Chiharu Shiota al MAO: quando i fili fanno tremare l’anima

Il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino – conferma la sua vocazione di centro culturale aperto al dialogo tra Oriente e Occidente con la mostra “Chiharu Shiota – The Soul Trembles” (in esposizione fino al 28 giugno 2026), una delle più intense e visionarie esposizioni dedicate a un’artista contemporanea che ha saputo intrecciare memoria, corpo e spazio in un unico respiro. Le sale del museo diventano un paesaggio mentale in cui fili di lana, oggetti quotidiani e ricordi personali si fondono e si tendono, dando forma visibile a emozioni, paure e desideri

Shiota Chiharu, Uncertain Journey – 2016/2019- Metal frame, red wool- Dimensions variable- Installation view: Shiota Chiharu: The Soul- Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019- Photo: Sunhi Mang- Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

Un incendio, un pianoforte e il potere della memoria

Il percorso si apre con un ricordo d’infanzia: l’artista racconta di quando, a nove anni, un incendio scoppiò nella casa accanto alla sua. Il giorno dopo, davanti a quell’abitazione bruciata, restava solo un pianoforte, annerito come il carbone ma incredibilmente intatto, trasformato in simbolo ancora più potente proprio perché sopravvissuto alle fiamme. In quel silenzio denso di fumo e di odore di bruciato, Shiota dice di aver sentito la propria voce farsi indistinta, come se la realtà stessa vacillasse. Da qui nasce la consapevolezza che alcune esperienze – il trauma, la perdita, la paura – non trovano parole ma cercano forme, e che l’arte può renderle quasi fisicamente percepibili

I primi gesti: una linea che diventa mondo

Negli anni Novanta l’artista sperimenta quanto possa essere difficile, dopo una crisi, persino tracciare una semplice linea su un foglio. In “One Line (Una linea)” raccoglie i baccelli vuoti dei fagioli caduti nel cortile di una scuola australiana, li incolla su un foglio e disegna una sola linea, ritrovando una gioia quasi infantile nel gesto più elementare del disegno, liberato da ogni tecnica. Poco dopo, in “Flow of Energy (Flusso di energia)”, appende al soffitto sacchi da pallone da calcio dipinti di nero e li dispone nello spazio per visualizzare i flussi invisibili di energia che attraversano il mondo, ispirandosi anche alle letture di James Gleick sul caos. È il momento in cui Shiota comincia a pensare lo spazio espositivo come un corpo vivo, attraversato da forze che l’installazione rende visibili.

Il sonno, il sogno e l’idea di casa

In “During Sleep (Durante il sonno)” l’artista racconta il confine incerto tra sogno e realtà partendo dal celebre racconto di Zhuangzi sull’uomo che sogna di essere una farfalla e al risveglio non distingue più ciò che è reale. L’artista traspone questa storia nel vivido raccontoDopo essersi trasferita in Germania e aver cambiato casa più volte, Shiota realizza che la propria camera da letto è diventata un bozzolo, un luogo da cui non si è mai del tutto certi di voler uscire. L’installazione combina letto, lana nera e video, come se il sonno fosse una materia densa che avvolge il corpo e al tempo stesso lo espone: il pubblico entra così in una scena onirica dove la vulnerabilità diventa paesaggio condiviso.

Il corpo, gli abiti, la pelle del tempo

Altre opere mettono al centro il corpo e la sua assenza, attraverso abiti e oggetti che ne conservano la traccia. In “Try and Go Home (Cerca di tornare a casa)” l’esperienza di un workshop con Marina Abramović in Bretagna – tra digiuni, esercizi estremi, riflessioni sul tempo – diventa una performance in cui l’artista tenta di arrampicarsi fuori da una cavità nel terreno, come se cercasse una nuova nascita o un ritorno impossibile. “After That (Da allora)” presenta invece lunghi vestiti cuciti da Shiota e ricoperti di fango, appesi davanti a un muro e lavati in continuazione dall’acqua, senza che il ricordo sulla “pelle” della stoffa possa davvero scomparire. Quest’opera, esposta per la prima volta alla Triennale di Yokohama con il titolo “Memory of Skin”, ha contribuito a far emergere l’artista sulla scena giapponese proprio per la sua capacità di trasformare gli abiti in archivi emotivi.

Fili e nodi: quando lo spazio diventa emozione

Il cuore della mostra torinese è la grande sezione dedicata ai fili di lana, diventati nel tempo la firma visiva di Chiharu Shiota. L’artista racconta di muovere le mani come a disegnare qualcosa nell’aria: quei gesti generano linee che, sovrapponendosi, creano prima una superficie e poi una massa densa che finisce per riempire completamente lo spazio. “I fili si intrecciano, si aggrovigliano, si spezzano, si annodano, si allungano”, si legge nel pannello, e possono diventare metafora delle relazioni tra le persone, dei legami affettivi ma anche delle fratture che li attraversano. Nelle installazioni più monumentali, fili neri o di un rosso intensissimo si addensano fino a impedire allo sguardo di seguirne il percorso: è in quel momento, dice Shiota, che ha l’impressione di poter intravedere “ciò che si trova oltre e toccare la verità”. In un altro testo esposto al MAO, l’artista confessa che mente e corpo a volte si separano e le emozioni diventano incontrollabili, al punto da immaginare il proprio corpo in pezzi con cui dialogare mentalmente. Collegare il corpo a fili rossi, allora, è il tentativo di dare forma a quelle emozioni indicibili, pur sapendo che ogni forma implica anche una piccola distruzione dell’anima, una ferita necessaria per rendere visibile l’invisibile.

Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

 

Terra, morte e radici: la dimensione esistenziale

La mostra dedica una sala anche al rapporto dell’artista con la terra, legato ai ricordi d’infanzia nella prefettura di Kochi, dove da bambina visitava ogni estate i nonni. Shiota ricorda la paura provata davanti alle tombe degli antenati e la sensazione fisica nelle mani quando strappava le erbacce dal terreno sopra la sepoltura della nonna, immaginando di poter sentire il suo respiro. Da quell’esperienza nasce una consapevolezza precoce della morte, che negli anni si tradurrà nell’uso ricorrente di terra e suolo come simboli del luogo in cui tutti torneremo, ma anche dell’origine stessa della vita. Insieme, questi pannelli e le installazioni tessute fanno del MAO un luogo dove lo spettatore non è più semplice visitatore ma presenza coinvolta: camminare tra i fili, i letti avvolti, gli abiti di fango significa entrare in un racconto che parla di memoria personale e, allo stesso tempo, di fragilità universali.

Valeria Rombolà

In copertina: Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

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