CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 196

I due cowboys, tra le montagne “teatrali” del Wyoming

Venerdì 24 ottobre debutto nazionale all’Alfieri

Difficile immaginare come il palcoscenico torinese dell’Alfieri – da venerdì 24, tre repliche, in prima nazionale poi una lunga tournée sino a gennaio – possa contenere gli ampi spazi del Wyoming, le montagne e la ricca vegetazione e le mandrie, un’America rurale di metà degli anni Sessanta fatta di piccoli paesi e comunità non certo avanzate nella mentalità e nello stile di vita. Sono gli spazi raccontati dalla scrittrice Annie Proulx nel suo racconto breve “Brokeback Mountain”, uscito sulle pagine del New Yorker nel 1997, che il regista Ang Lee, originario di Taiwan, portò sullo schermo esattamente vent’anni fa: la stesura di una sceneggiatura e una pre-realizzazione contrastate, chiamando a interpretarlo e dirigerlo attori del calibro di Matt Damon o Mark Wahlberg o Joaquin Phoenix e registi come Gus Van Sant o l’europeo Pedro Almodòvar. Tema difficile e spinoso l’amore tra due giovani uomini, una vicenda chiusa a cui il pubblico ancora forse non era del tutto preparato, una proposta azzardata che sarebbe anche stata in grado di bloccare una carriera e nessuno accettò il progetto. Il film alla fine si fece, raggiunse guadagni che moltiplicarono ben più di dieci volte l’iniziale budget di 14 milioni di dollari, s’aggiudicò il Leone d’oro alla Mostra di Venezia, tre Oscar (su otto candidature) per la migliore regia, miglior sceneggiatura non originale e colonna sonora, quattro Golden Globe e altrettanti Bafta, ebbe critiche ovunque entusiaste, fu il vero trampolino di lancio per Jake Gyllenhaal (come Jack Twist) e lo scomparso Heath Ledger (come Ennis Del Mar).

Ma il racconto dei due mandriani che accettano un lavoro e un isolamento per mesi, che allontanati dal mondo vivono una storia d’amore nascosto e rivelato poi tra le ostilità di tutti, tra le pareti di casa innanzitutto, una storia che porta ad abbandoni e a ritrovamenti sino ad arrivare alla morte, non è soltanto fatto di belle visioni e di paesaggi che letterariamente e cinematograficamente toglievano il fiato: “Brokeback” è storia profonda di sentimenti e delle parole che li esprimono, di una coscienza di sé e di uno svelamento che prendono affermazione a poco a poco, lo scavo eccellente di comportamenti e psicologie, il terreno di un importante impatto emotivo, un luogo intimo di commozione che sin dal suo apparire ha sempre dimenticato la focalizzazione di uno spazio e di un tempo: un successo annunciato per molti versi, ma capace anche di ottenere parecchi ostacoli al suo apparire. Non solo la censura cinese o quella del Medio Oriente, anche una intera catena di cinema nello stato dello Utah annullò, senza nessuna spiegazione agli spettatori, le proiezioni del film, giustificando quella decisione in seguito con la presenza di qualcosa di molto sbagliato all’interno della vicenda.

Prendendo necessariamente altre strade, “Brokeback” è divenuto una “play with music”, una versione teatrale scritta da Ashley Robinson, con le musiche di Dan Gillespie Sells, che ha visto il proprio debutto a Londra nel 2023, con enorme successo di pubblico e di critica. Il milanese Teatro Carcano, con Altra Scena & GF Entertainment e Accademia Perduta Romagna Teatri, la propone al pubblico italiano per la versione e la regia di Giancarlo Nicoletti, le scene di Alessandro Chiti e i costumi di Giulia Pagliarulo. L’intera partitura musicale è affidata alla voce di Malika Ayane e alla live band capitanata da Marco Bosco al pianoforte, accompagnato da Giacomo Belli (chitarre) e Giulio Scarpato (basso e contrabbasso). Ha detto Nicoletti (di cui nel maggio prossimo il TST riproporrà al Gobetti la bella regia dei “Due papi”, già visto sul palcoscenico del Gioiello): “Portare ‘Brokeback Mountain’ a teatro è un esercizio di sottrazione e di fiducia. Fiducia nella potenza del racconto, dei personaggi e nella capacità del linguaggio teatrale, la vastità dei luoghi – così centrale nel racconto originale – viene allora affidata alla musica, ai giochi di luce, alla suggestione teatral/cinematografica (con l’utilizzo di videoproiezioni e camere live), in uno spazio in costante trasformazione, che si dilata e contrae, facendosi intimo e aprendosi all’orizzonte, in relazione con ciò che accade tra i corpi in scena.”

Nei ruoli dei protagonisti, Edoardo Purgatori, già visto in “Diamanti” di Ozpetek e “Siccità” con la regia di Paolo Virzì, e Filippo Contri, compagno di scena di Carlo Verdone nel televisivo “Vita da Carlo”.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Edoardo Purgatori e Filippo Contri fotografati da Carlo Mogiani, e Malika Ayane, foto di Attilio Cusani.

Al MAO di Torino l’artista Chiharu Shiota, “The Soul Trembles”

Il MAO, Museo di Arte Orientale di Torino, presenta la mostra dal titolo “Chiharu Shiota, The Soul Trembles”, a cura di Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum di Tokyo, che ne ha concepito il progetto originale, e Davide Quadrio, direttore del MAO, con l’assistenza curatoriale di Anna Musini e Francesca  Filisetti. Sarà visitabile fino al 28 giugno 2026.
La grande esposizione monografica dedicata all’artista giapponese approda al MAO in anteprima nazionale e per la prima volta in assoluto  in un museo di arte asiatica, dopo essere stata ospitata in prestigiose istituzioni internazionali  tra cui il Grand Palais di Parigi, il Busan Museum of Art, il Long Museum West Bund di Shanghai, la Queensland Art Gallery di Brisbane e lo Shenzhen Art Museum.
Si tratta di un progetto ampio e articolato, di grande potenza espressiva, che ripercorre l’intera produzione dell’artista  attraverso disegni, fotografie, sculture  e alcune delle sue più celebri installazioni ambientali e monumentali. Spesso ispirate da esperienze personali, le opere di Chiharu Shiota esplorano l’intangibile, quali ricordi, emozioni, immagini e visioni oniriche, offrendo spazi di silenzio e contemplazione, e pongono interrogativi su concetti universali e esistenziali quali l’identità, la relazione con l’altro, la vita e la morte. Valicando i confini temporali e spaziali, i suoi lavori coinvolgono la parte più intima e vulnerabile dell’animo umano. Le sue installazioni più celebri sono composte da fili rossi e neri intrecciati, al fine di creare strutture imponenti, avvolgendo gli spazi in cui sono collocate, trasformandone i volumi e guidando lo spettatore in un’esperienza immersiva in cui la fascinazione si alterna all’inquietudine, il movimento alla stasi.
Il progetto espositivo è concepito come un’unica grande installazione che si espande negli spazi del MAO, dall’area delle mostre temporanee fino alle Gallerie delle collezioni permanenti, ponendosi in un dialogo diretto con le opere del Museo. L’esposizione prevede, oltre a disegni, sculture,  fotografie e installazioni, interventi site specific e nuove opere realizzate dall’artista appositamente per l’occasione.
Tra le opere in mostra alcune delle più iconiche installazioni di Shiota dal titolo “Where are we going?” del 2017, in cui il motivo della barca, ricorrente in diverse opere, evoca visioni di vita  e di futuri incerti; “ Uncertain Journey” del 2016 è costituita da scheletri di imbarcazioni disposti  in uno spazio avvolto da fili rosso vivo, a suggerire i molti incontri che potrebbero manifestarsi alla fine di ogni viaggio; “ In Silence” (2008), in cui un pianoforte bruciato e diverse sedute per un fantomatico pubblico, immerso in un reticolo di fili neri, raccontano il silenzio che segue alla distruzione. “Reflection of Space and Time” del 2018 utilizza un abito e la sua immagine specchiata per riflettere sulla presenza nell’assenza. “Inside-Outside” del  2009 è un’opera incentrata sul concetto di separazione  fra interno ed esterno, tra privato e pubblico, tra Est e Ovest. Infine la monumentale “Accumulation-Searching  for the destination”  del 2021, composta di centinaia di valigie oscillanti, simbolo di ricordo, spostamenti, migrazioni e archetipo del viaggio compiuto da ciascuno di noi.

“Con questo progetto il MAO prosegue nel suo processo di evoluzione, da museo di arte antica a luogo del contemporaneo,  di cura e di tempo lento – afferma il direttore del MAO Davide Quadrio – la mostra di Chiharu Shiota nasce al MAO come progetto site specific, capace di dialogare in modo naturale con le opere della collezione di arte asiatica, trasformando lo spazio del museo in qualcosa di vivo e in continua evoluzione. Attraverso installazioni monumentali e al tempo stesso intime, che parlano un linguaggio universale,  ‘The Soul Trembles’ esplora la fragilità umana, offrendo al visitatore la possibilità di intraprendere un viaggio interiore, liberatorio e condiviso.

Mara Martellotta

ART FOR CHANGE: Arte, impresa, PA per l’interesse generale

Il 17 novembre, a Biella, presso la Fondazione Pistoletto – Cittadellarte si terrà un evento di dialogo e confronto tra pubblica amministrazione, mondo economico e realtà artistiche e culturali.

Un’occasione per riflettere insieme sulle convergenze strategiche tra i diversi settori attorno al tema dell’interesse generale, dell’Art Bonus, del partenariato pubblico-privato, del welfare e dello sviluppo sostenibile.

L’appuntamento, ideato da Hangar Piemonte, agenzia pubblica per le trasformazioni culturali della Regione Piemonte, vedrà alle 17.45 gli interventi di Marina Chiarelli Assessore Cultura, Pari opportunità e Politiche giovanili Regione Piemonte; Michelangelo Pistoletto, artista, pittore e scultore; Alessandro Boggio Merlo, presidente della Sezione Turismo e Cultura dell’Unione Industriale Biellese; moderati da Cesare Biasini Selvaggi, curatore e manager culturale.

Per partecipare è necessario iscriversi tramite un Google Form entro il 10 novembre da questo link: https://forms.gle/G6D5yTjDgzDqb9nj8

Centro Pannunzio e Città Metropolitana celebrano Valdo Fusi 

“Ho assistito all’esecuzione . Sono stati eroici e sereni. Giunti al Martinetto si sono abbracciati. Il generale (Giuseppe Perotti, uno dei condannati a morte) ha dato l’attenti con voce così imperiosa che non solo i condannati, ma perfino il plotone si è irrigidito. Allora il generale ha gridato “Viva l’Italia libera!” E tutti hanno risposto “ Viva l’Italia libera!”

Si tratta di uno dei passi del libro intitolato “Fiori rossi al Martinetto”, un testo indimenticabile scritto da Valdo Fusi sul processo e la condanna a morte dei componenti del Comitato militare di liberazione nazionale piemontese nell’aprile del ’44, che saranno letti lunedì 27 ottobre alle ore 10 e commentati nell’incontro organizzato con studenti e studentesse dal Centro Pannunzio, in collaborazione con la Città metropolitana di Torino, nella sede di corso Inghilterra 7, nella Sala panoramica al 15esimo piano.
L’iniziativa rientra nei progetti sostenuti dall’Ente di area vasta attraverso il bando sulla storia locale, in occasione dell’ottantesimo anniversario  della liberazione dal Nazifascismo.
A parlar e dibattere della figura di Valdo Fusi, avvocato,  partigiano,  dirigente politico e scrittore, e della sua opera letteraria più nota, saranno il nipote di Valdo, Luigi Fusi, e la consigliera metropolitana con delega all’Istruzione Caterina Greco. Interverrà anche il presidente del Centro Pannunzio,  Pier Franco Quaglieni.
Verrà trasmesso un videomessaggio del vicesindaco della Città Metropolitana Jacopo Suppo.  Le letture di alcuni passi di “ Fiori rossi al Martinetto”, che si alterneranno agli interventi dei relatori e alle domande degli studenti, saranno proposte all’uditorio da Enrico Lupano e Ornella Pozzi.

Mara Martellotta

Alla Galleria del Ponte, una importante mostra sino al 29 novembre

C’è una foto dell’autore di “Cristo si è fermato a Eboli” – ricordate? il romanzo tradotto in cinema, nel ’79 da Francesco Rosi, con un grande Volontè e una Irene Papas, dal volto scavato, arcaica nelle proprie superstizioni – nel bel catalogo a corredo della mostra “Carlo Levi. Il coraggio della pittura”, curata da Pino Mantovani, alla Galleria del Ponte di corso Moncalieri 3, sino al 29 novembre prossimo. È ritratto negli spazi della villa Strohl Fern di Roma, anni Settanta, lo scrittore e pittore è seduto ad un tavolo, posato sopra un piccolo cesto intrecciato a contenere frutti, lui le braccia incrociate e il sigaro tra le dita, un vistoso orologio al polso, alle spalle il ritratto della “Madre”, un olio datato 1930 che oggi vediamo in mostra: il viso è composto alla serenità, un leggero sorriso sulle labbra, uno sguardo di affettuosa partecipazione con lo spettatore. Mutato del tutto il ritratto dell’uomo, all’epoca poco più che cinquantenne, appagato, felice della sua nuova relazione con Linuccia Saba, unica figlia dell’autore di “Ernesto” e del “Canzoniere”, sereno e lontano da quel Sud – ma se lo sarebbe portato nel cuore per tutta la vita – in cui era arrivato (delatore Pitigrilli), ad Aliano per l’esattezza, che nel romanzo sarebbe divenuta Gagliano (“sono arrivato a Gagliano un pomeriggio d’agosto, portato in una piccola automobile sgangherata”), perché colpevole di sospetta attività antifascista. Era il marzo del 1934. In precedenza, dopo aver terminato gli studi secondari presso il liceo Alfieri, s’era iscritto alla facoltà di medicina (ma, laureato, non avrebbe mai esercitato), aveva frequentato lo zio Claudio Treves, figura di spicco del Partito Socialista Italiano, e Piero Gobetti, che per primo lo avrebbe indirizzato lungo quel sentiero quando gli affidò un articolo, il primo nelle colonne della “Rivoluzione liberale”, che aveva proprio come tema la questione meridionale.

Un’esperienza pittorica (e letteraria, indissolubili e necessarie l’una all’altra) che s’estende tra la metà degli anni Venti sino al secondo dopoguerra, un cammino – importante – che è toccato a Stefano e Stefania Testa ripercorrere, privatamente, “rendendosi conto” della scadenza del cinquantenario della morte dell’artista: mentre tutto nella sua città natale sembra scorrere in silenzio prima che l’anno termini. “Una galleria non è un museo. Le sue possibilità di scelta sono limitate, ma una galleria che ha lavorato seriamente negli anni ha avuto modo di trattare materiali di pregio, che potrà esporre quando serva dimostrare il valore di un impegno continuativo e coerente: attingendo al proprio magazzino, recuperando ciò che è transitato sulle sue pareti, meritando prestiti da rari collezionisti”, mugugna il curatore e gli assennati proprietari con lui.

Era nato a Torino all’inizio del secolo, Levi, nel 1902. Artisticamente, introdotto alla scuola di Felice Casorati, dopo un soggiorno parigino nel ’23 speso a conoscere i Fauves e Modigliani, “scopre” tre anni dopo il desiderio di immergersi nell’esperienza del ritratto, con oli su cartone o tavola, dando vita a quelli del fratello (colto nella lettura di un libro, ad esempio, un’intimità offerta con rara sicurezza), o del padre con il suo sigaro in bocca, il collettino bianco inamidato e le dita della destra infilate tra i bottoni del panciotto (“nell’economia dell’esperienza espressiva di Carlo Levi, ai linguaggi della figura, in particolare alla pittura, tocca di presentare il versante lirico e poetico dell’immagine”, citando ancora Mantovani), forse il più suggestivo, nella sua incompiutezza, nel suo abbozzo per tratti verdognoli, a decifrare le linee maggiori di un “Flautista”, in non meglio imprecisati anni ’20. Intanto, l’esperienza dei Sei di Torino, dietro le spinte di Lionello Venturi e di Edoardo Persico, sotto lo sguardo protettivo di Riccardo Gualino, anche lui inviso al regime, Levi il più politicizzato e alla ricerca di quella libertà che la retorica ufficiale e il conformismo e l’avanguardia del Futurismo non potevano dargli, la loro prima esposizione alla galleria Guglielmi di Torino nel gennaio del ’29. Poi gli anni Trenta, con quei paesaggi che guardano all’impressionismo (“Il monte dei Cappuccini”, 1929) o hanno appena costruito visioni più nitide (basterebbe la cattura delle luci e delle ombre del “Cortile interno con bambini”, 1927, assolato e gioioso) o quel successivo “Paesaggio con i due carrubi” del ’33 che più strizza l’occhio al mondo di Matisse.

La bellezza dei ritratti della madre, ancora all’inizio dei Trenta, che hanno oltrepassato la lezione casoratiana, scolpiti contro quei fondali grigiastri o definitivamente scuri, o la ricchezza dell’amato Renoir in un “Nudo di donna” o in quello “Sdraiato” che della donna analizza la povertà delle forme in un sconfortato realismo, esempio alto, con la “Donna” del ’49, di quella “urgenza di svelamento del ‘vero’” di cui ancora scrive Mantovani nella sua illuminante presentazione. Poi, siamo nel decennio successivo, i ritratti che colgono la cerchia familiare e degli amici e degli affetti (per tutti, quello che raccoglie il quartetto composto da “Paola Olivetti, Leoni, Carlo Emilio Gadda e sconosciuto”, realizzati in uno sguardo lineare quanto complice, le espressioni dell’attimo profondamente colte. Nei ricordi della sua Lucania, di quegli anni d’esilio, dei paesaggi e dei volti, l’opera di Levi si potrebbe dire che diventi ancor più coinvolgente, le concrete spatolate, i grumi di colore che diventano quasi una scultura, i frutti e gli alberi che prepotentemente occupano la tela. “Qui nascono”, del ’54, è il capolavoro che attende il visitatore a metà strada, un’immagine di miseria, “l’innesto rivoluzionario della poesia e della politica”, una “sacra rappresentazione” chiusa nella sua denuncia laica, un gruppo di donne e di uomini, un pugno di bambini che a tratti hanno l’odore della morte, gli occhi infossati, quasi scheletri assenti, alle loro spalle un paesaggio brullo che non offrirà mai nulla. Sono immagini di una realtà toccata con mano, il ricordo che l’uomo si porta appresso, sono i visi incontrati giorno dopo giorno per le strade del paese. Un mesto panorama, un’epicità dettata dal coraggio, un futuro che forse non esisterà mai o che vedrà un cammino ancora doloroso, laddove “gli intellettuali (sono) convocati a prendere atto finalmente di una incresciosa situazione, i contadini tra i quali la coscienza di una condizione insostenibile sembra faticosamente farsi strada.” La vita, forse a fatica, pare risorgere nel vivo dei colori e dei fiori che nascondono una coppia d’amanti, o nelle nature morte composte dei tanti prodotti o persino nelle nodosità di quegli alberi che riempiono da sempre una natura selvaggia.

Nelle immagini: Carlo Levi, “Qui nascono”, 1954, olio su tela, 97 x 146,5 cm; “Ritratto del padre col sigaro”, 1926, olio su cartone, 49,5 x 34,5 cm; “Flautista”, anni ’20, olio su tela, 92 x 70 cm.

Al Concordia il genio surreale di Alessandro Bergonzoni

Sabato 25 ottobre, ore 21

Arrivano i Dunque (Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca)

 

 

Il genio surreale di Alessandro Bergonzoni torna al Teatro Concordia con il nuovo allestimento di Arrivano i dunque (Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca) e la sua “crealtà” che esplicita, in un pensiero che si fa neologismo, la vera tensione morale di questo artista unico.

 

Un’asta dei pensieri dove cerco il miglior (s)offerente per mettere all’incanto il verso delle cose: magari d’uccello o di poeta”.

Un luogo scenico, multifunzionale, dove proseguire la sua ricerca artistica nei territori che in questi anni lo hanno visto partecipare attivamente in prima persona ad avvenimenti sia artistici che sociali applicando fattivamente la “…congiungivite dove varco il fraintendere, fino all’unità dismisura, tra arte e sorte, fiamminghi e piromani, van Gogh e Bangkok, bene e Mahler, sangue fuori mano e stigmate, stigmate e astigmatici, Dalì fino Allah”. Quindi “Arrivano i Dunque” perchè i tempi sono colmi e come si chiede Bergonzoni “Manca poco? Tanto é inutile? Non per niente tutto chiede!”.

 

ALESSANDRO BERGONZONI, BIO

Nasce a Bologna nel 1958. Artista, attore, autore. Quindici spettacoli teatrali al suo attivo e sei libri. Nel cinema: Pinocchio (2001) di Roberto Benigni e Quijotet (2006) di Mimmo Paladino. Da anni scrive Aprimi Cielo sul Venerdì di Repubblica e Il pensato del giorno su Robinson, dal 2005 si avvicina al mondo dell’arte esponendo in varie gallerie e musei. Unisce al suo percorso artistico un interesse profondo per temi sociali quali la carcerazione, l’immigrazione, la malattia e la pace tenendo su questi argomenti incontri in vari ambiti. Ha vinto il Premio della Critica 2004/2005, il Premio Hystrio nel 2008 e il Premio UBU nel 2009. Dal 2015 ha presentato in varie pinacoteche nazionali l’installazione performativa Tutela dei beni: corpi del (C)reato ad arte (il valore di un’opera, in persona). Nel 2020 per Garzanti esce Aprimi cielo, dieci anni di raccoglimento articolato. Nel 2022 gli viene assegnata la Coppa Volponi per il lavoro letterario, il Premio Nazionale Cultura della Pace-Città di Sansepolcro e, nel 2023, il Premio Montale Fuori di Casa. Nel 2024 oltre al debutto di Arrivano i Dunque inaugura al Mudima di Milano l’installazione Vite Sospese con Bill Viola. Per Art City 2025 presenta Il Tavolo Delle Trattative.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Sabato 25 ottobre 2025, ore 21

ARRIVANO I DUNQUE (Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca)

Di e con Alessandro Bergonzoni

Regia Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi

Scene Alessandro Bergonzoni

Produzione Teatro Carcano

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

“Festa del libro medievale e antico”: Religiosità e spiritualità nel Medioevo

A Saluzzo, ritorna, per la sua 5^ edizione. Ad Alessandro Barbero, il nuovo “Premio Chevalier Errant”

Dal 24 al 26 ottobre

Saluzzo (Cuneo)

Nell’anno del “XXV Giubileo Ordinario” e in occasione delle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, per la 5^ edizione della “Festa del libro medievale e antico di Saluzzo” non poteva scegliersi un cammino tematico più appropriato se non quello di “esplorare le molteplici espressioni del Sacro – ‘Religiosità’ e ‘Spiritualità’ – nel Medioevo”. Tempo storico, per altro, perfettamente, e ancor oggi, “narrato” ed esemplificato in una città come Saluzzo, capitale dell’omonimo “Marchesato”, che dominò il Piemonte sud-occidentale dal 1140 al 1548 e che seppe magnificamente inserirsi nella storia dell’“Età di Mezzo” europea con le sue testimonianze architettoniche di impronta gotica, costruite tra il Duecento e la fine del Quattrocento e ancora caratterizzanti il suo antico e intatto centro storico.

Nata nel 2021, su promozione della Città di Saluzzo, della “Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo” e “Fondazione Amleto Bertoni”, in stretta collaborazione con il “Salone Internazionale del Libro di Torino”, l’edizione 2025 della “Festa” libraria saluzzese si svolgerà da venerdì 24 a domenica 26 ottobre, con un’anteprima giovedì 23 ottobre e diversi appuntamenti di avvicinamento in corso dalla scorsa domenica 12 ottobre in Saluzzo ed in altri 13 Comuni del territorio. In calendario, nell’arco dei tre giorni della “Festa”, appuntamenti variegati per tutte le età e un considerevole numero di illustri ospiti: presentazioni di romanzi e saggi, lezioni magistrali, spettacoli, performance, concerti, visite guidate, momenti conviviali a tema, mostre e allestimenti, giochi di ruolo e a tema, laboratori per bambine e bambini. A queste iniziative si affiancheranno le proposte e la presenza di editorilibrerie generaliste antiquarie provenienti da diverse regioni italiane, che arricchiranno ulteriormente l’esperienza del pubblico. Al programma culturale si affiancherà, poi, la parte espositivasabato 25 e domenica 26, nel cuore della manifestazione “Il Quartiere”, in piazza Montebello 1, il pubblico sarà accolto da editori, librerie ed enti culturali con le loro proposte di catalogo, le novità sul tema e la presenza di copie di libri esclusivi, sia manoscritti che a stampa. Case editrici, specializzate e non, offriranno al pubblico il meglio delle uscite editoriali che raccontano il Medioevo.

Il programma completo e le indicazioni relative agli ospiti e alle varie location su: www.salonelibro.it

Da segnalare una speciale “anteprima teatrale”: giovedì 23 ottobre (ore 21,15, Cinema Teatro “Magda Olivero”Ascanio Celestini, attore, autore, regista e scrittore, aprirà, accompagnato dalle musiche di Gianluca Casadei, le giornate della manifestazione con lo spettacolo “Rumba – L’asino e il bue nel presepe di San Francesco”, terza parte della trilogia iniziata con “Laika” (2015) e “Pueblo” (2017). Lo spettacolo, che affronta il “tema degli ultimi e dei dimenticati”, nasce dalla necessità di capire “perché Francesco ci affascina ancora dopo otto secoli”.

Il giorno dopo, venerdì 24 ottobre, nell’“Antico Palazzo Comunale”, il via ufficiale alla “Festa” con i saluti istituzionali, alle ore 18, e la “lectio magistralis” (alle 18,30) tenuta dal professore emerito di “Storia della Chiesa e dei movimenti ereticali” e di “Storia del Cristianesimo”, Grado Giovanni Merlo, massimo esperto del Frate di Assisi.

Sottolineano i curatori, Beatrice Del Bo, medievista – docente all’Ateneo Torinese e Marco Pautasso, segretario generale del torinese “Salone Intrnazionale del Libro”: “Guidati dal tema di quest’anno, cercheremo di esplorare le diverse forme di religiosità e spiritualità nel Medioevo, illustrando innanzitutto il significato complesso dei termini e le declinazioni personali e di comunità, di richiamare le protagoniste e i protagonisti più e meno noti, e le opere (dal “Cantico delle Creature’ al ‘Canto gregoriano’) … Si parlerà di Ebrei e di marrane, del mondo musulmano, anche per raccontare la fondamentale influenza economica e socioculturale di tali persone sull’Occidente e capire come le esperienze religiose medievali continuino a risuonare nel nostro presente”.

Importante novità di quest’anno, è infine l’istituzione del “Premio Chevalier Errant”, assegnato ogni anno a una personalità del mondo culturale o accademico che, con la propria opera e il proprio lavoro, si sia particolarmente distinta nel diffondere, trasmettere e rendere comprensibili al grande pubblico, non solo agli studiosi, contenuti storici complessi, con particolare attenzione al periodo medievale, rendendoli accessibili, vivi e stimolanti anche per chi non possiede una formazione specialistica. Per la prima edizione del “Premio”, il riconoscimento andrà domenica 26 ottobre al “Quartiere” (ore 18,30) al professor Alessandro Barbero. Il nome del Premio si ispira all’opera “Le Livre du Chevalier Errant” del Marchese Tommaso III di Saluzzo (1356-1416) e, per l’occasione, in serata, si terrà una lectio dedicata a Santa Caterina da Siena (ore 21,15Pala CR Saluzzo).

Gianni Milani

Nelle foto: immagine guida “Festa”, Ascanio Celestini e Alessandro Barbero (Ph. Lorenzo Olivetti)

Per la stagione di Fertili Terreni Teatro è di scena Tiger Dad

Per la stagione Iperspazi 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, in  San Pietro in Vincoli andrà in scena da giovedì 23 a sabato 25 ottobre prossimi, alle 21, la pièce teatrale ‘Tiger Dad’, produzione A.M.A. Factory  e Cattivi Maestri Teatro, con il contributo del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale e Europeo, interpreti Salvatore Nocera su testo e regia di Rosario Palazzolo.

Come un moderno Giano bifronte, Tiger Dad rappresenta una creatura a due facce segnata da tratti lievemente ossessivi e da una pacatezza fuori del comune, un poco sorniona e un poco angustiata, simbolo vivente di una contraddizions atavica. Padre Tigre è  una sintesi perfetta in un solo individuo di una duplice natura dell’anima umana incarnata da altrettante icone pop, la trascendenza di San Pio di Pietralcina e l’irruenza dell’uomo Tigre. E se il primo è da considerarsi immagine concreta ed immodificabile, intangibile solo per chi non ci crede, il secondo incarna alla perfezione il combattente rivoluzionario, icona vivente della lotta contro ogni forma di ingiustizia. Sono fronte e retro di una stessa medaglia. Le opposte anime rivivono in uno spettacolo dai tratti ora crudi e feroci, ora più lievi e leggeri, sempre indirizzato verso un ideale di bontà.  Poco importa se alla fine Padre Tigre, o meglio Tiger Dad, come lo ha trasfigurato il popolo della rete, si troverà  a combattere una guerra destinata a vederlo soccombere.
La battaglia quotidiana contro il qualunquismo dei social, contro l’idiozia dell’intelligenza artificiale  e contro il successo ricercato a tutti i costi potrà soltanto prendere forma in un luogo immaginato per la disfatta, epilogo su cui aleggiano i fantasmi di una morte, che costituirà l’approdo finale del protagonista.
La pièce risulta impreziosita da una lingua ricca di musicalità e di vita, che diventa una vera e propria seconda pelle per l’interprete, lontana dai canoni ordinari e della quotidianità, segnata da sgrammaticate acrobazie di senso. Siamo di fronte a una ricchezza di mezzi espressivi pronta a risolversi in improvvisi non sense, all’interno di un originale, quanto inaspettato gramelot.

Il costo intero del biglietto è di 13 euro, per il biglietto ridotto 11 euro se acquistato online, 13 euro la sera dell’evento.
Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con satispay e di entrare gratuitamente per alcuni under 35, grazie ai biglietti messi a disposizione attraverso la collaborazione con Torino Giovani.

Mara Martellotta

Moncalieri si candida: Capitale Italiana della Cultura 2028

Moncalieri, 21 ottobre 2025 – Oggi  è stato presentato ufficialmente il Dossier “Moncalieri
2028. La periferia al centro”, progetto di candidatura a Capitale Italiana della Cultura
2028. Un documento che racconta la visione di una città che ha scelto di fare della
rigenerazione culturale dei margini urbani il proprio orizzonte di sviluppo, capace di
tenere insieme produzione, educazione e cittadinanza attiva.
Non un “grande evento” ma un cantiere aperto, un percorso di lungo periodo in cui la
comunità si riconosce e si rinnova.
La città si presenta forte di una doppia identità. Da un lato il passato illustre: il Castello
sabaudo patrimonio UNESCO, le Fonderie Limone rinascimentate a polo di produzione e
ospitalità creativa, un tessuto di istituzioni e imprese culturali che dialoga con Torino e con
l’area metropolitana. Dall’altro un presente che ha imparato a mettere al centro quartieri,
frazioni, borgate e spazi di confine, intesi non come “estremi” ma come riserve di
possibilità. La candidatura nasce esattamente su questa soglia: dove finisce la retorica
della periferia e comincia il progetto condiviso.

Il dossier
La strada verso il dossier non è spuntata dal nulla. Dal 2022 Moncalieri ha avviato un lavoro
di city branding per dare una voce riconoscibile alla città, ma soprattutto per dotarsi di uno
strumento di coprogettazione, sotto un cappello che porta il nome di “Visit Moncalieri”: un
invito rivolto non solo ai visitatori, ma anche alla comunità residente e al territorio
circostante. Il brand, in questo senso, ha funzionato come una chiave inglese, sviluppando
un nuovo dialogo tra uffici, associazioni, scuole, operatori culturali, commercianti.
Su questa base si è innestato, dal 2024, il cantiere della candidatura: mappature dei luoghi
e delle pratiche, tavoli di ascolto con comunità e soggetti del terzo settore, incontri con il
sistema educativo e con il mondo produttivo, una stagione di progetti pilota che ha
sperimentato format diffusi (dal centro storico alle borgate), verificando accessibilità,
sostenibilità e impatto. La scrittura del dossier è arrivata dopo – non prima – ed è stata la
traduzione in obiettivi, azioni e governance di ciò che il territorio aveva già messo in moto.
Il documento, consegnato il 25 settembre 2025, racconta una città che ha scelto la
continuità: non un “grande evento” calato dall’alto ma un calendario evolutivo dove festival,
rassegne, residenze artistiche, pratiche di cittadinanza attiva e valorizzazione del commercio
di prossimità dialogano tra loro. È stato dato spazio alla dimensione educativa, alla
produzione (non solo alla programmazione) e alla cura dei beni comuni, con i Patti di
collaborazione come strumento per responsabilizzare chi vive i quartieri. Anche dati come
affluenze, partecipazione, accessi e indotto sono entrati nel racconto come bussola di
monitoraggio, perché la cultura conti anche quando si misura.

La candidatura organizza le proprie energie in cinque aree strategiche, concepite come
cerchi concentrici. Ogni area è necessaria alle altre, e tutte sono convergenti verso
l’obiettivo comune di dimostrare che la periferia può davvero fare centro:

– Design e Trasformazione
– Rigenerazione urbana e dei Beni Comuni
– Empowerment giovanile
– Inclusione e Parità di genere
– Cultura e Innovazione sociale.

Questa architettura concentrica consente a Moncalieri di operare su livelli diversi ma
integrati, generando un effetto moltiplicatore che fa della città un laboratorio di creatività
diffusa, coesione sociale e rigenerazione culturale.
Sul sostegno della Regione intervengono Alberto Cirio, Presidente della Regione
Piemonte, e Marina Chiarelli, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte. “La
candidatura di Moncalieri a Capitale Italiana della Cultura 2028 è una splendida notizia e
dimostra, ancora una volta, quanto il Piemonte sia una terra viva, ricca di idee, progetti e
realtà culturali che sanno fare rete e guardare al futuro. Il dossier presentato dalla Città è di
grande qualità e mette al centro due temi fondamentali come l’inclusione e la parità di
genere: valori attuali e necessari, che ben rappresentano una visione della cultura aperta,
accessibile e capace di generare impatto positivo sul territorio. Moncalieri ha una storia
importante, un patrimonio artistico di grande valore e una vitalità culturale che la rende
protagonista, oggi, di un rinnovamento intelligente che unisce tradizione e innovazione. Il
Piemonte si conferma così come un sistema culturale diffuso, dove ogni territorio
contribuisce con le proprie specificità a un progetto comune. Come Regione, seguiremo da
vicino questa candidatura: crediamo che Moncalieri possa avere tutte le carte in regola per
concorrere per un titolo così prestigioso che renderà questo territorio ancora più conosciuto
e attrattivo”.

Perché Moncalieri si è candidata
La candidatura di Moncalieri a Capitale Italiana della Cultura 2028 è un passo naturale di un
percorso già avviato.
Negli ultimi anni la città ha investito in progetti di rigenerazione urbana e culturale che hanno
restituito spazi, risorse e opportunità alle persone. Dalle Fonderie Limone (oggi polo di
produzione e ospitalità creativa) al Castello Reale, patrimonio UNESCO e cuore del sistema
culturale, fino alle borgate e ai quartieri che hanno ritrovato centralità grazie a festival diffusi,
patti di collaborazione e percorsi di cittadinanza attiva.
“Moncalieri ha scelto di candidarsi perché ha imparato che la cultura può cambiare davvero
la geografia di una città” dichiara Paolo Montagna, Sindaco di Moncalieri. “Abbiamo
costruito un modello che mette insieme il centro e i margini, le istituzioni e le persone, la
memoria e l’innovazione. Questa candidatura è la tappa di un percorso collettivo, un invito a
guardare ai nostri luoghi con occhi nuovi.”
Nel 2028 Moncalieri celebrerà anche gli 800 anni dalla propria fondazione, avvenuta nel
1228 quando un gruppo di abitanti trovò rifugio sulla collina per difendersi da incursioni ostili.
Da borgo di confine a città metropolitana, Moncalieri ha costruito nei secoli una vocazione al
dialogo e alla trasformazione: il ponte sul Po, che per secoli fu l’unico accesso a Torino per
chi proveniva da sud, è diventato nel tempo una metafora della sua identità, quella di una
comunità che unisce e attraversa.
L’area metropolitana torinese sta ripensando il proprio modello culturale dopo anni di
innovazioni e crisi; la città di Moncalieri in questo contesto porta in dote una dimensione
“ponte”: sufficientemente grande per incidere, sufficientemente prossima per
sperimentare.

Un viaggio che continua
Il Dossier non è solo un progetto, ma la sintesi di una pratica già in corso.
Dal 2024 Moncalieri ha sperimentato nuovi format diffusi – festival, residenze artistiche,
laboratori, percorsi formativi e progetti di rigenerazione – che hanno unito produzione
culturale e partecipazione civica.
Le esperienze avviate hanno mostrato che la cultura può diventare motore di sviluppo
economico, sociale e territoriale, creando occupazione qualificata, valorizzando i saperi
artigiani e favorendo nuove alleanze tra pubblico e privato.
Il 2028 per Moncalieri non è un traguardo ma un orizzonte: un’occasione per consolidare
politiche, coordinare risorse e offrire alla città un’identità culturale riconoscibile e condivisa.
La candidatura rappresenta quindi un patto che la città intende rinnovare, con o senza titolo,
perché la credibilità di una candidatura si misura nella sua capacità di migliorare la vita
delle persone.

“La leva è la rigenerazione culturale delle periferie, intese non come estremi, ma come
soglie porose tra funzioni, generazioni e comunità” aggiunge Antonella Parigi, Assessora
alla Cultura. “Demarginalizzare significa rendere la cultura accessibile e generativa, creare
spazi di scambio dove la vita quotidiana incontra l’arte, l’impresa, la scuola, il volontariato.
Moncalieri è pronta a diventare un laboratorio nazionale di questa nuova idea di capitale.”
La candidatura di Moncalieri a Capitale Italiana della Cultura 2028 è dunque un progetto
corale, che nasce dall’amore per la città e dalla convinzione che i margini possano diventare
il centro rinnovato e ritrovato di una nuova geografia culturale italiana.