Alla Swann Art Gallery, sino al 30 maggio
Da un po’ di tempo si va per gallerie e ci s’imbatte sempre in lei, che è vigile, fruttuosa, colma di esperienza e giovanile al tempo stesso, auspicata e coltivata dagli artisti sotto diverse forme, sotto colori e stesure che non possono essere che molteplici, secondo il personale sentire e gli affetti e gli anni che l’hanno ristabilita. La memoria. Richiamata davanti a ogni tela, un vis à vis a cui non si può sfuggire, continuo, quasi una irrinunciabile “udienza” – “è mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle”, scriveva l’antico scrittore, e qui cambia dopo decenni chi ne gode e il mezzo – a quanto ci ha circondato, ai ricordi, ai panorami, alla “memoria della casa di vacanza dell’infanzia”, alle sagome, magari oggi distorte, in cui ci si è imbattuti, alle stanze, agli angoli nascosti, alla penombra che abbiamo attraversato e a quella natura che abbiamo toccato. Un fondale, un teatro che torna a visitarci, con le sue delimitazioni, una sorta di mistero che si risolleva da tutto quel buio, affatto pauroso e che sino a un attimo prima ci ha circondato, che sta al di là di una siepe più o meno compatta, più o meno difficile da oltrepassare.
Anche la pittura di Alberto Reviglio – circoscritta in quel “Giardino notturno” che sino al 30 maggio la Swann Art Gallery propone, a cura di Riccardo Dellaferrera – nasce da quel guardare oltre la siepe, dall’attraversare il mare di buio, dall’esplodere dei tanti spazi cromatici che invadono le sue tele. Una parte soltanto di una attività estesa, perché Reviglio è felicemente questo e molto altro ancora. Poliedricamente, dal 1984 lavora come grafico, poi guarda a numerosi progetti nel campo dell’editoria, dell’architettura, del design, dello spettacolo; per avvicinarsi immediatamente dopo come autodidatta alla pittura, pastelli, olio, acrilici e collage, non dimenticando quella grande passione che è la fotografia che s’allarga a quella digitale – impalpabili e quasi commoventi le solitudini e i ricami di certi alberi, ad esempio, il trattamento della luce, il bianco e nero o i colori, certe risoluzioni, certi coloriture acquisite che sanno di magico e di mondo sospeso: magari il materiale per un’altra mostra -: e sono mostre, conferenze, direzioni e coordinamenti artistici, video e progetti per libri, laboratori e decorazioni d’interni.
In questo riaffiorare allo sguardo del visitatore, gli acrilici di Reviglio si fanno suggestive simbologie, dove un già impercettibile realismo lascia definitivamente il posto a esiti informali: “è come se, nel buio della tela – sottolinea Dellaferrera -, emergessero frammenti di natura che tentano di rischiarare il mistero, riflessi di un pensiero nutrito nel tempo da suggestioni letterarie e filosofiche che inevitabilmente ci trasportano nel pensiero romantico saldamente ancorate ai fondamenti dell’ontologia occidentale.” Molte tra le opere esposte arricchite di “un vissuto” che si è concretizzato in tecniche miste e soprattutto nella scoperta di vari collage, è come addentrarsi all’interno di una foresta e, sollevando ramo dopo ramo, svelare mondi del tutto inaspettati. Brani d’articoli, titoli che pur camuffati finiscono col campeggiare, immagini scovate tra quotidiani e rotocalchi, un angolo leonardesco che ti metti a sviscerare, oppure ampie macchie di colore che sono come quinte teatrali, che abbracciano altri colori, il rosso sfacciato e vivacissimo o il blu fatto di ombre e di luci che carezzano, che sono la protezione di un violaceo giglio fiorentino. Sono certi cunei rossastri a interessare con un loro personale fascino, sciabolate di luce che entrano tra la selva di violacei e di verdi e di blu e azzurri intensi, sono quei “fiori indicibili” a insinuarsi, a ritagliarsi spazi di vita, a emergere dall’oscurità – che “non viene negata né dominata, ma abitata” – di una grande caverna, in maniera immediata e frastagliata, sono quelle forme informi a colpire l’attenzione, di fiori, d’animali, d’irrisolte maschere di antiche civiltà.
Come, con le vaste dimensioni e con il suo cuore intimo, colpisce il collage su tela dal titolo “Agnus Dei – Gaza” (2025), un angolo a sé, dove con la stesura s’imprime nella memoria il sottotitolo “Tears”, nel momento in cui le lacrime affondano nelle immagini rossastre di quell’inferno, ognuna da scoprire, dolorose e pulsanti, ravvicinate a quei riquadri neri che stanno a significare la nostra a tratti completa indifferenza, a cui si sovrappongono, come una fitta rete, in grandioso allineamento, fascette cartacee di uso domestico, anch’esse diversamente arrossate, specchio del nostro più o meno autentico interessamento, di una più o meno vana partecipazione, di una crudeltà e di un dolore che troppo spesso stingono.
Elio Rabbione
Nelle immagini, alcune opere di Alberto Reviglio presentate nella mostra “Giardino notturno”, in ultimo “Agnus Dei – Gaza (Tears)”.



