giù, varcato il confine immaginario del sestiere del Castello, l’imponente edificio dell’Arsenale, per secoli il più grande del mondo, con i suoi leoni a far da immobili guardiani al cantiere e ai granai della Serenissima repubblica. Scattavi immagini e nelle pause, guardandomi negli occhi, mi sorridevi, felice. Felice di poter trattenere nella memoria della reflex i colori delle case e delle barche che si fondevano le une nelle altre, specchiandosi in quell’acqua che ha visto passare secoli di storie e di passioni. Di tanto in tanto s’intravvedeva qualche veneziano andare di fretta tra un ponte e l’altro, nei pressi delle chiese di San Zaccaria e San Giovanni in Bragora. Un brivido, un lungo brivido lo provammo quando, ormai persi senza meta, in prossimità del Ponte dei Conzafelzi incontrammo la Corta Botera dove un tempo c’erano i fabbricanti di botti. E più avanti la Corte Sconta detta Arcana di  Corto Maltese, marinaio mai sazio d’avventure. Seguendo la sua ombra e quella di chi gli diede la facoltà di vivere nel suo mondo di viaggi e d’amori di carta, scopriamo la “favola di Venezia”. Accompagnati dall’ombra di Hugo ci avviamo verso i tre luoghi magici e nascosti. Sembra d’udire la voce profonda, mediterranea, di Corto: “Uno in Calle dell’Amor degli Amici, un secondo vicino al Ponte delle Maravegie, il terzo in Calle dei Marrani, nei pressi di San Geremia in Ghetto Vecchio. Quando i Veneziani (qualche volta anche i Maltesi …) sono stanchi delle autorità costituite, vanno in questi tre luoghi segreti e, aprendo le Porte che stanno nel fondo di quelle Corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie”. E noi, tornando a Venezia una, due, cento volte faremo lo stesso, schiudendo cancelli e abbassando la testa nei sotopòrteghi. Incontreremo per la strada ogni cinquanta, cento metri un ponte, e poi un altro e un altro ancora.  Una ventina di gradini da salire e altrettanti da scendere. Così continueremo ad andare, a salire e scendere, tra calli e campielli, canali e rii terà, scoprendo che Venezia non è piatta; è un continuo dislivello, tutta groppe, dossi, gnocchi, schiene gibbose, avvallamenti, depressioni, displuvi; le fondamenta digradano verso i rii, i campi sono trapuntati dai tombini come bottoni affondati nei gonfiori di una vecchia poltrona. Perdersi in lei, in compagnia di noi stessi, non ha alcun prezzo. Cannaregio, Castello, Dorsoduro, San Polo, Santa Croce e poi San Marco. Dipinti di Canaletto, Tiziano e Tiepolo nelle chiese, tra candele accese e vecchi altari. Calli, ponti e selciati ci porteranno dal mercato del pesce di Rialto fino a Campo SS. Giovanni e Paolo, dalla Basilica di Santa Maria della Salute – l’ex voto dei veneziani graziati dalla peste – alla Madonna dell’Orto, dove una delle statue degli apostoli contiene all’interno una delle trenta monete d’oro che furono date a  Giuda per tradire Gesù. Da un campo all’altro ci si troverà come d’incanto sull’orlo della laguna, dove Venezia da ogni parte incontra l’acqua, riflettendovi la sua immagine. Così camminando fino a sfinirci ci troveremo al Campo del Ghetto Nuovo, tra sinagoghe e nebbie, profumi di spezie della cucina kosher e vecchi rabbini di nero vestiti. E lì, stringendoti forte e dopo averti baciata, ti offrirò in dono i versi di un poeta turco nato a Salonicco quand’era ancora una città dell’impero ottomano. Versi scritti a mano su carta leggermente crespa: “Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto”. E ci riposeremo, abbracciati, con i versi di Nâzım Hikmet sulla bocca e nel cuore.

Marco Travaglini

“Dance me to the end of love” è il titolo del cartellone 2023 di Torinodanza

In programma dal 14 settembre al 25 ottobre prossimi, vi si sposano perfettamente contemporaneo e classicità

 

Torinodanza 2023 sarà in programma dal 14 settembre al 25 ottobre prossimi e vuole fotografare le idee, i tumulti che caratterizzano questi tempi inquieti e i modi in cui si formano i nuovi immaginari culturali,  il bisogno di armonia e di condivisione, utilizzando il corpo come strumento per poter rispondere a nuovi interrogativi e opportunità che la società ci presenta quotidianamente.

Giusto alla sua 36esima edizione il programma di quest’anno  si intitola “Dance me to the end of love”. Un programma internazionale  che raccoglie 33 rappresentazioni, 3 luoghi teatrali, 4 prime nazionali, sette coproduzioni e 15 compagnie provenienti da otto diversi Paesi, tra cui Australia, Belgio, Germania, Israele, Italia,  Regno Unito, Spagna, Svizzera.

Il Festival   Torinodanza si conferma una vetrina molto importante realizzata dal Teatro Stabile di Torino e diretta da Anna Cremonini, che ha voluto sottolineare, fin dal manifesto, la relazione presente tra le produzioni più d’avanguardia e la tradizione classica.

“ La danza contemporanea  – ha sottolineato la direttrice Anna Cremonini – si avvale di danzatori che hanno una formazione tecnica classica molto accentuata,  che non impedisce di coniugarsi con un  linguaggio contemporaneo. Un problema abbastanza irrisolto riguarda il  concetto di classico, che è  patrimonio del repertorio lirico-sinfonico, mentre la danza contemporanea è  altrove, nei festival, nelle programmazioni dei teatri. In realtà  i due elementi sono strettamente legati, si guardano l’un l’altra

Infatti la coreografia contemporanea non si basa soltanto sui fondamenti della danza classica, ma spazia attraverso qualunque tipo di forma di ricerca e movimento.

Questo rapporto è  alla base di tutta la cultura contemporanea e verrà  esplorato attraverso il lavoro di artisti come Peeping Tom, Oona Doherty, la Sidney Dance Company o il Ballet du GrandThèatre di Ginevra, Akram Khan

Un’attenzione particolare è  rivolta alla scena italiana,  con una serie di spettacoli che intrecciano rapporti e esperienze, provando a superare barriere e distinzioni. Protagonisti italiani, ma di carattere internazionale della rassegna, saranno Silvia Gribaudi, Ginevra Panzetti e Enrico Ticconi, Teodora Castellucci e Francesca Pennini.

A questi artisti si affiancheranno anche quelli selezionati nell’ambito del progetto  Art-Waves, con il sostegno  della Compagnia di San Paolo di Torino. Protagonisti, questa volta, saranno la Compagniia Egri Bianco Danza, il Balletto Teatro di Torino, la cordata For creata da Francesco Sgro’ e Album Arte con Daniele Ninnarello

Per questo motivo il titolo “Dance me to The end of Love” è  assolutamente emblematico.

MARA MARTELLOTTA

Il grande sax di Emanuele Cisi a Torino

Mercoledì prossimo arriva in Osteria Emanuele Cisi uno dei più bravi sassofonisti a livello Europeo. con:
Four & More: un programma di brani originali e di standard della grande tradizione jazz

Attivo dalla metà degli anni ’80, Emanuele Cisi è uno dei sassofonisti tenori più apprezzati sulla scena internazionale. Dall’Europa agli Stati Uniti, dalla Russia al Sud America e al Sud Africa, il suo suono ha conquistato legioni di jazz fans. Ha inciso una dozzina di album a suo nome, di cui gli ultimi due per la Warner Music, e un centinaio come sideman. Emanuele Cisi si esibirà per la prima volta in Osteria accompagnato da un trio di eccellenti talenti che in periodi diversi del recente passato sono anche stati suoi studenti nella classe di Musica di Insieme Jazz al Conservatorio Verdi.
Con Emanuele Cisi, sax tenore
Gianluca Palazzo, chitarra
Veronica Perego, contrabbasso
Francesco Brancato, batteria

L’autobiografia della Vedova Calabresi tra perdono e memoria storica

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Sono stato ad una presentazione del libro  “La crepa e la luce – Sulla strada del perdono” (ed. Mondadori)  di Gemma Capra, vedova del commissario Luigi Calabresi ammazzato dai sicari di Lotta continua nel 1972. La signora Calabresi coglie l’occasione per tracciare una sua autobiografia all’insegna del perdono,  essendo ormai giunta a 75 anni di età.  Incontrandola,  ho detto pubblicamente  che è riuscita a trasformare una tragedia in poesia. Ho seguito con attenzione e anche commozione le sue parole ed oggi ho letto il suo libro.  Sotto il profilo umano emerge una donna fragile e forte ad un tempo che ha trovato nella fede il superamento di ogni odio sicuramente comprensibile in una persona che perdette il marito all’età di venticinque anni.
La Signora Calabresi è mia coetanea ed è anche torinese di origine: la nostra memoria quasi coincide ed ho sentito un’attrazione sentimentale verso questa donna che è riuscita a vivere due matrimoni tanto diversi uno dall’altro. Io ho conosciuto il figlio Mario Calabresi in alcune occasioni. Venne anche al ricordo di Carlo Casalegno che tenni nel luogo in cui subì l’agguato mortale delle Br. Posso dire che la vedova di Carlo Casalegno Dedi  nutriva sentimenti  molto diversi da quelli della Signora Calabresi e di suo figlio Mario. Così debbo dire anche  di un mio carissimo amico, il maestro Massimo Coco, figlio del Procuratore Generale di Genova  Francesco Coco  freddato dai brigatisti con la sua scorta. Massimo Coco ha scritto un grande libro destinato ad entrare nella memorialistica  del Novecento “Ricordare stanca” che ho presentato in diverse occasioni in cui dice anche con chiarezza che lui non è disposto a perdonare perché gli assassini di suo padre non sono mai stati identificati. Gemma Calabresi ha cercato invece nel suo libro addirittura di identificarsi nella vita dei responsabili della morte di suo marito, pensando a gente che avrebbe potuto anche fare del bene oltre che del male. Nel libro si parla  inoltre dei suoi incontri con il pentito Leonardo  Marino e degli “esuli” francesi condannati per l’omicidio Calabresi che non hanno mai fatto un giorno di carcere  per l’accoglienza loro accordata da Mitterand e confermata di recente dalle autorità d’Oltralpe. La comprensione della vedova Calabresi è sicuramente rispettabile, ma poco condivisibile. Con lo stesso metro avrebbe accordato fiducia anche al pluriomicida Battisti.  Sofri, il mandante, il capo supremo di “Lotta continua”, e’ difficile da perdonare non fosse altro perché mando’ allo sbaraglio tanti giovani in anni in cui bastava una parola per uccidere.  Ho chiesto alla Signora Calabresi cosa pensasse del delirante ed infame manifesto pubblicato su “L’Espresso” nel 1971 che raccolse 757 firme di intellettuali o sedicenti tali, il Gotha della cultura oltre che del culturame.
Persone come Giorgio Amendola firmarono il manifesto  insieme a Bobbio che si dissociò  molto tardivamente. Natalia Ginzburg  interrogata anni dopo disse: ”Non so cosa si vuole da me , non ho niente da dichiarare“. Il famoso critico Giulio Carlo Argan disse di “non ricordare nulla e di non volerne più parlare“.
A suo tempo mi sorprese che una storica dell’arte torinese stimata Anna Maria Brizio fosse stata tra i promotori del manifesto insieme a Musatti, Paci e Salinari, quello dell’ agguato di Via Rasella.
Ho raccontato in articoli e in un libro come fosse stata carpita da Moravia a Mario Soldati  la firma.  La signora Calabresi ha minimizzato il significato dell’appello di quasi tutta la cultura italiana  che armò la mano agli assassini del marito, dicendo che molte adesioni vennero ricavate dagli indirizzari di alcune associazioni. Può essere vero, come è vero quanto scrivo io per Soldati, ma solo in pochissimi si dissociarono dopo parecchi  anni. Bobbio espresse orrore per il testo sottoscritto.
Comprendo benissimo che armare la mano degli assassini con delle parole deliranti non equivalga ad ammazzare qualcuno, ma speravo che la signora Calabresi si sarebbe espressa  in un altro modo – pur perdonando tutti – nei confronti del meglio e del peggio della cultura italiana di allora che giudicò quasi coralmente  suo marito un assassino con le mani sporche di sangue dell’anarchico Pinelli. Io non riesco a dimenticare l’infame manifesto e non posso non ricordare che Giampaolo Pansa, Marco Pannella, Alberto Asor Rosa   e Sandro Galante Garrone rifiutarono la firma: rari nantes in gurgite vasto del conformismo e della violenza che sfociò nel terrorismo armato di cui l’ammazzamento di Calabresi fu il tragico inizio.
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scrivere a quaglieni@gmail.com

L’isola del libro

RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA

 

Susan Taubes “Divorzi” -Fazi Editore- euro 19,00

E’ l’unico romanzo della scrittrice ungherese –americana Susan Taubes, nata a Budapest nel 1928. Muore suicida a 41 anni, nel novembre 1969, gettandosi nell’oceano al largo di Long Island, pochi giorni dopo l’uscita di questo libro. Il suo cadavere ripescato in mare fu identificato dall’amica intellettuale e scrittrice Susan Sontang che imputò la causa scatenante del gesto estremo alla stroncatura della critica. Ma non fu l’unica molla a spingerla a congedarsi dalla vita.

E questo ci conduce alla storia della protagonista del romanzo, Sophie Blind, alter ego dell’autrice e portatrice come lei di un certo male di vivere. Il romanzo inizia con la morte di Sophie, in Avenue George V a Parigi, travolta e decapitata da un’automobile mentre attraversa la strada per prendere un taxi. Era appena stata dal parrucchiere e così muore sotto la pioggia, ma con la capigliatura in ordine.

Da morta Sophie ripercorre in ordine sparso – non cronologico ma sentimentale- gli eventi più importanti della sua vita.

Dopo 15 anni di soffocante matrimonio in cui è stata la moglie-trofeo, sempre al seguito del consorte in giro per il mondo, vuole il divorzio e riappropriarsi della sua esistenza.

E’ rimasta intrappolata in un destino diverso da quello che avrebbe voluto. Nelle pagine ricorre il desiderio di divorziare, anche perché tanto per cominciare non avrebbe mai voluto convolare a nozze.

La storia è semiautobiografica e la vita della Staubes fu parecchio complicata. Era emigrata negli Stati Uniti nel 1939 insieme al padre; lo psicoanalista (misogino e pioniere delle terapie freudiane) Sándor Fieldmann (seguace della scuola del celebre psicoanalista e psichiatra Ferenczi).

Tra le pagine del romanzo c’è anche molto del suo matrimonio infelice con il filosofo, teologo e rabbino Jacob Taubes, (uomo insopportabilmente pieno di sé) che si rivelerà inadeguato; così come lo saranno gli altri uomini della sua vita, incluso un nonno rabbino di cui subì il peso e l’influenza.

La Taubes fu un’intellettuale di alto livello, prima donna ad ottenere un dottorato ad Harvard in Storia e Filosofia della religione, insegnante alla Columbia University.

La Sophie del romanzo rivede l’intera sua vita, tra viaggi e amanti, compresa la fuga a Parigi d’accordo con il marito Ezra restio alla separazione. E punta il dito accusatore contro l’imperante maschilismo dei newyorkesi colti, ma parecchio ottusi nonostante il loro sapere. Questo è un libro che testimonia l’esigenza di una donna intelligente sopra la media di ridefinire la sua identità.

 

Lawrence Osborne “Il regno di vetro” -Adelphi- euro 20,00

Lo scrittore inglese 65enne Lawrence Osborne, nato a Londra e cresciuto in Inghilterra, viaggiatore, autore di saggi di viaggio e romanzi, da 10 anni vive in Thailandia, dopo aver girato mezzo mondo. Per 20 anni residente a New York, poi a Istanbul, Parigi, Marocco, Polonia e Messico.

Questo romanzo è ambientato nel complesso residenziale in cui lo scrittore vive da 10 anni a Bangkok, dove aleggia una certa atmosfera che lo intriga e lo ispira. Vivendo nel clima tropicale in cui la frescura si affaccia di notte, Osborne ha l’abitudine di scrivere nel silenzio dalle 10 di sera fino alle 4 del mattino, seduto alla scrivania sul balcone, circondato dai suoni della giungla.

Nel complesso di case a Bangkok in cui la storia è ambientata, composto da 4 torri di 21 piani collegate da passaggi di vetro, vivono parecchie persone che si spiano vicendevolmente, e quasi tutte nascondono qualche segreto.

Sono i “farang”, ovvero viziati e viziosi turisti occidentali, planati nella capitale thailandese sperando di vivere in un paradiso-rifugio esotico, lontano dalla frenesia dei loro paesi di origine. Per lo più sono uomini d’affari giapponesi, dirigenti di azienda americani, ma anche sudamericani e in genere persone in cerca di avventure, che non disdegnano escort asiatiche di alto bordo.

Tra di loro c’è anche la protagonista, Sarah Mullins, giovane americana fuggita in Thailandia con una valigetta piena di soldi di dubbia provenienza . Lei è una segretaria che ha truffato la scrittrice per cui lavorava e ora cerca rifugio lontano dal paese del misfatto.

Senza anticiparvi troppo, la Bangkok che nei suoi progetti doveva essere il rifugio in cui costruirsi una nuova identità e vita, si rivela invece un inferno, tra tumulti politici, karma negativo, un regno di vetro che è una lussuosa trappola.

 

 

Lawrence Osborne “Cacciatori nel buio” -Adelphi- euro 19,00

C’è tutto il fascino dei templi Khmer di Angkor Wat e della giungla cambogiana in questo romanzo del 2015, in cui Osborne dipinge una nazione enigmatica, impenetrabile per la sua natura, terra bellissima ma come gravata da una maledizione. Paese dell’Indocina con una storia recente spaventosa: il genocidio sotto il regime dei Khmer Rossi di Pol Pot che ha sistematicamente eliminato un terzo della popolazione.

Maledette anche le vicende dei personaggi. Protagonista è il giovane professore d’inglese Robert Grieve che, stufo della sua vita, ha deciso di lasciare per un po’ l’uggioso Sussex ed è partito all’avventura sul confine tra Thailandia e Cambogia.

E’ un barang, ovvero uno straniero, e viaggia con la guida cambogiana Ouksa che lo conduce in un casinò dove Robert inaspettatamente vince una bella somma; di quelle con cui nel paese asiatico si può vivere a lungo e bene. Una vincita che però innescherà una serie di eventi e incontri che finiranno per sparigliare le carte del suo destino.

Durante il viaggio incontra un altro barang che caratterialmente è il suo opposto. Si chiama Samuel Beauchamp: una sorta di dandy americano dell’upper class, debosciato e dedito alle droghe, che ha usato l’eredità del nonno per vagabondare nel mondo.

In Cambogia si accompagna ad una sensuale ed enigmatica donna del luogo. Quando conosce Robert lo invita a una partita di scacchi che dire insidiosa è poco.

Ma per l’ingenuo inglese sarà anche l’occasione da cogliere per diventare come invisibile, ed imprimere una svolta alla sua esistenza mimetizzandosi nel paese asiatico.

Ulteriori sviluppi ed altri incontri attendono Robert, compreso quello con il controverso poliziotto Davuth, “fantasma “ del truce passato dell’Angar di Pol Pot.

Sarà proprio questo ex aguzzino -che odia i barang e si diletta ad attendere, ripescare e derubare di tutto gli averi i loro cadaveri restituiti dal fiume- a sospettare la vera identità del protagonista.

Un romanzo a tratti tenebroso o fiabesco in bilico continuo tra vita e morte, vivere e non vivere, destino e karma, sullo sfondo di una Cambogia che è unica al mondo e se vi capita l’occasione vale la pena visitare.

 

Dominique Fortier “Le città di carta” -Alter Ego- euro 16,00

Questo breve ma intenso libro della scrittrice canadese è ispirato alla vita quasi monastica della poetessa Emily Dickinson, nata nel 1830 nella zona residenziale di Homestead della cittadina di Amherst in Massachussets, morta nella stessa casa nel 1886.

Quando era stata edificata dal nonno della scrittrice era la prima dimora in mattoni della città, poi l’antenato l’aveva persa ed era stato il padre di Emily a riscattarla nel 1855, riconducendovi la famiglia e la figlia 25enne che ritrovò così il nido sicuro dell’infanzia.

E’ lì tra quelle mura e nell’ampio parco-giardino circostante che Emily trascorre tutto il suo tempo terreno, coltivando non solo i fiori ma soprattutto il suo delicatissimo sentire interiore. Gran parte dell’ispirazione per le sue liriche arriva da quel giardino che è la più grande delle galassie in cui Emily si annulla «..Scompare dietro il filo d’erba che, senza di lei, non avremmo mai visto. Non scrive per esprimersi: qui è vissuto un fiore, per tre giorni di luglio dell’anno… ucciso una mattina da un acquazzone. Ogni poema è una minuscola tomba eretta in memoria dell’invisibile».

Aveva una certa frequentazione della morte, dapprima sviluppata tra i 10 e i 25anni nella casa temporanea in Pleasant Street, davanti a un cimitero; e più volte al mese vedeva «dalla finestra la morte passare in processione». Da allora con la sua scrittura sottile compone pensieri che prendono spunto dal verde e dalla natura che la circonda, poi li lascia volare dentro di sé per farli planare in versi poetici tra i più intensi mai scritti.

E non va dimenticato lo strepitoso erbarium realizzato dalla Dickinson durante l’adolescenza: 66 pagine, 420 esemplari di fiori e piante, disposti con una cura dettata da una preoccupazione estetica, più che dal rigore scientifico.

Una vita trascorsa tra le pareti di casa e in famiglia, apparentemente senza fatti degni di nota. In realtà quando si chiudeva nella sua stanza, nel silenzio sentiva le potentissime voci e i pensieri che abitavano nella sua testa.