Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Susanna Tamaro “Il vento soffia dove vuole” -Solferino- euro 17,00
Tre lettere per fare il punto della vita, tre missive in cui la protagonista Chiara -prossima alla soglia dei 60 e con una malattia all’orizzonte- ripercorre i legami fondamentali della sua esistenza. Una è destinata alla figlia adottiva Alisha, una a quella biologica Ginevra, la terza al marito Davide.
Pagine in cui Chiara mette a nudo la sua anima ma anche i rapporti con le persone che sono stati i cardini della sua esistenza.
Un romanzo magnificamente introspettivo che si colloca sulla scia del suo successo “Va dove ti porta il cuore”; in cui rivede la sostanza dei suoi affetti, altrettante dichiarazioni di amore per ogni membro della sua famiglia.
Attraverso queste missive ci fa conoscere tre caratteri diversi tra loro, ricostruisce frame dei loro rapporti interpersonali e pennella un commovente affresco familiare.
Alisha è la figlia che è andata a cercare fino in India, e per tutta la sua vita andrà alla ricerca della sua identità. Una bambina che si accontenta di poco e gioisce per nulla. Innamorata della sorellina che tratta come una principessa.
Ginevra è la figlia che Chiara scopre di aspettare proprio quando sta per adottare, dopo anni di tentativi falliti all’inseguimento di una gravidanza che non sboccia. Ginevra è l’opposto di Alisha; sempre insoddisfatta di quello che ha, snob e nostalgica del passato familiare. Quello della nonna materna, nobile decaduta, che avvolge la nipotina con i racconti di un passato pieno di fasto, ormai eclissato.
Davide è invece l’uomo che l’ha amata fin da subito. Un rispettabile e sensibilissimo pediatra che lei chiama «uomo Lego» perché è stato abile nel costruire la loro famiglia mattoncino dopo mattoncino….poi però la vita l’ha schiantato con una gran brutta storia giudiziaria.
Sotteso a tutto il romanzo c’è la ricerca del senso della vita e dei sentimenti che si porta dietro. Il mistero del karma secondo il quale il destino di ognuno di noi è quello per cui «…fin dall’inizio del mondo tu puoi essere quello e soltanto quello. La vita ti chiama e tu rispondi, sembri apparire dal nulla, ma in realtà, dentro di te, sono già scritti migliaia di anni. Venendo alla luce, ne riceviamo in dono appena una manciata».
Pagine bellissime in cui ritroviamo la penna magica della Tamaro.
Tim Winton “Il capanno del pastore” -Fazi- euro 18,50
Tim Winton è un talentuoso scrittore australiano, nato a Perth nel 1960, e dopo aver vissuto in Irlanda, Francia e Grecia, ora si è stabilizzato nell’Australia occidentale con la moglie e i 3 figli.
Alcuni suoi romanzi precedenti sono stati in lizza per prestigiosi premi, ed è famoso come autore anche di libri per bambini.
In “Il capanno del pastore” mette in scena una storia cruda e crudele con protagonista il 15enne australiano Jaxie Clackton al quale il destino peggiore non ha risparmiato nulla. Il padre è un uomo brutale, violento e alcolizzato che ha sempre alzato le mani sul figlio e la moglie. Dopo la morte della donna la vita per Jaxie è ulteriormente piombata verso il baratro dell’orrore, ed è rimasto solo a subire le angherie paterne.
La vita svolta quando Jaxie trova il padre morto accidentalmente e temendo di essere accusato di averlo ucciso, parte verso l’ignoto, cerando di allontanarsi il più possibile dal suo terribile passato.
Il romanzo è la storia della sua fuga: a piedi, con una borraccia, un fucile, un binocolo e poco altro, cercando di evitare la strada e la polizia. Il suo viaggio è una dura lotta per riuscire a sopravvivere in uno dei paesaggi più ostili del pianeta.
Ma è soprattutto un viaggio nei meandri dell’animo umano, nelle emozioni più profonde e nel modo di affrontare la dura lotta per la sopravvivenza. Le cose si evolvono quando Jaxie arriva al capanno in cui vive solitario il prete Fantan McGillis, esiliato in quella landa in seguito a fatti misteriosi.
Un magnifico incontro tra due sensibilità che, dopo una certa diffidenza, trovano appoggio l’uno nell’altro, ma a patto di non rinvangare il passato. L’unione di due destini feriti dalla vita, che scoprono la salvifica solidarietà.
Marta Barone “Ritratto dell’artista da piccolo” -UTET- euro 16,00
Ognuno di noi è anche il risultato del suo passato, a partire dall’infanzia; anche per questo è interessante scoprire i primi anni degli scrittori, perché da quel punto di partenza si sono sviluppate notevoli personalità.
La scrittrice torinese Marta Barone compie proprio il viaggio a ritroso di 11 autori, non un saggio e neanche brevi biografie; piuttosto lo sfogliare insieme gli album dei ricordi di scrittori e scrittici che abbiamo amato.
Il meraviglioso viaggio inizia rivivendo il clima in cui è nata e cresciuta Marguerite Yourcenar, orfana di madre per febbre puerperale. Cresciuta con il padre e la nonna, è una bimba solitaria e dall’intelligenza precoce e brillante.
Seguono altri quadri dedicati ad altri scrittrici, tra le quali l’americana Eudora Welty, nata a Jackson nel Mississippi nel 1909; fin da piccola amante sfrenata della lettura come sua madre.
Virginia Woolf nata nel 1882 in una famiglia in cui la cultura era parte dello svezzamento; 8 figli in tutto nati anche da precedenti unione dei genitori che offrono l’esempio di un’unione quasi alla pari. Virginia può accedere liberamente alla vasta biblioteca paterna, e tra i luoghi del cuore Talland House, St. Ives villaggio sulla costa della Cornovaglia, lo spazio delle vacanze e di mille scoperte.
E ancora l’atmosfera greve di pericolo e guerra in cui nasce nel 1926 Ingeborg Bachman, in Carinzia, nell’Austria Meridionale che si consegna al nazionalsocialismo prima ancora dell’ascesa al potere di Hitler. La piccola sogna di lavorare, studiare e soprattutto scrivere.
C’è anche l’infanzia poverissima di Anna Maria Ortese nata nel 1914 a Roma, lei e il gemello Antonio i penultimi di sei figli. Il padre grande sognatore che si imbarcava in grandiosi progetti irrimediabilmente destinati al fallimento; la madre un’anima da eterna bambina. L’infanzia in continui spostamenti tra Puglia, Potenza, Napoli e la Libia, e il suo rifugio nel silenzio della lettura e nella scrittura….ed ecco come si è formata una grandissima autrice.
E ancora Walter Benjamin nato nella Berlino Imperiale del 1892 in una famiglia borghese di origine ebraica. Elias Canetti nato sul Danubio in Bulgaria, figlio di due genitori che si adoravano e spesso comunicavano tra loro in tedesco, lingua misteriosa e sconosciuta per il piccolo Elias. Lui cresce cullato e protetto dalle mille fiabe che gli raccontavano le giovanissime contadine 11enni che lavoravano in casa come domestiche. E via di scoperta in scoperta.
Karin Smirnoff “Il grido dell’aquila” -Marsilio- euro 22,00
E’ il settimo volume della Saga Millenium creata da Stieg Larsson e, dopo la sua precoce e improvvisa morte, continuata da altri autori. Diciamo subito che nessuno di loro ha neanche lontanamente riprodotto la magia, il pathos e i continui colpi di scena dei primi volumi scritti da Larsson.
Però qualcosa di più nuovo c’è in questa puntata scritta da una donna, la svedese Karin Smirnoff, che aggiunge elementi interessanti.
Primo fra tutti la new entry dell’incredibile 13enne Svala, nipote della geniale Lisbeth Salander, che gli amanti di “Millenium” ormai conoscono benissimo.
La trama è ambientata nel gelido Nord, in Svezia dove gli investimenti in energie rinnovabili sono la strada maestra per il futuro, e fanno parecchio gola a malavita e multinazionali che per incrementare profitti non si fermano davanti a nulla. In più il terreno di scontro dei protagonisti contempla anche scandali finanziari, stupri e traffico di donne.
La rivista d’inchiesta “Millenium” creata e diretta da oltre 30 anni dal giornalista Mikael Blomkvist sta per chiudere e trasformarsi in un podcast. Ma lui continua a fiutare inchieste e scoop ancora sottotraccia e il suo istinto per le indagini scottanti è sempre intatto.
La sua strada incrocerà ancora quella di Lisbeth che nel frattempo è stata convocata dai servizi sociali per prendere in carico la nipotina della quale ignorava perfino l’esistenza.
Svala ha solo 13 anni e parecchi punti in comune con la zia, primo fra tutti la genialità. Solo che laddove Lisbeth non uccide il nemico, Svala invece non si fa nessun problema etico-morale nello scaraventare nel vuoto per oltre 10 metri il patrigno Peder Sandberg. Tutt’altro che uomo amorevole, anzi, un malavitoso maschilista e stupratore di 100 chili e l’anima nera.
Lisbeth che sembra un’eterna teenager ora deve assumersi la responsabilità di un altro essere umano. La nipote Svala ha un background di violenza e soprusi subiti simile a quello della zia, ma delle due è la 13enne a sembrare la più adulta soprattutto la più pericolosa e decisamente spietata…..preparatevi.
Due opere soltanto sarebbero sufficienti a definire la grande bellezza, i sentimenti di chi guarda, gli incanti, le presenze e le tante storie, i ritratti soprattutto con la loro perfezione, della mostra “Moroni (1521 – 1589). Il ritratto del tempo” ospitata sino al primo aprile (val bene un viaggio, per gli appassionati) nelle sale delle Gallerie d’Italia milanesi, di fronte alla Scala, un centinaio di dipinti esposti, accompagnati da armature, libri, medaglie, disegni, con i prestiti tra l’altro del Louvre e del Prado e della National Gallery londinese e con la cura di Arturo Galansino e Simone Facchinetti, i quali dopo i successi delle precedenti mostre sul ritrattista bergamasco cinquecentesco, l’uno nel 2014 a Londra e l’altro cinque anni dopo alla Frick Collection di New York, sono divenuti i campioni d’eccellenza in territorio moroniano. Senza tema di smentita, una delle più belle mostre viste in questi ultimi anni, importante e ampia, ricca di quei volti che ti catturano per l’energia ed il realismo, assolutamente lontani dall’idealizzazione, che sprigionano, per l’intensità, per l’immediatezza che scava nei caratteri e nei comportamenti, per l’esattezza di particolare che coltiva in sé come qualcosa di modernamente fotografico, e di quegli abiti che ti rimandano con intelligente e persuasiva dolcezza ad un’epoca, di quella ampia sala al cui interno gli abiti neri (il nero come colore della elegante nobiltà) delle tele sono una sequenza difficilmente dimenticabile, suggestiva altresì per quei precisi disegni che ti rimandano, e che puoi decifrare, alle opere definitive poste non lontano, per le grandi pale d’altare che ne sono una parte non indifferente, anche se non è quella la vetta dell’arte di Moroni, e per i rapporti che sono corsi tra l’artista e altri famosi suoi compagni di percorso e d’epoca.



Il 10 giugno cadrà l’anniversario del rapimento di Giacomo Matteotti e le iniziative in ricordo del suo assassinio del 1924 sono numerose. Io stesso sono coinvolto nel lavoro di storicizzazione di un evento drammatico della vita italiana come fu l’omicidio destinato a segnare la storia successiva. Stupisce che il comitato nazionale per le onoranze a Matteotti (affidato ad un anziano storico, allievo del marxista ortodosso Ernesto Ragionieri e a una segretaria con esperienze precedenti che nulla hanno a che vedere con Matteotti perché l’ultimo Francesco Forte, con cui fu in amichevoli rapporti, era un sostenitore della destra berlusconiana e perfino del monarchico Sogno) usi il termine morte e non omicidio o assassinio o delitto, gli unici termini storicamente corretti. Matteotti non morì nel suo letto, almeno questo credo che gli vada riconosciuto. Morì tra atroci sofferenze inferte dai suoi sicari all’interno dell’auto in cui fu costretto dopo il rapimento. Matteotti è un grande personaggio della storia d’Italia, per tanti decenni disconosciuto dalla sinistra e dalla destra e non apprezzato dal mondo cattolico, un grande italiano che va finalmente fatto conoscere agli Italiani. Questo lavoro dovranno in larga parte farlo altri, anche se il Comitato per il centenario della “morte” ha avuto un cospicuo finanziamento di cui dovrà rendere conto e siamo curiosi di apprendere come vorranno utilizzare i fondi pubblici loro affidati.
giorni, dopo anni, ha scelto il suo vice sindaco. Di norma tutti i sindaci nominano subito un vicesindaco, ma Montagna non ha mai fatto la scelta, anche se c’è chi pensa che questa recente ed improvvisa nomina sia una sorta di investitura del possibile successore quando Montagna non potrà più candidarsi. Ci sono dei sindaci che cercano di far eleggere dopo il decennio un loro pupillo, magari ottenendo per sè un incarico da assessore e perfino da vicesindaco. Molti hanno anche interpretato la scelta tardiva del vice come un modo per intralciare la discesa in campo dell’assessore Laura Pompeo, da quasi dieci anni attivissima assessora alla cultura e unico volto noto e di prestigio tra gli attuali amministratori di Moncalieri. La carica da vicesindaco sarebbe toccata da subito a Pompeo, la più votata con oltre mille preferenze, ma Montagna non volle un vice, neppure una vice donna, come oggi è quasi d’obbligo per la parità. Pompeo dovrebbe prossimamente candidarsi in Regione come consigliere sicuramente eletto e potrebbe essere la nuova assessora regionale alla cultura, anche se i margini di vittoria del Pd – 5 stelle sono ridotti. Con Valle presidente, sarebbe una bella opportunità per la Regione avere un’assessora con una esperienza decennale. Dopo Leo e Oliva sarebbe la prima con competenze anche universitarie di prim’ordine e grande lavoro sul campo.
LETTERE
Qui si è giunti oggi ad un antisemitismo che assomiglia a quello nazifascista di ieri. E’ triste doverlo riconoscere. Anch’io come Lei sono stato e sono dalla parte di Israele almeno dal 1967, quando incominciai a ragionare politicamente. Già prima ascoltavo mio padre, che di problemi internazionali era un grande esperto, che diceva di essere stato sempre filo israeliano e che disprezzava la politica filo araba di Moro e Andreotti. Anche Craxi non gli piaceva per la sua posizione filo araba, lontana da quella di molti grandi socialisti non succubi del PCI. Detestava anche Scalfari filo arabo. Sono rimasto orgogliosamente suo figlio. E gli ebrei filo palestinesi li considero degeneri. Israele, unica democrazia in Medio Oriente, è uno stato laico che lotta per la sopravvivenza ogni giorno e i suoi cittadini rischiano quotidianamente di morire per causa del terrorismo palestinese che da mai tregua. Ogni giorno dell’anno. Detto questo, credo che i diversi governi (l’Onu di fatto è scomparsa come la Società delle Nazioni prima della II guerra mondiale: un parallelo allarmante!) debbano contribuire a favorire una via di pace sicura per il Medio Oriente, possibile polveriera di Guerra. Ma la via percorribile non è certo quella dei due Stati che creerebbe gravissimi problemi di tensione internazionale senza risolvere quello della convivenza dei due popoli. Lo stesso fallimento dell’Autorità palestinese lo indica. Solo i ragazzi che non sanno nulla di storia o i vecchi faziosi di sempre che bruciano le bandiere di Israele per le strade possono pensare certe corbellerie politiche e condividere certe farneticazioni che neppure i più superficiali utopisti oggi oserebbero affermare dopo il massacro del 7 ottobre che costituisce un ante e un post non dimenticabile.



