CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 195

A Torino Ferragosto al museo

Venerdì 15 agosto ingresso a 1€ per le collezioni permanenti e tariffa ridotta a 1€ per le mostre temporanee di GAM, MAO e Palazzo Madama

La Fondazione Torino Musei invita visitatori e turisti a trascorrere la giornata di Ferragosto nelle sale di GAM, MAO e Palazzo Madama.


Venerdì 15 agosto 2025 nei tre musei della Fondazione sarà possibile visitare le collezioni permanenti e le mostre collegate al prezzo simbolico di 1€; aggiungendo 1€ si potrà accedere alle mostre temporanee: alla GAM FAUSTO MELOTTI. Lasciatemi divertire!, le mostre del contemporaneo: ALICE CATTANEO. Dove lo spazio chiama il segno e Giosetta Fioroni; al MAO Haori. Gli abiti maschili del primo Novecento narrano il Giappone e a Palazzo Madama Visitate l’Italia. Promozione e pubblicità turistica 1900–1950.

La tariffa a 1€ sarà applicata anche ai titolari di Abbonamento Musei, che non potranno utilizzare le tessere. Ingresso gratuito per i possessori della Torino Card.

I tre musei saranno aperti con orario continuato 10 – 18.

Cosa si può visitare:

Alla GAM: oltre alle collezioni permanenti e al Deposito vivente sono visitabili le mostre temporanee FAUSTO MELOTTI. Lasciatemi divertire! (+1€) e le mostre del Contemporaneo: ALICE CATTANEO. Dove lo spazio chiama il segno e Giosetta Fioroni nello spazio della Videoteca (+1€)

Al MAO: i visitatori possono visitare le cinque gallerie delle collezioni permanenti, le mostre temporanee Adapted Sceneries e Paesaggi da sogno. Le 53 stazioni della Tokaido e la mostra temporanea Haori (+1€).

Palazzo Madama: in aggiunta alle collezioni permanenti, sono visitabili le mostre temporanee Jan Van Eyck e le miniature rivelateBianco al femminile, oltre all’esposizione temporanea Visitate l’Italia! (+1€).

LE VISITE GUIDATE

GAM

venerdì 15 agosto ore 15:00 | Seconda risonanza. Ritmo, struttura e segno

venerdì 15 agosto ore 16:30 | Mostra Fausto Melotti. Lasciatemi divertire!

MAO

venerdì 15 agosto ore 10:30 | Haori. Gli abiti maschili del primo Novecento narrano il Giappone

venerdì 15 agosto ore 12 | Asia Orientale: Cina, Giappone e Corea tra sacro e profano

Venerdì 15 agosto ore 15 | DI SETA E DI CARTA. Narrazioni artistiche tra Giappone e Corea

venerdì 15 agosto ore 16:30 | L’India e il sud-est asiatico, il tetto del mondo, poi fino al Mediterraneo

Palazzo Madama

venerdì 15 agosto ore 10.30 | Da castello a museo

venerdì 15 agosto ore 12 | Van Eyck e le miniature rivelate

venerdì 15 agosto ore 15 | Da castello a museo

venerdì 15 agosto ore 16.30 | Visitate l’Italia!

Visite guidate a cura di Cooperativa Sociale Mirafiori

Prenotazione consigliata, disponibilità fino ad esaurimento posti.
Info: 011 5211788 – prenotazioniftm@arteintorino.com  (da lunedì a domenica 9.30 – 17.30)
Costi: 7 € a partecipante

Attraverso il bianco. L’arte contemporanea omaggia la montagna

Al “Forte di Bard” le opere di sette artisti appartenenti  all’Associazione Culturale “White View art gallery” di Aosta

Fino al 21 settembre

Bard (Aosta)

“Riunire un gruppo di artisti il cui sguardo e la cui poetica siano in relazione con la montagna valdostana, organizzare e curare eventi che ne sostengano e diffondano il lavoro, promuovendo al contempo le straordinarie peculiarità dell’ambiente naturale della Vallèe”. Primo focus, su cui incentrare, da parte di tutti, mestiere, immaginazione e creatività ovviamente il Monte Bianco“Tetto d’Europa” e “Re delle Alpi”, con tutte le vette che danno forma alla stupefacente suggestione di questo territorio alpino, anch’esso oggi così fortemente a rischio di mortificante impoverimento per l’inevitabile conseguenza di una crisi climatica all’apparenza inarrestabile e che rischia di cancellare nel tempo un “patrimonio glaciale” esteso a oggi per oltre 165 chilometri quadrati. Con questi primi obiettivi, nasceva nel 2022, dall’idea di Andrea Nicola (presidente dell’“Ordine dei Farmacisti” aostani, imprenditore e attento collezionista) l’Associazione “White View art gallery”, cui si deve oggi, e fino a domenica 21 settembre, l’organizzazione della mostra “Attraverso il bianco” ospitata negli spazi della “Cappella” del Forte sabaudo, oggi importante “Polo Culturale” delle Alpi occidentali.

Sette gli artisti (valdostani d’origine o d’adozione) presenti in rassegna, attraverso opere che parlano linguaggi e concezioni del “fare arte” assolutamente diverse fra loro, ma fortemente accomunate da quel raccontare la montagna con pennelli e colori in ogni caso intrisi di visioni per le quali il “veduto” è sempre “tavola di prova” per viaggi in territori univoci costruiti sulla percezione di fantasie, emozioni e suggestioni che si fanno materia di narrazione completamente libera da schemi e mai pagine scontate, dove il “bianco” (come da titolo) richiama sì il colore delle cime innevate, “ma anche il bianco come colore della sospensione, del silenzio, della potenzialità creativa”. Come “metafora di un territorio interiore, eco silenziosa di un’emozione profonda, riverbero di un tempo che si fa spazio da abitare fra atmosfere sospese e la matericità delle vette”. Ecco allora quell’evanescente, sfocato “Nord Ovest” di Massimo Sacchetti, aostano doc, dove “il massiccio del Bianco – racconta lo stesso Sacchetti – si concede allo sguardo senza mai rivelare la sua essenza … solo quando si riesce a ‘sentire’ la quasi silenziosa risonanza che la montagna emette, ecco allora che le arcaiche velature fanno spazio ad un’effimera visione”. Decisamente meno ermetico e di un’infinita dolcezza quel “Rompighiaccio” (olio su lino) del padovano, valdostano d’adozione, Marco Bettio, dove la montagna (“colata” di ghiaccio) fa da “quinta” al simbolico tentativo di “rompere il ghiaccio” fra il mite estasiato bovino e la candida pecorella che, ad occhi chiusi, pare gradire anzichenò le esplicite richieste d’amicizia del suo tenero amico . Montagna come amore, voglia di amicizia, di fratellanza: “proprio come – dice l’artista – il mio primo sguardo sul mondo ogni mattina, fumando la prima sigaretta”. Sguardo sbiadito, che non prende, che non vuole invece prendere forma nel dittico a tecnica mista su carta dell’aostano Marco Jaccond, dal titolo mutuato dai mitici “Procol Harum” di “A Whiter Shade of Pale”, dove il racconto perde ogni contorno identificativo attraverso un “minimalismo espressivo” che induce alla riflessione, al gioco interpretativo di alchimie fantastiche non facili da decifrare. Ma, tuttavia, suggestive.

Sottolinea Luca Bringhen, direttore del “Forte di Bard”: “L’arte contemporanea è in assoluto la protagonista di questa stagione estiva al ‘Forte’, attraverso la quale, grazie anche al progetto dell’Associazione ‘White View’, la nostra montagna diventa occasione di spazio interiore, luogo di poesia e di riflessione”. A renderne atto le opere degli altri artisti presenti in mostra: dalle immagini fotografiche (in digitale e analogico) di Sophie-Anne Herin, che sembrano denunciare un senso d’arresa davanti all’impressionante “grandezza” della montagna, a quelle altrettanto forti e totalizzanti di Barbara Tutino Elter, fino alle narrazioni di Chicco Margaroli (“La Natura è una ‘cartina tornasole’, che reagisce ed offre risposte”) e all’holliwoodiano “The End” di Sarah Ledda, suggestiva riproduzione del famoso logo della “Paramount Pictures”, disegnato nel 1914 da W.W. Hodkinson, con quell’iconica montagna ( “First Majestic Mountain”, circondata allora da 22 stelle) in cui alcune fonti – anche per altro attendibili – hanno voluto leggere i caratteri del nostro “Monviso – Re di pietra”. Verità? Fantasticheria? A turbarci però è più che altro quel “The End”, fissato su tela a tutto tondo. Finale assai incerto per le nostre povere “cime”. E poco speranzoso. Come paiono ricordarci gli artisti raccolti oggi a Bard.

Gianni Milani

“Attraverso il bianco. L’arte contemporanea omaggia la montagna”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 21 settembre

Orari: dal mart. al ven. 10/18; sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Massimo Sacchetti “Nord Ovest”, olio su lamina, 2025; Marco Bettio “Rompighiaccio”, olio su tela, 2025; Sarah Ledda “The End”, olio su tela, 2025

Musica e Natura nel Parco Nazionale Gran Paradiso

Per la prima volta, i versanti piemontese e valdostano del Parco dialogano in un unico progetto musicale: Musica nel Gran Paradiso – Radici e Risonanze, direzione artistica Alessandro Valoti.
I prossimi appuntamenti
Martedì 12 agosto – ore 17.00
Chiesa di Saint Georges, Rhêmes-Saint-Georges
Echi di libertà – Barocco, Classicismo e Romanticismo con il Trio d’Ancia Ferlendis.
Introduzione: Agricoltura e biodiversità con il Dott.ssa Caterina Ferrari.

Mercoledì 13 agosto – ore 10.30
Lago Pellaud, Rhêmes-Notre-Dame
Le figlie di Orfeo – Arie d’opera per sax e fisarmonica con Nicholas e Mattia Lecchi.
Introduzione: Battiti d’ali – Avifauna alpina e ritorno del gipeto, con la Dott.ssa Caterina Ferrari.

Mercoledì 13 agosto – ore 10.30
Pian della Balma, Ceresole Reale
Fiabe dal bosco – “Pierino e il lupo” e suite da Peer Gynt con il Quintetto di Fiati Orobie e Oreste Castagna.
Introduzione: Il ritorno del predatore – La storia del lupo sulle Alpi, con la Dott.ssa Sonia Calderola.

Eventi gratuiti che uniscono musica, cultura e natura al fresco su entrambi i versanti del Parco

Per info: https://www.pngp.it/musica-granparadiso

GABRIELLA DAGHERO

Arte africana in mostra a Pinerolo

Caro direttore,

l’Africa è un continente grande tre volte l’Europa con più di 3000 etnie con maschere e statue di
diversa fattura. È quindi impossibile portare in una mostra tutte la produzione artistica del
continente africano, ma la selezione delle opere presenti è importante e sicuramente utile a chi vuole
approfondire il tema complesso dell’arte africana.
Gli oggetti, le statue e le maschere non sono creati per puro fine estetico; bisogna capirne i ruoli e i
significati. Molto raramente sono usati a scopo decorativo come nell’arte di corte. Normalmente
hanno funzioni religiose, sociali e magiche che coinvolgono più persone nel processo di creazione:
chi lo commissiona, lo scultore e il ministro del culto. Molte ragioni hanno creato questo tipo di
collezionismo: per alcuni è un punto di riferimento per i movimenti artistici del primo ‘900, tra cui
spiccano il cubismo e l’astrattismo, che ha dato la possibilità agli artisti di liberarsi dai canoni della
pittura tradizionale. Per altri è un modo per ammirare al di fuori del loro ambiente queste sculture,
frammenti luminosi della cornice magico-religiosa in cui sono nate. Sono stati esposti oggetti
cerimoniali legati ai riti d’iniziazione, al culto dei morti e alla vita dei villaggi, dalla nascita ai
matrimoni e ai funerali. Oggetti belli, per quel che riguarda il canone estetico occidentale, e oggetti
più complessi come i feticci, a volte grotteschi in forza del significato che vogliono e devono
trasmettere; i feticci, infatti, sono la rappresentazione delle forze magiche offensive e difensive: essi
respingono le malattie, i demoni, proteggono i villaggi, i viaggiatori, il momento della nascita, la
caccia e la guerra. Dove regna il sovrannaturale e l’uomo non riesce a intervenire, il feticcio domina
incontrastato.
La collezione nasce dagli innumerevoli viaggi in Africa intrapresi con mia moglie Lina a partire
dagli anni ’80. E’nata lenta e continua e ha preso una parte importante della nostra vita nei tanti
pezzi raccolti nei viaggi, nei villaggi, da antiquari e collezionisti, ognuno con una storia, con
sensazioni e ricordi trasmessi dalle linee sinuose di una statua o dallo sguardo solenne di una
maschera. La raccolta nata inizialmente come puro ricordo di viaggio, si è trasformata negli anni in
ricerca e approfondimento delle tradizioni, magie, riti e cultura di popolazioni lontane ma nello
stesso tempo simili alle nostre consuetudini. Nella mostra il visitatore viene coinvolto in un turbinio
di figure a volte complesse di una realtà poco conosciuta e poco capita, dove la statuaria e le
maschere facevano e fanno ancora parte della loro quotidianità a volte magica. E ‘un tributo
all’Africa e alle sue etnie, alla magia e al sacro, all’accoglienza e all’arte impenetrabile ma piena di
fascino di un continente temuto e ancora misterioso.
Lina e Ettore Brezzo

A Caramagna Piemonte gli ex Matia Bazar Carlo Marrale e Silvia Mezzanotte

IL 26 SETTEMBRE 

Le prevendite su www.ticket.it

Anteprima nazionale nel Cuneese del tour ‘Stasera…che sera! 50th Celebration” alla Tenuta ‘Lago dei Salici’ per inaugurare la nuova ‘Area Concerti’ da 1.200 posti a sedere con possibilità di cena.

‘Stasera che sera’, il primo, grande successo dei Matia Bazar targato 1975, compie 50 anni. Da allora, di strada continua a macinarne ancora. E per l’occasione diventa un tour celebrativo che prenderà il via, con una gustosa e altrettanto attesa anteprima nazionale, proprio dalla provincia di Cuneo e poi in tutta Italia.

Protagonisti assoluti sul palco Carlo Marrale e Silvia Mezzanotte pronti a raccontare, tra musica e parole, tutti i più grandi successi nei Matia Bazar.

Una festa in musica – unica data nel Nord Italia – quella che i due noti artisti, ora ex membri della storica band ligure, terranno venerdì 26 settembre alle 21.30 alla Tenuta ‘Lago dei Salici’ di Caramagna Piemonte (CN) fondata nel 1995 e giunta quest’anno al suo 30° compleanno: che, con loro, inaugura la nuova ‘Area Concerti’ destinata ai grandi eventi di musica dal vivo a due passi da Torino, Cuneo e Asti con possibilità di unire alla buona musica anche un’ottima cena seduta.

Uno spazio inedito d’incantevole fascino all’interno di una location mozzafiato con un lago navigabile al centro di un parco verde di ben 12mila metri quadrati fioriti, sentieri per passeggiate e ampio parcheggio. 

Un appuntamento e un contesto imperdibili entrambi per celebrare canzoni senza tempo come ‘Vacanze Romane’, ‘Ti Sento’, ‘Solo Tu’, ‘Cavallo Bianco’, ‘Per un’ora d’amore’, ‘Dedicato a Te’, ‘Piccoli Giganti’, ‘Messaggio D’Amore’, ‘C’è tutto un mondo intorno’, ‘Brivido Caldo’ oltre alla pionieristica ‘Stasera che sera’ da cui tutto ebbe inizio.

Carlo Marrale e Silvia Mezzanotte saranno accompagnati da una band di formidabili musicisti. 

Il Tour ‘Stasera…che sera! 50Th Celebration’ è prodotto da ‘Vie Musicali Eood’ in collaborazione con ‘Baldrini Group’.

Carlo Marrale, chitarrista, cofondatore, storica voce maschile dei Matia Bazar dal 1975 al 1994, nonché coautore di tutte le hit più famose, che con loro vinse Sanremo nel 1978 con ‘E dirsi ciao’.

Silvia Mezzanotte, frontwoman per oltre dieci anni dal 1999 al 2016, iconica voce della formazione ligure – unica, al pari di Antonella Ruggiero – ad averli riportati alla vittoria al ‘Festival della Canzone Italiana’ nel 2002 con ‘Messaggio D’Amore’. Brano divenuto a pieno titolo un evergreen dei Matia Bazar con l’altrettanto popolare ‘Brivido Caldo’ che prima, a Sanremo 2000, ne sancì il debutto al microfono come raffinata solista.

“Io e Carlo abbiamo vissuto il mondo Matia Bazar in modo parallelo, ma in formazioni diverse. La prima volta che cantammo insieme ci siamo subito riconosciuti, come chi ha già fatto un pezzo di strada mano nella mano. Sono felice di celebrare questo grande capolavoro con lui insieme a tutti gli altri che ha contribuito a scrivere”, afferma entusiasta Silvia Mezzanotte.

“Conservo un ricordo nettissimo del momento in cui è nata “Stasera che sera” – racconta Carlo Marrale – Era il tardo pomeriggio del 1° gennaio del ’75. Rientravo dalla festa di Capodanno organizzata con Cassano, Stellita, Antonella Ruggiero e altri amici. Appena arrivato a casa imbracciai la chitarra e, come se l’avessi sempre suonata, mi venne di getto tutta la prima parte…Quella melodia era il regalo che il nuovo anno mi portava. Mancava però uno special che elaborai dopo qualche giorno, in studio di registrazione. Come d’incanto iniziai a cantare le note che sentivo utili a completare la canzone, Aldo Stellita scrisse il testo in breve tempo e il brano era pronto: quasi senza saperlo, gettavamo le basi di una carriera lunghissima e di livello internazionale. Riascoltandola oggi a distanza di 50 anni, mi rendo conto che abbiamo davvero fatto un gran bel lavoro. Per questo motivo insieme a Silvia Mezzanotte, cui mi lega una sintonia artistica e umana uniche, abbiamo scelto di celebrarne i 50 anni: che coincidono con il primo mezzo secolo di vita dei Matia Bazar di cui entrambi abbiamo fatto parte”.

La serata sarà condotta da Maurizio Scandurra, giornalista e opinionista de ‘La Zanzara’ di ‘Radio24’, pronto a dialogare con la coppia Marrale-Mezzanotte in una scaletta ricca di sorprese insieme a Giovanni Riggio, il Capitano del ‘Lago dei Salici’. “Silvia e Carlo sono due amici. La voce, la chitarra e la firma del mondo Matia Bazar. Cuori autentici, artisti veri, ma soprattutto binomio d’anime pure al centro di uno spettacolo intenso e ritmato”, afferma Scandurra. “Avere con noi due degli storici protagonisti dei Matia Bazar dei tempi migliori è una gioia immensa, per me che sono cresciuto con le loro canzoni. Un modo per ricambiare in una serata-evento tutta l’emozione che continuano a regalare a quanti amano la musica italiana di qualità stimata anche all’estero”, chiosa Giovanni Riggio.

Biglietti in prevendita on line non rimborsabili e disponibili sino a esaurimento posti sul circuito www.ticket.it all’indirizzo, con possibilità di prenotare anche la cena selezionando l’opzione desiderata in fase di acquisto. 

Maggiori informazioni telefonando allo 0172 89236, Whatsapp 392 0653237.
Lo spettacolo si terrà anche in caso di pioggia (munirsi di ombrelli, k-way e mantelline). Servizio bar attivo sino alle 00.30 in location, cena servita dalle 19.30 alle 21.15 presso locali dedicati.

Concerto di Ferragosto a Prato Nevoso, la magia della musica in quota

La magia della musica in quota ritorna con il concerto Sinfonico di Ferragosto a Fabrosa Sottana, nella splendida cornice di  Prato Nevoso, il 15 agosto prossimo.
L’evento, nato nel 1981, rappresenta uno degli appuntamenti culturali più rilevanti dell’estate piemontese e vedrà protagonista l’Orchestra Bartolomeo Bruni di Cuneo, che si esibirà in una ricca scaletta dedicata alle colonne sonore di John Williams.
La manifestazione, giunta alla sua 45esima edizione, sarà trasmessa in diretta nazionale dalla RAI, a partire dalle 12.45 e in differita su Rai Italia , con lo speciale TGR, Testata Giornalistica Regionale, a cura della redazione del Piemonte, raggiungendo 174 Paesi nel mondo e confermando il grande interesse mediatico  per questo appuntamento che, negli scorsi anni, ha raccolto oltre un milione di telespettatori.
La scelta di tornare a Prato Nevoso e al comprensorio di Mondolè, dopo un anno di assenza per maltempo, rappresenta un’importante occasione per valorizzare una delle località montane che, negli ultimi anni, ha sviluppato un’offerta turistica diversificata per tutte le stagioni, offrendo ai partecipanti non soltanto un’esperienza musicale di alto livello, ma anche la possibilità di godere della bellezza delle Alpi piemontesi.

“Il concerto di Ferragosto è ormai diventato un simbolo culturale per il nostro territorio  e un veicolo straordinario di promozione turistica – ha affermato l’assessore regionale allo Sviluppo e Promozione della Montagna della Regione Piemonte, Marco Gallo – Dopo la delusione dello scorso anno, siamo particolarmente felici di tornare a Prato Nevoso, location che offre uno scenario naturale incomparabile. Questo evento rappresenta l’unione perfetta tra la grande musica e la bellezza delle nostre montagne, un patrimonio che vogliamo continuare a valorizzare e far conoscere a un pubblico sempre più vasto, puntando sulla destagionalizzazione delle nostre montagne”.

“Siamo particolarmente orgogliosi di aver avuto per la seconda volta l’affidamento dell’organizzazione di questa manifestazione da parte della Regione Piemonte, in quanto l’edizione del 2024 è stata annullata a causa delle pessime condizioni meteorologiche.  Si tratta di un concerto unico nel suo genere che si tiene in quota, nel momento clou dell’estate  e in un anfiteatro naturale che fa da cornice alla musica dell’orchestra Bartolomeo Bruni – spiega il sindaco di Fabrosa Sottana, Adriano Bertolino – Le nostre magnifiche montagne, in questa occasione, uniranno la loro bellezza e maestosità al suono di melodie famosissime e attiveranno migliaia di persone  che raggiungeranno a piedi la località del concerto. Grazie a Rai 3, del Centro di Produzione di Torino, che trasmetterà in diretta nazionale, si avrà una promozione totale a livello turistico di questo territorio,  delle sue belle vette e delle peculiarità ambientali e naturali. Sicuramente anche questa edizione porterà su questi monti tantissimo pubblico, amante di questo momento musicale,  per trascorrere la festa del Ferragosto sulle montagne cuneesi. Un ringraziamento va anche agli Enti che sostengono l’organizzazione di questa importante manifestazione, quali la Regione Piemonte, la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, la Camera di Commercio di Cuneo, l’A.T.L, la Provincia di Cuneo e la Fondazione B.C.C di Pianfei e Rocca de’ Baldi, i quali credono che questo momento di musica lirico-sinfonica sia il mezzo utile a promuovere il turismo e l’economia di questo territorio, ma soprattutto le montagne del Piemonte a livello nazionale”.
“Anche quest’anno la TGR porterà  nelle case, sugli smartphone e sui Tablet di tutti gli italiani le note del concerto Sinfonico di Ferragosto con uno speciale in diretta su RAI 3 e RAIPlay curato dalla redazione del Piemonte –  spiega il direttore della TGR Roberto Pacchetti – Per numeri e mezzi si tratta della produzione più impegnativa tra quelle che realizza ogni anno la Testata Giornalistica Regionale. Un racconto che prende le mosse dalle montagne del Cuneese per raggiungere tutto il Paese, accendendo un riflettore sulle terre alte, le loro peculiarità, le loro ricchezze come le loro difficoltà. Un viaggio a tempo di musica che ribadisce il legame indissolubile tra la RAI e il territorio e in cui quest’anno celebreremo anche il passaggio di testimone tra Torino, ultima città italiana a ospitare i Giochi Olimpici Invernali, e Milano- Cortina su cui dal 6 febbraio 2026 saranno puntati gli occhi di tutto il mondo”.

Mara Martellotta

Torino tra le righe si tinge di giallo con Debora Bocchiardo

TORINO TRA LE RIGHE

Torino si colora di giallo con l’ultimo romanzo di Debora Bocchiardo. Dopo il successo de La donna di Swarovski (2019), l’autrice torna in libreria con Operazione Matrioska, edito da Golem Edizioni: un giallo classico, dalla trama avvincente e ben costruita. Una narrazione a scatole cinesi, che custodisce molteplici verità e si conclude in modo tutt’altro che scontato. Lo stile è fluido e descrittivo, perfetto per gli amanti del genere: un romanzo per veri intenditori.
Debora Bocchiardo è laureata in Lettere Moderne con una tesi in Storia e Critica del Cinema. Giornalista da anni, si occupa di uffici stampa nel settore culturale e turistico, tiene conferenze di Storia del Cinema e ha collaborato con emittenti televisive locali e con la Rai. Cura inoltre periodici per associazioni ed enti pubblici. Dal 2009 dirige il periodico “Occhi Aperti” dell’Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti (Apri Onlus).
Accanto alla sua attività professionale, ha sviluppato una carriera letteraria ricca e articolata. Dopo aver pubblicato volumi a carattere storico e informativo per la Regione Piemonte, ha esordito nel romanzo con Onorina voleva l’America (2011) e Qualcosa accadrà – La storia di Charlie (2013), entrambi nella Biblioteca degli Scrittori Piemontesi dell’editore Baima & Ronchetti. Ha poi firmato Scozia Express (Europa Edizioni, 2015), e le raccolte di fiabe Magie di Natale (2012) e Trilogia di Natale (2014). Con Cieli d’Irlanda (Golem Edizioni, 2018) è stata finalista al premio “Mario Soldati” e ha vinto la sezione “Profumo d’autrice” del Premio Letterario di Cattolica nel 2019.
Nel 2023 torna con Operazione Matrioska, un thriller coinvolgente e intenso. Al centro della vicenda ci sono una serie di morti sospette che attirano l’attenzione della giornalista Audrey Baggio e dell’enigmatico avvocato Roberto Marino. Gli omicidi, avvenuti in varie parti del mondo, sono collegati dalla presenza di un anello massonico sulla scena del crimine e da rapporti con l’alta finanza.
Spinta dal proprio intuito e forte della rete di contatti maturata nel corso della carriera, Audrey segue una pista che la porta da Torino a Parigi, fino a Washington. Una forza interiore la guida nella ricerca della verità, mettendo a rischio carriera e vita. Quando si è convinti della direzione da prendere, si dice che l’universo mandi dei segnali. Sono proprio questi segni misteriosi che la protagonista decide di seguire, immergendosi sempre più in un enigma internazionale.
I libri di Debora Bocchiardo non sono semplici romanzi: sono viaggi emozionanti che attraversano esperienze umane e temi profondi, capaci di offrire nuove chiavi di lettura della realtà. Operazione Matrioska ne è l’ennesima dimostrazione.
In un periodo in cui la cultura e la creatività rappresentano un balsamo essenziale per il nostro benessere collettivo, la voce sensibile e potente di Debora Bocchiardo merita attenzione e ascolto.
MARZIA ESTINI
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Quaglieni a Bardonecchia presenta “Il liberale Pannunzio. Tutto l’oro del mondo?”

Giovedì 14 agosto alle ore 17,30 nel Palazzo delle Feste di Bardonecchia (piazza Valle Stretta, 1), con il patrocinio del Comune di Bardonecchia, lo storico prof.  Pier Franco Quaglieni, in dialogo con il dr. Alberto Fava, presenterà il libro da lui curato “Il liberale Pannunzio. Tutto l’oro del Mondo?”, Pedrini Editore. Nel volume, oltre ad alcuni testi “canonici”per conoscere Mario Pannunzio (Lucca, 1910 – Roma, 1968), giornalista e scrittore, fondatore e direttore de “Il Mondo”, sono riportate oltre 60 testimonianze che costituiscono una preziosa novità. A volte anche solo in una battuta fulminante, quasi un tweet ante litteram, viene condensato un ricordo su Pannunzio ed “Il Mondo”del tutto inedito.
In  appendice è pubblicato per la prima volta il carteggio intercorso fra Benedetto Croce e Mario Pannunzio.
Al libro è stato assegnato recentemente il Premio “Cavour – Risorgimento” perché, si legge fra l’altro nella motivazione, “consente una lettura di Pannunzio  nuova, collocandolo nel suo rapporto con il liberalismo di Tocqueville e di Croce (…) tenendo viva anche la lezione pannunziana del Risorgimento (…)”.
Ingresso libero.

Intrepide. Storie di donne, viaggi, sogni e avventure

Alla Precettoria di “Sant’Antonio di Ranverso”, la fotografa iraniana Marjan Moghaddam racconta la vita di trenta donne straniere residenti in Italia

Dal 28 luglio al 31 agosto

Buttigliera Alta (Torino)

Nonostante tutto. Volti che negli occhi conservano gelosamente la speranza del sorriso. La speranza e il coraggio. Donne forti, determinate, orgogliose delle loro origini, coraggiose, “Intrepide”, come le definisce il titolo della mostra ospitata, da sabato 28 luglio a domenica 31 agosto, nel “Complesso Monumentale” di arte gotica (XII secolo) della Precettoria di “Sant’Antonio di Ranverso”, lungo la “via Francigena”, nella bassa Valle di Susa, a circa 20 chilometri da Torino.

Trenta donne. In rassegna, fissate con notevole abilità di mestiere e di verve narrativa, i loro volti, accenni di usanze e costumi, espressioni che raccontano tenacia e serenità nell’affrontare esperienze di vita così diverse e in terre così lontane dai loro Paesi d’origine. A fissarle in scatti decisi e nitidi, con occhio attento e pronto a cogliere l’attimo “fuggente” del gesto irripetibile, Marjan Moghaddam, fotografa iraniana, nativa di Teheran, ma dal 1997 residente in Italia, a Torino. E’ lei stessa a raccontare: “La mia ricerca si concentra su temi come la ‘diversity’, ‘equity and inclusion’, la memoria, la tolleranza, l’identità culturale, l’integrazione sociale e i diritti umani; con i miei scatti tento sempre di catturare le emozioni e mettere al centro l’essere umano e la sua realtà, per stabilire un dialogo, capire i suoi stati d’animo e instaurare un rapporto empatico e spontaneo”.

In tal senso, anche “Intrepide” non vuole essere una semplice descrittiva esposizione, ma “un viaggio profondo nelle vite di circa trenta donne provenienti da ogni parte del mondo”. Le loro sono “storie autentiche”, storie che si confondono con mille altre, proprie di chi ha scelto di lasciare, in vario modo e per molteplici ragioni, la propria terra d’origine per iniziare una nuova vita in Italia, inseguendo i sogni di un futuro migliore e ben consapevoli di affrontare sfide non sempre, anzi quasi mai, facili, imboccando strade in salita e percorsi ricchi di ostacoli, di sguardi e parole che feriscono i cuori, di tante resistenti invalicabili barriere e pochi “ponti” e àncore cui affidarsi per superare mari in burrasca. Attraverso i loro volti e le loro storie, fermate da Marjan, emerge comunque, e sempre, un racconto di coraggio, di grande forza e determinazione.

Le fotografie sono arricchite da testi che approfondiscono le esperienze personali delle protagoniste, provenienti da  innumerevoli Paesi, che vanno dall’Armenia alla Romania, alla Russia, via via fino all’India, Singapore, Australia, Camerun, Kenya, Nigeria, Senegal, Brasile, Stati Uniti, Canada e molti altri ancora.

Gli sguardi delle donne emigranti, i loro sorrisi e le loro espressioni sono il “nucleo pulsante” di un Progetto, portato avanti dalla fotografa iraniana insieme ad altri di sicuro effetto: da “Il Romanzo di una Vita” a “Io attraverso Te”. Il primo è un vero e proprio “viaggio fotografico”attraverso sguardi, gesti, parole e ricordi di anziani, “espressioni della nostra memoria”, esposto nel 2023 prima alla “Fondazione Colonnetti” e in seguito all’“Archivio di Stato”di Torino. Il secondo, da poco concluso in collaborazione con l’Ospedale “Molinette” di Torino riguarda il tema della “donazione del sangue” come gesto di generosità e consapevolezza. Il Progetto verrà esposto da luglio fino a dicembre in diverse locationcittadine, fra le quali la “Palazzina di Caccia” di Stupinigi e ancora l’“Archivio di Stato” di Torino.

In fase di conclusione e di estrema attualità, infine, il Progetto (antecedente, nella sua ideazione e partenza, allo scoppio della terribile crisi mediorientale) “Iran. Famiglia, vita, libertà”. Obiettivo, “quello di sensibilizzare – racconta l’artista – l’osservatore sulla complessa realtà dell’Iran, mostrando soprattutto la forza dei legami familiari e la situazione della vita quotidiana che, sebbene possa sembrare tanto distante dall’Occidente in taluni aspetti, in altri è sorprendentemente vicina a noi”.

Gianni Milani

“Intrepide. Storie di donne, viaggi, sogni e avventure”

Precettoria di “Sant’Antonio di Ranverso”, Buttigliera Alta (Torino); infowww.ordinemauriziano.it

Dal 28 giugno al 31 agosto

Nelle foto: Marjan Moghaddam, “Fé – USA” ed “Elida – Brasile”

Filomena Nitti sfiorò il Nobel ma finì nell’oblio

IN UN LIBRO LA STORIA

Genio incompreso, donna ignorata per scarsa fiducia nel suo lavoro, o per una diffusa misoginia? Sono alcuni degli interrogativi sorti intorno alla figura della scienziata lucana Filomena Nitti, figlia dell’ex Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, moglie di Daniel Bovet, Nobel per la medicina 1957, del quale fu indispensabile collaboratrice. Eppure lei dal Nobel rimase esclusa. Cosa la penalizzò?

La giornalista e scrittrice Carola Vai (nella foto), nel libro “Filomena Nitti e il Nobel negato” Rubbettino editore, realizzato con il contributo della nipote Maria Luisa Nitti, cerca di dare qualche risposta. Il volume, 200 pagine, 16 euro, in vendita nelle librerie, sul sito on line di Rubbettino e sui vari siti dedicati ai libri, narra per la prima volta l’intera vita della ricercatrice coetanea di Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina 1986, della quale Carola Vai ha scritto quella che è ancora l’unica biografia completa sulla scienziata torinese: “Rita Levi-Montalcini una donna libera”, sempre per Rubbettino. Filomena e Rita, caparbie, ambiziose, instancabili, diversissime, incrociarono spesso le loro vite in pubblico e in privato, senza mai diventare amiche. Ma mentre Rita non si sposò, Filomena ebbe due matrimoni e tre figli. Con il secondo marito, Daniel Bovet, come lei biochimico, collaborò tutta la vita al punto da firmare tutti i lavori con i rispettivi nomi e cognomi. Eppure lui ottenne il Nobel, invece lei venne ignorata.

Filomena, nata il 10 gennaio 1909 a Napoli, ultima dei cinque figli di Francesco Saverio Nitti, meridionalista, ministro sotto il governo Giolitti e poi Presidente del Consiglio nel 1919-1920, e di Antonia Persico, figlia del giurista Federico, trascorse un’infanzia tranquilla con la sorella, Maria Luigia e tre fratelli, Vincenzo, Giuseppe e Federico tra Napoli dove viveva con i nonni, e Roma dove abitavano più stabilmente i genitori, con il quale si ricongiungeva soprattutto durante le lunghe vacanze estive nella casa di Acquafredda, in Basilicata. Anni felici. Fino quando la famiglia Nitti venne presa di mira, prima lentamente, poi in modo sempre più violento dagli attacchi delle squadre fasciste. Il liberale Francesco Saverio Nitti inizialmente sottovalutò gli eventi. Ma dopo l’assalto alla sua residenza romana con la distruzione di ogni cosa scelse, nel giugno 1924 di rifugiarsi all’estero con tutta la famiglia, escluse le sue due sorelle rimaste vedove, che con l’anziana madre, decisero di restare in Italia. Prima tappa in Svizzera, a Zurigo, dove la vita si rivelò presto troppo costosa. Così, dopo un anno e molte ricerche, venne deciso il trasferimento a Parigi. Seguirono vari traslochi finché la scelta definitiva cadde su un alloggio in rue Vavin 26, dietro Montparnasse, vicino ai giardini del Lussemburgo, al costo dell’affitto annuale di ottomila franchi. Qui i Nitti abitarono per quasi 20 anni, fino al ritorno in Italia. Nitti si tuffò nel lavoro di giornalista, scrittore, conferenziere guadagnando il denaro necessario per tutta la famiglia. Intanto Filomena, imparato il francese, si ambientò presto a Parigi, e finito il liceo, si laureò specializzandosi in chimica biologica. Contemporaneamente per guadagnare qualcosa accettò di fare alcune ricerche nelle biblioteche parigine. In questo periodo, lasciato il giovanissimo fidanzatino Giorgio Amendola rimasto in Italia, conobbe e si innamorò, ricambiata, di un giornalista polacco, Stephan Freund o Priacel. Francesco Saverio Nitti e la moglie contrastarono subito il legame dei due giovani convinti fosse un errore. Ma Filomena educata fin da bambina a diventare una donna indipendente attraverso lo studio e il lavoro, a vent’anni sfidò il volere della famiglia. Sposò Stephan; con lui ebbe due figli, poi lo seguì a Mosca quando decise di raggiungere la Russia. Nel Paese governato da Stalin la giovane Filomena lasciata spesso sola affrontò difficoltà di vario genere mai del tutto chiarite. Capì presto di aver sbagliato. Con coraggio lasciò Stephan, e con i due bambini tornò a casa dei genitori, a Parigi, ottenne il divorzio, riprese gli studi fino diventare una scienziata. Non aveva ancora trent’anni. Attraverso una borsa di studio entrò nel prestigioso Istituto Pasteur di Parigi dove già lavorava il fratello Federico Nitti, ricercatore scientifico, insieme al collega e amico Daniel Bovet, svizzero emigrato in Francia per motivi professionali. L’incontro tra Filomena e Bovet sfociò presto in un grande amore fatto di tante promesse e pure una stretta collaborazione scientifica. La coppia si sposò ed ebbe un figlio, il primo per Bovet, il terzo per Filomena. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, difficoltà di vario genere, l’arresto del padre Francesco Saverio Nitti da parte dei tedeschi e la sua lunga prigionia, complicarono, ma mai frenarono l’impegno scientifico, famigliare, materno di Filomena. A fine guerra i due coniugi lasciarono la Francia e si stabilirono a Roma, assunti dall’Istituto Superiore di Sanità, impegnati nello stesso laboratorio e nelle medesime ricerche al punto da firmare tutti i lavori con i nomi e cognomi di entrambi. Seguirono anni di enorme impegno e grandi successi. I due chimici nel settore scientifico divennero due star. I loro nomi finirono sulle più famose riviste scientifiche nazionali e straniere. Innamorati, sposati da quasi vent’anni, Filomena e Daniel vivevano tra scienza, famiglia, figli, viaggi. Nel mondo della scienza tutti, o quasi, sapevano che la coppia portava avanti ogni ricerca insieme. Fino all’ottobre 1957. In una tranquilla mattina autunnale, una telefonata proveniente dal Karolinska Institut svedese annunciò il Premio Nobel per la medicina e la fisiologia a Daniel Bovet. A lui soltanto. Nemmeno un cenno a Filomena Nitti, sua insostituibile collaboratrice. Perché? Carola Vai nel volume “Filomena Nitti e il Nobel negato” nel narrare la sua storia tenta qualche risposta per togliere la scienziata dalla quasi invisibilità benché per anni impegnata professionalmente a fianco del collega-marito.

La vittoria del Nobel da parte di Bovet sconvolse i tempi di tutta la famiglia e solo dopo un periodo di caotica organizzazione, l’abilità di Filomena consentì il ripristino dei ritmi quotidiani. Bovet venne invitato dalle università e organizzazioni scientifiche di tutti i continenti. Con lui quasi sempre anche Filomena, nel ruolo di moglie, raramente in quello di scienziata.

Nonostante l’umiliazione Filomena mantenne ovunque il sorriso, rimanendo quasi sempre in silenzio durante le molte interviste a Bovet. Tuttavia in un incontro con dei giornalisti nel 1985 ammise con una certa ironia: “avendo sposato un genio, naturalmente ho fatto quello che fanno le donne, ho fatto tutto quello che serviva a lui per alleviargli la vita, Ma l’ho fatto con piacere”.

Dopo gli anni del successo, arrivarono gli anni della sofferenza. I Settanta furono contraddistinti prima dalla morte in un incidente stradale di Gian Paolo Nitti, il figlio maggiore di Filomena, e qualche tempo dopo dalla morte del secondo figlio, Francesco, per soffocamento durante un pasto. Seguì l’inizio della malattia con alti e bassi di Daniel Bovet che morì l’8 aprile 1992. Filomena affrontò il dolore raccogliendo tutte le testimonianze scientifiche che inviò all’Istituto Pasteur. Nel passato aveva già raccolto tutti i documenti del padre, Francesco Saverio Nitti, e della famiglia, consegnando il materiale alla Fondazione Einaudi a Torino. Lei che mai si era sentita solo una donna di scienza e anche senza praticare la politica attiva, mai se n’era distaccata del tutto, alla morte di Bovet ebbe l’impressione di non avere più nulla da dire.

Tanto più che l’Inail, l’Istituto fondato dal padre e dal quale lei e Daniel avevano affittato la casa romana di piazza Navona, consegnò alla ottantacinquenne Filomena lo sfratto. Davanti ad un presente doloroso, ed un futuro grigio, Filomena forse travolta da una forte depressione decise di andarsene.

Carola Vai nel libro ripercorre il cammino di una donna dalla volontà di acciaio, con un’esistenza influenzata da eventi storici come la realtà di milioni di persone. Una storia terminata bruscamente il 7 ottobre 1994 a Roma. Trent’anni dopo, nel 2024, il suo nome e cognome, Filomena Nitti, sono stati aggiunti nell’aula dell’Istituto Superiore di Sanità per decenni intitolata solo a Daniel Bovet. Un riconoscimento ufficiale ad una donna trascurata per decenni.