La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Barbero e l’Università – Foibe ad Albenga – Iran del ’79 e la scuola torinese – Lettere

Barbero e l’Università
L’onnipresente prof. Barbero, specialista in tuttologia storica, ha svelato il mistero: lui – ha dichiarato con vanto – non ha fatto l’ Università secondo i vecchi piani di studio contestati nel 1968, ma ha usufruito della liberalizzazione dei piani  che avrebbe finalmente  consentito, secondo lo studioso di Vercelli, ai  giovani studenti di scegliere liberamente quali materie studiare e di esercitare così la loro maturità  coartata da maestri come il medievista Tabacco o il modernista Venturi o l’archeologo Gullini.
Per Barbero  l’Università ideale era quella del fai da te. Ha perfino vantato di non aver sostenuto l’esame di Latino, materia che un medievista non può trascurare. Tante  superficialità sono così chiarite e anche il successo ottenuto presso un pubblico di bocca buona che finalmente capisce cosa dice uno storico fai-da -te. Non è il caso del  bravo Barbero che si laureò brillantemente con Tabacco (ma non ne fu successore in cattedra) , ma  io ricordo tanti miei compagni di Università che dovettero attendere  la liberalizzazione per eliminare materie in cui erano stati ripetutamente bocciati e sostituirle con qualche sociologia o psicologia da istituto magistrale . Solo così riuscirono a laurearsi. Poi ci fu anche di peggio: periti industriali iscritti a Lettere che finirono per insegnare Latino nelle scuole. L’abolizione del Latino dalla Media fu una necessità dovuta anche a prof. (più profumieri o profughi, come  diceva Bruno Segre) che non avevano mai studiato il Latino e forse conoscevano poco anche l’Italiano.
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Foibe  ad Albenga
Ad Albenga hanno invitato Erick Gobetti che si auto- definisce “storico free lance “a parlare di foibe che lui giustifica pienamente come una forma di legittimo antifascismo slavo, vanificando le ricerche di Gianni Oliva e anche molto più modestamente di chi scrive che si è occupato del tema dagli Anni 70 su stimolo della poetessa esule da Zara Liana De Luca e dello storico fiumano Leo Valiani. A fargli da spalla ad Albenga è stato un anziano prof. delle scuole locali il cui nome e’ incredibilmente quello di un mollusco. Ma il prof. Moscardini, al di là del cognome, è un vecchio coriaceo molto comunista che si accoppia molto bene con il nuovo piccolo Gobetti che non è neppure un lontano parente del più noto e illustre Piero.
Moscardini, autore di una pregevole storia albenganese, sembra essere diventato il nuovo nume tutelare della Città delle torri perché occupa le sue giornate in tante conferenze e lezioni sui temi più diversi. In questo senso si può considerare un seguace di Barbero, anche lui comunista con tessera firmata da Berlinguer. Forse il prof. albenganese può vantare la firma di Natta, se non quella dello stesso Togliatti che pure non amava i tuttologi. Parlai in passato ad Albenga di foibe con il presidente nazionale degli esuli Giuliano – Dalmati Lucio Thot, senatore della Dc. Venni invitato dall’avv. Chirivi’che ruppe il silenzio tombale sul tema delle foibe. Ad Albenga ad invitare Il duo Gobetti – Moscardini e’ stata l’Anpi di una frazione ingauna che magari considera gli esuli Fiumani, Giuliano – Dalmati dei fascisti. Oggi non è cosa così rara perché il giorno del ricordo del 10 febbraio non viene più rispettato dai comuni e dalle scuole, come prescrive una legge della Repubblica, voluta e sostenuta anche da Violante, da Fassino e dal PDS.
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Iran del 79  e la scuola torinese
Nel 1979 la caduta dello Scià e l’arrivo di Komeini furono un momento tragico della storia persiana. Lo Scià storicamente non è confrontabile con Komeini che ha riportato al Medio Evo l’Iran.
Fin da subito si rivelò un regime teocratico giacobino. Voglio ricordare un episodio emblematico anche se piccolo . Insegnavo allora in un liceo torinese di periferia ed arrivò come studente un profugo iraniano o almeno un sedicente profugo che in base ad accordi ministeriali incomprensibili venne ammesso al quarto anno degli studi  liceali italiani , pur non conoscendo neppure una parola di Italiano. Lo accolsi come tutti i miei colleghi con la massima disponibilità, cercai di farlo sentire a suo agio ed invece di parlare di storia , cercai  di dialogare con lui del suo paese. Feci una cosa simile  anni dopo al carcere delle Vallette quando andai ad esaminare un detenuto condannato a molti anni di reclusione  per ragioni di mafia che voleva redimersi con lo studio. Il giovane iraniano con mia somma sorpresa un giorno  preparò un testo scritto di poche righe che lesse in classe in cui esaltava la rivoluzione e Komeini.
Una specie di proclama, come pensai allora, simile ai comunicati delle Br. In quel liceo circolavano volantini delle Br e venne Caselli a parlare agli studenti. Il giovane iraniano si dedicò da subito alla politica e all’attivismo ante litteram, trascurò la scuola e non si impegnò affatto nello studio dell’Italiano, anche se io lo indirizzai alla “Dante Alighieri“ che organizzava già allora  corsi di Italiano per stranieri. Interrogarlo si rivelò impossibile perché, non sapendo la lingua, non era in grado né di leggere né tanto meno di studiare, malgrado l’aiuto degli altri studenti. Si arrivò alla fine dell’anno e alla scrutinio fui io solo a proporre la bocciatura perché il Preside e i colleghi erano timorosi di ritorsioni politiche e non solo. Temevano addirittura degli interventi ministeriali. Io – consigliato anche dall’ispettrice centrale Alda Barella che sposò  subito la mia tesi – non mollai la presa e stesi una dettagliata relazione di quattro pagine che illustrava il caso e che consegnai nelle mani del Provveditore agli studi  Pisani che ebbe la cortesia di ricevermi. Chiesi per iscritto  al Preside di mettere all’ordine del giorno la mia relazione e chiesi che essa venisse discussa e messa ai voti. Malgrado le resistenze faziose e persino isteriche di colleghi comunisti e addirittura extraparlamentari (ebbi il sospetto che alcuni fossero simpatizzanti delle Br) io sostenni imperterrito la tesi della bocciatura, chiedendo un’ispezione su tutti gli elaborati dello studente iraniano. Fu una proposta decisiva e soprattutto inaspettata  perchè i discorsi solidali dei colleghi vennero meno e la stessa valutazione cambiò. Ci sarebbero stati gli estremi per una denuncia penale per falso anche per valutazioni fasulle verbalizzate sui registri personali dei docenti, ma la decisione di bocciarlo perché non valutabile per mancanza di prove e anche di frequenza alle lezioni, evitò ulteriori azioni che non avrei esitato a fare. Ero già in contatto con il magistrato Attilio Rossi che mi aiutò con l’amicizia di sempre e con la competenza del giurista di grande  valore. Non so che  fine abbia fatto l’iraniano che esaltava Komeini e inveiva contro lo Scià; magari è rimasto in Italia e oggi parla un ottimo italiano. Mi auguro che non abbia avuto la pessima idea di tornare in Iran.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Cena in hotel
Sono stato a cena in un noto hotel di corso Vittorio Emanuele che in passato fu il glorioso Ambasciatori di Torino. Ho ricevuto per 58 euro di costo, cibo non adeguato, servizio scadente con giovani camerieri  scamiciati e distratti che non versano neppure una volta le bevande ai commensali. Peccato! Lo stile era assente e nessun direttore di sala è venuto a controllare. Doveva essere una bella serata allegra. Se fossimo andati in una trattoria periferica avremmo mangiato molto  meglio e speso di meno.    Gino Giulio
ristorante
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Capisco a che hotel si riferisce. Da anni è sconsigliabile come anche lo stesso hotel  di Napoli che con il suo grattacielo sfregiò il centro della città. Sono catene straniere che prendono personale non preparato. Mi stupisco che lei abbia pensato di trovare una situazione migliore. Ci andava sempre il mio amico Leo Valiani, ma solo perché c’era una cameriera che gli faceva l’iniezione dell’insulina. Credo che si limitasse all’iniezione, anche se il serioso Leo era un po’ libertino. Il diabetico Valiani voleva però  che lo invitassi  a cena fuori, soprattutto ai “Due lampioni“ e il vecchio senatore non sbagliava. Ma quel ristorante mitico di via Carlo Alberto non c‘è più da anni. Per una cena veloce tanti Lions e Rotary si servono dell’ hotel, ma sicuramente con prezzi calmierati, più simili alla mensa aziendale che al ristorante. Bisogna arrendersi. Torino non è mai stata una città turistica se non nel breve periodo olimpico del 2006.
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I Savoia oggi

Vedo che finalmente si è reso conto che la dinastia sabauda non può essere confusa con l’ultimo rampollo – cinquantenne latin lover – che è davvero inadeguato al ruolo di principe  e che si circonda da persone incredibili. La laurea per questi signori è un oggetto misterioso. (0missis). Ho visto con piacere la fotografia del duca Amedeo di Savoia che le dedicò  nel 1964: un vero reperto storico. Lei dovrebbe conoscere il principe Aimone figlio di Amedeo che ha dimostrato di saper lavorare come alto dirigente della Pirelli all’estero. E’ lui che tiene alto il nome e la storia dei Savoia. Lei che è uno storico doveva rendersene conto molto prima. Direi dopo la morte di Umberto II. Lei non ha mai fatto parte del beghinaggio sabaudo e mi ha deluso.   Felice Ghigo

Mi sono reso conto della situazione in ritardo. Lo riconosco. La mia malattia durata due anni mi ha obbligato a ridimensionare gli impegni e gli interessi e quindi non avevo più seguito le vicende sabaude. Ho privilegiato i miei studi e i miei scritti, trascurando il resto. Ho messo un omissis al suo testo in relazione  ai collaboratori del Principe Emanuele Filiberto che lei cita perché ritengo le cose che Lei scrive, se non  ingiuriose, almeno molto pettegole. Non basta,  ad esempio,  un biglietto da visita, in verità un po’ barocco,  a dimostrare l’uso di insegne cavalleresche non riconosciute e quindi vietate dalla legge italiana. Ma di queste cose ho scritto di recente nella rubrica e non mi ripeto. Mi spiace di averla delusa. Cercherò di recuperare  ma non le prometto nulla perché io sono un uomo libero e anche imprevedibile.
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Pacchetto di mischia
Ho letto di un politico che si vanta di appartenere al pacchetto di mischia, termine derivato dallo sport del rugby. Mi è sembrato un riferimento poco felice alla sudditanza  acritica del gregario pronto sempre a riportare la palla. Ho capito perché la politica è così degradata.     Antonio Delfino   Loano
La politica è fatta dai gregari e dai leaders, anche se  i leaders sono diventati una merce rara, rarissima. I gregari hanno un ruolo, ma oggi esistono anche i gregari infedeli e i gregari incapaci e affaristi, come nel passato. Gli attivisti  in particolare hanno una carica di fanatismo che li rende intollerabili. Io non starei mai in un partito  perché amo troppo l’indipendenza di giudizio e non concepisco la militanza. Votando mi ritengo impropriamente un cittadino sovrano perché la democrazia vera è oggi latitante. Ma non sto mai tuttavia  chiuso nella torre d’avorio e cerco di portare un contributo di idee sovente  inascoltate, sempre non richieste e non apprezzate dal potere. L’idea stessa di considerarsi un giocatore di rugby appare una ingenuità o un’astuzia banale. Speriamo che la politica abbia la capacità di riprendersi. Far parte per se’ stessi, per citare Dante, diventa oggi per un uomo di cultura un obbligo elementare. Come diceva Croce, l’Italia ha bisogno di intellettuali liberi: l’indipendenza è per un uomo di cultura qualcosa di simile al buon nome di una signora: un’idea un po’ vecchiotta, ma, nella sostanza, sempre valida per uomini e donne.
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