CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 130

L’attore Simone Moretto si racconta

Di Laura Goria

 

Voi lo conoscete come l’esilarante protagonista di “Forbici Follia“ (in scena da anni al Teatro Gioiello di Torino) o come il dolcissimo papà di uno spot natalizio, o ancora l’attore di serie tv e film di successo. Quindi già sapete che è un interprete di razza, abile nel calarsi agevolmente in molteplici ruoli. Ma, oltre alla lampante bravura, c’è in lui un intero universo molto profondo ed affascinante.

Passione viscerale per il suo mestiere, tanto lavoro e senso di sacrificio, amore immenso per la moglie e la figlia ancora in fasce, piedi saldamente piantati per terra, ma uno sguardo che vola alto verso un orizzonte più ampio e idee molto chiare sulla strada da percorrere.

 

Hai chiuso il 2025 diventando papà (il 17 Dicembre), il 2026 è agli inizi; a 360º, a bruciapelo, un bilancio della tua vita?

Positivo ed è proprio il flash che ho avuto in sala operatoria appena ho preso in braccio mia figlia. Emozione unica, mi sono sentito profondamente grato per la mia vita. La sua nascita è stata l’apice di una serie di fortune; a partire dall’aver incontrato mia moglie Luna al momento che sto vivendo sul lavoro. Mi piace ringraziare ogni giorno per quello che ho costruito. Inizio l’anno carico ed entusiasta.

 

Professionalmente come giudichi la tua carriera fino ad oggi?

Sono soddisfatto perché mai avrei pensato di fare 5 film nel 2025. Due serie internazionali; una francese e una americana. Se penso che sono partito da uno sperduto paesino della Valle D’Aosta, dove negli anni 80 c’era solo una videoteca in cui si potevano prendere 3 VHS per volta, ed è lì che ho visto tutti i film possibili, strada ne ho fatta.

Progetti di lavoro dietro l’angolo?

A Torino, il 14 marzo andrò in scena con “Actorman”, scritto da Massimo Pica e Giampiero Perone. Spettacolo a cui sono molto legato perché ripercorre la mia vita. “One-man show” che avevo già portato al Teatro Gioiello una settimana prima che iniziasse il Covid, con il teatro pieno, 500 persone. Poi sto lavorando ad una mia versione dell’“Otello”, prevista a maggio. Amo i classici e sarò uno Iago molto particolare, vero, attuale; personaggio buono di facciata, ma che cela follia e rabbia. E stiamo già facendo le prove.

 

E per il cinema?

Ora ho un’agente eccezionale, Silvia Ferrarese, con cui mi trovo benissimo, la stimo molto e insieme andiamo verso l’obiettivo prefissato. Più una squadra di suoi colleghi che mi rappresentano nel mondo. Quindi stanno arrivando ottimi provini e per lavori importanti. Ho il vantaggio di parlare più lingue e poter recitare anche in altri idiomi.

 

Nel 2025 hai avuto un ruolo nella serie tv americana The Faithful…

Ero pazzo di entusiasmo, per la prima volta su un set della Fox; in una grande produzione sui 10 comandamenti. Girata a Roma, in una cava dove era stato ricostruito un villaggio della Bibbia. Interpretavo un pastore in difficoltà; l’unico italiano in mezzo a tutti stranieri. Con le difficoltà di un attore che recita in inglese, ma deve eliminare il suo accento; per questo sul set c’era un “language coach”.

Ammetto che tremai quando lessi il mio nome sul foglio di convocazione del giorno, in mezzo a colleghi solo british; poi in scena, davanti a centinaia di persone che lavoravano al colossal e al via all’azione: “Camera rolling action”….

Ti piacerebbe planare a Hollywood?

Certo, anche se al momento preferirei Parigi. Dopo il Covid i provini si fanno anche online ed ora lavorare all’estero è più facile. Distanze e barriere sono in parte ridotte; ma bisogna sempre studiare, essere pronti e con bravi agenti che credano in te facendoti accedere ai provini giusti. Io ne faccio quasi quotidianamente; recentemente, uno per una serie americana che si gira a Parigi. Ovvio che sarebbe meglio vivere dov’è la produzione. Pensare che nella Ville Lumière ho studiato e mi sento a casa; essendo bilingue ho recitato anche in un film in francese.

 

Teatro, tv, cinema, pubblicità: quale senti più nelle tue corde?

Tutti, perché fanno tutti parte della mia anima. In teatro il sold-out è entusiasmante, ma dopo mezza giornata sul palco ho già voglia del set; mentre negli spot pubblicitari bisogna saper recitare ed anche quello è utile allenamento.

 

Personaggi preferiti da interpretare?

Quelli dei gialli e dei crime che, inizialmente sembrano buoni; poi si rivelano cattivi, viscidi, rancorosi e letali. In “A un passo dal cielo” ero un normale assistente sociale che, poi, si scopre essere l’assassino. Perfetto per me.

Mi piacerebbe interpretare un medico; peccato non lo fossi nella puntata di “Doc” in cui ho lavorato. Ma guardo tutte le serie tv e in ospedale amo osservare i dottori, cerco di “rubare” più possibile il loro modo di essere. Pensare che sono agofobico; in sala operatoria, quando è nata Zelda, mi hanno vestito da chirurgo… e stavo quasi per svenire.

 

Un lavoro di cui sei più fiero?

La serie televisiva di Prime Video “Sul più bello” dove interpretavo il cattivo Omar, gestore di un bar; mi è venuto bene e mi sono divertito moltissimo a interpretarlo. In teatro sono affezionato a “Forbici Follia” spettacolo che adoro e ho fatto più a lungo nella vita; sono in scena da16 anni ininterrotti con oltre 2000 repliche.

É un giallo comico, ma interattivo. Il pubblico impazzisce all’accendersi delle luci in sala e le indagini le svolge lui. Nel corso delle tante rappresentazioni mi è passata la vita davanti: dal debutto agli amici passati a vedermi, le ex fidanzate e mia moglie, una delle prime volte che la vidi. Era una spettatrice che, ad una mia battuta, rise così tanto che le cadde il telefonino che si danneggiò.

 

La tua filosofia di vita?

Un piccolo passettino alla volta. Mai pensato di fare grandi picchi, tipo domani vinco un Oscar. Ricordo sempre da dove arrivo e gli inizi. Oggi lavoro tanto e bene. Da ragazzo sognavo di diventare famosissimo, ma adesso quando mi fermano per strada un po’ mi imbarazza. Ho anche aperto uno studio attori, il “Backstage Acting Studio-BAS”, dove quotidianamente insegno, alimento e cerco di trasmettere questo mio fuoco, lo stesso di sempre.

 

Come definiresti il tuo mestiere?

Ho esordito come comico e amo pensare che, facendo divertire, allevio un po’ il peso delle vite altrui. Mi stupì un chirurgo delle Molinette che mi riconobbe e ringraziò per il pomeriggio sereno in famiglia con il mio programma. Detto da chi salva vite ogni giorno?! Così pensai che, nel nostro piccolo, anche noi, siamo utili. Che sia teatro o tv, diamo esempi, raccontiamo storie che possono fare bene.

 

Cosa occorre per fare l’attore?

Innanzitutto Passione, con l’iniziale maiuscola. Sentire e vivere visceralmente questo mestiere; è la molla che ti fa sopportare i sacrifici, senza non si va da nessuna parte. Disciplina nell’aggiornarsi e studiare. Obiettivi; avere una strategia e mai andare a caso. È grazie a mia moglie se ora ho mete più chiare e fatto scelte manageriali migliori. Poi occorrono sfrontatezza e coraggio infiniti. Per esempio, è impegnativo tenere la scena in un teatro pieno con un monologo; implica una mole di lavoro che gli altri non vedono… ma non sai quanta fatica per arrivare lì!

Quando hai sentito di voler far parte del mondo del cinema?

Primissima volta durante il liceo ad Aosta. Grazie a un programma di scambi, finii a Parigi in una classe di teatranti francesi che fecero un piccolo spettacolo per noi. Rimasi folgorato. Inizialmente pensai alla regia, frequentai un corso di cinema nel mio paesino valdostano e poi la passione si è alimentata guardando ogni VHS disponibile.

 

In seguito che strada hai percorso?

È stata una continua scoperta, ogni anno aggiungevo qualcosa. Dopo l’inizio da comico, sentii che volevo raccontare storie drammatiche. All’Actor Studio di New York non avevo i mezzi per andare, ma scoprii che c’era anche a Parigi; così per un anno ho fatto un faticosissimo avanti-indietro due volte a settimana. In aeroporto tutti mi conoscevano ed aiutavano a cercare i voli più economici da Torino. Martedì e domenica o martedì e giovedì, seguivo la lezione e rientravo in giornata. Se potevo risparmiare, restavo la notte e mi godevo la città. Ricordo che una volta arrivai 8 ore in anticipo, si gelava ed era impossibile resistere all’aperto; non sapendo dove andare, mi rifugiai, a studiare e ripassare, in una chiesa vicino allo studio.

 

Il Simone bambino cosa sognava?

Ero timidino; guarda come è strana la vita! Se c’era troppa gente, svenivo. Per la recita all’asilo mi avevano vestito da carciofo e… sono svenuto! Perché non gestivo la tensione di fronte al pubblico. Tutto avrei detto… meno che avrei fatto l’attore e recitato di fronte a 500,1000 persone!

 

Immagino che la nascita di Zelda abbia fatto la differenza: ma amate così tanto F.S.Fitzgerald?

L’aneddoto del suo nome ha dell’incredibile. Luna è appassionata di videogiochi e un giorno disse di voler chiamare una figlia come la principessa di “The Legend of Zelda”; lo trovai assurdo e ne risi. Due anni fa, per il suo compleanno la portai a Roma, a Cinecittà, e scommisi che se avesse trovato nella vita reale una persona con quel nome, l’avremmo dato alla nostra bambina. Entrammo negli studi e una signora ci chiamò «Voi due venite qui. Buongiorno a tutti, io sono Zelda». Era la nostra guida!

 

Avverti che da quando sei padre viaggi meno leggero nella vita?

Si, è cambiato tutto. Ma ho un’ansia positiva, anche grazie a mia moglie che è molto equilibrata. Insieme a lei mi sento protetto e collaboriamo per un 50 e 50; dove non arrivo io subentra Luna e viceversa. Tra poco quando scadrà il suo congedo di maternità, Zelda starà con me; già rido e mi spavento all’idea di come me la caverò.

 

Che papà sei e conti di diventare?

Ho seguito il corso preparto e collaboro in tutto. Mia moglie è più brava in tante cose, come cambiare Zelda. Mentre io la intrattengo: canto, racconto storie, la distraggo. Ovvio che inoltre la cullo, coccolo e copro di amore e tenerezza. Ogni giorno fa versi nuovi e credo che parlerà presto. L’ho già portata in teatro, a respirare l’aria di casa. In futuro, vorremmo insegnarle che non tutto è dovuto; assegnarle compiti come rifarsi il letto, riordinare,…..

Se in futuro Zelda volesse recitare?

Sarei super entusiasta nel caso fosse affascinata e capisse la magia della nostra vita. Quando inizierà a parlare la iscriverò al corso di una mia collega, che è la migliore; è Franca Dorato e insieme alla figlia, Lucrezia Collimato, sono magiche. Avendo io insegnato so, per esperienza personale, che ai bambini di 3-4 anni fa bene imparare teatro e recitazione. Se poi intendesse emularmi avrebbe tutto il mio aiuto. Ma l’appoggerei anche se scegliesse altro; magari diventerà un buon medico o un chirurgo.

 

Cos’è il talento e come si gestisce?

È come la fiamma di un caminetto, se la lasci sola si spegne; se invece la alimenti con continui ciocchi di legna, diventa un fuoco che brucia intenso e non si spegne. Il nostro principale talento è saper resistere quando non ti chiama nessuno. In quel periodo difficile cosa fai? Ti lamenti e perdi tempo? Oppure ti alleni, studi e porti avanti altre cose? Ecco è lì che si vede il talento.

 

Tu come vivi le battute d’arresto?

Un aneddoto a cui tengo molto riguarda il grande Antonino Cannavacciuolo, che ringrazierò sempre per l’aiuto che mi diede, qualche anno fa, quando sul set mi vide triste e preoccupato per il lavoro. Così mi raccontò i suoi inizi faticosi e, con una passione tale che, mi trasmise nuova energia. Poi disse: «Tu ora ti dai da fare e raggiungi i tuoi obiettivi come ho fatto io». Lezione utile per lamentarmi meno, rimboccarmi le maniche e far decollare la carriera. I grandi progetti non sarebbero arrivati se non avessi avuto certe difficoltà che mi hanno fatto cambiare strada.

 

Cosa ami fare nel tempo libero?

Ne ho poco; ma mi piace camminare e appena posso, parto, mi incammino e vado. Ho fatto il cammino di Santiago e la Via Francigena; non vedo l’ora di portare mia figlia con me. È fantastico il fatto che ti alzi al mattino e devi solo pensare a camminare, anche a passo lento, e guardarti intorno.

 

Per te il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Mezzo pieno, sempre. Il lamentino non mi appartiene.

 

Dimmi chi è Simone Moretto

Sicuramente una persona di cuore, grande passione,  carismatica, un po’ magica.

 

Mare o montagna?

Mare

 

Il viaggio più bello fatto e quello che sogni?

Sono un grande viaggiatore. Il più bello, quello di nozze in Giappone, dove ho scoperto una cultura con cui mi sono trovato molto bene. Sogno di fare a piedi per mesi un lunghissimo cammino; perché solo così respiri davvero le culture, ti fermi, conosci, scopri. Non saprei esattamente

dove; ma c’è un percorso dal Sud Africa agli Urali….

Devi abbandonare la terra e scegliere tra: un pianeta nello spazio o un’isola sperduta nei nostri mari?

Sicuramente l’isola sperduta

 

Puoi portare con te -oltre a moglie e figlia- solo 5 cose: cosa scegli?

Un libro e qualcosa per sopravvivere, tipo un coltello e simili. Bella l’idea di spogliarsi di tutto.

 

La tua paura più grande?

Adesso che ho famiglia, quella di non lavorare, perché nel nostro mestiere possono trascorrere anche molti mesi fermi. Negli ultimi tempi cerco, senza riuscirci molto, di vivere in maniera un po’ zen, alla giornata. Non chiedermi cosa succederà tra 2 mesi, piuttosto dirmi: è una bella giornata, godermi il momento e l’amore per quello che faccio.

 

La gioia più pura?

Ho due momenti catartici. Ero emozionato da morire all’altare il giorno del matrimonio; mi sono sciolto e ho ceduto un minuto prima. Poi quando ho visto mia figlia.

 

Per te amare significa?

Sentirsi in uno stato appagante, non solo riferito all’amore di coppia, ma alla vita, al lavoro. Molte volte quando arrivo sul set, un attimo prima respiro e mi dico: «Ma che meraviglia!» Un amore totale.

 

Ma tu l’hai capito il significato della vita?

[Ride….] Il suo senso è godersela. Non stare a perdere tempo con dubbi e recriminazioni, ma fare! L’anno scorso ho capito che una delle traduzioni della parola karma è azione: quindi, se vuoi qualcosa vattelo a prendere e goditi la vita. Trovare un equilibrio per cui svegliarsi al mattino e dirsi «Io sono felice di quello che farò oggi». E circondarsi delle persone che ci vogliono bene, che è la cosa più importante.

 

 

Come portati dal vento

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

A Torino, fino ai primi di marzo, negli spazi di PAV – Parco Arte Vivente, c’è l’esposizione Dove le liane si intrecciano. Resistenze, alleanze, terre di Binta Diaw.

Vi troverete in un ecosistema parcellizzato in più ambienti: una foresta sospesa di trecce, radici artificiali, pozze d’acqua e terriccio.
Ovunque lunghe compagini di capelli si avvolgono come liane scure, creando configurazioni che sono la trama di un’istanza identitaria espressa per nodi.

Binta Diaw nasce a Milano nel 1995 da famiglia senegalese.

Si forma all’Accademia di Brera e alla École d’Art et de Design di Grenoble-Valence, in Francia; svolge inoltre un internato presso SAVVY Contemporary a Berlino nel 2018, esperienza che la mette a confronto con pratiche e metodologie artistiche non eurocentriche, aprendo la sua ricerca a un dialogo più ampio con contesti africani e diasporici.

Lavora tra Italia e Senegal ed entra presto nel circuito internazionale, fino alla partecipazione alla Biennale di Venezia del 2022.

Diaw vive una spaccatura identitaria netta: italiana per lingua e formazione, “altra” per sguardo sociale; in Senegal è percepita come europeizzata, mentre in Italia mai completamente integrata nel tessuto collettivo, come spesso accade in questi contesti migratori.

Un’ambivalenza che è il nocciolo psichico della sua ricerca: il corpo diviene il punto caldo di irradiazione del suo destino artistico, crogiolo che conserva, compattati, appartenenza e rigetto, visibilità e negazione.

Dal periodo berlinese in poi, un elemento ricorrente nelle sue residenze e nei suoi progetti è la collaborazione con comunità e pratiche locali: spesso filma luoghi di partenza di migrazioni reali, come il distretto di Yarakh vicino a Dakar, utilizzando poi questi materiali nelle sue installazioni; in Senegal ha realizzato il progetto Dïàspora, coinvolgendo braiders ivoriane.
Il richiamo è quello degli antichi usi di tessitura legati alla sopravvivenza e alle vie di fuga dalla schiavitù.

Da questa usanza, dalla primordiale sapienza di mani che generano viluppi, Binta estrapola una delle sue orme distintive: i capelli, che, in quanto diretta prosecuzione del corpo, utilizza per occupare spazio, (ri)mettere radici.
Durante la tratta atlantica degli schiavi, molte donne nascondevano semi tra le trecce per custodire parte della loro terra, sapendo che i capelli sarebbero stati meno violati dei loro corpi.
Così quei semi attraversarono l’oceano e si dispersero nei continenti, come portati dal vento o dal volo degli uccelli.

Quelle trecce/tracce, in Binta, si fanno paradigmi in cui rizomi e germogli nidificano e che compongono grandi strutture intersecate che assumono le sembianze di sistemi arteriosi e agglomerati venosi di un immenso corpo astratto.
Estrae delicatamente elementi fondativi tradizionali e, riversandoli nel suo alambicco psichico, ne fa un distillato in cui risorgono macroscopici e spansi, come in un quadro di Domenico Gnoli.

Una delle sue opere più emblematiche è Chorus of Soil.

La matrice è lontana: a undici anni vede in un’enciclopedia l’immagine di una nave da schiavi settecentesca, la Brooks, correlativo oggettivo del dolore di corpi allineati, compressi e numerati.

La planimetria storica dell’imbarcazione è la matematica della brutalità, in cui l’ottimizzazione dello spazio si unisce alla razionalizzazione della “materia umana”.

Da ciò Diaw crea un’installazione ambientale composta da materia organica e semi che riproduce, in scala monumentale, la pianta della nave.

Il disegno, visto dall’alto, è reso con la terra: non c’è più il legno della nave né lo sciabordare del mare, perché lo sfruttamento oggi assume altre forme ma colpisce ancora gli stessi corpi, incurvati nei campi del sud Italia.

La scelta della terra è ambivalente: grembo e sepoltura, fertilità e abuso, bulbo e annullamento.

Ciò a cui penso è che il giogo dell’oppressione e della solitudine può rivelarsi anche in una sfolgorante cornice naturale come quella dei Caraibi, dove erano dirette le navi negriere inglesi, o nelle coltivazioni di clementine della Piana di Gioia Tauro, con il Mar Tirreno da un lato e l’Aspromonte dall’altro.

E che il sentimento di abbandono di questo mondo glaciale può essere riassunto in una piantina che spunta tenace da un mucchietto di terra in un museo.

 

Nelle foto:

1.Binta Diaw in Prada, fotografata da Szilveszter Makó nel suo studio a Milano
2. Durante l’allestimento della mostra “In Search of Our Ancestors’ Gardens”, Binta Diaw interviene sulla superficie delle stampe fotografiche con l’uso dei gessi colorati.
Foto: Olga Michahelles
3.La spiaggia nera. Veduta dell’installazione presso Prometeo Gallery Ida Pisani, Milano, 2022. Foto: Antonio Maniscalco
4.Binta Diaw, Chorus of Soil, 2023, veduta dell’installazione alla Biennale di Liverpool 2023. Foto: Mark McNulty.
5. Binta Diaw In Search of Our Ancestors’ Gardens, 2020 Veduta dell’installazione presso Galleria Giampaolo Abbondio. Foto: Antonio Maniscalco

 

Al Concordia il meraviglioso e bizzarro Regno di Oz

domenica 15 febbraio – ore 16
TEATRO CONCORDIA  Venaria Reale (TO)
IL MAGO DI OZ
Catapultata da un ciclone nel meraviglioso e bizzarro Regno di Oz, Dorothy, una ragazzina del Kansas, intraprende un viaggio alla ricerca del potente Mago che, forse, potrà aiutarla a
tornare a casa. Lungo la Strada di Mattoni Gialli, incontra tre compagni indimenticabili: uno Spaventapasseri che sogna un cervello, un Uomo di Latta che desidera un cuore, e un Leone che cerca il coraggio. Insieme affronteranno prove, magie e incontri sorprendenti in un mondo dove nulla è come sembra.
Un classico che ha conquistato generazioni di persone sia al cinema che a teatro torna a Torino grazie alla TMA Productions, che mette in scena al Teatro Concordia la prima data di un tour che toccherà le principali città italiane in autunno.

Io sono

La poesia di Graziella Provera

IO SONO

Non ho ali né piume
eppur sono uccello e farfalla,
s’innalza il mio volo
fino ai picchi innevati
e alle verdi colline
dove a mezzogiorno i campanili
tutti insieme suonano a festa.

Il mio viaggio mi porta lontano
a contemplar le macerie
lasciate da coloro che non riconoscono
se’ stessi nell’altro,
oltre l’illusione della forma.

Vedrò la Bellezza e l’orrore
camminar sulla Terra
tenendosi per mano
e saprò che Io Sono
questo cuore che batte,
Io Sono tutte le lacrime
che ho pianto,
Io Sono la Vita che non conosce
la morte.

11 Febbraio 2026

 

“Dialoghi senza parole” di Pier Tancredi De-Coll’

ARTE TRA I LIBRI: …e la mostra è anche on-line in PIEMONTE ARTE su www.100torri.it

Chieri – Libreria Mondadori-Centro Storico. Dal 20 febbraio al 22 marzo 2026

Continuano gli appuntamenti della rassegna “Arte tra i libri”, negli spazi della Libreria Mondadori – Centro Storico di Chieri, in Via Vittorio Emanuele 42 B, a cura di Piemonte Arte, la testata giornalistica settimanale di www.100torri.it.

Sabato 20 febbraio alle ore 18,00 sarà inaugurata la Mostra “Dialoghi senza parole” opere di Pier Tancredi De-Coll’.

La mostra presenta una selezione di opere recenti di Pier Tancredi De-Coll’ presentate dal critico Angelo Mistrangelo che scrive, tra l’altro:

Sospese in atmosfere immateriali le immagini di Pier Tancredi De-Coll’ rivelano la singolare interpretazione di una quotidianità rivisitata, di una sequenza di meditati e suggestivi interni e di una visione che si rinnova, di volta in volta, secondo un’attenta definizione della struttura compositiva.

Vi è in questa sua lettura della realtà la volontà di fissare un luogo della memoria, un silenzioso giardino o una natura morta, “Cuisine”, che occupano lo spazio con la sensibilità del dialogo che intercorre tra l’artista e gli oggetti, tra il fascino di un incontro e un accogliente salotto……

Maurizio Vitiello – Scrittore e critico

De-Coll’ motiva calibrati impianti, di mano sciolta ed esemplare, che colpiscono ed affasciano, nonché produce interessanti immagini, legate ad una dimensione d’affetti e d’intenti, e sistema e accorda elaborazioni equilibrate per un ventaglio prezioso di riassunti singolari e congruenze su cromatismi segnaletici.

Formula circostanze emotive con accordanti scatti. …

Paola Gribaudo  – Presidente dell’Accademia Albertina ed Editore d’Arte
Con all’attivo oltre mille libri curati  o editati so riconoscere quando ho a che fare con qualcosa di speciale.

Duccio Trombadori – Critico dell’Arte
….C’è un mondo di storia visiva e cultura depositata nell’espressione raggiunta da Pier Tancredi De-Coll’ che emerge appena la sua mano trova la più spontanea e versatile via d’uscita figurativa. Via d’uscita che non risponde tanto al connubio professionale di arte e tecnica, in cui Pier Tancredi è pure un virtuoso, quanto invece alla liberazione di un intenso dispositivo lirico che, come il manzoniano cielo di Lombardia, “è cosi bello quando è bello”….

tancredi

Pier Tancredi De-Coll’, torinese (classe 1959) è un pittore di impianto espressionista che si è formato frequentando l’atelier dell’artista torinese Serafino Geninetti.  Ha esordito come vignettista per i quotidiani Stampa Sera e La Stampa (1982-1995) con oltre 1.000 pubblicazioni.

Nel 1986, con lo scrittore Federico Audisio di Somma (Premio Bancarella 2002) ha realizzato il libro di disegni e poesie Femmes, Donne Elettriche con la prefazione di Gianni Versace.

Su questo percorso artistico è stato scritto il libro Pura Pittura (Gli Ori) curato dalla Presidente dell’Accademia Albertina Paola Gribaudo e scritto da Federico Audisio di Somma (presentato al Salone del Libro 2017). Nel 2018 la Città di Arezzo gli ha dedicato una mostra antologica presso la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, a cura di Liletta Fornasari .

Suoi lavori sono stati selezionati per il  Premio Sulmona, ricevendo nel 2022 la Menzione d’Onore della Giuria presieduta da Vittorio Sgarbi. Ha recentemente aderito alla corrente romana dell’Effettismo, promossa da Francesca Romana Fragale. E’ membro della Consulta dell’Accademia Italiana d’Arte e Letteratura.

Un suo lavoro è stato esposto nel 2024 alla Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, nell’ambito della prestigiosa mostra D’Annunzio e la Cina.

Sue opere sono esposte in permanenza presso numerose gallerie italiane e sul suo lavoro si sono espressi critici e personalità del mondo dell’ arte come Angelo Mistrangelo, Maurizio Vitiello, Liletta Fornasari, Cosimo Savastano, Paola Gribaudo, Vittorio Raschetti, Antonio Perotti, Duccio Trombadori.

 Zubin Mehta torna a Torino per la West-Eastern Divan Orchestra

Eccellenza artistica e impegno nella ricerca si incontrano sabato 21 febbraio alle ore 20.30 in un evento musicale che coinvolge tre importanti realtà del territorio piemontese. Il concerto si svolgerà presso l’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto e vedrà protagonisti Zubin Mehta e la West-Eastern Divan Orchestra. L’iniziativa nasce dalla coproduzione tra la Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica, con la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro nel ruolo di Charity Partner. La collaborazione riprende un modello già sperimentato con successo nel gennaio 2024, quando Riccardo Muti e la Chicago Symphony Orchestra furono protagonisti di un evento sold out che riunì per la prima volta i tre enti a sostegno della ricerca oncologica.

La serata segna il ritorno nel capoluogo piemontese, dopo oltre un decennio, di uno dei più grandi direttori d’orchestra contemporanei e rappresenta anche il debutto torinese della West-Eastern Divan Orchestra, ensemble fondato nel 1999 da Daniel Barenboim insieme allo studioso palestinese Edward W. Said. L’orchestra nasce come simbolo di dialogo e convivenza tra giovani musicisti israeliani, palestinesi e provenienti da altri Paesi del Medio Oriente.

Il programma musicale è stato realizzato nell’ambito di Lingotto Musica per la Comunità e rende omaggio a due pilastri del sinfonismo austro-tedesco, Ludwig van Beethoven e Franz Schubert, rafforzando inoltre la collaborazione tra Lingotto Musica e MITO SettembreMusica.

“Siamo davvero onorati di ospitare a Torino un professionista di fama internazionale come il maestro Zubin Mehta e una realtà come la West- Eastern Divan Orchestra, che coniuga la grande qualità artistica con lo straordinario esempio di dialogo tra giovani musicisti provenienti da Paesi diversi del Medio Oriente, che la compongono – ha dichiarato il Sindaco della Città di Torino Stefano Lo Russo. “ Uno spettacolo che conferma ancora una volta l’eccellenza culturale del programma di Lingotto Musica, qui in collaborazione con la Fondazione per la Cultura di Torino, e l’impegno sociale della nostra città con il coinvolgimento della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, Charity Partner dell’evento”.

“Accogliamo con grande orgoglio il ritorno del maestro Zubin Mehta dopo sedici anni dalla sua ultima presenza nelle nostre stagioni – afferma Paola Giubergia Presidente di Lingotto Musica.
“Un evento di portata artistica assume un significato ancora più profondo grazie alla collaborazione con la Fondazione per la Cultura Torino e alla presenza della Fondazione per la Ricerca sul Cancro come Charity Partner. Attraverso Lingotto Musica per la Comunità vogliamo che i grandi concerti diventino occasione concreta per promuovere cause di valore sociale, unendo la qualità musicale alla responsabilità verso il territorio che caratterizza la nostra missione di ente del terzo settore”.

“La grande musica è ancora una volta al fianco della ricerca sul cancro- ha sottolineato Allegra Agnelli, Presidente della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro – “ Per noi questo evento ha un significato davvero speciale perché si svolge nell’anno che celebra i 40 anni dalla nascita della Fondazione Piemontese per al Ricerca sul Cancro. Siamo legati al maestro Zubin Mehta fin dal 1994 quando decise di sostenere l’Istituto di Candiolo con un concerto memorabile al Teatro Regio. Ringraziamo Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica per l’opportunità di raccontare e dare visibilità all’impegno quotidiano di tutti i professionisti dell’Istituto di Candiolo IRCCS, dove cura e ricerca si intrecciano per dare speranza ai pazienti, rafforzando l’unione tra cultura e scienza”.

Il concerto si aprirà con l’Ouverture “Leonore” n. 3 op. 72 b di Ludwig van Beethoven, pagina intensa e drammatica composta per la seconda versione del Fidelio. Scritta nel 1806, l’ouverture riassume in forma sinfonica i temi centrali dell’opera: la lotta per la libertà, la fedeltà coniugale e l’affermazione della giustizia.

Seguirà la Sinfonia n. 8 in fa maggiore op. 93, composta da Beethoven nel 1812 negli stessi anni della monumentale Settima Sinfonia. L’Ottava si distingue per un carattere più contenuto e brillante, caratterizzato da ironia e leggerezza che richiamano il classicismo di Haydn, pur mantenendo l’energia tipica del linguaggio beethoveniano.

La serata si concluderà con la Sinfonia n. 9 in do maggiore D 944 “La Grande” di Franz Schubert, considerata una delle massime espressioni del sinfonismo romantico. Completata nel marzo 1828, pochi mesi prima della morte del compositore, la partitura fu scoperta da Robert Schumann circa dieci anni dopo e venne eseguita per la prima volta sotto la direzione di Felix Mendelssohn nel 1839. Il titolo “grande” serve a distinguerla dalla precedente Sinfonia n. 6, anch’essa in do maggiore, ma sottolinea soprattutto l’imponenza della struttura e l’ampiezza del respiro melodico.

I biglietti sono disponibili su Anyticket oppure presso la biglietteria del Centro Commerciale Lingotto esclusivamente il giorno del concerto, dalle 18 alle 20.30, in via Nizza 280/41 a Torino.

Mara Martellotta

“La materia delle forme”. Edward Weston a Camera

Approda in Italia, negli spazi di Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, l’importante mostra dedicata al celebre fotografo statunitense Edward Weston, intitolata “La materia delle forme”.

L’esposizione, curata da Sergio Mah e organizzata dalla Fundación Mapfre in collaborazione con Camera Torino, sarà visitabile fino al prossimo 2 giugno. Dopo le tappe di Madrid e Barcellona, la mostra arriva per la prima volta nel nostro Paese, offrendo un ampio approfondimento sull’opera di uno dei protagonisti assoluti della fotografia moderna. La mostra propone una lettura articolata dell’eredità lasciata da una delle figure più influenti della fotografia nordamericana, il cui lavoro rappresenta un significativo contrappunto estetico e concettuale al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee.

Il percorso espositivo presenta 171 immagini, molte delle quali vintage, configurandosi come una vasta antologia che attraversa tutte le fasi della produzione artistica di Weston, nato in Illinois nel 1886 e scomparso in California nel 1958. La rassegna include inoltre una selezione delle prime edizioni dei libri pubblicati dall’autore durante la sua carriera. Completa il percorso il cortometraggio The Photographer, diretto da Willard Van Dyke nel 1948, che documenta l’ultima fase dell’attività di Weston, offrendo uno sguardo ravvicinato sul suo metodo di lavoro e sul suo processo creativo.

Il percorso ricostruisce l’evoluzione della ricerca fotografica di Weston a partire dagli esordi, caratterizzati da un linguaggio vicino all’impressionismo e al pittorialismo. In questa prima fase, l’autore si concentra su temi pastorali, ritratti espressivi e su un uso morbido della messa a fuoco e delle ombre, rivelando già un forte interesse per la fotografia come forma autonoma di espressione artistica.

Determinanti per la sua maturazione furono i soggiorni in Messico tra il 1923 e il 1926. In questo periodo Weston ampliò il proprio repertorio tematico, abbandonando definitivamente il pittorialismo e sviluppando uno stile fondato su rigore tecnico, precisione formale e attenzione compositiva. L’artista maturò la convinzione che l’essenza della fotografia risiedesse nel momento dello scatto e nella capacità di osservare e selezionare, trasformando soggetti ordinari in immagini di straordinaria intensità visiva.

Successivamente Weston realizzò importanti serie dedicate al nudo, in cui il corpo umano viene concepito principalmente come forma. Emblematiche sono le opere del 1936, nelle quali la sensualità nasce dal dialogo tra linee, volumi, contorni e giochi di luce, più che da una dimensione narrativa o psicologica.

Dal 1927 l’autore si dedicò anche alle nature morte, attraverso le quali ricercò l’essenza senza tempo degli oggetti naturali, mettendo in risalto le potenzialità percettive del mezzo fotografico. In immagini celebri come Peperone n. 30, il soggetto assume le sembianze di un corpo umano colto di spalle, mentre opere come Conchiglia e Foglia di cavolo trascendono la dimensione dell’oggetto quotidiano per trasformarsi in protagonisti assoluti della scena.

A partire dalla fine degli anni Venti, il paesaggio diventa centrale nella sua produzione. Weston fotografa i vasti territori dell’Ovest americano — deserti, coste e parchi naturali — privilegiando luoghi incontaminati e privi di presenza umana. Le sue immagini restituiscono una visione epica e contemplativa della natura, attenta alla luce, ai fenomeni atmosferici e alla morfologia del territorio. Le fotografie realizzate nella Death Valley, ad esempio, perseguono finalità artistiche piuttosto che documentarie. Negli anni Quaranta il suo immaginario assume toni più malinconici, con immagini legate ai temi della decadenza e della morte.

A Point Lobos Weston individua infine una natura primordiale e vitale, capace di sostenere uno sguardo rinnovato sul mondo naturale, al tempo stesso concreto e metafisico.

Pioniere di una visione rigorosamente moderna, Weston scelse la fotocamera a grande formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito a un profondo legame con luce, forma e natura, ha dato vita a un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. La sua opera, profondamente radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

Camera – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, Torino
www.camera.to

Mara Martellotta

Elena, la piccola torinese che morì sola ad Auschwitz

 

Martedì 17 febbraio, alle ore 18, lo spazio incontri del Polo del ‘900 di Torino ospiterà la presentazione del libro di Fabrizio Rondolino “Elena. Storia di Elena Colombo. Una bambina sola nella Shoah”. L’evento è promosso dalla sezione Anpi “Giambone” di Torino Centro in collaborazione con Istoreto e Unione Culturale Antonicelli. Nell’occasione dialogherà con l’autore la direttrice dell’Istoreto, Barbara Berruti. La storia narrata nel libro rappresenta un caso particolare che ebbe inizio il 9 dicembre 1943 con l’arresto della famiglia Colombo a Forno Canavese dove si era rifugiata in seguito all’8 settembre e alla spietata caccia all’ebreo messa in atto da nazisti e fascisti. Ma mentre i genitori, Sandro e Wanda, vengono immediatamente trasferiti in carcere a Torino, la figlia Elena, una bambina di dieci anni ( ne avrebbe compiuti undici a giugno) venne affidata dalle SS a una famiglia di amici, i De Munari. “Un caso pressoché unico nella storia della deportazione italiana – come sottolinea Rondolino – poiché le famiglie erano sempre arrestate e deportate in blocco, dai nonni ai neonati. Quel giorno a Torino accadde qualcosa di incredibile. Elena si separa dai genitori convinta di rivederli presto, Sandro e Wanda la salutano convinti di averla messa in salvo”. Ma il destino sarà ben diverso: i genitori vengono infatti inviati ad Auschwitz dove arrivano il 6 febbraio 1944. Wanda è fra le quasi trecento donne che, caricate sui camion, sono subito condotte alle camere a gas di Birkenau. Sandro invece muore il 25 marzo 1944, cinquanta giorni dopo l’arrivo ad Auschwitz: era stato portato a Birkenau per essere ucciso il giorno stesso nelle camere a gas. La piccola Elena rimase invece a Torino e visse per tre mesi e mezzo con quella famiglia. Il 9 marzo i tedeschi la prelevarono, portandola all’Istituto Charitas dove venne arrestata dalle SS il 25 marzo 1944, esattamente lo stesso giorno in cui suo padre veniva spinto nella camera a gas. Il giorno successivo venne caricata su un treno e portata nel campo di concentramento di Fossoli (Modena) dove rimase fino al 5 aprile 1944 quando partì per il suo ultimo viaggio verso Auschwitz. Morì sola, “sostenuta dalla speranza, alimentata dai suoi carnefici, di rivedere la mamma e il papà”. Molti anni dopo, Fabrizio Rondolino ricevette una e-mail dal Museo Diffuso della Resistenza di Torino: stavano preparando la posa di alcune pietre d’inciampo e avevano ritrovato, tra le carte della Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, una lettera scritta nel maggio 1946 da Marcella Colombo. Era una richiesta di aiuto per avere informazioni sulla sorte di suo fratello Sandro, di sua moglie Wanda e della loro figlia perché, scriveva, che non avevano mai più avuto notizie della bambina. Fabrizio Rondolino è partito da lì per ricostruire la breve vita di Elena, cugina prima di suo padre, l’unica bambina ebrea italiana che – come apprese durante le indagini – ha affrontato da sola l’arresto, la detenzione e la deportazione. È un percorso che attraversa archivi, testimonianze, vecchie foto, nomi quasi dimenticati. Un viaggio dentro la propria storia familiare alla ricerca di ciò che del passato continua a vivere, fosse anche solo un nome da ricordare. Oltre al libro, la memoria di Elena è impressa nel selciato al numero tre di via Piazzi a Torino dove sono state poste tre pietre d’inciampo per lei e i genitori; a Forno Canavese, dove le è stata intitolata la scuola primaria, e a Rivarolo Canavese dove è un’ area giochi a portare il suo nome.

Marco Travaglini

Al teatro di Bosconero Neil Simon: “Un giardino di aranci fatti in casa”

Al teatro di Bosconero, in provincia di Torino, venerdì 13 febbraio prossimo andrà in scena la commedia “Un giardino di aranci fatti in casa”, tratta da un testo di Neil Simon, uno dei più amati rappresentanti del teatro contemporaneo. Si tratterà di una serata all’insegna del sorriso intelligente e della comicità agrodolce, che da sempre contraddistingue la penna del celebre drammaturgo americano.

Ambientato in un contesto familiare, apparentemente ordinario, la commedia mette in scena personaggi vividi e profondamente umani, alle prese con fragilità, speranze, incomprensioni e slanci d’affetto. I dialoghi sono serrati, le situazioni paradossali e la comicità non è mai fine a se stessa. Neil Simon accompagna il pubblico in uno spettacolo divertente e toccante, capace di far ridere e riflettere al tempo stesso. “Un giardino di aranci fatti in casa” tratta i  temi dei legami, della crescita e di quella sottile linea che separano il disincanto dalla tenerezza. Si tratta di una storia in cui l’ironia diventa strumento di racconto dei difficili legami umani, e la necessità universale di sentirsi accolti. Tra gli interpreti, Marco Costantini, Antonella Calderola e Martina D’Antoni.

Teatro Civico di Bosconero – via Villafranca 5, Bosconero – Officina dell’arte – biglietti: 10 euro – info: 389 3126525 – 328 2198601

Mara Martellotta

San Valentino e Carnevale a Teatro… in alta quota

Al Cinema-Teatro “San Sipario” di San Sicario Alto, l’Amore si festeggia con l’Opera Pop e il Carnevale con lo show del “Mago J”

Sabato 14 e domenica 15 febbraio, ore 21 e 18,30

San Sicario Alto – Cesana Torinese (Torino)

Sarà un tantino freddo, di sera, agli oltre duemila metri della bella San Sicario, in Alta Valle Susa, ma, è ben risaputo, l’Amore (quello con la “A” maiuscola) riscalda i cuori … e forse anche le membra (più o meno), così anche “in alta quota” sarà dato di doverosamente celebrare la Festa di “San Valentino”. Tanto più se detta Festa si terrà al calduccio del Cinema-Teatro “San Sipario” che, per l’occasione, offrirà alle “coppiette” e (per carità!) a tutti gli appassionati di teatro, magari dopo un’intensa giornata sulle nevi, un’esperienza dal fascino inedito e sorprendente.

Sabato 14 febbraio, alle 21, il sipario del “Teatro” di San Sicario Alto, si alzerà infatti su “Opera Pop: Elisir d’Amore”, un’originale produzione della Compagnia torinese “Casa Fools” scritta e interpretata da Luigi Orfeo, attore e regista napoletano, fondatore nel 2005 della stessa Compagnia “I Fools”. Inserita nella mini rassegna del Comune valsusino, la serata è organizzata da “Onda Larsen”, in collaborazione con l’Associazione “Non Solo Neve”, partner del progetto. E quale occasione migliore della “Festa degli Innamorati” per lasciarsi liberamente trasportare dalle note di Gaetano Donizetti in un viaggio appassionato attraverso una delle opere liriche più romantiche di sempre?

In una narrazione serrata di cinquantacinque minuti, Luigi Orfeo mette in scena un riadattamento giocoso che intreccia le celebri vicende di Adina e Nemorino a un mix eclettico di “linguaggi teatrali”: dalla pura narrazione alle più fantasiose “giullarate” e al teatro di figura, dove anche le “marionette” diventano protagoniste insieme ai brani musicali più iconici che hanno fatto la storia della lirica.

Spiegano gli organizzatori: “L’unicità di questo appuntamento di San Valentino risiede nella capacità di Orfeo di agire come traghettatore culturale e sentimentale”. Durante la performance, l’interprete coinvolge il pubblico, spiegando con brio e semplicità i segreti dell’orchestra e le ragioni profonde che rendono l’“Elisir” un capolavoro immortale del celebre compositore bergamasco. Gli spettatori non sono dunque semplici osservatori, ma vengono “accompagnati per mano” nel cuore dell’opera, mentre Orfeo interpreta, con rara maestria, ogni elemento della scena: dai personaggi al coro, fino alla scenografia e alla maestosità del sipario “bordò”“Lo spettacolo è davvero un invito a riscoprire la magia della lirica in una chiave ‘pop’ e coinvolgente, perfetta per chi desidera vivere la sera del 14 febbraio tra arte, sorrisi e l’eterno incanto dell’amore”.

Tutto questo il sabato sera, in onore di un colto, ma senza esagerare, “San Valentino” da trascorrere sulle nevi di casa.

E il “Carnevale”? Tranquilli! Ancora una volta, in quel di San Sicario Alto, c’è sempre la coinvolgente magia del Teatro a venirci in soccorso, con la proposta di un tardo pomeriggio di giochi e di festa, in compagnia di tutta la famiglia, con bambini (soprattutto bambini) a seguito.

Domenica 15 febbraio, infatti, sempre il “Cinema-Teatro Sansipario”a partire dalle 18,30, ospiterà “Mago J Show”, spettacolo scritto e realizzato dal piemontese “prestigiatore anomalo” Jefte Fanetti, artista poliedrico con oltre venticinque anni di esperienza maturata tra “magia comica”, “ mimo”, “circo contemporaneo”, “teatro di strada e acrobatica”. Multiforme combinazione professionale, tutta riversata e ben visibile ed apprezzabile in quel suo “Mago J Show”, che ha già superato il prestigioso traguardo delle 1500 repliche, confermandosi come un “piccolo classico” del teatro per l’infanzia capace di incantare un pubblico “dai tre anni in su”“In sessanta minuti di ritmo serrato, Fanetti, più simile a un maldestro ‘merlo’ che al leggendario ‘Merlino’, costruisce un mondo dove, come accade a Carnevale, l’impossibile diventa quotidiano e dove la comicità nasce dall’errore, dalla sbadataggine e dalla meraviglia”.

Anche qui, il pubblico – dai bimbi, ai genitori e a parentela varia della più varia età – non è mai “semplice spettatore”, ma il vero “motore dell’azione”, fra continui “colpi di scena” e “scoperte inaspettate”. “Attraverso il gioco e l’ironia, lo spettacolo conduce verso un finale poetico e divertente in cui si scoprirà che, in fondo, i piccoli spettatori possiedono un potere magico superiore a quello del ‘Mago J’ stesso. Un appuntamento imperdibile per festeggiare il carnevale tra le montagne”.

Per info: “Onda Larsen”; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

g.m.

Nelle foto: Scene da “Opera Pop. Elisir d’amore” e “Mago J Show”