Hai cercato franco tosi - Il Torinese

franco tosi

160 result(s) found.

Le astrazioni pittoriche di Franco Tosi in mostra

“Insight – Inside”, alla torinese Galleria “metroquadro” e presso “NH Hotel Santo Stefano” Porta Palatina

Fino al 18 dicembre / Fino al 9 gennaio 2022

“I miei quadri sono stati dipinti utilizzando la scala dell’esistenza e non quella istituzionale”: così diceva il grande Marck Rotcko, pittore statunitense di origine lettone (morto suicida nel 1970) e padre riconosciuto del “Color Field Painting” – pittura come “campo colorato”. Spazi astratti di colore vibrante in cui non v’è traccia di figure umane, ma solo “estasi” totale. Tragedia ed estasi. Arte come vita. Colori come ali essenziali a viaggi verso emozioni assolute. Parole e dimensioni in cui penso possa ben riconoscersi Franco Tosi, bolognese d’adozione (ma nato a Magenta nel ’62), cui la Galleria “metroquadro” di Marco Sassone dedica oggi in contemporanea, a quattro anni dalla sua ultima personale a Torino, due mostre dai titoli estremamente chiari e significativi: l’una “Insight” ospitata nella Galleria di corso San Maurizio e l’altra “Inside” presso gli spazi dell’“NH Hotel Santo Stefano” di via Porta Palatina. La rassegna si articola in tre sezioni: dalle distese di colore della serie dei “Landscapes”, di grandi dimensioni, ai più piccoli “Scratched Fields” fino alla certosina moltiplicazione cellulare della serie cosiddetta delle “Mitosi”. Scive Marco Sassone: “Le tre serie vivono indipendenti, ma tutte e tre si intrecciano nel tentativo di rappresentare le gioie ed i tormenti di quel mistero che è la vita”. In parete troviamo opere, quasi tutte di grandi dimensioni, votate ad una cifra astratta assolutamente controllata (pur con qualche “sgarbo” emotivo) nei ritmi cromatici, logica e analitica all’eccesso, dai verdi più o meno intensi agli azzurri sfumati in un chiaro-scuro che domina le campiture di colore dilatate sulla totalità della tela. L’artista si è diplomato a Bologna all’Istituto “IASA – Istituto per le Arti Sanitarie Ausiliarie” e proprio questo tipo di studi deve averlo indirizzato a concepire il lavoro pittorico come strumento di indagine introspettiva in grado di avvicinare l’artista all’osservatore, nella comune speranza di trovare un senso all’esistere. Ciò che gli interessa non sono dunque, per citare ancora Rotcko, “i rapporti di colore, di forma o di qualsiasi altra cosa, ma solo esprimere le fondamentali emozioni umane”. Introspezione ed interiorità sono, infatti, il leitmotiv dell’intera mostra. “Un modo differente di guardarsi dentro – racconta lo stesso artista – dove il romanticismo dei landscapes , con campiture graffiate e tenui, a loro volta diventano il fluidificante nel quale nascono e si moltiplicano grappoli di cellule. La parte romantica lascia spazio alla ragione, soggettivo e oggettivo si incontrano in un gioco di ruoli dove nulla è più definito”. E allora quegli indefiniti totalitari spazi cromatici vanno a nascondere una singolarissima analisi interiore. Un gioco non semplice di anima e cuore che tende (ci riuscirà?) a coinvolgere e a concepire in un tutt’uno artista e spettatore. Davanti a uno specchio che spesso riflette “le debolezze dell’Io, in una continua ricerca di sé stessi e la paura, forse, di non trovarsi”. O, peggio di trovarsi.

Gianni Milani

 

“Insight – Inside”

Galleria “metroquadro”, corso San Maurizio 73/F, Torino, tel. 328/4820897 o www.metroquadroarte.com

Fino al 18 dicembre

Orari: dal giov. al sab. 16/19

NH Hotel Santo Stefano, via Porta Palatina 19, Torino; tel. 011/5223311 o www.nhsantostefano@nh-hotels.com

Fino al 9 gennaio 2022

 

Nelle foto

–         “Landscape”, oil on dibond, 2020

–         “Landscape – Azzurro”, oil on canvas, 2013

–         “Mitosi #11”, olio on canvas, 2014

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

La marea nera – Il Generale Dalla Chiesa e sua figlia – Lettere

 

La marea nera
Il quotidiano “La Stampa “ha denunciato la presenza di una “marea nera” che invade Predappio, il paese dove nacque e dove è sepolto Mussolini. Di passaggio per andare in vacanza al Conero qualche anno fa mi fermai anch’io a Predappio e andai a visitare la tomba del duce.

Notai le ragnatele alle pareti e come essa fosse mal tenuta. Rilevai la presenza di pochissime persone a visitare la tomba, fra cui qualche turista straniero. C’erano già le botteghe con le bottiglie di vino con l’etichetta riproducente Mussolini e tanti souvenir: tanta paccottiglia di pessimo gusto. Oggi apprendiamo che c’è una marea nera che invade Predappio in occasione del centenario della marcia su Roma. Se questo fatto costituisce apologia del fascismo bisogna porsi alcuni interrogativi:  come mai questo accade? E’ un reato andare a Predappio? Siamo seriamente di fronte ad un pericolo fascista?  Se a cento anni di distanza c’è gente nostalgica della camicia nera, bisogna chiedersi se non abbiano responsabilità dirette e indirette le istituzioni e le scuole che non hanno formato una coscienza democratica adeguata. C’è anche da domandarsi se il mondo antifascista abbia saputo muoversi con accortezza se davvero esiste in Italia un pericolo fascista… Ma se c’è gente che dedica il suo tempo di ferie per recarsi a Predappio non possiamo neppure impedire l’accesso al cimitero dove è sepolto il duce. Forse certi autori come Scurati con le loro esagerazioni politiche e il loro astio pregiudiziale e antistorico hanno contribuito a provocare reazioni opposte a quelle desiderate. In ogni caso se la marea nera e’ un pericolo per la democrazia ci sono molte strade percorribili, dalla legge Scelba alla legge Mancino. Partano le denunce e la Magistratura sanzioni eventuali reati di apologia del passato regime con tutto il rigore necessario. Ma non basterà comunque nessuna repressione a scardinare delle nostalgie che riguardano ormai quasi esclusivamente gente che non ha potuto anagraficamente essere fascista. Forse bisogna interrogarsi se sia lecito pensare in modo opposto o anche solo diverso alla maggioranza degli italiani.  Il diritto a dissentire è una caratteristica di ogni vera democrazia. I reati di opinione in un regime libero non dovrebbero esistere.  Se essi diventano una minaccia alle libere istituzioni, il Governo affronti il rischio di cadere nel ridicolo e faccia controllare Predappio manu militari, se necessario ricorrendo anche alle leggi…fasciste. Se esiste la marea nera che può assediare la Repubblica, non bastano gli articoli di giornali, ma occorre trarne le dovute conseguenze. In ogni caso dei nostalgici del passato ci saranno sempre e non si può obbligare tutti a uniformarsi anche nel modo di pensare perché, se fosse ritenuta necessaria una rieducazione forzata, saremmo già in un regime certamente ne’ libero ne’ democratico.  Non a caso il mondo antifascista più intelligente ed avveduto non ha dato seguito alla denuncia del quotidiano diretto da Giannini che ha stravolto la linea sia pure debolmente liberale del passato, rendendo il giornale assai simile all’”Unita ‘ “ di Pajetta .

Il Generale Dalla Chiesa e sua figlia
La Rai avrebbe avuto in programma di mandare in onda una fiction sul Generale Dalla Chiesa a quarant’anni dalla sua uccisione da parte della mafia il 3 settembre 1982. E’ un atto dovuto rendere onore a Dalla Chiesa. L’Università di Roma e l’ Arma dei Carabinieri il 5 settembre ricorderanno solennemente l’uomo che sconfisse il terrorismo armato che stava minando le libere istituzioni. La Rai ha rinviato la fiction in base ad una strana interpretazione della par condicio in seguito alla candidatura della figlia del Generale Rita quasi ci fosse un nesso tra il padre e la figlia che francamente ci sfugge, se non fosse per il fatto che Rita non è stata incoerente come suo fratello Nando buttatosi a sinistra a fianco di Leoluca Orlando Cascio. Se fosse stato candidato Nando Dalla Chiesa sicuramente nessuno in Rai avrebbe rinviato la trasmissione. Il 3 settembre avremo modo di vedere su canale 5 la vecchia serie dedicata a Dalla Chiesa. Forse anche in questo caso ci dovrebbe essere qualcuno a vietare la riproposizione dei filmati per una par condicio tra le reti.

.

LETTERE  scrivere a quaglieni@gmail.com

Vittoria Ronchey
Ho letto il suo ricordo di Vittoria Ronchey, l’autrice di “ Figlioli mei marxisti immaginari” che denunciò con coraggio i terribili anni della contestazione che Capanna definì formidabili. Lei è stato tra i pochi a scriverne, mettendo in luce la coerenza di questa straordinaria donna che fu moglie di Alberto Ronchey. Io ho proposto all’associazione ex allievi del mio liceo di ricordarla, ma temo che anche questa volta il presidente del liceo degli asterischi intitolato a Cavour avrà qualcosa da obiettare anche se e ‘ troppo vecchio per essere stato un sessantottino.      P.E.

.
La ringrazio. Io non so cosa faranno altri, ma le assicuro che Vittoria Ronchey verrà ricordata al Centro “Pannunzio”, magari in collaborazione con qualche scuola che non abbia presidi reduci del’68.

.

La cultura ad Albenga

Caro professore,
L’ho seguita nel suo tour ligure ed apprezzo sempre le sue conferenze . Peccato che ad Albenga non parli più con la stessa assiduità del passato. Ho letto che l’associazione “Fieui di Carugi “ sembra stia per sciogliersi. Finalmente una forma di arroganza presuntuosa avrà termine. Ad Albenga si sono fatti costruire due – dicasi due – monumenti con la fionda di legno, il simbolo dei teppistelli di provincia che tirano ai lampioni e ai nidi di uccelli. Ogni amministrazione civica e’ stata vergognosamente succuba di questa associazione un po’ populistica e “lobbistica“ che non ha mai varcato la cinta daziaria di Albenga come notorietà. Adesso si lamentano di essere trascurati, mentre sono stato sempre vezzeggiati. Il Dlf di Albenga protagonista vero per tanti anni della cultura ingauna, è stato addirittura multato per i manifesti affissi che annunciavano manifestazioni patrocinate dal Comune, mentre un libretto del portavoce dei Fieui ha potuto essere pubblicizzato di recente in ogni dove. E adesso si sentono anche stanchi e offesi, questi bizzarri personaggini, fans di De André e di don Gallo, quello che esaltava Giuliani.
Hanno portato Albenga in un vicolo cieco nella battaglia per il pronto soccorso che Toti ha chiuso ed oggi restano solo le lenzuola stinte messe in ogni dove che hanno leso l’immagine turistica di Albenga. Un disastro totale per la città delle Torri. Se sono stanchi, si riposino e si tolgano dai piedi con le loro fionde incredibilmente molto simili a delle corna bellicose. Le fionde sono simbolo di violenza, come scriveva il poeta Quasimodo.             Tino Rizzo

.
Sono distante da quel sodalizio che alcuni apprezzano e non so darle un giudizio su di loro . Un dato di fatto va comunque ricordato: senza il sostegno di Antonio Ricci che un po’ rimpiange legittimamente la sua giovinezza nei carugi di Albenga ,non sarebbero nulla . Forse ci sarebbe da domandarsi se davvero meritino la stima generosamente riposta in loro dal grande Ricci , un uomo davvero fuori ordinanza. Nella battaglia sul Pronto Soccorso Ricci non li ha sostenuti e questo è un dato significativo. La cultura ad Albenga è l’Istituto di studi liguri fondato da Nino Lamboglia e presieduto dall’avvocato Costa. E’ palazzo Oddo presieduto dal medico umanista Pirino. E ci fermiamo qui.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Orsini da Turati a Putin – Una mostra importante sull’Esercito nella guerra di Liberazione – Lettere

Orsini da Turati a Putin

Alessandro Orsini, attuale professore associato di sociologia alla Luiss, e’ diventato famoso in Tv per le sue polemiche in difesa di Putin. Il suo non è realismo machiavelliano come vorrebbe far credere, ma sociologismo assai poco scientifico nel quale si confondono le opinioni personali con la scienza politica. Io non intendo unirmi al coro di quelli che hanno richiesto di radiarlo dalla Tv, se non dalla comunità scientifica. In una libera democrazia occorrono gli Orsini perché è l’antitesi che anima il confronto democratico, altrimenti diventa una finzione.  Non ho mai avuto fiducia nella sociologia che per me non e’ una scienza vera. Con il mio amico, il famoso sociologo Filippo Barbano, ne ho discusso spesso, restando fermo nella mia idea. Diffido dei sociologi, gli storici sono incompatibili con certe sbornie sociologiche, come scriveva Francesco Compagna sul “Mondo”.  Le idee di Orsini non hanno un fondamento scientifico. I suoi oppositori intolleranti gli hanno dato una notorietà che forse non avrebbe mai raggiunto.  Ho avuto rapporti cordiali con Orsini nel 2012 quando pubblico’ un libro su Turati e Gramsci che venne boicottato in una maniera indegna. Il suo libro venne pesantemente censurato come solo i gramsciani sanno fare. e fui tra i pochi a scriverne. Il libro metteva in evidenza la figura dimenticata e demonizzata di Filippo Turati, padre del socialismo riformista italiano ,confrontandola con quella di Gramsci che è stata mitizzata e strumentalizzata dal PCI e da Togliatti .Mi domando come Orsini possa aver dimenticato la lezione di Turati ed essersi infatuato di Putin . Fermo restando che difenderò sempre il diritto di Orsini di dire liberamente ciò che pensa.

.

Una mostra importante sull’Esercito nella guerra di Liberazione

E’ ancora visitabile oggi, primo maggio, la bella e importante mostra “1943/1945 Dai gruppi di combattimento al nuovo esercito italiano“ organizzata dalla benemerita associazione artiglieri di Torino e dai suoi coraggiosi dirigenti, tra cui voglio citare il Generale Antonio Puliatti, e dal Museo Nazionale di Artiglieria che una parte di Torino forse non sa neppure di avere il privilegio di possedere. Il giornalista Pier Carlo Sommo e’ stato il coordinatore della mostra curata da uno storico militare appassionato, Alberto Turinetti di Priero. Nella mostra è testimoniato l’apporto dei militari alla Resistenza, dal Generale Giuseppe Perotti al colonnello Giuseppe di Montezemolo martire delle Fosse Ardeatine ,dal Comandante Mauri ai soldati del Corpo italiano di Liberazione ai gloriosi gruppi di combattimento che dal Sud risalirono la penisola per liberarla da tedeschi e fascisti. Non ci furono solo i Partigiani, una verità che Mario Soldati, eccezionale corrispondente di guerra, mise in evidenza elogiando i soldati italiani combattenti al fianco degli Alleati. Vi è spazio nella mostra per il Principe Umberto di Savoia che fu partecipe attivo di quella storia anche sorvolando, con grave pericolo personale, territori in mano al nemico. Spiace che la mostra chiuda il 1 maggio. Spero che venga prolungata o ripresa. Si respira, visitandola, un’altra Italia, quella che noi disperatamente continuiamo ad amare.
.
LETTERE  scrivere a quaglieni@gmail.com

Il corporativismo di magistrati e giornalisti
Ho letto la pagina acquistata sui giornali dall’associazione nazionale magistrati per schierarsi contro la riforma della giustizia e ho letto che l’Ordine dei giornalisti si è mobilitato contro la legge che finalmente tutela seriamente la presunzione di innocenza e vieta la fuga di notizie che consentono a certi giornalisti di infangare per sempre chi avesse ricevuto un avviso di garanzia. Sono rimasta senza parole.           

 Tina Paratore

.
Anch’io sono senza parole. Non è neppure l’Anm, quella che fu di Palamara, a scrivere proclami, la stessa Magistratura annuncia la propria mobilitazione in prima persona, una cosa che avrebbe fatto inorridire un magistrato esemplare ed eroico come Bruno Caccia. Sull’Ordine dei giornalisti che si tutela ancora una volta in modo corporativo, non mi esprimo perché chi non capisce che un precetto costituzionale come la presunzione di innocenza ha la precedenza su tutto, davvero manifesta limiti vistosi.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Guerra e pace – L’esibizione dell’ombelico – Addio al Circolo Ufficiali – Lettere


Guerra e pace

Siamo inondati di commenti televisivi e giornalistici sulla guerra in Ucraina da cui emergono posizioni confuse, contraddittorie o eccessivamente chiare perche‘ legate a pregiudizi ideologici mai scomparsi e riemersi in questi giorni. La stessa figura di Putin, ex ufficiale del KGB, populista e dittatore di matrice nazionalista che vorrebbe ripristinare la vecchia Russia di cui si sente il nuovo zar, leggittima tante idee discordanti. Il dato di fatto è uno solo: la guerra in Europa che potrebbe sfociare in terza guerra mondiale, è una minaccia terribile che toglie ad ognuno di noi quella relativa serenità recuperata dopo che il Covid sembra ridimensionato. Non è il caso di analizzare le colpe di questa situazione allarmante di guerra .Oltre all’aggressore Putin, tutti hanno colpe e inadeguatezze a partire da Biden e dalla Eu. Certi paleo comunisti che imputano alla minaccia della Nato la causa di una comprensibile reazione di Putin sono ridicoli e rivelano la persistenza in Italia di sacche di comunismo cieco e fazioso. Ma oggi bisogna pensare soprattutto alla pace, almeno ad una tregua .Dopo una pandemia che ha mietuto milioni di morti non è tollerabile leggere dei morti ammazzati in Ucraina. Pensare alla pace ovviamente non come ad un cedimento a Putin , ma pensarla nella ferma tutela dell’endiadi” Pace e libertà”.

L’esibizione dell’ombelico
Con tutte le vicende che ci rendono difficile riacquistare dopo due anni un po’ di serenità , appare davvero stucchevole il dibattito infinito sull’ ombelico esibito a scuola. Secondo un piccolo scrittore e politicante come Lagioia, i giovani d’oggi sarebbero esemplari, mentre sarebbero gli adulti,soprattutto se professori, che andrebbero indicati come i colpevoli di tutti i mali. Cent’anni fa un giovanissimo Mario Soldati che si rivelerà un grande scrittore, si gettò sedicenne nelle acque del Po in piena per salvare un coetaneo. Ammesso che Lagioia sappia chi fosse Soldati, indichi ad esempio ai giovani d’oggi il suo esempio, lasciando stare l’eroina romana dell’ombelico. E rispetti i professori che in larga maggioranza fanno un lavoro difficile e mal pagato in condizioni spesso disperate .Se avesse un po’ di equilibrio , dovrebbe lodarli invece di esibire un giovanilismo che rivela la sua scarsa capacità di commentare i fatti. Voglio ricordare che rifiutai un esame ad un candidato presentatosi in calzoni corti, il quale torno’ il giorno dopo vestito decentemente perché aveva capito che, pur essendo luglio, non eravamo al mare. Anche Dacia Maraini a cui raccontai casualmente quell’episodio, si disse d’accordo con me. Ma Dacia appartiene ad una famiglia di principi siciliani, malgrado il suo progressismo. La classe (o anche solo il buon senso) non è acqua.

Addio al Circolo Ufficiali
In corso Vinzaglio a Torino esisteva lo storico Circolo Ufficiali del Presidio di cui conserverò gelosamente la tessera come un ricordo importante della mia vita. In quelle sale storiche ho passato a volte il Capodanno, ho tenuto conferenze, ho promosso iniziative soprattutto con il Gen. Cravarezza che apri’ il Circolo alla città in modo mirabile. Adesso esiste, dopo due anni di chiusura ,il circolo unificato dell’esercito che comprende i sottufficiali che avevano un loro decorosissimo circolo in via Avogadro. Io non commento,capisco che i tempi sono cambiati e che l’esercito deve uniformarsi allo spirito democratico della Repubblica ,come afferma la Costituzione. Addirittura Calamandrei parlava dell’esercito repubblicano come del garibaldino esercito di popolo. Un’idea lontana dal mio modo di sentire e dalla storia della mia famiglia e soprattutto utopistico perché ogni esercito si fonda sulla disciplina e sulla gerarchia. Posso però dire che rimpiango quel Circolo Ufficiali, che rimarrà almeno nella storia della città come un luogo magico in cui si mescolavano ufficiali in servizio e ufficiali in quiescenza e dove si respirava un sincero amor di Patria e uno stile e un’eleganza che aleggiava a Palazzo Pralormo e in pochi altri luoghi torinesi.

Lettere    scrivere a quaglieni@gmail.com

No alla scuola degli asterischi 

Giovedì, insieme ad alcune associazioni amiche, mi sono recato al Ministero dell’Istruzione anche  a tuo nome per incontrare il sottosegretario Rossano Sasso.Ho consegnato direttamente nelle sue mani la tua firma e quelle di più di 20.000 cittadini attivi che hanno voluto alzare la voce assieme a CitizenGO per denunciare gli abusi didattico-educativi di matrice gender promossi in alcune scuole tramite l’approvazione illecita della “carriera alias” e l’inserimento in documenti ufficiali di “asterischi” e “schwa”con il fine di cancellare le desinenze maschili e femminili.

L’introduzione della carriera alias, degli asterischi e della schwa nelle scuole, sulla base del principio di “fluidità del genere” e di “inclusività”, può generare un disastro educativo nei confronti di tutto il corpo scolastico, inducendo i ragazzi e bambini più fragili ad aumentare un’incertezza identitaria.

La teoria gender, infatti, oltre ad essere una teoria antiscientifica, è fortemente ideologica e pericolosa perché promuove l’idea che l’essere maschi e femmine siano convenzioni sociali e che ogni bambino, ragazzo, adulto debba scegliere cosa essere in base a ciò che sente, a come si percepisce..

Ora, immagina quali catastrofiche conseguenze una ideologia folle come questa potrebbe scatenare durante il processo fisiologico evolutivo ed educativo di un bambino o adolescente..

Per questo ci siamo attivati e abbiamo fatto un primo passo importante con il vice ministro Sasso, che mi ha personalmente ringraziato per la campagna che io e te abbiamo portato avanti in queste settimane, sottolineandone soprattutto l’importanza,.

Grazie per tutto quello che fai con CitizenGO. Con il tuo aiuto e il tuo sostegno saremo in grado di vincere anche questa importante battaglia.

Matteo Fraioli

Pubblico molto volentieri questa lettera che condivido nella sua impostazione di fondo. Un discorso coraggioso e controcorrente che anche in questa rubrica ha trovato immediata condivisione. Io rispetto tutti senza riserve, ma le imposizioni  ideologiche non posso proprio  tollerarle.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Profughi istriani e immigrati d’oggi – La lapide illeggibile di Lagrange – Lettere

 

Profughi istriani e immigrati d’oggi
Tra le tante sciocchezze che ho letto o ascoltato il 10 febbraio, Giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo, mi ha colpito il confronto del tutto sbagliato in termini storici tra i profughi istriani, dalmati,fiumani arrivati in Italia in seguito alle furie omicide e spietate dei comunisti di Tito e al Trattato di pace del 1947 e i profughi immigrati dei nostri giorni che arrivano in Italia. Il confronto non regge, è il frutto di una evidente incultura storica mista a demagogia buonista. I tempi non collimano, ma soprattutto ci sono evidenti diversità anche perché la stragrande maggioranza di immigrati vengono in Italia per motivi economici. Meritano tutta la nostra attenzione e benevolenza ,ma non c’entrano nulla con gli italiani fuggiti in Italia per trovare salvezza da un nuovo regime autoritario, anzi totalitario come il comunismo di Tito e da un disegno di pulizia etnica che vedeva gli Italiani dell’altra sponda dell’Adriatico come vittime predestinate .
Ma è anche un confronto infelice perché quegli Italiani furono accolti in Italia nel peggiore dei modi possibili e per molti anni vissero in campi profughi spesso indecenti.Ma quegli Italiani seppero riprendersi da soli,lavorando, impegnandosi, riscattando il loro destino con la massima dignità. Nulla a che vedere con certa marmaglia che affolla le periferie urbane e che spaccia e delinque.Non accostate questa gente con gli Italiani coraggiosi e dignitosi venuti in Italia. Accostarli significa offenderli un’altra volta.
.
La lapide illeggibile di Lagrange
Lagrange fu un genio della matematica e dell’astronomia che nato a Torino, visse ed operò soprattutto all’estero a Berlino e a Parigi. Il suo vero cognome era Lagrangia (che non fu una italianizzazione fascista, come affermato da alcuni) dimostra anche l’intitolazione del liceo a lui dedicato a Vercelli. Direi un genio dimenticato anche dalla sua città di origine che pure gli intitolò una via e una piazza. In via Lagrange c’è sulla casa in cui nacque nel 1736 una targa resa praticamente illeggibile dal tempo e dall’incuria.Una delle vittime dello sfascio grillino nell’amministrazione della città abbandonata a se’ stessa per cinque lunghi anni. Con Fassino sindaco queste cose non sarebbero accadute. Chissà se ci sarà qualche amministratore che alzi gli occhi verso quella lapide che rivela un oblio ingiusto verso uno dei piemontesi illustri che crearono la Reale Accademia delle Scienze? Con lui furono Saluzzo e Cigna.  Anch’essi figure dimenticate che insieme a Radicati di Passerano, i fratelli Vasco e il grande Baretti rendono quel Settecento piemontese una pagina di storia straordinaria di cui hanno scritto Franco Venturi e Filippo Burzio. Una pagina che dimostra che i Savoia non furono solo una stirpe guerriera e rozzamente incolta come vuole la vulgata e che rivela anche il cosmopolitismo di Lagrange, un grande europeo ante litteram.

.
quaglieni penna scritturaLettere   Scrivere a quaglieni@gmail.com

Tricolore al centro 
Le unisco questa foto scattata in via delle Rosine all’ingresso di un noto liceo torinese. Possibile che non sappiano i dirigenti che la bandiera italiana va posta in mezzo e non lateralmente ?   Giuseppina Ferreri

L’ho notato anch’io in passato e l’avevo inutilmente segnalato. La trascuratezza nei confronti della bandiera nazionale e’ cosa comune a molte scuole e non soltanto. Il Preside Primo Merlisenna tentò al liceo” Segrè“ di fare l’alzabandiera, lui uomo di sinistra con il senso della storia ed una religione civile alla Mazzini, ma quell’esperienza fini ‘ presto perché i professori progressisti non collaborarono. Ci sono anche bandiere sdrucite e stinte che sventolano su edifici pubblici . Così accadde al Liceo d’Azeglio in passato prima che arrivasse Gianni Oliva. Ci vorrebbe un nuovo Ciampi che richiamasse tutti all’orgoglio nazionale anche se oggi è oggettivamente difficile essere innamorati di un’Italia di cui cent’anni fa Giovanni Amendola disse: “ Non ci piace“. Difficile dargli torto, impossibile non evocare oggi quel suo giudizio poi ripreso da Prezzolini. Ma io ritengo che, al di là di tutto, bisogna continuare ad amare disperatamente l’Italia, oggi più che mai,come diceva il grande avvocato e patriota Francesco Carnelutti.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

L’amor di Patria  –  Prof. Lo Russo, abbia pietà di Borgo San Salvario  – Lettere

L’amor di Patria   

È tornato improvvisamente di moda il tema dell’amor di Patria che certamente il presidente Mattarella ha fatto poco o nulla per rinverdire. Non mi soffermerò su cosa possa significare la parola patriota che riguarda donne e uomini del Risorgimento ed anche della Guerra di Liberazione. Grandi patrioti in tempi diversi e con sensibilità diverse furono grandi poeti e scrittori :Dante , Petrarca, Machiavelli , Foscolo , Manzoni , Carducci , tanto per citare qualche nome illustre. Nell’ Ottocento ci fu anche la poesia languorosa patriottica ,come nel Novecento tanti canti furono retorici e patriottardi. L’idea della Patria è spesso combinata con quella delle piccole e grandi patrie sovranazionali. Forse solo i comunisti e gli anarchici hanno visto con odio come un inganno l’idea di Patria. Ma se guardiamo alla nostra storia repubblicana  solo tre presidenti hanno dimostrato com i fatti di essere veri patrioti in quanto rispettosi della  storia  della nostra Italia. Luigi Einaudi incarnò un’idea di patria al di sopra dei partiti che faceva pensare alla Monarchia cacciata da poco e per cui egli aveva votato. Cossiga, pur tra alcune esagerazioni, nell’ultima parte del suo settennato si dimostrò patriota. Ma chi è stato Presidente patriota per antonomasia e’  Ciampi che ha ridato onore alla bandiera, all’Inno nazionale, alla storia del Risorgimento, rivalutando i combattetti negletti della Guerra perduta 1940 -1945: pensiamo alla visita simbolo al sacrario di El Alamein. Quello che fece Ciampi per onorare le vittime delle foibe non ebbe purtroppo una analoga continuità. Non si può dire che Saragat o Pertini non fossero anche patrioti , ma sopravvalutarono alcune pagine di storia recente a svantaggio ,ad esempio, del Risorgimento. Io credo che oggi un Presidente patriota dovrebbe essere  soprattutto super partes, liberandosi dai  discorsi politicamente corretti di tanti giornali. Amare la Patria, ignorando la parte politica di provenienza. Sarà possibile trovarne uno? Lo vedremo. Con una classe politica di livello infimo ,sarà difficile. Ho letto che c’è chi si è ricordato del filosofo Marcello Pera, già presidente del Senato, gran galantuomo che vive a Lucca, appartato nei suoi studi. Pera che conosco personalmente da anni sarebbe sicuramente un ottimo presidente perché corazzato di cultura e di alto senso delle Istituzioni.
.

Prof. Lo Russo, abbia pietà di Borgo San Salvario     

E’ uno dei Borghi semi centrali di Torino che non ha mai avuto una grande storia. Cresciuto attorno alla Stazione si è sviluppato fino al Valentino. Le case belle sono poche e tutte ottocentesche. Dopo essere stato luogo di  prima accoglienza  di tanti immigrati meridionali poi inseriti nel tessuto di Torino, ha subito e continua a subire una massiccia immigrazione extracomunitaria che ha snaturato alcune sue vie. Della storia non entusiasmante del borgo scrissi e parlai alcuni anni fa e c’è traccia su internet. Qualche intellettuale  con pochi soldi e un po’ provincialotto  si è trasferito a San Salvario, pensando di fare  tendenza e atteggiarsi come se  vivesse a Parigi. Nel frattempo la movida e lo spaccio di droga (in passato era luogo prediletto dalle prostituite  e dei travestiti ) hanno reso problematico vivere nel Borgo. Mi domando quali colpe debba scontare San Salvario per la viabilità pazzesca creata dai grillini e purtroppo proseguita ,pare, dalla nuova assessora che intende persino allargare gli esperimenti folli che rendono difficile e tortuoso andare in macchina in certe vie come via Principe Tommaso. La situazione è davvero intollerabile. Il Sindaco nel suo equilibrio dovrebbe fermare la degenerazione, partendo in primis da via Nizza, esempio del delirio politico grillino a danno dell’intera città e in fondo degli stessi ciclisti. Prof. Lo Russo, abbia pietà di questo Borgo!
.

LETTERE  scrivere a quaglieni@gmail.com

Green pass
Ho visto che la sua battaglia a difesa del green pass obbligatorio e mascherine sempre indossate continua senza sosta. Grazie, prof. Quaglieni       Adelia Vigna
.
Faccio solo il mio dovere di cittadino che obbedisce alle leggi e al buon senso. Io a volte redarguisco anche per strada chi non indossa la mascherina. Da sempre scrivo a sostegno di Draghi e del generale Figliuolo, due veri patrioti. Se stiamo tornando indietro lo dobbiamo alla debolezza di certe autorità e alla scarsa o nulla intelligenza di chi non vuole vaccinarsi .A volte vorrei dotarmi del nodoso bastone di bambù dono  di Mario Soldati, poi  evito. Continuo ad usare le parole, anche se esse si rivelano insufficienti…

Gianfranco Raffaldi, una splendida carriera. Dai Beatles a Fausto Leali, da Peppino di Capri al Gospel Choir

Armano Luigi Gozzano,noto ricercatore dei documenti  storici di famiglie nobiliari, in particolare dei Gozzano e dei Gonzaga, essendo anche musicista si interessa di argomenti musicali.

In questo caso ripercorre
l’ascesa vertiginosa della vita dedicata alla musica leggera del maestro Gianfranco Raffaldi, monferrino residente a Vignale,dalle
esibizioni senza rivali nel suo primo complesso formato per le gare scolastiche e dalle incredibili immagini della sua collezione
privata.
Il primo ingaggio nel 1957 con la band casalese dei Blue Star,uno dei 70 gruppi nati
nel nostro territorio nei favolosi anni ’60.Nel
1959 nasce con lui il gruppo dei Novelty,
collaborando con il fisarmonicista Giuseppe
Cacciabue, educatore musicale giovanile e
componente dell’operatore radiofonico EIAR di Torino ,oggi RAI,gruppo sciolto nello stesso anno.Nella nuova band si inserisce
Fausto Denis,non ancora con il nome d’arte
Leali, incontrato durante un ingaggio in una
festa patronale di tre giorni come da tradizione dell’epoca.Nel 1962 avvenne il loro
lancio al Principe di Piemonte di Viareggio, ricalcando la musica beat inglese. Iniziarono
le esibizioni al City Club e nei Night Club di Milano,e le prime incisioni con la casa discografica Jolly con due cover dei Beatles.
Leali venne definito “il negro bianco” e nel 1964, ormai affermati in Italia, parteciparono al mitico “Cantagiro” di Radaelli con la canzone “La campagna in città”, gareggiando con Betty Curtis, Lucio Dalla,Gino Paoli e Nico Fidenco.
Pippo Baudo ed Enrico Maria Salerno presentarono l’evento in diretta RAI con la finalissima di Fiuggi.Nel 1965 la grande occasione: arrivarono i Beatles in Italia! Furono scelti come supporters Fausto Leali e i Novelty,i New Dada di Maurizio Arcieri, Guidone e gli amici,i Giovani Giovani e Peppino di Capri.Nel secondo tempo si esibirono i Beatles aprendo lo spettacolo con il celebre “Twist and Shout”.Le tappe dell’unico concerto italiano furono il 24 giugno al Velodromo Vigorelli di Milano,il 26 giugno al Palazzo dello Sport alla fiera del mare di Genova,e il 27-28 di giugno al Teatro Adriano di Roma, purtroppo non registrati e snobbati dalla RAI.I biglietti dei concerti erano reperibili tramite la rivista “Ciao Amici”.
La conferma definitiva avvenne nel 1966
partecipando al “Giro Festival” al seguito del
49° Giro d’Italia con la canzone “Mamma perdonami”,e apparvero in TV durante le tappe di Parma e di Monte Carlo.Furono ospiti della storica trasmissione radiofonica
“Bandiera Gialla” condotta su Radio 2 da Arbore e Boncompagni,e fu in quel momento
che presentarono la famosa canzone “A chi “,
cover della versione USA di Roy Hamilton “Hurt” del 1954 portata alla ribalta dalla cantante italo-americana Timi Yuro.Si esibirono anche in concerti al Bang Bang di Milano con la partecipazione di Teo Teocoli.
In seguito il gruppo cambiò casa discografica, passando dalla Jolly alla Ri.Fi. Records.Il grande risultato arrivò nel
1967 ricevendo sulla Terrazza Martini di Milano il primo disco d’oro per la canzone
“A chi”.Nel 1968 Leali partecipò al Festival di Sanremo con la canzone “Deborah” in coppia con Wilson Pickett,nome attribuito alla figlia
avuta da Milena Cantù,la grande incognita del 45 giri “La ragazza del Clan” di Celentano.
In seguito Leali verrà scelto da Pickett come padrino della figlia anch’essa chiamata Deborah.I Novelty facevano parte del Clan Celentano Center,e con loro eseguirono i concerti nei locali più belli d’Italia ,in primis alla Bussola di Viareggio.Leali nello stesso
anno divorziò dai Novelty,e Raffaldi entrò nel
complesso dei New Rockers di Peppino di Capri, partecipando a tournée negli USA esibendosi al Metropolitan di New York,poi in Canada, Venezuela, Brasile, Australia, Emirati Arabi e in Europa.
Raffaldi collaborò alla celebre composizione “Champagne”,e si esibirono anche nelle sale da ballo di Torino “Arlecchino”e “Le Roi” (sala
Lutrario)progettata dall’architetto Carlo Mollino, progettista del Teatro Regio.Nel 1977 si concluse il suo viaggio musicale intorno al mondo con Peppino di Capri,e rientrò a Vignale per motivi di famiglia, iniziando ad accompagnare con la tastiera il coro parrocchiale durante le celebrazioni religiose.Ma nel 2004,con altri due amici,ebbe una grande idea:prese le redini del coro e fondò il “San Bartolomeo Gospel Choir”dall’omonima chiesa del paese, inizialmente per eseguire musica sacra e profana, proseguendo l’opera della fondatrice
Millina Martinelli.Il coro è composto da 30 cantanti del territorio,guidati ed istruiti dal maestro con la sua esperienza di mezzo secolo.Tra il 2007 e il 2011 si inserì nel coro Armano Luigi Gozzano in qualità di tenore,e conobbe Leali in compagnia del maestro durante una sua esibizione a Trino Vercellese. Durante i concerti l’ensemble esegue brani di gospel, funky,blues e soul a 4 voci, formula alquanto insolita per il gospel.
Nel 2011 Raffaldi e Leali hanno festeggiato a Casale i 50 anni dal loro debutto.Nella sua carriera Raffaldi ha suonato con tastiere Honner,Vox 1,Vox 2 e con il favoloso organo elettrico Hammond,in origine destinato alle chiese in alternativa ai costosi organi a canne.Molto versatile nella musica sacra, gospel e jazz ed in seguito nel rock,fu utilizzato da Gershwin,Doors,Pink Floyd,
Deep Purple e Procol Harum.Il gospel del
coro esprime la gioia di pregare cantando e coinvolgendo il pubblico con la sua capacità
di espressione armonica.Con i sapienti e
competenti arrangiamenti del maestro Raffaldi il divertimento è assicurato!
Giuliana Romano Bussola

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

/

Comba il professore gentiluomo – Il saltafossi radical-cattolico – Il Sindaco d’Italia – Lettere

Comba il professore gentiluomo

Il prof. Andrea Comba, mancato venerdi’ a Torino all’età di 83 anni, ha rappresentato una delle ultime figure importanti della Torino civile. Riservato, colto, sobrio, elegante, misurato, era l’opposto di certi banchieri torinesi che hanno le mani sporche di politica e devono la loro scalata solo alla  politica. Comba si ritirò in punta di piedi  con grande dignità, mentre altri, malgrado non ricoprano più cariche, sgomitano  per comparire sui giornali. Non apparteneva al vippume torinese, fu l’ultimo esempio di una torinesità alta, non provinciale, aperta  al mondo. Professore universitario, avvocato, presidente della Fondazione Crt e di tante realtà torinesi tra cui l’Istituto di Studi Europei, sapeva stare al suo posto e non cercò mai la visibilità. Frequentò anche il Centro “Pannunzio” e con lui nacque anche un’amicizia che rimase viva negli anni. Una volta nel 2010 venne ad un concerto dei bersaglieri in marzo, davanti alla casa di Cavour, in via Lagrange. Si mise a nevicare  e il concerto si tenne lo stesso. Comba senza ombrello volle assistervi fino alla fine. Mi disse che avevo fatto bene a ricordare Cavour che meritava un’attenzione che l’Italia volgare di oggi è incapace di dedicargli. Non si lasciò mai invischiare nelle mene politiche locali, rimase sempre al disopr . Il suo stile glielo avrebbe impedito: era un gentiluomo di antico stampo. Conservo di lui una fotografia ad un Premio ”Pannunzio” insieme all’ambasciatore Sergio Romano. Anche rispetto a Romano il modo di pensare e di vivere di Comba era molto superiore e certe piccinerie dell’ ex ambasciatore in lui sarebbero state impensabili. L’ Università ha perso uno degli ultimi maestri ,di quelli capaci di formare allievi destinati a loro volta a diventare maestri.
.

Il saltafossi radical-cattolico

Il senatore G a e t a n o Q u a g l  i a r i e l l o, già segretario del presidente del Senato Marcello Pera, ministro e senatore dai tanti passaggi trasformistici da un partito all’altro (sembra che anche oggi sia pronto a trasmigrare nei responsabili a sostegno di Conte) ha scritto un libro con il cardinale Ruini, ,uno dei personaggi più fastidiosamente invasivi nella politica italiana e meno rispettosi della laicità della Repubblica sancita dalla Costituzione. Nato radicale, Q u a g l i a r i e l l o via via è diventato sempre più un biaciapile. Il suo è  un libretto non meritevole neppure di una citazione. E’ una brutta copia del dialogo intrapreso tra Benedetto XVI e il filosofo  laico e liberale Marcello Pera che ha invece rappresentato qualcosa di importante e meriterebbe una rilettura anche oggi.

Il Sindaco d’Italia

ha rilanciato l’idea della elezione diretta del capo del governo, riprendendo la legge che prevede l’elezione dei sindaci. Non si tratta di una cosa nuova, ma non si tratta necessariamente di una sbandata a destra,come hanno titolato certi giornali con estrema faziosità. Un liberale come Filippo Burzio era per l’ elezione di un cancelliere che garantisse stabile  governabilità .Una parte del Partito d’Azione con Calamandrei e Valiani era per la Repubblica presidenziale. Il sistema francese ideato da De Gaulle venne accettato e fu mantenuto dal socialista  Mitterand e con quel sistema sono stati eletti tutti i Presidenti francesi: un metodo efficiente ed equo che ha garantito una democrazia stabile e l’alternanza. Renzi ha poca credibilità politica ,ma demonizzarlo perché mette in dubbio il governo Conte, uno dei peggiori della Repubblica, è disonesto. Semmai non ci sono le condizioni politiche per fare riforme costituzionali in questo Paese che ormai è allo sbando ed ha un’ economia destinata al collasso. Se si volesse uscire dallo stagno limaccioso  radical in cui siamo, forse sarebbe davvero necessario un bagno riformatore che desse una svolta istituzionale e costituzionale, consentendoci di passare alla III Repubblica. Certo Renzi non è il De Gaulle italiano che purtroppo  non esiste. Abbiamo una classe politica fatta di piccoli uomini e piccole donne incapaci di affrontare la quotidianità. Ma il problema della governabilità si pone come una priorità molto importante  soprattutto di fronte ad una politica mediocre  che non sa ad imporsi.

.

Lettere    scrivere a quaglieni@gmail.com

.
Sandro Pertini
Sono passati trent’anni dalla morte di Sandro Pertini, il presidente più amato dagli italiani. Perché non se ne parla ?          Paola Zullo
.
Pertini è stato un grande uomo, una volta Saragat mi parlò di lui come di un  vero eroe capace di mettere sempre in gioco la sua  vita  per servire i suoi ideali. Fu fieramente socialista, pati’ il carcere e il confino, partecipò  alla Resistenza dove dimostrò la sua passione ed anche la sua durezza a volte eccessiva. Ebbe rispetto per il cadavere di Mussolini e della Petacci oltraggiato in modo infame  a Piazzale Loreto e ordinò che avesse fine quella orrenda sceneggiata  che disonorò i partigiani. Nel dopoguerra fu contro l’alleanza tra socialisti e comunisti, ma nel  1953, quando morì Stalin, ebbe parole di elogio nei suoi confronti, assolutamente non giustificabili perché tanti in Italia sapevano già allora  cosa fosse stato lo stalinismo. Fu deputato e due volte presidente della Camera dove dimostrò di saper essere anche un uomo super partes, ruolo che dovette costargli molto. Pertini era un istintivo  che a volte non misurava bene le parole e voleva anche piacere alla gente. Come Presidente della Repubblica seppe adempiere al ruolo con dignità ed onore, qualche volta con qualche concessione di troppo  alla demagogia. Non volle vivere al Quirinale come Cossiga: un esempio in verità  poco seguito. Non ebbe un pensiero politico organico ed originale come quasi tutto il socialismo italiano perché anche Nenni si rivelò soprattutto un giornalista e un agitatore e neppure Riccardo Lombardi, ex azionista e filocomunista, non si rivelò certo un teorico. Pertini era un colto uomo d’azione. Saragat tentò  di elaborare una teoria socialdemocratica, sia pure sull’onda del socialismo austriaco. Il socialismo italiano  nel complesso ebbe il fiato corto, solo Craxi cercò di pensare più in grande, attorniandosi di alcuni cervelli pensanti come Giuliano Amato e Luciano Pellicani. Ma il  discorso non andò molto lontano. Di Pertini resta una grande lezione di coerenza e di onestà. In Liguria lo stanno ricordando, altrove il ricordo stenta, perchè in questa Italia scombinata il nome di Pertini è stato totalmente dimenticato. Non poteva che essere così. Corrado Bonfantini comandante delle Brigate partigiane Matteotti mi disse del suo carattere irascibile .E disse che nei giorni della Liberazione fu vendicativo. Bonfantini fu a diretto contatto con lui a Milano nei giorni prima e dopo il 25 aprile. L’ultimo Pertini aveva colto a pieno l’idea che senza libertà non ci sarebbe stata giustizia sociale .Era l’idea di Matteotti e di Rosselli che riviveva. Certo, in precedenza ,aveva avuto un’idea di socialismo diversa,meno democratica . Non fu comunque mai un socialista liberale. Mi stupì che, quand’era Presidente, nel 1979 avesse insignito della medaglia d’oro il Centro”Pannunzio” e mi stupì ancora di più che un’altra volta avesse mandato un suo assegno personale da mezzo milione a sostegno del Centro”Pannunzio”. Forse Antonio Maccanico, segretario generale al Quirinale  e amico di Pannunzio, gli aveva parlato del Centro e anche di me. Lo incontrai una volta al Museo del Risorgimento e fu molto espansivo e generoso di elogi. Ma forse il tutto rientrava anche  nella sua disponibilità umana ad incontrare le persone e a parlare con loro. Probabilmente questo è il lato più importante di Pertini ,al di là della vicenda politica. Seppe anche scegliere dei senatori a vita come Leo Valiani e Norberto Bobbio che rispecchiavano perfettamente il dettato costituzionale sui senatori a vita che premia i meriti acquisiti. Nel suo settennato ebbe inizio il pentapartito con i liberali tornati al governo che significo’la fine dell’ infausta  solidarietà nazionale attraverso cui i comunisti cercarono di andare al governo. Anche sotto questo profilo la sua presidenza appare importante.Fu meno significativo di Einaudi e dello stesso Saragat, ma seppe incarnare lo spirito italiano. Di fronte al terremoto in Irpinia non esitò a scagliarsi inutilmente purtroppo – contro i ladri e i corrotti che speculavano. Un esempio unico, fuori dai rituali del Quirinale, che resta paradigmatico di un uomo dalla forte passione civile che non arretrò mai di fronte a nessuno. Anche durante gli anni di piombo tenne sempre un posizione fermissima contro il terrorismo, andando contro la linea del suo partito originario, da cui seppe affrancarsi come presidente. Una scelta molto limpida, per essere stato considerato il primo presidente socialista,come impropriamente venne definito all’atto della sua elezione.
.
La minaccia del Coronavirus
Ma lei come si sente dopo il primi morti di Coronavirus anche in Italia ?        Antonino De Vittorio  
.
Sono molto preoccupato . Aver chiuso solo  i voli da e per la Cina, senza controlli negli arrivi ai voli triangolati e indiretti dalla Cina ,ha già avuto conseguenze drammatiche. Io ho una  totale sfiducia negli attuali governanti, politicamente inetti.  Mi sembra che dopo circa un mese  dall’allarme ci troviamo impreparati, quasi in balia di noi stessi. Non voglio seminare allarmismo, ma c’ è da essere personalmente molto in ansia. Spero che ci sia ancora tempo per muoversi. C’ è già stato un imbecille menagramo che ha scritto su internet che ci  manca solo un nuovo Boccaccio per descrivere la peste. Idiozie, anche perché in effetti sarebbe stato  più calzante  citare Manzoni e il malgoverno della Spagna in Lombardia. Eravamo nel 1600, spero che nel 2020  le cose siano cambiate. Anzi, sono certo di si.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

/

No agli estremisti rossi e neri e ai loro sostenitori –  Giuseppi, l’arrogante –  Il geometra O d i f r e d d i –  Il pizzaiolo che leggeva Montanelli – Lettere 

No agli estremisti rossi e neri e ai loro sostenitori

Giusta è un assessore grillino che si è più volte distinto per le  sue dichiarazioni faziose ed insieme esilaranti. Di fronte ai teppisti dei centri sociali che devastano un’ aula universitaria, ha affermato in loro difesa  che bisogna tenere giù le mani da chi protesta, senza dire una parola sull’infame convegno negazionista sulle foibe organizzato all’Università. Esami e lezioni bloccati per i tafferugli in un nuovo piccolo ‘68 all’ insegna della violenza.  Accusare il Rettore è demenziale ,evoca i tempi in cui Allara era considerato colpevole di tutti i mali dell’ Università. Geuna ha agito da uomo aperto al dialogo, se minoranze violente hanno stravolto tutto,non è certo colpa sua. Va comunque denunciato con preoccupazione e con fermezza il clima di intolleranza che domina al campus Einaudi .Un ritorno a tempi che non possiamo rimpiangere, con estremisti rossi e neri che trasformano l’ Università in un mattatoio in cui viene abbattuta la libertà della cultura e della ricerca.
.

Giuseppi, l’arrogante

Giuseppi Conte adesso alza anche la voce, dicendo che lui non è uno che cambia maggioranze di governo, dimenticando il voltafaccia di agosto dello scorso anno. Era un professore semi sconosciuto che è diventato Presidente del Consiglio su designazione dei grillini, un personaggio di quarta  fila, emerso dal profondo Sud di Padre Pio. Non aveva e non ha dimostrato esperienza di governo. L’ Italia è ferma, tutti i problemi dall’Alitalia, alle autostrade, dall’Ilva alle fabbriche che chiudono stanno marcendo. Una intera classe politica si rivela ancora una volta inetta. E Conte, invece di dimettersi e chiedere scusa per il suo fallimento, alza anche la voce, chiedendo l’aiuto di Mattarella. Renzi strumentalizza la prescrizione di Bonafede, una vera aberrante bestialità giuridica ,ma alza solo la voce perché ci sono i posti del sottogoverno da dividere e non si scollerà mai da questa maggioranza rissosa ed incapace che sta sgovernando ,nel modo peggiore possibile. Giuseppi deve andare a casa e con lui Di Maio e tutti gli altri. Siamo all’assurdo che un mediocre come Franceschini in questo Governo sembri quasi uno statista. Il Pd, sostenendo Conte, sta commettendo un altro gravissimo errore.
.

Il geometra  O d i f r ed d i

O d i f re d d i ha pubblicato l’ennesimo libro, dal titolo ”Il g e n i o delle d o n n e“, che consacra la sua figura di tuttologo e non di uomo di scienza, come vorrebbe essere. Ho avuto solo un’occasione di conoscere il geometra di Cuneo, poi laureatosi in matematica, che non volle studiare il latino, ma che ama invadere le praterie della cultura classica senza averne la benché minima conoscenza. Dovevamo parlare di Giordano Bruno finito sul rogo dell’ Inquisizione. O d i f r e d d i  lo irrise ed io che non ritengo Bruno un grande filosofo, lo difesi controvoglia, ma non potevo accettare le fin troppo banali ironie di O d i f r e d d i che si crede un grande studioso a cui tutto è concesso. In più occasioni ho polemizzato con lui per il disprezzo che manifesta per ogni tipo di religiosità, chiuso come è in un ateismo settario che lui confonde con la laicità. Inutile dirgli di leggere Bobbio che distingue laicità e laicismo. I geometri non fanno studi di filosofia…
.

Il pizzaiolo che leggeva Montanelli

Ho appreso in ritardo che è mancato Antonio De Martino, storico titolare della pizzeria “La Spiga d’oro“ di Borgo San Paolo. Era un lettore fedele di questa rubrica, finché visse. Laureando in Medicina, dovette interrompere l’Università per la morte improvvisa del padre. Si rimboccò le maniche e, invece di fare il medico, fece con naturalezza il pizzaiolo. Era una persona colta e sensibile con cui era possibile parlare con piacere. Portava con se’ l’antica eleganza della Napoli migliore. Una volta parlammo di Benedetto Croce e mi disse la sua invidia quando seppe che io ero amico delle figlie del filosofo Ebbe il coraggio di esibire nel suo locale, nel cuore del Borgo rosso per eccellenza dove imperversavano Pajetta e Novelli , “Il Giornale“ di Montanelli, come feci io durante gli anni del terrorismo, andando a fare lezione. Mi mancherà l’amicizia di Antonio nata sui banchi del liceo, rivissuta negli anni dell’Università nella pizzeria del padre e poi ripresa nel vecchio locale magicamente rimasto intatto nei decenni e quasi ritrovato per caso , una sera di alcuni anni fa. Riprendemmo il discorso interrotto tanti anni prima che adesso non sarà più possibile. Una grande tristezza, un grande dolore dopo la morte di Paolo Macchi di Bricherasio.

Lettere      scrivere a quaglieni@gmail.com

Basta  pantomime
Io sono stanco di questa pantomima di dare la cittadinanza alla senatrice Segre e di toglierla a Mussolini. Tutti i Comuni d’Italia stanno facendo a gara per primeggiare in questa vicenda che sta diventando ridicola.     Luigi Porrati
.
Credo che la storia vada sempre rispettata interamente. Le forzature sono sempre sbagliate. Salò ha fatto bene a confermare la cittadinanza a Mussolini che fa parte della sua storia. L’altra sera in piazza Castello un suonatore di fisarmonica, nella serata di San Valentino, suonava “Bella ciao“. Debbo dire che mi ha infastidito. Era cosa che puzza di regime. Se poi si tratta di un regime democratico, il fatto appare davvero assurdo ed incomprensibile. Le esagerazioni non riesco a sopportarle.
.
Le sardine torinesi e l’odio      
Cosa pensa delle sardine torinesi?  Adele Ru
.
Non si può ancora esprimere un giudizio . Forse sono migliori di quelle che si recano ad omaggiare Benetton. Una sardina torinese in tv si presentò persino con la giacca. Finora hanno mandato dei bacioni a Salvini e si sono proposti di presidiare il Valentino che ha bisogno di ben altro per essere liberato dal dominio incontrastato degli spacciatori. Diciamo che le sardine torinesi sono più dei pesci di acqua dolce, meno ideologici di altri. Attendiamoli alla prova. La cartina di tornasole sarà Appendino, se saranno dalla sua parte o con un Pd alleato dei grillini, vedremo che le sardine non si smentiscono neppure a Torino. Credo  anche che il movimento in futuro  possa sfaldarsi e dividersi. D’ accordo contro l’odio, ma una parola per Giampaolo Pansa odiato per anni, le sardine non l’hanno saputa pronunciare. Neppure contro i violenti  facinorosi dei centri sociali che hanno devastato un’aula all’ Università. E neppure nel Giorno del ricordo hanno rammentato  l’odio dei comunisti titini e togliattiani contro gli italiani dell’ Adriatico orientale. Benissimo schierarsi contro l’ odio razzial , ma bisogna schierarsi con tutti gli odi, senza distinzioni  settarie .
.
“La Stampa”  in sciopero
Come mai “La Stampa “ non esce per due giorni,unico  quotidiano in Italia ? Perché ?        Alice Fusco
.
Il quotidiano torinese sta  sempre più perdendo lettori  e copie e si trova in una profonda crisi,a metà strada tra la gestione di  De Benedetti ed Elkann che sembrano tuttavia identificarsi. I tempi dell’Avvocato sono davvero lontani. Il giornale di via Lugaro come tanti altri quotidiani parrebbe non rispettare  più da tempo le norme che regolano la professione giornalistica, ormai purtroppo  non più tutelata in modo adeguato  neppure dall’ Ordine professionale. Oltre al grave disagio che lamentano i giornalisti e che incide pesantemente  sulla stessa qualità del giornale, il motivo dello sciopero e’ il trasferimento di ben otto giornalisti dalla redazione romana a quella di Torino, una vera “deportazione” di massa. L’ episodio sarebbe stato impensabile in passato. C’ è anche un piano di altri pre- pensionamenti  che impoverirà il giornale delle sue professionalità. Non si può non essere solidali con i giornalisti de ”La Stampa”

Carmen nella Spagna di Franco

L’opera,  ambientata nella Spagna franchista, è protagonista al teatro Regio di Torino per la direzione del giovane Giacomo Sagripanti e la regia di Stephen Medcalf

 

Carmen, il capolavoro di Georges Bizet, è riproposto in scena al teatro Regio di Torino da martedì 10 dicembre alle ore 20. A guidare l’Orchestra del Teatro Regio sarà, per la prima volta, il maestro Giacomo Sagripanti, vincitore degli International Open Awards quale giovane direttore emergente, e poi distintosi come interprete del repertorio lirico e del Bel canto presso La Fenice di Venezia, la Openhaus di Zurigo, l’Opera di Parigi. A firmare l’allestimento in cui è ambientata la tragica e passionale vicenda della gitana, simbolo della libertà e vittima emblematica del femminicidio, è Stephen Medcalf. La regia è stata creata per il Teatro Lirico di Cagliari nel 2005 ed ha conquistato il Premio Abbiati 2006 quale miglior regia d’opera.

Il dramma di Bizet, originariamente ambientato nel primo ventennio dell’Ottocento, viene trasposto nella Spagna franchista, a guerra civile appena conclusa. Scene e costumi sono stati realizzati da Jamie Vartan e riescono a delineare uno spazio claustrofobico, seppur in continuo movimento. Su di esso si aprono e si richiudono le prospettive della fabbrica di sigari, della locanda di Lillas Pastia e della plaza de toros. Lo spettatore assiste anche all’atterraggio di un aereo nei pressi di un covo di contrabbandieri.

Nel ruolo di Carmen debutta al Teatro Regio il mezzosoprano franco armeno Varduhi Abrahamyan, interprete di grande bravura di un repertorio che spazia da Handel a Rossini, da Verdi a Cajkovskij. La sua voce, scura e piena, si accompagna al carattere sensuale tipico del personaggio di Carmen. Andrea Care’ è l’interprete del ruolo di don José, nel quale ha debuttato nel 2009; allievo di Luciano Pavarotti, è stato vincitore del Concorso Internazionale di Spoleto nel 2005. Ciò che più turbo’ il pubblico parigino durante la prima di Carmen non fu tanto il suo finale tragico, quanto l’assoluto realismo dell’opera, i cui protagonisti erano soggetti tratti dal proletariato urbano contemporaneo al compositore. Georges Bizet iniziò a lavorare alla Carmen nel 1875, fu la sua ultima opera, un capolavoro che non venne riconosciuto immediatamente come tale. Il successo giunse dopo la morte dell’autore, che incontro’ una certa difficoltà a trovare l’interprete femminile per un ruolo così complesso come quello di Carmen. Alla fine la scelta cadde su Celestine Galli-Marie’, che si rivelò una buona alleata di Bizet nel sostenere che la trama dell’opera, nonostante le insistenze da parte della direzione artistica, non andasse modificata.

 

Mara Martellotta