Un carosello dickensiano per l’adattamento e la regia di Marco Isidori con i Marcido Marcidorjs e Mimosa Famosa
Debutta martedì 30 aprile, alle 19.30, al teatro Gobetti, per la stagione del teatro Stabile di Torino, la pièce teatrale “David Copperfield Sketch Comedy. Un carosello dickensiano”, tratto da Charles Dickens per la riscrittura, adattamento drammaturgico e regia di Marco Isidori. Saranno in scena Paolo Oricco, Maria Luisa Abate, Valentina Battistone, Ottavia della Porta, Alessio Arbustini, Vincenzo Quarta e Marco Isidori. Scene e costumi sono di Daniela Dal Cin, le luci di Fabio Bonfanti.
Lo spettacolo è prodotto da Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa e verrà replicato fino a domenica 5 maggio prossimo.
La Compagnia affronta le tematiche del romanzo ottocentesco, trasformandolo per il palcoscenico in una iperbolica narrazione dal ritmo verticale, che procede sostenuta da una serie di sketch dove la prevalenza del passo comico non impedisce la notazione di costume pungente, l’affondo nella contraddizione primaria del tempo storico in cui è collocato il romanzo, l’avvento della società industriale, permeata, tuttavia, da modelli comportamentali antecedenti, ricchi di un’ambiguità favorevole alla drammatizzazione teatrale. Tutto ciò avviene in un tono molto vicino a quello del vaudeville che si è scelto di assumere per far vivere al meglio la natura prismatica di quella giostra teatrale e sentimentale ideata da Dickens.
La scenografa Daniela Dal Cin anche per questo spettacolo si è espressa con una delle sue mirabolanti invenzioni e la chiave di volta di questa riduzione del romanzo di Dickens si colloca nella lotta mortale tra l’esasperazione iconica e la tramatura sonora della recitazione, portata verso una vivificante astrazione. Risulta evidente il tentativo di una rappresentazione segnata integralmente da quella tensione verso il teatro totale che, da sempre, caratterizza la specificità artistica della compagnia.
“David Copperfield Sketch Comedy – spiega il regista Marco Isidori – vuole essere la riproposta in chiave satirico grottesca del capolavoro di Dickens. Lo spettacolo ha una struttura drammaturgica dove le singole situazioni della “novella”, agganciandosi le une alle altre, si concatenano in una sarabanda teatrale di stupefacente rilievo spettacolare, in questo aiutate e servite dall’impianto scenografico di Daniela de Cin, andando così a instaurare una giostra veloce e incalzante, in cui il dinamismo è duplice, sonoro e iconografico, capace di comporre quel corpo drammatico che giustifica oggi la riproposizione teatrale di un testo di tale natura. Lo scandagliare scenico diventa lo strumento più adatto ad individuare nelle pieghe della narrazione ottocentesca quei temi universali che da sempre sono appannaggio della vicenda umana e che il teatro soltanto sa specchiare con verità completa”.
MARA MARTELLOTTA








Un gran brutto evento quello che precede di pochi giorni la festa della Liberazione, ancora una volta guastata da polemiche tanto feroci quanto inutili. Il monologo sul 25 aprile di Antonio Scurati – scrittore che ha avuto notorietà solo quando si è paradossalmente dedicato al suo demone Benito Mussolini, senza avere la benché minima competenza storica, scrivendo anche cose inesatte e imprecise, come dimostrò Galli della Loggia – andava letto e riletto, direi tutti i giorni come un mantra per una settimana o almeno per un triduo a reti unificate, come stanno facendo oggi in modo ossessivo, dopo lo stupido divieto della Rai, giornali e Tv. Così tutti avrebbero capito e oggi possono egualmente capire che il suo non è un discorso storico, ma meramente politico e di bassa politica pre elettorale. De Felice ci ha fatto capire Mussolini, Oliva ci ha fatto comprendere l’antifascismo, Scurati invece ha confermato di essere un “antifascista fascista” come disse Ennio Flaiano. Sembrava una genia scomparsa e invece sopravvive in Scurati e anche negli anziani professori di Bari che si dilettano a scrivere di storia contemporanea invece di dedicarsi all’antichità classica dove furono maestri. Di questi cultori del fascismo antifascista o antifascismo fascista sono pieni anche i social dove il messaggino di Scurati è stato ripreso e commentato come una pagina di vangelo. Invece la stessa interpretazione di un unicum fascista dal 1924 al 1944 e’ una trovata priva di fondamento storico, una sparata politica ad effetto pubblicitario. L’omicidio di Matteotti e le stragi nazifasciste del ‘44, dimenticando ovviamente via Rasella, sono cose diverse che vanno studiate analiticamente. Sarebbe un discorso che ci porterebbe lontano perché bisognerebbe partire dal biennio rosso successivo alla Grande Guerra per giungere alla Rsi e all’occupazione tedesca del 43/45. Il monologo non si addice comunque agli storici perché la ricerca storica è fondata sul dialogo, sul confronto e soprattutto sulla ricerca distaccata che è l’esatto opposto della dogmatizzazione ideologica che lo storico partigiano Raimondo Luraghi considerava un veleno mortale che uccide la ricerca storica. Ma Scurati non sa nulla di Luraghi, probabilmente non ha neppure letto la storia dell’Italia contemporanea di Federico Chabod, partigiano valdostano e maestro di studi storici, che parlava e scriveva nel 1950 con distacco critico del fascismo, come fece Croce in una lezione sulla storia contemporanea, tenuta ai giovani dell’ istituto di studi storici di Napoli da lui fondato e ripubblicata dal Centro Pannunzio con prefazione di Sergio Romano che si dichiarò un revisionista. Scurati pare un “galoppino elettorale” che un uomo serio come Togliatti non avrebbe neppure considerato per un qualsivoglia incarico nel PCI. Alle Frattocchie non l’avrebbero mai accolto come discente, figurarsi come docente insieme a maestri come Ernesto Ragionieri. Il monologo di Scurati, zeppo di aggettivi eclatanti e di ammennicoli ideologici, non aggiunge nulla all’antifascismo che è stato ed è plurale: cattolici, ebrei, valdesi, laici, comunisti, anticomunisti, liberali, azionisti, anarchici, socialisti, monarchici e repubblicani, militari e civili, semplicemente democratici e quindi anti-autoritari non a senso unico, stranieri di diverse nazionalità che combatterono per Liberazione dell’Italia insieme al risorto Regio Esercito del Sud e ai partigiani del Nord. Il vero 25 aprile è un 25 aprile tricolore in cui le bandiere di partito hanno un ruolo secondario. C’è anche chi vorrebbe sfilare con altre bandiere come quelle della NATO che nulla c’entrano con la Resistenza per ragioni di visibilità personale e narcisisticamente divisiva o vuole impedire a Milano alla Brigata ebraica di usare il suo striscione. Questi sono usi strumentali della Resistenza che rispecchiano lo squallore dei tempi. Non meritano di essere considerati perché in fondo dimostrano che il rimasuglio di un certo “fascismo” è rimasto nel modo di pensare anche di alcuni antifascisti che pretendono di avere l’esclusiva della Resistenza. Anche questo fascismo va considerato perché dimostra che anche Umberto Eco parlando di “Fascismo eterno” aveva le sue buone ragioni anche se diverse da quelle che hanno motivato il suo librino che forse Scurati ha studiato a memoria, senza comprendere che ad un genio come Eco tutto è consentito perché il semiologico alessandrino non era un dogmatico e non pretendeva mai di imporre una sua verità. Forse ci sarebbe anche da domandarsi chi abbia avuto l’idea di chiedere il monologo a Scurati per la Rai che deve rispettare il pluralismo. Avrei capito invitare Gianni Oliva, non certo Scurati che non ha titoli per intervenire, malgrado i libri scritti, anzi soprattutto perché ha scritto tre volumi su “M” e si accinge a pubblicarne un quarto.

Il rapporto madre-figlio, un personaggio, Fulvio, un ragazzo di cui si parla molto ma che non comparirà mai in scena, il suo ritorno nella casa dopo averla abbandonata per sette anni, per inseguire in terra di Francia un amore e una donna che là già aveva un marito e due figli e una vita chiusa in una unione infelice. Fulvio è tornato per morire, ma per Donn’Anna non è quell’ultimo giorno di vita ad averle strappato ogni lacrima, non è ha più di lacrime, le ha consumate il giorno in cui quel figlio se lo è visto tornare, cambiato, irriconoscibile, un altro da come era nei suoi ricordi. Quindi la madre stringerà quell’immagine, e quella realtà, che ha del figlio: “Ma sì che egli è vivo per me, vivo di tutta la vita che io gli ho sempre data: la mia, la mia; non la sua che io non so! …E come per sette anni gliel’ho data senza che lui ci fosse più, non posso forse seguitare a dargliela ancora, allo stesso modo?” Tre atti a svolgere da parte di una madre e a capovolgere da parte di chi le sta accanto un grumo centrale che non poche volte richiederebbe un po’ più di respiro (il testo e le sue rappresentazioni, davvero non molte, nel corso di un secolo – nella memoria una con la regia di Castri e una grandiosa Moriconi -, non ebbero mai il successo che Pirandello si sarebbe augurato), di alleggerire quello svolgimento a tratti ansimante, rotto, frastagliato: giù giù sino all’arrivo della donna amata e della madre di lei, l’una annichilita dinanzi alla notizia, finalmente svelata, della morte di Fulvio e lei costretta a confessare di aspettarne un bambino, l’altra decisa con estrema e pratica razionalità a riportarsela a casa. Un intreccio che Roberto Alonge, nella sua “Introduzione” al testo pubblicata da Mondadori nel 1992, definisce “tragedia astratta”, esplorandola oltre l’autore e analizzandola in quel “labirinto di specchi” in cui Fulvio è vittima, psicanaliticamente con la propria fuga dall’accentramento materno per ricadere in un innamoramento verso una donna che ricalca con esattezza “un doppio evidente della madre”. Quel figlio “accudito” dentro di sé verrà a scomparire, a morire davvero, si scioglierà la finzione di una vita ancora presente, Donn’Anna non potrà più vivere con la “propria” certezza e “come se” il figlio fosse ancora vivo: nell’ultimo attimo non potrà che disfare, in un ambiente che non ha più ragion d’essere e che è diventato come l’involucro rarefatto di un sogno, il letto in cui ha dormito Fulvio e in cui è stato deposto.



RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
Questo è il suo quarto romanzo dedicato a Lucy Barton, personaggio immaginario e suo alter ego. Scrittrice di successo, grande cuore materno nei confronti delle due figlie ormai adulte, due matrimoni alle spalle e la tendenza a qualche attacco di panico.
Dietro le pagine di questo libro ci sono oltre tre anni di lavoro in cui l’autrice ha svolto un’enorme indagine documentaristica, incontrato testimoni non solo in Polonia e Germania.
Le muse raccontate da Serena Dandini sono state creature dotate di grande ingegno e talento, ma la storia ha steso un velo di indifferenza su di loro; ed ecco che l’autrice ha deciso di scrivere per rivendicarne la grandezza e un po’ anche per vendicarle.
Tutto inizia con il macabro ritrovamento dei resti orribilmente mutilati di due campeggiatori ritrovati in una zona selvaggia della Virginia settentrionale. Le vittime sono Huck e Brittany, che erano ricercati dai federali per il riciclaggio di denaro e terrorismo, dal momento che fiancheggiavano il gruppo filorusso “The Replubic.