Luca Marinelli o la scommessa persa sulle “Cosmicomiche” di Calvino

Repliche al Carignano sino a domenica 22

Rivolto verso il buio della sala, con gli occhi attoniti, sbalordito di se stesso, a metà dello spettacolo, il protagonista Qfwfq, familiarmente Q, si ritrova a riflettere su “che cosa stiamo facendo?”. Insuperabile e insuperata domanda a cui è difficile dare una risposta, da parte sua, riversata nello smarrimento di molti spettatori. Luca Marinelli – per la prima volta lo vedo su un palcoscenico, un attore che in più di una occasione s’è fatto ammirare sullo schermo, dall’ormai lontana “Solitudine dei numeri primi” alle prove con Caligari e Mainetti, la rivisitazione di “Martin Eden” per cui ha vinto la Coppa Volpi a Venezia nel 2019, sino all’eccellente “Otto montagne” (con l’amico Borghi, dal romanzo bellissimo di Cognetti), sino all’”M – Il figlio del secolo”, radici estere con la regia di Joe Wright ma intelligenza e sensibilità e inventiva tutte italiane: per cui per l’intera serata mi trovo a richiedermi quanto valga nei risultati il richiamo del divo, qui pure coregista con Danilo Capezzani – si è rivelato ad ogni occasione grande attore ma, con tutta sincerità, su quelle tavole del Carignano, nemmeno riesco a comprendere se davvero teatralmente lo sia (il teatro ha ben altri trabocchetti): ovvero se sia in grado di dare corpo al suo protagonista, di renderlo autentico personaggio con lo spessore che il teatro richiede, se riesca a superare scena dopo scena le sabbie mobili di una drammaturgia ardimentosa e scomposta e impertinente – dopo tutto fragilissima, tipo serie di sketch che non concludono mai – che per lui ha approntato Vincenzo Manna ricavandola da quelle “Cosmicomiche” (debutto contrastato a Spoleto l’estate scorsa) che, posti in raccolta dodici racconti pubblicati dapprima per le testate del “Giorno” e del “Caffè”, Italo Calvino pubblicò poi per Einaudi nel 1965.

Una cornice di avanspettacolo, forse di più trasandato baraccone alla festa del paese, un carico non trascurabile di comicità e ironia verso il mondo della scienza, un entertainer con la sua elegante giacca rossa di lustrini, un viaggio della memoria alla ricerca di un mondo scientifico, un capodanno futuribile, quello dell’anno 2035, che è più fine che inizio, l’antica filosofia dello spazio infinito e del tempo e il caos della loro costruzione, la testimonianza lontana del Big Bang, di quella palla distante e grigia che è la luna, la ricerca della poesia che facciamo fatica a veder arrivare. Tanto ogni azione è spezzettata, mai legata a quanto precede e a quella che la segue, 120’ difficili a scorgere, a recepire, ad assaporare (pubblico festante e osannante per molti versi, ma due signore nel corridoio d’uscita a confessarsi reciprocamente “guarda, io me ne sarei già uscita da un pezzo…”, con allure d’educazione, sabauda o no: e le espressioni che negano sono tante). Perché s’è notata, nell’intera serata, la difficoltà a inquadrare, tra grande fluttuare di veli, la filosofia temporale di Calvino che certo si guardò bene dallo scrivere per il teatro e qui svela tutta la fatica a essere imprigionato in un contenitore che gli sta davvero stretto. Che non è decisamente suo. Che poco o nulla ha a che fare con le sue pagine. Un progetto a lungo vagheggiato, una scommessa, decisa e composta in piena libertà, e rendiamo merito per il coraggio, ma persa, un filo rosso che è difficile rintracciare per collegare un inizio e una fine, un gran correre di tutti gli attori – che altro non fanno che inseguire quel gioco: diligenti Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung alias signora Marinelli, Fabian Jung, Gabriele Portoghese e Gaia Rinaldi – per la sala forse a voler rendere maggiormente partecipe il pubblico, farlo proprio, accalappiarlo festosamente, il cartello che invita agli “applausi” (non si sa mai!), la rappresentazione del gioco difficile da far collimare con quelle stesse pagine. Il nonsenso invade il palcoscenico, si parla anche di tagliatelle nello spazio, più che l’alto Calvino si scivola nel più frizzante Campanile. E tutto rimane lì, difficile da decifrare e da accettare.

Allora, nel mare magnum della sfilacciatura, della “Vita cosmicomica vita di Q” ti affidi piuttosto alle scene di Nicolas Bovey e alle loro invenzioni, il gran velame di cui s’è detto e la grande sfera argentata che incanta e travolge, alle luci del medesimo che appaiono un incanto, che colpiscono e che cullano, ai costumi di Anna Missaglia, colorati e divertenti. Ma di quella scommessa, su cui molti hanno creduto, ti rimane poco, saremmo tentare di dire nulla. Repliche, per la stagione dello Stabile torinese, sino a domenica 22 febbraio.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Anna Faragona, alcuni momenti dello spettacolo.

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