Tra classicità e astrattismo, sei scultori a confronto

in CULTURA E SPETTACOLI

Fino all’11 ottobre, nel cortile della Fondazione Accorsi in via Po

 

Anche il raccolto cortile di uno storico palazzo torinese può trasformarsi in una galleria d’arte. In un tempo di pandemia e di tragedia, di mascherine e di distanziamenti, di cancellazione di gran parte dei rapporti umani, in cui molti segni di bellezza sono stati azzerati, in cui i messaggi artistici faticano a colloquiare con il folto pubblico e artisti e gallerie vedono i calendari espositivi del tutto sospesi o cancellati e le proprie risorse allontanate nel tempo, ecco che a tratti, con coraggio e con determinazione, qualcosa si muove.

Si accantona quanto era in preparazione all’interno delle sale abitualmente occupate dalle abituali mostre per “invadere” altri spazi, in maniera inusuale, per riappropriarsi di quella “ricerca consolatoria della bellezza che l’uomo, già dai tempi della preistoria, ha sempre cercato di rappresentare, riprodurre, reinventare”, per attirare sotto il cielo una diversa e non già percorsa occasione. Succede nel centro della città, nel palazzo sede della Fondazione Accorsi-Ometto in via Po che occupa il Museo delle Arti Decorative, con Novecento in cortile. Omaggio ai Grandi Maestri della scultura contemporanea, mostra promossa dal direttore della Fondazione Luca Mana, con la collaborazione di Giuliana Godio, e curata da Bruto Pomodoro (fino all’11 ottobre prossimo). La visita in totale sicurezza, ammesso un massimo di 23 persone, ogni mezz’ora.

Sei artisti di levatura internazionale e undici grandi opere, bronzi, acciai e terrecotte, un panorama che abbraccia il duplice aspetto dell’arte scultorea del Novecento, dove trova splendidamente spazio il realismo che affonda le proprie radici nella purezza della classicità e gli sviluppi dinamici che corrono verso la più sottile astrazione. In un efficace allestimento, l’uno di fianco o di fronte all’altro, alternando forme e volumi, si fronteggiano gli “antichi” Igor Mitoraj, Ivan Theimer e Paolo Borghi e i “moderni” Giò Pomodoro, Riccardo Cordero e Arman. Di quest’ultimo – Pierre Fernandez Armand, nato a Nizza nel 1928 e morto a New York nell’ottobre del 2005, uno fra i massimi esponenti del nouveau réalisme, celebre per le “frammentazioni” e per le “accumulazioni” – campeggiano le sezioni del monumentale Mercurio degli anni Ottanta; Cordero porta Asteroide (2017), una costruzione in acciaio di linee e di curve espressa in tutto il proprio astrattismo e posta in perfetto dialogo con lo spazio che la circonda, mentre di Pomodoro, scomparso nel dicembre 2002, si ammirano Tensione verticale (1963-64) e Sole deposto (1982), “due bronzi patinati – spiega il figlio Bruto nel piccolo catalogo di introduzione alla mostra – di due diversi cicli produttivi del Maestro marchigiano, quello delle “Tensioni”, opere che cercano di definire il concetto di vuoto, inspodestabile, e dei “Soli”, archetipi geometrici di uno dei simboli più rappresentativi dell’umanità, fabbrica d’energia senza proprietari, come amava definirlo egli stesso”.

Cavalcata interrotta (1990) di Paolo Borghi occupa lo spazio del portico che immette alle sale superiori, una suggestiva terracotta che rivisita con devozione il mondo antico; dalla riscoperta di qualche civiltà (l’omaggio agli obelischi egizi), dalla suggestione di riti antichi in ogni loro più decifrabile simbologia (la tartaruga posta a base di Tobiolo o della “montagna dei tanti personaggi con cui l’artista ha costruito la sua opera qui esposta), come dal manierismo di stampo toscano paiono nascere le quattro sculture del ceco Ivan Theimer esposte (si noti ancora il realismo dello scudo con la Medusa caravaggesca del 2005); mentre l’intera mostra viene sovrastata dall’Ikaro alato (2000) di Igor Mitoraj – nato a Oederan nel 1944, piccolo centro della Sassonia, trascorre la giovinezza nei pressi di Cracovia -, un’altezza di 3,60 metri, un capolavoro che guarda agli eroi del passato a rappresentare una classicità spezzata, un archeologia che guarda alla manomissione dell’umanità presente, deposta dolente come l’altro bronzo del 2014, Luci di Nara pietrificata.

 

Elio Rabbione

 

Igor Mitoraj, “Ikaro alato”, 2000, bronzo cm 360 x cm 152 x cm 120, Atelier Mitoraj, Pietrasanta

Paolo Borghi, “Cavalcata interrotta”, 1990, terracotta, cm 132 x cm 173 x cm 83, Proprietà dell’Autore

Riccardo Cordero, “Asteroide” 2017, acciaio inox satinato, cm 230 x cm 230 x cm 195, Proprietà dell’Autore

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