Le fotografie inedite, in bianco e nero, tratte dall’“Archivio” di uno fra i massimi fotografi e fotoreporter italiani del Novecento
Fino a domenica 18 ottobre
Bard (Aosta)
In parete ci sono gli scatti dei grandi fotoreportage realizzati cavalcando “campi di lavoro” (spesso teatro di gravi crisi sociali e politiche mai prive di reali contingenti e ben calcolati pericoli) che dall’Europa lo spinsero all’etica documentazione dei “fatti” storicamente fondamentali e “rivoluzionari” dell’Africa “post-coloniale”, non meno che dell’America Latina, di Medio Oriente e Asia: dal racconto, per immagini e parole, del “regime dittatoriale” (1965 – 1997) di Mobutu (Sese Seko) nella “Repubblica Democratica del Congo” alla Libia della “Jamahiriya” di Mu’ammar Gheddafi e alla Persia – Iran dell’ultimo “Scià degli Scià” Mohammad Reza Pahlavi ritratto al fianco della moglie, l’imperatrice Farah Diba, e del figlio primogenito Reza Pahlavi, da decenni in esilio negli States. E ancora, dalla Grecia dei Colonnelli e dalla Spagna Franchista al “Muro” di Berlino e alla Russia post-sovietica. Senza mai cedere ad effetti di voluto sensazionalismo, ecco la “grande” Storia. Ma anche quella di quotidiane (ma quanto importanti!) “minuzie” e immense “verità”: dal sorriso delicato e lieve del “sarto” di quella Baghdad il cui nome (ironia della sorte) storicamente significa “donato da Dio” e che invece è da anni e anni crogiolo di conflitti, atti terroristici, criminalità e tensioni geopolitiche tali da renderla oggi una delle terre più insicure al mondo fino alla “nostrana” piccola Scuola di quel “Piccolo mondo antico” raccontato nella “Scolarizzazione con la Tv” in quel di Reggio Emilia , negli Anni ’50 e ’60, allorché contro la piaga, assai diffusa nelle zone rurali, dell’analfabetismo, insieme alla “Televisione di Stato” (“Programma Ministeriale Telescuola”), un ruolo politico e sociale fondamentale svolse anche il cosiddetto “Reggio Emilia Approach” o progetto dei “cento linguaggi” (celebre ancor oggi in tutto il mondo) sotto la guida del pedagogista Loris Malaguzzi.
E’ davvero l’“Archivio di un partigiano dell’umano” – titolo della mostra a cura di Claudio Composti – il progetto fotografico dedicato a Mario Dondero (Milano 1928 – Petritoli di Fermo, 2015) in programma, fino a domenica 18 ottobre, nelle “Sale delle Cantine” del valdostano “Forte di Bard”. L’esposizione rivela, per la prima volta, un “corpus” di fotografie inedite tratte dall’“Archivio” (conservato, in larga parte dalla “Fototeca Provinciale” di Fermo ad Altidona e riordinato, con intensa passione, anche dall’ultima compagna di vita del fotografo, Laura Strappa) di uno dei maggiori fotoreporter e “testimoni civili” del nostro tempo. Tutte rigorosamente in bianco e nero.

“Il colore – scriveva Dondero – distrae. Fotografare una guerra a colori mi pare immorale”. E ci pare proprio avesse ragione. Lui che non solo è stato un eccezionale fotoreporter, ma anche un “cronista militante” della stampa politica italiana del dopoguerra (da “Lavoro Nuovo” all’“Avanti!” dall’“Unità” a “Le Ore”) e, soprattutto, un “testimone” attento e coraggioso che ha ben saputo scegliere, in ogni istante della sua vita, da che parte stare. Fin dagli anni giovanili, che lo videro fervente partigiano sulle alture della Val d’Ossola. Partigiano di fatto e, in arte, “Partigiano dell’Umano”. Raccontava: “Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita”. E scrive, in tal senso, il curatore Composti: “Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito”.

Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra (e distribuite in tre macro-sezioni tematiche, da “Memorie del presente” a “Verso il mondo” passando per “Sguardi politici”) recano sul retro, annotazioni a penna o a matita, riflettendo per Dondero l’inseparabilità tra scrittura e immagine, due forme complementari – e “mai neutrali” – di testimonianza. Proprio come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. “I fotografi – annotava in uno di essi – di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente”. Lui era la “bella” eccezione. “Mi auguro – sempre parole di Dondero – che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone”. Frase totalmente emblematica rispetto alla sua “poetica”. “In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo – scrive ancora Composti – i suoi inediti riaffermano la fotografia non come semplice memoria visiva, ma come esercizio critico. L’archivio politico di un ‘partigiano dell’umano’ che continua a parlare di uomini agli uomini”.
Gianni Milani
“Mario Dondero. Inediti – L’archivio di un partigiano dell’umano”
“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 18 ottobre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19
Nelle foto da “Archivio Mario Dondero”: “Mobutu”, “Scià di Persia con Farah Diba e figlio”, “Reggio Emilia Scolarizzazione con la Tv”, “Il sarto di Baghdad”, “Gheddafi”

