L’ignoranza dello stress

Preciso subito che il titolo non significa ignorare lo stress (ed i suoi effetti), ma indica l’ignoranza prodotta dallo stress e ciò che da esso deriva.

Mi spiego meglio: qualche decina di anni orsono, terminata la mattinata a scuola i bambini ed i ragazzi erano dediti a svolgere i compiti e, dopo la merenda, giocavano o si rilassavano andando in cortile a giocare, o andando ai giardini in bici, o guardando la TV dei ragazzi o, comunque, svolgendo attività gradevoli, scelte da loro e con trollate dai genitori.

Col passare del tempo la scuola ha aumentato la durata delle lezioni (spesso anche al pomeriggio) , i genitori hanno pensato bene (per loro, ma male per i figli) di fargli praticare almeno uno sport, magari fargli apprendere una lingua straniera, non uscire da soli perché i rischi sono ogni giorno di più ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Mamme che un tempo potevano seguire i figli, non lavorando fuori casa, ora sono costrette per necessità economiche quasi sempre, per ambizione talvolta, a lavorare stando almeno 10 ore fuori casa e di ragazzi restano fuori dal loro controllo svariate ore al giorno.

E’ palese che gli essere umani cerchino, quasi sempre, di fare ciò che è più comodo, meno faticoso, che mostra gli effetti in minor tempo e, dunque, ecco che tra leggere, fare bricolage, dipingere o ascoltare musica, preferiranno seguire creatori di contenuti sui social, praticare qualche gioco online sullo smartphone o anestetizzarsi la mente con litanie rapper che istigano alla violenza.

Queste pratiche hanno tutte in comune di farti sentire immediatamente importante perché hai raggiunto un nuovo livello nel gioco, perché hai appreso qualcosa di nuovo in campo sessuale senza la fatica di doverlo sperimentare di persona, ma il cervello, proprio come i muscoli striati dopo una lungodegenza, comincia a manifestare segni di cedimento.

La mente umana è qualcosa di estremamente complesso e  nessuno può dire di averla compresa perfettamente: certo è che, se non alleniamo il nostro encefalo a fare cose sempre nuove, sempre più complesse (nei limiti dell’umana esistenza, si intende)  iniziamo una involuzione che ridurrà il QI (ne ho già parlato in altri articoli), affievolirà la memoria a lungo termine, peggiorerà l’acalculia che eventualmente già mostriamo, la nostra grafia peggiorerà giorno dopo giorno a causa della scarsa pratica che dedichiamo alla scrittura a mano e molto altro ancora.

Se vogliamo svolgere in 24 ore le attività che ne richiedono almeno 36, considerando un corretto riposo notturno, è evidente che dobbiamo bruciare i tempi e rinunciare, anche involontariamente, a qualcos’altro.

Il temine “burnout”, venuto alla ribalta durante la pandemia, esprime proprio la condizione caratterizzata da esaurimento fisico/mentale, cinismo e si manifesta con una ridotta efficienza sul lavoro e dal mancato riposo anche dopo il sonno.

Senza invocare lockdown, le stagioni che non sono più quelle di una volta, si stava meglio quando si stava peggio ecc., è evidente che occorra correre ai ripari, anche per proprio conto, assumendo uno stile di vita più a misura d’uomo e un po’ meno consumistico/tecnologico/moderno.

Va bene rilassarsi 10 minuti con un videogioco, ma se ci accorgiamo (o se ne accorgono i nostri genitori) che non riusciamo più a staccarci, fino a diventare ludopatici, dobbiamo correre ai ripari. Lo stesso dicasi per la voglia di non uscire, di restare fra le quattro mura della nostra stanza, rischiando di entrare anche noi a far parte del fenomeno hikikomori.

Di sicuro 10 minuti ogni tanto per valutare cosa sia cambiato in noi lo possiamo trovare; oppure lo devono trovare quelli che ci vivono accanto, anziché subire gli effetti della tragedia.

Sergio Motta

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