Una doppia sfida chirurgica per un quarantenne colpito da una dissezione aortica estesa. Dopo l’intervento cardiochirurgico d’urgenza, l’équipe di Chirurgia Vascolare ha eseguito con successo una settotomia aortica endovascolare con guida elettrificata: una procedura utilizzata per la prima volta con successo in Italia in un paziente con una sindrome genetica della parete aortica
Una corsa contro il tempo lungo l’arteria più importante del corpo umano. Un dolore improvviso, intenso e profondo, dal torace fino all’addome. Poi la diagnosi: una dissezione aortica estesa, in un uomo di quarant’anni affetto da sindrome di Marfan.
È iniziato così, alle Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino, un complesso percorso di cura che ha richiesto due distinti interventi chirurgici e il coinvolgimento coordinato di diverse équipe specialistiche. Il paziente è stato salvato prima grazie a un intervento di cardiochirurgia d’urgenza e, successivamente, attraverso una procedura endovascolare altamente innovativa: una settotomia aortica con guida elettrificata, eseguita con successo per la prima volta in Italia in un paziente con una malattia genetica che rende particolarmente fragile la parete dell’aorta.
Una malattia che può diventare fatale in poche ore
La dissezione aortica è una patologia potenzialmente letale, causata dalla separazione degli strati della parete dell’aorta. Il sangue penetra tra gli strati della parete e crea un secondo canale, la cosiddetta falsa luce. La membrana che si forma può ostacolare il normale flusso sanguigno e compromettere l’irrorazione di organi vitali come reni e intestino, fino a provocare, nei casi più gravi, la rottura dell’aorta e una conseguente emorragia fatale.
Nei pazienti giovani, una delle condizioni che può predisporre alla dissezione è la sindrome di Marfan, malattia genetica del tessuto connettivo che rende particolarmente vulnerabili le pareti dei grandi vasi. Tra le persone affette dalla sindrome sono stati annoverati anche personaggi storici come Niccolò Paganini, Abraham Lincoln e Charles de Gaulle.
Nel caso del quarantenne giunto alle Molinette, gli esami eseguiti presso la Medicina d’Urgenza, diretta dal professor Enrico Lupia, hanno evidenziato una dissezione acuta dell’aorta associata a una dilatazione del tratto più vicino al cuore. La priorità era scongiurare il rischio di una rottura imminente.
Il primo salvataggio: la cardiochirurgia
Il paziente è stato trasferito d’urgenza in Cardiochirurgia, dove il professor Mauro Rinaldi e la sua équipe hanno affrontato il primo tempo dell’emergenza.
L’intervento ha previsto la riparazione della valvola aortica e della valvola mitrale, oltre alla sostituzione dell’aorta ascendente e dell’arco aortico. L’operazione ha consentito di mettere in sicurezza il cuore e il tratto prossimale dell’aorta.
Ma la dissezione proseguiva lungo l’aorta fino alla sua terminazione. Nonostante il successo dell’intervento, la perfusione di alcuni organi rimaneva compromessa: reni e intestino continuavano a ricevere una quantità insufficiente di sangue.
Il problema si trovava quindi più a valle, all’interno del vaso. La membrana generata dalla dissezione agiva come una barriera, ostacolando il corretto passaggio del sangue verso alcune delle principali arterie dirette agli organi.
Una “cerniera” all’interno dell’aorta
A questo punto è entrata in campo la Chirurgia Vascolare universitaria, diretta dal professor Fabio Verzini, che ha proposto una soluzione particolarmente complessa e innovativa: una settotomia aortica endovascolare con guida elettrificata.
L’obiettivo era raggiungere l’aorta dall’interno e incidere longitudinalmente il setto della dissezione, evitando un intervento chirurgico aperto sull’addome e, soprattutto, riducendo al minimo la manipolazione esterna di una parete aortica resa estremamente fragile dalla sindrome di Marfan.
La strategia è stata studiata nei minimi dettagli anche grazie alla collaborazione scientifica con il Centro di Houston, diretto dal professor Gustavo Oderich.
La procedura è stata eseguita attraverso un accesso mini-invasivo dalle arterie inguinali. Sotto guida radiologica, un sottile filo metallico è stato portato all’interno dell’aorta fino a raggiungere la membrana che separava i due canali creati dalla dissezione.
A quel punto il filo è stato elettrificato e utilizzato come uno strumento di incisione controllata. Millimetro dopo millimetro, il setto è stato aperto longitudinalmente, secondo una tecnica che può essere paragonata all’apertura di una cerniera lungo una piega.
L’incisione ha consentito di ristabilire la comunicazione tra i due flussi sanguigni e di ridurre l’ostruzione delle arterie dirette agli organi.
Una procedura millimetrica in una parete estremamente fragile
Si è trattato del momento più delicato dell’intero percorso. In un paziente con sindrome di Marfan, infatti, la parete aortica presenta una fragilità particolarmente elevata e un gesto eccessivamente energico avrebbe potuto provocarne la lacerazione e determinare una rottura dell’aorta.
Il filo è stato quindi fatto avanzare progressivamente sotto il costante controllo delle immagini radiologiche, fino a ottenere un adeguato ripristino del flusso sanguigno verso reni e intestino.
La complicanza più temuta, la rottura dell’aorta, non si è verificata.
La procedura è stata eseguita dall’équipe della Chirurgia Vascolare universitaria con il professor Fabio Verzini e il dottor Matteo Ripepi, in collaborazione con il dottor Andrea Discalzi della Radiologia universitaria, diretta dal professor Paolo Fonio.
Durante l’intervento è stata garantita l’assistenza anestesiologica e rianimatoria dal dottor Cristian Salonia e dai colleghi dell’Anestesia e Rianimazione 2, diretta dalla dottoressa Chiara Melchiorri, nell’ambito del Dipartimento guidato dal dottor Maurizio Berardino.
La Cardiochirurgia, con il professor Mauro Rinaldi, il dottor Michele La Torre e i colleghi, è rimasta inoltre pronta a intervenire tempestivamente in caso di un’eventuale rottura dell’aorta.
Tre giorni dopo il paziente lascia l’ospedale
Il decorso post-operatorio è stato particolarmente favorevole. A soli tre giorni dalla procedura endovascolare, il paziente ha potuto lasciare l’ospedale, senza necessità di un percorso riabilitativo.
La rapidità del recupero non ridimensiona la gravità del quadro iniziale, ma rappresenta il risultato di una strategia costruita in due tempi, calibrata sull’evoluzione della dissezione e resa possibile dalla stretta collaborazione tra diverse discipline.
In questa vicenda, il confine tra la salvezza e la catastrofe era sottile quanto la membrana che separava i due canali dell’aorta. A riaprire quel passaggio è stato un filo metallico, ma a guidarlo sono state le immagini diagnostiche, l’esperienza degli specialisti e il lavoro coordinato di una squadra multidisciplinare composta da medicina d’urgenza, cardiochirurgia, chirurgia vascolare, radiologia, anestesia e rianimazione.
Il caso richiama inoltre l’importanza della campagna “Think Aorta”: di fronte a un dolore toracico o addominale improvviso e intenso, riconoscere tempestivamente la possibile origine aortica può essere decisivo e consentire di intervenire prima che si verifichino complicanze irreversibili.
Leggi qui le ultime notizie: IL TORINESE“L’ospedale Molinette si conferma ancora una volta un centro di eccellenza e innovazione, dove anche i casi più complessi trovano soluzioni avanzate. Sempre più pazienti scelgono la nostra struttura, riconosciuta per la capacità di trasformare in realtà ciò che altrove appare impossibile”, dichiara Livio Tranchida, Direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino.

