Il compianto Gino Bartali era solito commentare con questa frase gli insuccessi nelle sue tappe ciclistiche o, quanto meno, i successi ridotti rispetto alle aspettative.
È noto che i toscani sono spesso polemici e, dunque, autocritici.
Negli ultimi anni, al contrario, assistiamo al fenomeno inverso: l’intelligenza in caduta verticale porta non soltanto a non saper compiere il minimo gesto “normale” ma anche, e soprattutto, a criticare qualsiasi atto compiuto da altri, spesso per invidia.
Non saper esprimere un concetto, non comprendere il significato di un testo o di un discorso, non riuscire ad esprimere una propria opinione su un argomento anche banale dovrebbe mettere in disparte il soggetto e relegarlo al silenzio, con buona pace di chi lo circonda, anche in senso virtuale.
Purtroppo, queste persone sono spesso avvelenate verso chiunque perché, nel bene o nel male, questi ha fatto più di loro: scrivere, auto-criticarsi, esprimere il proprio pensiero, avanzare un ipotesi, criticare in senso costruttivo chiedendo delucidazioni.
Proprio come nello sport, dove se sei fuori allenamento rischi di perdere una competizione, nei rapporti sociali se non alleni il cervello a pensare e giudicare, rischi di perdere una buona occasione per fare bella figura tacendo (o non scrivendo), togliendo così ogni dubbio in merito alle tue ridotte attitudini mentali.
I prossimi referendum sulla giustizia ne sono un esempio: tra i pochi commenti di chi realmente comprende la materia e, democraticamente, esprime il proprio parere con cognizione di causa, troviamo molti più commenti scritti per sentito dire, perché “me l’ha giurato il meccanico del cognato della custode di mia sorella”, “perché sono tutti fascisti”, ecc. “Perché ve lo dico io”, poi, batte tutti i commenti ed è il migliore argomento a favore dell’abrogazione del suffragio universale.
La scuola è sicuramente tra i maggiori responsabili di questo status quo: mancanza di analisi del pensiero, di abitudine alla critica, di comprensione del testo portano a questo stato di cose; qualcuno obietta che la colpa sia dei genitori che hanno prodotto figli simili. Considerando che la scuola ha iniziato il suo peggioramento dalla fine degli anni’70, cioè quando i genitori degli attuali trentenni frequentavano a scuola, ritorniamo all’assioma precedente.
La soluzione? Non esiste o, quantomeno, non è somministrabile per decreto, salvo effettuare un passo indietro e iniziare una revisione che potrebbe durare decenni.
L’unico vero rimedio potrebbe essere acquisire la consapevolezza dei propri limiti e dedicare qualche minuto ogni tanto all’approfondimento di temi di discussione, argomenti del momento o materie su cui siamo chiamati ad esprimerci; ma come possiamo acquisire la consapevolezza se non ci rendiamo conto di essere ignoranti?
Non sarà che qualcuno, dagli anni ‘70, ha inteso mantenere o, addirittura, aumentare il tasso di ignoranza perché gli ignoranti passano, ipso facto, da cittadini a sudditi?
Sergio Motta
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